IVLe campane della gotica Santa Maria di Fondi squillavano a distesa per l'aria solatìa, cantando il mistico inno che celebrava la Festa dei Fiori.Fin dalle primissime ore del mattino le compagnie dei villaggi, di valle o di monte, si erano date convegno su la via di Appia, ed erano andate in gran corteggio portando i fiori all'auspice benedizione.Giungevano. Alcune vestite con abiti dalla foggia gaia, cavalcando asine impennacchiate o cavalli aquilani dalla criniera barbarica intrecciata di spighe verdi, con un mazzo di papaveri ad ogni borchia de' finimenti; altre cantavano in coro, sedendo sopra carretti fragorosi, adorni d'un drappeggio di stuoie rosse; altre compivano il viaggio a piedi, come un gregge in emigrazione, ondeggiando su gli altipiani o scomparendo nelle avvallature, e ciascuno di quella moltitudine recando i fiori del suo giardino, i boccioli delle sue pasture, i mazzi più recenti e le ghirlande più fresche della sua nativa montagna. Era un popolo che si moveva, portando in braccio gli Dei Lari della sua terra verso il Tempio georgico della originaria stirpe, compiendo con rinnovellato sfarzo di paganesimo un rito augurale della sua vita cristiana. Essi andavano a pregare per il solco della zolla generatrice, dal cui grembo scaturivano le biade fluenti, ricchezza ed allegrezza dei raccolti futuri; andavano a genuflettersi per ottenere propizia l'estate, irrigua la possa fluviale, benedetta la natività di ogni seme.Con le mani callose per la fatica dell'aratro e della [pg!131] falce portavano i mazzi come si porta un cero in processione, e le donne facevano con i grembiuli un grembo, per entro adunarvi l'offerta; ovvero, con arte quasi primordiale, avevan intrecciati que' fiori e quelle frasche in modo che si potessero appendere come doni votivi, e foggiati li avevano a somiglianza degli utensili campestri, per l'augurio della messe copiosa.Altre comitive, le più ricche, o forse i parentadi, reggevano canestri colmi di fiori coltivati, offrendo così alla Vergine primaverile una donazione più rara; i lor panieri traboccavano di ogni ricchezza profumata, sorretti per lo più da due giovanette, che in abito uguale camminavano a lato, cantando.Da un poggio eminente sopra Torre Guelfa, nella prima ora dopo il mezzodì, vedevamo ancora sopraggiungere le compagnie dei borghi alpestri, alle quali una più lunga strada ritardava il pellegrinaggio.Ora venivano, accelerando il passo, e chi era sui carri battendo i cavalli con sferze infiorate, mentre stornellavano a voce spiegata, sicchè per l'aria limpida era un gran ridere di canzoni, confuso e misurato insieme col tintinnio delle sonagliere gioconde.Alcune fanciulle reggevano le canestre sul capo, altre avevano le braccia cariche di ghirlande, altre, coronate in fronte, portavano rami d'ulivo. Un bellissimo trofeo, rosseggiante di bacche vermiglie, che al sommo aveva una grande foglia di palma distesa, era portato a spalle da quattro uomini succinti nel costume della terra d'Aquino: molte fanciulle, vestite in abito candido e guidate da una suora, camminavano dietro uno stendardo, avendo ciascuna la faccia velata e le braccia ricolme di bianchissimi fiori. Di quando in quando sopravveniva un'altra schiera e si udivano altre canzoni. Un pastore spingeva la sua pecora lanosa, che aveva tra le corna un ornamento vaghissimo di fiori montanini; la mazza del mandriano era un lungo ramo nodoso avviluppato con rosai selvatici.Così erano scesi dalla montagna, si erano mossi dalle [pg!132] rive del fiume, dalle case dei villaggi, dalle fattorie disperse nella campagna, od anche dalle più povere catapecchie, se pur davanti al limitare avevano un sol palmo di terra dal quale potesse nascere un fiore.Noi pure vi andammo, sul barroccio di Lazzaro, per assistere alla celebrazione del rito gentilissimo.La strada che seguivamo svoltava, dopo un lungo pendìo, su la via Appia; là incontrava una traccia di fiori sfogliati su le recenti orme dei pellegrinaggi, mentre ancora talune comitive dei più lontani contadi sbucavano per i sentieri della campagna volgendo gli occhi ansiosi verso la meta imminente.Fondi appariva dinanzi a noi, nel mezzo del suo «Caecubus acer» che dette i prelibati vini ai circensi ozii di Cicerone, di Attico e di Tiberio, e fin lungi mandava esultanti clamori fuor dai ruderi della cinta romana, ove un popolo rimasto fedele ai geni ed alle consuetudini della sua razza tenace rinnovava i simboli dei padri venerando la secolare divinità della Terra. E la gioia di quella turba semplice, che andava per offrire le sue ghirlande alla Cerere cristiana, si comunicava in noi, aprendo le nostre anime all'allegrezza del simbolo primaverile.Così densa era la moltitudine all'entrar del paese, che, non potendo proceder oltre, dovemmo cercare una rimessa per la cavalla di Lazzaro e procedere a piedi.La via Appia, guernita di bandiere, di palvesi, di giostre aeree, di gonfaloni e di stendardi, continuava in mezzo alle case, verso il Tempio di Santa Maria, dov'era il convegno della festa floreale. Agilissimi festoni d'edera si appendevano da un tetto all'altro, curvi nel mezzo come i tralci delle viti cariche, in guisa da comporre sopra la strada una specie di pergola trionfale, un telaio di gloriose ghirlande, in gradazione dolcissima di colori. Gualdrappe sfarzose pendevano dalle finestre, addobbavano i terrazzi ed i poggioli, cui stavano affacciate le donne procaci che amò Silvestro de' Buoni e che un tempo salirono, adorne di lunghi veli, al convento [pg!133] dei Frati Domenicani per ascoltar le prediche di San Tomaso d'Aquino.Quel giorno, esse ridevano dai poggioli, come da un «mirador» di Siviglia, pettinate alcune alla guisa castigliana, con il bianchissimo collo ignudo e carico di monili. A piene mani gettavano mazzi nella strada, poi si schermivano dietro le stuoie quando una brigata di corteggiatori le assaliva da ogni parte rispondendo alla loro provocazione.Una pioggia di fiori ci accolse al nostro passaggio. Elena, vestita di bianco, alta fra la moltitudine, attraeva lo sguardo dei lanciatori di mazzi, che da lungi la investivano vuotando a gara i canestri pieni. Per un momento la battaglia della strada si rivolse tutta contro di lei, e dovemmo sostare per ripararci da quell'accanimento. Ella rideva, un po' smarrita, serrandosi al mio braccio, fra quel giocondo piovere di ramoscelli fioriti, che oscillavano volubilmente nell'aria prima di caderle ai piedi. Poi fummo liberati per il sopraggiungere di due fanciulle, che, attraversando la strada, con una risata, distolsero da noi l'infuriare della leggiadra battaglia.Erano di ugual statura, brune ambedue di colorito e di capelli, col petto ampio e florido, la bocca invermigliata. Sui lor capelli era profusa una gran copia di petali e di foglie, come accade al passar d'autunno sotto una pergola che sfiorisce; le lor caviglie, costrette da un'allacciatura incrociata più volte, uscivano agili ed esilissime dalle gonnelle succinte.Ma ecco, entrando nella piazza grande, mutata in improvviso anfiteatro, fummo sorpresi da una magnificenza impreveduta.I banchi orticoli, adorni di muschi o di glebe divelte ancor umide dalla terra tenace, componevano in semicerchio un bellissimo cuscino di zolle verdi, che s'interrompeva tra due pali avviluppati d'edere allo sbocco d'ogni contrada, poi saliva ad arco su la gradinata e sul terrazzo della chiesa. I fiori vi giacevano sopra, a mazzi, a ghirlande, a fasci, o disseminati, giuncando l'intero anfiteatro.[pg!134] Pareva così di entrare, per una conca verde, nel recesso di un tempio leggendario, dove i colori ed i profumi componessero insieme un'apoteosi della primavera.Un antico salice, ch'era sorto a fianco della chiesa, con le radici sotto la pietra, era naturalmente investito e soffocato quasi dai viluppi di un glicine, che, due volte abbracciandone il tronco, s'arrampicava nella foltezza dell'albero ed emergendo fin sopra la vetta, sciorinava giù per la curva dei rami le sue lunghe propaggini fiorite, spiovendo come il salice, con indolenza magnifica, sin quasi a toccare la terra. E nessuna composizione di tinte appariva così mirabile a guardarsi, come, sul verde acquatico del salice, la delicatezza di quelle fioriture turchine, simili ad un'aggregazione di piccole ali, o forse ad un alveare d'api raccolte in grappoli.Intorno tutti i colori sfoggiavano, componendo in una maraviglia unica la loro molteplice diversità . Pareva che una schiera di uomini scorazzanti avesse invasi tutti i giardini, disfatte le aiuole, vuotate le serre, depredati gli orti, mietuto nelle campagne, tagliato nelle selve, divelto dall'argine dei fiumi, nel grembo delle valli e su l'aprica montagna per raccogliere in quella piazza tutto ciò che la primavera ed il sole avevano saputo esprimere di colorito e di olezzante dalla instancabile generazione della terra.Era come un risorgere di que' giochi floreali che un lascito di cortigiana aveva elargito al popolo di Roma, nel giorno di Calendimaggio e che venivano celebrati nel più leggiadro fra gli otto circhi, al di là dalle mura, in una valletta oziosa tra il Viminale e il Colle dei Giardini. Seminude, le danzatrici s'inghirlandavano e tessevano danze dionisiache alla concorde musica dei flauti e delle arpe; le attrici simulavano drammi floreali; poi, di notte, al chiarore delle fiaccole, sovra un palco addobbato, le mime figuravano scene di sfrenata licenza, mentre dai parapetti si curvavano, accesi di voluttà negli occhi dipinti, i giovini patrizi decadenti, e saliva su le labbra delle matrone un languido sorriso d'impudicizia.Davanti alla chiesa, come in un giorno di grande sagra, [pg!135] tutta la piazza era ingombra di giuncature primaverili; fiori ed aiuole d'ogni varietà l'abbellivano e la colmavano di magnificenza.Amico ai pascoli rideva il pandicúculo cavalleresco per l'elmo ch'esso porta e per lo sprone, là dove i mirti bianchi e l'aralda porporina socchiudevano lentamente i cálici delle lor campanule stanche. Bocche di lupo e bocche di leone, prÃmule, biancospini, fior di primavera, marruche, arse dalla gran vampa, si addormentavano, sognando forse l'ombra delle lor siepi natie.Dai fiori si conosceva l'origine dell'offerta. Il boscaiolo era venuto con i mughetti, le cesarelle, i gigari, gli allori, l'abbracciabosco, i gerani di bosco e la barba di bosco; il falciatore con l'erba cipressina, l'erba di vinca, l'erba trinità ; le seminatrici coi fiordalisi, le spadacciole, i cinquefogli, e dalla montagna erano scese le pastorelle, dai paschi le pascolatrici, portando, insieme coi bucaneve solitari, le genziane di tutti i colori, le belledonne dei semplici e le araldiche insegne dei gigli fiorentini.Tutti questi fiori, e gli altri mille cui non era possibile riconoscere un nome, parevano irradiare nell'aria circostante i riflessi dei loro infiniti colori, aspirando ad essere più belli della loro bellezza ed avendo singolarmente una diversa guisa di vivere e di morire.Nel tripudio e nel sole di quella piazza invasa un'anima vasta e quasi umana pareva espandersi da quelle innumerevoli agonìe, dicendo con una suprema estasi di profumo l'ansia che i fiori avevano di suggere le linfe della terra, di accogliere più sole, più rugiada, più vento, per palpitare, per aprirsi e ridere, per generare un seme fecondo. E quel profumo, ch'era quasi una voce, quel profumo di corolle moriture, dilagava in alto per l'azzurrità immensa come una suprema invocazione alla vita, come una bella ed inutile volontà di fiorire.Anime anch'essi, avevano il loro attimo di smarrimento presagendo l'orrore del perpetuo silenzio, della irrevocabile ombra; e, forse per non conoscere quello spavento, gettavano a fiamme di colore, a turÃboli di profumo, le ultime [pg!136] giocondità vitali, e morivano sperduti nell'ebbrezza della fine, sublimando il colore come un'anima in uno sforzo eroico verso la luce.Nella chiesa lo spettacolo cresceva di bellezza. Non v'era più marmo, non v'erano più altari, nè seggi nè cori nè pulpiti nè colonne: tutto scompariva sotto un ammanto unico di fiori, lasciando solo una via diritta e sgombra che si partiva dalla soglia fino ai gradini dell'altar maggiore.Filtrava per le vaste invetriate una chiarità contemplativa nel tempio, e tra i vapori degli incensi aromatici una lama di sole fendeva obliquamente lo spazio come un'evangelica spada.La turba, genuflessa tra i fiori, elevava un sommesso mormorìo di preghiere.«Beato colui che ha l'Iddio dei Fiori in suo aiuto — la cui speranza è nell'Iddio dei Fiori.«Il suo Regno è un Regno di tutti i secoli — la sua Signoria vive per ogni età .«Deh, apri la tua mano e spanda la tua mano il seme abbondevole su la terra pingue; — e il frutto rida in allegrezza sul ramo fortificato.«Alleluia Vergine Maria! Immacolata Vergine dei Fiori!» — cantava il sacerdote officiando, mentre il chierico agitava i turiboli e la turba ripeteva «Alleluia!»Ed ecco il sacerdote, apprestandosi a compiere il rito, coglieva dalle più vicine offerte alcuni fiori e li deponeva sopra un vassoio d'argento, trattando le corolle con delicatezza, quasi fosser ostie benedette. E con un gesto abbracciando tutte le ghirlande che ammantavano la chiesa:«Ogni fiore è fiore, su questo vassoio ch'io porto!» — disse, alzando il bacile ricolmo.Allora tutti gli occhi dell'ansiosa moltitudine si rivolsero alle mani del celebratore. L'immagine della Madonna sorrideva nella nicchia inaccessibile, adorna de' suoi ori antichissimi, la veste intessuta di gemme, i polsi carichi di braccialetti, la fronte serrata in una mitria, dove all'apice splendeva un rubino di favolosa bellezza.[pg!137] Due cori di vergini biancovestite, con le braccia incrociate al seno, eran genuflesse ai fianchi dell'altare, immobili, con una rigidezza di statue.Fra i due cori una monaca penitente stava quasi bocconi sul primo gradino dell'altare, le due braccia protese innanzi, come per intercedere supremamente. Pareva morta, uccisa dal soverchio profumo.«Il fiore è simile a vanità ; i suoi giorni son come ombra che passa,» — ammoniva il sacerdote dall'alto dell'altare, fra il fumo ceruleo dell'incenso che vaporava per l'aria santificata.«Fa che i semi si diffondano al vento numerosi, i granelli dell'arena, o Maria che conosci da lungi!»E sollevava il vassoio di fiori davanti al tabernacolo scintillante.«Non abbassare i tuoi cieli; non toccare i monti perchè fumino di nubi; non avventare saette; non mandare la grandine che smiete i raccolti come una spada scellerata.»E, nella turba, le mani dei coltivatori, aduste, incallite nella fatica di guidare il vómero per il solco profondo facevano scorrere concitatamente i rosari, perchè la Vergine della primavera e dell'estate li preservasse da tanti flagelli.— «Fa che i nostri greggi moltiplichino a migliaia nelle fertili campagne.«Fa che non venga la secchezza sopra la terra e sopra i monti e sopra il frumento e sopra il mosto e sopra l'olio e sopra tutto ciò che la terra produce; e sopra gli uomini e sopra le bestie e sopra tutta la fatica delle mani.»E coloro che avevano seminato a piene ciòtole nei solchi fervidi e nei prati maggesi, coloro che avevano potate le viti, mondata la canape, veduto mignolar gli ulivi, coloro che avevano una vacca sterile, od il frutteto invaso dal mal del verde, od i prati aridi, od i virgulti restii dal germogliare, tutti coloro che vivevano la vita semplice del pascolo, della semina e della mietitura, tesero le [pg!138] braccia concordi alla soave immagine di Maria, perchè degnasse accogliere le invocazioni della sua grande georgica famiglia.Ed ecco, il sacerdote asperse tre volte i fiori con l'acqua lustrale, mentre nell'atto della benedizione tutto il popolo della gleba s'inginocchiava, e pareva che veramente qualcosa d'indefinibile, quasi una luce di redenzione, piovesse dall'alto su quelle migliaia di fronti, su quelle migliaia di anime, arse dal bisogno di credere, come un terreno asciutto à nsima nell'attesa della rugiada.Allora i due cori di vergini, sorgendo in piedi, presero a cantare. I loro polsi gracili erano allacciati da una catena di fiori nivali ed i loro occhi splendevano come nell'ebbrezza d'un'estasi religiosa.Cantavano con voci squillanti una dolcissima lenta preghiera; su le pause d'ogni salmo tutto il popolo ripeteva in coro:«Beata Vergine Maria, fate la grazia ai fiori!»Subitamente la voce dell'organo si elevò per l'ampiezza del tempio, come una preghiera sovrumana, la quale parve per un momento raccogliere in sè stessa l'adorazione di tutte le cose che riconoscevano un Dio. Modulata nel suo primo sorgere in tono fioco e lamentevole, man mano si espandeva, cresceva, dilagava per l'aria sonora, cullando tutte le tribolazioni, medicando tutte le sventure, persuadendo gli sconsolati alla speranza, i dubitosi alla fede, i poveri alla miseria del loro destino. La voce cantava sola, nel tempio solenne, piena di eloquenze mistiche, fluida e profonda, mesta e giubilante, come un alito, come un'onda, come un grido, irrompendo con tutto il fiato delle sue dieci canne, per dilagare pianamente verso le altezze immateriali della fede, verso le ineffabili armonie dei paradisi cristiani.E quando l'organo tacque, una preghiera di vergine fu cantata nel coro, da una bocca invisibile, da una voce che pareva sapesse attingere nei più profondi enigmi dell'amore, del sogno e del dolore le sue divine ispirazioni. Ed era trillante come una squilla d'oro, liquida e limpida [pg!139] più che non sia la musica di una polla d'acque scaturienti, morbida come una piuma che vola. Dopo avere distesamente spiegata la impareggiabile virtù del suo canto, dolcemente moriva in un succedersi di note vanevoli, come un'aria che scivoli tra le corde di una cetra sospesa, come una foglia che finisca di scorrere sopra l'arena, come una fontana che cessi di piovere dentro una profondità .E i fiori anch'essi morivano, bevendo l'ultima goccia di rugiada serbata nel cà lice come una perla; morivano profumando col supremo loro effluvio la imminente sera del tempio, al chiaror scialbo de' cerei, essi, che adoravano il sole.E v'era, nell'agonìa di quelle anime floreali, la tristezza inconsolabile delle cose che hanno avuta una magnificenza caduca, la disperazione delle creature che sono vissute inutilmente, senza perpetuare la vita.Una grande malinconìa ci serrò il cuore; i nostri sensi, ebbri di profumo, provarono un lento spasimo, che ci fece d'un tratto impallidir entrambi, Elena ed io, guardandoci.All'ombra di una colonna ella si strinse tutta contro di me, cercandomi nascostamente le mani. Allora, davanti ai fiori che morivano, agli incensi che fumavano, al bisbigliar delle preghiere sommesse, cauti e paurosi ci baciammo, sentendo per tutte le vene correre il brivido di quel peccato soave.[pg!140]
IVLe campane della gotica Santa Maria di Fondi squillavano a distesa per l'aria solatìa, cantando il mistico inno che celebrava la Festa dei Fiori.Fin dalle primissime ore del mattino le compagnie dei villaggi, di valle o di monte, si erano date convegno su la via di Appia, ed erano andate in gran corteggio portando i fiori all'auspice benedizione.Giungevano. Alcune vestite con abiti dalla foggia gaia, cavalcando asine impennacchiate o cavalli aquilani dalla criniera barbarica intrecciata di spighe verdi, con un mazzo di papaveri ad ogni borchia de' finimenti; altre cantavano in coro, sedendo sopra carretti fragorosi, adorni d'un drappeggio di stuoie rosse; altre compivano il viaggio a piedi, come un gregge in emigrazione, ondeggiando su gli altipiani o scomparendo nelle avvallature, e ciascuno di quella moltitudine recando i fiori del suo giardino, i boccioli delle sue pasture, i mazzi più recenti e le ghirlande più fresche della sua nativa montagna. Era un popolo che si moveva, portando in braccio gli Dei Lari della sua terra verso il Tempio georgico della originaria stirpe, compiendo con rinnovellato sfarzo di paganesimo un rito augurale della sua vita cristiana. Essi andavano a pregare per il solco della zolla generatrice, dal cui grembo scaturivano le biade fluenti, ricchezza ed allegrezza dei raccolti futuri; andavano a genuflettersi per ottenere propizia l'estate, irrigua la possa fluviale, benedetta la natività di ogni seme.Con le mani callose per la fatica dell'aratro e della [pg!131] falce portavano i mazzi come si porta un cero in processione, e le donne facevano con i grembiuli un grembo, per entro adunarvi l'offerta; ovvero, con arte quasi primordiale, avevan intrecciati que' fiori e quelle frasche in modo che si potessero appendere come doni votivi, e foggiati li avevano a somiglianza degli utensili campestri, per l'augurio della messe copiosa.Altre comitive, le più ricche, o forse i parentadi, reggevano canestri colmi di fiori coltivati, offrendo così alla Vergine primaverile una donazione più rara; i lor panieri traboccavano di ogni ricchezza profumata, sorretti per lo più da due giovanette, che in abito uguale camminavano a lato, cantando.Da un poggio eminente sopra Torre Guelfa, nella prima ora dopo il mezzodì, vedevamo ancora sopraggiungere le compagnie dei borghi alpestri, alle quali una più lunga strada ritardava il pellegrinaggio.Ora venivano, accelerando il passo, e chi era sui carri battendo i cavalli con sferze infiorate, mentre stornellavano a voce spiegata, sicchè per l'aria limpida era un gran ridere di canzoni, confuso e misurato insieme col tintinnio delle sonagliere gioconde.Alcune fanciulle reggevano le canestre sul capo, altre avevano le braccia cariche di ghirlande, altre, coronate in fronte, portavano rami d'ulivo. Un bellissimo trofeo, rosseggiante di bacche vermiglie, che al sommo aveva una grande foglia di palma distesa, era portato a spalle da quattro uomini succinti nel costume della terra d'Aquino: molte fanciulle, vestite in abito candido e guidate da una suora, camminavano dietro uno stendardo, avendo ciascuna la faccia velata e le braccia ricolme di bianchissimi fiori. Di quando in quando sopravveniva un'altra schiera e si udivano altre canzoni. Un pastore spingeva la sua pecora lanosa, che aveva tra le corna un ornamento vaghissimo di fiori montanini; la mazza del mandriano era un lungo ramo nodoso avviluppato con rosai selvatici.Così erano scesi dalla montagna, si erano mossi dalle [pg!132] rive del fiume, dalle case dei villaggi, dalle fattorie disperse nella campagna, od anche dalle più povere catapecchie, se pur davanti al limitare avevano un sol palmo di terra dal quale potesse nascere un fiore.Noi pure vi andammo, sul barroccio di Lazzaro, per assistere alla celebrazione del rito gentilissimo.La strada che seguivamo svoltava, dopo un lungo pendìo, su la via Appia; là incontrava una traccia di fiori sfogliati su le recenti orme dei pellegrinaggi, mentre ancora talune comitive dei più lontani contadi sbucavano per i sentieri della campagna volgendo gli occhi ansiosi verso la meta imminente.Fondi appariva dinanzi a noi, nel mezzo del suo «Caecubus acer» che dette i prelibati vini ai circensi ozii di Cicerone, di Attico e di Tiberio, e fin lungi mandava esultanti clamori fuor dai ruderi della cinta romana, ove un popolo rimasto fedele ai geni ed alle consuetudini della sua razza tenace rinnovava i simboli dei padri venerando la secolare divinità della Terra. E la gioia di quella turba semplice, che andava per offrire le sue ghirlande alla Cerere cristiana, si comunicava in noi, aprendo le nostre anime all'allegrezza del simbolo primaverile.Così densa era la moltitudine all'entrar del paese, che, non potendo proceder oltre, dovemmo cercare una rimessa per la cavalla di Lazzaro e procedere a piedi.La via Appia, guernita di bandiere, di palvesi, di giostre aeree, di gonfaloni e di stendardi, continuava in mezzo alle case, verso il Tempio di Santa Maria, dov'era il convegno della festa floreale. Agilissimi festoni d'edera si appendevano da un tetto all'altro, curvi nel mezzo come i tralci delle viti cariche, in guisa da comporre sopra la strada una specie di pergola trionfale, un telaio di gloriose ghirlande, in gradazione dolcissima di colori. Gualdrappe sfarzose pendevano dalle finestre, addobbavano i terrazzi ed i poggioli, cui stavano affacciate le donne procaci che amò Silvestro de' Buoni e che un tempo salirono, adorne di lunghi veli, al convento [pg!133] dei Frati Domenicani per ascoltar le prediche di San Tomaso d'Aquino.Quel giorno, esse ridevano dai poggioli, come da un «mirador» di Siviglia, pettinate alcune alla guisa castigliana, con il bianchissimo collo ignudo e carico di monili. A piene mani gettavano mazzi nella strada, poi si schermivano dietro le stuoie quando una brigata di corteggiatori le assaliva da ogni parte rispondendo alla loro provocazione.Una pioggia di fiori ci accolse al nostro passaggio. Elena, vestita di bianco, alta fra la moltitudine, attraeva lo sguardo dei lanciatori di mazzi, che da lungi la investivano vuotando a gara i canestri pieni. Per un momento la battaglia della strada si rivolse tutta contro di lei, e dovemmo sostare per ripararci da quell'accanimento. Ella rideva, un po' smarrita, serrandosi al mio braccio, fra quel giocondo piovere di ramoscelli fioriti, che oscillavano volubilmente nell'aria prima di caderle ai piedi. Poi fummo liberati per il sopraggiungere di due fanciulle, che, attraversando la strada, con una risata, distolsero da noi l'infuriare della leggiadra battaglia.Erano di ugual statura, brune ambedue di colorito e di capelli, col petto ampio e florido, la bocca invermigliata. Sui lor capelli era profusa una gran copia di petali e di foglie, come accade al passar d'autunno sotto una pergola che sfiorisce; le lor caviglie, costrette da un'allacciatura incrociata più volte, uscivano agili ed esilissime dalle gonnelle succinte.Ma ecco, entrando nella piazza grande, mutata in improvviso anfiteatro, fummo sorpresi da una magnificenza impreveduta.I banchi orticoli, adorni di muschi o di glebe divelte ancor umide dalla terra tenace, componevano in semicerchio un bellissimo cuscino di zolle verdi, che s'interrompeva tra due pali avviluppati d'edere allo sbocco d'ogni contrada, poi saliva ad arco su la gradinata e sul terrazzo della chiesa. I fiori vi giacevano sopra, a mazzi, a ghirlande, a fasci, o disseminati, giuncando l'intero anfiteatro.[pg!134] Pareva così di entrare, per una conca verde, nel recesso di un tempio leggendario, dove i colori ed i profumi componessero insieme un'apoteosi della primavera.Un antico salice, ch'era sorto a fianco della chiesa, con le radici sotto la pietra, era naturalmente investito e soffocato quasi dai viluppi di un glicine, che, due volte abbracciandone il tronco, s'arrampicava nella foltezza dell'albero ed emergendo fin sopra la vetta, sciorinava giù per la curva dei rami le sue lunghe propaggini fiorite, spiovendo come il salice, con indolenza magnifica, sin quasi a toccare la terra. E nessuna composizione di tinte appariva così mirabile a guardarsi, come, sul verde acquatico del salice, la delicatezza di quelle fioriture turchine, simili ad un'aggregazione di piccole ali, o forse ad un alveare d'api raccolte in grappoli.Intorno tutti i colori sfoggiavano, componendo in una maraviglia unica la loro molteplice diversità . Pareva che una schiera di uomini scorazzanti avesse invasi tutti i giardini, disfatte le aiuole, vuotate le serre, depredati gli orti, mietuto nelle campagne, tagliato nelle selve, divelto dall'argine dei fiumi, nel grembo delle valli e su l'aprica montagna per raccogliere in quella piazza tutto ciò che la primavera ed il sole avevano saputo esprimere di colorito e di olezzante dalla instancabile generazione della terra.Era come un risorgere di que' giochi floreali che un lascito di cortigiana aveva elargito al popolo di Roma, nel giorno di Calendimaggio e che venivano celebrati nel più leggiadro fra gli otto circhi, al di là dalle mura, in una valletta oziosa tra il Viminale e il Colle dei Giardini. Seminude, le danzatrici s'inghirlandavano e tessevano danze dionisiache alla concorde musica dei flauti e delle arpe; le attrici simulavano drammi floreali; poi, di notte, al chiarore delle fiaccole, sovra un palco addobbato, le mime figuravano scene di sfrenata licenza, mentre dai parapetti si curvavano, accesi di voluttà negli occhi dipinti, i giovini patrizi decadenti, e saliva su le labbra delle matrone un languido sorriso d'impudicizia.Davanti alla chiesa, come in un giorno di grande sagra, [pg!135] tutta la piazza era ingombra di giuncature primaverili; fiori ed aiuole d'ogni varietà l'abbellivano e la colmavano di magnificenza.Amico ai pascoli rideva il pandicúculo cavalleresco per l'elmo ch'esso porta e per lo sprone, là dove i mirti bianchi e l'aralda porporina socchiudevano lentamente i cálici delle lor campanule stanche. Bocche di lupo e bocche di leone, prÃmule, biancospini, fior di primavera, marruche, arse dalla gran vampa, si addormentavano, sognando forse l'ombra delle lor siepi natie.Dai fiori si conosceva l'origine dell'offerta. Il boscaiolo era venuto con i mughetti, le cesarelle, i gigari, gli allori, l'abbracciabosco, i gerani di bosco e la barba di bosco; il falciatore con l'erba cipressina, l'erba di vinca, l'erba trinità ; le seminatrici coi fiordalisi, le spadacciole, i cinquefogli, e dalla montagna erano scese le pastorelle, dai paschi le pascolatrici, portando, insieme coi bucaneve solitari, le genziane di tutti i colori, le belledonne dei semplici e le araldiche insegne dei gigli fiorentini.Tutti questi fiori, e gli altri mille cui non era possibile riconoscere un nome, parevano irradiare nell'aria circostante i riflessi dei loro infiniti colori, aspirando ad essere più belli della loro bellezza ed avendo singolarmente una diversa guisa di vivere e di morire.Nel tripudio e nel sole di quella piazza invasa un'anima vasta e quasi umana pareva espandersi da quelle innumerevoli agonìe, dicendo con una suprema estasi di profumo l'ansia che i fiori avevano di suggere le linfe della terra, di accogliere più sole, più rugiada, più vento, per palpitare, per aprirsi e ridere, per generare un seme fecondo. E quel profumo, ch'era quasi una voce, quel profumo di corolle moriture, dilagava in alto per l'azzurrità immensa come una suprema invocazione alla vita, come una bella ed inutile volontà di fiorire.Anime anch'essi, avevano il loro attimo di smarrimento presagendo l'orrore del perpetuo silenzio, della irrevocabile ombra; e, forse per non conoscere quello spavento, gettavano a fiamme di colore, a turÃboli di profumo, le ultime [pg!136] giocondità vitali, e morivano sperduti nell'ebbrezza della fine, sublimando il colore come un'anima in uno sforzo eroico verso la luce.Nella chiesa lo spettacolo cresceva di bellezza. Non v'era più marmo, non v'erano più altari, nè seggi nè cori nè pulpiti nè colonne: tutto scompariva sotto un ammanto unico di fiori, lasciando solo una via diritta e sgombra che si partiva dalla soglia fino ai gradini dell'altar maggiore.Filtrava per le vaste invetriate una chiarità contemplativa nel tempio, e tra i vapori degli incensi aromatici una lama di sole fendeva obliquamente lo spazio come un'evangelica spada.La turba, genuflessa tra i fiori, elevava un sommesso mormorìo di preghiere.«Beato colui che ha l'Iddio dei Fiori in suo aiuto — la cui speranza è nell'Iddio dei Fiori.«Il suo Regno è un Regno di tutti i secoli — la sua Signoria vive per ogni età .«Deh, apri la tua mano e spanda la tua mano il seme abbondevole su la terra pingue; — e il frutto rida in allegrezza sul ramo fortificato.«Alleluia Vergine Maria! Immacolata Vergine dei Fiori!» — cantava il sacerdote officiando, mentre il chierico agitava i turiboli e la turba ripeteva «Alleluia!»Ed ecco il sacerdote, apprestandosi a compiere il rito, coglieva dalle più vicine offerte alcuni fiori e li deponeva sopra un vassoio d'argento, trattando le corolle con delicatezza, quasi fosser ostie benedette. E con un gesto abbracciando tutte le ghirlande che ammantavano la chiesa:«Ogni fiore è fiore, su questo vassoio ch'io porto!» — disse, alzando il bacile ricolmo.Allora tutti gli occhi dell'ansiosa moltitudine si rivolsero alle mani del celebratore. L'immagine della Madonna sorrideva nella nicchia inaccessibile, adorna de' suoi ori antichissimi, la veste intessuta di gemme, i polsi carichi di braccialetti, la fronte serrata in una mitria, dove all'apice splendeva un rubino di favolosa bellezza.[pg!137] Due cori di vergini biancovestite, con le braccia incrociate al seno, eran genuflesse ai fianchi dell'altare, immobili, con una rigidezza di statue.Fra i due cori una monaca penitente stava quasi bocconi sul primo gradino dell'altare, le due braccia protese innanzi, come per intercedere supremamente. Pareva morta, uccisa dal soverchio profumo.«Il fiore è simile a vanità ; i suoi giorni son come ombra che passa,» — ammoniva il sacerdote dall'alto dell'altare, fra il fumo ceruleo dell'incenso che vaporava per l'aria santificata.«Fa che i semi si diffondano al vento numerosi, i granelli dell'arena, o Maria che conosci da lungi!»E sollevava il vassoio di fiori davanti al tabernacolo scintillante.«Non abbassare i tuoi cieli; non toccare i monti perchè fumino di nubi; non avventare saette; non mandare la grandine che smiete i raccolti come una spada scellerata.»E, nella turba, le mani dei coltivatori, aduste, incallite nella fatica di guidare il vómero per il solco profondo facevano scorrere concitatamente i rosari, perchè la Vergine della primavera e dell'estate li preservasse da tanti flagelli.— «Fa che i nostri greggi moltiplichino a migliaia nelle fertili campagne.«Fa che non venga la secchezza sopra la terra e sopra i monti e sopra il frumento e sopra il mosto e sopra l'olio e sopra tutto ciò che la terra produce; e sopra gli uomini e sopra le bestie e sopra tutta la fatica delle mani.»E coloro che avevano seminato a piene ciòtole nei solchi fervidi e nei prati maggesi, coloro che avevano potate le viti, mondata la canape, veduto mignolar gli ulivi, coloro che avevano una vacca sterile, od il frutteto invaso dal mal del verde, od i prati aridi, od i virgulti restii dal germogliare, tutti coloro che vivevano la vita semplice del pascolo, della semina e della mietitura, tesero le [pg!138] braccia concordi alla soave immagine di Maria, perchè degnasse accogliere le invocazioni della sua grande georgica famiglia.Ed ecco, il sacerdote asperse tre volte i fiori con l'acqua lustrale, mentre nell'atto della benedizione tutto il popolo della gleba s'inginocchiava, e pareva che veramente qualcosa d'indefinibile, quasi una luce di redenzione, piovesse dall'alto su quelle migliaia di fronti, su quelle migliaia di anime, arse dal bisogno di credere, come un terreno asciutto à nsima nell'attesa della rugiada.Allora i due cori di vergini, sorgendo in piedi, presero a cantare. I loro polsi gracili erano allacciati da una catena di fiori nivali ed i loro occhi splendevano come nell'ebbrezza d'un'estasi religiosa.Cantavano con voci squillanti una dolcissima lenta preghiera; su le pause d'ogni salmo tutto il popolo ripeteva in coro:«Beata Vergine Maria, fate la grazia ai fiori!»Subitamente la voce dell'organo si elevò per l'ampiezza del tempio, come una preghiera sovrumana, la quale parve per un momento raccogliere in sè stessa l'adorazione di tutte le cose che riconoscevano un Dio. Modulata nel suo primo sorgere in tono fioco e lamentevole, man mano si espandeva, cresceva, dilagava per l'aria sonora, cullando tutte le tribolazioni, medicando tutte le sventure, persuadendo gli sconsolati alla speranza, i dubitosi alla fede, i poveri alla miseria del loro destino. La voce cantava sola, nel tempio solenne, piena di eloquenze mistiche, fluida e profonda, mesta e giubilante, come un alito, come un'onda, come un grido, irrompendo con tutto il fiato delle sue dieci canne, per dilagare pianamente verso le altezze immateriali della fede, verso le ineffabili armonie dei paradisi cristiani.E quando l'organo tacque, una preghiera di vergine fu cantata nel coro, da una bocca invisibile, da una voce che pareva sapesse attingere nei più profondi enigmi dell'amore, del sogno e del dolore le sue divine ispirazioni. Ed era trillante come una squilla d'oro, liquida e limpida [pg!139] più che non sia la musica di una polla d'acque scaturienti, morbida come una piuma che vola. Dopo avere distesamente spiegata la impareggiabile virtù del suo canto, dolcemente moriva in un succedersi di note vanevoli, come un'aria che scivoli tra le corde di una cetra sospesa, come una foglia che finisca di scorrere sopra l'arena, come una fontana che cessi di piovere dentro una profondità .E i fiori anch'essi morivano, bevendo l'ultima goccia di rugiada serbata nel cà lice come una perla; morivano profumando col supremo loro effluvio la imminente sera del tempio, al chiaror scialbo de' cerei, essi, che adoravano il sole.E v'era, nell'agonìa di quelle anime floreali, la tristezza inconsolabile delle cose che hanno avuta una magnificenza caduca, la disperazione delle creature che sono vissute inutilmente, senza perpetuare la vita.Una grande malinconìa ci serrò il cuore; i nostri sensi, ebbri di profumo, provarono un lento spasimo, che ci fece d'un tratto impallidir entrambi, Elena ed io, guardandoci.All'ombra di una colonna ella si strinse tutta contro di me, cercandomi nascostamente le mani. Allora, davanti ai fiori che morivano, agli incensi che fumavano, al bisbigliar delle preghiere sommesse, cauti e paurosi ci baciammo, sentendo per tutte le vene correre il brivido di quel peccato soave.[pg!140]
Le campane della gotica Santa Maria di Fondi squillavano a distesa per l'aria solatìa, cantando il mistico inno che celebrava la Festa dei Fiori.
Fin dalle primissime ore del mattino le compagnie dei villaggi, di valle o di monte, si erano date convegno su la via di Appia, ed erano andate in gran corteggio portando i fiori all'auspice benedizione.
Giungevano. Alcune vestite con abiti dalla foggia gaia, cavalcando asine impennacchiate o cavalli aquilani dalla criniera barbarica intrecciata di spighe verdi, con un mazzo di papaveri ad ogni borchia de' finimenti; altre cantavano in coro, sedendo sopra carretti fragorosi, adorni d'un drappeggio di stuoie rosse; altre compivano il viaggio a piedi, come un gregge in emigrazione, ondeggiando su gli altipiani o scomparendo nelle avvallature, e ciascuno di quella moltitudine recando i fiori del suo giardino, i boccioli delle sue pasture, i mazzi più recenti e le ghirlande più fresche della sua nativa montagna. Era un popolo che si moveva, portando in braccio gli Dei Lari della sua terra verso il Tempio georgico della originaria stirpe, compiendo con rinnovellato sfarzo di paganesimo un rito augurale della sua vita cristiana. Essi andavano a pregare per il solco della zolla generatrice, dal cui grembo scaturivano le biade fluenti, ricchezza ed allegrezza dei raccolti futuri; andavano a genuflettersi per ottenere propizia l'estate, irrigua la possa fluviale, benedetta la natività di ogni seme.
Con le mani callose per la fatica dell'aratro e della [pg!131] falce portavano i mazzi come si porta un cero in processione, e le donne facevano con i grembiuli un grembo, per entro adunarvi l'offerta; ovvero, con arte quasi primordiale, avevan intrecciati que' fiori e quelle frasche in modo che si potessero appendere come doni votivi, e foggiati li avevano a somiglianza degli utensili campestri, per l'augurio della messe copiosa.
Altre comitive, le più ricche, o forse i parentadi, reggevano canestri colmi di fiori coltivati, offrendo così alla Vergine primaverile una donazione più rara; i lor panieri traboccavano di ogni ricchezza profumata, sorretti per lo più da due giovanette, che in abito uguale camminavano a lato, cantando.
Da un poggio eminente sopra Torre Guelfa, nella prima ora dopo il mezzodì, vedevamo ancora sopraggiungere le compagnie dei borghi alpestri, alle quali una più lunga strada ritardava il pellegrinaggio.
Ora venivano, accelerando il passo, e chi era sui carri battendo i cavalli con sferze infiorate, mentre stornellavano a voce spiegata, sicchè per l'aria limpida era un gran ridere di canzoni, confuso e misurato insieme col tintinnio delle sonagliere gioconde.
Alcune fanciulle reggevano le canestre sul capo, altre avevano le braccia cariche di ghirlande, altre, coronate in fronte, portavano rami d'ulivo. Un bellissimo trofeo, rosseggiante di bacche vermiglie, che al sommo aveva una grande foglia di palma distesa, era portato a spalle da quattro uomini succinti nel costume della terra d'Aquino: molte fanciulle, vestite in abito candido e guidate da una suora, camminavano dietro uno stendardo, avendo ciascuna la faccia velata e le braccia ricolme di bianchissimi fiori. Di quando in quando sopravveniva un'altra schiera e si udivano altre canzoni. Un pastore spingeva la sua pecora lanosa, che aveva tra le corna un ornamento vaghissimo di fiori montanini; la mazza del mandriano era un lungo ramo nodoso avviluppato con rosai selvatici.
Così erano scesi dalla montagna, si erano mossi dalle [pg!132] rive del fiume, dalle case dei villaggi, dalle fattorie disperse nella campagna, od anche dalle più povere catapecchie, se pur davanti al limitare avevano un sol palmo di terra dal quale potesse nascere un fiore.
Noi pure vi andammo, sul barroccio di Lazzaro, per assistere alla celebrazione del rito gentilissimo.
La strada che seguivamo svoltava, dopo un lungo pendìo, su la via Appia; là incontrava una traccia di fiori sfogliati su le recenti orme dei pellegrinaggi, mentre ancora talune comitive dei più lontani contadi sbucavano per i sentieri della campagna volgendo gli occhi ansiosi verso la meta imminente.
Fondi appariva dinanzi a noi, nel mezzo del suo «Caecubus acer» che dette i prelibati vini ai circensi ozii di Cicerone, di Attico e di Tiberio, e fin lungi mandava esultanti clamori fuor dai ruderi della cinta romana, ove un popolo rimasto fedele ai geni ed alle consuetudini della sua razza tenace rinnovava i simboli dei padri venerando la secolare divinità della Terra. E la gioia di quella turba semplice, che andava per offrire le sue ghirlande alla Cerere cristiana, si comunicava in noi, aprendo le nostre anime all'allegrezza del simbolo primaverile.
Così densa era la moltitudine all'entrar del paese, che, non potendo proceder oltre, dovemmo cercare una rimessa per la cavalla di Lazzaro e procedere a piedi.
La via Appia, guernita di bandiere, di palvesi, di giostre aeree, di gonfaloni e di stendardi, continuava in mezzo alle case, verso il Tempio di Santa Maria, dov'era il convegno della festa floreale. Agilissimi festoni d'edera si appendevano da un tetto all'altro, curvi nel mezzo come i tralci delle viti cariche, in guisa da comporre sopra la strada una specie di pergola trionfale, un telaio di gloriose ghirlande, in gradazione dolcissima di colori. Gualdrappe sfarzose pendevano dalle finestre, addobbavano i terrazzi ed i poggioli, cui stavano affacciate le donne procaci che amò Silvestro de' Buoni e che un tempo salirono, adorne di lunghi veli, al convento [pg!133] dei Frati Domenicani per ascoltar le prediche di San Tomaso d'Aquino.
Quel giorno, esse ridevano dai poggioli, come da un «mirador» di Siviglia, pettinate alcune alla guisa castigliana, con il bianchissimo collo ignudo e carico di monili. A piene mani gettavano mazzi nella strada, poi si schermivano dietro le stuoie quando una brigata di corteggiatori le assaliva da ogni parte rispondendo alla loro provocazione.
Una pioggia di fiori ci accolse al nostro passaggio. Elena, vestita di bianco, alta fra la moltitudine, attraeva lo sguardo dei lanciatori di mazzi, che da lungi la investivano vuotando a gara i canestri pieni. Per un momento la battaglia della strada si rivolse tutta contro di lei, e dovemmo sostare per ripararci da quell'accanimento. Ella rideva, un po' smarrita, serrandosi al mio braccio, fra quel giocondo piovere di ramoscelli fioriti, che oscillavano volubilmente nell'aria prima di caderle ai piedi. Poi fummo liberati per il sopraggiungere di due fanciulle, che, attraversando la strada, con una risata, distolsero da noi l'infuriare della leggiadra battaglia.
Erano di ugual statura, brune ambedue di colorito e di capelli, col petto ampio e florido, la bocca invermigliata. Sui lor capelli era profusa una gran copia di petali e di foglie, come accade al passar d'autunno sotto una pergola che sfiorisce; le lor caviglie, costrette da un'allacciatura incrociata più volte, uscivano agili ed esilissime dalle gonnelle succinte.
Ma ecco, entrando nella piazza grande, mutata in improvviso anfiteatro, fummo sorpresi da una magnificenza impreveduta.
I banchi orticoli, adorni di muschi o di glebe divelte ancor umide dalla terra tenace, componevano in semicerchio un bellissimo cuscino di zolle verdi, che s'interrompeva tra due pali avviluppati d'edere allo sbocco d'ogni contrada, poi saliva ad arco su la gradinata e sul terrazzo della chiesa. I fiori vi giacevano sopra, a mazzi, a ghirlande, a fasci, o disseminati, giuncando l'intero anfiteatro.
[pg!134] Pareva così di entrare, per una conca verde, nel recesso di un tempio leggendario, dove i colori ed i profumi componessero insieme un'apoteosi della primavera.
Un antico salice, ch'era sorto a fianco della chiesa, con le radici sotto la pietra, era naturalmente investito e soffocato quasi dai viluppi di un glicine, che, due volte abbracciandone il tronco, s'arrampicava nella foltezza dell'albero ed emergendo fin sopra la vetta, sciorinava giù per la curva dei rami le sue lunghe propaggini fiorite, spiovendo come il salice, con indolenza magnifica, sin quasi a toccare la terra. E nessuna composizione di tinte appariva così mirabile a guardarsi, come, sul verde acquatico del salice, la delicatezza di quelle fioriture turchine, simili ad un'aggregazione di piccole ali, o forse ad un alveare d'api raccolte in grappoli.
Intorno tutti i colori sfoggiavano, componendo in una maraviglia unica la loro molteplice diversità . Pareva che una schiera di uomini scorazzanti avesse invasi tutti i giardini, disfatte le aiuole, vuotate le serre, depredati gli orti, mietuto nelle campagne, tagliato nelle selve, divelto dall'argine dei fiumi, nel grembo delle valli e su l'aprica montagna per raccogliere in quella piazza tutto ciò che la primavera ed il sole avevano saputo esprimere di colorito e di olezzante dalla instancabile generazione della terra.
Era come un risorgere di que' giochi floreali che un lascito di cortigiana aveva elargito al popolo di Roma, nel giorno di Calendimaggio e che venivano celebrati nel più leggiadro fra gli otto circhi, al di là dalle mura, in una valletta oziosa tra il Viminale e il Colle dei Giardini. Seminude, le danzatrici s'inghirlandavano e tessevano danze dionisiache alla concorde musica dei flauti e delle arpe; le attrici simulavano drammi floreali; poi, di notte, al chiarore delle fiaccole, sovra un palco addobbato, le mime figuravano scene di sfrenata licenza, mentre dai parapetti si curvavano, accesi di voluttà negli occhi dipinti, i giovini patrizi decadenti, e saliva su le labbra delle matrone un languido sorriso d'impudicizia.
Davanti alla chiesa, come in un giorno di grande sagra, [pg!135] tutta la piazza era ingombra di giuncature primaverili; fiori ed aiuole d'ogni varietà l'abbellivano e la colmavano di magnificenza.
Amico ai pascoli rideva il pandicúculo cavalleresco per l'elmo ch'esso porta e per lo sprone, là dove i mirti bianchi e l'aralda porporina socchiudevano lentamente i cálici delle lor campanule stanche. Bocche di lupo e bocche di leone, prÃmule, biancospini, fior di primavera, marruche, arse dalla gran vampa, si addormentavano, sognando forse l'ombra delle lor siepi natie.
Dai fiori si conosceva l'origine dell'offerta. Il boscaiolo era venuto con i mughetti, le cesarelle, i gigari, gli allori, l'abbracciabosco, i gerani di bosco e la barba di bosco; il falciatore con l'erba cipressina, l'erba di vinca, l'erba trinità ; le seminatrici coi fiordalisi, le spadacciole, i cinquefogli, e dalla montagna erano scese le pastorelle, dai paschi le pascolatrici, portando, insieme coi bucaneve solitari, le genziane di tutti i colori, le belledonne dei semplici e le araldiche insegne dei gigli fiorentini.
Tutti questi fiori, e gli altri mille cui non era possibile riconoscere un nome, parevano irradiare nell'aria circostante i riflessi dei loro infiniti colori, aspirando ad essere più belli della loro bellezza ed avendo singolarmente una diversa guisa di vivere e di morire.
Nel tripudio e nel sole di quella piazza invasa un'anima vasta e quasi umana pareva espandersi da quelle innumerevoli agonìe, dicendo con una suprema estasi di profumo l'ansia che i fiori avevano di suggere le linfe della terra, di accogliere più sole, più rugiada, più vento, per palpitare, per aprirsi e ridere, per generare un seme fecondo. E quel profumo, ch'era quasi una voce, quel profumo di corolle moriture, dilagava in alto per l'azzurrità immensa come una suprema invocazione alla vita, come una bella ed inutile volontà di fiorire.
Anime anch'essi, avevano il loro attimo di smarrimento presagendo l'orrore del perpetuo silenzio, della irrevocabile ombra; e, forse per non conoscere quello spavento, gettavano a fiamme di colore, a turÃboli di profumo, le ultime [pg!136] giocondità vitali, e morivano sperduti nell'ebbrezza della fine, sublimando il colore come un'anima in uno sforzo eroico verso la luce.
Nella chiesa lo spettacolo cresceva di bellezza. Non v'era più marmo, non v'erano più altari, nè seggi nè cori nè pulpiti nè colonne: tutto scompariva sotto un ammanto unico di fiori, lasciando solo una via diritta e sgombra che si partiva dalla soglia fino ai gradini dell'altar maggiore.
Filtrava per le vaste invetriate una chiarità contemplativa nel tempio, e tra i vapori degli incensi aromatici una lama di sole fendeva obliquamente lo spazio come un'evangelica spada.
La turba, genuflessa tra i fiori, elevava un sommesso mormorìo di preghiere.
«Beato colui che ha l'Iddio dei Fiori in suo aiuto — la cui speranza è nell'Iddio dei Fiori.
«Il suo Regno è un Regno di tutti i secoli — la sua Signoria vive per ogni età .
«Deh, apri la tua mano e spanda la tua mano il seme abbondevole su la terra pingue; — e il frutto rida in allegrezza sul ramo fortificato.
«Alleluia Vergine Maria! Immacolata Vergine dei Fiori!» — cantava il sacerdote officiando, mentre il chierico agitava i turiboli e la turba ripeteva «Alleluia!»
Ed ecco il sacerdote, apprestandosi a compiere il rito, coglieva dalle più vicine offerte alcuni fiori e li deponeva sopra un vassoio d'argento, trattando le corolle con delicatezza, quasi fosser ostie benedette. E con un gesto abbracciando tutte le ghirlande che ammantavano la chiesa:
«Ogni fiore è fiore, su questo vassoio ch'io porto!» — disse, alzando il bacile ricolmo.
Allora tutti gli occhi dell'ansiosa moltitudine si rivolsero alle mani del celebratore. L'immagine della Madonna sorrideva nella nicchia inaccessibile, adorna de' suoi ori antichissimi, la veste intessuta di gemme, i polsi carichi di braccialetti, la fronte serrata in una mitria, dove all'apice splendeva un rubino di favolosa bellezza.
[pg!137] Due cori di vergini biancovestite, con le braccia incrociate al seno, eran genuflesse ai fianchi dell'altare, immobili, con una rigidezza di statue.
Fra i due cori una monaca penitente stava quasi bocconi sul primo gradino dell'altare, le due braccia protese innanzi, come per intercedere supremamente. Pareva morta, uccisa dal soverchio profumo.
«Il fiore è simile a vanità ; i suoi giorni son come ombra che passa,» — ammoniva il sacerdote dall'alto dell'altare, fra il fumo ceruleo dell'incenso che vaporava per l'aria santificata.
«Fa che i semi si diffondano al vento numerosi, i granelli dell'arena, o Maria che conosci da lungi!»
E sollevava il vassoio di fiori davanti al tabernacolo scintillante.
«Non abbassare i tuoi cieli; non toccare i monti perchè fumino di nubi; non avventare saette; non mandare la grandine che smiete i raccolti come una spada scellerata.»
E, nella turba, le mani dei coltivatori, aduste, incallite nella fatica di guidare il vómero per il solco profondo facevano scorrere concitatamente i rosari, perchè la Vergine della primavera e dell'estate li preservasse da tanti flagelli.
— «Fa che i nostri greggi moltiplichino a migliaia nelle fertili campagne.
«Fa che non venga la secchezza sopra la terra e sopra i monti e sopra il frumento e sopra il mosto e sopra l'olio e sopra tutto ciò che la terra produce; e sopra gli uomini e sopra le bestie e sopra tutta la fatica delle mani.»
E coloro che avevano seminato a piene ciòtole nei solchi fervidi e nei prati maggesi, coloro che avevano potate le viti, mondata la canape, veduto mignolar gli ulivi, coloro che avevano una vacca sterile, od il frutteto invaso dal mal del verde, od i prati aridi, od i virgulti restii dal germogliare, tutti coloro che vivevano la vita semplice del pascolo, della semina e della mietitura, tesero le [pg!138] braccia concordi alla soave immagine di Maria, perchè degnasse accogliere le invocazioni della sua grande georgica famiglia.
Ed ecco, il sacerdote asperse tre volte i fiori con l'acqua lustrale, mentre nell'atto della benedizione tutto il popolo della gleba s'inginocchiava, e pareva che veramente qualcosa d'indefinibile, quasi una luce di redenzione, piovesse dall'alto su quelle migliaia di fronti, su quelle migliaia di anime, arse dal bisogno di credere, come un terreno asciutto à nsima nell'attesa della rugiada.
Allora i due cori di vergini, sorgendo in piedi, presero a cantare. I loro polsi gracili erano allacciati da una catena di fiori nivali ed i loro occhi splendevano come nell'ebbrezza d'un'estasi religiosa.
Cantavano con voci squillanti una dolcissima lenta preghiera; su le pause d'ogni salmo tutto il popolo ripeteva in coro:
«Beata Vergine Maria, fate la grazia ai fiori!»
Subitamente la voce dell'organo si elevò per l'ampiezza del tempio, come una preghiera sovrumana, la quale parve per un momento raccogliere in sè stessa l'adorazione di tutte le cose che riconoscevano un Dio. Modulata nel suo primo sorgere in tono fioco e lamentevole, man mano si espandeva, cresceva, dilagava per l'aria sonora, cullando tutte le tribolazioni, medicando tutte le sventure, persuadendo gli sconsolati alla speranza, i dubitosi alla fede, i poveri alla miseria del loro destino. La voce cantava sola, nel tempio solenne, piena di eloquenze mistiche, fluida e profonda, mesta e giubilante, come un alito, come un'onda, come un grido, irrompendo con tutto il fiato delle sue dieci canne, per dilagare pianamente verso le altezze immateriali della fede, verso le ineffabili armonie dei paradisi cristiani.
E quando l'organo tacque, una preghiera di vergine fu cantata nel coro, da una bocca invisibile, da una voce che pareva sapesse attingere nei più profondi enigmi dell'amore, del sogno e del dolore le sue divine ispirazioni. Ed era trillante come una squilla d'oro, liquida e limpida [pg!139] più che non sia la musica di una polla d'acque scaturienti, morbida come una piuma che vola. Dopo avere distesamente spiegata la impareggiabile virtù del suo canto, dolcemente moriva in un succedersi di note vanevoli, come un'aria che scivoli tra le corde di una cetra sospesa, come una foglia che finisca di scorrere sopra l'arena, come una fontana che cessi di piovere dentro una profondità .
E i fiori anch'essi morivano, bevendo l'ultima goccia di rugiada serbata nel cà lice come una perla; morivano profumando col supremo loro effluvio la imminente sera del tempio, al chiaror scialbo de' cerei, essi, che adoravano il sole.
E v'era, nell'agonìa di quelle anime floreali, la tristezza inconsolabile delle cose che hanno avuta una magnificenza caduca, la disperazione delle creature che sono vissute inutilmente, senza perpetuare la vita.
Una grande malinconìa ci serrò il cuore; i nostri sensi, ebbri di profumo, provarono un lento spasimo, che ci fece d'un tratto impallidir entrambi, Elena ed io, guardandoci.
All'ombra di una colonna ella si strinse tutta contro di me, cercandomi nascostamente le mani. Allora, davanti ai fiori che morivano, agli incensi che fumavano, al bisbigliar delle preghiere sommesse, cauti e paurosi ci baciammo, sentendo per tutte le vene correre il brivido di quel peccato soave.
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