I

IIl treno che mi portò verso Roma, quasi mi diede l'impressione di farmi percorrere una terra sconosciuta.Trasognato guardavo. E le strade bianche dall'Appennino selvoso mi parevano strade ignote, ignote le città biancheggianti tra i primi chiarori dell'alba, e la malsana Maremma e le fuggenti, popolose di bufali, praterie della Campagna. Nell'aurora, mentre la primavera laziale metteva sopra tutte le cose un colore indefinibile di eternità, lontana e raggiante Roma mi apparve, Roma dalle cento basiliche, simile a una grande isola, tutta bianca di palazzi, che stupendamente apparisse fuor da un oceano di vapori.Quando vi giunsi, eran le undici del mattino; l'aria limpida balenava nella Fontana di Termini.Oh, viaggio indimenticabile, dovess'io vivere mill'anni!Scesi. I miei passi erano grevi come se nelle vene mi pesasse l'inerzia d'una estenuante fatica; dentro il cervello stordito continuava il rombar del treno come un'eco dolorosa. Una stupefazione grande attutiva in me l'acutezza della mia pena e fui come lo straniero che dopo anni di pellegrinaggio, faccia ritorno alla sua casa natale, ma più s'inoltri e più tema, davanti al pensiero di trovarla deserta.Mi sorprese il linguaggio che la gente parlava, mi sorpresero i lor gesti e l'aspetto delle contrade note.Ritornavo, ma non ero più che l'ombra di me stesso: anzi un estraneo solamente, un triste caduto; ritornavo con l'anima inerte, fasciata in un immenso dolore. Nella città ch'era stata mia, or m'attendevano sguardi curiosi [pg!286] e cuori chiusi, nella città stessa ove il mio fasto mi aveva data una effimera gloria e la mia vita era stata un esempio per molti.Non avevo avvertito alcuno del mio giungere, neanche Fabio perchè un poco di solitudine mi sarebbe stata necessaria in quel primo ritorno. A Ludovico, il mio domestico, non avevo potuto scrivere, ignorando se avesse preso in quel frattempo un altro servizio; e così dovetti scendere all'albergo. Le vetture da forestieri attendevano allineate; mentre ne scorrevo le insegne, un conduttore mi si avvicinò, salutandomi garbatamente:— Ben tornato, signor conte. Mancava già da un pezzo!Sul berretto, a cifre d'oro, portava il nome dell'albergo nel quale aveva dimorato Elena durante il suo soggiorno a Roma.— Oh, siete voi? — feci con una commozione subitanea. E mi parve di ritrovare un amico.— La signora non è tornata con lei? — mi domandò egli con premura.— No, per ora no. Prendete la mia borsa e chiamatemi una vettura.Le strade formicolavano di gente chiassosa, inoperosa. Guardavo intorno con una curiosità stanca, rievocando memorie lontane, pensando alle partenze ed ai ritorni che si fanno nella vita, pensando all'amore che si dimentica per via, alla ricchezza che passa, all'invidia che segue da presso quando si domina, ed allo scherno che assale da ogni parte allorchè si precipita... Oh, commedie della vita... decadenza, imbecillità!Giunto all'albergo scrissi tosto un biglietto al portinaio di casa mia, perchè facesse ricerche di Ludovico e, se fosse ancor libero, lo mandasse da me. Lo pregavo insieme di farmi avere sollecitamente ogni lettera, man mano giungesse. Indi salii nella mia camera e mi coricai.Un sonno pesante, uno di que' sonni esausti che seguono da presso le grandi sciagure, mi dette per qualche ora l'oblio.Pranzai all'albergo; la sera volli uscire in cerca del [pg!287] Capuano, ma il mio cuore talmente si strinse non appena fui nella strada, che tornai sùbito indietro, mi chiusi nella camera e scrissi ad Elena.Rivedevo lei, nella nostra casa, nel suo letto insonne, al buio, che volgeva gli occhi asciutti verso l'uscio della mia camera vuota. E immaginavo di entrare piano piano, di sedermi su la sponda del suo letto, e prenderla fra le braccia per non lasciarla mai più. Adesso mi ricordavo e bene sapevo intendere tutto quanto mi era sembrato incomprensibile nell'anima sua. Era una creatura dolce, paurosa di amare, nascosta dietro un'apparenza d'insensibilità.La vita le aveva insegnato a celarsi, ma il suo cuore fioriva come una pianta odorosa, che sveli con la sua fragranza il nascondiglio. Nell'amore la sua gran dolcezza era il silenzio.C'erano in lei due diverse anime, che a volta a volta la facevano apparire buona e crudele, sincera e mendace, amorosa e fredda, forte e lieve. La sua bellezza non era tutta in lei, ma le viveva intorno come una immateriale presenza; e le cose che le appartenevano, i luoghi per dov'era passata, i pensieri che faceva nascere, le parole che aveva dette, rimanevano belle. Nella mia vita randagia, fra i sentimenti e le cose, avevo trovato infine un essere d'elezione, ma senza imparare a conoscerlo se non nell'ora dell'abbandono. Perenne tormento, perenne inutilità del mio cuore!Mi sentii malato; una voglia sterile di baci tormentò le mie labbra desiderose; e nell'età virile, quando già si comincia ad inaridire, sentii che la vita in me tornava, che tornava l'amore, come una chiara fontana dissuggellatasi all'improvviso.Ero vissuto sprecando i giorni migliori, d'ogni cosa trastullandomi con una virtuosità senza pari; m'ero sentito forte come pochi, giovine come pochi e temerario contro la sorte; non avevo creduto possibile che un amore, una donna, fermassero a mezzo il cammino questa inebbriante mia fuga.[pg!288] Di fatti ancora ne dubitavo. C'era nel più profondo dell'essere mio, come ai confini d'un lago burrascoso, un tratto di palude morta, ove tutte le ondate più alte andavano a finire senza urto, senza rumore, imputridendo fra melmosi canneti. Là dentro affogava continuamente quella parte di me stesso che pur sentiva il coraggio di vivere nella bufera; là dentro c'erano i dubbi, la perplessità, l'indifferenza, e quel senso dell'inutile universale, dell'ateismo infinito, che su tutto gravava come un cielo basso e plumbeo. Maremma dell'anima, questa parte di me stesso aveva continuamente soffocato la mia volontà, sopraffatto in me i sogni, le speranze, i sentimenti, e mi pareva incredibile che l'amore d'una donna sapesse infine vincere questo mio cuore in cui tutto inaridiva. Mi rammentai la frase che avevo scritta nel libro d'ore della dama romana:«Passare, passare, passare... ineffabile vita!» E risi amaramente perchè quei tempi eran lontani, l'anima mia profondamente mutata.Il giorno dopo, mentre stavo ancora vestendomi, venne Ludovico, ed aveva gli occhi umidi nel rivedermi. Strinsi con affetto la sua mano sincera, gli domandai notizie della sua vita; egli mi raccontò ch'era in servizio presso una famiglia borghese di via Nazionale, mercanti arricchiti, buona gente, un po' goffa, un po' taccagna. Mentre, in forza di un'abitudine antica, s'era messo tranquillamente a rassettare i miei abiti, mi diceva ch'egli sarebbe tornato a servirmi con gioia se il mio ritorno a Roma era definitivo.— Ma come faresti con i tuoi nuovi padroni?— Oh, signor conte, ho sempre detto loro che quando lei tornasse... Tutt'al più ci vorranno gli otto giorni.Senza sapere se sarei rimasto a Roma o no, per l'affetto che mi legava a quel buon domestico e per avere accanto un uomo il quale mi rammentasse i bei giorni passati, gli risposi ch'ero lieto assai di riprenderlo e che, appena libero, andasse a riaprir la casa.— Troverò modo di farlo súbito, signor conte! — esclamò l'uomo, e pareva non tenere in sè dall'allegrezza.[pg!289] — A proposito, Ludovico, sei stato a casa prima di venire qui?— Sì, signore, vi sono stato; perchè non sapevo immaginare cosa volesse da me il portinaio.— E v'erano lettere?— Oh... dimenticavo! Lettere no: un telegramma.— Dammelo dunque! — lo esortai con impazienza.Egli si cercò nelle tasche, in fretta, e mi porse la busta.— Anzi, — mi disse mentre l'aprivo — c'era una sovratassa che ha pagata il portinaio.— Come dici? Ah sì va bene... — esclamai deluso. — È un telegramma respintomi da Parigi.Indugiai nel leggerlo; avevo sperato che fosse di Elena ed il cuore mi batteva; invece portava la firma del Capuano. Ma, scorse le prime parole, trasalii. Diceva: «Edoarda Laurenzano fidanzatasi ierlaltro De Luca. Nozze fra un mese. Capuano»E rimasi lì, come inebetito, a rileggere quelle parole, mentre mi pareva che tutto girasse vertiginosamente.Ludovico mi guardava perplesso, volendo forse domandarmi qualcosa e non osando. Presi una sigaretta; egli m'accese lo zolfanello.— Su, cercami le bretelle! — gli dissi, tornando a leggere il telegramma per la terza volta.— Ha ricevuta forse una cattiva notizia? — profferì timidamente.— No... affatto, affatto! Un telegramma da Roma ch'è arrivato laggiù dopo la mia partenza, — gli risposi alzando le spalle.— Allora, se permette, io dovrei andare, per preparar tavola...— Bene, Ludovico, va pure. Qua: dammi la mano, mio vecchio Ludovico. Ti ricordi? È un pezzo che ci conosciamo....Egli mi toccò la mano, senza stringere, come fanno per rispetto i domestici, quando ci voglion bene.Non appena egli fu dietro l'uscio, mi prese un movimento d'ira, feci una pallottola del telegramma e la scagliai lontano. [pg!290] Mi parve d'essere come un uomo serrato fra i muri d'un corridoio tenebroso, che avesse da capo e da fondo le due porte murate. Avevo per nulla infranta la mia felicità, ed ora, dovunque mi volgessi, non vedevo che l'irreparabile, il vuoto. Ma il silenzio di Elena mi pesava su l'anima più dell'altra sciagura, poichè in fondo v'era nel destino, al quale avevo creduto sempre, una specie d'indizio che pareva ricondurmi verso lei. Questo pensiero mi dette animo, e cullandomi nella speranza, mi sentii quasi giocondo.Rapidamente finii di vestirmi ed uscii per recarmi dal Capuano. Egli non era uomo d'abitudini mattiniere; aveva preso il bagno da poco e mi ricevette in accappatoio, con una faccia strabiliata.— Toh!... sei qui? E senza farmi saper nulla? Ma quando sei arrivato?— Iermattina, — gli risposi abbracciandolo. — Ma ero così affranto, così esausto, che non ho voluto veder nessuno. E poi... e poi... ti racconterò!— Hai avuto il mio telegramma?— Un'ora fa; me l'hanno rispedito.— E cosa ne dici? — egli domandò, strofinandosi la testa umida.— Cosa ne dico? Bah... nulla! Felici loro!— Tanto meglio dunque! — egli fece, nervosamente.— Di' Fabio... era un pezzo che non ci vedevamo! Stai benissimo tu.— Devi certo aver le traveggole, mio caro! Se mi fosse caduto un trave addosso, non potrei star peggio! — egli esclamò con umor bisbetico. — Questo matrimonio, se debbo dirti la verità, non riesco a farmelo digerire!— Ma perchè te ne impensierisci tanto? Che mai te ne importa?— Guarda, guarda... mi fa lo gnorri adesso! Perdonami, sai, se ti ricevo male, ma stamattina riceverei male anche la Divina Provvidenza. Sei giù di cera, veh!... non mi piaci affatto.— Eh, Fabio mio, non avevo di che stare allegro in [pg!291] questi ultimi tempi! Se tu sapessi! Ma prima ti voglio ringraziare...— Di che?— Del denaro che mi hai mandato; sei sempre buono, troppo buono con me.— Ma io non c'entro.— Sì che c'entri, via, lo so bene. Non te l'ho scritto, perchè me ne vergognavo, ma fra noi... grazie insomma!— Eh, lasciamo andare... Che mai? una sciocchezza! Dimmi piuttosto: cosa pensi fare?— A proposito di che?— Di Edoarda, per bacco! Sebbene ormai...— Ormai è tardi, — mi lasciai sfuggire. E tosto riprendendomi, soggiunsi: — Del resto non ci pensavo nemmeno. Che sia felice! È tutto quello che io le auguro!— L'ultime tue lettere mi avevano indotto a pensare ben altrimenti, — egli mi disse, mentre con somma pigrizia egli terminava di vestirsi.— Già... ma allora non erano accadute molte cose... Poi, che serve? Neppure volendo, non sarebbe stato possibile. Dunque meglio così. — E, dopo una pausa: — È a Roma, naturalmente...— No, a Taormina da circa un mese. Son là tutti e due; si sono fidanzati laggiù.— Ah?... bene.Egli, che stava infilandosi i calzoni, vi stese dentro una gamba con tanta forza, che per poco non vi fece uno strappo.— Ma sai che questo è un fatto mostruoso! — esclamò con ira.— Perchè mostruoso?— Ti par credibile ch'Edoarda sposi un De Luca?— Perchè no? Se le piace?— Macchè piacerle! Non è possibile, ti dico. Io la conosco; la conosci bene anche tu.— Cionondimeno lo sposa, dunque i ragionamenti cadono.— Sì, lo sposa, lo sposa, ed io comprendo bene il perchè. Un'alzata d'ingegno tutta sua! Sposa quello, perchè si è persuasa di doverne sposar uno. Lo ha trovato lì, pronto, e se lo è preso.[pg!292] — Tu esageri! Pietro De Luca può benissimo piacere.— Sì, ad una donna vissuta, capricciosa, viziosa... lo ammetto. A Edoarda no. Oppure io mi son fatto un cretino compiuto e il mondo gira in senso inverso. Quella ragazza, vedi, è di un'onestà esagerata, ed io comprendo benissimo perchè ha fatto questo. Sapendo che si era molto parlato di lei, e che un uomo diverso dal De Luca forse avrebbe sempre veduta qualche ombra intorno alla sua persona... sapendo insieme ch'ella stessa non avrebbe mai potuto scordare del tutto, ha scelto lui, per il quale, ti assicuro, tu non esisti, non sei esistito mai!— Ma no, Fabio; sei fuori di strada. Edoarda poteva sposare chiunque le fosse piaciuto.— Non discuto su questo. Ogni altra donna penserebbe come tu dici, tranne lei. Benedetta figliuola! Se mi avesse voluto ascoltare!— Cioè?— Oh!... inutile parlarne. Una volta, alla Cascina Bianca — e questo non te l'ho scritto — una volta le dissi: «Pazienza, Edoarda, pazienza!... ritornerà; siate certa che ritornerà...» Era la prima volta che osavo parlarle così, e vidi sùbito che si rabbuiava. M'impose di tacere con un cenno, e mi rispose: «Di questo, vi prego, non una parola, mai più.» Naturalmente, mio caro!... Sapeva che vivevi a Parigi con l'altra, e le donne, anche le migliori, sono sempre donne. Però, se mi avesse dato retta!... Non avevo dunque ragione, io?— Scusa: ragione in che senso?— Toh! Non eri tornato per lei, forse?— Io? Mai più! Sono venuto semplicemente perchè mi scade l'ipoteca fatta con i Rossengo di Terracina.— Ah!... per l'ipoteca?... — egli brontolò fra i denti, fissandomi con ironia. — Questa volta dunque sarà difficile rinnovarla, quella tua famosa ipoteca! Non ti sembra?[pg!293]

IIl treno che mi portò verso Roma, quasi mi diede l'impressione di farmi percorrere una terra sconosciuta.Trasognato guardavo. E le strade bianche dall'Appennino selvoso mi parevano strade ignote, ignote le città biancheggianti tra i primi chiarori dell'alba, e la malsana Maremma e le fuggenti, popolose di bufali, praterie della Campagna. Nell'aurora, mentre la primavera laziale metteva sopra tutte le cose un colore indefinibile di eternità, lontana e raggiante Roma mi apparve, Roma dalle cento basiliche, simile a una grande isola, tutta bianca di palazzi, che stupendamente apparisse fuor da un oceano di vapori.Quando vi giunsi, eran le undici del mattino; l'aria limpida balenava nella Fontana di Termini.Oh, viaggio indimenticabile, dovess'io vivere mill'anni!Scesi. I miei passi erano grevi come se nelle vene mi pesasse l'inerzia d'una estenuante fatica; dentro il cervello stordito continuava il rombar del treno come un'eco dolorosa. Una stupefazione grande attutiva in me l'acutezza della mia pena e fui come lo straniero che dopo anni di pellegrinaggio, faccia ritorno alla sua casa natale, ma più s'inoltri e più tema, davanti al pensiero di trovarla deserta.Mi sorprese il linguaggio che la gente parlava, mi sorpresero i lor gesti e l'aspetto delle contrade note.Ritornavo, ma non ero più che l'ombra di me stesso: anzi un estraneo solamente, un triste caduto; ritornavo con l'anima inerte, fasciata in un immenso dolore. Nella città ch'era stata mia, or m'attendevano sguardi curiosi [pg!286] e cuori chiusi, nella città stessa ove il mio fasto mi aveva data una effimera gloria e la mia vita era stata un esempio per molti.Non avevo avvertito alcuno del mio giungere, neanche Fabio perchè un poco di solitudine mi sarebbe stata necessaria in quel primo ritorno. A Ludovico, il mio domestico, non avevo potuto scrivere, ignorando se avesse preso in quel frattempo un altro servizio; e così dovetti scendere all'albergo. Le vetture da forestieri attendevano allineate; mentre ne scorrevo le insegne, un conduttore mi si avvicinò, salutandomi garbatamente:— Ben tornato, signor conte. Mancava già da un pezzo!Sul berretto, a cifre d'oro, portava il nome dell'albergo nel quale aveva dimorato Elena durante il suo soggiorno a Roma.— Oh, siete voi? — feci con una commozione subitanea. E mi parve di ritrovare un amico.— La signora non è tornata con lei? — mi domandò egli con premura.— No, per ora no. Prendete la mia borsa e chiamatemi una vettura.Le strade formicolavano di gente chiassosa, inoperosa. Guardavo intorno con una curiosità stanca, rievocando memorie lontane, pensando alle partenze ed ai ritorni che si fanno nella vita, pensando all'amore che si dimentica per via, alla ricchezza che passa, all'invidia che segue da presso quando si domina, ed allo scherno che assale da ogni parte allorchè si precipita... Oh, commedie della vita... decadenza, imbecillità!Giunto all'albergo scrissi tosto un biglietto al portinaio di casa mia, perchè facesse ricerche di Ludovico e, se fosse ancor libero, lo mandasse da me. Lo pregavo insieme di farmi avere sollecitamente ogni lettera, man mano giungesse. Indi salii nella mia camera e mi coricai.Un sonno pesante, uno di que' sonni esausti che seguono da presso le grandi sciagure, mi dette per qualche ora l'oblio.Pranzai all'albergo; la sera volli uscire in cerca del [pg!287] Capuano, ma il mio cuore talmente si strinse non appena fui nella strada, che tornai sùbito indietro, mi chiusi nella camera e scrissi ad Elena.Rivedevo lei, nella nostra casa, nel suo letto insonne, al buio, che volgeva gli occhi asciutti verso l'uscio della mia camera vuota. E immaginavo di entrare piano piano, di sedermi su la sponda del suo letto, e prenderla fra le braccia per non lasciarla mai più. Adesso mi ricordavo e bene sapevo intendere tutto quanto mi era sembrato incomprensibile nell'anima sua. Era una creatura dolce, paurosa di amare, nascosta dietro un'apparenza d'insensibilità.La vita le aveva insegnato a celarsi, ma il suo cuore fioriva come una pianta odorosa, che sveli con la sua fragranza il nascondiglio. Nell'amore la sua gran dolcezza era il silenzio.C'erano in lei due diverse anime, che a volta a volta la facevano apparire buona e crudele, sincera e mendace, amorosa e fredda, forte e lieve. La sua bellezza non era tutta in lei, ma le viveva intorno come una immateriale presenza; e le cose che le appartenevano, i luoghi per dov'era passata, i pensieri che faceva nascere, le parole che aveva dette, rimanevano belle. Nella mia vita randagia, fra i sentimenti e le cose, avevo trovato infine un essere d'elezione, ma senza imparare a conoscerlo se non nell'ora dell'abbandono. Perenne tormento, perenne inutilità del mio cuore!Mi sentii malato; una voglia sterile di baci tormentò le mie labbra desiderose; e nell'età virile, quando già si comincia ad inaridire, sentii che la vita in me tornava, che tornava l'amore, come una chiara fontana dissuggellatasi all'improvviso.Ero vissuto sprecando i giorni migliori, d'ogni cosa trastullandomi con una virtuosità senza pari; m'ero sentito forte come pochi, giovine come pochi e temerario contro la sorte; non avevo creduto possibile che un amore, una donna, fermassero a mezzo il cammino questa inebbriante mia fuga.[pg!288] Di fatti ancora ne dubitavo. C'era nel più profondo dell'essere mio, come ai confini d'un lago burrascoso, un tratto di palude morta, ove tutte le ondate più alte andavano a finire senza urto, senza rumore, imputridendo fra melmosi canneti. Là dentro affogava continuamente quella parte di me stesso che pur sentiva il coraggio di vivere nella bufera; là dentro c'erano i dubbi, la perplessità, l'indifferenza, e quel senso dell'inutile universale, dell'ateismo infinito, che su tutto gravava come un cielo basso e plumbeo. Maremma dell'anima, questa parte di me stesso aveva continuamente soffocato la mia volontà, sopraffatto in me i sogni, le speranze, i sentimenti, e mi pareva incredibile che l'amore d'una donna sapesse infine vincere questo mio cuore in cui tutto inaridiva. Mi rammentai la frase che avevo scritta nel libro d'ore della dama romana:«Passare, passare, passare... ineffabile vita!» E risi amaramente perchè quei tempi eran lontani, l'anima mia profondamente mutata.Il giorno dopo, mentre stavo ancora vestendomi, venne Ludovico, ed aveva gli occhi umidi nel rivedermi. Strinsi con affetto la sua mano sincera, gli domandai notizie della sua vita; egli mi raccontò ch'era in servizio presso una famiglia borghese di via Nazionale, mercanti arricchiti, buona gente, un po' goffa, un po' taccagna. Mentre, in forza di un'abitudine antica, s'era messo tranquillamente a rassettare i miei abiti, mi diceva ch'egli sarebbe tornato a servirmi con gioia se il mio ritorno a Roma era definitivo.— Ma come faresti con i tuoi nuovi padroni?— Oh, signor conte, ho sempre detto loro che quando lei tornasse... Tutt'al più ci vorranno gli otto giorni.Senza sapere se sarei rimasto a Roma o no, per l'affetto che mi legava a quel buon domestico e per avere accanto un uomo il quale mi rammentasse i bei giorni passati, gli risposi ch'ero lieto assai di riprenderlo e che, appena libero, andasse a riaprir la casa.— Troverò modo di farlo súbito, signor conte! — esclamò l'uomo, e pareva non tenere in sè dall'allegrezza.[pg!289] — A proposito, Ludovico, sei stato a casa prima di venire qui?— Sì, signore, vi sono stato; perchè non sapevo immaginare cosa volesse da me il portinaio.— E v'erano lettere?— Oh... dimenticavo! Lettere no: un telegramma.— Dammelo dunque! — lo esortai con impazienza.Egli si cercò nelle tasche, in fretta, e mi porse la busta.— Anzi, — mi disse mentre l'aprivo — c'era una sovratassa che ha pagata il portinaio.— Come dici? Ah sì va bene... — esclamai deluso. — È un telegramma respintomi da Parigi.Indugiai nel leggerlo; avevo sperato che fosse di Elena ed il cuore mi batteva; invece portava la firma del Capuano. Ma, scorse le prime parole, trasalii. Diceva: «Edoarda Laurenzano fidanzatasi ierlaltro De Luca. Nozze fra un mese. Capuano»E rimasi lì, come inebetito, a rileggere quelle parole, mentre mi pareva che tutto girasse vertiginosamente.Ludovico mi guardava perplesso, volendo forse domandarmi qualcosa e non osando. Presi una sigaretta; egli m'accese lo zolfanello.— Su, cercami le bretelle! — gli dissi, tornando a leggere il telegramma per la terza volta.— Ha ricevuta forse una cattiva notizia? — profferì timidamente.— No... affatto, affatto! Un telegramma da Roma ch'è arrivato laggiù dopo la mia partenza, — gli risposi alzando le spalle.— Allora, se permette, io dovrei andare, per preparar tavola...— Bene, Ludovico, va pure. Qua: dammi la mano, mio vecchio Ludovico. Ti ricordi? È un pezzo che ci conosciamo....Egli mi toccò la mano, senza stringere, come fanno per rispetto i domestici, quando ci voglion bene.Non appena egli fu dietro l'uscio, mi prese un movimento d'ira, feci una pallottola del telegramma e la scagliai lontano. [pg!290] Mi parve d'essere come un uomo serrato fra i muri d'un corridoio tenebroso, che avesse da capo e da fondo le due porte murate. Avevo per nulla infranta la mia felicità, ed ora, dovunque mi volgessi, non vedevo che l'irreparabile, il vuoto. Ma il silenzio di Elena mi pesava su l'anima più dell'altra sciagura, poichè in fondo v'era nel destino, al quale avevo creduto sempre, una specie d'indizio che pareva ricondurmi verso lei. Questo pensiero mi dette animo, e cullandomi nella speranza, mi sentii quasi giocondo.Rapidamente finii di vestirmi ed uscii per recarmi dal Capuano. Egli non era uomo d'abitudini mattiniere; aveva preso il bagno da poco e mi ricevette in accappatoio, con una faccia strabiliata.— Toh!... sei qui? E senza farmi saper nulla? Ma quando sei arrivato?— Iermattina, — gli risposi abbracciandolo. — Ma ero così affranto, così esausto, che non ho voluto veder nessuno. E poi... e poi... ti racconterò!— Hai avuto il mio telegramma?— Un'ora fa; me l'hanno rispedito.— E cosa ne dici? — egli domandò, strofinandosi la testa umida.— Cosa ne dico? Bah... nulla! Felici loro!— Tanto meglio dunque! — egli fece, nervosamente.— Di' Fabio... era un pezzo che non ci vedevamo! Stai benissimo tu.— Devi certo aver le traveggole, mio caro! Se mi fosse caduto un trave addosso, non potrei star peggio! — egli esclamò con umor bisbetico. — Questo matrimonio, se debbo dirti la verità, non riesco a farmelo digerire!— Ma perchè te ne impensierisci tanto? Che mai te ne importa?— Guarda, guarda... mi fa lo gnorri adesso! Perdonami, sai, se ti ricevo male, ma stamattina riceverei male anche la Divina Provvidenza. Sei giù di cera, veh!... non mi piaci affatto.— Eh, Fabio mio, non avevo di che stare allegro in [pg!291] questi ultimi tempi! Se tu sapessi! Ma prima ti voglio ringraziare...— Di che?— Del denaro che mi hai mandato; sei sempre buono, troppo buono con me.— Ma io non c'entro.— Sì che c'entri, via, lo so bene. Non te l'ho scritto, perchè me ne vergognavo, ma fra noi... grazie insomma!— Eh, lasciamo andare... Che mai? una sciocchezza! Dimmi piuttosto: cosa pensi fare?— A proposito di che?— Di Edoarda, per bacco! Sebbene ormai...— Ormai è tardi, — mi lasciai sfuggire. E tosto riprendendomi, soggiunsi: — Del resto non ci pensavo nemmeno. Che sia felice! È tutto quello che io le auguro!— L'ultime tue lettere mi avevano indotto a pensare ben altrimenti, — egli mi disse, mentre con somma pigrizia egli terminava di vestirsi.— Già... ma allora non erano accadute molte cose... Poi, che serve? Neppure volendo, non sarebbe stato possibile. Dunque meglio così. — E, dopo una pausa: — È a Roma, naturalmente...— No, a Taormina da circa un mese. Son là tutti e due; si sono fidanzati laggiù.— Ah?... bene.Egli, che stava infilandosi i calzoni, vi stese dentro una gamba con tanta forza, che per poco non vi fece uno strappo.— Ma sai che questo è un fatto mostruoso! — esclamò con ira.— Perchè mostruoso?— Ti par credibile ch'Edoarda sposi un De Luca?— Perchè no? Se le piace?— Macchè piacerle! Non è possibile, ti dico. Io la conosco; la conosci bene anche tu.— Cionondimeno lo sposa, dunque i ragionamenti cadono.— Sì, lo sposa, lo sposa, ed io comprendo bene il perchè. Un'alzata d'ingegno tutta sua! Sposa quello, perchè si è persuasa di doverne sposar uno. Lo ha trovato lì, pronto, e se lo è preso.[pg!292] — Tu esageri! Pietro De Luca può benissimo piacere.— Sì, ad una donna vissuta, capricciosa, viziosa... lo ammetto. A Edoarda no. Oppure io mi son fatto un cretino compiuto e il mondo gira in senso inverso. Quella ragazza, vedi, è di un'onestà esagerata, ed io comprendo benissimo perchè ha fatto questo. Sapendo che si era molto parlato di lei, e che un uomo diverso dal De Luca forse avrebbe sempre veduta qualche ombra intorno alla sua persona... sapendo insieme ch'ella stessa non avrebbe mai potuto scordare del tutto, ha scelto lui, per il quale, ti assicuro, tu non esisti, non sei esistito mai!— Ma no, Fabio; sei fuori di strada. Edoarda poteva sposare chiunque le fosse piaciuto.— Non discuto su questo. Ogni altra donna penserebbe come tu dici, tranne lei. Benedetta figliuola! Se mi avesse voluto ascoltare!— Cioè?— Oh!... inutile parlarne. Una volta, alla Cascina Bianca — e questo non te l'ho scritto — una volta le dissi: «Pazienza, Edoarda, pazienza!... ritornerà; siate certa che ritornerà...» Era la prima volta che osavo parlarle così, e vidi sùbito che si rabbuiava. M'impose di tacere con un cenno, e mi rispose: «Di questo, vi prego, non una parola, mai più.» Naturalmente, mio caro!... Sapeva che vivevi a Parigi con l'altra, e le donne, anche le migliori, sono sempre donne. Però, se mi avesse dato retta!... Non avevo dunque ragione, io?— Scusa: ragione in che senso?— Toh! Non eri tornato per lei, forse?— Io? Mai più! Sono venuto semplicemente perchè mi scade l'ipoteca fatta con i Rossengo di Terracina.— Ah!... per l'ipoteca?... — egli brontolò fra i denti, fissandomi con ironia. — Questa volta dunque sarà difficile rinnovarla, quella tua famosa ipoteca! Non ti sembra?[pg!293]

Il treno che mi portò verso Roma, quasi mi diede l'impressione di farmi percorrere una terra sconosciuta.

Trasognato guardavo. E le strade bianche dall'Appennino selvoso mi parevano strade ignote, ignote le città biancheggianti tra i primi chiarori dell'alba, e la malsana Maremma e le fuggenti, popolose di bufali, praterie della Campagna. Nell'aurora, mentre la primavera laziale metteva sopra tutte le cose un colore indefinibile di eternità, lontana e raggiante Roma mi apparve, Roma dalle cento basiliche, simile a una grande isola, tutta bianca di palazzi, che stupendamente apparisse fuor da un oceano di vapori.

Quando vi giunsi, eran le undici del mattino; l'aria limpida balenava nella Fontana di Termini.

Oh, viaggio indimenticabile, dovess'io vivere mill'anni!

Scesi. I miei passi erano grevi come se nelle vene mi pesasse l'inerzia d'una estenuante fatica; dentro il cervello stordito continuava il rombar del treno come un'eco dolorosa. Una stupefazione grande attutiva in me l'acutezza della mia pena e fui come lo straniero che dopo anni di pellegrinaggio, faccia ritorno alla sua casa natale, ma più s'inoltri e più tema, davanti al pensiero di trovarla deserta.

Mi sorprese il linguaggio che la gente parlava, mi sorpresero i lor gesti e l'aspetto delle contrade note.

Ritornavo, ma non ero più che l'ombra di me stesso: anzi un estraneo solamente, un triste caduto; ritornavo con l'anima inerte, fasciata in un immenso dolore. Nella città ch'era stata mia, or m'attendevano sguardi curiosi [pg!286] e cuori chiusi, nella città stessa ove il mio fasto mi aveva data una effimera gloria e la mia vita era stata un esempio per molti.

Non avevo avvertito alcuno del mio giungere, neanche Fabio perchè un poco di solitudine mi sarebbe stata necessaria in quel primo ritorno. A Ludovico, il mio domestico, non avevo potuto scrivere, ignorando se avesse preso in quel frattempo un altro servizio; e così dovetti scendere all'albergo. Le vetture da forestieri attendevano allineate; mentre ne scorrevo le insegne, un conduttore mi si avvicinò, salutandomi garbatamente:

— Ben tornato, signor conte. Mancava già da un pezzo!

Sul berretto, a cifre d'oro, portava il nome dell'albergo nel quale aveva dimorato Elena durante il suo soggiorno a Roma.

— Oh, siete voi? — feci con una commozione subitanea. E mi parve di ritrovare un amico.

— La signora non è tornata con lei? — mi domandò egli con premura.

— No, per ora no. Prendete la mia borsa e chiamatemi una vettura.

Le strade formicolavano di gente chiassosa, inoperosa. Guardavo intorno con una curiosità stanca, rievocando memorie lontane, pensando alle partenze ed ai ritorni che si fanno nella vita, pensando all'amore che si dimentica per via, alla ricchezza che passa, all'invidia che segue da presso quando si domina, ed allo scherno che assale da ogni parte allorchè si precipita... Oh, commedie della vita... decadenza, imbecillità!

Giunto all'albergo scrissi tosto un biglietto al portinaio di casa mia, perchè facesse ricerche di Ludovico e, se fosse ancor libero, lo mandasse da me. Lo pregavo insieme di farmi avere sollecitamente ogni lettera, man mano giungesse. Indi salii nella mia camera e mi coricai.

Un sonno pesante, uno di que' sonni esausti che seguono da presso le grandi sciagure, mi dette per qualche ora l'oblio.

Pranzai all'albergo; la sera volli uscire in cerca del [pg!287] Capuano, ma il mio cuore talmente si strinse non appena fui nella strada, che tornai sùbito indietro, mi chiusi nella camera e scrissi ad Elena.

Rivedevo lei, nella nostra casa, nel suo letto insonne, al buio, che volgeva gli occhi asciutti verso l'uscio della mia camera vuota. E immaginavo di entrare piano piano, di sedermi su la sponda del suo letto, e prenderla fra le braccia per non lasciarla mai più. Adesso mi ricordavo e bene sapevo intendere tutto quanto mi era sembrato incomprensibile nell'anima sua. Era una creatura dolce, paurosa di amare, nascosta dietro un'apparenza d'insensibilità.

La vita le aveva insegnato a celarsi, ma il suo cuore fioriva come una pianta odorosa, che sveli con la sua fragranza il nascondiglio. Nell'amore la sua gran dolcezza era il silenzio.

C'erano in lei due diverse anime, che a volta a volta la facevano apparire buona e crudele, sincera e mendace, amorosa e fredda, forte e lieve. La sua bellezza non era tutta in lei, ma le viveva intorno come una immateriale presenza; e le cose che le appartenevano, i luoghi per dov'era passata, i pensieri che faceva nascere, le parole che aveva dette, rimanevano belle. Nella mia vita randagia, fra i sentimenti e le cose, avevo trovato infine un essere d'elezione, ma senza imparare a conoscerlo se non nell'ora dell'abbandono. Perenne tormento, perenne inutilità del mio cuore!

Mi sentii malato; una voglia sterile di baci tormentò le mie labbra desiderose; e nell'età virile, quando già si comincia ad inaridire, sentii che la vita in me tornava, che tornava l'amore, come una chiara fontana dissuggellatasi all'improvviso.

Ero vissuto sprecando i giorni migliori, d'ogni cosa trastullandomi con una virtuosità senza pari; m'ero sentito forte come pochi, giovine come pochi e temerario contro la sorte; non avevo creduto possibile che un amore, una donna, fermassero a mezzo il cammino questa inebbriante mia fuga.

[pg!288] Di fatti ancora ne dubitavo. C'era nel più profondo dell'essere mio, come ai confini d'un lago burrascoso, un tratto di palude morta, ove tutte le ondate più alte andavano a finire senza urto, senza rumore, imputridendo fra melmosi canneti. Là dentro affogava continuamente quella parte di me stesso che pur sentiva il coraggio di vivere nella bufera; là dentro c'erano i dubbi, la perplessità, l'indifferenza, e quel senso dell'inutile universale, dell'ateismo infinito, che su tutto gravava come un cielo basso e plumbeo. Maremma dell'anima, questa parte di me stesso aveva continuamente soffocato la mia volontà, sopraffatto in me i sogni, le speranze, i sentimenti, e mi pareva incredibile che l'amore d'una donna sapesse infine vincere questo mio cuore in cui tutto inaridiva. Mi rammentai la frase che avevo scritta nel libro d'ore della dama romana:

«Passare, passare, passare... ineffabile vita!» E risi amaramente perchè quei tempi eran lontani, l'anima mia profondamente mutata.

Il giorno dopo, mentre stavo ancora vestendomi, venne Ludovico, ed aveva gli occhi umidi nel rivedermi. Strinsi con affetto la sua mano sincera, gli domandai notizie della sua vita; egli mi raccontò ch'era in servizio presso una famiglia borghese di via Nazionale, mercanti arricchiti, buona gente, un po' goffa, un po' taccagna. Mentre, in forza di un'abitudine antica, s'era messo tranquillamente a rassettare i miei abiti, mi diceva ch'egli sarebbe tornato a servirmi con gioia se il mio ritorno a Roma era definitivo.

— Ma come faresti con i tuoi nuovi padroni?

— Oh, signor conte, ho sempre detto loro che quando lei tornasse... Tutt'al più ci vorranno gli otto giorni.

Senza sapere se sarei rimasto a Roma o no, per l'affetto che mi legava a quel buon domestico e per avere accanto un uomo il quale mi rammentasse i bei giorni passati, gli risposi ch'ero lieto assai di riprenderlo e che, appena libero, andasse a riaprir la casa.

— Troverò modo di farlo súbito, signor conte! — esclamò l'uomo, e pareva non tenere in sè dall'allegrezza.

[pg!289] — A proposito, Ludovico, sei stato a casa prima di venire qui?

— Sì, signore, vi sono stato; perchè non sapevo immaginare cosa volesse da me il portinaio.

— E v'erano lettere?

— Oh... dimenticavo! Lettere no: un telegramma.

— Dammelo dunque! — lo esortai con impazienza.

Egli si cercò nelle tasche, in fretta, e mi porse la busta.

— Anzi, — mi disse mentre l'aprivo — c'era una sovratassa che ha pagata il portinaio.

— Come dici? Ah sì va bene... — esclamai deluso. — È un telegramma respintomi da Parigi.

Indugiai nel leggerlo; avevo sperato che fosse di Elena ed il cuore mi batteva; invece portava la firma del Capuano. Ma, scorse le prime parole, trasalii. Diceva: «Edoarda Laurenzano fidanzatasi ierlaltro De Luca. Nozze fra un mese. Capuano»

E rimasi lì, come inebetito, a rileggere quelle parole, mentre mi pareva che tutto girasse vertiginosamente.

Ludovico mi guardava perplesso, volendo forse domandarmi qualcosa e non osando. Presi una sigaretta; egli m'accese lo zolfanello.

— Su, cercami le bretelle! — gli dissi, tornando a leggere il telegramma per la terza volta.

— Ha ricevuta forse una cattiva notizia? — profferì timidamente.

— No... affatto, affatto! Un telegramma da Roma ch'è arrivato laggiù dopo la mia partenza, — gli risposi alzando le spalle.

— Allora, se permette, io dovrei andare, per preparar tavola...

— Bene, Ludovico, va pure. Qua: dammi la mano, mio vecchio Ludovico. Ti ricordi? È un pezzo che ci conosciamo....

Egli mi toccò la mano, senza stringere, come fanno per rispetto i domestici, quando ci voglion bene.

Non appena egli fu dietro l'uscio, mi prese un movimento d'ira, feci una pallottola del telegramma e la scagliai lontano. [pg!290] Mi parve d'essere come un uomo serrato fra i muri d'un corridoio tenebroso, che avesse da capo e da fondo le due porte murate. Avevo per nulla infranta la mia felicità, ed ora, dovunque mi volgessi, non vedevo che l'irreparabile, il vuoto. Ma il silenzio di Elena mi pesava su l'anima più dell'altra sciagura, poichè in fondo v'era nel destino, al quale avevo creduto sempre, una specie d'indizio che pareva ricondurmi verso lei. Questo pensiero mi dette animo, e cullandomi nella speranza, mi sentii quasi giocondo.

Rapidamente finii di vestirmi ed uscii per recarmi dal Capuano. Egli non era uomo d'abitudini mattiniere; aveva preso il bagno da poco e mi ricevette in accappatoio, con una faccia strabiliata.

— Toh!... sei qui? E senza farmi saper nulla? Ma quando sei arrivato?

— Iermattina, — gli risposi abbracciandolo. — Ma ero così affranto, così esausto, che non ho voluto veder nessuno. E poi... e poi... ti racconterò!

— Hai avuto il mio telegramma?

— Un'ora fa; me l'hanno rispedito.

— E cosa ne dici? — egli domandò, strofinandosi la testa umida.

— Cosa ne dico? Bah... nulla! Felici loro!

— Tanto meglio dunque! — egli fece, nervosamente.

— Di' Fabio... era un pezzo che non ci vedevamo! Stai benissimo tu.

— Devi certo aver le traveggole, mio caro! Se mi fosse caduto un trave addosso, non potrei star peggio! — egli esclamò con umor bisbetico. — Questo matrimonio, se debbo dirti la verità, non riesco a farmelo digerire!

— Ma perchè te ne impensierisci tanto? Che mai te ne importa?

— Guarda, guarda... mi fa lo gnorri adesso! Perdonami, sai, se ti ricevo male, ma stamattina riceverei male anche la Divina Provvidenza. Sei giù di cera, veh!... non mi piaci affatto.

— Eh, Fabio mio, non avevo di che stare allegro in [pg!291] questi ultimi tempi! Se tu sapessi! Ma prima ti voglio ringraziare...

— Di che?

— Del denaro che mi hai mandato; sei sempre buono, troppo buono con me.

— Ma io non c'entro.

— Sì che c'entri, via, lo so bene. Non te l'ho scritto, perchè me ne vergognavo, ma fra noi... grazie insomma!

— Eh, lasciamo andare... Che mai? una sciocchezza! Dimmi piuttosto: cosa pensi fare?

— A proposito di che?

— Di Edoarda, per bacco! Sebbene ormai...

— Ormai è tardi, — mi lasciai sfuggire. E tosto riprendendomi, soggiunsi: — Del resto non ci pensavo nemmeno. Che sia felice! È tutto quello che io le auguro!

— L'ultime tue lettere mi avevano indotto a pensare ben altrimenti, — egli mi disse, mentre con somma pigrizia egli terminava di vestirsi.

— Già... ma allora non erano accadute molte cose... Poi, che serve? Neppure volendo, non sarebbe stato possibile. Dunque meglio così. — E, dopo una pausa: — È a Roma, naturalmente...

— No, a Taormina da circa un mese. Son là tutti e due; si sono fidanzati laggiù.

— Ah?... bene.

Egli, che stava infilandosi i calzoni, vi stese dentro una gamba con tanta forza, che per poco non vi fece uno strappo.

— Ma sai che questo è un fatto mostruoso! — esclamò con ira.

— Perchè mostruoso?

— Ti par credibile ch'Edoarda sposi un De Luca?

— Perchè no? Se le piace?

— Macchè piacerle! Non è possibile, ti dico. Io la conosco; la conosci bene anche tu.

— Cionondimeno lo sposa, dunque i ragionamenti cadono.

— Sì, lo sposa, lo sposa, ed io comprendo bene il perchè. Un'alzata d'ingegno tutta sua! Sposa quello, perchè si è persuasa di doverne sposar uno. Lo ha trovato lì, pronto, e se lo è preso.

[pg!292] — Tu esageri! Pietro De Luca può benissimo piacere.

— Sì, ad una donna vissuta, capricciosa, viziosa... lo ammetto. A Edoarda no. Oppure io mi son fatto un cretino compiuto e il mondo gira in senso inverso. Quella ragazza, vedi, è di un'onestà esagerata, ed io comprendo benissimo perchè ha fatto questo. Sapendo che si era molto parlato di lei, e che un uomo diverso dal De Luca forse avrebbe sempre veduta qualche ombra intorno alla sua persona... sapendo insieme ch'ella stessa non avrebbe mai potuto scordare del tutto, ha scelto lui, per il quale, ti assicuro, tu non esisti, non sei esistito mai!

— Ma no, Fabio; sei fuori di strada. Edoarda poteva sposare chiunque le fosse piaciuto.

— Non discuto su questo. Ogni altra donna penserebbe come tu dici, tranne lei. Benedetta figliuola! Se mi avesse voluto ascoltare!

— Cioè?

— Oh!... inutile parlarne. Una volta, alla Cascina Bianca — e questo non te l'ho scritto — una volta le dissi: «Pazienza, Edoarda, pazienza!... ritornerà; siate certa che ritornerà...» Era la prima volta che osavo parlarle così, e vidi sùbito che si rabbuiava. M'impose di tacere con un cenno, e mi rispose: «Di questo, vi prego, non una parola, mai più.» Naturalmente, mio caro!... Sapeva che vivevi a Parigi con l'altra, e le donne, anche le migliori, sono sempre donne. Però, se mi avesse dato retta!... Non avevo dunque ragione, io?

— Scusa: ragione in che senso?

— Toh! Non eri tornato per lei, forse?

— Io? Mai più! Sono venuto semplicemente perchè mi scade l'ipoteca fatta con i Rossengo di Terracina.

— Ah!... per l'ipoteca?... — egli brontolò fra i denti, fissandomi con ironia. — Questa volta dunque sarà difficile rinnovarla, quella tua famosa ipoteca! Non ti sembra?

[pg!293]


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