VILa mattina seguente, pochi minuti prima del mezzogiorno, camminavo con un passo alacre verso la casa di Edoarda Laurenzano. Vanamente cercavo di costringere il mio pensiero alle opportune meditazioni di quell'ora forse terribile che per me s'apparecchiava. Tutto nel mio spirito era giocondità, sorriso, luce.Godevo il piacere insaziabile di respirare l'aria, di bagnarmi nel sole, di camminare con rapidità nell'ingombro dei marciapiedi; provavo la gioia di veder correre i cavalli, e gli uomini urtarsi, confondersi, elevando la voce, manifestando in mille modi continui la vitalità dei loro muscoli e dei loro pensieri.Eppure una gran casa taciturna mi attendeva: in quella casa una fragile apparizione di fanciulla, con gli occhi pieni di lacrime latenti, buona fino al martirio, pallida fino allo squallore. Mi attendeva lo sforzo di comprimere dentro il cuore tutta l'esuberanza di questa immensa gioia, per chinarmi a raccogliere un dolore, a simulare una pietà, e, menzogna sopra menzogna, forse a concedere una speranza.Come mi avrebbe accolto Edoarda, dopo la notizia del duello ed i maligni discorsi delle premurose amiche? Senza dubbio le voci su la mia recente avventura con Elena dovevano essere giunte fino a lei. D'altronde, come le avrei spiegata la mia trascuraggine di quegli ultimi tempi? Un giorno, mentre passeggiavo con Elena sul Corso, la sua carrozza era passata improvvisamente. Non potendomi nascondere, m'ero vôlto con prontezza verso una vetrina, e durante il fugace riflettersi della portiera nel [pg!33] cristallo non avevo potuto discernere se colei che stava nella carrozza mi avesse o no veduto. Infine mi sarei dunque deciso ad una confessione aperta, od avrei di nuovo prolungata per viltà quella orribile finzione?Tutte queste domande volgevo confusamente nel mio spirito, e rimanevano senz'alcuna risposta. Nel varcare la soglia del palazzo Laurenzano, provai subitamente una stretta al cuore. Tutto là dentro, le persone e le cose, mi erano familiari, avevano al mio giungere un sorriso di cordiale accoglienza.Vedendomi entrare, il vecchio portiere si affacciò alla vetrata per dirmi ambiguamente:— Oh, signor conte! Non la si vedeva da molti giorni. E' stato malato forse?— Un po' indisposto; nulla, nulla, — risposi con brevità.E la sua moglie ciarliera gli andava borbottando qualcosa dietro la schiena, tirandolo per la falda della livrea.Venne il cocchiere in quel punto, mentre stavo attraversando la corte, per dirmi che uno dei cavalli s'era azzoppato e la signorina gli aveva detto di mostrarlo a me... quando venissi.— Va bene, — risposi. — Scenderò dopo la colazione.Quei cavalli erano stati scelti e contrattati da me; in quella casa tutti oramai mi consideravano come il padrone. Salito che fui nell'anticamera, il domestico tornò da capo con le sue rispettose maraviglie. Sono costoro per consueto custodi assai gelosi dell'onor familiare.Edoarda mi venne incontro per il corridoio, senza far strepito sul tappeto, appoggiandosi alla parete, nell'ombra.— Credevo che non saresti venuto mai più....Furtivamente, nel corridoio, non sapendo come risponderle, per fare quello che facevo sempre, volli darle un bacio.Ma ella si ritrasse con un moto repentino e disse in fretta:[pg!34] — Vieni, la zia ci attende.Infatti, nel solito angolo della sala, sprofondata in una immensa poltrona, la zia di Edoarda lavorava come sempre alle sue cuffie di lana.Whisky, il piccoloterrierdal musetto bianco e nero, le sonnecchiava davanti, sopra un cuscino. Quando mi vide, balzò diritto e mi corse incontro saltellando, abbaiando forte.— Whisky, piccolo Whisky!... Come va? come va? — feci allegramente, per nascondere la mia confusione. Ma Whisky si arrampicava su le mie gambe, mi grattava le scarpe, urlava tanto, che dovetti prenderlo in braccio e carezzarlo affinchè si quietasse. La zia di Edoarda, una vecchia signora corpulenta e piena d'infermità, mi accolse in un modo appena urbano.Cosa dissi non saprei; una confusione sciocca di parole e di fatti: quel mio malessere continuo, la febbre, l'arrivo di un amico da Palermo, l'incidente spiacevole con l'Albanese, lo scontro «e poi, di nuovo, ieri, tutto il giorno, tutta la notte, l'emicrania...»Edoarda, seduta, immobile, pareva esaminasse ogni mio gesto, ingoiasse con amarezza ogni mia parola. Poich'ero assai confuso, Whisky sopra tutto m'interessava, con le sue comiche impertinenze, con le sue capriole sui cuscini, vispo come un furetto.— E cosa faceva in questi giorni il piccolo Whisky? — io dicevo, schioccando le dita per provocare la sua vivacità.Di sfuggita, nel frattempo, consideravo Edoarda. Mai come in quel giorno ella mi parve stremata. Il lungo pianto le aveva devastata la faccia.— Mi ha detto il cocchiere, — profferii timidamente, per interrompere il gelido silenzio — che uno dei cavalli zoppica. Dopo colazione bisognerà che lo andiamo a vedere.— Sono già due giorni, — ella disse, guardando a terra.— Non fu chiamato il veterinario?[pg!35] — No: credevo che sareste venuto.Ancora un lungo silenzio.— Non avete altri duelli in vista? — fece dottoralmente la zia.— Nessuno ch'io sappia, — risposi, volendo riderne.— Meno male: noi lo abbiamo saputo dagli Ardizzò-Basile e più tardi dai giornali, perchè voi, naturalmente...Io mi precipitai a raccogliere gli occhiali che le erano caduti.— Preferivo dirlo a voce, — risposi, — e siccome non ho potuto venire ieri...— Già, l'emicrania! — disse la zia, stirando le sue cuffie. Poi soggiunse:— Naturalmente ieri abbiamo avuto una sequela di visite. Oltre gli Ardizzò, vennero i Landriano, mia cugina Ferro con suo marito, le De Gennaro, Maurizia Curreno, e molte altre. A proposito, si potrebbe sapere la causa vera di questo famoso duello?— Ma è semplicissima: un incidente di giuoco al Circolo, come vi ho detto.— Già; ma sembra che non tutti spieghino la cosa in questo modo. Il battibecco di giuoco, se vogliamo, è la versione ufficiale; ma insieme se ne dà un'altra.— Un'altra?... — feci evasivamente. — Mi stupisce. Sebbene dovrei sapere ormai di quali pettegolezzi si dilettino i Landriano, gli Ardizzò, le De Gennaro e tutta questa brava gente.— Eh, davvero, voi siete una grande vittima, povero Germano! — fece la zia sogguardandomi sopra gli occhiali.— Non voglio notare la sua ironia. L'incidente mi creda, si è svolto così...E narrai un comunissimo bisticcio, provocato da una freddura dell'Albanese. Durante il mio racconto la zia gonfiava la sua faccia pingue, talora sorridendo e talvolta volendo interrompere, Edoarda mi ascoltava senza batter palpebra, con il volto chino, facendo uno sforzo per reprimere il suo dolore.[pg!36] Quand'ebbi finito, la zia si dimenò più volte nella poltrona con una specie di furor contenuto, e, molto accesa nel volto, squadrandomi di traverso:— Bene, bene, — concluse: — a me sembra semplicemente, che, in date condizioni, un gentiluomo non dovrebbe dimenticare...— Zia... — profferì Edoarda con voce angosciata, intercedendo per me.— Tu sei una sciocca, Edoarda! — rispose la zia, eccitandosi. — Dovrò pure parlar io, visto che tu taci.— Zia, ti prego! — supplicò di nuovo Edoarda con le lacrime agli occhi.— Ebbene, sia! Non parliamone più. Cercate, se vi riesce, di sbrigarvela a modo vostro; io, dopo tutto, non c'entro.E riprese le sue cuffie di lana, borbottando a voce bassa, e tratto tratto inforcandosi meglio sul naso gli occhiali visibilmente appannati.— Ho già troppi malanni addosso e non voglio farmi cattivo sangue per voi. Ma tu sei una sciocca, povera Edoarda! Ohè, Whisky, lascia dunque il mio gomitolo! Whisky, qui!Nel frattempo io camminavo a passi concitati per la sala, mostrando il mio malanimo, e credendo che la migliore saggezza fosse il tacere. Whisky, lasciato il gomitolo, mi saltellava dietro le calcagna, esortandomi a giocare con lui.Finalmente il domestico annunziò la colazione, dove la vecchia signora non era mai di cattivo umore, sebbene prima s'inghiottisse tutta una spezieria di medicine.Quando fummo seduti a quella tavola, il mio pensiero corse involontariamente alla piccola sala da pranzo dai tendami di broccato rosso e dalle grandi scansìe, con l'effige della trisavola campeggiante su la parete; alla sala dove la sera prima Elena ed io avevamo desinato fianco a fianco, nella piena solitudine del nostro amore. Un paragone involontario mi si affacciava nel pensiero tra quella superba immagine di donna, esprimente in [pg!37] ogni sua forma l'impetuosa gioia di vivere, la felicità di sentirsi amata, e quella povera faccia, logorata per il troppo soffrire, in cui vagavano due grandi occhi cerulei con uno sguardo pieno di smarrimento.Ero lì, ma l'anima correva lontana. Sognavo; ad occhi aperti sognavo.... e la risata di Elena empiva la piccola stanza dall'addobbo severo, che a quella voce limpida pareva risvegliarsi come da un letargo antico e lasciarsi a poco a poco invadere dalla nostra giocondità. Ridevano intorno i vetusti arredi, portati lì dal palazzo dei Materdomini, che avevo dovuto vendere l'anno prima per causa de' miei dissesti, ad uno speculatore straniero, e persino rideva dal quadro annerito l'arcigna e barbuta mia trisavola (Agnese Caterina dei Guelfo di Materdomini), la quale provocava l'ilarità di Elena, specialmente per la struttura del suo naso e la lunghezza delle sue dita.Scintillava nei calici la spuma dello Sciampagna, e l'anima generosa di quel vino biondo accalorava un poco le guance di Elena, diffondendole negli occhi un'ombra di soave languore. Ella vi bagnava le labbra, bevendo a piccoli sorsi, lentamente, come si aspira un profumo. La sua bocca rossa, quando si staccava dall'orlo del bicchiere, umida per uno scintillìo di piccole gemme liquide, aveva in sè qualcosa di estremamente sensuale, come la maturità di un frutto che si fende al sole.Non v'erano a guardarci che i fiori nelle coppe di cristallo e gli occhi scolpiti nei fregi delle grandi scansìe. Veniva su dalla strada un rumore confuso, traverso i tendami di broccato, e poichè gli usci erano aperti verso la sala, si vedevano ardere i tizzi di ginepro, talora con ventate improvvise di scintille che sfavillavano e crepitavano prima di soffocarsi entro la cenere.Da lei, dalle sue vesti, si esalava un odore tenuissimo, forse un po' simile all'eliotropio, quell'odore che reca talvolta il vento della primavera quando giunge di lontano ed è passato sopra le serre aperte. Ero ad un'altra tavola, davanti al dolore di un'altra, ma il mio pensiero [pg!38] infrenabilmente risognava così. E per lei, per lei, per quella del mio sogno, volevo contendere finalmente a quelle fragili mani la mia liberazione.Ma come ardire?Non ella era venuta verso me con l'anima sul palmo della mano, perchè io vi spegnessi la mia sete? Io solo avevo dalle sue gote fatta sfiorire la giovinezza, e nella primavera della sua vita ero passato io solo, ma come un turbine, come una devastazione.Quale diritto potevo dunque invocare a difesa di me stesso, per quanto nessuna legge vi sia contro il delitto che uccide un'anima?E d'altronde perchè io, come essere umano, avrei dovuto sacrificarmi a lei, nell'ora in cui sentivo di potermi scagliare con l'impeto più giovanile della mia forza verso i miracoli d'una vita nuova? Condurre la mia libertà sfrenata sotto le placide ali del suo dominio e dirle:«Ecco: incatenami ora, perchè un giorno, per illusione, t'ho amata!»Queste meditazioni confuse avvincevano il mio pensiero, mentre andavo considerando meco stesso l'imminenza di un colloquio con Edoarda.Allora, per quel senso d'improvvisa divinazione che mi ha sempre soccorso in tante ore difficili della mia vita, quel senso figurativo, che suscita negli occhi la visione scenica di un fatto imminente, compresi tosto l'assurdità ed anche la ripugnanza d'una scena di commiato, viso a viso, dicendo le parole necessarie, deciso a tutto.Mi parve che avrei meglio potuto giungervi per una via trasversa, con arte, senza vibrare una ferita brutale, ma infliggendole a poco a poco la morte di questo amore, facendole intendere questa legge umana del perpetuo dissolvimento, della perpetua fine. Mi parve che il far meno soffrire fosse ancora una delicata pietà, e pensai di muovere nell'animo suo quei sentimenti che sono la vera forza del dolore, poichè inducono a misurare un desiderio di vendetta.[pg!39] Pensai: «S'ella sapesse odiarmi!»E l'idea che nelle deboli sue membra potesse ancora insorgere l'odio, questa magnifica ribellione, me la fece improvvisamente apparir più bella.«Sì, odiarmi ella deve, con la violenza ch'ella seppe infondere nell'amore; odiarmi per tutte le lacrime piante, per tutte le ore di giovinezza lasciate sfiorire in silenzio. Questo solo è degno di un'anima. Dopo avere amato io non saprei che odiare.»Ma ecco, facendo questo pensiero, d'un tratto m'apparve la visione di Elena, perduta per me, lontana, irridente con altri alle memorie di un nostro lungo amore. Un senso di vertigine mi strinse, avrei voluto quasi levarmi per correre a lei.... Compresi come non sia possibile odiare la creatura che fu da noi supremamente amata, compresi quanto il mio pensiero somigliasse ad un freddo egoismo, in cerca di placar la voce del rimorso, e mi sconfortò la sofferenza che tremava nella stanchezza di quegli occhi mansueti.Ebbi ancora bisogno di essere dolce con lei, di rivolgerle una parola buona. Le dissi piano:— Tu non sai come soffro nel vederti così...Su la sua povera bocca, ne' suoi tristissimi occhi azzurri, brillò rapidamente una luce che non parve sorriso, ma fu come un segno di sconforto inutile, di rassegnazione stanca.E soggiunsi più forte:— Voi non mangiate nulla; perchè? Vi ammalerete, Edoarda.La zia tentennò il capo, guardandola: trasse un lungo sospiro e mormorò:— Benedetta ragazza! benedetta!Edoarda non cessava tuttavia dal circondarmi di tante piccole premure. Senza volerlo, come in forza d'una abitudine antica, il suo sguardo ricorreva sempre alla mia persona, temendo che potessi avere un desiderio qualsiasi, o che alcuna cosa non fosse abbastanza curata per me. Faceva segno al domestico di versarmi vino se appena [pg!40] il mio calice era vuoto; una volta, non avendo più pane, feci atto di domandarne: rapida, ella mi diede il suo pane, intatto — e sorrise perchè le sorrisi.Mi salì nella mente una frase che un giorno le avevo scritta:«La tua anima è come una lampada votiva: non si stanca mai di ardere, tutelando la mia pace».Questa immagine funeraria non mi era mai sembrata così vera come in quel giorno.Parlammo ancora, di cose non gravi. A poco a poco la zia, commossa dalle mie gentilezze, dimenticava di essermi ostile, con la solita indulgenza del suo carattere. Anche Edoarda pareva un poco sollevarsi dalla sua prostrazione, e Whisky, accucciato su le mie ginocchia, di tanto in tanto faceva capolino col musetto su l'orlo della tavola per lambirmi l'orlo del piatto; se io ridendo lo battevo leggermente, allora mi fissava con impertinenza e mi abbaiava contro, quasi maravigliandosi della mia tracotanza.Dall'insieme di questi e d'altri piccoli fatti compresi come un poco di destrezza e di buon volere da parte mia sarebbero stati più che sufficienti a riparare senz'altro l'accaduto. Ma questo pensiero mi dispiacque, poichè vedevo per esso come tutti eran ancor lontani dall'ammettere la possibilità della mia scomparsa da quella casa, ove, allo spirare d'un lutto, avrei dovuto entrare, fra un'allegrezza di sponsali, riaprendo a conviti e feste le sale da lunghi anni taciturne.La colazione era finita. Edoarda si levò in silenzio, andò a prendere le sigarette che amava comprarmi e scegliermi ella stessa; portò anche una scatola in cui erano alcuni sigari prelibati: me li offerse tacitamente, senza guardarmi, però mettendo una infinita cura nel toccare le cose che per sua volontà mi appartenevano, cose che adoperavo io solo. Erano le scatole mie: nessuno le doveva nemmeno aprire. Per gl'invitati ve n'erano altre; anche il domestico lo sapeva, e guai se non ne avesse tenuto conto! Così, quand'io venivo, Edoarda faceva [pg!41] ella stessa il caffè, in una macchina di rame a filtro, e c'erano per lei e per me due piccole chicchere uguali, d'una porcellana tenue come la madreperla. Quelle servivano per noi, solo per noi.La zia, siccome beveva troppo caffè, aveva una sua chicchera più grande.E così fu pure quel giorno, per un tacito volere di Edoarda.La zia poi tornava nella sala, fra le braccia della sua vasta poltrona, e bisognava lasciarla tranquilla per qualche ora. Sorbiva con delizia un bicchierino di liquore, due talvolta, poi pretendeva di leggere un giornale, a diritto, a rovescio, finchè le scivolasse di mano, — e s'addormentava.C'erano, dopo il salone, due sale minori e contigue, di cui la prima conteneva una rarissima collezione di statuette di Saxe e di bronzi antichi, l'altra, secondo il volere di Edoarda, era la nostra — esclusivamente nostra. Colà passavamo lunghe ore del giorno e della sera durante i pisoli della zia, la quale talvolta, svegliandosi di soprassalto, chiamava con voce grossa:— Edoarda! non dormo, sai... Potreste anche venire di qua.Ma era inutile muoversi, perchè avevo spiegato a Edoarda che si trattava semplicemente di un sogno fatto ad alta voce, una frase che la zia per abitudine aveva imparato a dire anche dormendo.Quel giorno, quand'ella fu nella sua poltrona, fra le cuffie di lana per «I Figli della Provvidenza», il suo bicchierino ed il giornale, noi scendemmo a visitare il cavallo.Whisky ci seguiva saltellando e scodinzolando.Nella scuderia Edoarda staccò ella stessa il cavallo malato, poi lo condusse fuori nella corte, ove il cocchiere lo prese a mano per farlo muovere, al passo, al trotto, davanti a noi. Era un superbo irlandese, dal mantello sauro focato, con le zampe calzate di altissime balzane.[pg!42] — Povero Good Bye! Vedi come zoppica! — esclamò Edoarda.Lo feci fermare, gli sollevai la zampa, esaminai lo zoccolo, feci scorrere le dita, premendo lungo i tendini del garretto, e l'animale non dava il più piccolo segno di dolore.— Quando lo avete attaccato l'ultima volta? — domandai al cocchiere.— Tre giorni fa, signor conte. Trottava magnificamente. Me ne accorsi la mattina dopo nel farlo uscire di scuderia.— Bisognava sferrarlo, — dissi.— Ma il dolore dev'essere nella spalla.— Non importa; va sferrato. — Mi detti a comprimere la spalla dell'irlandese, cercando nelle muscolature di suscitargli un dolore. Infatti, ad un certo punto, il cavallo si agitò sotto la pressione delle dita, volgendo la groppa ed inarcando il collo.— È una spallata, — dissi. — Forse avrà dato nel battifianco o si sarà coricato male. Fategli una buona fregagione d'«Embrocation» e mettetegli un po' di creta. Sarà meglio chiamare il veterinario in ogni modo.— Povero Good Bye! — fece Edoarda battendo il palmo su la sua bella narice bianca.Il cavallo scomparve nella scuderia e rimanemmo soli, Edoarda ed io, nel mezzo della corte, al sole.— Dove andremo? — le domandai.— Dove tu preferisci: nel giardino o sopra.Quel pomeriggio, in sul morir dell'inverno, era quasi tepido come una primavera; il giardino inverdiva di là dalla corte.— Sopra, — io scelsi, pensando che le facesse piacere. E ci avviammo. Per le scale volli prenderle un braccio, ma Edoarda eluse il mio gesto, salendo più rapida sino al pianerottolo.— Edoarda, che hai?— Perchè cerchi di fingere? — mi rispose tristemente.[pg!43] — Sei molto ingiusta con me!Allora ella chiuse l'uscio dell'anticamera, in faccia a Whisky che voleva entrare con noi, e passando piano per la stanza ove la zia sonnecchiava entrammo nel salottino, dove ogni cosa poteva rievocarci una sua particolare memoria.Traverso le cortine il sole delineava una trama di vincoli floreali, muovendo una palpitazione luminosa intorno alle pareti, ai mobili ed ai cuscini, ch'erano foderati di una stoffa delicatissima, dal colore un po' languido della rosa di gruogo. Una striscia di polvere animata fendeva obliquamente la stanza, traendo qualche bagliore dalle coppe fiorentine, che traboccavano di bianco lilla e di lilla malvato; sopra un tavolino, in un angolo, fra molti ninnoli graziosi, una scatola d'argento si accendeva d'una raggiera insostenibile, ferita in pieno da quel raggio di sole.In silenzio Edoarda sedette sopra il divano, e come in forza d'un'abitudine lasciò vuoto al suo fianco lo spazio dov'io sedevo di consueto per prenderla fra le braccia. Ed ecco mi posi accanto a lei, sul divano, senza guardarla, non osando interrompere il silenzio.Di fronte v'era una piccola scrivania di legno roseo, intarsiato alla foggia di Andrea Carlo Boule, un delizioso mobile del Settecento, con incrostazioni di madreperla e di mosaico fino; più oltre, nella parete, un caminetto con gli alari di bronzo, chiuso da una lamina d'ottone istoriato, e così minuscolo da parere costrutto per i piedini di una bambola di Norimberga.— Germano, — ella prese a dire lentamente, con gli occhi semichiusi, le palpebre sfiorate da un triste sorriso di evocazione, — ti ricordi quanti sogni abbiamo fatti insieme, in questa piccola stanza nostra, quando mi amavi ancora?— Perchè dici così? Nulla è mutato.— No, tu non rispondere... Taci, taci! Vedi bene che cerco di non piangere... Ah! non voglio piangere!...E scosse la testa. Una lacrima le cadde dalle ciglia, pianamente, senza il desiderio d'essere asciugata.[pg!44] — Ti ricordi? — ella ricominciò. — Dopo il pranzo tu mi dicevi: Non verrà nessuno? — Nessuno. — Dormirà la zia? — Dormirà. — E allora mi prendevi su le ginocchia, proprio qui, su questo medesimo divano, e mi dicevi tante parole così dolci, così dolci... Qualche volta io ti leggevo un libro, ma tutti i libri erano troppo noiosi e ci voleva un'eternità prima di giungere alla fine. Verso le undici Pietro portava il tè, con due tazze, ma noi se ne adoperava sempre una sola... ti ricordi?— Sciocchezze! — io dissi mentalmente. Ma ebbi quasi paura di averlo pronunziato in modo intelligibile. Invece risposi, con la voce più mite che potei:— Sì, mi ricordo. Ma, vedi: non si può continuare tutta la vita a bere il tè nella medesima tazza. Queste piccole cose hanno il loro pregio appunto perchè si fanno una volta sola; continuandole diverrebbero comuni.— E come le piccole cose, anche le grandi, — ella rispose. — Tutto è comune quello che non piace più. Vedi, Germano, anch'io darei non so cosa per trovar sciocco e vuoto il migliore fra i nostri ricordi; ma, che vuoi? è più forte di me, non posso! C'è qualcosa nel mio spirito che mi fa trovare continuamente nuovo tutto quello che appartenne ad un momento del nostro amore.Poi, d'improvviso, dilatando gli occhi con una specie di smarrimento, arrendendosi alla suprema evidenza di un pensiero:— Dimmi, — esclamò, — come potremo continuare a vivere in questo modo?E prima che potessi rispondere:— Pensa ch'io t'amo ancora terribilmente! Non ho dimenticato, io!... Vedi, mi consumo tutta, perchè ti perdo, e lo so!— Senti, senti, non parlare così... — la supplicai. — Tu soffri per colpa della tua immaginazione; sei fuori di strada, sei malata. Non è come tu credi. Solamente, il carattere di un uomo subisce talvolta una crisi... Allora le infantilità dell'amore passano, com'è naturale, mentre il sentimento rimane. Che hai? Su, dimmi, che hai?[pg!45] Ella scuoteva la testa con maggiore insistenza.— No, non cercare d'illudermi: l'amore non è una cosa che si finge. Meglio allora, mille volte meglio che tu non abbia questa inutile compassione di me! Credi forse che io non lo sappia? Finora non mi avevi mai fatto così male come oggi. Da che sei venuto qui, ogni tua parola, ogni tuo movimento, è stato per me come una ferita più profonda, più diritta nel cuore. Lo vedo: il tuo pensiero è altrove; io ti dò noia; non aspetti che l'ora di potermi lasciare, perchè, oltre a non amarmi più, adesso ne ami un'altra, lo so! lo so... e, guarda...Di scatto sorse in piedi, con gli occhi un po' folli; una sua mano fece l'atto di volermi ghermire, ma invece, col braccio teso, ella descrisse un piccolo cerchio su sè stessa, girando sui talloni, e ricadde sopra il divano, sprofondandovi la faccia, balbettando:— Ecco, mi farai morire!— Ti esalti, Edoarda, ti esalti — le dissi, vinto da una dolorosa commozione. — Per carità, non farmi queste scene terribili! Sai pure quanto mi disperano!Ed esagerando la mia sovraeccitazione, mi diedi a camminare per il salottino senza contenere qualche gesto violento. In silenzio, come intimorita, Edoarda si ritrasse contro la piccola scrivania, facendo uno sforzo per nascondere le sue lagrime.Allora le andai vicino, con dolcezza:— Tu, purtroppo, rimarrai eternamente una bimba! Non puoi convincerti che un uomo, il quale ha tanti pensieri fastidiosi per il capo, senta qualche volta un altro desiderio che non sia quello di prendere la sua donna fra le braccia e ripeterle quelle frasi appassionate che si dicono a vent'anni, quando non si ha nulla di più serio nè di più grave nella vita.— Non avevi però vent'anni alcuni mesi or sono, — ella mi disse, lasciandosi carezzare i capelli.— È vero; ma sono mutato. È una cosa recente. Non so, non lo comprendo neppur io.— Dimmi, — ella fece, posandomi le due mani su le [pg!46] spalle, con un sorriso in cui tremava il dolore del suo martirio; — dimmi, chi è questa donna per la quale ti sei battuto?— Ma non c'è! non esiste! — affermai, assolutamente incapace di farla più oltre soffrire.— Sì, che c'è! Raccòntami! — E dagli occhi fermi le scendevan lacrime su la bocca sorridente.— Cosa ti hanno detto, mio povero amore? — le domandai.— Mi hanno detto... Ma no! voglio saperlo dalla tua bocca.Orribile! orribile! Tutto era indegno, la finzione come la verità.— Ebbene, vuoi sapere? Ecco: è un'antica amante, una forestiera conosciuta in viaggio, prima di te. L'ho ritrovata qui a Roma, per istrada; mi ha fermato, mi ha detto che l'andassi a trovare... Vi andai. Ecco, già che vuoi sapere, ti dico la verità.Improvvisavo le parole ad una ad una, prendendo fiato per cercarne altre.— Ma perchè vi sei andato? Le volevi bene ancora?— Nemmeno per sogno! Vi sono andato, così, per capriccio, per fare qualcosa... Tu non crederai, ma quando un uomo sta per ammogliarsi e deve chiudere la sua vita galante, prova talora una specie di ritorno sentimentale, o stupido, come vuoi, verso le amiche di una volta, ma indistintamente verso tutte, per la semplice ragione che dopo non si avranno più. Mi capisci?— Sì, forse posso capire, fino qui... Ma poi?— Poi, non c'è altro. Il resto, che so io, è stato un semplice caso...— Eppure ti sei battuto per lei.— Per lei? Ma chi te l'ha detto? Ci siamo battuti per una sciocchezza. Intanto, quell'Albanese, non l'ho mai potuto soffrire. È un vanesio antipatico e m'irrita. Poi forse credeva che quella donna fosse la mia amante...— Ma come poteva crederlo, se non era?— Oh, Dio, si raccontano tante fiabe! Del resto mi [pg!47] aveva un giorno incontrato per istrada mentre parlavo con lei. Dunque, lasciami continuare... Venne al Circolo, e, seccatissimo di perdere, cominciò a stuzzicarmi dicendo una quantità di scempiaggini, cioè che avevo fortuna con le carte ma non con le donne, perchè lui conosceva questa signora, le mandava fiori, la fermava ogni giorno... insomma che credeva di potermela togliere quando volesse. Io gli ho risposto, per puntiglio, che la sua pretesa era un po' avventata, ma che gli stava bene il soprannome di «Assillo», poichè infatti, con quelle sue millanterie, si rendeva ridicolo. Insomma da una parola vivace all'altra, si venne ad un battibecco. Naturalmente raccontarono poi che la causa ne fosse quella donna... Vedi che dopo tutto la mia colpa non è tanto grave!— Ed è così?... — fece, incredula.— È così, Edoarda. Perchè ti dovrei mentire?Il suo volto era passato per un'alternativa continua di sentimenti; ora mi fissava, quasi per scrutarmi nel più recondito pensiero.E intanto, come spesso avviene, mentre si elabora un'idea, dietro, nei recessi della mente, un'altra nasce, luminosa, imprevista, per risolvere la difficoltà contro la quale ci dibattiamo. Parlando, il mio pensiero andò, non so come, verso le mie campagne di Terracina, su cui scadeva di lì a poco una certa ipoteca dei Rossengo di laggiù; rimedio gravoso e miserevole frapposto all'imminenza della mia rovina. Avrei dovuto recarmi colà, in cerca di un ripiego qualsiasi, poichè non avevo il denaro per estinguerla. Orbene, perchè non valermi di un tal pretesto per abbandonar Roma con Elena, e di laggiù forse avere il coraggio supremo che non avrei mai trovato davanti al suo dolore? Ecco: l'idea mi parve semplice, piana, gioconda. Stupii di non averla immaginata prima, e con tutte le mie forze m'apparecchiai a dimostrarle man mano questa necessità.— Non mi credi? — ripresi. — Non mi credi ancora? Ebbene, domandalo a Fabio Capuano. Egli era presente. Credi a lui?[pg!48] — Vorrei credere a te solo, se potessi.— Ecco il male. Non c'è quasi amicizia fra noi. Purtroppo sei sempre così piena di sospetti!— Oh, non lo dire! Tu sai...— Certo, certo, so che tu sei buona, infinitamente buona con me. Solo, mi vuoi forse troppo bene per poter essere la mia amica. Quante volte ne ho parlato con Fabio! Egli stesso, vedi, mi trova mutato; dice di non più riconoscermi.— Questo è vero, sai!— Sì, è vero, pur troppo. Mi s'infiltra nelle vene talvolta una immensa ed oscura tristezza... sento il bisogno di essere solo, di non amare più nessuno, di allontanarmi da tutti... Che so? mi sembra una malattia.Ci eravamo seduti, m'accarezzava le tempie, la faccia, con indulgenza, con pietà.— Povero amore, — sospirò, — vorrei tanto poterti guarire! Ma io... cosa sono io per te?— Sei anche tu, Edoarda, un piccolo cuore malato. Vedi: la nostra vita è troppo dolorosa; tu mi comunichi la tua disperazione. Senti: cosa faresti, per esempio, se non dovessi vedermi più?Con uno scatto si volse tutta verso di me, spalancando gli occhi atterriti.— Perchè mi domandi questo? — mormorò, con un filo di voce tremula.— Te lo domando astrattamente, — risposi, con uno sforzo per sembrarle naturale. — Poi anche per la ragione che ora dovremo lasciarci momentaneamente... Oh, non ti spaventare! un'assenza di pochi giorni.— Ah, sì?... parti?... — ella domandò soffocatamente, serrando le mani in croce sul petto per contenerne l'affanno.— Non è una partenza, via! Dovrò solo andare per qualche giorno a Torre Guelfa. Mi scade fra poco l'ipoteca triennale fatta con i Rossengo su le terre di San Biagio. Non potendola pagare, debbo rinnovarla. Sto già trattando per lettera, ma richiedono la mia presenza per appianare certe questioni di forma.[pg!49] — Dunque te ne vai... — disse con desolazione. — E quando?— Non so ancora; uno di questi giorni. Sono talmente seccato!— Ma io ti potrei forse...— No, ti prego, non parlarne! Sai bene che non voglio. Del resto non mancherò di trovare un ripiego.Piangeva ora di nuovo, accasciata, curva, ritraendosi a poco a poco più lontana da me, come se avesse paura.— E quando ritornerai? — disse con la voce spenta.— Al più presto possibile; non appena compiuto il rinnovo.— Mi sembra che tu non debba ritornare mai più...Si rovesciò su la spalliera del divano, un po' rigida, con le braccia inerti, gli occhi sperduti, e fece un lungo sogno...— Mi scriverai da Torre Guelfa?Le sue parole furon piane come un alito.— Sì, ti scriverò tutte le sere prima di coricarmi, come una volta, quand'eravamo lontani.— Oh sì, come una volta... Che lettere dolci mi scrivevi una volta...Un sorriso d'evocazione trasfigurò il suo pallore; le sue ciglia si abbassarono; la sua faccia si compose in una specie di bellezza immateriale.Soltanto allora compresi che nella piccola stanza tutelare una grande anima compiva la sua rinunzia suprema, e per un senso inesprimibile di paura ebbi quasi bisogno d'inginocchiarmi, come davanti a tutte le cose che si vedono morire.Un sole giocondo invadeva ora la stanza, traeva uno scintillìo di colori dalle coppe di cristallo, dalle cornici, dalle borchie dei mobili, suscitando qualche onda lucida per le stoffe delle tappezzerie, che avevano il colore indefinibile della rosa di gruogo. Allora finalmente una lacrima inumidì le mie ciglia, e mi chinai su quella povera bocca, su quella dolce anima ferita, per chiederle perdono con un bacio: — la confessione più triste che vi sia.[pg!50]
VILa mattina seguente, pochi minuti prima del mezzogiorno, camminavo con un passo alacre verso la casa di Edoarda Laurenzano. Vanamente cercavo di costringere il mio pensiero alle opportune meditazioni di quell'ora forse terribile che per me s'apparecchiava. Tutto nel mio spirito era giocondità, sorriso, luce.Godevo il piacere insaziabile di respirare l'aria, di bagnarmi nel sole, di camminare con rapidità nell'ingombro dei marciapiedi; provavo la gioia di veder correre i cavalli, e gli uomini urtarsi, confondersi, elevando la voce, manifestando in mille modi continui la vitalità dei loro muscoli e dei loro pensieri.Eppure una gran casa taciturna mi attendeva: in quella casa una fragile apparizione di fanciulla, con gli occhi pieni di lacrime latenti, buona fino al martirio, pallida fino allo squallore. Mi attendeva lo sforzo di comprimere dentro il cuore tutta l'esuberanza di questa immensa gioia, per chinarmi a raccogliere un dolore, a simulare una pietà, e, menzogna sopra menzogna, forse a concedere una speranza.Come mi avrebbe accolto Edoarda, dopo la notizia del duello ed i maligni discorsi delle premurose amiche? Senza dubbio le voci su la mia recente avventura con Elena dovevano essere giunte fino a lei. D'altronde, come le avrei spiegata la mia trascuraggine di quegli ultimi tempi? Un giorno, mentre passeggiavo con Elena sul Corso, la sua carrozza era passata improvvisamente. Non potendomi nascondere, m'ero vôlto con prontezza verso una vetrina, e durante il fugace riflettersi della portiera nel [pg!33] cristallo non avevo potuto discernere se colei che stava nella carrozza mi avesse o no veduto. Infine mi sarei dunque deciso ad una confessione aperta, od avrei di nuovo prolungata per viltà quella orribile finzione?Tutte queste domande volgevo confusamente nel mio spirito, e rimanevano senz'alcuna risposta. Nel varcare la soglia del palazzo Laurenzano, provai subitamente una stretta al cuore. Tutto là dentro, le persone e le cose, mi erano familiari, avevano al mio giungere un sorriso di cordiale accoglienza.Vedendomi entrare, il vecchio portiere si affacciò alla vetrata per dirmi ambiguamente:— Oh, signor conte! Non la si vedeva da molti giorni. E' stato malato forse?— Un po' indisposto; nulla, nulla, — risposi con brevità.E la sua moglie ciarliera gli andava borbottando qualcosa dietro la schiena, tirandolo per la falda della livrea.Venne il cocchiere in quel punto, mentre stavo attraversando la corte, per dirmi che uno dei cavalli s'era azzoppato e la signorina gli aveva detto di mostrarlo a me... quando venissi.— Va bene, — risposi. — Scenderò dopo la colazione.Quei cavalli erano stati scelti e contrattati da me; in quella casa tutti oramai mi consideravano come il padrone. Salito che fui nell'anticamera, il domestico tornò da capo con le sue rispettose maraviglie. Sono costoro per consueto custodi assai gelosi dell'onor familiare.Edoarda mi venne incontro per il corridoio, senza far strepito sul tappeto, appoggiandosi alla parete, nell'ombra.— Credevo che non saresti venuto mai più....Furtivamente, nel corridoio, non sapendo come risponderle, per fare quello che facevo sempre, volli darle un bacio.Ma ella si ritrasse con un moto repentino e disse in fretta:[pg!34] — Vieni, la zia ci attende.Infatti, nel solito angolo della sala, sprofondata in una immensa poltrona, la zia di Edoarda lavorava come sempre alle sue cuffie di lana.Whisky, il piccoloterrierdal musetto bianco e nero, le sonnecchiava davanti, sopra un cuscino. Quando mi vide, balzò diritto e mi corse incontro saltellando, abbaiando forte.— Whisky, piccolo Whisky!... Come va? come va? — feci allegramente, per nascondere la mia confusione. Ma Whisky si arrampicava su le mie gambe, mi grattava le scarpe, urlava tanto, che dovetti prenderlo in braccio e carezzarlo affinchè si quietasse. La zia di Edoarda, una vecchia signora corpulenta e piena d'infermità, mi accolse in un modo appena urbano.Cosa dissi non saprei; una confusione sciocca di parole e di fatti: quel mio malessere continuo, la febbre, l'arrivo di un amico da Palermo, l'incidente spiacevole con l'Albanese, lo scontro «e poi, di nuovo, ieri, tutto il giorno, tutta la notte, l'emicrania...»Edoarda, seduta, immobile, pareva esaminasse ogni mio gesto, ingoiasse con amarezza ogni mia parola. Poich'ero assai confuso, Whisky sopra tutto m'interessava, con le sue comiche impertinenze, con le sue capriole sui cuscini, vispo come un furetto.— E cosa faceva in questi giorni il piccolo Whisky? — io dicevo, schioccando le dita per provocare la sua vivacità.Di sfuggita, nel frattempo, consideravo Edoarda. Mai come in quel giorno ella mi parve stremata. Il lungo pianto le aveva devastata la faccia.— Mi ha detto il cocchiere, — profferii timidamente, per interrompere il gelido silenzio — che uno dei cavalli zoppica. Dopo colazione bisognerà che lo andiamo a vedere.— Sono già due giorni, — ella disse, guardando a terra.— Non fu chiamato il veterinario?[pg!35] — No: credevo che sareste venuto.Ancora un lungo silenzio.— Non avete altri duelli in vista? — fece dottoralmente la zia.— Nessuno ch'io sappia, — risposi, volendo riderne.— Meno male: noi lo abbiamo saputo dagli Ardizzò-Basile e più tardi dai giornali, perchè voi, naturalmente...Io mi precipitai a raccogliere gli occhiali che le erano caduti.— Preferivo dirlo a voce, — risposi, — e siccome non ho potuto venire ieri...— Già, l'emicrania! — disse la zia, stirando le sue cuffie. Poi soggiunse:— Naturalmente ieri abbiamo avuto una sequela di visite. Oltre gli Ardizzò, vennero i Landriano, mia cugina Ferro con suo marito, le De Gennaro, Maurizia Curreno, e molte altre. A proposito, si potrebbe sapere la causa vera di questo famoso duello?— Ma è semplicissima: un incidente di giuoco al Circolo, come vi ho detto.— Già; ma sembra che non tutti spieghino la cosa in questo modo. Il battibecco di giuoco, se vogliamo, è la versione ufficiale; ma insieme se ne dà un'altra.— Un'altra?... — feci evasivamente. — Mi stupisce. Sebbene dovrei sapere ormai di quali pettegolezzi si dilettino i Landriano, gli Ardizzò, le De Gennaro e tutta questa brava gente.— Eh, davvero, voi siete una grande vittima, povero Germano! — fece la zia sogguardandomi sopra gli occhiali.— Non voglio notare la sua ironia. L'incidente mi creda, si è svolto così...E narrai un comunissimo bisticcio, provocato da una freddura dell'Albanese. Durante il mio racconto la zia gonfiava la sua faccia pingue, talora sorridendo e talvolta volendo interrompere, Edoarda mi ascoltava senza batter palpebra, con il volto chino, facendo uno sforzo per reprimere il suo dolore.[pg!36] Quand'ebbi finito, la zia si dimenò più volte nella poltrona con una specie di furor contenuto, e, molto accesa nel volto, squadrandomi di traverso:— Bene, bene, — concluse: — a me sembra semplicemente, che, in date condizioni, un gentiluomo non dovrebbe dimenticare...— Zia... — profferì Edoarda con voce angosciata, intercedendo per me.— Tu sei una sciocca, Edoarda! — rispose la zia, eccitandosi. — Dovrò pure parlar io, visto che tu taci.— Zia, ti prego! — supplicò di nuovo Edoarda con le lacrime agli occhi.— Ebbene, sia! Non parliamone più. Cercate, se vi riesce, di sbrigarvela a modo vostro; io, dopo tutto, non c'entro.E riprese le sue cuffie di lana, borbottando a voce bassa, e tratto tratto inforcandosi meglio sul naso gli occhiali visibilmente appannati.— Ho già troppi malanni addosso e non voglio farmi cattivo sangue per voi. Ma tu sei una sciocca, povera Edoarda! Ohè, Whisky, lascia dunque il mio gomitolo! Whisky, qui!Nel frattempo io camminavo a passi concitati per la sala, mostrando il mio malanimo, e credendo che la migliore saggezza fosse il tacere. Whisky, lasciato il gomitolo, mi saltellava dietro le calcagna, esortandomi a giocare con lui.Finalmente il domestico annunziò la colazione, dove la vecchia signora non era mai di cattivo umore, sebbene prima s'inghiottisse tutta una spezieria di medicine.Quando fummo seduti a quella tavola, il mio pensiero corse involontariamente alla piccola sala da pranzo dai tendami di broccato rosso e dalle grandi scansìe, con l'effige della trisavola campeggiante su la parete; alla sala dove la sera prima Elena ed io avevamo desinato fianco a fianco, nella piena solitudine del nostro amore. Un paragone involontario mi si affacciava nel pensiero tra quella superba immagine di donna, esprimente in [pg!37] ogni sua forma l'impetuosa gioia di vivere, la felicità di sentirsi amata, e quella povera faccia, logorata per il troppo soffrire, in cui vagavano due grandi occhi cerulei con uno sguardo pieno di smarrimento.Ero lì, ma l'anima correva lontana. Sognavo; ad occhi aperti sognavo.... e la risata di Elena empiva la piccola stanza dall'addobbo severo, che a quella voce limpida pareva risvegliarsi come da un letargo antico e lasciarsi a poco a poco invadere dalla nostra giocondità. Ridevano intorno i vetusti arredi, portati lì dal palazzo dei Materdomini, che avevo dovuto vendere l'anno prima per causa de' miei dissesti, ad uno speculatore straniero, e persino rideva dal quadro annerito l'arcigna e barbuta mia trisavola (Agnese Caterina dei Guelfo di Materdomini), la quale provocava l'ilarità di Elena, specialmente per la struttura del suo naso e la lunghezza delle sue dita.Scintillava nei calici la spuma dello Sciampagna, e l'anima generosa di quel vino biondo accalorava un poco le guance di Elena, diffondendole negli occhi un'ombra di soave languore. Ella vi bagnava le labbra, bevendo a piccoli sorsi, lentamente, come si aspira un profumo. La sua bocca rossa, quando si staccava dall'orlo del bicchiere, umida per uno scintillìo di piccole gemme liquide, aveva in sè qualcosa di estremamente sensuale, come la maturità di un frutto che si fende al sole.Non v'erano a guardarci che i fiori nelle coppe di cristallo e gli occhi scolpiti nei fregi delle grandi scansìe. Veniva su dalla strada un rumore confuso, traverso i tendami di broccato, e poichè gli usci erano aperti verso la sala, si vedevano ardere i tizzi di ginepro, talora con ventate improvvise di scintille che sfavillavano e crepitavano prima di soffocarsi entro la cenere.Da lei, dalle sue vesti, si esalava un odore tenuissimo, forse un po' simile all'eliotropio, quell'odore che reca talvolta il vento della primavera quando giunge di lontano ed è passato sopra le serre aperte. Ero ad un'altra tavola, davanti al dolore di un'altra, ma il mio pensiero [pg!38] infrenabilmente risognava così. E per lei, per lei, per quella del mio sogno, volevo contendere finalmente a quelle fragili mani la mia liberazione.Ma come ardire?Non ella era venuta verso me con l'anima sul palmo della mano, perchè io vi spegnessi la mia sete? Io solo avevo dalle sue gote fatta sfiorire la giovinezza, e nella primavera della sua vita ero passato io solo, ma come un turbine, come una devastazione.Quale diritto potevo dunque invocare a difesa di me stesso, per quanto nessuna legge vi sia contro il delitto che uccide un'anima?E d'altronde perchè io, come essere umano, avrei dovuto sacrificarmi a lei, nell'ora in cui sentivo di potermi scagliare con l'impeto più giovanile della mia forza verso i miracoli d'una vita nuova? Condurre la mia libertà sfrenata sotto le placide ali del suo dominio e dirle:«Ecco: incatenami ora, perchè un giorno, per illusione, t'ho amata!»Queste meditazioni confuse avvincevano il mio pensiero, mentre andavo considerando meco stesso l'imminenza di un colloquio con Edoarda.Allora, per quel senso d'improvvisa divinazione che mi ha sempre soccorso in tante ore difficili della mia vita, quel senso figurativo, che suscita negli occhi la visione scenica di un fatto imminente, compresi tosto l'assurdità ed anche la ripugnanza d'una scena di commiato, viso a viso, dicendo le parole necessarie, deciso a tutto.Mi parve che avrei meglio potuto giungervi per una via trasversa, con arte, senza vibrare una ferita brutale, ma infliggendole a poco a poco la morte di questo amore, facendole intendere questa legge umana del perpetuo dissolvimento, della perpetua fine. Mi parve che il far meno soffrire fosse ancora una delicata pietà, e pensai di muovere nell'animo suo quei sentimenti che sono la vera forza del dolore, poichè inducono a misurare un desiderio di vendetta.[pg!39] Pensai: «S'ella sapesse odiarmi!»E l'idea che nelle deboli sue membra potesse ancora insorgere l'odio, questa magnifica ribellione, me la fece improvvisamente apparir più bella.«Sì, odiarmi ella deve, con la violenza ch'ella seppe infondere nell'amore; odiarmi per tutte le lacrime piante, per tutte le ore di giovinezza lasciate sfiorire in silenzio. Questo solo è degno di un'anima. Dopo avere amato io non saprei che odiare.»Ma ecco, facendo questo pensiero, d'un tratto m'apparve la visione di Elena, perduta per me, lontana, irridente con altri alle memorie di un nostro lungo amore. Un senso di vertigine mi strinse, avrei voluto quasi levarmi per correre a lei.... Compresi come non sia possibile odiare la creatura che fu da noi supremamente amata, compresi quanto il mio pensiero somigliasse ad un freddo egoismo, in cerca di placar la voce del rimorso, e mi sconfortò la sofferenza che tremava nella stanchezza di quegli occhi mansueti.Ebbi ancora bisogno di essere dolce con lei, di rivolgerle una parola buona. Le dissi piano:— Tu non sai come soffro nel vederti così...Su la sua povera bocca, ne' suoi tristissimi occhi azzurri, brillò rapidamente una luce che non parve sorriso, ma fu come un segno di sconforto inutile, di rassegnazione stanca.E soggiunsi più forte:— Voi non mangiate nulla; perchè? Vi ammalerete, Edoarda.La zia tentennò il capo, guardandola: trasse un lungo sospiro e mormorò:— Benedetta ragazza! benedetta!Edoarda non cessava tuttavia dal circondarmi di tante piccole premure. Senza volerlo, come in forza d'una abitudine antica, il suo sguardo ricorreva sempre alla mia persona, temendo che potessi avere un desiderio qualsiasi, o che alcuna cosa non fosse abbastanza curata per me. Faceva segno al domestico di versarmi vino se appena [pg!40] il mio calice era vuoto; una volta, non avendo più pane, feci atto di domandarne: rapida, ella mi diede il suo pane, intatto — e sorrise perchè le sorrisi.Mi salì nella mente una frase che un giorno le avevo scritta:«La tua anima è come una lampada votiva: non si stanca mai di ardere, tutelando la mia pace».Questa immagine funeraria non mi era mai sembrata così vera come in quel giorno.Parlammo ancora, di cose non gravi. A poco a poco la zia, commossa dalle mie gentilezze, dimenticava di essermi ostile, con la solita indulgenza del suo carattere. Anche Edoarda pareva un poco sollevarsi dalla sua prostrazione, e Whisky, accucciato su le mie ginocchia, di tanto in tanto faceva capolino col musetto su l'orlo della tavola per lambirmi l'orlo del piatto; se io ridendo lo battevo leggermente, allora mi fissava con impertinenza e mi abbaiava contro, quasi maravigliandosi della mia tracotanza.Dall'insieme di questi e d'altri piccoli fatti compresi come un poco di destrezza e di buon volere da parte mia sarebbero stati più che sufficienti a riparare senz'altro l'accaduto. Ma questo pensiero mi dispiacque, poichè vedevo per esso come tutti eran ancor lontani dall'ammettere la possibilità della mia scomparsa da quella casa, ove, allo spirare d'un lutto, avrei dovuto entrare, fra un'allegrezza di sponsali, riaprendo a conviti e feste le sale da lunghi anni taciturne.La colazione era finita. Edoarda si levò in silenzio, andò a prendere le sigarette che amava comprarmi e scegliermi ella stessa; portò anche una scatola in cui erano alcuni sigari prelibati: me li offerse tacitamente, senza guardarmi, però mettendo una infinita cura nel toccare le cose che per sua volontà mi appartenevano, cose che adoperavo io solo. Erano le scatole mie: nessuno le doveva nemmeno aprire. Per gl'invitati ve n'erano altre; anche il domestico lo sapeva, e guai se non ne avesse tenuto conto! Così, quand'io venivo, Edoarda faceva [pg!41] ella stessa il caffè, in una macchina di rame a filtro, e c'erano per lei e per me due piccole chicchere uguali, d'una porcellana tenue come la madreperla. Quelle servivano per noi, solo per noi.La zia, siccome beveva troppo caffè, aveva una sua chicchera più grande.E così fu pure quel giorno, per un tacito volere di Edoarda.La zia poi tornava nella sala, fra le braccia della sua vasta poltrona, e bisognava lasciarla tranquilla per qualche ora. Sorbiva con delizia un bicchierino di liquore, due talvolta, poi pretendeva di leggere un giornale, a diritto, a rovescio, finchè le scivolasse di mano, — e s'addormentava.C'erano, dopo il salone, due sale minori e contigue, di cui la prima conteneva una rarissima collezione di statuette di Saxe e di bronzi antichi, l'altra, secondo il volere di Edoarda, era la nostra — esclusivamente nostra. Colà passavamo lunghe ore del giorno e della sera durante i pisoli della zia, la quale talvolta, svegliandosi di soprassalto, chiamava con voce grossa:— Edoarda! non dormo, sai... Potreste anche venire di qua.Ma era inutile muoversi, perchè avevo spiegato a Edoarda che si trattava semplicemente di un sogno fatto ad alta voce, una frase che la zia per abitudine aveva imparato a dire anche dormendo.Quel giorno, quand'ella fu nella sua poltrona, fra le cuffie di lana per «I Figli della Provvidenza», il suo bicchierino ed il giornale, noi scendemmo a visitare il cavallo.Whisky ci seguiva saltellando e scodinzolando.Nella scuderia Edoarda staccò ella stessa il cavallo malato, poi lo condusse fuori nella corte, ove il cocchiere lo prese a mano per farlo muovere, al passo, al trotto, davanti a noi. Era un superbo irlandese, dal mantello sauro focato, con le zampe calzate di altissime balzane.[pg!42] — Povero Good Bye! Vedi come zoppica! — esclamò Edoarda.Lo feci fermare, gli sollevai la zampa, esaminai lo zoccolo, feci scorrere le dita, premendo lungo i tendini del garretto, e l'animale non dava il più piccolo segno di dolore.— Quando lo avete attaccato l'ultima volta? — domandai al cocchiere.— Tre giorni fa, signor conte. Trottava magnificamente. Me ne accorsi la mattina dopo nel farlo uscire di scuderia.— Bisognava sferrarlo, — dissi.— Ma il dolore dev'essere nella spalla.— Non importa; va sferrato. — Mi detti a comprimere la spalla dell'irlandese, cercando nelle muscolature di suscitargli un dolore. Infatti, ad un certo punto, il cavallo si agitò sotto la pressione delle dita, volgendo la groppa ed inarcando il collo.— È una spallata, — dissi. — Forse avrà dato nel battifianco o si sarà coricato male. Fategli una buona fregagione d'«Embrocation» e mettetegli un po' di creta. Sarà meglio chiamare il veterinario in ogni modo.— Povero Good Bye! — fece Edoarda battendo il palmo su la sua bella narice bianca.Il cavallo scomparve nella scuderia e rimanemmo soli, Edoarda ed io, nel mezzo della corte, al sole.— Dove andremo? — le domandai.— Dove tu preferisci: nel giardino o sopra.Quel pomeriggio, in sul morir dell'inverno, era quasi tepido come una primavera; il giardino inverdiva di là dalla corte.— Sopra, — io scelsi, pensando che le facesse piacere. E ci avviammo. Per le scale volli prenderle un braccio, ma Edoarda eluse il mio gesto, salendo più rapida sino al pianerottolo.— Edoarda, che hai?— Perchè cerchi di fingere? — mi rispose tristemente.[pg!43] — Sei molto ingiusta con me!Allora ella chiuse l'uscio dell'anticamera, in faccia a Whisky che voleva entrare con noi, e passando piano per la stanza ove la zia sonnecchiava entrammo nel salottino, dove ogni cosa poteva rievocarci una sua particolare memoria.Traverso le cortine il sole delineava una trama di vincoli floreali, muovendo una palpitazione luminosa intorno alle pareti, ai mobili ed ai cuscini, ch'erano foderati di una stoffa delicatissima, dal colore un po' languido della rosa di gruogo. Una striscia di polvere animata fendeva obliquamente la stanza, traendo qualche bagliore dalle coppe fiorentine, che traboccavano di bianco lilla e di lilla malvato; sopra un tavolino, in un angolo, fra molti ninnoli graziosi, una scatola d'argento si accendeva d'una raggiera insostenibile, ferita in pieno da quel raggio di sole.In silenzio Edoarda sedette sopra il divano, e come in forza d'un'abitudine lasciò vuoto al suo fianco lo spazio dov'io sedevo di consueto per prenderla fra le braccia. Ed ecco mi posi accanto a lei, sul divano, senza guardarla, non osando interrompere il silenzio.Di fronte v'era una piccola scrivania di legno roseo, intarsiato alla foggia di Andrea Carlo Boule, un delizioso mobile del Settecento, con incrostazioni di madreperla e di mosaico fino; più oltre, nella parete, un caminetto con gli alari di bronzo, chiuso da una lamina d'ottone istoriato, e così minuscolo da parere costrutto per i piedini di una bambola di Norimberga.— Germano, — ella prese a dire lentamente, con gli occhi semichiusi, le palpebre sfiorate da un triste sorriso di evocazione, — ti ricordi quanti sogni abbiamo fatti insieme, in questa piccola stanza nostra, quando mi amavi ancora?— Perchè dici così? Nulla è mutato.— No, tu non rispondere... Taci, taci! Vedi bene che cerco di non piangere... Ah! non voglio piangere!...E scosse la testa. Una lacrima le cadde dalle ciglia, pianamente, senza il desiderio d'essere asciugata.[pg!44] — Ti ricordi? — ella ricominciò. — Dopo il pranzo tu mi dicevi: Non verrà nessuno? — Nessuno. — Dormirà la zia? — Dormirà. — E allora mi prendevi su le ginocchia, proprio qui, su questo medesimo divano, e mi dicevi tante parole così dolci, così dolci... Qualche volta io ti leggevo un libro, ma tutti i libri erano troppo noiosi e ci voleva un'eternità prima di giungere alla fine. Verso le undici Pietro portava il tè, con due tazze, ma noi se ne adoperava sempre una sola... ti ricordi?— Sciocchezze! — io dissi mentalmente. Ma ebbi quasi paura di averlo pronunziato in modo intelligibile. Invece risposi, con la voce più mite che potei:— Sì, mi ricordo. Ma, vedi: non si può continuare tutta la vita a bere il tè nella medesima tazza. Queste piccole cose hanno il loro pregio appunto perchè si fanno una volta sola; continuandole diverrebbero comuni.— E come le piccole cose, anche le grandi, — ella rispose. — Tutto è comune quello che non piace più. Vedi, Germano, anch'io darei non so cosa per trovar sciocco e vuoto il migliore fra i nostri ricordi; ma, che vuoi? è più forte di me, non posso! C'è qualcosa nel mio spirito che mi fa trovare continuamente nuovo tutto quello che appartenne ad un momento del nostro amore.Poi, d'improvviso, dilatando gli occhi con una specie di smarrimento, arrendendosi alla suprema evidenza di un pensiero:— Dimmi, — esclamò, — come potremo continuare a vivere in questo modo?E prima che potessi rispondere:— Pensa ch'io t'amo ancora terribilmente! Non ho dimenticato, io!... Vedi, mi consumo tutta, perchè ti perdo, e lo so!— Senti, senti, non parlare così... — la supplicai. — Tu soffri per colpa della tua immaginazione; sei fuori di strada, sei malata. Non è come tu credi. Solamente, il carattere di un uomo subisce talvolta una crisi... Allora le infantilità dell'amore passano, com'è naturale, mentre il sentimento rimane. Che hai? Su, dimmi, che hai?[pg!45] Ella scuoteva la testa con maggiore insistenza.— No, non cercare d'illudermi: l'amore non è una cosa che si finge. Meglio allora, mille volte meglio che tu non abbia questa inutile compassione di me! Credi forse che io non lo sappia? Finora non mi avevi mai fatto così male come oggi. Da che sei venuto qui, ogni tua parola, ogni tuo movimento, è stato per me come una ferita più profonda, più diritta nel cuore. Lo vedo: il tuo pensiero è altrove; io ti dò noia; non aspetti che l'ora di potermi lasciare, perchè, oltre a non amarmi più, adesso ne ami un'altra, lo so! lo so... e, guarda...Di scatto sorse in piedi, con gli occhi un po' folli; una sua mano fece l'atto di volermi ghermire, ma invece, col braccio teso, ella descrisse un piccolo cerchio su sè stessa, girando sui talloni, e ricadde sopra il divano, sprofondandovi la faccia, balbettando:— Ecco, mi farai morire!— Ti esalti, Edoarda, ti esalti — le dissi, vinto da una dolorosa commozione. — Per carità, non farmi queste scene terribili! Sai pure quanto mi disperano!Ed esagerando la mia sovraeccitazione, mi diedi a camminare per il salottino senza contenere qualche gesto violento. In silenzio, come intimorita, Edoarda si ritrasse contro la piccola scrivania, facendo uno sforzo per nascondere le sue lagrime.Allora le andai vicino, con dolcezza:— Tu, purtroppo, rimarrai eternamente una bimba! Non puoi convincerti che un uomo, il quale ha tanti pensieri fastidiosi per il capo, senta qualche volta un altro desiderio che non sia quello di prendere la sua donna fra le braccia e ripeterle quelle frasi appassionate che si dicono a vent'anni, quando non si ha nulla di più serio nè di più grave nella vita.— Non avevi però vent'anni alcuni mesi or sono, — ella mi disse, lasciandosi carezzare i capelli.— È vero; ma sono mutato. È una cosa recente. Non so, non lo comprendo neppur io.— Dimmi, — ella fece, posandomi le due mani su le [pg!46] spalle, con un sorriso in cui tremava il dolore del suo martirio; — dimmi, chi è questa donna per la quale ti sei battuto?— Ma non c'è! non esiste! — affermai, assolutamente incapace di farla più oltre soffrire.— Sì, che c'è! Raccòntami! — E dagli occhi fermi le scendevan lacrime su la bocca sorridente.— Cosa ti hanno detto, mio povero amore? — le domandai.— Mi hanno detto... Ma no! voglio saperlo dalla tua bocca.Orribile! orribile! Tutto era indegno, la finzione come la verità.— Ebbene, vuoi sapere? Ecco: è un'antica amante, una forestiera conosciuta in viaggio, prima di te. L'ho ritrovata qui a Roma, per istrada; mi ha fermato, mi ha detto che l'andassi a trovare... Vi andai. Ecco, già che vuoi sapere, ti dico la verità.Improvvisavo le parole ad una ad una, prendendo fiato per cercarne altre.— Ma perchè vi sei andato? Le volevi bene ancora?— Nemmeno per sogno! Vi sono andato, così, per capriccio, per fare qualcosa... Tu non crederai, ma quando un uomo sta per ammogliarsi e deve chiudere la sua vita galante, prova talora una specie di ritorno sentimentale, o stupido, come vuoi, verso le amiche di una volta, ma indistintamente verso tutte, per la semplice ragione che dopo non si avranno più. Mi capisci?— Sì, forse posso capire, fino qui... Ma poi?— Poi, non c'è altro. Il resto, che so io, è stato un semplice caso...— Eppure ti sei battuto per lei.— Per lei? Ma chi te l'ha detto? Ci siamo battuti per una sciocchezza. Intanto, quell'Albanese, non l'ho mai potuto soffrire. È un vanesio antipatico e m'irrita. Poi forse credeva che quella donna fosse la mia amante...— Ma come poteva crederlo, se non era?— Oh, Dio, si raccontano tante fiabe! Del resto mi [pg!47] aveva un giorno incontrato per istrada mentre parlavo con lei. Dunque, lasciami continuare... Venne al Circolo, e, seccatissimo di perdere, cominciò a stuzzicarmi dicendo una quantità di scempiaggini, cioè che avevo fortuna con le carte ma non con le donne, perchè lui conosceva questa signora, le mandava fiori, la fermava ogni giorno... insomma che credeva di potermela togliere quando volesse. Io gli ho risposto, per puntiglio, che la sua pretesa era un po' avventata, ma che gli stava bene il soprannome di «Assillo», poichè infatti, con quelle sue millanterie, si rendeva ridicolo. Insomma da una parola vivace all'altra, si venne ad un battibecco. Naturalmente raccontarono poi che la causa ne fosse quella donna... Vedi che dopo tutto la mia colpa non è tanto grave!— Ed è così?... — fece, incredula.— È così, Edoarda. Perchè ti dovrei mentire?Il suo volto era passato per un'alternativa continua di sentimenti; ora mi fissava, quasi per scrutarmi nel più recondito pensiero.E intanto, come spesso avviene, mentre si elabora un'idea, dietro, nei recessi della mente, un'altra nasce, luminosa, imprevista, per risolvere la difficoltà contro la quale ci dibattiamo. Parlando, il mio pensiero andò, non so come, verso le mie campagne di Terracina, su cui scadeva di lì a poco una certa ipoteca dei Rossengo di laggiù; rimedio gravoso e miserevole frapposto all'imminenza della mia rovina. Avrei dovuto recarmi colà, in cerca di un ripiego qualsiasi, poichè non avevo il denaro per estinguerla. Orbene, perchè non valermi di un tal pretesto per abbandonar Roma con Elena, e di laggiù forse avere il coraggio supremo che non avrei mai trovato davanti al suo dolore? Ecco: l'idea mi parve semplice, piana, gioconda. Stupii di non averla immaginata prima, e con tutte le mie forze m'apparecchiai a dimostrarle man mano questa necessità.— Non mi credi? — ripresi. — Non mi credi ancora? Ebbene, domandalo a Fabio Capuano. Egli era presente. Credi a lui?[pg!48] — Vorrei credere a te solo, se potessi.— Ecco il male. Non c'è quasi amicizia fra noi. Purtroppo sei sempre così piena di sospetti!— Oh, non lo dire! Tu sai...— Certo, certo, so che tu sei buona, infinitamente buona con me. Solo, mi vuoi forse troppo bene per poter essere la mia amica. Quante volte ne ho parlato con Fabio! Egli stesso, vedi, mi trova mutato; dice di non più riconoscermi.— Questo è vero, sai!— Sì, è vero, pur troppo. Mi s'infiltra nelle vene talvolta una immensa ed oscura tristezza... sento il bisogno di essere solo, di non amare più nessuno, di allontanarmi da tutti... Che so? mi sembra una malattia.Ci eravamo seduti, m'accarezzava le tempie, la faccia, con indulgenza, con pietà.— Povero amore, — sospirò, — vorrei tanto poterti guarire! Ma io... cosa sono io per te?— Sei anche tu, Edoarda, un piccolo cuore malato. Vedi: la nostra vita è troppo dolorosa; tu mi comunichi la tua disperazione. Senti: cosa faresti, per esempio, se non dovessi vedermi più?Con uno scatto si volse tutta verso di me, spalancando gli occhi atterriti.— Perchè mi domandi questo? — mormorò, con un filo di voce tremula.— Te lo domando astrattamente, — risposi, con uno sforzo per sembrarle naturale. — Poi anche per la ragione che ora dovremo lasciarci momentaneamente... Oh, non ti spaventare! un'assenza di pochi giorni.— Ah, sì?... parti?... — ella domandò soffocatamente, serrando le mani in croce sul petto per contenerne l'affanno.— Non è una partenza, via! Dovrò solo andare per qualche giorno a Torre Guelfa. Mi scade fra poco l'ipoteca triennale fatta con i Rossengo su le terre di San Biagio. Non potendola pagare, debbo rinnovarla. Sto già trattando per lettera, ma richiedono la mia presenza per appianare certe questioni di forma.[pg!49] — Dunque te ne vai... — disse con desolazione. — E quando?— Non so ancora; uno di questi giorni. Sono talmente seccato!— Ma io ti potrei forse...— No, ti prego, non parlarne! Sai bene che non voglio. Del resto non mancherò di trovare un ripiego.Piangeva ora di nuovo, accasciata, curva, ritraendosi a poco a poco più lontana da me, come se avesse paura.— E quando ritornerai? — disse con la voce spenta.— Al più presto possibile; non appena compiuto il rinnovo.— Mi sembra che tu non debba ritornare mai più...Si rovesciò su la spalliera del divano, un po' rigida, con le braccia inerti, gli occhi sperduti, e fece un lungo sogno...— Mi scriverai da Torre Guelfa?Le sue parole furon piane come un alito.— Sì, ti scriverò tutte le sere prima di coricarmi, come una volta, quand'eravamo lontani.— Oh sì, come una volta... Che lettere dolci mi scrivevi una volta...Un sorriso d'evocazione trasfigurò il suo pallore; le sue ciglia si abbassarono; la sua faccia si compose in una specie di bellezza immateriale.Soltanto allora compresi che nella piccola stanza tutelare una grande anima compiva la sua rinunzia suprema, e per un senso inesprimibile di paura ebbi quasi bisogno d'inginocchiarmi, come davanti a tutte le cose che si vedono morire.Un sole giocondo invadeva ora la stanza, traeva uno scintillìo di colori dalle coppe di cristallo, dalle cornici, dalle borchie dei mobili, suscitando qualche onda lucida per le stoffe delle tappezzerie, che avevano il colore indefinibile della rosa di gruogo. Allora finalmente una lacrima inumidì le mie ciglia, e mi chinai su quella povera bocca, su quella dolce anima ferita, per chiederle perdono con un bacio: — la confessione più triste che vi sia.[pg!50]
La mattina seguente, pochi minuti prima del mezzogiorno, camminavo con un passo alacre verso la casa di Edoarda Laurenzano. Vanamente cercavo di costringere il mio pensiero alle opportune meditazioni di quell'ora forse terribile che per me s'apparecchiava. Tutto nel mio spirito era giocondità, sorriso, luce.
Godevo il piacere insaziabile di respirare l'aria, di bagnarmi nel sole, di camminare con rapidità nell'ingombro dei marciapiedi; provavo la gioia di veder correre i cavalli, e gli uomini urtarsi, confondersi, elevando la voce, manifestando in mille modi continui la vitalità dei loro muscoli e dei loro pensieri.
Eppure una gran casa taciturna mi attendeva: in quella casa una fragile apparizione di fanciulla, con gli occhi pieni di lacrime latenti, buona fino al martirio, pallida fino allo squallore. Mi attendeva lo sforzo di comprimere dentro il cuore tutta l'esuberanza di questa immensa gioia, per chinarmi a raccogliere un dolore, a simulare una pietà, e, menzogna sopra menzogna, forse a concedere una speranza.
Come mi avrebbe accolto Edoarda, dopo la notizia del duello ed i maligni discorsi delle premurose amiche? Senza dubbio le voci su la mia recente avventura con Elena dovevano essere giunte fino a lei. D'altronde, come le avrei spiegata la mia trascuraggine di quegli ultimi tempi? Un giorno, mentre passeggiavo con Elena sul Corso, la sua carrozza era passata improvvisamente. Non potendomi nascondere, m'ero vôlto con prontezza verso una vetrina, e durante il fugace riflettersi della portiera nel [pg!33] cristallo non avevo potuto discernere se colei che stava nella carrozza mi avesse o no veduto. Infine mi sarei dunque deciso ad una confessione aperta, od avrei di nuovo prolungata per viltà quella orribile finzione?
Tutte queste domande volgevo confusamente nel mio spirito, e rimanevano senz'alcuna risposta. Nel varcare la soglia del palazzo Laurenzano, provai subitamente una stretta al cuore. Tutto là dentro, le persone e le cose, mi erano familiari, avevano al mio giungere un sorriso di cordiale accoglienza.
Vedendomi entrare, il vecchio portiere si affacciò alla vetrata per dirmi ambiguamente:
— Oh, signor conte! Non la si vedeva da molti giorni. E' stato malato forse?
— Un po' indisposto; nulla, nulla, — risposi con brevità.
E la sua moglie ciarliera gli andava borbottando qualcosa dietro la schiena, tirandolo per la falda della livrea.
Venne il cocchiere in quel punto, mentre stavo attraversando la corte, per dirmi che uno dei cavalli s'era azzoppato e la signorina gli aveva detto di mostrarlo a me... quando venissi.
— Va bene, — risposi. — Scenderò dopo la colazione.
Quei cavalli erano stati scelti e contrattati da me; in quella casa tutti oramai mi consideravano come il padrone. Salito che fui nell'anticamera, il domestico tornò da capo con le sue rispettose maraviglie. Sono costoro per consueto custodi assai gelosi dell'onor familiare.
Edoarda mi venne incontro per il corridoio, senza far strepito sul tappeto, appoggiandosi alla parete, nell'ombra.
— Credevo che non saresti venuto mai più....
Furtivamente, nel corridoio, non sapendo come risponderle, per fare quello che facevo sempre, volli darle un bacio.
Ma ella si ritrasse con un moto repentino e disse in fretta:
[pg!34] — Vieni, la zia ci attende.
Infatti, nel solito angolo della sala, sprofondata in una immensa poltrona, la zia di Edoarda lavorava come sempre alle sue cuffie di lana.
Whisky, il piccoloterrierdal musetto bianco e nero, le sonnecchiava davanti, sopra un cuscino. Quando mi vide, balzò diritto e mi corse incontro saltellando, abbaiando forte.
— Whisky, piccolo Whisky!... Come va? come va? — feci allegramente, per nascondere la mia confusione. Ma Whisky si arrampicava su le mie gambe, mi grattava le scarpe, urlava tanto, che dovetti prenderlo in braccio e carezzarlo affinchè si quietasse. La zia di Edoarda, una vecchia signora corpulenta e piena d'infermità, mi accolse in un modo appena urbano.
Cosa dissi non saprei; una confusione sciocca di parole e di fatti: quel mio malessere continuo, la febbre, l'arrivo di un amico da Palermo, l'incidente spiacevole con l'Albanese, lo scontro «e poi, di nuovo, ieri, tutto il giorno, tutta la notte, l'emicrania...»
Edoarda, seduta, immobile, pareva esaminasse ogni mio gesto, ingoiasse con amarezza ogni mia parola. Poich'ero assai confuso, Whisky sopra tutto m'interessava, con le sue comiche impertinenze, con le sue capriole sui cuscini, vispo come un furetto.
— E cosa faceva in questi giorni il piccolo Whisky? — io dicevo, schioccando le dita per provocare la sua vivacità.
Di sfuggita, nel frattempo, consideravo Edoarda. Mai come in quel giorno ella mi parve stremata. Il lungo pianto le aveva devastata la faccia.
— Mi ha detto il cocchiere, — profferii timidamente, per interrompere il gelido silenzio — che uno dei cavalli zoppica. Dopo colazione bisognerà che lo andiamo a vedere.
— Sono già due giorni, — ella disse, guardando a terra.
— Non fu chiamato il veterinario?
[pg!35] — No: credevo che sareste venuto.
Ancora un lungo silenzio.
— Non avete altri duelli in vista? — fece dottoralmente la zia.
— Nessuno ch'io sappia, — risposi, volendo riderne.
— Meno male: noi lo abbiamo saputo dagli Ardizzò-Basile e più tardi dai giornali, perchè voi, naturalmente...
Io mi precipitai a raccogliere gli occhiali che le erano caduti.
— Preferivo dirlo a voce, — risposi, — e siccome non ho potuto venire ieri...
— Già, l'emicrania! — disse la zia, stirando le sue cuffie. Poi soggiunse:
— Naturalmente ieri abbiamo avuto una sequela di visite. Oltre gli Ardizzò, vennero i Landriano, mia cugina Ferro con suo marito, le De Gennaro, Maurizia Curreno, e molte altre. A proposito, si potrebbe sapere la causa vera di questo famoso duello?
— Ma è semplicissima: un incidente di giuoco al Circolo, come vi ho detto.
— Già; ma sembra che non tutti spieghino la cosa in questo modo. Il battibecco di giuoco, se vogliamo, è la versione ufficiale; ma insieme se ne dà un'altra.
— Un'altra?... — feci evasivamente. — Mi stupisce. Sebbene dovrei sapere ormai di quali pettegolezzi si dilettino i Landriano, gli Ardizzò, le De Gennaro e tutta questa brava gente.
— Eh, davvero, voi siete una grande vittima, povero Germano! — fece la zia sogguardandomi sopra gli occhiali.
— Non voglio notare la sua ironia. L'incidente mi creda, si è svolto così...
E narrai un comunissimo bisticcio, provocato da una freddura dell'Albanese. Durante il mio racconto la zia gonfiava la sua faccia pingue, talora sorridendo e talvolta volendo interrompere, Edoarda mi ascoltava senza batter palpebra, con il volto chino, facendo uno sforzo per reprimere il suo dolore.
[pg!36] Quand'ebbi finito, la zia si dimenò più volte nella poltrona con una specie di furor contenuto, e, molto accesa nel volto, squadrandomi di traverso:
— Bene, bene, — concluse: — a me sembra semplicemente, che, in date condizioni, un gentiluomo non dovrebbe dimenticare...
— Zia... — profferì Edoarda con voce angosciata, intercedendo per me.
— Tu sei una sciocca, Edoarda! — rispose la zia, eccitandosi. — Dovrò pure parlar io, visto che tu taci.
— Zia, ti prego! — supplicò di nuovo Edoarda con le lacrime agli occhi.
— Ebbene, sia! Non parliamone più. Cercate, se vi riesce, di sbrigarvela a modo vostro; io, dopo tutto, non c'entro.
E riprese le sue cuffie di lana, borbottando a voce bassa, e tratto tratto inforcandosi meglio sul naso gli occhiali visibilmente appannati.
— Ho già troppi malanni addosso e non voglio farmi cattivo sangue per voi. Ma tu sei una sciocca, povera Edoarda! Ohè, Whisky, lascia dunque il mio gomitolo! Whisky, qui!
Nel frattempo io camminavo a passi concitati per la sala, mostrando il mio malanimo, e credendo che la migliore saggezza fosse il tacere. Whisky, lasciato il gomitolo, mi saltellava dietro le calcagna, esortandomi a giocare con lui.
Finalmente il domestico annunziò la colazione, dove la vecchia signora non era mai di cattivo umore, sebbene prima s'inghiottisse tutta una spezieria di medicine.
Quando fummo seduti a quella tavola, il mio pensiero corse involontariamente alla piccola sala da pranzo dai tendami di broccato rosso e dalle grandi scansìe, con l'effige della trisavola campeggiante su la parete; alla sala dove la sera prima Elena ed io avevamo desinato fianco a fianco, nella piena solitudine del nostro amore. Un paragone involontario mi si affacciava nel pensiero tra quella superba immagine di donna, esprimente in [pg!37] ogni sua forma l'impetuosa gioia di vivere, la felicità di sentirsi amata, e quella povera faccia, logorata per il troppo soffrire, in cui vagavano due grandi occhi cerulei con uno sguardo pieno di smarrimento.
Ero lì, ma l'anima correva lontana. Sognavo; ad occhi aperti sognavo.
... e la risata di Elena empiva la piccola stanza dall'addobbo severo, che a quella voce limpida pareva risvegliarsi come da un letargo antico e lasciarsi a poco a poco invadere dalla nostra giocondità. Ridevano intorno i vetusti arredi, portati lì dal palazzo dei Materdomini, che avevo dovuto vendere l'anno prima per causa de' miei dissesti, ad uno speculatore straniero, e persino rideva dal quadro annerito l'arcigna e barbuta mia trisavola (Agnese Caterina dei Guelfo di Materdomini), la quale provocava l'ilarità di Elena, specialmente per la struttura del suo naso e la lunghezza delle sue dita.
Scintillava nei calici la spuma dello Sciampagna, e l'anima generosa di quel vino biondo accalorava un poco le guance di Elena, diffondendole negli occhi un'ombra di soave languore. Ella vi bagnava le labbra, bevendo a piccoli sorsi, lentamente, come si aspira un profumo. La sua bocca rossa, quando si staccava dall'orlo del bicchiere, umida per uno scintillìo di piccole gemme liquide, aveva in sè qualcosa di estremamente sensuale, come la maturità di un frutto che si fende al sole.
Non v'erano a guardarci che i fiori nelle coppe di cristallo e gli occhi scolpiti nei fregi delle grandi scansìe. Veniva su dalla strada un rumore confuso, traverso i tendami di broccato, e poichè gli usci erano aperti verso la sala, si vedevano ardere i tizzi di ginepro, talora con ventate improvvise di scintille che sfavillavano e crepitavano prima di soffocarsi entro la cenere.
Da lei, dalle sue vesti, si esalava un odore tenuissimo, forse un po' simile all'eliotropio, quell'odore che reca talvolta il vento della primavera quando giunge di lontano ed è passato sopra le serre aperte. Ero ad un'altra tavola, davanti al dolore di un'altra, ma il mio pensiero [pg!38] infrenabilmente risognava così. E per lei, per lei, per quella del mio sogno, volevo contendere finalmente a quelle fragili mani la mia liberazione.
Ma come ardire?
Non ella era venuta verso me con l'anima sul palmo della mano, perchè io vi spegnessi la mia sete? Io solo avevo dalle sue gote fatta sfiorire la giovinezza, e nella primavera della sua vita ero passato io solo, ma come un turbine, come una devastazione.
Quale diritto potevo dunque invocare a difesa di me stesso, per quanto nessuna legge vi sia contro il delitto che uccide un'anima?
E d'altronde perchè io, come essere umano, avrei dovuto sacrificarmi a lei, nell'ora in cui sentivo di potermi scagliare con l'impeto più giovanile della mia forza verso i miracoli d'una vita nuova? Condurre la mia libertà sfrenata sotto le placide ali del suo dominio e dirle:
«Ecco: incatenami ora, perchè un giorno, per illusione, t'ho amata!»
Queste meditazioni confuse avvincevano il mio pensiero, mentre andavo considerando meco stesso l'imminenza di un colloquio con Edoarda.
Allora, per quel senso d'improvvisa divinazione che mi ha sempre soccorso in tante ore difficili della mia vita, quel senso figurativo, che suscita negli occhi la visione scenica di un fatto imminente, compresi tosto l'assurdità ed anche la ripugnanza d'una scena di commiato, viso a viso, dicendo le parole necessarie, deciso a tutto.
Mi parve che avrei meglio potuto giungervi per una via trasversa, con arte, senza vibrare una ferita brutale, ma infliggendole a poco a poco la morte di questo amore, facendole intendere questa legge umana del perpetuo dissolvimento, della perpetua fine. Mi parve che il far meno soffrire fosse ancora una delicata pietà, e pensai di muovere nell'animo suo quei sentimenti che sono la vera forza del dolore, poichè inducono a misurare un desiderio di vendetta.
[pg!39] Pensai: «S'ella sapesse odiarmi!»
E l'idea che nelle deboli sue membra potesse ancora insorgere l'odio, questa magnifica ribellione, me la fece improvvisamente apparir più bella.
«Sì, odiarmi ella deve, con la violenza ch'ella seppe infondere nell'amore; odiarmi per tutte le lacrime piante, per tutte le ore di giovinezza lasciate sfiorire in silenzio. Questo solo è degno di un'anima. Dopo avere amato io non saprei che odiare.»
Ma ecco, facendo questo pensiero, d'un tratto m'apparve la visione di Elena, perduta per me, lontana, irridente con altri alle memorie di un nostro lungo amore. Un senso di vertigine mi strinse, avrei voluto quasi levarmi per correre a lei.... Compresi come non sia possibile odiare la creatura che fu da noi supremamente amata, compresi quanto il mio pensiero somigliasse ad un freddo egoismo, in cerca di placar la voce del rimorso, e mi sconfortò la sofferenza che tremava nella stanchezza di quegli occhi mansueti.
Ebbi ancora bisogno di essere dolce con lei, di rivolgerle una parola buona. Le dissi piano:
— Tu non sai come soffro nel vederti così...
Su la sua povera bocca, ne' suoi tristissimi occhi azzurri, brillò rapidamente una luce che non parve sorriso, ma fu come un segno di sconforto inutile, di rassegnazione stanca.
E soggiunsi più forte:
— Voi non mangiate nulla; perchè? Vi ammalerete, Edoarda.
La zia tentennò il capo, guardandola: trasse un lungo sospiro e mormorò:
— Benedetta ragazza! benedetta!
Edoarda non cessava tuttavia dal circondarmi di tante piccole premure. Senza volerlo, come in forza d'una abitudine antica, il suo sguardo ricorreva sempre alla mia persona, temendo che potessi avere un desiderio qualsiasi, o che alcuna cosa non fosse abbastanza curata per me. Faceva segno al domestico di versarmi vino se appena [pg!40] il mio calice era vuoto; una volta, non avendo più pane, feci atto di domandarne: rapida, ella mi diede il suo pane, intatto — e sorrise perchè le sorrisi.
Mi salì nella mente una frase che un giorno le avevo scritta:
«La tua anima è come una lampada votiva: non si stanca mai di ardere, tutelando la mia pace».
Questa immagine funeraria non mi era mai sembrata così vera come in quel giorno.
Parlammo ancora, di cose non gravi. A poco a poco la zia, commossa dalle mie gentilezze, dimenticava di essermi ostile, con la solita indulgenza del suo carattere. Anche Edoarda pareva un poco sollevarsi dalla sua prostrazione, e Whisky, accucciato su le mie ginocchia, di tanto in tanto faceva capolino col musetto su l'orlo della tavola per lambirmi l'orlo del piatto; se io ridendo lo battevo leggermente, allora mi fissava con impertinenza e mi abbaiava contro, quasi maravigliandosi della mia tracotanza.
Dall'insieme di questi e d'altri piccoli fatti compresi come un poco di destrezza e di buon volere da parte mia sarebbero stati più che sufficienti a riparare senz'altro l'accaduto. Ma questo pensiero mi dispiacque, poichè vedevo per esso come tutti eran ancor lontani dall'ammettere la possibilità della mia scomparsa da quella casa, ove, allo spirare d'un lutto, avrei dovuto entrare, fra un'allegrezza di sponsali, riaprendo a conviti e feste le sale da lunghi anni taciturne.
La colazione era finita. Edoarda si levò in silenzio, andò a prendere le sigarette che amava comprarmi e scegliermi ella stessa; portò anche una scatola in cui erano alcuni sigari prelibati: me li offerse tacitamente, senza guardarmi, però mettendo una infinita cura nel toccare le cose che per sua volontà mi appartenevano, cose che adoperavo io solo. Erano le scatole mie: nessuno le doveva nemmeno aprire. Per gl'invitati ve n'erano altre; anche il domestico lo sapeva, e guai se non ne avesse tenuto conto! Così, quand'io venivo, Edoarda faceva [pg!41] ella stessa il caffè, in una macchina di rame a filtro, e c'erano per lei e per me due piccole chicchere uguali, d'una porcellana tenue come la madreperla. Quelle servivano per noi, solo per noi.
La zia, siccome beveva troppo caffè, aveva una sua chicchera più grande.
E così fu pure quel giorno, per un tacito volere di Edoarda.
La zia poi tornava nella sala, fra le braccia della sua vasta poltrona, e bisognava lasciarla tranquilla per qualche ora. Sorbiva con delizia un bicchierino di liquore, due talvolta, poi pretendeva di leggere un giornale, a diritto, a rovescio, finchè le scivolasse di mano, — e s'addormentava.
C'erano, dopo il salone, due sale minori e contigue, di cui la prima conteneva una rarissima collezione di statuette di Saxe e di bronzi antichi, l'altra, secondo il volere di Edoarda, era la nostra — esclusivamente nostra. Colà passavamo lunghe ore del giorno e della sera durante i pisoli della zia, la quale talvolta, svegliandosi di soprassalto, chiamava con voce grossa:
— Edoarda! non dormo, sai... Potreste anche venire di qua.
Ma era inutile muoversi, perchè avevo spiegato a Edoarda che si trattava semplicemente di un sogno fatto ad alta voce, una frase che la zia per abitudine aveva imparato a dire anche dormendo.
Quel giorno, quand'ella fu nella sua poltrona, fra le cuffie di lana per «I Figli della Provvidenza», il suo bicchierino ed il giornale, noi scendemmo a visitare il cavallo.
Whisky ci seguiva saltellando e scodinzolando.
Nella scuderia Edoarda staccò ella stessa il cavallo malato, poi lo condusse fuori nella corte, ove il cocchiere lo prese a mano per farlo muovere, al passo, al trotto, davanti a noi. Era un superbo irlandese, dal mantello sauro focato, con le zampe calzate di altissime balzane.
[pg!42] — Povero Good Bye! Vedi come zoppica! — esclamò Edoarda.
Lo feci fermare, gli sollevai la zampa, esaminai lo zoccolo, feci scorrere le dita, premendo lungo i tendini del garretto, e l'animale non dava il più piccolo segno di dolore.
— Quando lo avete attaccato l'ultima volta? — domandai al cocchiere.
— Tre giorni fa, signor conte. Trottava magnificamente. Me ne accorsi la mattina dopo nel farlo uscire di scuderia.
— Bisognava sferrarlo, — dissi.
— Ma il dolore dev'essere nella spalla.
— Non importa; va sferrato. — Mi detti a comprimere la spalla dell'irlandese, cercando nelle muscolature di suscitargli un dolore. Infatti, ad un certo punto, il cavallo si agitò sotto la pressione delle dita, volgendo la groppa ed inarcando il collo.
— È una spallata, — dissi. — Forse avrà dato nel battifianco o si sarà coricato male. Fategli una buona fregagione d'«Embrocation» e mettetegli un po' di creta. Sarà meglio chiamare il veterinario in ogni modo.
— Povero Good Bye! — fece Edoarda battendo il palmo su la sua bella narice bianca.
Il cavallo scomparve nella scuderia e rimanemmo soli, Edoarda ed io, nel mezzo della corte, al sole.
— Dove andremo? — le domandai.
— Dove tu preferisci: nel giardino o sopra.
Quel pomeriggio, in sul morir dell'inverno, era quasi tepido come una primavera; il giardino inverdiva di là dalla corte.
— Sopra, — io scelsi, pensando che le facesse piacere. E ci avviammo. Per le scale volli prenderle un braccio, ma Edoarda eluse il mio gesto, salendo più rapida sino al pianerottolo.
— Edoarda, che hai?
— Perchè cerchi di fingere? — mi rispose tristemente.
[pg!43] — Sei molto ingiusta con me!
Allora ella chiuse l'uscio dell'anticamera, in faccia a Whisky che voleva entrare con noi, e passando piano per la stanza ove la zia sonnecchiava entrammo nel salottino, dove ogni cosa poteva rievocarci una sua particolare memoria.
Traverso le cortine il sole delineava una trama di vincoli floreali, muovendo una palpitazione luminosa intorno alle pareti, ai mobili ed ai cuscini, ch'erano foderati di una stoffa delicatissima, dal colore un po' languido della rosa di gruogo. Una striscia di polvere animata fendeva obliquamente la stanza, traendo qualche bagliore dalle coppe fiorentine, che traboccavano di bianco lilla e di lilla malvato; sopra un tavolino, in un angolo, fra molti ninnoli graziosi, una scatola d'argento si accendeva d'una raggiera insostenibile, ferita in pieno da quel raggio di sole.
In silenzio Edoarda sedette sopra il divano, e come in forza d'un'abitudine lasciò vuoto al suo fianco lo spazio dov'io sedevo di consueto per prenderla fra le braccia. Ed ecco mi posi accanto a lei, sul divano, senza guardarla, non osando interrompere il silenzio.
Di fronte v'era una piccola scrivania di legno roseo, intarsiato alla foggia di Andrea Carlo Boule, un delizioso mobile del Settecento, con incrostazioni di madreperla e di mosaico fino; più oltre, nella parete, un caminetto con gli alari di bronzo, chiuso da una lamina d'ottone istoriato, e così minuscolo da parere costrutto per i piedini di una bambola di Norimberga.
— Germano, — ella prese a dire lentamente, con gli occhi semichiusi, le palpebre sfiorate da un triste sorriso di evocazione, — ti ricordi quanti sogni abbiamo fatti insieme, in questa piccola stanza nostra, quando mi amavi ancora?
— Perchè dici così? Nulla è mutato.
— No, tu non rispondere... Taci, taci! Vedi bene che cerco di non piangere... Ah! non voglio piangere!...
E scosse la testa. Una lacrima le cadde dalle ciglia, pianamente, senza il desiderio d'essere asciugata.
[pg!44] — Ti ricordi? — ella ricominciò. — Dopo il pranzo tu mi dicevi: Non verrà nessuno? — Nessuno. — Dormirà la zia? — Dormirà. — E allora mi prendevi su le ginocchia, proprio qui, su questo medesimo divano, e mi dicevi tante parole così dolci, così dolci... Qualche volta io ti leggevo un libro, ma tutti i libri erano troppo noiosi e ci voleva un'eternità prima di giungere alla fine. Verso le undici Pietro portava il tè, con due tazze, ma noi se ne adoperava sempre una sola... ti ricordi?
— Sciocchezze! — io dissi mentalmente. Ma ebbi quasi paura di averlo pronunziato in modo intelligibile. Invece risposi, con la voce più mite che potei:
— Sì, mi ricordo. Ma, vedi: non si può continuare tutta la vita a bere il tè nella medesima tazza. Queste piccole cose hanno il loro pregio appunto perchè si fanno una volta sola; continuandole diverrebbero comuni.
— E come le piccole cose, anche le grandi, — ella rispose. — Tutto è comune quello che non piace più. Vedi, Germano, anch'io darei non so cosa per trovar sciocco e vuoto il migliore fra i nostri ricordi; ma, che vuoi? è più forte di me, non posso! C'è qualcosa nel mio spirito che mi fa trovare continuamente nuovo tutto quello che appartenne ad un momento del nostro amore.
Poi, d'improvviso, dilatando gli occhi con una specie di smarrimento, arrendendosi alla suprema evidenza di un pensiero:
— Dimmi, — esclamò, — come potremo continuare a vivere in questo modo?
E prima che potessi rispondere:
— Pensa ch'io t'amo ancora terribilmente! Non ho dimenticato, io!... Vedi, mi consumo tutta, perchè ti perdo, e lo so!
— Senti, senti, non parlare così... — la supplicai. — Tu soffri per colpa della tua immaginazione; sei fuori di strada, sei malata. Non è come tu credi. Solamente, il carattere di un uomo subisce talvolta una crisi... Allora le infantilità dell'amore passano, com'è naturale, mentre il sentimento rimane. Che hai? Su, dimmi, che hai?
[pg!45] Ella scuoteva la testa con maggiore insistenza.
— No, non cercare d'illudermi: l'amore non è una cosa che si finge. Meglio allora, mille volte meglio che tu non abbia questa inutile compassione di me! Credi forse che io non lo sappia? Finora non mi avevi mai fatto così male come oggi. Da che sei venuto qui, ogni tua parola, ogni tuo movimento, è stato per me come una ferita più profonda, più diritta nel cuore. Lo vedo: il tuo pensiero è altrove; io ti dò noia; non aspetti che l'ora di potermi lasciare, perchè, oltre a non amarmi più, adesso ne ami un'altra, lo so! lo so... e, guarda...
Di scatto sorse in piedi, con gli occhi un po' folli; una sua mano fece l'atto di volermi ghermire, ma invece, col braccio teso, ella descrisse un piccolo cerchio su sè stessa, girando sui talloni, e ricadde sopra il divano, sprofondandovi la faccia, balbettando:
— Ecco, mi farai morire!
— Ti esalti, Edoarda, ti esalti — le dissi, vinto da una dolorosa commozione. — Per carità, non farmi queste scene terribili! Sai pure quanto mi disperano!
Ed esagerando la mia sovraeccitazione, mi diedi a camminare per il salottino senza contenere qualche gesto violento. In silenzio, come intimorita, Edoarda si ritrasse contro la piccola scrivania, facendo uno sforzo per nascondere le sue lagrime.
Allora le andai vicino, con dolcezza:
— Tu, purtroppo, rimarrai eternamente una bimba! Non puoi convincerti che un uomo, il quale ha tanti pensieri fastidiosi per il capo, senta qualche volta un altro desiderio che non sia quello di prendere la sua donna fra le braccia e ripeterle quelle frasi appassionate che si dicono a vent'anni, quando non si ha nulla di più serio nè di più grave nella vita.
— Non avevi però vent'anni alcuni mesi or sono, — ella mi disse, lasciandosi carezzare i capelli.
— È vero; ma sono mutato. È una cosa recente. Non so, non lo comprendo neppur io.
— Dimmi, — ella fece, posandomi le due mani su le [pg!46] spalle, con un sorriso in cui tremava il dolore del suo martirio; — dimmi, chi è questa donna per la quale ti sei battuto?
— Ma non c'è! non esiste! — affermai, assolutamente incapace di farla più oltre soffrire.
— Sì, che c'è! Raccòntami! — E dagli occhi fermi le scendevan lacrime su la bocca sorridente.
— Cosa ti hanno detto, mio povero amore? — le domandai.
— Mi hanno detto... Ma no! voglio saperlo dalla tua bocca.
Orribile! orribile! Tutto era indegno, la finzione come la verità.
— Ebbene, vuoi sapere? Ecco: è un'antica amante, una forestiera conosciuta in viaggio, prima di te. L'ho ritrovata qui a Roma, per istrada; mi ha fermato, mi ha detto che l'andassi a trovare... Vi andai. Ecco, già che vuoi sapere, ti dico la verità.
Improvvisavo le parole ad una ad una, prendendo fiato per cercarne altre.
— Ma perchè vi sei andato? Le volevi bene ancora?
— Nemmeno per sogno! Vi sono andato, così, per capriccio, per fare qualcosa... Tu non crederai, ma quando un uomo sta per ammogliarsi e deve chiudere la sua vita galante, prova talora una specie di ritorno sentimentale, o stupido, come vuoi, verso le amiche di una volta, ma indistintamente verso tutte, per la semplice ragione che dopo non si avranno più. Mi capisci?
— Sì, forse posso capire, fino qui... Ma poi?
— Poi, non c'è altro. Il resto, che so io, è stato un semplice caso...
— Eppure ti sei battuto per lei.
— Per lei? Ma chi te l'ha detto? Ci siamo battuti per una sciocchezza. Intanto, quell'Albanese, non l'ho mai potuto soffrire. È un vanesio antipatico e m'irrita. Poi forse credeva che quella donna fosse la mia amante...
— Ma come poteva crederlo, se non era?
— Oh, Dio, si raccontano tante fiabe! Del resto mi [pg!47] aveva un giorno incontrato per istrada mentre parlavo con lei. Dunque, lasciami continuare... Venne al Circolo, e, seccatissimo di perdere, cominciò a stuzzicarmi dicendo una quantità di scempiaggini, cioè che avevo fortuna con le carte ma non con le donne, perchè lui conosceva questa signora, le mandava fiori, la fermava ogni giorno... insomma che credeva di potermela togliere quando volesse. Io gli ho risposto, per puntiglio, che la sua pretesa era un po' avventata, ma che gli stava bene il soprannome di «Assillo», poichè infatti, con quelle sue millanterie, si rendeva ridicolo. Insomma da una parola vivace all'altra, si venne ad un battibecco. Naturalmente raccontarono poi che la causa ne fosse quella donna... Vedi che dopo tutto la mia colpa non è tanto grave!
— Ed è così?... — fece, incredula.
— È così, Edoarda. Perchè ti dovrei mentire?
Il suo volto era passato per un'alternativa continua di sentimenti; ora mi fissava, quasi per scrutarmi nel più recondito pensiero.
E intanto, come spesso avviene, mentre si elabora un'idea, dietro, nei recessi della mente, un'altra nasce, luminosa, imprevista, per risolvere la difficoltà contro la quale ci dibattiamo. Parlando, il mio pensiero andò, non so come, verso le mie campagne di Terracina, su cui scadeva di lì a poco una certa ipoteca dei Rossengo di laggiù; rimedio gravoso e miserevole frapposto all'imminenza della mia rovina. Avrei dovuto recarmi colà, in cerca di un ripiego qualsiasi, poichè non avevo il denaro per estinguerla. Orbene, perchè non valermi di un tal pretesto per abbandonar Roma con Elena, e di laggiù forse avere il coraggio supremo che non avrei mai trovato davanti al suo dolore? Ecco: l'idea mi parve semplice, piana, gioconda. Stupii di non averla immaginata prima, e con tutte le mie forze m'apparecchiai a dimostrarle man mano questa necessità.
— Non mi credi? — ripresi. — Non mi credi ancora? Ebbene, domandalo a Fabio Capuano. Egli era presente. Credi a lui?
[pg!48] — Vorrei credere a te solo, se potessi.
— Ecco il male. Non c'è quasi amicizia fra noi. Purtroppo sei sempre così piena di sospetti!
— Oh, non lo dire! Tu sai...
— Certo, certo, so che tu sei buona, infinitamente buona con me. Solo, mi vuoi forse troppo bene per poter essere la mia amica. Quante volte ne ho parlato con Fabio! Egli stesso, vedi, mi trova mutato; dice di non più riconoscermi.
— Questo è vero, sai!
— Sì, è vero, pur troppo. Mi s'infiltra nelle vene talvolta una immensa ed oscura tristezza... sento il bisogno di essere solo, di non amare più nessuno, di allontanarmi da tutti... Che so? mi sembra una malattia.
Ci eravamo seduti, m'accarezzava le tempie, la faccia, con indulgenza, con pietà.
— Povero amore, — sospirò, — vorrei tanto poterti guarire! Ma io... cosa sono io per te?
— Sei anche tu, Edoarda, un piccolo cuore malato. Vedi: la nostra vita è troppo dolorosa; tu mi comunichi la tua disperazione. Senti: cosa faresti, per esempio, se non dovessi vedermi più?
Con uno scatto si volse tutta verso di me, spalancando gli occhi atterriti.
— Perchè mi domandi questo? — mormorò, con un filo di voce tremula.
— Te lo domando astrattamente, — risposi, con uno sforzo per sembrarle naturale. — Poi anche per la ragione che ora dovremo lasciarci momentaneamente... Oh, non ti spaventare! un'assenza di pochi giorni.
— Ah, sì?... parti?... — ella domandò soffocatamente, serrando le mani in croce sul petto per contenerne l'affanno.
— Non è una partenza, via! Dovrò solo andare per qualche giorno a Torre Guelfa. Mi scade fra poco l'ipoteca triennale fatta con i Rossengo su le terre di San Biagio. Non potendola pagare, debbo rinnovarla. Sto già trattando per lettera, ma richiedono la mia presenza per appianare certe questioni di forma.
[pg!49] — Dunque te ne vai... — disse con desolazione. — E quando?
— Non so ancora; uno di questi giorni. Sono talmente seccato!
— Ma io ti potrei forse...
— No, ti prego, non parlarne! Sai bene che non voglio. Del resto non mancherò di trovare un ripiego.
Piangeva ora di nuovo, accasciata, curva, ritraendosi a poco a poco più lontana da me, come se avesse paura.
— E quando ritornerai? — disse con la voce spenta.
— Al più presto possibile; non appena compiuto il rinnovo.
— Mi sembra che tu non debba ritornare mai più...
Si rovesciò su la spalliera del divano, un po' rigida, con le braccia inerti, gli occhi sperduti, e fece un lungo sogno...
— Mi scriverai da Torre Guelfa?
Le sue parole furon piane come un alito.
— Sì, ti scriverò tutte le sere prima di coricarmi, come una volta, quand'eravamo lontani.
— Oh sì, come una volta... Che lettere dolci mi scrivevi una volta...
Un sorriso d'evocazione trasfigurò il suo pallore; le sue ciglia si abbassarono; la sua faccia si compose in una specie di bellezza immateriale.
Soltanto allora compresi che nella piccola stanza tutelare una grande anima compiva la sua rinunzia suprema, e per un senso inesprimibile di paura ebbi quasi bisogno d'inginocchiarmi, come davanti a tutte le cose che si vedono morire.
Un sole giocondo invadeva ora la stanza, traeva uno scintillìo di colori dalle coppe di cristallo, dalle cornici, dalle borchie dei mobili, suscitando qualche onda lucida per le stoffe delle tappezzerie, che avevano il colore indefinibile della rosa di gruogo. Allora finalmente una lacrima inumidì le mie ciglia, e mi chinai su quella povera bocca, su quella dolce anima ferita, per chiederle perdono con un bacio: — la confessione più triste che vi sia.
[pg!50]