VIII

VIIIUn'altra lettera di Fabio Capuano:«Novembre, triste mese. Gli uomini, che hanno paura di tutto, hanno anche paura dell'inverno e guardano in cagnesco il cielo. Roma si ripopola dei reduci dalle circostanti villeggiature e si prepara, come fa tutti gli anni, a divertire gli ospiti con molte chiassate. Ho l'ossessione della vecchiaia; nella mia vita residua conto un estate di meno. Tu non puoi credere come gli orologi camminino in fretta verso l'età mia! Sono stato quindici giorni in villa da Edoarda; l'autunno era dolcissimo nella campagna laziale. In questa villa, che tu conosci, è accaduta una cosa molto singolare: tutte le memorie tue furono bandite. Resta solamente un tuo quadro nella sala grande: «La svernata in Abbruzzo». Lo si dimenticò su quella parete, ov'è appeso da molti anni. L'ho riguardato a lungo. Certo avevi grandi attitudini alla pittura; è peccato non averne ricavato nulla.Prima, in quella casa, tu eri il genio assente. Nell'anticamera vedevo sempre un tuo rustico bastone da montagna, con la ghiera acuta, memoria chissà di qual gita, e rimasto lì, come se un giorno o l'altro dovesse ancora servirti. Nel corridoio, trofei delle tue cacce alla volpe, al daino ed ai galli di montagna. Nelle sale... bah! non parliamone! una quantità di piccoli oggetti che tu regalasti, o che ti appartennero. Come sei smemorato! quante cose hai dimenticate nella tua vita. Germano! Ora mi stupii nel vedere come tutte queste reliquie fossero d'un tratto scomparse. Gli Dei tramontano. Anche [pg!244] Whisky, l'ultimo terrier del tuo canile, è morto. S'è fatto schiacciare miseramente sotto una carrozza. De profundis!... In questo momento le cose tue hanno una maledettissima iettatura. La grande araucaria, che tu hai fatta piantare nel giardino di fianco alla serra, s'è presa un malanno e va intisichendo a vista d'occhio. Se queste notizie non ti affliggono, devi aver l'animo ben indurito. La zia mangia, dorme, ingrassa, trangugia una quantità di medicine ogni giorno; Edoarda rifiorisce a poco a poco e guarda l'autunno sciorinare su la terra esausta i suoi colori di ardente vendemmia. La campagna le ha fatto bene; è florida, ride spesso e sta con i contadini volentieri. Le creature semplici fanno bene all'anima. Questi quindici giorni alla «Cascina Bianca» sono stati per me una vera delizia.Ho seguitato a riposarmi, come faccio sempre. La mattina Edoarda ed io ci alzavamo prestissimo; in campagna vi sono molte cose da fare: le galline, i fiori, le serre, i bimbi del giardiniere, l'araucaria che intisichisce....Verso le dieci si usciva in «charrette», per fare una trottata. Edoarda guidava, io fumavo. I chilometri non si contavano, con quel suo nuovo «poney», tutto spuma criniera e scalpitìo, al quale abbiamo posto il nome di Rodomonte, perchè si dà l'aria di voler essere un cavallo grande. Poi la colazione, copiosa, ottima: il cuoco è sempre lo stesso. Anzi egli si è lagnato con me della tua scomparsa, perchè non ha più occasione di fare quel certo pasticcio di selvaggina che amavi tu solo e che Edoarda si forzava d'inghiottire per farti piacere.Dopo colazione, discorsi, letture, corrispondenza, musica, sigarette, ricami, e qualche volta, non sovente, visite. Verso le quattro e mezzo il tè all'aperto, sotto la pergola; poi dolcissime passeggiate, a piedi od in carrozza per i dintorni, e visite di villa in villa, cogliendo fiori e facendo pronostici sul tempo del domani, con allegria schietta, fino all'imbrunire. A pranzo venivan spesso il medico Oliveri ed il curato, che non è più quello di una volta. Graziosissimo questo prete che hanno mandato giù dalla [pg!245] montagna d'Abruzzo. Ha circa sessant'anni, ma è tondo e gioviale. Egli fu la nostra vittima. Riuscimmo quasi a convincere la zia che il prete si fosse innamorato di lei, ed a convincere il curato che la zia gli professasse un certo qual tenero... Il poveretto per alcuni giorni non osò più guardarla in faccia.Edoarda è divenuta per me un'amica vera. Di quante cose diverse, tristi e gaie, profonde e frivole, si parlò insieme! Che anima tu hai perduto. Guelfo mio! Un pomeriggio eravamo seduti nella grande sala, entrambi su lo stesso divano e proprio sotto il tuo quadro. Sai che da quel divano, quando c'è molta chiarità, ci si vede chiaramente nello specchio di Murano che sta su la parete opposta. Lei ricamava, io, come sempre, mi riposavo. Guardandomi nello specchio mi trovai ben conservato ancora, e lo dissi anzi a Edoarda, ridendo:— Non vi sembro ancora quasi un bell'uomo?Ella sollevò la testa dal ricamo, per guardarmi nello specchio, e rise.— Certo, — mi rispose. — Ma non siete modesto!Accomodai la cosa come potei meglio e soggiunsi:— Guardate: là nello specchio i vostri capelli sembrano più scuri, vicino alla mia testa quasi bianca.— Oh, bianca... — ella esclamò, — voi esagerate!Ti faccio notare che ha detto: — Esagerate!...— Ebbene, Edoarda, — continuai, — pensate che un giorno questa mia canizie precoce commise la follìa di amare con passione i vostri capelli pieni di luce... Scommetto che non ve ne siete nemmeno accorta!...Pensa... ho avuto il coraggio di dirle queste parole, io!Ella divenne tutta rossa, e dopo un silenzio mi rispose:— Credete che una donna possa non accorgersi di queste cose?A mia volta rimasi un po' perplesso e confuso; ella chinò la testa sul ricamo, io gettai una sigaretta accesa per accenderne un'altra.— Ed ora? — ella mi domandò poco dopo, forse per interrompere quel silenzio greve di parole inespresse.[pg!246] — Ora, — feci, — non vi amo più affatto, affatto!— Bravo! E me lo dite così? — Ci mettemmo a ridere entrambi. Ella ebbe la delicatezza di non far mai allusione a questo discorso ed io fui lieto d'essermi tolto un peso dal cuore.Naturalmente abbiamo parlato anche di te; non i primi giorni, ma più tardi. Qualche volta, mentre passeggiavamo insieme, tu capitavi tra noi come un compagno inevitabile. Edoarda può parlare di te senza piangerne: per un'anima che ha amato e sofferto come la sua, questo è già molto. Solo con me si confida; per tutti gli altri, sua zia compresa, tu sei, tu devi essere una persona morta. Con una forza sublime ha soffocati, ha sepolti, ha cacciati via da sè tutti i fantasmi della sua vita lontana. Così almeno dev'essere per chi la vede. Se nascostamente forse ti ami ancora, non so, — non osai domandarlo. Parlammo di te nel modo più naturale, senza esagerarne l'importanza, con una certa esitazione in principio, e dopo con serenità. So dalla zia che a Venezia, dove la condusse dopo l'avvenimento, ella fu per morirne. Ma il suo cuore ti perdona tutto il male che le facesti. Anzi mi ha detto: «Gli altri possono accusarlo, io no. Comprendo che non poteva essere altrimenti». Un giorno le domandai: — Ma vorrete dunque sacrificargli tutta la vostra vita?— Chissà? — mi rispose. — Non ho altro desiderio che di essere tranquilla, e per ora non c'è nulla che possa vincere la mia indifferenza.— Sapete pure che molti vi corteggiano? — soggiunsi. Allora si fece buia, chinò il viso e tacque. Forse tu puoi, meglio di chicchessia, comprenderne il perchè.Ma il giorno dopo, nello stesso luogo, alla stessa ora, come per continuare il discorso interrotto, mi fece questa domanda:— Voi, Capuano, credereste colpevole una donna, la quale accettasse di vivere onestamente con un uomo onesto, anche senz'amore, ma per fiducia, per un desiderio di compagnia, d'amicizia, di tranquillità reciproca? — E mi parve, dal tono della voce, che le sue parole volessero chiedere assai più.[pg!247] — Non solo non la crederei colpevole, — risposi, — ma questo, in molti casi, mi parrebbe anzi un dovere. La donna è nata per la famiglia ed è solo colpevole quando rifiuta di averne una. Poi v'è per la donna un compenso a tutte le sventure: la maternità. — Edoarda mi diede la mano e mi rispose: — Grazie, — semplicemente. La sua trasfigurazione si compie con lentezza, ma certo da questa sciagura uscirà una donna diversa da quella che tu hai conosciuta.Piero De Luca la venne a trovare una volta durante il mio soggiorno e so ch'è ritornato alla Cascina Bianca dopo la mia partenza, due volte. Edoarda è con lui cortesissima; una cortesia però che non lascia campo ad alcuna previsione. Con lei mi sono astenuto da qualsiasi commento; però credo che il barone spenda invano il suo tempo e le sue fatiche. Ora sono a Roma da circa dieci giorni: Edoarda vi ritornerà forse a mezzo Dicembre. E tu? Le tue lettere mi giungono di tempo in tempo, senza darmi notizie notevoli; ma sono come le lettere di un malato il quale voglia nascondere il suo male. Ti vedremo a Roma durante l'inverno? O ci hai abbandonati per sempre? Io faccio sforzi inauditi per difendermi dalla vecchiaia. Ho per amica in questi giorni una cantante russa dalle forme giunoniche; trent'anni circa, ma portati benissimo, alla maniera slava. Te ne parlo, perchè debbo chiederti per lei un piccolo favore. Vuole una certa cipria di perle che si compera — dice — in un negozio apposito, Boulevard des Capucines, vicino al Grand Hôtel. Vedi un po', ti prego, se ti riesce di mandarmene due o tre scatole. Una donna — penserai — che adopera le perle anche in cipria, deve costarti orribilmente caro! No, rassicùrati, non faccio pazzie. Canterà quest'anno all'Argentina. Scrivimi spesso e mandami tue notizie diffuse. Addio.Capuano»Questa lettera cominciò con farmi pensare. Mi era finalmente necessario un esame di coscienza stretto e logico, [pg!248] sì bene ch'io m'accinsi a farlo. Due strade mi si aprivano dinanzi: o abbandonarmi pienamente nelle mani di Elia d'Hermòs, o appigliarmi con volontà virile ad una risoluzione decorosa, chiedendo alla mia intelligenza il piccolo sforzo necessario per procacciarmi il pane.In questo caso dovevo, per i miei vecchi giorni, serbar intatta la pochissima terra che avrei salvata sistemando le usure, vendere le ultime gioie di famiglia che ancora mi rimanevano a Roma presso un banchiere, e, datomi ad una professione sopportevole, campar la vita che mi restava in una casa modesta, con Elena fin quando ella volesse, poi anche solo, non lieto, non triste, come il maggior numero degli uomini che si accontentano di umili destini. Era la via legittima, da galantuomo, non invidiabile forse, ma chiara e leale. — Ne sarei stato capace?Forse; perchè il bisogno ammaestra e la volontà s'impara. Ma questi atti pieni di una loro bellezza plebea, compiuti da un uomo che professò le abitudini più signorili, muovono in genere un rispetto vicino quasi alla pietà, il qual rispetto, fra tutte le ammirazioni, è certo la meno ambita e la meno lusinghiera.Da un lato adunque il rimedio pacifico, la mediocre serenità, la vita veduta fino all'ultimo giorno senza divario, lenta, quasi monotona, confuso con tutti, io, che fui solo.Non certo la paura m'impediva di abbandonarmi pienamente allo scaltro avventuriero, ma la servile bassezza delle imprese che i suoi bei sofismi velavano a mala pena; non la paura del danno, ma la salvaguardia legittima che dovevo al mio nome; non l'incapacità infine di vincere la mia coscienza, ma lo sdegno quasi atavico per tutte le ineleganze, anche morali. La sola cosa che non mi rimprovero nella mia vita è quella di non aver perduto mai, in alcun frangente, il senso della mia diversità.Essa, nel decadimento, era la mia forza, laddove i sottili sofismi di Elia d'Hermòs non potevano per me rappresentare che la salvezza momentanea, il rimedio passeggero e deprecabile.[pg!249] Fra queste amare vicende, unica e bella mi sorrideva l'immagine di Elena, che sovente lascio in disparte narrando queste mie memorie, per non sciupare il profumo della sua grande anima fra le buie pagine ove si perde la storia dei mio passato. Ella rimane, al di sopra di tutte le vicende, sola ed inaccessibile; fu l'anima che sentii più presso alla mia, più simile al mio celato cuore; fu l'anima che invidiai talvolta, perch'ella non conosceva l'umiltà nè il dubbio, ma era oscura e limpida insieme come una notte piena di stelle.Certo, infuori da tutte l'altre, v'era un'ultima possibilità, v'era un'idea quasi lontana, che si avanzava nel mio cervello, da prima timida e tosto respinta, indi più definita, più certa, più persuadente.«Fra poco — pensavo — Elena affronterà la scena; sarà nota, corteggiata e ricca. Dovrò concederle una maggiore indipendenza, e, forse la gelosia, forse la fierezza, mi comanderanno di creare nei nostri vincoli un mutamento essenziale. Così ella è salva; la nomade si elegge un confine, si assegna una meta, entra ella pure nel numero delle persone che han definito e risolto il problema della lor vita.Io solo rimango, a mezzo del cammino, senza conoscere quel che mi attende nell'incertezza del domani.Ma v'era infatti un'altra, un'ultima possibilità, la quale aveva un nome, un nome pallido, abbandonato, lontano, che faceva male all'anima come la memoria d'una cosa morta, un nome cosparso di cenere, fasciato d'oblio, confuso nella lontananza: — Edoarda.Sì, certo; quando nella vita non è più possibile andar oltre, si può talvolta, quasi per una rimembranza di noi stessi, far ritorno verso ciò che fu nostro. Ed Elena? — fu la domanda subitanea che mi feci. Pensavo dunque di rinunziare a lei con una tranquillità così freddamente priva di rimorso?No. Mi avvidi che il mio calcolo non aveva nemmeno questa rettitudine, poichè ammettevo che fossero entrambe necessarie alla mia vita. Ed allora, — mi domandai, — perchè non ho fatto questo fin dal principio, quando la [pg!250] frode poteva rivestirsi almeno d'un'apparente inevitabilità? Questa Edoarda non era dunque più il giogo aborrito, la creatura stanchevole, presso la quale il mio spirito ed i miei nervi soffrivano di ribellioni veementi?Non seppi rispondermi con esattezza, e tuttavia mi parve che potessi ricordarmi di lei senza provare alcun senso di avversione o d'inimicizia. Poi le lettere del Capuano, a mio malgrado, m'incuriosivano. Il saperla convalescente dal suo fedele amore, quando la credevo per sempre ferita, eccitava in me una specie di sorpresa e di rammarico, rinnovandola quasi a' miei occhi. L'idea ch'ella potesse aver pensato ad altri dopo di me, quasi mi diminuiva nell'orgoglio, e talvolta, nella visione che di lei serbava l'anima inobliosa, m'accadeva di rivedere quella pallida creatura spirituale che un giorno mi aveva sedotto con la sua fragilità.Verso la fine di quel Novembre il d'Hermòs abbandonò la Francia, dopo avere inutilmente insistito perchè lo seguissi, non più in America, ma nel sontuoso Cairo e su le rive millenarie del Nilo.— Ti auguro — mi disse nel salutarmi, — che al ritorno tu mi dia notizia d'un secondo fidanzamento. Ricorda i miei consigli e, se hai bisogno di qualcosa, scrivimi.Partì. Quando fu lontano, m'accorsi ch'egli non era peggiore di molti altri, poichè aveva una intelligenza profonda e fors'anche una bontà nascosta. Mi trovai più solo; egli era fra quegli uomini che aiutano a vivere e presso i quali tutte le difficoltà sembrano lievi.Il 17 Dicembre Elena doveva esordire al teatro. Per una strana coincidenza quel giorno era pure il compleanno d'Edoarda. Me ne ricordai due giorni prima, subitaneamente, camminando per via. Negli occhi ebbi la visione di quel grande palazzo, con tutte le sale adorne di fiori e di canestre, come una volta nel giorno anniversario... Pensai la sua tristezza, la mia, lontani, sotto il peso delle memorie, con un desiderio diversamente inutile nel cuore... Mi trovai ridicolo, scossi il capo e camminai oltre. Dopo alcun tempo la visione tornò. — «Perchè non mandarle [pg!251] un fiore? — mi dissi; — un fiore muto, che appassirebbe lungo la via?»Per l'appunto v'erano in mostra, nella vetrina di un fioraio, certe bellissime rose primaverili, mentre l'inverno frizzava per l'aria con presagi di neve. Andai fin su la porta, poi la cosa mi sembrò puerile, romanzesca, e tornai via.Più oltre vidi un grande ramo di orchidee, con sei magnifici fiori uniti, d'una indefinibile tinta, tra l'azzurro, il viola ed il color malva. Le orchidee, nell'ovatta, viaggiano per lunghi giorni e la distanza non le fa sfiorire...Entrai senza riflettere, comprai quel ramo, lo feci comporre in una cassetta, delicatamente, come un gioiello dentro un astuccio, e quando si trattò di dare l'indirizzo, stetti un momento in dubbio fra me stesso — poi detti quello di casa mia... per Elena.Che mistero inestricabile, il cuore dell'uomo!Elena intanto si apparecchiava per la sua grande ora, e quel giorno, anch'esso, fu triste. Sentii che quell'avvenimento poteva segnare una data ben dolorosa nel nostro amore, poichè da quel momento ella cessava di esser una cosa del tutto mia, per offrirsi agli occhi della folla multanime, da una ribalta, ove l'avrebbero avvolta i mille desiderii degli sconosciuti, come in una carezza impura.Recitò in una commedia nuova di Maurice Donnay; l'accoglienza del pubblico fu clamorosa; i giornali e le riviste inneggiarono a lei: per le strade i cartelli portarono il suo nome a grandi lettere, i fotografi la vollero fotografare, i manifesti, le illustrazioni divulgarono la sua bellezza, e tutti i donnaiuoli, i gaudenti, gli «snobs» vecchi e giovani si misero in caccia furiosamente per giungere sino a lei. Oh, mentr'ella saliva, mentr'ella con una esuberanza di vita godeva il suo trionfo, quante, nel mio secreto cuore, quante angosce indicibili!Mi ricordo la prima sera.Stavo, come trasognato, nel suo camerino. V'era pure l'attrice Grévier, la sua maestra, ed un andirivieni continuo di molte persone, uomini e donne, comici ed amiche [pg!252] d'arte, che insieme tutti parlavano, preparavano, consigliavano, standole intorno, considerandola già una loro preda. Io quasi non vedevo, quasi non udivo; stavo rincantucciato nel suo camerino, che ardeva d'una luce insolente, stavo là contro il muro, seduto sopra uno sgabello, fra bauli aperti ed abiti ammucchiati; il mio sguardo errava assai lontano, e la mente anche, da tutte le cose che accadevano intorno. Elena era un poco pallida ma sicura di sè.Quando il buttafuori la chiamò, ella mi fece con la mano un cenno rapido, come di saluto, e le amiche frettolose la spinsero fuori, andando tutte insieme dietro lei, per spiarla tra le quinte. Restai solo: nella piccola stanza una lampadina intensa brillava davanti alla specchiera; pareva che il cristallo si frantumasse in un vortice di scintille. V'erano intorno i rossetti, le ciprie, le forcelle, i pettini, le fibbie, tutte le cose minute che abbisognano all'attrice. Sulla spalliera d'una seggiola era posato l'abito che avrebbe indossato nel second'atto.Clara lo aveva disposto così ed era uscita ella pure. Mi ricordo anche d'essermi levato, di aver guardato, minutamente ogni singola cosa, con un sorriso di scherno; di avere intinto il dito in un bossoletto di biacca, in un altro di minio, poi di aver riso nervosamente osservando la mia falange così tinta. Uscii fuori, camminai verso la scena, in disparte da tutti, e la vidi, la intesi, la seguii con ansia in ogni suo movimento, finchè un applauso ruppe il lungo silenzio della sala.Immobile, con la fronte alta, senza un sorriso, ricevette quel primo battesimo. Vicino a me, la Grévier disse qualcosa che non afferrai, e per tutta la lunghezza dell'atto restai a guardarla, quasi dimenticando che fosse lei. La sua voce non mi pareva la stessa. Un applauso caldo, unanime, risonò sull'ultima sua parola e mentre la cercavo con gli occhi, vidi lei che mi veniva incontro, quasi correndo. Si buttò nelle mia braccia, mi strinse convulsamente, mentre la sua faccia smorta, ridendo, si bagnava di lacrime.[pg!253] Poi, dopo il teatro, mi ricordo ancora una cena, tra molte persone quasi estranee, che le avevano portato fiori, che vuotavano in suo nome calici di Sciampagna, gesticolando assai e parlando forte. Ella rideva, rideva di tutto, con tutti, un po' ebra del suo trionfo, ed ogni tanto mi guardava come per sorprendere i miei pensieri.Tardi nella notte il banchetto finì, e noi tornammo soli, tacendo, verso la nostra casa, in quelle medesime stanze che ci avevano veduti giungere pieni di amore, di esaltazione e di coraggio. Una voglia infinita di pianto mi premeva il cuore; avrei voluto essere di nuovo a quel primissimo giorno, quando Elena era un'ignota, ma così mia, così dolcemente mia! Ci guardammo nel viso, e quello sguardo fu tra noi come una paurosa confessione. In silenzio le raccontai tutta la mia pena, in silenzio ella mi rispose tutto il suo dolore.E mi parve quella notte che i suoi baci avesser quasi un sapore insolito, più acre, più torbido, forse perchè tanti uomini avevano desiderata la sua bocca.[pg!254]

VIIIUn'altra lettera di Fabio Capuano:«Novembre, triste mese. Gli uomini, che hanno paura di tutto, hanno anche paura dell'inverno e guardano in cagnesco il cielo. Roma si ripopola dei reduci dalle circostanti villeggiature e si prepara, come fa tutti gli anni, a divertire gli ospiti con molte chiassate. Ho l'ossessione della vecchiaia; nella mia vita residua conto un estate di meno. Tu non puoi credere come gli orologi camminino in fretta verso l'età mia! Sono stato quindici giorni in villa da Edoarda; l'autunno era dolcissimo nella campagna laziale. In questa villa, che tu conosci, è accaduta una cosa molto singolare: tutte le memorie tue furono bandite. Resta solamente un tuo quadro nella sala grande: «La svernata in Abbruzzo». Lo si dimenticò su quella parete, ov'è appeso da molti anni. L'ho riguardato a lungo. Certo avevi grandi attitudini alla pittura; è peccato non averne ricavato nulla.Prima, in quella casa, tu eri il genio assente. Nell'anticamera vedevo sempre un tuo rustico bastone da montagna, con la ghiera acuta, memoria chissà di qual gita, e rimasto lì, come se un giorno o l'altro dovesse ancora servirti. Nel corridoio, trofei delle tue cacce alla volpe, al daino ed ai galli di montagna. Nelle sale... bah! non parliamone! una quantità di piccoli oggetti che tu regalasti, o che ti appartennero. Come sei smemorato! quante cose hai dimenticate nella tua vita. Germano! Ora mi stupii nel vedere come tutte queste reliquie fossero d'un tratto scomparse. Gli Dei tramontano. Anche [pg!244] Whisky, l'ultimo terrier del tuo canile, è morto. S'è fatto schiacciare miseramente sotto una carrozza. De profundis!... In questo momento le cose tue hanno una maledettissima iettatura. La grande araucaria, che tu hai fatta piantare nel giardino di fianco alla serra, s'è presa un malanno e va intisichendo a vista d'occhio. Se queste notizie non ti affliggono, devi aver l'animo ben indurito. La zia mangia, dorme, ingrassa, trangugia una quantità di medicine ogni giorno; Edoarda rifiorisce a poco a poco e guarda l'autunno sciorinare su la terra esausta i suoi colori di ardente vendemmia. La campagna le ha fatto bene; è florida, ride spesso e sta con i contadini volentieri. Le creature semplici fanno bene all'anima. Questi quindici giorni alla «Cascina Bianca» sono stati per me una vera delizia.Ho seguitato a riposarmi, come faccio sempre. La mattina Edoarda ed io ci alzavamo prestissimo; in campagna vi sono molte cose da fare: le galline, i fiori, le serre, i bimbi del giardiniere, l'araucaria che intisichisce....Verso le dieci si usciva in «charrette», per fare una trottata. Edoarda guidava, io fumavo. I chilometri non si contavano, con quel suo nuovo «poney», tutto spuma criniera e scalpitìo, al quale abbiamo posto il nome di Rodomonte, perchè si dà l'aria di voler essere un cavallo grande. Poi la colazione, copiosa, ottima: il cuoco è sempre lo stesso. Anzi egli si è lagnato con me della tua scomparsa, perchè non ha più occasione di fare quel certo pasticcio di selvaggina che amavi tu solo e che Edoarda si forzava d'inghiottire per farti piacere.Dopo colazione, discorsi, letture, corrispondenza, musica, sigarette, ricami, e qualche volta, non sovente, visite. Verso le quattro e mezzo il tè all'aperto, sotto la pergola; poi dolcissime passeggiate, a piedi od in carrozza per i dintorni, e visite di villa in villa, cogliendo fiori e facendo pronostici sul tempo del domani, con allegria schietta, fino all'imbrunire. A pranzo venivan spesso il medico Oliveri ed il curato, che non è più quello di una volta. Graziosissimo questo prete che hanno mandato giù dalla [pg!245] montagna d'Abruzzo. Ha circa sessant'anni, ma è tondo e gioviale. Egli fu la nostra vittima. Riuscimmo quasi a convincere la zia che il prete si fosse innamorato di lei, ed a convincere il curato che la zia gli professasse un certo qual tenero... Il poveretto per alcuni giorni non osò più guardarla in faccia.Edoarda è divenuta per me un'amica vera. Di quante cose diverse, tristi e gaie, profonde e frivole, si parlò insieme! Che anima tu hai perduto. Guelfo mio! Un pomeriggio eravamo seduti nella grande sala, entrambi su lo stesso divano e proprio sotto il tuo quadro. Sai che da quel divano, quando c'è molta chiarità, ci si vede chiaramente nello specchio di Murano che sta su la parete opposta. Lei ricamava, io, come sempre, mi riposavo. Guardandomi nello specchio mi trovai ben conservato ancora, e lo dissi anzi a Edoarda, ridendo:— Non vi sembro ancora quasi un bell'uomo?Ella sollevò la testa dal ricamo, per guardarmi nello specchio, e rise.— Certo, — mi rispose. — Ma non siete modesto!Accomodai la cosa come potei meglio e soggiunsi:— Guardate: là nello specchio i vostri capelli sembrano più scuri, vicino alla mia testa quasi bianca.— Oh, bianca... — ella esclamò, — voi esagerate!Ti faccio notare che ha detto: — Esagerate!...— Ebbene, Edoarda, — continuai, — pensate che un giorno questa mia canizie precoce commise la follìa di amare con passione i vostri capelli pieni di luce... Scommetto che non ve ne siete nemmeno accorta!...Pensa... ho avuto il coraggio di dirle queste parole, io!Ella divenne tutta rossa, e dopo un silenzio mi rispose:— Credete che una donna possa non accorgersi di queste cose?A mia volta rimasi un po' perplesso e confuso; ella chinò la testa sul ricamo, io gettai una sigaretta accesa per accenderne un'altra.— Ed ora? — ella mi domandò poco dopo, forse per interrompere quel silenzio greve di parole inespresse.[pg!246] — Ora, — feci, — non vi amo più affatto, affatto!— Bravo! E me lo dite così? — Ci mettemmo a ridere entrambi. Ella ebbe la delicatezza di non far mai allusione a questo discorso ed io fui lieto d'essermi tolto un peso dal cuore.Naturalmente abbiamo parlato anche di te; non i primi giorni, ma più tardi. Qualche volta, mentre passeggiavamo insieme, tu capitavi tra noi come un compagno inevitabile. Edoarda può parlare di te senza piangerne: per un'anima che ha amato e sofferto come la sua, questo è già molto. Solo con me si confida; per tutti gli altri, sua zia compresa, tu sei, tu devi essere una persona morta. Con una forza sublime ha soffocati, ha sepolti, ha cacciati via da sè tutti i fantasmi della sua vita lontana. Così almeno dev'essere per chi la vede. Se nascostamente forse ti ami ancora, non so, — non osai domandarlo. Parlammo di te nel modo più naturale, senza esagerarne l'importanza, con una certa esitazione in principio, e dopo con serenità. So dalla zia che a Venezia, dove la condusse dopo l'avvenimento, ella fu per morirne. Ma il suo cuore ti perdona tutto il male che le facesti. Anzi mi ha detto: «Gli altri possono accusarlo, io no. Comprendo che non poteva essere altrimenti». Un giorno le domandai: — Ma vorrete dunque sacrificargli tutta la vostra vita?— Chissà? — mi rispose. — Non ho altro desiderio che di essere tranquilla, e per ora non c'è nulla che possa vincere la mia indifferenza.— Sapete pure che molti vi corteggiano? — soggiunsi. Allora si fece buia, chinò il viso e tacque. Forse tu puoi, meglio di chicchessia, comprenderne il perchè.Ma il giorno dopo, nello stesso luogo, alla stessa ora, come per continuare il discorso interrotto, mi fece questa domanda:— Voi, Capuano, credereste colpevole una donna, la quale accettasse di vivere onestamente con un uomo onesto, anche senz'amore, ma per fiducia, per un desiderio di compagnia, d'amicizia, di tranquillità reciproca? — E mi parve, dal tono della voce, che le sue parole volessero chiedere assai più.[pg!247] — Non solo non la crederei colpevole, — risposi, — ma questo, in molti casi, mi parrebbe anzi un dovere. La donna è nata per la famiglia ed è solo colpevole quando rifiuta di averne una. Poi v'è per la donna un compenso a tutte le sventure: la maternità. — Edoarda mi diede la mano e mi rispose: — Grazie, — semplicemente. La sua trasfigurazione si compie con lentezza, ma certo da questa sciagura uscirà una donna diversa da quella che tu hai conosciuta.Piero De Luca la venne a trovare una volta durante il mio soggiorno e so ch'è ritornato alla Cascina Bianca dopo la mia partenza, due volte. Edoarda è con lui cortesissima; una cortesia però che non lascia campo ad alcuna previsione. Con lei mi sono astenuto da qualsiasi commento; però credo che il barone spenda invano il suo tempo e le sue fatiche. Ora sono a Roma da circa dieci giorni: Edoarda vi ritornerà forse a mezzo Dicembre. E tu? Le tue lettere mi giungono di tempo in tempo, senza darmi notizie notevoli; ma sono come le lettere di un malato il quale voglia nascondere il suo male. Ti vedremo a Roma durante l'inverno? O ci hai abbandonati per sempre? Io faccio sforzi inauditi per difendermi dalla vecchiaia. Ho per amica in questi giorni una cantante russa dalle forme giunoniche; trent'anni circa, ma portati benissimo, alla maniera slava. Te ne parlo, perchè debbo chiederti per lei un piccolo favore. Vuole una certa cipria di perle che si compera — dice — in un negozio apposito, Boulevard des Capucines, vicino al Grand Hôtel. Vedi un po', ti prego, se ti riesce di mandarmene due o tre scatole. Una donna — penserai — che adopera le perle anche in cipria, deve costarti orribilmente caro! No, rassicùrati, non faccio pazzie. Canterà quest'anno all'Argentina. Scrivimi spesso e mandami tue notizie diffuse. Addio.Capuano»Questa lettera cominciò con farmi pensare. Mi era finalmente necessario un esame di coscienza stretto e logico, [pg!248] sì bene ch'io m'accinsi a farlo. Due strade mi si aprivano dinanzi: o abbandonarmi pienamente nelle mani di Elia d'Hermòs, o appigliarmi con volontà virile ad una risoluzione decorosa, chiedendo alla mia intelligenza il piccolo sforzo necessario per procacciarmi il pane.In questo caso dovevo, per i miei vecchi giorni, serbar intatta la pochissima terra che avrei salvata sistemando le usure, vendere le ultime gioie di famiglia che ancora mi rimanevano a Roma presso un banchiere, e, datomi ad una professione sopportevole, campar la vita che mi restava in una casa modesta, con Elena fin quando ella volesse, poi anche solo, non lieto, non triste, come il maggior numero degli uomini che si accontentano di umili destini. Era la via legittima, da galantuomo, non invidiabile forse, ma chiara e leale. — Ne sarei stato capace?Forse; perchè il bisogno ammaestra e la volontà s'impara. Ma questi atti pieni di una loro bellezza plebea, compiuti da un uomo che professò le abitudini più signorili, muovono in genere un rispetto vicino quasi alla pietà, il qual rispetto, fra tutte le ammirazioni, è certo la meno ambita e la meno lusinghiera.Da un lato adunque il rimedio pacifico, la mediocre serenità, la vita veduta fino all'ultimo giorno senza divario, lenta, quasi monotona, confuso con tutti, io, che fui solo.Non certo la paura m'impediva di abbandonarmi pienamente allo scaltro avventuriero, ma la servile bassezza delle imprese che i suoi bei sofismi velavano a mala pena; non la paura del danno, ma la salvaguardia legittima che dovevo al mio nome; non l'incapacità infine di vincere la mia coscienza, ma lo sdegno quasi atavico per tutte le ineleganze, anche morali. La sola cosa che non mi rimprovero nella mia vita è quella di non aver perduto mai, in alcun frangente, il senso della mia diversità.Essa, nel decadimento, era la mia forza, laddove i sottili sofismi di Elia d'Hermòs non potevano per me rappresentare che la salvezza momentanea, il rimedio passeggero e deprecabile.[pg!249] Fra queste amare vicende, unica e bella mi sorrideva l'immagine di Elena, che sovente lascio in disparte narrando queste mie memorie, per non sciupare il profumo della sua grande anima fra le buie pagine ove si perde la storia dei mio passato. Ella rimane, al di sopra di tutte le vicende, sola ed inaccessibile; fu l'anima che sentii più presso alla mia, più simile al mio celato cuore; fu l'anima che invidiai talvolta, perch'ella non conosceva l'umiltà nè il dubbio, ma era oscura e limpida insieme come una notte piena di stelle.Certo, infuori da tutte l'altre, v'era un'ultima possibilità, v'era un'idea quasi lontana, che si avanzava nel mio cervello, da prima timida e tosto respinta, indi più definita, più certa, più persuadente.«Fra poco — pensavo — Elena affronterà la scena; sarà nota, corteggiata e ricca. Dovrò concederle una maggiore indipendenza, e, forse la gelosia, forse la fierezza, mi comanderanno di creare nei nostri vincoli un mutamento essenziale. Così ella è salva; la nomade si elegge un confine, si assegna una meta, entra ella pure nel numero delle persone che han definito e risolto il problema della lor vita.Io solo rimango, a mezzo del cammino, senza conoscere quel che mi attende nell'incertezza del domani.Ma v'era infatti un'altra, un'ultima possibilità, la quale aveva un nome, un nome pallido, abbandonato, lontano, che faceva male all'anima come la memoria d'una cosa morta, un nome cosparso di cenere, fasciato d'oblio, confuso nella lontananza: — Edoarda.Sì, certo; quando nella vita non è più possibile andar oltre, si può talvolta, quasi per una rimembranza di noi stessi, far ritorno verso ciò che fu nostro. Ed Elena? — fu la domanda subitanea che mi feci. Pensavo dunque di rinunziare a lei con una tranquillità così freddamente priva di rimorso?No. Mi avvidi che il mio calcolo non aveva nemmeno questa rettitudine, poichè ammettevo che fossero entrambe necessarie alla mia vita. Ed allora, — mi domandai, — perchè non ho fatto questo fin dal principio, quando la [pg!250] frode poteva rivestirsi almeno d'un'apparente inevitabilità? Questa Edoarda non era dunque più il giogo aborrito, la creatura stanchevole, presso la quale il mio spirito ed i miei nervi soffrivano di ribellioni veementi?Non seppi rispondermi con esattezza, e tuttavia mi parve che potessi ricordarmi di lei senza provare alcun senso di avversione o d'inimicizia. Poi le lettere del Capuano, a mio malgrado, m'incuriosivano. Il saperla convalescente dal suo fedele amore, quando la credevo per sempre ferita, eccitava in me una specie di sorpresa e di rammarico, rinnovandola quasi a' miei occhi. L'idea ch'ella potesse aver pensato ad altri dopo di me, quasi mi diminuiva nell'orgoglio, e talvolta, nella visione che di lei serbava l'anima inobliosa, m'accadeva di rivedere quella pallida creatura spirituale che un giorno mi aveva sedotto con la sua fragilità.Verso la fine di quel Novembre il d'Hermòs abbandonò la Francia, dopo avere inutilmente insistito perchè lo seguissi, non più in America, ma nel sontuoso Cairo e su le rive millenarie del Nilo.— Ti auguro — mi disse nel salutarmi, — che al ritorno tu mi dia notizia d'un secondo fidanzamento. Ricorda i miei consigli e, se hai bisogno di qualcosa, scrivimi.Partì. Quando fu lontano, m'accorsi ch'egli non era peggiore di molti altri, poichè aveva una intelligenza profonda e fors'anche una bontà nascosta. Mi trovai più solo; egli era fra quegli uomini che aiutano a vivere e presso i quali tutte le difficoltà sembrano lievi.Il 17 Dicembre Elena doveva esordire al teatro. Per una strana coincidenza quel giorno era pure il compleanno d'Edoarda. Me ne ricordai due giorni prima, subitaneamente, camminando per via. Negli occhi ebbi la visione di quel grande palazzo, con tutte le sale adorne di fiori e di canestre, come una volta nel giorno anniversario... Pensai la sua tristezza, la mia, lontani, sotto il peso delle memorie, con un desiderio diversamente inutile nel cuore... Mi trovai ridicolo, scossi il capo e camminai oltre. Dopo alcun tempo la visione tornò. — «Perchè non mandarle [pg!251] un fiore? — mi dissi; — un fiore muto, che appassirebbe lungo la via?»Per l'appunto v'erano in mostra, nella vetrina di un fioraio, certe bellissime rose primaverili, mentre l'inverno frizzava per l'aria con presagi di neve. Andai fin su la porta, poi la cosa mi sembrò puerile, romanzesca, e tornai via.Più oltre vidi un grande ramo di orchidee, con sei magnifici fiori uniti, d'una indefinibile tinta, tra l'azzurro, il viola ed il color malva. Le orchidee, nell'ovatta, viaggiano per lunghi giorni e la distanza non le fa sfiorire...Entrai senza riflettere, comprai quel ramo, lo feci comporre in una cassetta, delicatamente, come un gioiello dentro un astuccio, e quando si trattò di dare l'indirizzo, stetti un momento in dubbio fra me stesso — poi detti quello di casa mia... per Elena.Che mistero inestricabile, il cuore dell'uomo!Elena intanto si apparecchiava per la sua grande ora, e quel giorno, anch'esso, fu triste. Sentii che quell'avvenimento poteva segnare una data ben dolorosa nel nostro amore, poichè da quel momento ella cessava di esser una cosa del tutto mia, per offrirsi agli occhi della folla multanime, da una ribalta, ove l'avrebbero avvolta i mille desiderii degli sconosciuti, come in una carezza impura.Recitò in una commedia nuova di Maurice Donnay; l'accoglienza del pubblico fu clamorosa; i giornali e le riviste inneggiarono a lei: per le strade i cartelli portarono il suo nome a grandi lettere, i fotografi la vollero fotografare, i manifesti, le illustrazioni divulgarono la sua bellezza, e tutti i donnaiuoli, i gaudenti, gli «snobs» vecchi e giovani si misero in caccia furiosamente per giungere sino a lei. Oh, mentr'ella saliva, mentr'ella con una esuberanza di vita godeva il suo trionfo, quante, nel mio secreto cuore, quante angosce indicibili!Mi ricordo la prima sera.Stavo, come trasognato, nel suo camerino. V'era pure l'attrice Grévier, la sua maestra, ed un andirivieni continuo di molte persone, uomini e donne, comici ed amiche [pg!252] d'arte, che insieme tutti parlavano, preparavano, consigliavano, standole intorno, considerandola già una loro preda. Io quasi non vedevo, quasi non udivo; stavo rincantucciato nel suo camerino, che ardeva d'una luce insolente, stavo là contro il muro, seduto sopra uno sgabello, fra bauli aperti ed abiti ammucchiati; il mio sguardo errava assai lontano, e la mente anche, da tutte le cose che accadevano intorno. Elena era un poco pallida ma sicura di sè.Quando il buttafuori la chiamò, ella mi fece con la mano un cenno rapido, come di saluto, e le amiche frettolose la spinsero fuori, andando tutte insieme dietro lei, per spiarla tra le quinte. Restai solo: nella piccola stanza una lampadina intensa brillava davanti alla specchiera; pareva che il cristallo si frantumasse in un vortice di scintille. V'erano intorno i rossetti, le ciprie, le forcelle, i pettini, le fibbie, tutte le cose minute che abbisognano all'attrice. Sulla spalliera d'una seggiola era posato l'abito che avrebbe indossato nel second'atto.Clara lo aveva disposto così ed era uscita ella pure. Mi ricordo anche d'essermi levato, di aver guardato, minutamente ogni singola cosa, con un sorriso di scherno; di avere intinto il dito in un bossoletto di biacca, in un altro di minio, poi di aver riso nervosamente osservando la mia falange così tinta. Uscii fuori, camminai verso la scena, in disparte da tutti, e la vidi, la intesi, la seguii con ansia in ogni suo movimento, finchè un applauso ruppe il lungo silenzio della sala.Immobile, con la fronte alta, senza un sorriso, ricevette quel primo battesimo. Vicino a me, la Grévier disse qualcosa che non afferrai, e per tutta la lunghezza dell'atto restai a guardarla, quasi dimenticando che fosse lei. La sua voce non mi pareva la stessa. Un applauso caldo, unanime, risonò sull'ultima sua parola e mentre la cercavo con gli occhi, vidi lei che mi veniva incontro, quasi correndo. Si buttò nelle mia braccia, mi strinse convulsamente, mentre la sua faccia smorta, ridendo, si bagnava di lacrime.[pg!253] Poi, dopo il teatro, mi ricordo ancora una cena, tra molte persone quasi estranee, che le avevano portato fiori, che vuotavano in suo nome calici di Sciampagna, gesticolando assai e parlando forte. Ella rideva, rideva di tutto, con tutti, un po' ebra del suo trionfo, ed ogni tanto mi guardava come per sorprendere i miei pensieri.Tardi nella notte il banchetto finì, e noi tornammo soli, tacendo, verso la nostra casa, in quelle medesime stanze che ci avevano veduti giungere pieni di amore, di esaltazione e di coraggio. Una voglia infinita di pianto mi premeva il cuore; avrei voluto essere di nuovo a quel primissimo giorno, quando Elena era un'ignota, ma così mia, così dolcemente mia! Ci guardammo nel viso, e quello sguardo fu tra noi come una paurosa confessione. In silenzio le raccontai tutta la mia pena, in silenzio ella mi rispose tutto il suo dolore.E mi parve quella notte che i suoi baci avesser quasi un sapore insolito, più acre, più torbido, forse perchè tanti uomini avevano desiderata la sua bocca.[pg!254]

Un'altra lettera di Fabio Capuano:

«Novembre, triste mese. Gli uomini, che hanno paura di tutto, hanno anche paura dell'inverno e guardano in cagnesco il cielo. Roma si ripopola dei reduci dalle circostanti villeggiature e si prepara, come fa tutti gli anni, a divertire gli ospiti con molte chiassate. Ho l'ossessione della vecchiaia; nella mia vita residua conto un estate di meno. Tu non puoi credere come gli orologi camminino in fretta verso l'età mia! Sono stato quindici giorni in villa da Edoarda; l'autunno era dolcissimo nella campagna laziale. In questa villa, che tu conosci, è accaduta una cosa molto singolare: tutte le memorie tue furono bandite. Resta solamente un tuo quadro nella sala grande: «La svernata in Abbruzzo». Lo si dimenticò su quella parete, ov'è appeso da molti anni. L'ho riguardato a lungo. Certo avevi grandi attitudini alla pittura; è peccato non averne ricavato nulla.

Prima, in quella casa, tu eri il genio assente. Nell'anticamera vedevo sempre un tuo rustico bastone da montagna, con la ghiera acuta, memoria chissà di qual gita, e rimasto lì, come se un giorno o l'altro dovesse ancora servirti. Nel corridoio, trofei delle tue cacce alla volpe, al daino ed ai galli di montagna. Nelle sale... bah! non parliamone! una quantità di piccoli oggetti che tu regalasti, o che ti appartennero. Come sei smemorato! quante cose hai dimenticate nella tua vita. Germano! Ora mi stupii nel vedere come tutte queste reliquie fossero d'un tratto scomparse. Gli Dei tramontano. Anche [pg!244] Whisky, l'ultimo terrier del tuo canile, è morto. S'è fatto schiacciare miseramente sotto una carrozza. De profundis!... In questo momento le cose tue hanno una maledettissima iettatura. La grande araucaria, che tu hai fatta piantare nel giardino di fianco alla serra, s'è presa un malanno e va intisichendo a vista d'occhio. Se queste notizie non ti affliggono, devi aver l'animo ben indurito. La zia mangia, dorme, ingrassa, trangugia una quantità di medicine ogni giorno; Edoarda rifiorisce a poco a poco e guarda l'autunno sciorinare su la terra esausta i suoi colori di ardente vendemmia. La campagna le ha fatto bene; è florida, ride spesso e sta con i contadini volentieri. Le creature semplici fanno bene all'anima. Questi quindici giorni alla «Cascina Bianca» sono stati per me una vera delizia.

Ho seguitato a riposarmi, come faccio sempre. La mattina Edoarda ed io ci alzavamo prestissimo; in campagna vi sono molte cose da fare: le galline, i fiori, le serre, i bimbi del giardiniere, l'araucaria che intisichisce....

Verso le dieci si usciva in «charrette», per fare una trottata. Edoarda guidava, io fumavo. I chilometri non si contavano, con quel suo nuovo «poney», tutto spuma criniera e scalpitìo, al quale abbiamo posto il nome di Rodomonte, perchè si dà l'aria di voler essere un cavallo grande. Poi la colazione, copiosa, ottima: il cuoco è sempre lo stesso. Anzi egli si è lagnato con me della tua scomparsa, perchè non ha più occasione di fare quel certo pasticcio di selvaggina che amavi tu solo e che Edoarda si forzava d'inghiottire per farti piacere.

Dopo colazione, discorsi, letture, corrispondenza, musica, sigarette, ricami, e qualche volta, non sovente, visite. Verso le quattro e mezzo il tè all'aperto, sotto la pergola; poi dolcissime passeggiate, a piedi od in carrozza per i dintorni, e visite di villa in villa, cogliendo fiori e facendo pronostici sul tempo del domani, con allegria schietta, fino all'imbrunire. A pranzo venivan spesso il medico Oliveri ed il curato, che non è più quello di una volta. Graziosissimo questo prete che hanno mandato giù dalla [pg!245] montagna d'Abruzzo. Ha circa sessant'anni, ma è tondo e gioviale. Egli fu la nostra vittima. Riuscimmo quasi a convincere la zia che il prete si fosse innamorato di lei, ed a convincere il curato che la zia gli professasse un certo qual tenero... Il poveretto per alcuni giorni non osò più guardarla in faccia.

Edoarda è divenuta per me un'amica vera. Di quante cose diverse, tristi e gaie, profonde e frivole, si parlò insieme! Che anima tu hai perduto. Guelfo mio! Un pomeriggio eravamo seduti nella grande sala, entrambi su lo stesso divano e proprio sotto il tuo quadro. Sai che da quel divano, quando c'è molta chiarità, ci si vede chiaramente nello specchio di Murano che sta su la parete opposta. Lei ricamava, io, come sempre, mi riposavo. Guardandomi nello specchio mi trovai ben conservato ancora, e lo dissi anzi a Edoarda, ridendo:

— Non vi sembro ancora quasi un bell'uomo?

Ella sollevò la testa dal ricamo, per guardarmi nello specchio, e rise.

— Certo, — mi rispose. — Ma non siete modesto!

Accomodai la cosa come potei meglio e soggiunsi:

— Guardate: là nello specchio i vostri capelli sembrano più scuri, vicino alla mia testa quasi bianca.

— Oh, bianca... — ella esclamò, — voi esagerate!

Ti faccio notare che ha detto: — Esagerate!...

— Ebbene, Edoarda, — continuai, — pensate che un giorno questa mia canizie precoce commise la follìa di amare con passione i vostri capelli pieni di luce... Scommetto che non ve ne siete nemmeno accorta!...

Pensa... ho avuto il coraggio di dirle queste parole, io!

Ella divenne tutta rossa, e dopo un silenzio mi rispose:

— Credete che una donna possa non accorgersi di queste cose?

A mia volta rimasi un po' perplesso e confuso; ella chinò la testa sul ricamo, io gettai una sigaretta accesa per accenderne un'altra.

— Ed ora? — ella mi domandò poco dopo, forse per interrompere quel silenzio greve di parole inespresse.

[pg!246] — Ora, — feci, — non vi amo più affatto, affatto!

— Bravo! E me lo dite così? — Ci mettemmo a ridere entrambi. Ella ebbe la delicatezza di non far mai allusione a questo discorso ed io fui lieto d'essermi tolto un peso dal cuore.

Naturalmente abbiamo parlato anche di te; non i primi giorni, ma più tardi. Qualche volta, mentre passeggiavamo insieme, tu capitavi tra noi come un compagno inevitabile. Edoarda può parlare di te senza piangerne: per un'anima che ha amato e sofferto come la sua, questo è già molto. Solo con me si confida; per tutti gli altri, sua zia compresa, tu sei, tu devi essere una persona morta. Con una forza sublime ha soffocati, ha sepolti, ha cacciati via da sè tutti i fantasmi della sua vita lontana. Così almeno dev'essere per chi la vede. Se nascostamente forse ti ami ancora, non so, — non osai domandarlo. Parlammo di te nel modo più naturale, senza esagerarne l'importanza, con una certa esitazione in principio, e dopo con serenità. So dalla zia che a Venezia, dove la condusse dopo l'avvenimento, ella fu per morirne. Ma il suo cuore ti perdona tutto il male che le facesti. Anzi mi ha detto: «Gli altri possono accusarlo, io no. Comprendo che non poteva essere altrimenti». Un giorno le domandai: — Ma vorrete dunque sacrificargli tutta la vostra vita?

— Chissà? — mi rispose. — Non ho altro desiderio che di essere tranquilla, e per ora non c'è nulla che possa vincere la mia indifferenza.

— Sapete pure che molti vi corteggiano? — soggiunsi. Allora si fece buia, chinò il viso e tacque. Forse tu puoi, meglio di chicchessia, comprenderne il perchè.

Ma il giorno dopo, nello stesso luogo, alla stessa ora, come per continuare il discorso interrotto, mi fece questa domanda:

— Voi, Capuano, credereste colpevole una donna, la quale accettasse di vivere onestamente con un uomo onesto, anche senz'amore, ma per fiducia, per un desiderio di compagnia, d'amicizia, di tranquillità reciproca? — E mi parve, dal tono della voce, che le sue parole volessero chiedere assai più.

[pg!247] — Non solo non la crederei colpevole, — risposi, — ma questo, in molti casi, mi parrebbe anzi un dovere. La donna è nata per la famiglia ed è solo colpevole quando rifiuta di averne una. Poi v'è per la donna un compenso a tutte le sventure: la maternità. — Edoarda mi diede la mano e mi rispose: — Grazie, — semplicemente. La sua trasfigurazione si compie con lentezza, ma certo da questa sciagura uscirà una donna diversa da quella che tu hai conosciuta.

Piero De Luca la venne a trovare una volta durante il mio soggiorno e so ch'è ritornato alla Cascina Bianca dopo la mia partenza, due volte. Edoarda è con lui cortesissima; una cortesia però che non lascia campo ad alcuna previsione. Con lei mi sono astenuto da qualsiasi commento; però credo che il barone spenda invano il suo tempo e le sue fatiche. Ora sono a Roma da circa dieci giorni: Edoarda vi ritornerà forse a mezzo Dicembre. E tu? Le tue lettere mi giungono di tempo in tempo, senza darmi notizie notevoli; ma sono come le lettere di un malato il quale voglia nascondere il suo male. Ti vedremo a Roma durante l'inverno? O ci hai abbandonati per sempre? Io faccio sforzi inauditi per difendermi dalla vecchiaia. Ho per amica in questi giorni una cantante russa dalle forme giunoniche; trent'anni circa, ma portati benissimo, alla maniera slava. Te ne parlo, perchè debbo chiederti per lei un piccolo favore. Vuole una certa cipria di perle che si compera — dice — in un negozio apposito, Boulevard des Capucines, vicino al Grand Hôtel. Vedi un po', ti prego, se ti riesce di mandarmene due o tre scatole. Una donna — penserai — che adopera le perle anche in cipria, deve costarti orribilmente caro! No, rassicùrati, non faccio pazzie. Canterà quest'anno all'Argentina. Scrivimi spesso e mandami tue notizie diffuse. Addio.

Capuano»

Capuano»

Questa lettera cominciò con farmi pensare. Mi era finalmente necessario un esame di coscienza stretto e logico, [pg!248] sì bene ch'io m'accinsi a farlo. Due strade mi si aprivano dinanzi: o abbandonarmi pienamente nelle mani di Elia d'Hermòs, o appigliarmi con volontà virile ad una risoluzione decorosa, chiedendo alla mia intelligenza il piccolo sforzo necessario per procacciarmi il pane.

In questo caso dovevo, per i miei vecchi giorni, serbar intatta la pochissima terra che avrei salvata sistemando le usure, vendere le ultime gioie di famiglia che ancora mi rimanevano a Roma presso un banchiere, e, datomi ad una professione sopportevole, campar la vita che mi restava in una casa modesta, con Elena fin quando ella volesse, poi anche solo, non lieto, non triste, come il maggior numero degli uomini che si accontentano di umili destini. Era la via legittima, da galantuomo, non invidiabile forse, ma chiara e leale. — Ne sarei stato capace?

Forse; perchè il bisogno ammaestra e la volontà s'impara. Ma questi atti pieni di una loro bellezza plebea, compiuti da un uomo che professò le abitudini più signorili, muovono in genere un rispetto vicino quasi alla pietà, il qual rispetto, fra tutte le ammirazioni, è certo la meno ambita e la meno lusinghiera.

Da un lato adunque il rimedio pacifico, la mediocre serenità, la vita veduta fino all'ultimo giorno senza divario, lenta, quasi monotona, confuso con tutti, io, che fui solo.

Non certo la paura m'impediva di abbandonarmi pienamente allo scaltro avventuriero, ma la servile bassezza delle imprese che i suoi bei sofismi velavano a mala pena; non la paura del danno, ma la salvaguardia legittima che dovevo al mio nome; non l'incapacità infine di vincere la mia coscienza, ma lo sdegno quasi atavico per tutte le ineleganze, anche morali. La sola cosa che non mi rimprovero nella mia vita è quella di non aver perduto mai, in alcun frangente, il senso della mia diversità.

Essa, nel decadimento, era la mia forza, laddove i sottili sofismi di Elia d'Hermòs non potevano per me rappresentare che la salvezza momentanea, il rimedio passeggero e deprecabile.

[pg!249] Fra queste amare vicende, unica e bella mi sorrideva l'immagine di Elena, che sovente lascio in disparte narrando queste mie memorie, per non sciupare il profumo della sua grande anima fra le buie pagine ove si perde la storia dei mio passato. Ella rimane, al di sopra di tutte le vicende, sola ed inaccessibile; fu l'anima che sentii più presso alla mia, più simile al mio celato cuore; fu l'anima che invidiai talvolta, perch'ella non conosceva l'umiltà nè il dubbio, ma era oscura e limpida insieme come una notte piena di stelle.

Certo, infuori da tutte l'altre, v'era un'ultima possibilità, v'era un'idea quasi lontana, che si avanzava nel mio cervello, da prima timida e tosto respinta, indi più definita, più certa, più persuadente.

«Fra poco — pensavo — Elena affronterà la scena; sarà nota, corteggiata e ricca. Dovrò concederle una maggiore indipendenza, e, forse la gelosia, forse la fierezza, mi comanderanno di creare nei nostri vincoli un mutamento essenziale. Così ella è salva; la nomade si elegge un confine, si assegna una meta, entra ella pure nel numero delle persone che han definito e risolto il problema della lor vita.

Io solo rimango, a mezzo del cammino, senza conoscere quel che mi attende nell'incertezza del domani.

Ma v'era infatti un'altra, un'ultima possibilità, la quale aveva un nome, un nome pallido, abbandonato, lontano, che faceva male all'anima come la memoria d'una cosa morta, un nome cosparso di cenere, fasciato d'oblio, confuso nella lontananza: — Edoarda.

Sì, certo; quando nella vita non è più possibile andar oltre, si può talvolta, quasi per una rimembranza di noi stessi, far ritorno verso ciò che fu nostro. Ed Elena? — fu la domanda subitanea che mi feci. Pensavo dunque di rinunziare a lei con una tranquillità così freddamente priva di rimorso?

No. Mi avvidi che il mio calcolo non aveva nemmeno questa rettitudine, poichè ammettevo che fossero entrambe necessarie alla mia vita. Ed allora, — mi domandai, — perchè non ho fatto questo fin dal principio, quando la [pg!250] frode poteva rivestirsi almeno d'un'apparente inevitabilità? Questa Edoarda non era dunque più il giogo aborrito, la creatura stanchevole, presso la quale il mio spirito ed i miei nervi soffrivano di ribellioni veementi?

Non seppi rispondermi con esattezza, e tuttavia mi parve che potessi ricordarmi di lei senza provare alcun senso di avversione o d'inimicizia. Poi le lettere del Capuano, a mio malgrado, m'incuriosivano. Il saperla convalescente dal suo fedele amore, quando la credevo per sempre ferita, eccitava in me una specie di sorpresa e di rammarico, rinnovandola quasi a' miei occhi. L'idea ch'ella potesse aver pensato ad altri dopo di me, quasi mi diminuiva nell'orgoglio, e talvolta, nella visione che di lei serbava l'anima inobliosa, m'accadeva di rivedere quella pallida creatura spirituale che un giorno mi aveva sedotto con la sua fragilità.

Verso la fine di quel Novembre il d'Hermòs abbandonò la Francia, dopo avere inutilmente insistito perchè lo seguissi, non più in America, ma nel sontuoso Cairo e su le rive millenarie del Nilo.

— Ti auguro — mi disse nel salutarmi, — che al ritorno tu mi dia notizia d'un secondo fidanzamento. Ricorda i miei consigli e, se hai bisogno di qualcosa, scrivimi.

Partì. Quando fu lontano, m'accorsi ch'egli non era peggiore di molti altri, poichè aveva una intelligenza profonda e fors'anche una bontà nascosta. Mi trovai più solo; egli era fra quegli uomini che aiutano a vivere e presso i quali tutte le difficoltà sembrano lievi.

Il 17 Dicembre Elena doveva esordire al teatro. Per una strana coincidenza quel giorno era pure il compleanno d'Edoarda. Me ne ricordai due giorni prima, subitaneamente, camminando per via. Negli occhi ebbi la visione di quel grande palazzo, con tutte le sale adorne di fiori e di canestre, come una volta nel giorno anniversario... Pensai la sua tristezza, la mia, lontani, sotto il peso delle memorie, con un desiderio diversamente inutile nel cuore... Mi trovai ridicolo, scossi il capo e camminai oltre. Dopo alcun tempo la visione tornò. — «Perchè non mandarle [pg!251] un fiore? — mi dissi; — un fiore muto, che appassirebbe lungo la via?»

Per l'appunto v'erano in mostra, nella vetrina di un fioraio, certe bellissime rose primaverili, mentre l'inverno frizzava per l'aria con presagi di neve. Andai fin su la porta, poi la cosa mi sembrò puerile, romanzesca, e tornai via.

Più oltre vidi un grande ramo di orchidee, con sei magnifici fiori uniti, d'una indefinibile tinta, tra l'azzurro, il viola ed il color malva. Le orchidee, nell'ovatta, viaggiano per lunghi giorni e la distanza non le fa sfiorire...

Entrai senza riflettere, comprai quel ramo, lo feci comporre in una cassetta, delicatamente, come un gioiello dentro un astuccio, e quando si trattò di dare l'indirizzo, stetti un momento in dubbio fra me stesso — poi detti quello di casa mia... per Elena.

Che mistero inestricabile, il cuore dell'uomo!

Elena intanto si apparecchiava per la sua grande ora, e quel giorno, anch'esso, fu triste. Sentii che quell'avvenimento poteva segnare una data ben dolorosa nel nostro amore, poichè da quel momento ella cessava di esser una cosa del tutto mia, per offrirsi agli occhi della folla multanime, da una ribalta, ove l'avrebbero avvolta i mille desiderii degli sconosciuti, come in una carezza impura.

Recitò in una commedia nuova di Maurice Donnay; l'accoglienza del pubblico fu clamorosa; i giornali e le riviste inneggiarono a lei: per le strade i cartelli portarono il suo nome a grandi lettere, i fotografi la vollero fotografare, i manifesti, le illustrazioni divulgarono la sua bellezza, e tutti i donnaiuoli, i gaudenti, gli «snobs» vecchi e giovani si misero in caccia furiosamente per giungere sino a lei. Oh, mentr'ella saliva, mentr'ella con una esuberanza di vita godeva il suo trionfo, quante, nel mio secreto cuore, quante angosce indicibili!

Mi ricordo la prima sera.

Stavo, come trasognato, nel suo camerino. V'era pure l'attrice Grévier, la sua maestra, ed un andirivieni continuo di molte persone, uomini e donne, comici ed amiche [pg!252] d'arte, che insieme tutti parlavano, preparavano, consigliavano, standole intorno, considerandola già una loro preda. Io quasi non vedevo, quasi non udivo; stavo rincantucciato nel suo camerino, che ardeva d'una luce insolente, stavo là contro il muro, seduto sopra uno sgabello, fra bauli aperti ed abiti ammucchiati; il mio sguardo errava assai lontano, e la mente anche, da tutte le cose che accadevano intorno. Elena era un poco pallida ma sicura di sè.

Quando il buttafuori la chiamò, ella mi fece con la mano un cenno rapido, come di saluto, e le amiche frettolose la spinsero fuori, andando tutte insieme dietro lei, per spiarla tra le quinte. Restai solo: nella piccola stanza una lampadina intensa brillava davanti alla specchiera; pareva che il cristallo si frantumasse in un vortice di scintille. V'erano intorno i rossetti, le ciprie, le forcelle, i pettini, le fibbie, tutte le cose minute che abbisognano all'attrice. Sulla spalliera d'una seggiola era posato l'abito che avrebbe indossato nel second'atto.

Clara lo aveva disposto così ed era uscita ella pure. Mi ricordo anche d'essermi levato, di aver guardato, minutamente ogni singola cosa, con un sorriso di scherno; di avere intinto il dito in un bossoletto di biacca, in un altro di minio, poi di aver riso nervosamente osservando la mia falange così tinta. Uscii fuori, camminai verso la scena, in disparte da tutti, e la vidi, la intesi, la seguii con ansia in ogni suo movimento, finchè un applauso ruppe il lungo silenzio della sala.

Immobile, con la fronte alta, senza un sorriso, ricevette quel primo battesimo. Vicino a me, la Grévier disse qualcosa che non afferrai, e per tutta la lunghezza dell'atto restai a guardarla, quasi dimenticando che fosse lei. La sua voce non mi pareva la stessa. Un applauso caldo, unanime, risonò sull'ultima sua parola e mentre la cercavo con gli occhi, vidi lei che mi veniva incontro, quasi correndo. Si buttò nelle mia braccia, mi strinse convulsamente, mentre la sua faccia smorta, ridendo, si bagnava di lacrime.

[pg!253] Poi, dopo il teatro, mi ricordo ancora una cena, tra molte persone quasi estranee, che le avevano portato fiori, che vuotavano in suo nome calici di Sciampagna, gesticolando assai e parlando forte. Ella rideva, rideva di tutto, con tutti, un po' ebra del suo trionfo, ed ogni tanto mi guardava come per sorprendere i miei pensieri.

Tardi nella notte il banchetto finì, e noi tornammo soli, tacendo, verso la nostra casa, in quelle medesime stanze che ci avevano veduti giungere pieni di amore, di esaltazione e di coraggio. Una voglia infinita di pianto mi premeva il cuore; avrei voluto essere di nuovo a quel primissimo giorno, quando Elena era un'ignota, ma così mia, così dolcemente mia! Ci guardammo nel viso, e quello sguardo fu tra noi come una paurosa confessione. In silenzio le raccontai tutta la mia pena, in silenzio ella mi rispose tutto il suo dolore.

E mi parve quella notte che i suoi baci avesser quasi un sapore insolito, più acre, più torbido, forse perchè tanti uomini avevano desiderata la sua bocca.

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