XIl denaro atteso mi giunse da Roma, con una lettera del Capuano, dov'egli giustificava il ritardo spiegando le varie difficoltà incontrate nel procacciarmi un nuovo credito. Tuttavia compresi di dovere a lui solo questo generoso favore, e poichè sapevo ch'egli non era un uomo ricco, la sua bontà mi commosse tristemente. Ma ebbi vergogna, e nel ringraziarlo finsi di non aver compreso.Verso quel tempo il d'Hermòs fece ritorno a Parigi. Nutrii la speranza nascosta ch'egli potesse aiutarmi ancora, ma invece doveva sùbito partire per l'Egitto, dove, ad ogni costo, mi voleva con sè. Non mi sentivo l'animo d'intraprendere viaggi e molte risoluzioni urgenti stringevano la mia perplessità.Quello che accettai senza discutere fu di recarmi a Londra una seconda volta per vendere un buon numero di pietre sciolte e consegnare una collana di rubini ad un certo personaggio misterioso, che venne appositamente dalla Scozia per incontrarsi meco. Sulle pietre feci un lauto guadagno, e, quanto alla collana, il d'Hermòs mi disse che avrei ricevuta la mia parte in séguito, quando la si vendesse.Intanto si avvicinava la scadenza dell'ipoteca fatta con il Rossengo di Terracina, e da Roma l'amministratore mi tempestava di lettere, sollecitando la mia presenza ed avvertendomi che il creditore non era questa volta propenso ad alcuna transazione. Risposi che non avevo denaro per riscattar la terra, e trattasse pure una vendita vantaggiosa, che presto sarei venuto.[pg!268] Non v'era più salvezza: bisognava chinare la fronte. Raccontai queste cose ad Elena, ed ella mi domandò semplicemente:— Quando andrai via?Risposi:— Non so. Forse domani, forse mai.Ora, quando ci si parlava, non osavamo più guardarci; entrambi eravamo oppressi da un senso di vergogna, di paura, o forse ci sentivamo pervadere da una disperazione muta. Si disse malata; non andò al suo teatro; vennero a vederla, non volle ricevere alcuno. Rimaneva per lunghe ore nella sua camera, spesso con l'uscio aperto; la vedevo star seduta, in silenzio; talora camminar lentamente, in su, in giù, con un passo inerte, la fronte china, quasi uccidesse la noia di una mortale attesa. Io non uscii di casa per alcuni giorni; andavo da una stanza all'altra, ozioso, trasognato, sentendo quasi operare in me la magìa di un sortilegio. Volevo andarle a parlare; mi alzavo, preso dall'irrequietudine, poi smarrivo la memoria delle parole indispensabili, e tornavo indietro. Una ridda folle di oscure immagini turbinava nel mio cervello e mi sentivo crescere nelle orecchie il rombo d'una voce interiore, che mi andava gridando con accanimento: «Quanto sei vile! Quanto sei vile!»Mangiavamo a lato a lato, in silenzio.Cosa passò in quell'anima? nella mia?... Chi potrebbe mai dirlo?E la primavera intanto fioriva; la strada era percorsa da comitive ilari, con uno sfoggio di colori gai. Quell'anno anzi essa tornava innanzi tempo; dalla terrazza si vedevano gli equipaggi muovere in lunghe file verso il Bosco rinnovellato, e più tardi risalire, per tutto il giorno, avanti, indietro, come se la città intera s'allietasse nel visitare i suoi giardini. Un sole ancor freddo illuminava quella passeggiata festosa, ridendo sui chiari ombrellini delle signore, fra i quali svariavano le giubbe dei cavalieri caracollanti a fianco degli equipaggi, mentre da un lato all'altro si scambiavano saluti e cavalcando facevano bella pompa di maestrìa. Era tempo di freschi amori, [pg!269] di nozze nuove, di cortesi galanterie, d'allegrezze primaverili.Noi soli, nella nostra casa conscia di troppe sventure, muti, stanchi, avversi, guardavamo dalla fresca terra nascere la primavera invano.Passò una mattina, mentre stavo al balcone, una venditrice di fiori. Aveva la sua cesta piena di violette e di rose; non altro che violette e rose. La chiamai più volte, poichè non mi udiva. La donna volse gli occhi al mio terrazzo e sollevò il paniere.— Atténdimi, — le dissi; — ora scendo.E scesi; comprai tutti i suoi fiori, e la canestra insieme. Salii per le scale portando io stesso quel gran fascio, e mi parve che un poco di primavera entrasse nella nostra casa con quel profumo di fiori mattutini. Li deposi, com'erano, su la tavola nella sala da pranzo, e stetti a guardarli pensierosamente, come si guarda una bellezza inutile.Povere violette, povere rose, povero me stesso che le avevo portate! Dal poggiolo aperto, l'alito primaverile scorreva sovr'esse, agitando i cálici colmi di gocciole splendenti. Violette e rose, dono vaghissimo e tristissimo per un amore condannato! E guardandole mi rammentai quel giardino di Torre Guelfa, dove c'era una pergola tutta di rose, un piccolo bosco tutto di viole. Pensai ch'essi pure, in quel tempo, aprivano le corolle, i miei fiori d'Italia, e mi sovvenne del giorno ch'eravamo partiti insieme, sul barroccio di Lazzaro, con la cavalla saura tutta infiorata, per andare a Fondi alla festa della primavera. Volli chiamar Elena per dirle:— Guarda: sono gli ultimi fiori... — ma compresi che avrei pianto, e l'avrei fatta piangere, mentre nel nostro immenso dolore la sola cosa benefica era il silenzio.Quando entrò, li vide. Con i suoi occhi lucenti mi mandò un sorriso e fece scorrere la mano sui fiori, delicatamente, come avrebbe fatto per carezzare la testa di un bimbo. Poi li portò nella sua camera, sempre in silenzio.[pg!270] Intanto i giorni passavano, in quella perplessità simile allo sgomento; noi fummo come due sconosciuti che facessero insieme una veglia di morte.Ma un pomeriggio, mentre in ozio fumavo nel mio scrittoio pensando a cose lontane, ella entrò, sorridente, leggera, e mi disse come per ischerzo:— Vieni, ora faremo i tuoi bauli.Ogni linea del suo viso tradiva uno sforzo incredibile di volontà; la guardai meglio; mi parve che ci fossero nella sua persona i segni d'una profonda stanchezza; mi ricordai che ogni tanto la vedevo passarsi una mano su gli occhi, o premerla contro il petto, con un sospiro quasi di soffocazione. Inoltre non camminava più così diritta; c'era nella sua persona quasi uno sfiorire lento. La seguii senza rispondere; aveva già fatti portare i bauli nella mia camera, e s'accinse a riempirli, volendo che l'aiutassi.Vuotò i cassetti, dispose le biancherie sul letto, gli abiti a mucchi su le poltrone, le scarpe da un lato, i libri, le cravatte, i profumi dall'altro, poi, mettendosi a ginocchi dinanzi al baule aperto:— Mi darai le cose ad una ad una, — disse; — io le riporrò.La stanza era piena di sole; anche la coltre, i cuscini, gli abiti sparsi, le camice fresche di stiratura, i libri scompigliati, le boccette de' profumi, l'avorio dei pettini, le scatole, i gingilli, tutte le cose che si preparano a chi va via, tutto brillava, mandava una luce vivissima in quel giocondo sole. Ed i suoi capelli anche; i suoi capelli, quando si abbassavano verso il fondo del baule, traversando una striscia di sole, davano qualche lampo di straordinaria luce.Ella parlava naturalmente, come se fossi andato per un viaggio breve, e già, partendo, si pensasse al ritorno.Invece no. Partire per sempre, dirsi un'ultima volta, perdutamente, addio... sentire che dopo, che mai, quel bene sarebbe ricuperato. Non sapere più nulla, mai più nulla di ciò che avverrebbe all'altro; portare via negli occhi l'ultima, la più bella immagine dell'amore perduto. Partire: [pg!271] mettere tra l'uno e l'altra la lontananza e non l'oblio, l'ignoto e non la pace. Portare con sè un grave peso di desiderii non estinti, e sapere che la vita dovrà necessariamente continuare per entrambi, arida, squallida, come una terra devastata. E lentamente rievocare tutto il passato, le ore più dolci, le ore più tristi, e le vicende che si ebbero, le parole che si dissero, le promesse che furono scambiate, e sentir crescere nel profondo cuore una terribile disperazione muta...Poi un altro pensiero subitaneo, crudele, tagliente, come una lama ben affilata:«Ella era giovine ancora, bella, più bella di tutte... Necessariamente avrebbe appartenuto ad un altro.»La guardai. Stava un po' china sul letto, intenta a ripiegare con somma cura un abito mio che rammento ancora, di un color cenere quasi celeste, a sottili trame, un abito che indossavo sovente perch'era il suo preferito.Quasi ad interrompere il silenzio, le dissi:— Non riporre quell'abito; lo metterò per il viaggio.Ella sostò nel mezzo della sua faccenda, naturalmente, con un sorriso calmo su le labbra:— Questo vuoi mettere? Che idea! È troppo chiaro; ti si rovinerà.Stando così, un po' curva, con le mani poggiate su l'abito, la sua faccia splendeva interamente nella obliqua striscia di sole.— Che importa? — risposi. — Non è questo un abito che ti piaceva? Dunque bisogna sciuparlo.E così dicendo, le stavo di fronte, la guardavo, immobile, dall'altra parte del letto.Una piccola ruga fugace le si formò tra i sopraccigli; non rispose, finse di non aver udito e pose l'abito su la spalliera d'una seggiola.Portava un suo profumo leggero ed intenso, composto con essenze diverse, mesciute insieme, un profumo che rimaneva dietro lei, dovunque passasse, come una traccia soave. Tutte le cose sue, tutte le mie che avesse toccate, sapevano di questo profumo tenace; anche lontano, dopo la partenza, mi sarebbe sembrato di rivivere con lei.[pg!272] Il pensiero tornò, più vivo: «Ella era giovine ancora, bella, più bella di tutte.... Necessariamente avrebbe appartenuto ad un altro.»Con gli occhi un po' ebbri, che l'amore aveva resi esperti, mentre guardavo il suo corpo ed il suo grembo, vidi la camera dove si sarebbe data ad un altro, il letto, i suoi capelli disciolti. Una gelosia nuova, insana, mi torse lo spirito, ebbi la tentazione di gridarle forte: «Lascia quei bauli! Riponi le cose mie. Non parto più. Non ti posso, non ti posso perdere!»Ma invece tacqui; pensai ch'era una sciocca debolezza la mia, e che dovevo mostrarmi calmo quanto lei, per non parerle da meno. Sedetti sul letto, fra gli abiti e le biancherie, nel sole. Dall'altro lato, sopra un tavolino, in una grande cornice di pelle incisa a gigli d'oro, c'era un suo ritratto, bellissimo, con un ciuffo di violette appassite fra il vetro e la fotografia. Sul ritratto, in un angolo, queste parole scritte di suo pugno: «A toi toujours... — Hélène» E una data. Parole vuote in fondo, come tutte quelle che ricordano e promettono l'amore. Ma in quel momento mi parvero singolarmente piene d'irrisione; mi parvero quasi un'ultima, sottile ironia, nella eterna commedia del sentimento.Oh, l'amore, che dice «sempre» — che dice «mai», che misura le sue forze anche al di là dalla vita e sfida in bellissimi lirismi tutte le necessità caduche del nostro infedele spirito! Mi parve in quel momento ch'ella fosse la sola colpevole del nostro abbandono, e mi cacciasse da sè per darsi ad altri amori, vietandomi ormai per sempre i suoi baci, le sue carezze, il suo profumo, tutte le cose che avevo pazzamente amate in lei. Insieme tornavano le memorie, lente, calme, in una luce quasi di miracolo, fasciandomi l'anima d'un involontario bisogno di pianto. E rivedevo la straniera bellissima, dai capelli color dell'oro e del bronzo, ch'era venuta nella mia casa di Roma, una sera — una sera d'autunno — a bere una tazza di tè, davanti al fuoco, nella penombra di una sala ove bruciava, più della fiamma, il profumo dei fiori. «Povera [pg!273] casa! — pensavo; — la rivedrò fra qualche giorno, vuota, e forse non vi potrò più vivere per la memoria di quella sera d'autunno, di quel fuoco e di quei fiori....»A un certo momento ella mi venne presso, per cercar qualcosa, lì, sul letto, fra le biancherie.M'interruppe ne' miei pensieri e l'immagine viva si sovrappose a quella del mio sogno; la tentazione fu più forte che la volontà; rapidamente l'afferrai per i due polsi, attirandola fra le mie braccia. Ella strinse le labbra e cercò di sfuggirmi con una mossa repentina.— Perchè mi respingi? — le dissi. — Non vedi come soffro?Ella chinò il mento sul petto, chiuse gli occhi, divenne assai più pallida e non rispose. Mi restò vicino, abbandonandomi i polsi ed appoggiandosi appena contro le mie ginocchia.— Tutto questo non fa male anche a te? — le domandai, piano, attirandola.Ella scosse il capo, con un rassegnato cenno d'inutilità.— Credo, — soggiunsi, — che non potrò mai partire.Restò ferma, come se non udisse, come se non volesse udire. Ma le venne su le labbra quel suo particolare tremito, ch'era come il principio d'una parola non detta. Mi piaceva ripeterle ogni cosa più triste, per aumentare la sua tristezza e la mia.— Se partirò, — le dissi, — tu mi dimenticherai sùbito. Il tuo teatro, gli applausi, gli ammiratori, ti faranno scordare. Non sarò più ad attenderti nel tuo camerino; dopo il teatro non andremo più a cena insieme, non dormiremo più vicini.... Tutto questo è finito, finito... e sembra un sogno!Due gonfie lacrime le spuntarono su le ciglia; scivolarono giù, caddero.— Domani sera mi condurrai alla stazione, e sarà l'ultimo bacio... l'ultimo! Ci scambieremo dal finestrino un saluto rapido, come fanno tutti quelli che vanno via, noi, che siamo stati un essere unico. E ritornerai sola, ti guarderanno, diranno qualcosa dietro di te.... Bah!... questa [pg!274] è la vita. Non ci vedremo più, forse non mi scriverai nemmeno più.Ed anch'io piangevo, dolorosamente.Bisognava godere tutto il supplizio di un'ora così definitiva.— Guarda, — continuai; — le cose nostre avevano presa l'abitudine di stare insieme; ora bisogna scegliere, bisogna dire: «Questo è mio — questo è tuo.» E domani non troverai più le mie cravatte ne' tuoi cassetti, nè io qualche tuo fazzoletto fra i miei, qualche tuo nastro nelle mie scatole per i guanti. Spesso ti lamentavi perchè lascio le sigarette spente in ogni angolo. Non ne troverai più. La tua vita sarà più semplice, più calma, più libera.Ella barcollò un poco, non sapendo se lasciarsi cadere nelle mie braccia o rovesciarsi all'indietro; volle ridere, piangere, poi un forte singhiozzo le schiantò la gola, e scioltasi bruscamente dalle mie mani andò via di corsa, nella sua camera, chiuse l'uscio a chiave, ed intesi che si era lasciata cadere sul letto. I bauli rimasero aperti, le biancherie sparse, io solo, senza poter comprendere, senza pensare.Poi lentamente scomparve la striscia di sole; venne il crepuscolo; da una finestra malchiusa entrò qualche alito d'aria fredda; nell'ora del tramonto quella giovine primavera pareva un grigio inverno. In quella penombra mi guardai d'attorno, come per raccogliere in me una memoria d'ogni cosa. Non vidi che mobili vuoti, cassetti aperti, armadi sguerniti, qualche involto su le seggiole, qualche lembo di giornale a terra, e nel mezzo della camera i due bauli spalancati, che parevano sbadigliar di noia, come pigre bestie che si destassero da un polveroso letargo. Lentamente l'ombra cresceva, e con essa i pensieri si facevano più foschi. Dicevo a me stesso:«Tu non hai saputo essere felice; ora sappi non piangere». E dicevo a me stesso: «Perchè ti disperi? Non hai tu stesso accettato e preparato questo necessario abbandono? Tu, che non hai fatto nulla per il tuo amore, null'altro [pg!275] che aspettarne la fine, perchè lo rimpiangi ora come un grande bene che ti fosse ritolto? Perchè questa irresolutezza? Sii forte! Non cedere alle commozioni che tu stesso ti elargisci. La tua natura d'istrione ti soverchia l'anima. Tu l'ami l'amore ed ami il dolore, ma in verità non ami e non soffri. Sei crudele anche; la tua crudeltà non ha nome. Va! Ti aspetta un'altra vita, la sola che a te convenga. Altre mani di donna, che hai già respinte, ti offriranno forse ancora la coppa ricolma.... Va e bevi!»Ma insieme con questi pensieri, qualcosa di vero e di grande, un sentimento ancora ignoto, sorgeva; ed era finalmente l'amore, l'amore triste, inguaribile, angoscioso, pieno di gelosie, di paure, che duole come una ferita ed inebbria come un liquore.Raffinato e perverso, questo amore mi piacque; mi piacque avere nell'anima, per sempre, un flagello, in quest'anima su cui tutte le passioni erano scivolate senza imprimervi un solco. Era il mio primo amore: in quel momento avevo ancora vent'anni.Più tardi ella s'affacciò all'uscio, per dirmi, come diceva sempre:— Vieni, è l'ora del pranzo.— Elena... — la chiamai, sollevandomi con il gomito sui guanciali.Ma ella si ritrasse rapida e non rispose. Pranzammo vicini, tristemente, per l'ultima volta. Ella vide che avevo pianto, io vidi gli occhi suoi segnati all'intorno da una grande ombra.— Perchè non mangi? — le domandai.— Non ho fame. — Indi una pausa: — E tu?— Nemmeno.Presi una posata e l'esaminai: v'erano le mie cifre, la mia corona, incise. La feci battere su la stoviglia e dissi:— Ti ricordi quando abbiamo comperata quest'argenteria? Ella si ristrinse nelle spalle, chiudendo gli occhi, abbassando il viso;— Sì, mi ricordo.Elena faceva ella stessa il caffè; quando l'ebbe versato [pg!276] nelle tazze, trangugiò in fretta qualche sorso, poi fece atto di levarsi.— Dove vai?— Di là.— Dove?— Nella mia camera.Detti in uno scoppio di riso acre:— Ti annoia tanto la mia presenza? Domani non ci sarò più.In silenzio ella tornò a sedere.— Che male ti ho fatto perchè tu mi debba odiare? — soggiunsi. — Non hai pietà veramente! Ora ti conosco bene.— Chi di noi due non ha pietà? — ella chiese con la voce spenta, illuminandosi d'un amaro sorriso. E continuò: — Cosa vuoi da me dunque? che mi butti alle tue ginocchia e ti supplichi di non partire? Questo no! Il mio carattere non lo consente. So che non possiamo più vivere insieme; so che, lontano, puoi ritrovare la felicità, e mi sopprimo assolutamente, scompaio, cerco di render facile quest'ora, che un'altra si compiacerebbe forse di render tragica. Dimmi: cosa puoi chiedere di più ad una donna, e sopra tutto ad un'amante?Le andai vicino, e chinandomi su la sua bocca, poichè sentivo che non mi avrebbe respinto:— Cosa farai senza di me? — le chiesi.— Non so! non so!... — rispose concitata. E scuoteva il capo, e serrava le palpebre, come per sottrarsi ad ogni pensiero.Le cinsi con un braccio la vita, e lievemente, con il timore delle prime volte, la baciai.Dalla veranda, che avevo aperta, soffiavano gli aliti della sera; un profumo di tigli e di timi odorava da nascosti giardini. Uscimmo sul terrazzo, ci appoggiammo a lato su la ringhiera: in alto scintillavano le stelle infinite.— Che farai senza di me? — le chiesi ancora. Giungeva dai Campi Elisei, or forte, or tenue, sul vento, [pg!277] un frastuono di liete orchestre serali; molti lumi tralucevano entro il nereggiare degli alberi, ininterrottamente, dando a quel lembo di città l'aspetto d'una fiera notturna, che brillasse nella confusa distanza.— Che bella notte! — esclamai. — Che triste bellezza mandano tutte le cose quando si deve partire!Salivano canzoni di gioia, tra le folate d'aria.— Non senti come tutti sono allegri?... Cantano, ridono, gli altri!... Possono ridere, possono amare, mentre noi....Dallo sbocco della strada, fra due lampioni quasi fosforescenti, si vedevano passare carrozze, vetture, l'una dietro l'altra, senza tregua, con la lentezza di un corteo.Subitamente mi afferrò il desiderio di confondermi anch'io, di perdermi anch'io, per l'ultima volta, con la donna che amavo, tra quella gente spensierata, in mezzo a quella città di piacere che suscita implacabili crudeltà e smoderate ambizioni.— Usciamo, — le proposi. — Mettiti un cappello e vieni con me: qui si muore!— E là?... — diss'ella semplicemente.— Là si canta, c'è molta luce, molto riso... Vieni, ho voglia di stordirmi, di ridere anch'io!...La strada fino ai Campi Elisei era quasi deserta; un profumo di tigli e di timi olezzava da nascosti giardini.[pg!278]
XIl denaro atteso mi giunse da Roma, con una lettera del Capuano, dov'egli giustificava il ritardo spiegando le varie difficoltà incontrate nel procacciarmi un nuovo credito. Tuttavia compresi di dovere a lui solo questo generoso favore, e poichè sapevo ch'egli non era un uomo ricco, la sua bontà mi commosse tristemente. Ma ebbi vergogna, e nel ringraziarlo finsi di non aver compreso.Verso quel tempo il d'Hermòs fece ritorno a Parigi. Nutrii la speranza nascosta ch'egli potesse aiutarmi ancora, ma invece doveva sùbito partire per l'Egitto, dove, ad ogni costo, mi voleva con sè. Non mi sentivo l'animo d'intraprendere viaggi e molte risoluzioni urgenti stringevano la mia perplessità.Quello che accettai senza discutere fu di recarmi a Londra una seconda volta per vendere un buon numero di pietre sciolte e consegnare una collana di rubini ad un certo personaggio misterioso, che venne appositamente dalla Scozia per incontrarsi meco. Sulle pietre feci un lauto guadagno, e, quanto alla collana, il d'Hermòs mi disse che avrei ricevuta la mia parte in séguito, quando la si vendesse.Intanto si avvicinava la scadenza dell'ipoteca fatta con il Rossengo di Terracina, e da Roma l'amministratore mi tempestava di lettere, sollecitando la mia presenza ed avvertendomi che il creditore non era questa volta propenso ad alcuna transazione. Risposi che non avevo denaro per riscattar la terra, e trattasse pure una vendita vantaggiosa, che presto sarei venuto.[pg!268] Non v'era più salvezza: bisognava chinare la fronte. Raccontai queste cose ad Elena, ed ella mi domandò semplicemente:— Quando andrai via?Risposi:— Non so. Forse domani, forse mai.Ora, quando ci si parlava, non osavamo più guardarci; entrambi eravamo oppressi da un senso di vergogna, di paura, o forse ci sentivamo pervadere da una disperazione muta. Si disse malata; non andò al suo teatro; vennero a vederla, non volle ricevere alcuno. Rimaneva per lunghe ore nella sua camera, spesso con l'uscio aperto; la vedevo star seduta, in silenzio; talora camminar lentamente, in su, in giù, con un passo inerte, la fronte china, quasi uccidesse la noia di una mortale attesa. Io non uscii di casa per alcuni giorni; andavo da una stanza all'altra, ozioso, trasognato, sentendo quasi operare in me la magìa di un sortilegio. Volevo andarle a parlare; mi alzavo, preso dall'irrequietudine, poi smarrivo la memoria delle parole indispensabili, e tornavo indietro. Una ridda folle di oscure immagini turbinava nel mio cervello e mi sentivo crescere nelle orecchie il rombo d'una voce interiore, che mi andava gridando con accanimento: «Quanto sei vile! Quanto sei vile!»Mangiavamo a lato a lato, in silenzio.Cosa passò in quell'anima? nella mia?... Chi potrebbe mai dirlo?E la primavera intanto fioriva; la strada era percorsa da comitive ilari, con uno sfoggio di colori gai. Quell'anno anzi essa tornava innanzi tempo; dalla terrazza si vedevano gli equipaggi muovere in lunghe file verso il Bosco rinnovellato, e più tardi risalire, per tutto il giorno, avanti, indietro, come se la città intera s'allietasse nel visitare i suoi giardini. Un sole ancor freddo illuminava quella passeggiata festosa, ridendo sui chiari ombrellini delle signore, fra i quali svariavano le giubbe dei cavalieri caracollanti a fianco degli equipaggi, mentre da un lato all'altro si scambiavano saluti e cavalcando facevano bella pompa di maestrìa. Era tempo di freschi amori, [pg!269] di nozze nuove, di cortesi galanterie, d'allegrezze primaverili.Noi soli, nella nostra casa conscia di troppe sventure, muti, stanchi, avversi, guardavamo dalla fresca terra nascere la primavera invano.Passò una mattina, mentre stavo al balcone, una venditrice di fiori. Aveva la sua cesta piena di violette e di rose; non altro che violette e rose. La chiamai più volte, poichè non mi udiva. La donna volse gli occhi al mio terrazzo e sollevò il paniere.— Atténdimi, — le dissi; — ora scendo.E scesi; comprai tutti i suoi fiori, e la canestra insieme. Salii per le scale portando io stesso quel gran fascio, e mi parve che un poco di primavera entrasse nella nostra casa con quel profumo di fiori mattutini. Li deposi, com'erano, su la tavola nella sala da pranzo, e stetti a guardarli pensierosamente, come si guarda una bellezza inutile.Povere violette, povere rose, povero me stesso che le avevo portate! Dal poggiolo aperto, l'alito primaverile scorreva sovr'esse, agitando i cálici colmi di gocciole splendenti. Violette e rose, dono vaghissimo e tristissimo per un amore condannato! E guardandole mi rammentai quel giardino di Torre Guelfa, dove c'era una pergola tutta di rose, un piccolo bosco tutto di viole. Pensai ch'essi pure, in quel tempo, aprivano le corolle, i miei fiori d'Italia, e mi sovvenne del giorno ch'eravamo partiti insieme, sul barroccio di Lazzaro, con la cavalla saura tutta infiorata, per andare a Fondi alla festa della primavera. Volli chiamar Elena per dirle:— Guarda: sono gli ultimi fiori... — ma compresi che avrei pianto, e l'avrei fatta piangere, mentre nel nostro immenso dolore la sola cosa benefica era il silenzio.Quando entrò, li vide. Con i suoi occhi lucenti mi mandò un sorriso e fece scorrere la mano sui fiori, delicatamente, come avrebbe fatto per carezzare la testa di un bimbo. Poi li portò nella sua camera, sempre in silenzio.[pg!270] Intanto i giorni passavano, in quella perplessità simile allo sgomento; noi fummo come due sconosciuti che facessero insieme una veglia di morte.Ma un pomeriggio, mentre in ozio fumavo nel mio scrittoio pensando a cose lontane, ella entrò, sorridente, leggera, e mi disse come per ischerzo:— Vieni, ora faremo i tuoi bauli.Ogni linea del suo viso tradiva uno sforzo incredibile di volontà; la guardai meglio; mi parve che ci fossero nella sua persona i segni d'una profonda stanchezza; mi ricordai che ogni tanto la vedevo passarsi una mano su gli occhi, o premerla contro il petto, con un sospiro quasi di soffocazione. Inoltre non camminava più così diritta; c'era nella sua persona quasi uno sfiorire lento. La seguii senza rispondere; aveva già fatti portare i bauli nella mia camera, e s'accinse a riempirli, volendo che l'aiutassi.Vuotò i cassetti, dispose le biancherie sul letto, gli abiti a mucchi su le poltrone, le scarpe da un lato, i libri, le cravatte, i profumi dall'altro, poi, mettendosi a ginocchi dinanzi al baule aperto:— Mi darai le cose ad una ad una, — disse; — io le riporrò.La stanza era piena di sole; anche la coltre, i cuscini, gli abiti sparsi, le camice fresche di stiratura, i libri scompigliati, le boccette de' profumi, l'avorio dei pettini, le scatole, i gingilli, tutte le cose che si preparano a chi va via, tutto brillava, mandava una luce vivissima in quel giocondo sole. Ed i suoi capelli anche; i suoi capelli, quando si abbassavano verso il fondo del baule, traversando una striscia di sole, davano qualche lampo di straordinaria luce.Ella parlava naturalmente, come se fossi andato per un viaggio breve, e già, partendo, si pensasse al ritorno.Invece no. Partire per sempre, dirsi un'ultima volta, perdutamente, addio... sentire che dopo, che mai, quel bene sarebbe ricuperato. Non sapere più nulla, mai più nulla di ciò che avverrebbe all'altro; portare via negli occhi l'ultima, la più bella immagine dell'amore perduto. Partire: [pg!271] mettere tra l'uno e l'altra la lontananza e non l'oblio, l'ignoto e non la pace. Portare con sè un grave peso di desiderii non estinti, e sapere che la vita dovrà necessariamente continuare per entrambi, arida, squallida, come una terra devastata. E lentamente rievocare tutto il passato, le ore più dolci, le ore più tristi, e le vicende che si ebbero, le parole che si dissero, le promesse che furono scambiate, e sentir crescere nel profondo cuore una terribile disperazione muta...Poi un altro pensiero subitaneo, crudele, tagliente, come una lama ben affilata:«Ella era giovine ancora, bella, più bella di tutte... Necessariamente avrebbe appartenuto ad un altro.»La guardai. Stava un po' china sul letto, intenta a ripiegare con somma cura un abito mio che rammento ancora, di un color cenere quasi celeste, a sottili trame, un abito che indossavo sovente perch'era il suo preferito.Quasi ad interrompere il silenzio, le dissi:— Non riporre quell'abito; lo metterò per il viaggio.Ella sostò nel mezzo della sua faccenda, naturalmente, con un sorriso calmo su le labbra:— Questo vuoi mettere? Che idea! È troppo chiaro; ti si rovinerà.Stando così, un po' curva, con le mani poggiate su l'abito, la sua faccia splendeva interamente nella obliqua striscia di sole.— Che importa? — risposi. — Non è questo un abito che ti piaceva? Dunque bisogna sciuparlo.E così dicendo, le stavo di fronte, la guardavo, immobile, dall'altra parte del letto.Una piccola ruga fugace le si formò tra i sopraccigli; non rispose, finse di non aver udito e pose l'abito su la spalliera d'una seggiola.Portava un suo profumo leggero ed intenso, composto con essenze diverse, mesciute insieme, un profumo che rimaneva dietro lei, dovunque passasse, come una traccia soave. Tutte le cose sue, tutte le mie che avesse toccate, sapevano di questo profumo tenace; anche lontano, dopo la partenza, mi sarebbe sembrato di rivivere con lei.[pg!272] Il pensiero tornò, più vivo: «Ella era giovine ancora, bella, più bella di tutte.... Necessariamente avrebbe appartenuto ad un altro.»Con gli occhi un po' ebbri, che l'amore aveva resi esperti, mentre guardavo il suo corpo ed il suo grembo, vidi la camera dove si sarebbe data ad un altro, il letto, i suoi capelli disciolti. Una gelosia nuova, insana, mi torse lo spirito, ebbi la tentazione di gridarle forte: «Lascia quei bauli! Riponi le cose mie. Non parto più. Non ti posso, non ti posso perdere!»Ma invece tacqui; pensai ch'era una sciocca debolezza la mia, e che dovevo mostrarmi calmo quanto lei, per non parerle da meno. Sedetti sul letto, fra gli abiti e le biancherie, nel sole. Dall'altro lato, sopra un tavolino, in una grande cornice di pelle incisa a gigli d'oro, c'era un suo ritratto, bellissimo, con un ciuffo di violette appassite fra il vetro e la fotografia. Sul ritratto, in un angolo, queste parole scritte di suo pugno: «A toi toujours... — Hélène» E una data. Parole vuote in fondo, come tutte quelle che ricordano e promettono l'amore. Ma in quel momento mi parvero singolarmente piene d'irrisione; mi parvero quasi un'ultima, sottile ironia, nella eterna commedia del sentimento.Oh, l'amore, che dice «sempre» — che dice «mai», che misura le sue forze anche al di là dalla vita e sfida in bellissimi lirismi tutte le necessità caduche del nostro infedele spirito! Mi parve in quel momento ch'ella fosse la sola colpevole del nostro abbandono, e mi cacciasse da sè per darsi ad altri amori, vietandomi ormai per sempre i suoi baci, le sue carezze, il suo profumo, tutte le cose che avevo pazzamente amate in lei. Insieme tornavano le memorie, lente, calme, in una luce quasi di miracolo, fasciandomi l'anima d'un involontario bisogno di pianto. E rivedevo la straniera bellissima, dai capelli color dell'oro e del bronzo, ch'era venuta nella mia casa di Roma, una sera — una sera d'autunno — a bere una tazza di tè, davanti al fuoco, nella penombra di una sala ove bruciava, più della fiamma, il profumo dei fiori. «Povera [pg!273] casa! — pensavo; — la rivedrò fra qualche giorno, vuota, e forse non vi potrò più vivere per la memoria di quella sera d'autunno, di quel fuoco e di quei fiori....»A un certo momento ella mi venne presso, per cercar qualcosa, lì, sul letto, fra le biancherie.M'interruppe ne' miei pensieri e l'immagine viva si sovrappose a quella del mio sogno; la tentazione fu più forte che la volontà; rapidamente l'afferrai per i due polsi, attirandola fra le mie braccia. Ella strinse le labbra e cercò di sfuggirmi con una mossa repentina.— Perchè mi respingi? — le dissi. — Non vedi come soffro?Ella chinò il mento sul petto, chiuse gli occhi, divenne assai più pallida e non rispose. Mi restò vicino, abbandonandomi i polsi ed appoggiandosi appena contro le mie ginocchia.— Tutto questo non fa male anche a te? — le domandai, piano, attirandola.Ella scosse il capo, con un rassegnato cenno d'inutilità.— Credo, — soggiunsi, — che non potrò mai partire.Restò ferma, come se non udisse, come se non volesse udire. Ma le venne su le labbra quel suo particolare tremito, ch'era come il principio d'una parola non detta. Mi piaceva ripeterle ogni cosa più triste, per aumentare la sua tristezza e la mia.— Se partirò, — le dissi, — tu mi dimenticherai sùbito. Il tuo teatro, gli applausi, gli ammiratori, ti faranno scordare. Non sarò più ad attenderti nel tuo camerino; dopo il teatro non andremo più a cena insieme, non dormiremo più vicini.... Tutto questo è finito, finito... e sembra un sogno!Due gonfie lacrime le spuntarono su le ciglia; scivolarono giù, caddero.— Domani sera mi condurrai alla stazione, e sarà l'ultimo bacio... l'ultimo! Ci scambieremo dal finestrino un saluto rapido, come fanno tutti quelli che vanno via, noi, che siamo stati un essere unico. E ritornerai sola, ti guarderanno, diranno qualcosa dietro di te.... Bah!... questa [pg!274] è la vita. Non ci vedremo più, forse non mi scriverai nemmeno più.Ed anch'io piangevo, dolorosamente.Bisognava godere tutto il supplizio di un'ora così definitiva.— Guarda, — continuai; — le cose nostre avevano presa l'abitudine di stare insieme; ora bisogna scegliere, bisogna dire: «Questo è mio — questo è tuo.» E domani non troverai più le mie cravatte ne' tuoi cassetti, nè io qualche tuo fazzoletto fra i miei, qualche tuo nastro nelle mie scatole per i guanti. Spesso ti lamentavi perchè lascio le sigarette spente in ogni angolo. Non ne troverai più. La tua vita sarà più semplice, più calma, più libera.Ella barcollò un poco, non sapendo se lasciarsi cadere nelle mie braccia o rovesciarsi all'indietro; volle ridere, piangere, poi un forte singhiozzo le schiantò la gola, e scioltasi bruscamente dalle mie mani andò via di corsa, nella sua camera, chiuse l'uscio a chiave, ed intesi che si era lasciata cadere sul letto. I bauli rimasero aperti, le biancherie sparse, io solo, senza poter comprendere, senza pensare.Poi lentamente scomparve la striscia di sole; venne il crepuscolo; da una finestra malchiusa entrò qualche alito d'aria fredda; nell'ora del tramonto quella giovine primavera pareva un grigio inverno. In quella penombra mi guardai d'attorno, come per raccogliere in me una memoria d'ogni cosa. Non vidi che mobili vuoti, cassetti aperti, armadi sguerniti, qualche involto su le seggiole, qualche lembo di giornale a terra, e nel mezzo della camera i due bauli spalancati, che parevano sbadigliar di noia, come pigre bestie che si destassero da un polveroso letargo. Lentamente l'ombra cresceva, e con essa i pensieri si facevano più foschi. Dicevo a me stesso:«Tu non hai saputo essere felice; ora sappi non piangere». E dicevo a me stesso: «Perchè ti disperi? Non hai tu stesso accettato e preparato questo necessario abbandono? Tu, che non hai fatto nulla per il tuo amore, null'altro [pg!275] che aspettarne la fine, perchè lo rimpiangi ora come un grande bene che ti fosse ritolto? Perchè questa irresolutezza? Sii forte! Non cedere alle commozioni che tu stesso ti elargisci. La tua natura d'istrione ti soverchia l'anima. Tu l'ami l'amore ed ami il dolore, ma in verità non ami e non soffri. Sei crudele anche; la tua crudeltà non ha nome. Va! Ti aspetta un'altra vita, la sola che a te convenga. Altre mani di donna, che hai già respinte, ti offriranno forse ancora la coppa ricolma.... Va e bevi!»Ma insieme con questi pensieri, qualcosa di vero e di grande, un sentimento ancora ignoto, sorgeva; ed era finalmente l'amore, l'amore triste, inguaribile, angoscioso, pieno di gelosie, di paure, che duole come una ferita ed inebbria come un liquore.Raffinato e perverso, questo amore mi piacque; mi piacque avere nell'anima, per sempre, un flagello, in quest'anima su cui tutte le passioni erano scivolate senza imprimervi un solco. Era il mio primo amore: in quel momento avevo ancora vent'anni.Più tardi ella s'affacciò all'uscio, per dirmi, come diceva sempre:— Vieni, è l'ora del pranzo.— Elena... — la chiamai, sollevandomi con il gomito sui guanciali.Ma ella si ritrasse rapida e non rispose. Pranzammo vicini, tristemente, per l'ultima volta. Ella vide che avevo pianto, io vidi gli occhi suoi segnati all'intorno da una grande ombra.— Perchè non mangi? — le domandai.— Non ho fame. — Indi una pausa: — E tu?— Nemmeno.Presi una posata e l'esaminai: v'erano le mie cifre, la mia corona, incise. La feci battere su la stoviglia e dissi:— Ti ricordi quando abbiamo comperata quest'argenteria? Ella si ristrinse nelle spalle, chiudendo gli occhi, abbassando il viso;— Sì, mi ricordo.Elena faceva ella stessa il caffè; quando l'ebbe versato [pg!276] nelle tazze, trangugiò in fretta qualche sorso, poi fece atto di levarsi.— Dove vai?— Di là.— Dove?— Nella mia camera.Detti in uno scoppio di riso acre:— Ti annoia tanto la mia presenza? Domani non ci sarò più.In silenzio ella tornò a sedere.— Che male ti ho fatto perchè tu mi debba odiare? — soggiunsi. — Non hai pietà veramente! Ora ti conosco bene.— Chi di noi due non ha pietà? — ella chiese con la voce spenta, illuminandosi d'un amaro sorriso. E continuò: — Cosa vuoi da me dunque? che mi butti alle tue ginocchia e ti supplichi di non partire? Questo no! Il mio carattere non lo consente. So che non possiamo più vivere insieme; so che, lontano, puoi ritrovare la felicità, e mi sopprimo assolutamente, scompaio, cerco di render facile quest'ora, che un'altra si compiacerebbe forse di render tragica. Dimmi: cosa puoi chiedere di più ad una donna, e sopra tutto ad un'amante?Le andai vicino, e chinandomi su la sua bocca, poichè sentivo che non mi avrebbe respinto:— Cosa farai senza di me? — le chiesi.— Non so! non so!... — rispose concitata. E scuoteva il capo, e serrava le palpebre, come per sottrarsi ad ogni pensiero.Le cinsi con un braccio la vita, e lievemente, con il timore delle prime volte, la baciai.Dalla veranda, che avevo aperta, soffiavano gli aliti della sera; un profumo di tigli e di timi odorava da nascosti giardini. Uscimmo sul terrazzo, ci appoggiammo a lato su la ringhiera: in alto scintillavano le stelle infinite.— Che farai senza di me? — le chiesi ancora. Giungeva dai Campi Elisei, or forte, or tenue, sul vento, [pg!277] un frastuono di liete orchestre serali; molti lumi tralucevano entro il nereggiare degli alberi, ininterrottamente, dando a quel lembo di città l'aspetto d'una fiera notturna, che brillasse nella confusa distanza.— Che bella notte! — esclamai. — Che triste bellezza mandano tutte le cose quando si deve partire!Salivano canzoni di gioia, tra le folate d'aria.— Non senti come tutti sono allegri?... Cantano, ridono, gli altri!... Possono ridere, possono amare, mentre noi....Dallo sbocco della strada, fra due lampioni quasi fosforescenti, si vedevano passare carrozze, vetture, l'una dietro l'altra, senza tregua, con la lentezza di un corteo.Subitamente mi afferrò il desiderio di confondermi anch'io, di perdermi anch'io, per l'ultima volta, con la donna che amavo, tra quella gente spensierata, in mezzo a quella città di piacere che suscita implacabili crudeltà e smoderate ambizioni.— Usciamo, — le proposi. — Mettiti un cappello e vieni con me: qui si muore!— E là?... — diss'ella semplicemente.— Là si canta, c'è molta luce, molto riso... Vieni, ho voglia di stordirmi, di ridere anch'io!...La strada fino ai Campi Elisei era quasi deserta; un profumo di tigli e di timi olezzava da nascosti giardini.[pg!278]
Il denaro atteso mi giunse da Roma, con una lettera del Capuano, dov'egli giustificava il ritardo spiegando le varie difficoltà incontrate nel procacciarmi un nuovo credito. Tuttavia compresi di dovere a lui solo questo generoso favore, e poichè sapevo ch'egli non era un uomo ricco, la sua bontà mi commosse tristemente. Ma ebbi vergogna, e nel ringraziarlo finsi di non aver compreso.
Verso quel tempo il d'Hermòs fece ritorno a Parigi. Nutrii la speranza nascosta ch'egli potesse aiutarmi ancora, ma invece doveva sùbito partire per l'Egitto, dove, ad ogni costo, mi voleva con sè. Non mi sentivo l'animo d'intraprendere viaggi e molte risoluzioni urgenti stringevano la mia perplessità.
Quello che accettai senza discutere fu di recarmi a Londra una seconda volta per vendere un buon numero di pietre sciolte e consegnare una collana di rubini ad un certo personaggio misterioso, che venne appositamente dalla Scozia per incontrarsi meco. Sulle pietre feci un lauto guadagno, e, quanto alla collana, il d'Hermòs mi disse che avrei ricevuta la mia parte in séguito, quando la si vendesse.
Intanto si avvicinava la scadenza dell'ipoteca fatta con il Rossengo di Terracina, e da Roma l'amministratore mi tempestava di lettere, sollecitando la mia presenza ed avvertendomi che il creditore non era questa volta propenso ad alcuna transazione. Risposi che non avevo denaro per riscattar la terra, e trattasse pure una vendita vantaggiosa, che presto sarei venuto.
[pg!268] Non v'era più salvezza: bisognava chinare la fronte. Raccontai queste cose ad Elena, ed ella mi domandò semplicemente:
— Quando andrai via?
Risposi:
— Non so. Forse domani, forse mai.
Ora, quando ci si parlava, non osavamo più guardarci; entrambi eravamo oppressi da un senso di vergogna, di paura, o forse ci sentivamo pervadere da una disperazione muta. Si disse malata; non andò al suo teatro; vennero a vederla, non volle ricevere alcuno. Rimaneva per lunghe ore nella sua camera, spesso con l'uscio aperto; la vedevo star seduta, in silenzio; talora camminar lentamente, in su, in giù, con un passo inerte, la fronte china, quasi uccidesse la noia di una mortale attesa. Io non uscii di casa per alcuni giorni; andavo da una stanza all'altra, ozioso, trasognato, sentendo quasi operare in me la magìa di un sortilegio. Volevo andarle a parlare; mi alzavo, preso dall'irrequietudine, poi smarrivo la memoria delle parole indispensabili, e tornavo indietro. Una ridda folle di oscure immagini turbinava nel mio cervello e mi sentivo crescere nelle orecchie il rombo d'una voce interiore, che mi andava gridando con accanimento: «Quanto sei vile! Quanto sei vile!»
Mangiavamo a lato a lato, in silenzio.
Cosa passò in quell'anima? nella mia?... Chi potrebbe mai dirlo?
E la primavera intanto fioriva; la strada era percorsa da comitive ilari, con uno sfoggio di colori gai. Quell'anno anzi essa tornava innanzi tempo; dalla terrazza si vedevano gli equipaggi muovere in lunghe file verso il Bosco rinnovellato, e più tardi risalire, per tutto il giorno, avanti, indietro, come se la città intera s'allietasse nel visitare i suoi giardini. Un sole ancor freddo illuminava quella passeggiata festosa, ridendo sui chiari ombrellini delle signore, fra i quali svariavano le giubbe dei cavalieri caracollanti a fianco degli equipaggi, mentre da un lato all'altro si scambiavano saluti e cavalcando facevano bella pompa di maestrìa. Era tempo di freschi amori, [pg!269] di nozze nuove, di cortesi galanterie, d'allegrezze primaverili.
Noi soli, nella nostra casa conscia di troppe sventure, muti, stanchi, avversi, guardavamo dalla fresca terra nascere la primavera invano.
Passò una mattina, mentre stavo al balcone, una venditrice di fiori. Aveva la sua cesta piena di violette e di rose; non altro che violette e rose. La chiamai più volte, poichè non mi udiva. La donna volse gli occhi al mio terrazzo e sollevò il paniere.
— Atténdimi, — le dissi; — ora scendo.
E scesi; comprai tutti i suoi fiori, e la canestra insieme. Salii per le scale portando io stesso quel gran fascio, e mi parve che un poco di primavera entrasse nella nostra casa con quel profumo di fiori mattutini. Li deposi, com'erano, su la tavola nella sala da pranzo, e stetti a guardarli pensierosamente, come si guarda una bellezza inutile.
Povere violette, povere rose, povero me stesso che le avevo portate! Dal poggiolo aperto, l'alito primaverile scorreva sovr'esse, agitando i cálici colmi di gocciole splendenti. Violette e rose, dono vaghissimo e tristissimo per un amore condannato! E guardandole mi rammentai quel giardino di Torre Guelfa, dove c'era una pergola tutta di rose, un piccolo bosco tutto di viole. Pensai ch'essi pure, in quel tempo, aprivano le corolle, i miei fiori d'Italia, e mi sovvenne del giorno ch'eravamo partiti insieme, sul barroccio di Lazzaro, con la cavalla saura tutta infiorata, per andare a Fondi alla festa della primavera. Volli chiamar Elena per dirle:
— Guarda: sono gli ultimi fiori... — ma compresi che avrei pianto, e l'avrei fatta piangere, mentre nel nostro immenso dolore la sola cosa benefica era il silenzio.
Quando entrò, li vide. Con i suoi occhi lucenti mi mandò un sorriso e fece scorrere la mano sui fiori, delicatamente, come avrebbe fatto per carezzare la testa di un bimbo. Poi li portò nella sua camera, sempre in silenzio.
[pg!270] Intanto i giorni passavano, in quella perplessità simile allo sgomento; noi fummo come due sconosciuti che facessero insieme una veglia di morte.
Ma un pomeriggio, mentre in ozio fumavo nel mio scrittoio pensando a cose lontane, ella entrò, sorridente, leggera, e mi disse come per ischerzo:
— Vieni, ora faremo i tuoi bauli.
Ogni linea del suo viso tradiva uno sforzo incredibile di volontà; la guardai meglio; mi parve che ci fossero nella sua persona i segni d'una profonda stanchezza; mi ricordai che ogni tanto la vedevo passarsi una mano su gli occhi, o premerla contro il petto, con un sospiro quasi di soffocazione. Inoltre non camminava più così diritta; c'era nella sua persona quasi uno sfiorire lento. La seguii senza rispondere; aveva già fatti portare i bauli nella mia camera, e s'accinse a riempirli, volendo che l'aiutassi.
Vuotò i cassetti, dispose le biancherie sul letto, gli abiti a mucchi su le poltrone, le scarpe da un lato, i libri, le cravatte, i profumi dall'altro, poi, mettendosi a ginocchi dinanzi al baule aperto:
— Mi darai le cose ad una ad una, — disse; — io le riporrò.
La stanza era piena di sole; anche la coltre, i cuscini, gli abiti sparsi, le camice fresche di stiratura, i libri scompigliati, le boccette de' profumi, l'avorio dei pettini, le scatole, i gingilli, tutte le cose che si preparano a chi va via, tutto brillava, mandava una luce vivissima in quel giocondo sole. Ed i suoi capelli anche; i suoi capelli, quando si abbassavano verso il fondo del baule, traversando una striscia di sole, davano qualche lampo di straordinaria luce.
Ella parlava naturalmente, come se fossi andato per un viaggio breve, e già, partendo, si pensasse al ritorno.
Invece no. Partire per sempre, dirsi un'ultima volta, perdutamente, addio... sentire che dopo, che mai, quel bene sarebbe ricuperato. Non sapere più nulla, mai più nulla di ciò che avverrebbe all'altro; portare via negli occhi l'ultima, la più bella immagine dell'amore perduto. Partire: [pg!271] mettere tra l'uno e l'altra la lontananza e non l'oblio, l'ignoto e non la pace. Portare con sè un grave peso di desiderii non estinti, e sapere che la vita dovrà necessariamente continuare per entrambi, arida, squallida, come una terra devastata. E lentamente rievocare tutto il passato, le ore più dolci, le ore più tristi, e le vicende che si ebbero, le parole che si dissero, le promesse che furono scambiate, e sentir crescere nel profondo cuore una terribile disperazione muta...
Poi un altro pensiero subitaneo, crudele, tagliente, come una lama ben affilata:
«Ella era giovine ancora, bella, più bella di tutte... Necessariamente avrebbe appartenuto ad un altro.»
La guardai. Stava un po' china sul letto, intenta a ripiegare con somma cura un abito mio che rammento ancora, di un color cenere quasi celeste, a sottili trame, un abito che indossavo sovente perch'era il suo preferito.
Quasi ad interrompere il silenzio, le dissi:
— Non riporre quell'abito; lo metterò per il viaggio.
Ella sostò nel mezzo della sua faccenda, naturalmente, con un sorriso calmo su le labbra:
— Questo vuoi mettere? Che idea! È troppo chiaro; ti si rovinerà.
Stando così, un po' curva, con le mani poggiate su l'abito, la sua faccia splendeva interamente nella obliqua striscia di sole.
— Che importa? — risposi. — Non è questo un abito che ti piaceva? Dunque bisogna sciuparlo.
E così dicendo, le stavo di fronte, la guardavo, immobile, dall'altra parte del letto.
Una piccola ruga fugace le si formò tra i sopraccigli; non rispose, finse di non aver udito e pose l'abito su la spalliera d'una seggiola.
Portava un suo profumo leggero ed intenso, composto con essenze diverse, mesciute insieme, un profumo che rimaneva dietro lei, dovunque passasse, come una traccia soave. Tutte le cose sue, tutte le mie che avesse toccate, sapevano di questo profumo tenace; anche lontano, dopo la partenza, mi sarebbe sembrato di rivivere con lei.
[pg!272] Il pensiero tornò, più vivo: «Ella era giovine ancora, bella, più bella di tutte.... Necessariamente avrebbe appartenuto ad un altro.»
Con gli occhi un po' ebbri, che l'amore aveva resi esperti, mentre guardavo il suo corpo ed il suo grembo, vidi la camera dove si sarebbe data ad un altro, il letto, i suoi capelli disciolti. Una gelosia nuova, insana, mi torse lo spirito, ebbi la tentazione di gridarle forte: «Lascia quei bauli! Riponi le cose mie. Non parto più. Non ti posso, non ti posso perdere!»
Ma invece tacqui; pensai ch'era una sciocca debolezza la mia, e che dovevo mostrarmi calmo quanto lei, per non parerle da meno. Sedetti sul letto, fra gli abiti e le biancherie, nel sole. Dall'altro lato, sopra un tavolino, in una grande cornice di pelle incisa a gigli d'oro, c'era un suo ritratto, bellissimo, con un ciuffo di violette appassite fra il vetro e la fotografia. Sul ritratto, in un angolo, queste parole scritte di suo pugno: «A toi toujours... — Hélène» E una data. Parole vuote in fondo, come tutte quelle che ricordano e promettono l'amore. Ma in quel momento mi parvero singolarmente piene d'irrisione; mi parvero quasi un'ultima, sottile ironia, nella eterna commedia del sentimento.
Oh, l'amore, che dice «sempre» — che dice «mai», che misura le sue forze anche al di là dalla vita e sfida in bellissimi lirismi tutte le necessità caduche del nostro infedele spirito! Mi parve in quel momento ch'ella fosse la sola colpevole del nostro abbandono, e mi cacciasse da sè per darsi ad altri amori, vietandomi ormai per sempre i suoi baci, le sue carezze, il suo profumo, tutte le cose che avevo pazzamente amate in lei. Insieme tornavano le memorie, lente, calme, in una luce quasi di miracolo, fasciandomi l'anima d'un involontario bisogno di pianto. E rivedevo la straniera bellissima, dai capelli color dell'oro e del bronzo, ch'era venuta nella mia casa di Roma, una sera — una sera d'autunno — a bere una tazza di tè, davanti al fuoco, nella penombra di una sala ove bruciava, più della fiamma, il profumo dei fiori. «Povera [pg!273] casa! — pensavo; — la rivedrò fra qualche giorno, vuota, e forse non vi potrò più vivere per la memoria di quella sera d'autunno, di quel fuoco e di quei fiori....»
A un certo momento ella mi venne presso, per cercar qualcosa, lì, sul letto, fra le biancherie.
M'interruppe ne' miei pensieri e l'immagine viva si sovrappose a quella del mio sogno; la tentazione fu più forte che la volontà; rapidamente l'afferrai per i due polsi, attirandola fra le mie braccia. Ella strinse le labbra e cercò di sfuggirmi con una mossa repentina.
— Perchè mi respingi? — le dissi. — Non vedi come soffro?
Ella chinò il mento sul petto, chiuse gli occhi, divenne assai più pallida e non rispose. Mi restò vicino, abbandonandomi i polsi ed appoggiandosi appena contro le mie ginocchia.
— Tutto questo non fa male anche a te? — le domandai, piano, attirandola.
Ella scosse il capo, con un rassegnato cenno d'inutilità.
— Credo, — soggiunsi, — che non potrò mai partire.
Restò ferma, come se non udisse, come se non volesse udire. Ma le venne su le labbra quel suo particolare tremito, ch'era come il principio d'una parola non detta. Mi piaceva ripeterle ogni cosa più triste, per aumentare la sua tristezza e la mia.
— Se partirò, — le dissi, — tu mi dimenticherai sùbito. Il tuo teatro, gli applausi, gli ammiratori, ti faranno scordare. Non sarò più ad attenderti nel tuo camerino; dopo il teatro non andremo più a cena insieme, non dormiremo più vicini.... Tutto questo è finito, finito... e sembra un sogno!
Due gonfie lacrime le spuntarono su le ciglia; scivolarono giù, caddero.
— Domani sera mi condurrai alla stazione, e sarà l'ultimo bacio... l'ultimo! Ci scambieremo dal finestrino un saluto rapido, come fanno tutti quelli che vanno via, noi, che siamo stati un essere unico. E ritornerai sola, ti guarderanno, diranno qualcosa dietro di te.... Bah!... questa [pg!274] è la vita. Non ci vedremo più, forse non mi scriverai nemmeno più.
Ed anch'io piangevo, dolorosamente.
Bisognava godere tutto il supplizio di un'ora così definitiva.
— Guarda, — continuai; — le cose nostre avevano presa l'abitudine di stare insieme; ora bisogna scegliere, bisogna dire: «Questo è mio — questo è tuo.» E domani non troverai più le mie cravatte ne' tuoi cassetti, nè io qualche tuo fazzoletto fra i miei, qualche tuo nastro nelle mie scatole per i guanti. Spesso ti lamentavi perchè lascio le sigarette spente in ogni angolo. Non ne troverai più. La tua vita sarà più semplice, più calma, più libera.
Ella barcollò un poco, non sapendo se lasciarsi cadere nelle mie braccia o rovesciarsi all'indietro; volle ridere, piangere, poi un forte singhiozzo le schiantò la gola, e scioltasi bruscamente dalle mie mani andò via di corsa, nella sua camera, chiuse l'uscio a chiave, ed intesi che si era lasciata cadere sul letto. I bauli rimasero aperti, le biancherie sparse, io solo, senza poter comprendere, senza pensare.
Poi lentamente scomparve la striscia di sole; venne il crepuscolo; da una finestra malchiusa entrò qualche alito d'aria fredda; nell'ora del tramonto quella giovine primavera pareva un grigio inverno. In quella penombra mi guardai d'attorno, come per raccogliere in me una memoria d'ogni cosa. Non vidi che mobili vuoti, cassetti aperti, armadi sguerniti, qualche involto su le seggiole, qualche lembo di giornale a terra, e nel mezzo della camera i due bauli spalancati, che parevano sbadigliar di noia, come pigre bestie che si destassero da un polveroso letargo. Lentamente l'ombra cresceva, e con essa i pensieri si facevano più foschi. Dicevo a me stesso:
«Tu non hai saputo essere felice; ora sappi non piangere». E dicevo a me stesso: «Perchè ti disperi? Non hai tu stesso accettato e preparato questo necessario abbandono? Tu, che non hai fatto nulla per il tuo amore, null'altro [pg!275] che aspettarne la fine, perchè lo rimpiangi ora come un grande bene che ti fosse ritolto? Perchè questa irresolutezza? Sii forte! Non cedere alle commozioni che tu stesso ti elargisci. La tua natura d'istrione ti soverchia l'anima. Tu l'ami l'amore ed ami il dolore, ma in verità non ami e non soffri. Sei crudele anche; la tua crudeltà non ha nome. Va! Ti aspetta un'altra vita, la sola che a te convenga. Altre mani di donna, che hai già respinte, ti offriranno forse ancora la coppa ricolma.... Va e bevi!»
Ma insieme con questi pensieri, qualcosa di vero e di grande, un sentimento ancora ignoto, sorgeva; ed era finalmente l'amore, l'amore triste, inguaribile, angoscioso, pieno di gelosie, di paure, che duole come una ferita ed inebbria come un liquore.
Raffinato e perverso, questo amore mi piacque; mi piacque avere nell'anima, per sempre, un flagello, in quest'anima su cui tutte le passioni erano scivolate senza imprimervi un solco. Era il mio primo amore: in quel momento avevo ancora vent'anni.
Più tardi ella s'affacciò all'uscio, per dirmi, come diceva sempre:
— Vieni, è l'ora del pranzo.
— Elena... — la chiamai, sollevandomi con il gomito sui guanciali.
Ma ella si ritrasse rapida e non rispose. Pranzammo vicini, tristemente, per l'ultima volta. Ella vide che avevo pianto, io vidi gli occhi suoi segnati all'intorno da una grande ombra.
— Perchè non mangi? — le domandai.
— Non ho fame. — Indi una pausa: — E tu?
— Nemmeno.
Presi una posata e l'esaminai: v'erano le mie cifre, la mia corona, incise. La feci battere su la stoviglia e dissi:
— Ti ricordi quando abbiamo comperata quest'argenteria? Ella si ristrinse nelle spalle, chiudendo gli occhi, abbassando il viso;
— Sì, mi ricordo.
Elena faceva ella stessa il caffè; quando l'ebbe versato [pg!276] nelle tazze, trangugiò in fretta qualche sorso, poi fece atto di levarsi.
— Dove vai?
— Di là.
— Dove?
— Nella mia camera.
Detti in uno scoppio di riso acre:
— Ti annoia tanto la mia presenza? Domani non ci sarò più.
In silenzio ella tornò a sedere.
— Che male ti ho fatto perchè tu mi debba odiare? — soggiunsi. — Non hai pietà veramente! Ora ti conosco bene.
— Chi di noi due non ha pietà? — ella chiese con la voce spenta, illuminandosi d'un amaro sorriso. E continuò: — Cosa vuoi da me dunque? che mi butti alle tue ginocchia e ti supplichi di non partire? Questo no! Il mio carattere non lo consente. So che non possiamo più vivere insieme; so che, lontano, puoi ritrovare la felicità, e mi sopprimo assolutamente, scompaio, cerco di render facile quest'ora, che un'altra si compiacerebbe forse di render tragica. Dimmi: cosa puoi chiedere di più ad una donna, e sopra tutto ad un'amante?
Le andai vicino, e chinandomi su la sua bocca, poichè sentivo che non mi avrebbe respinto:
— Cosa farai senza di me? — le chiesi.
— Non so! non so!... — rispose concitata. E scuoteva il capo, e serrava le palpebre, come per sottrarsi ad ogni pensiero.
Le cinsi con un braccio la vita, e lievemente, con il timore delle prime volte, la baciai.
Dalla veranda, che avevo aperta, soffiavano gli aliti della sera; un profumo di tigli e di timi odorava da nascosti giardini. Uscimmo sul terrazzo, ci appoggiammo a lato su la ringhiera: in alto scintillavano le stelle infinite.
— Che farai senza di me? — le chiesi ancora. Giungeva dai Campi Elisei, or forte, or tenue, sul vento, [pg!277] un frastuono di liete orchestre serali; molti lumi tralucevano entro il nereggiare degli alberi, ininterrottamente, dando a quel lembo di città l'aspetto d'una fiera notturna, che brillasse nella confusa distanza.
— Che bella notte! — esclamai. — Che triste bellezza mandano tutte le cose quando si deve partire!
Salivano canzoni di gioia, tra le folate d'aria.
— Non senti come tutti sono allegri?... Cantano, ridono, gli altri!... Possono ridere, possono amare, mentre noi....
Dallo sbocco della strada, fra due lampioni quasi fosforescenti, si vedevano passare carrozze, vetture, l'una dietro l'altra, senza tregua, con la lentezza di un corteo.
Subitamente mi afferrò il desiderio di confondermi anch'io, di perdermi anch'io, per l'ultima volta, con la donna che amavo, tra quella gente spensierata, in mezzo a quella città di piacere che suscita implacabili crudeltà e smoderate ambizioni.
— Usciamo, — le proposi. — Mettiti un cappello e vieni con me: qui si muore!
— E là?... — diss'ella semplicemente.
— Là si canta, c'è molta luce, molto riso... Vieni, ho voglia di stordirmi, di ridere anch'io!...
La strada fino ai Campi Elisei era quasi deserta; un profumo di tigli e di timi olezzava da nascosti giardini.
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