XIBecchino che mi seppellirai, se tu sapessi che i morti parlano, avresti certamente un senso di paura nel compiere il tuo lugubre mestiere.In verità i morti parlano, ed io, quando verrai per seppellirmi, comincerò con farti un lungo discorso e rettorico, del quale potrebbe anche darsi che tu non intendessi una sillaba.Ma questo che importa? È un bisogno bizzarro che i morti hanno di essere una volta sinceri, quando più non li vigila nessuna prudenza umana, quando più non li stringe alcuna vanagloria di sè stessi, e nel becchino che li sdraia dentro la cassa di freddo rovere vedono quasi un ultimo funzionario della società umana, che viene per buttarli nella fossa come in un sacro immondezzaio; un funzionario alieno da metafisiche, immemore d'essere a sua volta un cadavere imminente, quindi una persona di buon senso, che valuta l'uomo e la sua spoglia con ammirevole semplicità.Tu hai, becchino, l'abitudine della morte; non la temi non la veneri, non la compiangi; con te si può dunque parlare.Io non ti conosco di persona, ma t'immagino qual sei, anzi mi sembra d'averti una volta incontrato, per istrada, o chissà dove, passando. Poichè, di fatti, ogni vita finisce in polvere ed ogni uomo ha nel mondo il suo becchino che l'aspetta. Qualche volta, uscendo fuor di casa, può darsi che in lui ci s'imbatta viso a viso: ognuno prosegue per i fatti suoi... ci s'incontrerà più tardi...Più tardi. E mentre il mio becchino porta me al cimitero, [pg!398] avviene che il suo proprio lo rasenti gomito a gomito, e passando gli getti un mozzicone di sigaro fra i piedi. È singolare, ma non è forse neanche triste. La vita, la morte: due diversi enigmi d'un fenomeno più grande, che non conosciamo; due forze contrarie che si elidono, due potenze nemiche ma inestricabili, che infuriano attraverso la materia, senza una meta palese.Ho scritto il libro della mia vita; vi manca una pagina: te la racconto, becchino.Dunque non ti conosco, eppure so come sei: un uomo robusto e ruvido, qualcosa tra il facchino in livrea ed il sacerdote in abito civile. Sai di tabacco e d'incenso, di chiesa e d'osteria. L'uniforme tetra non riesce a toglierti quel non so che di gioviale che ti trapela dalla fisionomia; siccome vedi sempre piangere, hai voglia di ridere: è naturale.Fra le tante cose delle quali non ho saputo rendermi conto nella vita, è quella di non aver saputo comprendere come mai, fra i tanti mestieri che vi son da fare al mondo, un uomo possa liberamente scegliersi quello del becchino. È forse una vocazione come tutte le altre, una vocazione macabra, che mi dà tuttavia da riflettere.Tu, per esempio, hai una bella corporatura, sei d'ómeri quadrati ed hai un incedere maestoso... avresti potuto con indifferenza fare il carabiniere, il portiere d'un palazzo, che so io? il custode d'una fabbrica, e perchè no? magari il secondino in un reclusorio. Invece, nient'affatto! Un bel giorno ti sei sentito spinto verso le pompe funebri e ti è piaciuto affrontare la vita nella triste qualità del beccamorto.Può darsi che la familiarità con la quale tu avvicini e maneggi il cadavere, senz'ombra di quella paura ch'esso incute ai pavidi mortali, ti dia su la comune folla degli uomini un senso quasi di potenza e di coraggiosa virilità. Inoltre il mestiere ha i suoi lati buoni; si ha da fare coi preti, che son gente accorta, si va per le case altrui, sbirciando nel cuore delle famiglie; la fatica, se talvolta è gravosa, in compenso non è lunga, e, mentre tutte [pg!399] l'altre industrie possono allentarsi o far difetto all'operaio, quella delle sepolture non varia, e di morti ve ne son tanti ogni giorno, ricchi e poveri, dappertutto.Nella mia casa, quando verrai a prendermi, sarai trattato coi dovuti riguardi, ed il mio maggiordomo, ch'è una persona ospitale, ti darà certo un buon calice da tracannare. In questo modo io sarò per te un di que' morti coi quali occorrono, è vero, molte cerimonie, ma che hanno il merito in compenso di abbandonare un'ottima cantina. E terrai a mente la casa, come una di quelle ove sarebbe opportuno si morisse di frequente.Orbene, senza che tu neppure te n'accorga, io ti farò dalla morte le mie confessioni estreme.«Brav'uomo, — ti dirò, senza muovere la bocca suggellata, — brav'uomo, fa piano! e bada che non cápita spesso ad un volgare becchino par tuo di mettere sotto la terra un uomo quale io fui. In verità sono stato un inutile; ho avuti alcuni desiderii grandi, che nel mio cuore inane si spensero come incendi effimeri di festuche in un campo, brillarono e caddero come il razzo vanaglorioso d'un fuoco artificiale.Poichè dietro me strisciava il senso della universale inutilità, l'odio per le cose piccole, senza il fervore per le grandi, e mi sono cullato nelle braccia della fortuna come sopra una insommergibile nave.La vita, quand'essa mi piacque, me la ghermii come un'amante barbara; quando n'ebbi tutto spremuto il natural piacere, ancora me ne saziai come d'una invereconda cortigiana. Sono stato con allegrezza uno sciupatore indolente, un magnifico dissipatore di tutti quei beni ch'ella mi diede in retaggio, e se non volli insignorirmi d'alcuna sua podestà, fu solo perchè il dominio mi parve una fatica inutile.Questa, becchino, è la sintesi di tutto: «Inutile.» Questa è la parola ch'io vidi splendere su la totale conoscenza della vita, come un disperato limite, che invano tentai di varcare.Talvolta mi resse nondimeno quella superiore coscienza [pg!400] della propria elevazione che alimenta il fervore dei mistici e dei tiranni; sebbene il mio spirito fosse pieno d'esilio come un oceano lo è di lontananza, e di vento e d'ombra una fredda solitudine.Sì, becchino, queste orgogliose parole non ti faccian sorridere. Provengon da un'oscura fede nella mia potenza, da un ingenito senso della mia diversità, la quale mi collocava, per una specie d'inerte potere, al di sopra della turba, e di là, senz'alcuna grandezza, guardavo tuttavia nel mondo come da un'altura. Poichè non la mia vita vissi, ma quella, forse dispregevole, del mio nemico interiore.Fa piano a depormi nel féretro, o scortese becchino!... Questo mio corpo che malamente scuoti, fu amato in verità e cosparso di carezze dalle calde labbra e dalle bianche mani di molte donne soavissime. Or queste si affaccian su l'orlo della cassa ove mi poni, e guardano.Ahimè! ricoprimi bene la faccia, ch'elle non mi vedano così bianco! Due più curve stanno, e, quasi più attente, cercano d'interrogare il silenzio, d'indovinare la morte. Una di gramaglie veste, ma l'altra è vestita di sole, perchè i suoi capelli conservano quel colore indefinibile dell'oro antico e del bronzo, che fascia il suo volto fermo in un velo di scintillante oscurità.Entrambe da me non seppero qual d'esse il mio sterile cuore abbia veramente amata. Ma ora, prima che il coperchio di piombo mi sia la più diuturna coltre, ora domandano con paura — (e non le odi tu forse?) — domandano: «Quale?»Becchino disattento, becchino privo di urbanità, poichè non posso io rispondere con le mie suggellate labbra, e tu per me rispondi:«Amò di voi la più lontana, quella che si chiamò «Perduta», quella che si adornò per lui d'un nome ancora più torbido, «Sconosciuta?...»Su la tua bocca odorosa di forte vino e di aspro tabacco, le belle frasi ch'io ti suggerisco parranno quasi una celia inconsapevole; ma tu non mutarne sillaba e fedelmente ripeti:[pg!401] «Amò di voi quella che parve al suo amore più vietata, sebbene quest'uomo che io seppellisco porti con sè nella fossa un cuore povero come la morte.»Ma se colei non t'ascolti che veste le gramaglie della vedova, e l'altra, nei chiari occhi, paia della mia morte pensosa, su questa cùrvati e dille, o buon seppellitore, ma furtivamente, all'orecchio dille, che soltanto lontani, oltre la rinunzia, dopo l'irreparabile, al di là dall'amore si ama; soltanto nella memoria, nella impossibilità si ama... A lei dillo, becchino, a lei sola... e che l'altra, la mia vedova, non oda. Perchè fino all'ultimo giorno ella mi conobbe ormai per un marito fedele, nè io vorrei farla soffrire in cambio del bene che mi diede.La sua dolce anima vegliava intorno alla mia tepida indolenza come la lampada funeraria veglierà fra poco sul marmo della mia sepoltura; nel mondo ella non ebbe altra gioia, se non quella di riscaldare con il suo àlito il mio stanco disutile cuore...»Ma perchè indugiarmi a discorrere con te, o becchino che mi sei ancor distante, quando la vita è tuttora bella, ed in queste giornate di sole Roma splende, quasi fosse un mosaico di gioielli, e sembra tuttavia la città miracolosa dove il destino d'un uomo, la sua giovinezza, i suoi liberi sogni possono ad ogni giorno rifiorire?Orsù amici! Sono ancora quel patrizio romano che vi stupiva con le sue liberalità; ho ancora banchetti sontuosi da offrire all'ingordigia dei parassiti, lucenti sale da schiudere agli ozi delle mie clientele; ho ancora eleganze da insegnare, denaro da spendere, ottimi cavalli da cavalcare, magnifici cocchi sui quali trascinarvi nei viali delle profumate ville romane, mentre lontano, al vento, si disperderà in un leggero nembo di polvere il confuso rumor d'applausi e l'ira delle attonite platee...La casa Guelfo ha riscattata la signoria che i suoi maggiori le avevan tramandata per secoli di splendore; sul pennone di Torre Guelfa sventola il vessillo antico signoreggiando l'aria verso il monte e verso il mare.Il feudo è risorto; le terre, libere d'ogni gravezza, [pg!402] ricomperate o rivendicate, biondeggiano di folte messi e maturano vigne al sole; ancora, quando passo, calco la terra mia. E perchè non perisca il mio nome — la cosa più bella che portai, — da due anni aspetto con impazienza l'erede.La buona sorte, mia fedele amica, mi ha dunque tutto recato, anche — bisogna credere — la felicità. Solo, di quando in quando, nelle ore di solitudine, viene a sedermi sulle ginocchia una piccola sconosciuta, e mi butta le braccia intorno al collo, rovesciando la sua testolina bionda, e parla, e parla, e sorride, la mia bambina di laggiù...Allora sorgo in fretta, faccio attaccare a quattro redini la pariglia saura con i morelli di tre balzane, ed esco guidando la quadriglia, che scalpita per l'acciottolato.Su l'arco del palazzo Laurenzano splende l'arma dei Guelfo di Materdomini; ed il suo motto dice:«Placet, si vis, Domine.»————FINEDELLO STESSO AUTOREL'amore che torna — 1908Ultima edizione: dal 101.º al 150.º migliaioRomanzoColei che non si deve amare — 1910Ultima ediz.: dal 131.º al 180.º migliaioRomanzoLa vita comincia domani — 1912Ultima ediz.: dal 106.º al 155.º migliaioRomanzoIl Cavaliere dello Spirito Santo — 1914dal 41.º al 70.º migliaioStoria di una giornataLa donna che inventò l'amore — 1915Ultima ediz.: dal 96.º al 145.º migliaioRomanzoMimi Bluette, fiore del mio giardino — 1916Ultima ediz.: dal 111.º al 160.º migliaioRomanzoIl libro del mio sogno errante — 1919Ultima ediz.: dal 51.º al 100.º migliaioSciogli la treccia, Maria Maddalena — 1920Terza ediz.: dal 101.º al 150.º migliaioRomanzoLe altre opere sono esaurite o fuori commercio e l'A. ne vieta la ristampa.Nota degli Editori.*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK L'AMORE CHE TORNA ***
XIBecchino che mi seppellirai, se tu sapessi che i morti parlano, avresti certamente un senso di paura nel compiere il tuo lugubre mestiere.In verità i morti parlano, ed io, quando verrai per seppellirmi, comincerò con farti un lungo discorso e rettorico, del quale potrebbe anche darsi che tu non intendessi una sillaba.Ma questo che importa? È un bisogno bizzarro che i morti hanno di essere una volta sinceri, quando più non li vigila nessuna prudenza umana, quando più non li stringe alcuna vanagloria di sè stessi, e nel becchino che li sdraia dentro la cassa di freddo rovere vedono quasi un ultimo funzionario della società umana, che viene per buttarli nella fossa come in un sacro immondezzaio; un funzionario alieno da metafisiche, immemore d'essere a sua volta un cadavere imminente, quindi una persona di buon senso, che valuta l'uomo e la sua spoglia con ammirevole semplicità.Tu hai, becchino, l'abitudine della morte; non la temi non la veneri, non la compiangi; con te si può dunque parlare.Io non ti conosco di persona, ma t'immagino qual sei, anzi mi sembra d'averti una volta incontrato, per istrada, o chissà dove, passando. Poichè, di fatti, ogni vita finisce in polvere ed ogni uomo ha nel mondo il suo becchino che l'aspetta. Qualche volta, uscendo fuor di casa, può darsi che in lui ci s'imbatta viso a viso: ognuno prosegue per i fatti suoi... ci s'incontrerà più tardi...Più tardi. E mentre il mio becchino porta me al cimitero, [pg!398] avviene che il suo proprio lo rasenti gomito a gomito, e passando gli getti un mozzicone di sigaro fra i piedi. È singolare, ma non è forse neanche triste. La vita, la morte: due diversi enigmi d'un fenomeno più grande, che non conosciamo; due forze contrarie che si elidono, due potenze nemiche ma inestricabili, che infuriano attraverso la materia, senza una meta palese.Ho scritto il libro della mia vita; vi manca una pagina: te la racconto, becchino.Dunque non ti conosco, eppure so come sei: un uomo robusto e ruvido, qualcosa tra il facchino in livrea ed il sacerdote in abito civile. Sai di tabacco e d'incenso, di chiesa e d'osteria. L'uniforme tetra non riesce a toglierti quel non so che di gioviale che ti trapela dalla fisionomia; siccome vedi sempre piangere, hai voglia di ridere: è naturale.Fra le tante cose delle quali non ho saputo rendermi conto nella vita, è quella di non aver saputo comprendere come mai, fra i tanti mestieri che vi son da fare al mondo, un uomo possa liberamente scegliersi quello del becchino. È forse una vocazione come tutte le altre, una vocazione macabra, che mi dà tuttavia da riflettere.Tu, per esempio, hai una bella corporatura, sei d'ómeri quadrati ed hai un incedere maestoso... avresti potuto con indifferenza fare il carabiniere, il portiere d'un palazzo, che so io? il custode d'una fabbrica, e perchè no? magari il secondino in un reclusorio. Invece, nient'affatto! Un bel giorno ti sei sentito spinto verso le pompe funebri e ti è piaciuto affrontare la vita nella triste qualità del beccamorto.Può darsi che la familiarità con la quale tu avvicini e maneggi il cadavere, senz'ombra di quella paura ch'esso incute ai pavidi mortali, ti dia su la comune folla degli uomini un senso quasi di potenza e di coraggiosa virilità. Inoltre il mestiere ha i suoi lati buoni; si ha da fare coi preti, che son gente accorta, si va per le case altrui, sbirciando nel cuore delle famiglie; la fatica, se talvolta è gravosa, in compenso non è lunga, e, mentre tutte [pg!399] l'altre industrie possono allentarsi o far difetto all'operaio, quella delle sepolture non varia, e di morti ve ne son tanti ogni giorno, ricchi e poveri, dappertutto.Nella mia casa, quando verrai a prendermi, sarai trattato coi dovuti riguardi, ed il mio maggiordomo, ch'è una persona ospitale, ti darà certo un buon calice da tracannare. In questo modo io sarò per te un di que' morti coi quali occorrono, è vero, molte cerimonie, ma che hanno il merito in compenso di abbandonare un'ottima cantina. E terrai a mente la casa, come una di quelle ove sarebbe opportuno si morisse di frequente.Orbene, senza che tu neppure te n'accorga, io ti farò dalla morte le mie confessioni estreme.«Brav'uomo, — ti dirò, senza muovere la bocca suggellata, — brav'uomo, fa piano! e bada che non cápita spesso ad un volgare becchino par tuo di mettere sotto la terra un uomo quale io fui. In verità sono stato un inutile; ho avuti alcuni desiderii grandi, che nel mio cuore inane si spensero come incendi effimeri di festuche in un campo, brillarono e caddero come il razzo vanaglorioso d'un fuoco artificiale.Poichè dietro me strisciava il senso della universale inutilità, l'odio per le cose piccole, senza il fervore per le grandi, e mi sono cullato nelle braccia della fortuna come sopra una insommergibile nave.La vita, quand'essa mi piacque, me la ghermii come un'amante barbara; quando n'ebbi tutto spremuto il natural piacere, ancora me ne saziai come d'una invereconda cortigiana. Sono stato con allegrezza uno sciupatore indolente, un magnifico dissipatore di tutti quei beni ch'ella mi diede in retaggio, e se non volli insignorirmi d'alcuna sua podestà, fu solo perchè il dominio mi parve una fatica inutile.Questa, becchino, è la sintesi di tutto: «Inutile.» Questa è la parola ch'io vidi splendere su la totale conoscenza della vita, come un disperato limite, che invano tentai di varcare.Talvolta mi resse nondimeno quella superiore coscienza [pg!400] della propria elevazione che alimenta il fervore dei mistici e dei tiranni; sebbene il mio spirito fosse pieno d'esilio come un oceano lo è di lontananza, e di vento e d'ombra una fredda solitudine.Sì, becchino, queste orgogliose parole non ti faccian sorridere. Provengon da un'oscura fede nella mia potenza, da un ingenito senso della mia diversità, la quale mi collocava, per una specie d'inerte potere, al di sopra della turba, e di là, senz'alcuna grandezza, guardavo tuttavia nel mondo come da un'altura. Poichè non la mia vita vissi, ma quella, forse dispregevole, del mio nemico interiore.Fa piano a depormi nel féretro, o scortese becchino!... Questo mio corpo che malamente scuoti, fu amato in verità e cosparso di carezze dalle calde labbra e dalle bianche mani di molte donne soavissime. Or queste si affaccian su l'orlo della cassa ove mi poni, e guardano.Ahimè! ricoprimi bene la faccia, ch'elle non mi vedano così bianco! Due più curve stanno, e, quasi più attente, cercano d'interrogare il silenzio, d'indovinare la morte. Una di gramaglie veste, ma l'altra è vestita di sole, perchè i suoi capelli conservano quel colore indefinibile dell'oro antico e del bronzo, che fascia il suo volto fermo in un velo di scintillante oscurità.Entrambe da me non seppero qual d'esse il mio sterile cuore abbia veramente amata. Ma ora, prima che il coperchio di piombo mi sia la più diuturna coltre, ora domandano con paura — (e non le odi tu forse?) — domandano: «Quale?»Becchino disattento, becchino privo di urbanità, poichè non posso io rispondere con le mie suggellate labbra, e tu per me rispondi:«Amò di voi la più lontana, quella che si chiamò «Perduta», quella che si adornò per lui d'un nome ancora più torbido, «Sconosciuta?...»Su la tua bocca odorosa di forte vino e di aspro tabacco, le belle frasi ch'io ti suggerisco parranno quasi una celia inconsapevole; ma tu non mutarne sillaba e fedelmente ripeti:[pg!401] «Amò di voi quella che parve al suo amore più vietata, sebbene quest'uomo che io seppellisco porti con sè nella fossa un cuore povero come la morte.»Ma se colei non t'ascolti che veste le gramaglie della vedova, e l'altra, nei chiari occhi, paia della mia morte pensosa, su questa cùrvati e dille, o buon seppellitore, ma furtivamente, all'orecchio dille, che soltanto lontani, oltre la rinunzia, dopo l'irreparabile, al di là dall'amore si ama; soltanto nella memoria, nella impossibilità si ama... A lei dillo, becchino, a lei sola... e che l'altra, la mia vedova, non oda. Perchè fino all'ultimo giorno ella mi conobbe ormai per un marito fedele, nè io vorrei farla soffrire in cambio del bene che mi diede.La sua dolce anima vegliava intorno alla mia tepida indolenza come la lampada funeraria veglierà fra poco sul marmo della mia sepoltura; nel mondo ella non ebbe altra gioia, se non quella di riscaldare con il suo àlito il mio stanco disutile cuore...»Ma perchè indugiarmi a discorrere con te, o becchino che mi sei ancor distante, quando la vita è tuttora bella, ed in queste giornate di sole Roma splende, quasi fosse un mosaico di gioielli, e sembra tuttavia la città miracolosa dove il destino d'un uomo, la sua giovinezza, i suoi liberi sogni possono ad ogni giorno rifiorire?Orsù amici! Sono ancora quel patrizio romano che vi stupiva con le sue liberalità; ho ancora banchetti sontuosi da offrire all'ingordigia dei parassiti, lucenti sale da schiudere agli ozi delle mie clientele; ho ancora eleganze da insegnare, denaro da spendere, ottimi cavalli da cavalcare, magnifici cocchi sui quali trascinarvi nei viali delle profumate ville romane, mentre lontano, al vento, si disperderà in un leggero nembo di polvere il confuso rumor d'applausi e l'ira delle attonite platee...La casa Guelfo ha riscattata la signoria che i suoi maggiori le avevan tramandata per secoli di splendore; sul pennone di Torre Guelfa sventola il vessillo antico signoreggiando l'aria verso il monte e verso il mare.Il feudo è risorto; le terre, libere d'ogni gravezza, [pg!402] ricomperate o rivendicate, biondeggiano di folte messi e maturano vigne al sole; ancora, quando passo, calco la terra mia. E perchè non perisca il mio nome — la cosa più bella che portai, — da due anni aspetto con impazienza l'erede.La buona sorte, mia fedele amica, mi ha dunque tutto recato, anche — bisogna credere — la felicità. Solo, di quando in quando, nelle ore di solitudine, viene a sedermi sulle ginocchia una piccola sconosciuta, e mi butta le braccia intorno al collo, rovesciando la sua testolina bionda, e parla, e parla, e sorride, la mia bambina di laggiù...Allora sorgo in fretta, faccio attaccare a quattro redini la pariglia saura con i morelli di tre balzane, ed esco guidando la quadriglia, che scalpita per l'acciottolato.Su l'arco del palazzo Laurenzano splende l'arma dei Guelfo di Materdomini; ed il suo motto dice:«Placet, si vis, Domine.»————FINEDELLO STESSO AUTOREL'amore che torna — 1908Ultima edizione: dal 101.º al 150.º migliaioRomanzoColei che non si deve amare — 1910Ultima ediz.: dal 131.º al 180.º migliaioRomanzoLa vita comincia domani — 1912Ultima ediz.: dal 106.º al 155.º migliaioRomanzoIl Cavaliere dello Spirito Santo — 1914dal 41.º al 70.º migliaioStoria di una giornataLa donna che inventò l'amore — 1915Ultima ediz.: dal 96.º al 145.º migliaioRomanzoMimi Bluette, fiore del mio giardino — 1916Ultima ediz.: dal 111.º al 160.º migliaioRomanzoIl libro del mio sogno errante — 1919Ultima ediz.: dal 51.º al 100.º migliaioSciogli la treccia, Maria Maddalena — 1920Terza ediz.: dal 101.º al 150.º migliaioRomanzoLe altre opere sono esaurite o fuori commercio e l'A. ne vieta la ristampa.Nota degli Editori.*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK L'AMORE CHE TORNA ***
Becchino che mi seppellirai, se tu sapessi che i morti parlano, avresti certamente un senso di paura nel compiere il tuo lugubre mestiere.
In verità i morti parlano, ed io, quando verrai per seppellirmi, comincerò con farti un lungo discorso e rettorico, del quale potrebbe anche darsi che tu non intendessi una sillaba.
Ma questo che importa? È un bisogno bizzarro che i morti hanno di essere una volta sinceri, quando più non li vigila nessuna prudenza umana, quando più non li stringe alcuna vanagloria di sè stessi, e nel becchino che li sdraia dentro la cassa di freddo rovere vedono quasi un ultimo funzionario della società umana, che viene per buttarli nella fossa come in un sacro immondezzaio; un funzionario alieno da metafisiche, immemore d'essere a sua volta un cadavere imminente, quindi una persona di buon senso, che valuta l'uomo e la sua spoglia con ammirevole semplicità.
Tu hai, becchino, l'abitudine della morte; non la temi non la veneri, non la compiangi; con te si può dunque parlare.
Io non ti conosco di persona, ma t'immagino qual sei, anzi mi sembra d'averti una volta incontrato, per istrada, o chissà dove, passando. Poichè, di fatti, ogni vita finisce in polvere ed ogni uomo ha nel mondo il suo becchino che l'aspetta. Qualche volta, uscendo fuor di casa, può darsi che in lui ci s'imbatta viso a viso: ognuno prosegue per i fatti suoi... ci s'incontrerà più tardi...
Più tardi. E mentre il mio becchino porta me al cimitero, [pg!398] avviene che il suo proprio lo rasenti gomito a gomito, e passando gli getti un mozzicone di sigaro fra i piedi. È singolare, ma non è forse neanche triste. La vita, la morte: due diversi enigmi d'un fenomeno più grande, che non conosciamo; due forze contrarie che si elidono, due potenze nemiche ma inestricabili, che infuriano attraverso la materia, senza una meta palese.
Ho scritto il libro della mia vita; vi manca una pagina: te la racconto, becchino.
Dunque non ti conosco, eppure so come sei: un uomo robusto e ruvido, qualcosa tra il facchino in livrea ed il sacerdote in abito civile. Sai di tabacco e d'incenso, di chiesa e d'osteria. L'uniforme tetra non riesce a toglierti quel non so che di gioviale che ti trapela dalla fisionomia; siccome vedi sempre piangere, hai voglia di ridere: è naturale.
Fra le tante cose delle quali non ho saputo rendermi conto nella vita, è quella di non aver saputo comprendere come mai, fra i tanti mestieri che vi son da fare al mondo, un uomo possa liberamente scegliersi quello del becchino. È forse una vocazione come tutte le altre, una vocazione macabra, che mi dà tuttavia da riflettere.
Tu, per esempio, hai una bella corporatura, sei d'ómeri quadrati ed hai un incedere maestoso... avresti potuto con indifferenza fare il carabiniere, il portiere d'un palazzo, che so io? il custode d'una fabbrica, e perchè no? magari il secondino in un reclusorio. Invece, nient'affatto! Un bel giorno ti sei sentito spinto verso le pompe funebri e ti è piaciuto affrontare la vita nella triste qualità del beccamorto.
Può darsi che la familiarità con la quale tu avvicini e maneggi il cadavere, senz'ombra di quella paura ch'esso incute ai pavidi mortali, ti dia su la comune folla degli uomini un senso quasi di potenza e di coraggiosa virilità. Inoltre il mestiere ha i suoi lati buoni; si ha da fare coi preti, che son gente accorta, si va per le case altrui, sbirciando nel cuore delle famiglie; la fatica, se talvolta è gravosa, in compenso non è lunga, e, mentre tutte [pg!399] l'altre industrie possono allentarsi o far difetto all'operaio, quella delle sepolture non varia, e di morti ve ne son tanti ogni giorno, ricchi e poveri, dappertutto.
Nella mia casa, quando verrai a prendermi, sarai trattato coi dovuti riguardi, ed il mio maggiordomo, ch'è una persona ospitale, ti darà certo un buon calice da tracannare. In questo modo io sarò per te un di que' morti coi quali occorrono, è vero, molte cerimonie, ma che hanno il merito in compenso di abbandonare un'ottima cantina. E terrai a mente la casa, come una di quelle ove sarebbe opportuno si morisse di frequente.
Orbene, senza che tu neppure te n'accorga, io ti farò dalla morte le mie confessioni estreme.
«Brav'uomo, — ti dirò, senza muovere la bocca suggellata, — brav'uomo, fa piano! e bada che non cápita spesso ad un volgare becchino par tuo di mettere sotto la terra un uomo quale io fui. In verità sono stato un inutile; ho avuti alcuni desiderii grandi, che nel mio cuore inane si spensero come incendi effimeri di festuche in un campo, brillarono e caddero come il razzo vanaglorioso d'un fuoco artificiale.
Poichè dietro me strisciava il senso della universale inutilità, l'odio per le cose piccole, senza il fervore per le grandi, e mi sono cullato nelle braccia della fortuna come sopra una insommergibile nave.
La vita, quand'essa mi piacque, me la ghermii come un'amante barbara; quando n'ebbi tutto spremuto il natural piacere, ancora me ne saziai come d'una invereconda cortigiana. Sono stato con allegrezza uno sciupatore indolente, un magnifico dissipatore di tutti quei beni ch'ella mi diede in retaggio, e se non volli insignorirmi d'alcuna sua podestà, fu solo perchè il dominio mi parve una fatica inutile.
Questa, becchino, è la sintesi di tutto: «Inutile.» Questa è la parola ch'io vidi splendere su la totale conoscenza della vita, come un disperato limite, che invano tentai di varcare.
Talvolta mi resse nondimeno quella superiore coscienza [pg!400] della propria elevazione che alimenta il fervore dei mistici e dei tiranni; sebbene il mio spirito fosse pieno d'esilio come un oceano lo è di lontananza, e di vento e d'ombra una fredda solitudine.
Sì, becchino, queste orgogliose parole non ti faccian sorridere. Provengon da un'oscura fede nella mia potenza, da un ingenito senso della mia diversità, la quale mi collocava, per una specie d'inerte potere, al di sopra della turba, e di là, senz'alcuna grandezza, guardavo tuttavia nel mondo come da un'altura. Poichè non la mia vita vissi, ma quella, forse dispregevole, del mio nemico interiore.
Fa piano a depormi nel féretro, o scortese becchino!... Questo mio corpo che malamente scuoti, fu amato in verità e cosparso di carezze dalle calde labbra e dalle bianche mani di molte donne soavissime. Or queste si affaccian su l'orlo della cassa ove mi poni, e guardano.
Ahimè! ricoprimi bene la faccia, ch'elle non mi vedano così bianco! Due più curve stanno, e, quasi più attente, cercano d'interrogare il silenzio, d'indovinare la morte. Una di gramaglie veste, ma l'altra è vestita di sole, perchè i suoi capelli conservano quel colore indefinibile dell'oro antico e del bronzo, che fascia il suo volto fermo in un velo di scintillante oscurità.
Entrambe da me non seppero qual d'esse il mio sterile cuore abbia veramente amata. Ma ora, prima che il coperchio di piombo mi sia la più diuturna coltre, ora domandano con paura — (e non le odi tu forse?) — domandano: «Quale?»
Becchino disattento, becchino privo di urbanità, poichè non posso io rispondere con le mie suggellate labbra, e tu per me rispondi:
«Amò di voi la più lontana, quella che si chiamò «Perduta», quella che si adornò per lui d'un nome ancora più torbido, «Sconosciuta?...»
Su la tua bocca odorosa di forte vino e di aspro tabacco, le belle frasi ch'io ti suggerisco parranno quasi una celia inconsapevole; ma tu non mutarne sillaba e fedelmente ripeti:
[pg!401] «Amò di voi quella che parve al suo amore più vietata, sebbene quest'uomo che io seppellisco porti con sè nella fossa un cuore povero come la morte.»
Ma se colei non t'ascolti che veste le gramaglie della vedova, e l'altra, nei chiari occhi, paia della mia morte pensosa, su questa cùrvati e dille, o buon seppellitore, ma furtivamente, all'orecchio dille, che soltanto lontani, oltre la rinunzia, dopo l'irreparabile, al di là dall'amore si ama; soltanto nella memoria, nella impossibilità si ama... A lei dillo, becchino, a lei sola... e che l'altra, la mia vedova, non oda. Perchè fino all'ultimo giorno ella mi conobbe ormai per un marito fedele, nè io vorrei farla soffrire in cambio del bene che mi diede.
La sua dolce anima vegliava intorno alla mia tepida indolenza come la lampada funeraria veglierà fra poco sul marmo della mia sepoltura; nel mondo ella non ebbe altra gioia, se non quella di riscaldare con il suo àlito il mio stanco disutile cuore...»
Ma perchè indugiarmi a discorrere con te, o becchino che mi sei ancor distante, quando la vita è tuttora bella, ed in queste giornate di sole Roma splende, quasi fosse un mosaico di gioielli, e sembra tuttavia la città miracolosa dove il destino d'un uomo, la sua giovinezza, i suoi liberi sogni possono ad ogni giorno rifiorire?
Orsù amici! Sono ancora quel patrizio romano che vi stupiva con le sue liberalità; ho ancora banchetti sontuosi da offrire all'ingordigia dei parassiti, lucenti sale da schiudere agli ozi delle mie clientele; ho ancora eleganze da insegnare, denaro da spendere, ottimi cavalli da cavalcare, magnifici cocchi sui quali trascinarvi nei viali delle profumate ville romane, mentre lontano, al vento, si disperderà in un leggero nembo di polvere il confuso rumor d'applausi e l'ira delle attonite platee...
La casa Guelfo ha riscattata la signoria che i suoi maggiori le avevan tramandata per secoli di splendore; sul pennone di Torre Guelfa sventola il vessillo antico signoreggiando l'aria verso il monte e verso il mare.
Il feudo è risorto; le terre, libere d'ogni gravezza, [pg!402] ricomperate o rivendicate, biondeggiano di folte messi e maturano vigne al sole; ancora, quando passo, calco la terra mia. E perchè non perisca il mio nome — la cosa più bella che portai, — da due anni aspetto con impazienza l'erede.
La buona sorte, mia fedele amica, mi ha dunque tutto recato, anche — bisogna credere — la felicità. Solo, di quando in quando, nelle ore di solitudine, viene a sedermi sulle ginocchia una piccola sconosciuta, e mi butta le braccia intorno al collo, rovesciando la sua testolina bionda, e parla, e parla, e sorride, la mia bambina di laggiù...
Allora sorgo in fretta, faccio attaccare a quattro redini la pariglia saura con i morelli di tre balzane, ed esco guidando la quadriglia, che scalpita per l'acciottolato.
Su l'arco del palazzo Laurenzano splende l'arma dei Guelfo di Materdomini; ed il suo motto dice:
«Placet, si vis, Domine.»
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FINE
FINE
DELLO STESSO AUTOREL'amore che torna — 1908Ultima edizione: dal 101.º al 150.º migliaioRomanzoColei che non si deve amare — 1910Ultima ediz.: dal 131.º al 180.º migliaioRomanzoLa vita comincia domani — 1912Ultima ediz.: dal 106.º al 155.º migliaioRomanzoIl Cavaliere dello Spirito Santo — 1914dal 41.º al 70.º migliaioStoria di una giornataLa donna che inventò l'amore — 1915Ultima ediz.: dal 96.º al 145.º migliaioRomanzoMimi Bluette, fiore del mio giardino — 1916Ultima ediz.: dal 111.º al 160.º migliaioRomanzoIl libro del mio sogno errante — 1919Ultima ediz.: dal 51.º al 100.º migliaioSciogli la treccia, Maria Maddalena — 1920Terza ediz.: dal 101.º al 150.º migliaioRomanzoLe altre opere sono esaurite o fuori commercio e l'A. ne vieta la ristampa.Nota degli Editori.
DELLO STESSO AUTORE
L'amore che torna — 1908Ultima edizione: dal 101.º al 150.º migliaioRomanzoColei che non si deve amare — 1910Ultima ediz.: dal 131.º al 180.º migliaioRomanzoLa vita comincia domani — 1912Ultima ediz.: dal 106.º al 155.º migliaioRomanzoIl Cavaliere dello Spirito Santo — 1914dal 41.º al 70.º migliaioStoria di una giornataLa donna che inventò l'amore — 1915Ultima ediz.: dal 96.º al 145.º migliaioRomanzoMimi Bluette, fiore del mio giardino — 1916Ultima ediz.: dal 111.º al 160.º migliaioRomanzoIl libro del mio sogno errante — 1919Ultima ediz.: dal 51.º al 100.º migliaioSciogli la treccia, Maria Maddalena — 1920Terza ediz.: dal 101.º al 150.º migliaioRomanzo
L'amore che torna — 1908Ultima edizione: dal 101.º al 150.º migliaioRomanzoColei che non si deve amare — 1910Ultima ediz.: dal 131.º al 180.º migliaioRomanzoLa vita comincia domani — 1912Ultima ediz.: dal 106.º al 155.º migliaioRomanzoIl Cavaliere dello Spirito Santo — 1914dal 41.º al 70.º migliaioStoria di una giornataLa donna che inventò l'amore — 1915Ultima ediz.: dal 96.º al 145.º migliaioRomanzoMimi Bluette, fiore del mio giardino — 1916Ultima ediz.: dal 111.º al 160.º migliaioRomanzoIl libro del mio sogno errante — 1919Ultima ediz.: dal 51.º al 100.º migliaioSciogli la treccia, Maria Maddalena — 1920Terza ediz.: dal 101.º al 150.º migliaioRomanzo
L'amore che torna — 1908
Ultima edizione: dal 101.º al 150.º migliaioRomanzo
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Ultima edizione: dal 101.º al 150.º migliaioRomanzo
Colei che non si deve amare — 1910
Ultima ediz.: dal 131.º al 180.º migliaioRomanzo
Ultima ediz.: dal 131.º al 180.º migliaioRomanzo
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La vita comincia domani — 1912
Ultima ediz.: dal 106.º al 155.º migliaioRomanzo
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Il Cavaliere dello Spirito Santo — 1914
dal 41.º al 70.º migliaioStoria di una giornata
dal 41.º al 70.º migliaioStoria di una giornata
dal 41.º al 70.º migliaioStoria di una giornata
La donna che inventò l'amore — 1915
Ultima ediz.: dal 96.º al 145.º migliaioRomanzo
Ultima ediz.: dal 96.º al 145.º migliaioRomanzo
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Mimi Bluette, fiore del mio giardino — 1916
Ultima ediz.: dal 111.º al 160.º migliaioRomanzo
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Ultima ediz.: dal 111.º al 160.º migliaioRomanzo
Il libro del mio sogno errante — 1919
Ultima ediz.: dal 51.º al 100.º migliaio
Ultima ediz.: dal 51.º al 100.º migliaio
Sciogli la treccia, Maria Maddalena — 1920
Terza ediz.: dal 101.º al 150.º migliaioRomanzo
Terza ediz.: dal 101.º al 150.º migliaioRomanzo
Le altre opere sono esaurite o fuori commercio e l'A. ne vieta la ristampa.
Nota degli Editori.
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