«Et vulgo faciunt id lutea intenta theatrisPer malos vulgata trabesque trementia flutant»[402].
«Et vulgo faciunt id lutea intenta theatrisPer malos vulgata trabesque trementia flutant»[402].
«Et vulgo faciunt id lutea intenta theatris
Per malos vulgata trabesque trementia flutant»[402].
Il primo che introdusse la tela da navi colorata nei teatri fu, per testimonianza di Plinio[403], Q. Catulo, allorquando dedicò il Campidoglio. Questa tela parve troppo rozza a Lentulo Spinter, e nei giuochi apollinari, come scrive il citato autore, usò per primo nel teatro vele di finissimo lino: «Carbasina deinde vela primus in theatro duxisse traditur Lentulus Spinter apollinaribus ludis»[404]. Ed infine lo stesso Plinio ci attesta che Nerone adornò le vele con ricami d’oro:Vela nuper colore caeli stellata per rudentes, terra etiam in amphitheatris principis Neronis rubente»[405].
Sembra che i velarî ordinariamente s’incominciassero a stendere in primavera. L’apprendiamo da dueAVVISI, scoperti in Pompei, scritti in caratteri rossi, nel primo dei quali Numerio Popidio Rufo notificava al pubblico che egli il 29 d’Ottobre avrebbe dato in quella città una caccia, e che il 29 di Aprile l’anfiteatro sarebbe stato coperto con velario. L’altroavvisofu scoperto sullaVia degli Augustali[406].
Relativamente alla struttura del velario, non s’ha a credere che questa sia una cosa tanto facile ad immaginarsi come comunemente si ritiene. Finoa pensare che vi dovè essere un’armatura, probabilmente di corde, costituita da duecento quaranta raggi, che partendo dalle travi verticali andassero a rannodarsi ad un ovale centrale più o meno ampio, non vi si trova difficoltà. Ma se si rifletta che il peso dei canapi, delle carrucole, delle tende e delle corde che servivano per tirarle, avrebbe fatto necessariamente calare, e non poco, l’ovale centrale, e fatto rimanere il velario pendente in basso, producendo un pessimo effetto ed una disgustosa soffocazione negli spettatori delportico; siamo costretti a ricercar il modo con cui avranno gli antichi cercato di evitare quello sconcio.
Per ottenere lo scopo, si dovea far sì che l’ovale, e quindi i raggi fossero, per quanto era fisicamente possibile, orizzontalmente tesi: in questo caso le tende, attaccate per un capo all’ovale e fissato per l’altro al disopra dell’attico del porticato, avrebbero formato un dolce padiglione dall’alto in basso, producendo un gradevole effetto.
Questa tensione (che dovea essere fortissima, a cagione del non intercedere tra il piano delletestatedelle travi e quello dell’attico del colonnato spazio maggiore di tre metri) non si sarebbe potuta ottenere che per mezzo di verricelli, i quali agissero su ciascuno dei duecento quaranta raggi.
Il Canina saggiamente opinò che alle travi esterne ne corrispondessero altre all’interno dell’edificio, onde ottenere maggiore resistenza. Erano esse necessariamente collegate insieme per mezzo di traverse, formando tutto un sistema. Ce l’assicura Calpurnio: «Vidimus in coelum trabibus spectaculaTEXTIS»:
«Coronato di traviin un contesteVidi il superbo Anfiteatro al cieloSurgere. . . . . . . . . . .»
«Coronato di traviin un contesteVidi il superbo Anfiteatro al cieloSurgere. . . . . . . . . . .»
«Coronato di traviin un conteste
Vidi il superbo Anfiteatro al cielo
Surgere. . . . . . . . . . .»
traduce il Biondi.
Alletestatedelle travi interne erano fissate robuste carrucole, a fin di mandare verticalmente le funi ad arrotolarsi ai verricelli orizzontali, i sostegni dei quali poggiavano sul pavimento del portico, ed erano assicurati con arpioni alla parete di perimetro dell’Anfiteatro.
È bene qui notare che letestatedelle travi che sostenevano il soffitto del portico e il soprapposto pavimento, oltre ad essere incassate nella cortina del muro di perimetro, poggiavano sopra solidi mensoloni; e questo dimostra che quelletestatedovevano sopportare un peso maggiore di quello d’un soffitto e di un pavimento.
Sorge una difficoltà, ed è che qualora si volesse supporre l’ovale centrale non di altra materia che di canapo, sarebbe stata cosa ben difficile fargli prendere e mantenere la sua forma regolare.
A rimediare a quest’inconveniente, si potrebbe immaginare l’ovale centrale formato di una zona orizzontale di piastra metallica, di una sufficiente consistenza e del minor peso possibile; immaginandone inoltre la periferia esterna non maggiore di quanto era necessario per attaccarvi le duecento quaranta funi, e (perchè la sua massa fosse relativamente minima) composta di due fasce riunite a traliccio. A questa zona metallica si sarebbero fissati duecento quaranta anelli, onde attaccarvi gli uncini legati ai capi dei canapi. Agli anelli avrebbero fatto capo altre duecento quaranta corde che, discendendo in dolce curva fin sopra l’attico del portico, avrebbero servito di guida al distendimento e raccoglimento delle vele.
Una corona di metallo dorato, dalla quale scendessero vele cerulee ornate di auree stelle; padiglione degno dell’imponente cavea ove tutto era splendore: «sic undique fulgor percussit»[407], sarebbe, non v’ha dubbio, una brillante idea! Ma si sarebbe potuta attuare?... La risposta la dovrebbe dare il calcolo, al quale nè io ho tempo di consacrare, nè, credo, varrebbe la pena di consacrarvelo, restando la cosa in ogni modo nel campo delle ipotesi.
L’operazione di tendere il velario si eseguiva sul terrazzo soprapposto al portico, ed era affidata a’ soldati di marina.
Lampridio[408]scrive: «Sane quum illi saepe pugnanti, ut deo, populus favisset, irrisum se credens, populum romanum a militibus classariis qui vela ducebant in amphitheatro interimi praeceperat»; e questi marinai furono certamente i Misenati, perchè essi avevano il loro quartiere nella stessa regione dell’Anfiteatro. NelCuriosume nelDe Regionibusleggiamo:III Regio.... Castra Misenatium. Preziosa indicazione topografica, la quale, mentre ci rende certi della vicinanza del quartiere dei Misenati all’Anfiteatro, dà pur anche valore alla scoperta di un frammento d’iscrizione, in cui si fa menzione deiCastra Misenatium, rinvenuto dall’Henzen tra le schede del Fea, nelle quali si attesta che il frammentofu scoperto fuori della parte semicircolare delle terme di Tito[409], ossia poco lungi dal nostro Anfiteatro.
La situazione del quartiere dei marinai della flotta di Ravenna (in Trastevere, presso la naumachia di Augusto, al servizio della quale erano destinati quei militi) rafforza l’argomento desunto dalla vicinanza del quartiere dei Misenati all’Anfiteatro Flavio, e prova che essi appunto erano iclassariidestinati a tendere il velario.
Nel 1776, alle radici dell’Esquilino verso il Colosseo, si rinvenne un raroanemoscopiodi marmo, il quale fu trasportato al Museo Vaticano, e tuttora siammira sullaLoggia del Belvedere.Esso consiste in un prisma dodecagonale, largo (da faccia a faccia) m. 0,555, e alto m. 0,30: gli spigoli, formati dalle facce laterali, sono adorni di un risalto cilindrico di m. 0,03 di diametro; e sulla faccia superiore (orizzontale), ai quattro punti cardinali, sono incisi in bella paleografia le seguenti parole:
MERIDIES — SEPTENTRIO — ORIENS — OCCIDENS. (V.Fig. 3ª).
Fig. 3.ª
Fig. 3.ª
Nel centro v’è un foro circolare del diametro di m. 0,045: in esso fu introdotta l’asta della banderuola, e tuttora si vede l’impiombatura che la fissava. Dal residuo dell’asta che rimane incassato nel foro, sappiamo che la grossezza di detta asta era di m. 0,025. (V.Fig. 4ª).
Sulle facce laterali vi sono incisi in caratteri molto spontanei, ed anche belli, i nomi dei venti (in greco ed in latino) in questo modo:
ΖΕΦΙΡΟΣFAVONIVS(V.Fig. 5ª)
ΖΕΦΙΡΟΣ
ΖΕΦΙ
ΡΟΣ
FAVONIVS(V.Fig. 5ª)
FAVO
NIVS
(V.Fig. 5ª)
Questo raro istrumento trovato presso il Colosseo, appartenne allaMole dei Flavî?
Fig. 4.ª
Fig. 4.ª
Non sarebbe certo irragionevole opinare, che, sull’alto dell’Anfiteatro, vi fosse stato unindiceesatto dei venti per norma del comandante dei Misenati; affinchè questi, conosciuta con certezza la direzione del vento, potesse (qualora impetuoso) dar ordine o di tendere le vele soltanto da quella parte in cui rimanevano a riparo, ovvero, se già distese, ordinare di ritirare quelle che si trovavano nella direzione del vento. La forma del velario richiedeva senza dubbio una sorveglianza diligente: poichè la grande apertura centrale lasciava libero adito ai venti; e questi, se si fossero introdotti sotto il velario ed avessero invaso la parte che trovavasi di fronte, avrebbero fatto sollevare violentemente le vele, le quali, agitandosi soverchiamente, avrebbero recato non poca molestia agli spettatori e causato gravi danni. Che il vento potesse danneggiare gli edificî destinati ai pubblici spettacoli, si può ragionevolmente argomentare dalla stessa lorostruttura a cielo aperto: e che talora il vento l’abbia realmente danneggiati, lo possiamo dedurre da Plauto, il quale nella sua commedia «Curcullio»[410], fa narrare alla giovanePlanesium, ciò che a questa accadde allorquando, ancor fanciulletta, assistè agli spettacoli dionisiaci, ove aveala condottaArchestratasua nutrice.Non appena questa aveaadagiato la fanciulletta nel teatro, levossi unVENTOtantoTURBINOSO,che pose a soqquadro l’intiero edificio[411].
Fig 5.ª
Fig 5.ª
La forma dell’anemoscopiorinvenuto presso il Colosseo è adattissima per ottenere il fine sopra indicato. Occorreva infatti che il comandante avesse sott’occhio e quasi direi, stando a tavolino, laRosa dei venti, e vedesse la direzione dei medesimi. Pertanto sarebbe stato necessario che il prisma dodecagonale marmoreo stasse sul terrazzo dell’Anfiteatro, nel senso del meridiano astronomico locale, e sopra un piedistallo alto 90 centimetri circa: vale a dire, collocato in modo, che, una persona in piedi, volendo, avesse potuto vedere comodamente il piano superiore dell’istrumento e leggere agevolmente i nomi dei venti incisi sulle facce laterali[412]. E perchè, guardando la faccia superioredell’istrumento, si potesse vedere la precisa direzione del vento, io congetturo che la banderuola fosse fissata ad un cannello metallico lungo quanto l’asta; che il cannello fosse appoggiato liberamente sulla punta dell’asta, ed in basso munito di unindiceorizzontale, il quale, secondando il movimento della banderuola, avrebbe mostrato sul piano, la direzione del vento. La banderuola poi, avrebbe dovuto superare l’altezza dell’attico dell’Anfiteatro, affinchè potesse esser mossa liberamente da ogni vento; e la grossezza dell’asta è tale, da potersi innalzare con ogni solidità fin oltre a due metri; altezza che, aggiunta a quella del piedestallo e del prisma soprappostogli, avrebbe permesso alla banderuola di superare l’attico di un metro e mezzo almeno.
La cura di evitare la violenza molesta del vento e i danni dei quali spesso è causa, non è cosa nuova presso gli antichi. Vitruvio prescrive che nell’edificazione di una nuova città, s’abbia riguardo alla direzione dei venti; e vuole, che, costruita la cinta, nel centro dell’area da questa racchiusa,si descriva, sopra un levigato piano di marmo(da lui chiamato «marmoreum amussium»),orizzontalmente disposto(ovvero sul suolo stesso spianato a perfezione e livellato),la Rosa dei venti; e ciò, a fin di stabilire la direzione delle vie e delle piazze tra l’una e l’altra regione degli otto venti principali; e per liberare da molestia i cittadini e da malanni la loro salute[413].
In conclusione: se in tutti gli antichi teatri ed anfiteatri era cosa prudente prevenire i pericolosi effetti del vento, nell’Anfiteatro Flavio era di necessità assoluta. Se quell’immenso velario, a tant’altezza, si fosse lasciato senza sorveglianza e a discrezione dei venti, si sarebbe facilmente potuto ivi verificare il fatto immaginato da Plauto: «Exoritur ventus: turbo: spectacula ibi ruunt». Questa necessità evidente, e la prudenza degli antichi, specialmente nelle cose pubbliche, mi hanno indotto a congetturare che quell’anemoscopiorinvenuto in prossimità del Colosseo, sia appartenuto allaMole Vespasianeaper la sorveglianza del velario. E la mia congettura trova appoggio nella bella paleografia delle quattro parole incise sulla faccia superiore dell’anemoscopio; paleografia che, per la forma e regolarità delle lettere, può convenire benissimo all’età dei Flavî. Anche le lettere dei nomi dei venti, si potrebbero forse riportare a quei tempi; perchè, quantunque siano state eseguite con minor cura e con una paleografia che tende al corsivo, pur nondimenosono di buona forma. Chè se taluno volesse ritenere quei caratteri per un’opera posteriore all’età dei Flavî, non credo che potrebbe farli discendere più giù degli inizi del secolo terzo; ed in questo caso si dovrebbe conchiudere, che i nomi dei venti furono incisi ai tempi dei grandi restauri fatti da Eliogabalo e Severo Alessandro nel nostro Anfiteatro.
***
Dopo d’aver contemplato così minutamente questa stupendamole, sorge spontaneo il desiderio di sapere chi ne fosse l’architetto. Vana speranza: il nome di questo grande giace sepolto in un oblio inesplicabile. Il silenzio dei classici e degli antichi scrittori reca veramente maraviglia! Lo stesso Marziale, che tanti epigrammi dedicò al Flavio Anfiteatro, non ne fa parola.
Chi mai fu quell’ingegno sublime che diresse questa grandiosa e sontuosa opera? È questa la domanda che in tutti i tempi, e sempre indarno, si è fatta costantemente dai dotti; questo l’oggetto perenne di congetture, questioni e dispute infruttuose. Non possediamo documento certo; e finchè questo non apparisca, l’architetto del Colosseo ci sarà sempre ignoto. Nondimeno, per ragione di storia, riporteremo qui le differenti opinioni, lasciando a ciascheduno la piena libertà di accettare quella che crederà più verisimile.
Giuseppe Antonio Guattani[414]scrive: «Gli intendenti non lasciano di censurare le parti di quest’edificio (del Colosseo), trovandovi profili inesatti, modinature cangianti di altezza, di misure e distanze non corrispondenti. Al Serlio piacquero sì poco tutte le cornici, che le chiamò tedesche(!), deducendone che l’ARCHITETTOfu sicuramente un tedesco». In nota poi aggiunge: «Marziale, ne fa autore un certo Rabirio, architetto della casa di Domiziano, perchè di tutta la fabbrica vorrebbe darne l’onore a quell’Augusto, il di cui pane mangiava. Ma è a tutti noto il dolce stomachevole di quel suo epigramma. Se ne fa generalmente autore un certoGaudenzio cristiano, in vigore di una iscrizione (che trovasi) nel sotterraneo di S. Martina; oscura per altro, e che poco persuade».
Dalle parole del Guattani rileviamo chiaramente che il preteso architetto dell’Anfiteatro o fu un tedesco, o fu Rabirio, o, finalmente, un cristiano di nome Gaudenzio.
La prima opinione è del Serlio. Che Vespasiano si fosse servito di un tedesco, non sarebbe cosa da recar maraviglia. Le province Germaniche erano già soggette all’Impero, ed uno schiavo di quelle regioni, reso libero, potè benissimoservire l’Imperatore in qualità di architetto. L’opera di artisti liberti prestata ai reggitori dell’Impero non è una novità per gli archeologi. Ma dedurre assolutamente la nazionalità dell’architetto dalle modinature è un po’ troppo! Molto più che la fretta con cui furono eseguiti i lavori dell’Anfiteatro, tradì il pensiero dell’architetto. Forse un anacronismo trasse il Serlio a quella conclusione, credendo di vedervi rispecchiate le goffe cornici gotiche degli edifici settentrionali dell’epoca, come si suol dire,antico-moderna.
La seconda opinione ne fa architetto Rabirio. I sostenitori di questa s’appoggiano al LV epigramma del lib. VII di Marziale, il quale dice:
«Astra polumque tua cepisti mente, Rabiri,Parrhasiam mira qui struis antedomum;Phidiaco si digna Jovi dare templa parabitHas petat a nostro Pisa Tonante manus».
«Astra polumque tua cepisti mente, Rabiri,Parrhasiam mira qui struis antedomum;Phidiaco si digna Jovi dare templa parabitHas petat a nostro Pisa Tonante manus».
«Astra polumque tua cepisti mente, Rabiri,
Parrhasiam mira qui struis antedomum;
Phidiaco si digna Jovi dare templa parabit
Has petat a nostro Pisa Tonante manus».
Ma chi non vede che qui Marziale non parla dell’Anfiteatro, bensì della costruzione di unadomumdiretta da Rabirio, il quale era architetto non diVespasianoma diDomiziano? E chi ignora che quando «nell’anno 80 fu solennemente dedicato (l’Anfiteatro) esso era stato recato a compimento, salvo forse nei particolari dell’ornamentazione, i quali saranno stati perfezionati dal Domiziano»?[415].
La terza opinione, finalmente, sostenuta dal Marangoni e da altri scrittori, attribuisce la direzione del nostro augusto monumento ad un cristiano di nome Gaudenzio.
Il Nibby[416]dice che ai suoi tempi «i più s’inclinavano ad accettare quest’opinione». I moderni però la rigettano unanimemente.
Ciò che fece credere al Marangoni e a tutti i seguaci di quest’opinione che fosse Gaudenzio l’architetto dell’Anfiteatro Flavio, fu una lapide con iscrizione cristiana rinvenuta nel cimitero di S. Agnese[417]. Riporto qui le parole del Bellori contemporaneo della scoperta: «Non pigeat hic inscriptionem veterem advertere quae Amphitheatri Flavii architecto adscribitur, elapsis annis reperta erutaque in coemeterio divae Agnetis via Nomentana.... neque spuria reque recens, sed orthographia et caractheres longe sequiorem Vespasiano Augusto aetatem indicant»[418].
La paleografia di questa lapide, la quale, come dice il Muratori,già esisteva presso Pietro da Cortona e schedis Ptolomaeis, ci riporterebbe (secondoil Nibby)[419]al secolo V dell’êra volgare; ed il Nibby stesso aggiunge che l’iscrizione non dichiara che Gaudenzio fosse l’architetto, ma che solo si può dedurre aver Gaudenzio lavorato in quest’Anfiteatro. Detta epigrafe non è stata mai pubblicata conforme all’originale. Il Marangoni, il Visconti, il Marucchi, ecc., ce la presentano in caratteri comuni di stampa; e benchè l’abbiano riprodotta esattamente riguardo alla disposizione delle parole, sono stati inesatti riguardo ai segni, i quali dal Marangoni e dal Marucchi furono espressi tondi, e dal Visconti in forma di lunghi apici. L’Aringhi, il Venuti, il Nibby, il P. Scaglia ed i recenti Bollandisti la riproducono altri in caratteri comuni di stampa (come il Nibby, il Venuti ed i Bollandisti), altri in unfac-similearbitrario (come l’Aringhi ed il P. Scaglia); ma tutti inesattamente in quanto alla disposizione delle parole. Solo l’Aringhi ed il P. Scaglia esprimono con più verità degli altri la forma degli apici.
Fig. 6.ª
Fig. 6.ª
Ora avendo io fortunatamente saputo essersene testè fatto un calco dal Sig. Attilio Menazzi (una copia del quale si conserva nell’Accademia di S. Luca) ed avendone potuto avere una fotografia, posso presentare l’iscrizione nella sua reale genuinità. (VediFig. 6ª).
Nel Gori[420]leggo: «Una lapide marmorea, rinvenuta nelle catacombe di S. Agnese lungo la via Nomentana, parlando in nome di un Gaudenzio costruttore di un teatro del crudele Vespasiano, e che in luogo di essere premiato dalla città da lui nobilitata col detto monumento, fu condannato a morte pella sua religione cristiana, indusse nel Marangoni l’opinione che fosse costui l’architetto del Colosseo. Ma in primo luogo la paleografia irregolaree scorretta di quest’iscrizione che ho nuovamente copiata nel sotterraneo di S. Martina, indica chiaramente che non è dell’epoca di Vespasiano o de’ suoi figli, ma sibbene del V secolo riproduzione forse di qualche leggenda popolare contraria allaverità storica(sic); giacchè Vespasiano punì i giudei per la loro ribellione, non perseguitò mai i cristiani, nemici naturali degli ebrei. In secondo luogo in detta iscrizione si parla non dell’Anfiteatro Flavio, ma di unteatrocostrutto da Vespasiano (?)non si sain quale città».
Il Marangoni[421], dal canto suo, ragiona così: «Ella è cosa di riflessione, come, essendo l’opera di questo Anfiteatro così eccellente per l’architettura, e di ammirabil lavoro, e giudicata da Marziale molto più pregevole di tutte le più celebrate maraviglie del mondo, nè egli nè altri scrittori di quel secolo e de’ susseguenti abbiano fatta memoria del suo ingegnosissimo architetto. Marziale stesso, che visse nei tempi di Vespasiano, di Tito e di Domiziano, celebra con elogio ben singolare quella di Rabirio, architetto di Domiziano, per la fabbrica di un palagio sul Palatino, dicendo che avendola eretta emulatrice del cielo conveniva dirsi che la di lui mente avesse penetrato il cielo e compresa la nobiltà e bellezza degli astri, avendo fabbricata una casa ad essi somigliantissima[422]. Or quanto più degnamente, e con tutta giustizia, avrebbe dovuto immortalare il nome e la memoria dell’architetto di questa grande ed ammirabile opera dell’Anfiteatro, uomo senza dubbio a quei giorni celebratissimo, ed anche da sè conosciuto. Siami pertanto lecito di attribuire questo silenzio all’odio di questo ed altri scrittori Gentili di que’ secoli, che alla cristiana religione portavano, invidiando sì bella gloria al grande architetto dell’Anfiteatro, per essere egli Cristiano, e per tal cagione ancora martire di Gesù Cristo.
La congettura (prosegue) sembrami non mal fondata sopra un’antica iscrizione in marmo, della lunghezza di sette palmi e poco più di uno largo, che serbasi nella Confessione della chiesa di santa Martina alle radici del Campidoglio....
Le lettere di questa lapide non sono di eccellente scultura, benchè fatte in tempo di Vespasiano, in cui fiorivano in Roma le buone arti; e molte parole di essa non sono staccate: ma ciò non dee recar maraviglia, posciachè non poterono i fedeli, fra le loro angustie, fare scolpire questa iscrizione da qualche eccellente maestro gentile; e perciò anche quasi tutti i monumenti cimiteriali sono per lo più di cattivi o non ben formati caratteri, quantunque siano de’ tempi migliori. Di questa iscrizione non fece memoria Marsilio Onorato, ecc....».
Il tenore dell’epigrafe già noi l’abbiamo veduto. Qui basterà riportarne la traduzione, che lo stesso Marangoni[423]fa nella nostraitaliana favella:
«Così dunque tu premî, o Vespasiano crudele?Premiato sei colla morte, o Gaudenzio.Gioisci, Roma, ove all’autore di tua gloriaPromise quegli, ma ogni premio ti dà CristoChe altro teatro ti preparò nel cielo».
«Così dunque tu premî, o Vespasiano crudele?Premiato sei colla morte, o Gaudenzio.Gioisci, Roma, ove all’autore di tua gloriaPromise quegli, ma ogni premio ti dà CristoChe altro teatro ti preparò nel cielo».
«Così dunque tu premî, o Vespasiano crudele?
Premiato sei colla morte, o Gaudenzio.
Gioisci, Roma, ove all’autore di tua gloria
Promise quegli, ma ogni premio ti dà Cristo
Che altro teatro ti preparò nel cielo».
«Quivi (continua lo stesso Marangoni)[424], si pone la parolatheatrumper contrapposto all’Anfiteatro, poichè ne’ teatri si rappresentavano cose gioconde e dilettevoli, e negli Anfiteatri spettacoli funesti e sanguinosi. Quindi è che questo Gaudenzio potrebbe dirsi che, essendo cristiano, fosse in premio di aver eretta questa gran fabbrica, con tanta gloria di Roma, da Vespasiano stesso fatto morire. Potrebbesi però opporre che Vespasiano non incrudeli contro i Cristiani; ma a ciò può rispondersi che anche sotto di lui non mancarono martiri; poichè, sebbene non rinnovò editti contro di essi, nulladimeno continuava la persecuzione di Nerone: imperciocchè, per testimonianza del Martirologio Romano, si ha di S. Apollinare vescovo di Ravenna:22 Julii. «Qui sub Vespasiano Caesare gloriosum martyrium consumavit». Inoltre è certo ch’ei fece ricercare ed uccidere tutti quelli ch’erano della stirpe di David[425], e che si eccitò una grande strage e persecuzione contro gli Ebrei[426]; e non v’ha dubbio che a quei tempi sotto il nome di Ebrei compresi erano anche i Cristiani di Roma, come si ha dagli stessi scrittori Gentili; e specialmente Domiziano, figliuolo di Vespasiano medesimo, fece morire diversi,qui in mores Judeorum transierant[427], cioè che abbracciata aveano la cristiana fede: quindi è che, stante l’addotta iscrizione, potrebbe argomentarsi che Gaudenzio, perfetto cristiano, fosse stato l’eccellente architetto dell’Anfiteatro Flavio....».
Questa opinione del Marangoni piacque al Marini, e la disseelegans[428]. Ma i moderni, ripeto, la rigettano unanimemente; ritengono la lapide per falsa, e molti attribuiscono la falsificazione a Pirro Ligorio. A dire il vero, quando comparve la lapide, Pirro Ligorio era già morto da più di un mezzo secolo: sarebbe stato meglio l’avessero questi attribuita adun redivivo Ligorio, come si espresse il De Rossi a riguardo delle poche lapidi cristiane falsificate.
«Nunquam in Christianis epitaphiis acclamatio ad imperatorem apparet» scrive il P. Sisto O. C. R.[429], nelle sueNotiones Archaeologiae Christianae.La forma delle lettere, aggiunge il Mantechi, i segni d’interpunzione, l’intiero testo, rivelano la falsità dell’iscrizione (di Gaudenzio)»[430].
È certo che la paleografia di quest’epigrafe, come pure la sua dicitura, non è affatto ordinaria; e nessuno potrà senza dubitarne asserire, come fece il Marangoni, che quella lapide sia dei tempi dei Flavî. Ma chi ne sarà stato l’autore? A quale scopo questa falsificazione? Non forse per speculazione, come fanno gli odiernispacciatori di antichità? Ovvero per ingannare i posteri?... Nell’uno e nell’altro caso dobbiam dire che il falsificatore non si sarebbe manifestato molto atto ed esperto nel suo vile officio. Difatti, o che la lapide sia stata falsificata a scopo di lucro, o a fine d’ingannare; in ambedue i casi il falsificatore avrebbe dovuto imitare un po’ meglio la paleografia e lo stile dell’epoca. Oltre a questo perchè nasconderla e sotterrarla nel cimitero di S. Agnese?
A suo luogo[431]esamineremo particolareggiatamente tutte e singole le opinioni, e vedremo il loro valore. Fin d’ora però dobbiamo dichiarare arbitraria l’osservazione del Gori[432]; giacchè la lapide «Sic premia servas» non può essere «una riproduzione di qualche leggenda popolare contraria alla verità storica»; e non può essere per la semplicissima ragione che laverità storicacirca l’architetto del Colosseo è finora ignota a tutti.