Chapter 12

Respice terriferi scellerata sacraria ditis,Cui cedit infausta fusus gladiator harena;

Respice terriferi scellerata sacraria ditis,Cui cedit infausta fusus gladiator harena;

Respice terriferi scellerata sacraria ditis,

Cui cedit infausta fusus gladiator harena;

detesta quel crudele piacere:

Quid mortes juvenum? quid sanguine pasta voluptas?Quid pulvis caveae semper funebris, et illaAmphitheatralis spectacula tristia pompae?

Quid mortes juvenum? quid sanguine pasta voluptas?Quid pulvis caveae semper funebris, et illaAmphitheatralis spectacula tristia pompae?

Quid mortes juvenum? quid sanguine pasta voluptas?

Quid pulvis caveae semper funebris, et illa

Amphitheatralis spectacula tristia pompae?

e rivolgendo la parola all’Imperatore, lo scongiura perchè voglia una buona volta abolire quelle scelleratezze:

Quid genus, ut sceleris, iam nesciat aurea Roma,Te precor, Ausonii dux augustissimi regni,Et iam triste sacrum jubeas, ut caetera tolli.

Quid genus, ut sceleris, iam nesciat aurea Roma,Te precor, Ausonii dux augustissimi regni,Et iam triste sacrum jubeas, ut caetera tolli.

Quid genus, ut sceleris, iam nesciat aurea Roma,

Te precor, Ausonii dux augustissimi regni,

Et iam triste sacrum jubeas, ut caetera tolli.

Onorio! prosegue Prudenzio, tuo padre (Teodosio il grande) vietò di sacrificare agli idoli, e fece bene; ma tu maggior gloria t’acquisteresti se vietassi il massacro umano, o i ludi gladiatorî, permettendo le solevenationes:

Ille urbem vetuit taurorum sanguine tingi:Tu mortes miserorum hominum prohibeto litari.Nullus in urbe cadat, cujus sit poena vuluptas,Nec sua virginitas oblectet coedibus ora.Jam solis contenta feris infamis harenae,Nulla cruentatis homicidia ludat in armis[521].

Ille urbem vetuit taurorum sanguine tingi:Tu mortes miserorum hominum prohibeto litari.Nullus in urbe cadat, cujus sit poena vuluptas,Nec sua virginitas oblectet coedibus ora.Jam solis contenta feris infamis harenae,Nulla cruentatis homicidia ludat in armis[521].

Ille urbem vetuit taurorum sanguine tingi:

Tu mortes miserorum hominum prohibeto litari.

Nullus in urbe cadat, cujus sit poena vuluptas,

Nec sua virginitas oblectet coedibus ora.

Jam solis contenta feris infamis harenae,

Nulla cruentatis homicidia ludat in armis[521].

Nel 403 o 404, in seguito alla ben nota uccisione del monaco Telemaco[522], della quale noi già trattammo nell’Introduzione, ebbero fine i giuochi gladiatorî[523].

Levenationesproseguirono a celebrarsi fino al secolo VI. Quantunque la lotta degli uomini colle belve fosse pur essa sanguinosa, nondimeno i principi e gli scrittori non la riguardarono molto dal lato umanitario. Due, a mio parere, ne furono le ragioni: 1.º, perchè era quasi impossibile l’intiera, simultanea e repentina abolizione degli spettacoli gladiatorî e venatorî, pei quali, come è noto, i popoli nutrivano tant’affetto; 2.º, perchè i bestiarî od arenarî erano quasi tutti rei di delitti capitali, e quindi doveansi sottoporre all’estremo supplizio; perciò si credè più opportuno ed umano che morissero uccisi dalle belve, piuttosto che per mano de’ loro simili.

Nel 399, per celebrare e solennizzare il consolato di Flavio Manlio Teodoro, si diedero nell’Anfiteatro delle cacce; e Claudiano, nel panegirico che pronunziò di quel console ed in quella occasione[524], passò in rassegna le fiere che in quellavenatiodovean irrigare di sangue l’arena.

Essendo Imperatore Teodosio e Placido Valentiniano (a. 442), levenationeserano ancora in vigore, giacchè sappiamo che il Prefetto Rufo Cecina Felice Lampadio, restituì, come vedremo nel seguente capitolo, l’arena, il podio, ecc. A suo luogo riporteremo le lapidi che ricordano questi restauri.

Nel 519 Eutarico Cillica, sposo di Amalasunta, figlia di Teodorico, si portò in Roma per celebrare, con elargizioni e sontuose feste, il suo consolato. All’uopo si fecero venire dall’Africa belve feroci e peregrine, le quali, per le loro strane forme, eccitarono gran maraviglia negli spettatori[525].

Nell’anno 523 finalmente, assumendo il consolato Anicio Massimo, si diedero nell’Anfiteatro Flavio gli ultimi spettacoli, dei quali rimanga memoria.

Calati in Italia i Goti col loro Re Witige (a. 537), assediarono Roma. Belisario venne in soccorso dei Romani[526], e alla prigionia di S. Silverio seguironoaltre calamità. Roma ebbe allora ben altro a pensare; e i giuochi anfiteatrali cessarono onninamente. E molto meno si pensò ad essi in appresso, nel tempo che la capitale del mondo fu oppressa dal duro giogo dei Goti e dei Longobardi, sino ai tempi di Carlo Magno (see. VIII).

Ed ora, prima di chiudere questo capitolo mi sia lecito presentare in nota ai lettori il testo di una lettera che Teodorico inviò al console Massimo[527]. In questa lettera il re gotico raccomanda a Massimo di rimunerare con lauti premî i venatores, e di premiarli più generosamente che i lottatori, i sonatori ed i cantanti; perchè quelli (dice), ond’essere applauditi, si espongono nell’arena dell’Anfiteatro Flavio a divenire preda certa delle feroci belve, ed a provare (prima che lo spirito abbandoni le lacere membra) i più crudeli tormenti. Detesta un tale spettacolo, inventato per onorare la Scitica Diana, la quale dilettavasidell’effusione del sangue. Dopo una breve descrizione dell’Anfiteatro Flavio, Teodorico passa a narrare la maniera degli inumani ludi; quindi raccomanda di nuovo al console di mostrarsi liberale verso quegli uomini, che, per festeggiare il suo consolato, sono invitati alla morte; e conchiude: «Ahi deplorevole errore degli uomini! Se un lieve lume splendesse di ciò che richiede giustizia, di tante ricchezze si userebbe a favore della vita dei mortali, piuttosto che gittarle per procurarne la morte».

«È singolare, conchiuderò col Gori[528], il modo di ragionare di Teodorico. Giudica l’atto detestabile; ma, per non opporsi al fanatismo popolare, non solo ordina di tollerarlo, ma anche di ricompensarlo con molta liberalità!».


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