ARCHICONFRATERNITAS GONFALONISSACELLVM . HOC . IN . COLISEO . POSITVM . SVBINVOCATIONE . BEATAE . MARIAE . PIETATISVETVSTATE . DIRVTVM . ET . COLLABENS . NETANTA . PIETAS. OBLIVIONI . TRADERETVR . INMELIOREM . FORMAM . RESTITVI . ATQVE . OR-NARI . MANDAVIT . A . D . MDCXXII . PET . DONA-TO . CAESIO . CVRTIO . SERGARDIO . MARIOQ . AVRELII . MATTAEI . MAXIMO . Q . HORATIIMAXIMI . CVSTODIBVS . ET . M . ANT . PORTACAMERARIO .
ARCHICONFRATERNITAS GONFALONISSACELLVM . HOC . IN . COLISEO . POSITVM . SVBINVOCATIONE . BEATAE . MARIAE . PIETATISVETVSTATE . DIRVTVM . ET . COLLABENS . NETANTA . PIETAS. OBLIVIONI . TRADERETVR . INMELIOREM . FORMAM . RESTITVI . ATQVE . OR-NARI . MANDAVIT . A . D . MDCXXII . PET . DONA-TO . CAESIO . CVRTIO . SERGARDIO . MARIOQ . AVRELII . MATTAEI . MAXIMO . Q . HORATIIMAXIMI . CVSTODIBVS . ET . M . ANT . PORTACAMERARIO .
ARCHICONFRATERNITAS GONFALONIS
SACELLVM . HOC . IN . COLISEO . POSITVM . SVB
INVOCATIONE . BEATAE . MARIAE . PIETATIS
VETVSTATE . DIRVTVM . ET . COLLABENS . NE
TANTA . PIETAS. OBLIVIONI . TRADERETVR . IN
MELIOREM . FORMAM . RESTITVI . ATQVE . OR-
NARI . MANDAVIT . A . D . MDCXXII . PET . DONA-
TO . CAESIO . CVRTIO . SERGARDIO . MARIO
Q . AVRELII . MATTAEI . MAXIMO . Q . HORATII
MAXIMI . CVSTODIBVS . ET . M . ANT . PORTA
CAMERARIO .
Nell’opera del Fontana[715]sul Colosseo vi è una veduta dell’interno dell’Anfiteatro qual’era agl’inizi del secolo XVIII. In essa si vede la cappella suddettacol suo piccolo campanile e l’abitazione del custode; dinanzi alla porta si scorge eretta una croce.
Questa interessante veduta ci fa conoscere il sito preciso ove sorgeva la cappella di S. Maria della Pietà: essa sorgeva presso la porta libitinense, ricavata nei vani sotto la gradinata del podio, ed ove si dispiegava il palco delle rappresentazioni della Passione, della quale si distinguono gli avanzi. Ma poichè la cappella rappresentata in quella veduta supera il piano del palco scenico, e non potendosi ammettere che quello sconcio sia stato fatto all’epoca delle rappresentazioni, dovrà dedursi che le stanze (delle quali si veggono due finestre sulla porta delsacello) siano state aggiunte nel restauro del 1622, e che prima del restauro la cappella fosse intieramente sotto il palco delle rappresentazioni.
Il ch. Armellini dice che la cappella di S. Maria della Pietà servì anteriormente da guardaroba della Compagnia che rappresentava la passione di N. S. Gesù Cristo. L’Adinolfi opina che ilsacellodella Pietà fosse la chiesuola di S. Salvatorede Rota Colisaei. A me sembra che ambedue abbiano ragione, e che un’opinione non escluda l’altra. L’Adinolfi fa derivare la denominazioneRota Colisaeidall’arena dell’Anfiteatro; l’Armellini dalla vasca rotonda della Mèta Sudante. Più giusta tuttavia sembra essere l’opinione dell’Adinolfi, poichè presso la Mèta Sudante v’era una chiesa dedicata a Maria SS. dettaDe Metrio: denominazione che lo stesso Armellini giudica «una corruttela della parolade Meta». Laonde farebbe mestieri ammettere che la Mèta Sudante fosse chiamata contemporaneamente con due nomi: cosa non facile a dimostrarsi. Che perRota Colisaeis’intendesse invece l’arena, mi pare potersi dedurre da quel che si legge nelCatasto dei beni della Compagnia del Salvatore[716]. Troviamo infatti che nellaRuota del Coliseo, poco lungi dalla chiesa di S. Salvatore, eraviuna grotta, detta anche casa, forno e luogo da conservare erbe secche. Ora, attorno all’arena si può assai bene trovare il posto per questa grotta; ma attorno allavasca della Mèta Sudanteno davvero!
Che poi su questa chiesina si fosse potuto stendere il palco scenico, e far divenire essa stessala guardarobadella Compagnia, si può argomentare dal fatto dell’abbandono in cui cadde il dettosacellonel periodo che córse fra il pontificato di Pio II e quello d’Innocenzo VIII; abbandono reso manifesto dal decreto di Pio II, col quale egli toglieva le rendite alla chiesuola di S. Salvatorede Rota Coliseie le donava a S. Eustachio.
Nè fa ostacolo la diversità del titolo della cappella, detta prima di S. Salvatore e poi di S. Maria della Pietà, giacchè questa diversità è più apparente che reale.
La cappella fu sempre dedicata al Salvatore: probabilmente nella sua primitiva erezione (perchè più conveniente all’epoca — che io ritengo antichissima — come ora procurerò di dimostrare) vi si dipinse il Salvatore crocifisso con la Vergine a piè della croce.
Questa pietosa scena potè benissimo essere rappresentata tra il VI ed il VII secolo, e a quei tempi faccio io risalire l’origine di quella cappella. Nè mancano esempî, ed uno ne abbiamo d’epoca più antica ancora, nella scatola d’avorio, cioè, che si custodisce nel Museo britannico, e che, come dice il Kaufmann, ragionevolmente possiamo dire opera del secolo V. Nei restauri posteriori vi si potè esprimere la morte del Salvatore ed il tenero dolore della Vergine più pietosamente ancora, dipingendovi, cioè, il corpo del Salvatore deposto dalla croce e giacente sulle ginocchia della sua SS. Madre: gruppo chiamato per antonomasia la pietà. Poste queste considerazioni, le due denominazioni si fondono in una. Non mi pare fuor di proposito ricordare qui quanto scrisse il Martinelli nella suaRoma ex etnica sacra[717]: «S. Salvatoris de Pietate in Campo Martio intra monasterium S. Mariae. AntiquaUrbis mirabiliareferunt hic fuisse imaginemSalvatorisquae dicebaturPietas».
Alcuni vogliono che detta cappella si fosse appellata pur ancheS. Maria de Stara. Basano il loro asserto sul Registro dei possedimenti dellaBasilica Lateranense[718], nel quale è menzionata la chiesuola con questo nome. Io congetturo che questa denominazione non sia altro che una piccola variante del titolo della cappella, chiamandola, cioè, «S. Maria de Salvatore;» e che trovandosi questo secondo nome scritto abbreviato «S. Maria de Store» (e forse malamente scritto), abbia potuto originarsi il titolo diS. Maria de Stara.
Comunque sia è certo che l’origine di questosacelloeretto nell’interno dell’Anfiteatro Flavio dovè essere antichissima. Prima che il papa Giovanni XXII istituisse l’Arciconfraternita del Salvatore, detta diSancta Sanctorum(a. 1332), quella cappella già esisteva. È ricordata durante il pontificato di Bonifacio VIII (1294-1303) nel registro dei possedimenti della Basilica Lateranense; ed un secolo innanzi (1192) la troviamo nominata nel libro «De Censibus» di Cencio Camerario: «S. Salvatori de Rota Colisei VI den».
Io non conosco dati più antichi: forse ricerche accurate potrebbero somministrarli. Tuttavia, l’esser certo che l’arena dell’Anfiteatro Flavio, fu bagnata dal sangue dei Martiri[719], e lo esistere un cimitero cristiano addossato all’Anfiteatro fra il VI e il VII secolo, appunto in quella parte ove internamente sorgeva la cappella del Salvatore; ed il veder questa cappella ricavata in unodei fornici del piano terreno presso l’arena, e quindi allo stesso livello del cimitero suddetto, (livello che nell’alto medio evo andò gradatamente sollevandosi, come risultò dagli scavi del 1895)[720]; ed il trovarla finalmente registrata tra i possedimenti dell’Arcibasilica Papale, tutto ciò mi fa ragionevolmente opinare che, cessati del tutto i ludi fra il VI ed il VII secolo, presso l’arena del Flavio Anfiteatro, in prossimità della porta libitinense, donde uscirono trionfanti le spoglie insanguinate dei Martiri, si dedicasse un sacello al Re dei Martiri. E questo fu probabilmente il nucleo del cimitero, la cui necessaria esistenza fu giustamente accennata dal ch. P. Grisar[721].
Nella sua primitiva origine, probabilmente s’accedeva alla cappella dalla parte del cimitero e non dell’arena, perchè a quei tempi il muro del podio non poteva essere ancora distrutto; più tardi vi si accedette dalla parte interna: e questo fino a che rimase in essere il palco delle rappresentazioni della Passione, sotto il quale trovavasi la cappella. La porta perciò, che vediamo nella tavola del Fontana, e che dà sull’arena, fu aperta nel restauro del 1622; e ciò vien confermato nel permesso, dato dai guardiani dell’Arciconfraternita del Salvatore, di poter cavare qualche travertinoper far cunei e per le porte.
Lo studio di questa cappella, che può dirsi il centro della sacra zona formata dalle chiese che attorniarono l’Anfiteatro Flavio, ci ha condotto a riconoscere, con grandissima probabilità, la massima antichità possibile della venerazione verso quel luogo consacrato dal sangue dei martiri; venerazione che i moderni ipercritici[722]vorrebbero far credere un parto del pietoso zelo di Clemente X e di Benedetto XIV. Almeno dicessero col Grisar[723]: «Furono i secoli decimo settimo e decimo ottavo che per primi (?) cercarono diAVVIVAREil ricordo dei martiri della fede cristiana fra queste solenni ruine!»
Fuori dell’Anfiteatro, dalla parte che guarda verso la via dei Santi Quattro, vi era una piazza chiamata di S. Giacomo, a causa di una chiesa ivi prossima dedicata a questo santo: «S. Giacomo de Coloseo». Ecco le parole colle quali il Mellini[724]tratta di questosacello: «Vicino al Colosseo si vede un fenile il quale era prima la chiesa di S. Giacomo dettade Colosseoprofanata quasi ai nostri giorni. A questa chiesa la vigilia dell’Assunta s’incontravano il clero lateranense e gli ufficiali del popolo romano, e quivi si risolveva il modo di fare la processione dell’immagine del Salvatore....» Eraadorna di pitture, che furono copiate da Ferdinando Baudard e poi dal Guattani. Fra quelle v’era unafigura colossale di S. Giacomo apostolo sedente, col bordone e un libro nelle mani[725].
Ivi sorgeva eziandio la casa dei Frangipani, la quale poi venne in dominio degli Annibaldi. Relativamente alle case degli Annibaldide Coliseo, che dalla piazza di S. Giacomo corrispondevano entro l’Anfiteatro Flavio, ci rimangono le seguenti notizie:
Nel 1365 l’ospedale del Ss.mo Salvatore comperò per trenta ducati la metà di una casa appartenente aCola di Cecco di Giovanni Annibaldi. «Questa casa, dice l’Adinolfi[726], era o per se sola congiunta all’Anfiteatro Flavio, o con altri suoi membri entrava perfin nel medesimo, giacchè contenendo delle sale e delle camere, allorquando Giovanni di Branca e Mario Sebastiani, guardiani della Compagnia del Gonfalone ebbero ottenuto da Innocenzo Papa VIII la licenza di poter rappresentare entro il Colosseo la sacra ed istorica tragedia della passione di nostro Signore, addimandarono questa casa alli guardiani dello spedale suddetto Ludovico de’ Margani ed Alto de Nigris, e assentendo anche i conservatori di Roma per questo unico e devoto fine glie la concedettero».
Nel 1462 la parte della casa che guardava la piazza di S. Giacomo, era diruta; la parte invece che internavasi nel Colosseo, era ancora in buono stato di conservazione[727].
La suddetta chiesa di S. Giacomode Coliseoprofanata e ridotta a fienile, come dice il Mellini e come pur si ricava dal Martinelli[728], il quale scrive:S. Iacobi apud Colosseum erat ibi ubi est foenile cum imagine B. Mariae V. in eius angulo; habebatque hospitale, quod ad Lateranum traslatum est, et nunc dicitur ad Sancta Santorum, venne finalmente abbattuta nel 1815.
Il Marangoni[729]aggiunge che l’amministrazione e la cura di questa chiesa e di questo ospedale l’ebbe l’Arciconfraternita de’Raccomandati del Ssmo Salvatoread Sancta Sanctorumfino all’anno 1470. Lo deduce dagli statuti rinnovati in quell’anno e confermati nel 1513, nei quali iguardianidell’Arciconfraternita s’obbligavano,sub juramento, di visitare una o due volte alla settimana quell’ospedale. Lo stesso autore[730]assicura di aver letto, ma non ricorda dove, che l’ospedale trovavasi negli archi superiori dell’Anfiteatro,già chiusi dai Frangipani. «In effetto, dice, tutti i sei archi chiusi della elevazione esteriore, sono anche murati al di dentro fra i pilastri del secondo portico, sicchè formansi e si dividono due lunghi corridoi quanti portano i sei archi, luogo attissimo per l’ospedale».
Il celebre letterato Francesco Valesio, senza però accennare alle fonti, comunicò ad alcuni suoi amici che nei suddetti archi chiusi del Colosseo vi era anticamente un monastero di monache[731].
Questo stesso asserisce il Bonet. Noi riportiamo la notizia soltanto in ossequio alla ch. memoria del suddetto Valesio, ma siamo affatto incerti della verità di essa.
L’Adinolfi[732]combatte energicamente queste opinioni. «È veramente triviale (dice), e non pertanto meno curiosa l’opinione del Marangoni, che la Società del Salvatore avesse governo non pur di questo tempietto ma eziandio dello spedale che li era ammesso fra gli archi stessi del Colosseo, il quale spedale dopo molti anni fusse trasportato al Laterano ove esiste; e dell’istessa natura è quella di Francesco Valesio quando pretende nell’Anfiteatro Flavio anticamente venisse aperto un monastero di monache. Rincrescendomi d’involgermi in certe quistioni tra perchè la brevità del lavoro le rifiuta, e perchè si concerta con scrittori di molto credito, non posso nondimeno tralasciarle per la loro necessità e pel superchio rispetto all’altrui sentenza, sapendo per prova che tutti gli uomini qualche fiata rimangono in inganno.
«A me dunque, che posi in disamina l’archivio della detta compagnia anche coll’intendimento di veder meglio questa materia, pare la cosa assai diversa e massime per due ragioni. La prima è che nell’archivio suddetto non trovi menzionato alcun luogo dell’Anfiteatro rivolto all’uno e all’altro uso. La seconda che questi pareri discendono dalla falsa congiunzione di due idee, tra loro ben distinte. Nel trovar scritto spedale e monistero del Colisseo s’intesero due fabbriche non già vicine ma entro quella orrevole dell’Anfiteatro Flavio. Ora partendo da un principio stabile e certo dirò che avanti e alquanto dopo il mille come è sconosciuta la chiesa di S. Giacomo, così al pari il suo spedale di donne, l’edificamento del quale non sembra più antico di quello di S. Angelo, ma piuttosto da esso originato, ed a lui assoggettato e dipendente[733]. Per avventura venne aperto daiRaccomandatiper maggiorcomodo degli infermi[734], come meno lontana dalla parte più popolata di Roma, e prova ne sia fra le altre quella, che, ingrandito lo spedale al Laterano non fu chiuso nè quello, nè l’altro assai più picciolo di S. Pietro e Marcellino chiamato lo spedaletto, ma tutti e tre correndo gli anni di Cristo 1383, a benefizio del comune ricettavano malati[735].... Ma siccome lo spedale.... fu aperto principalmente per donne[736], che ebbero bisogno nelle loro malattie di essere servite da altre femmine, queste incominciarono prima a nominarsi offerte, e costrette da necessità a dimorare e convivere in quel luogo, tennero vita a seconda di qualche regola; da queste dunque o da altre povere donne ivi raccolte, o come par meglio, e dalle una e dalle altre, venne a formarsi una di quelle devote unioni ne’ secoli di mezzo appellate case sante.
«Le abitazioni di cotali donne, conchiude l’Adinolfi, erano contigue alla chiesa di S. Giacomo che col suo spedale dispiccato dal Colosseo erano separate affatto da questo edifizio. Conciossiacchè venendo ampliamente dai guardiani Bernardo de’ Ricci e Paluzzo di Giovanni Mattei negli anni cristiani 1472, costoro chiesero licenza ai maestri delle strade di chiudere un luogo intraposto a quella chiesa e ad alcune possessioni dello spedale[737], ed in questa concessione per verun modo si fa ricordanza di quell’edifizio del Colosseo, nel quale secondo Valesio, era contenuto il loro monastero».
***
Oltre alla chiesa di S. Giacomo de Coliseo, erano molto prossime all’Anfiteatro Flavio altre chiese, delle quali oggi non rimane alcun vestigio.
«Nell’andar direttamente per la via Maggiore seguitava, dopo il titolo Clementino, la favolosa casa di Giovanni Papa VII; e verso l’Anfiteatro Flavioper lo meno quattro altre chiesette»[738].
Il Lanciani[739]opina, e saggiamente, malgrado l’ipercritica dei moderni Bollandisti[740], che nelle vicinanze del Colosseo, oltre a varie cappelle vifossero pur’anche sette chiese. L’opinione dell’illustre archeologo vien confermata dalle scoperte e dai documenti; le prime ci hanno rivelato la esistenza di alcuni oratorî o cappelle nelle vicinanze del Colosseo; i secondi ci hanno conservato memoria di almeno otto chiese in quel dintorno.
Fra gli oratorî che circondavano il Colosseo, merita il posto d’onore quello sacro a S. Felicita, martire romana, ed ai suoi figli. Quest’oratorio fu scoperto nel 1812.
Il primo a parlarne fu il Morcelli nel 1812, poi il Piale nel 1817; anche il Mai più volte nei suoi scritti parla di quest’oratorio; e poscia il Canova, il Nibby, il Garrucci, il De Rossi, l’Armellini, il Marucchi, il Grisar, ecc. Non è questo il luogo di descrivere ed illustrare quell’antichissimo oratorio: tanto più che le sue pitture e le scoperte ivi fatte sono state già illustrate e pubblicate da molti scrittori. Solo mi sia permesso intrattenermi alquanto sul motivo della erezione di un oratorio sacro a S. Felicita, celeberrima martire romana, in questo luogo; motivo che ha dato occasione a varie congetture.
Il De Rossi[741]propose la congettura che qui fosse la casa del marito di Felicita, di nome Alessandro; argomentando l’ignoto nome del marito da quello di uno dei figli, chiamato appunto Alessandro: e ciò lo ricava dalla greca iscrizione a graffito in una parete laterale della stanza, dove, nonostante l’incertezza della lettura, quello che al ch. archeologo sembra certo è, che vi si legga: «Alexandri olim domus erat».
Il Grisar[742], benchè dica che in mancanza di sorgenti non ci è permesso sciogliere la questione, pure a lui sembra che l’affermativa spiegherebbe meglio la venerazione delle dame Romane per questo santuario: venerazione, che viene espressa in un graffito del muro. Questa congettura però, a mio modo di vedere, incontra non poche difficoltà; e tralasciatane per brevità ogni altra, è certo che qui non potè essere la casa di una nobile matrona, quale fu Felicita, nè del suo marito, nobile anch’esso; perchè non può dubitarsi essere quest’oratorio parte dei sotterranei delle Terme di Traiano, che altro non sono se non gli avanzi della casa aurea di Nerone[743].
Altri congetturano che questo sia il luogo immediato ove la Santa ed i figli furono trattenuti per esser da quello condotti al martirio. Ma anche quest’opinione incontra difficoltà. Se la sepoltura di Felicita e dei figli fosse stata fatta sulla via Labicana o sulla Latina, non si avrebbe tanta difficoltà ad accettare il parere di quegli scrittori. Ma è certo che la sepoltura di Felicita e di sei dei suoi figli fu sulla via Salaria, e quella di Gennaro sull’Appia. Sembra adunque troppo lontano il luogo della esecuzione della sentenza capitale(che l’esperienza insegna prossimo al luogo della sepoltura) da quello ove quei Santi sarebbero stati detenuti per esser condotti al martirio.
Altri opinano finalmente che questo luogo fosse lacustodia privata, ove la Santa ed i figli furono trattenuti nel tempo del processo. Ma gli atti c’indicano il luogo preciso ove il processo si svolse, e questo è il Foro di Marte: «Postera namque die, dicono gli atti,Publius sedit in Foro Martis et iussit eam adduci», e dopo essa ad uno ad uno i figli. La distanza del luogo di cui si parla dal Foro di Marte fa abbandonar la proposta congettura, senza notare che, come ogni Foro ebbe la suaprivata custodia, così l’ebbe pur anche il Foro di Marte.
In questo stato di cose, sia lecito anche a me proporre una congettura, che ricavo dalle circostanze di luogo, di tempo e di costumi.
È certo che all’Anfiteatro Flavio furono non poche volte condotti i rei per esser puniti, e che anche i cristiani[744]furono là condotti, e non di rado, più per provare la loro costanza nella Fede ed indurli a rinnegarla, che per ultimo supplicio[745].
È certo eziandio che prossimo all’Anfiteatro vi dovè essere un luogo dicustodiaper i rei destinati a subire il supplicio nell’arena dell’Anfiteatro stesso. Ora quell’oratorio così prossimo all’Anfiteatro, nei sotterranei delle Terme, sulla strada che menava all’Anfiteatro[746], e precisamente da quella parte ove trovasi la porta Libitinense, per la quale s’introducevano i rei nell’arena, non può negarsi essere stato luogo molto adatto allo scopo. E che questo fosse veramente un luogo di custodia, lo dimostra, come nota il De Rossi[747], la pittura stessa della Martire, ove le due figure effigiate in proporzioni piccole per rispetto ai Santi, sono di carcerieri «Clavicularius carceris».
Posto ciò, non sarebbe, credo, azzardato il supporre che S. Felicita e figli fossero ivi condotti per esser poi presentati alle belve nell’Anfiteatro, almeno a provare ancora una volta la loro costanza. S. Felicita fu martire nel principio dell’impero di Marco Aurelio, quando, cioè, la plebe gridava: «Christianos ad leones!». Dopo la morte di Antonino le incursioni barbariche minacciavano l’Impero; il Tevere uscì dal suo letto, e recò gravissimi danni; Roma era in preda alla fame; la peste poco dopo devastò regioni: conveniva cercar vittime a placar l’ira degli dèi; e queste vittime furono i Cristiani. Era il grido del momento: «Christianos ad leones!»[748]. Felicita ed i figli furono tra le vittime designate.
È vero che gliattitacciano su ciò; ma conviene osservare che questiattisono brevissimi e semplicissimi. Essi altro non ci ricordano che l’esame e la morte dei Santi; e se questo episodio dell’Anfiteatro non lo ricordano, fu forse perchè non ebbe seguito. Dicoforse non ebbe seguito, giacchè le Matrone Romane perorarono presso l’Imperatore per la loro compagna, matrona anch’essa «Inlustris»; e l’Imperatore M. Aurelio che, al dire di Dione[749], di Capitolino[750]e di Erodiano[751], aveva orrore per i ludi cruenti dell’Anfiteatro, accolse la domanda; e Felicita ed i figli furono liberati da questa prova. La scritta che leggesi sul capo di Felicita nel dipinto del nostro oratorio: «Felicitas cultrix Romanarum (matronarum)», come tutti convengono, ce ne è una conferma. Quelcultrix, numero singolare, non si può riferire alle matrone, come senza badarvi si è fatto; perchè queste sono in numero plurale. Il Garrucci vide la difficoltà, e riferì quelcultrixad unaqualunque Felicitas, devota della Santa omonima; costretto però ad aggiungervi: «votum solvit», che non gli appartiene, come anche notò il De Rossi. Secondo la mia opinione, quelcultrixesprime la gratitudine di S. Felicita verso le Matrone Romane.
Sennonchè, come nota l’Allard[752], l’Imperatore, di fronte alla grande agitazione popolare causata dal terrore superstizioso, liberando Felicita ed i figli dalle zanne dei leoni, non potè a meno di rassicurar la plebe, ordinando che il sangue destinato a placare l’ira degli dèi, invece che nell’Anfiteatro fosse sparso in punti diversi di Roma. «Leur immolation, scrisse l’Allard[753]parlando dell’iscrizione trovata nel 1732 nel cimitero di Processo e Martiniano, POSTERA DIE MARTVRORVM, eut quelque chose d’exceptionnel: ils furentles martyrsproprement dits, c’est-a-dire les victimes choisies entre tous les chrétiens pour être sacrifiées à la colère des dieux, un jour où le fanatisme, la superstition, la peur, voulurent à tout prix arroser d’un sang illustre divers points de la ville de Rome».
Il De Rossi[754]scrive che il graffito greco, ricordante unAlexandriδόμος, era scritto sull’intonaco primitivo anteriormente alle pitture cristiane; e che nel medesimo intonaco si leggevano pure in graffito: «Achillis vivas» ed altri nomi, come: «Cassidi, Maxi..., Saeculari....»; e sotto: «in de», che il De Rossi lesse: «in Deo». Da questo Egli dedusse che nei graffiti del primo intonaco si ha indizio del culto del luogo, anteriore alle pitture cristiane. E giustamente;poichè tutti sanno che la parola domus nel linguaggio cristiano ordinariamente significaoratorio, e le acclamazioniVivas in Deosono cristiane.
Conchiudo:
Fra gli oratori che circondavano il Colosseo, quello sacro a S. Felicita è il più antico; e se (come assai bene lo dimostrò il De Rossi) le pitture cristiane, rappresentanti la nostra Santa e i suoi figli, non sono posteriori alla metà del secolo V (443), ed il culto di quel luogo è anteriore alle pitture, dobbiam conchiudere che l’oratorio di S. Felicita e figli risale al IV secolo dell’êra volgare.
E bene a ragione fu esso il primo; giacchè quel luogo era, come si disse, la custodia per coloro che dovean essere esposti alle fiere nell’Anfiteatro: supplizio che subirono non pochi cristiani. Difatti noi troviamo qui unadomus Alexandri; ed il vescovo Alessandro, sepoltoad Baccanas, fu (secondo gli atti interpolati bensì ma in sostanza veritieri)[755]esposto alle fiere nell’Anfiteatro; e così, chi sa che anche i nomi di Achille, Cassidio, Massimo e Secolare, uniti a quelle cristiane acclamazioni, non siano anch’essi, nomi di Cristianidamnati ad bestiasnel Colosseo?....
Un altro oratorio fu scoperto negli scavi del 1895, fra residui di fabbriche antiche, presso la nuova via dei Serpenti. Riporterò le parole del ch. Gatti, che allora descrisse la scoperta[756]. «Sopra un muro curvilineo che trovasi alla distanza di m. 44 del Colosseo in corrispondenza delle arcate XXXXIIII e XXXXV, e costituiva l’abside di una piccola chiesa, si conserva la parte destra di una pittura a fresco, onde quella parte era decorata. Nel mezzo della composizione era rappresentata una figura seduta su ricco trono marmoreo, certamente la Vergine Maria col Bambino Gesù nel seno. Non ne rimane che una piccola parte della veste, e la fiancata sinistra del trono; il quale apparisce adorno di musaici, secondo lo stile così detto cosmatesco. Genuflessa al lato del trono medesimo è una piccola figura colle braccia sollevate in atto di preghiera. Ha il capo tonsurato, e veste una casula di color rosso puro. È il ritratto di colui che fece eseguire la pittura ad ornamento dell’oratorio. Segue l’imagine poco minore del vero, di un santo barbato, in piedi, con tunica di color cenere, stretta alla vita con una correggia di cuoio, e con corto mantello rossastro. L’abito è monastico; ed è probabile che in questa figura sia effigiato S. Benedetto. Ad essa doveva corrispondere un’altra simile figura dal lato destro del trono, ove siede la Vergine. Il dipinto è contornato da riquadraturein rosso: sulla fascia inferiore si veggono tracce di scrittura, con lettere di color bianco. La composizione e lo stile del dipinto sembrano doversi attribuire al secolo XIII o XIV.
«Nel campo della pittura si leggono i seguenti nomi di visitatori graffiti con una punta:
Il Lanciani, pur dubitando, opina che questi avanzi di oratorio si debbano attribuire alla chiesa di S. Maria de Ferrariis[757]; ma questa chiesa, come vedremo quando di essa si parlerà, per documenti certi conviene collocarla altrove. E poi, essendo la composizione e lo stile del dipinto del secolo XIII o XIV, e non esistendo altri documenti che dimostrino la preesistenza della chiesa (come tale) alle pitture suddette, l’opinante ben fece a dubitare di quella congettura. È dunque per me un incerto oratorio. La pittura è stata trasportata al Museo Nazionale.
Le chiese poi più vicine all’Anfiteatro Flavio, delle quali si ha memoria, sono:
I moderni Bollandisti[758]saltano a piè pari la questione intorno a queste chiese, che, come vedremo, sono certamente esistite nelle vicinanze del Colosseo; come pure tacciono degli oratorî, dei quali parlammo di sopra, benchè quando essi scrissero fossero già scoperti. Rivolgono le loro armi controS. Salvatore in Ludoodin Tellure, e, controS. Maria de arcu aureo, che nulla hanno a vedere col Colosseo; e, costretti a parlare della chiesa dei Ss. Abdone Sennen, e non potendone negare resistenza, conchiudono con un «il est probable» che la lettura degli atti abbia suggerito l’idea di erigere una chiesa in loro onore in questo luogo.
Del resto, la esistenza di questeottochiese e di questi oratorî attorno al Colosseo serve a dimostrare la venerazione che, da secoli e secoli, prima dell’epoca fissata dai Bollandisti per il culto di questo monumento — secolo XVII — era prestata all’Anfiteatro, benchè le chiese e gli oratorî niuna relazione diretta avessero coi martiri che in esso patirono: giacchè appunto attorno a centri indubitabili di grande venerazione noi vediamo verificarsi il fatto dell’aggruppamento di chiese ed oratorî di vario titolo; come, ad esempio, attorno alle basiliche Lateranense e Vaticana, ed a quellaApostolorumsulla Via Appia. Anzi questo fatto non solo si è verificato attorno a luoghi sacri fin dalla loro origine, ma eziandio attorno a monumenti destinati per loro natura ad uso profano, e divenuti poscia venerabili, presso i cristiani, per qualche motivo speciale. Così attorno al grandioso edifizio delle Terme di Diocleziano, sorsero le chiese di S. Salvatorein Thermis, dei Ss. Papia e Mauro, e l’oratorio cristiano scoperto nel 1876 sulMonte della Giustizia(ove è ora la dogana); e ciò, perchè gli altissimi muri di quella immensa mole erano stati cementati, dirò così, dal venerando sudore di migliaia di confessori della fede.
Cinque furono in Roma le chiese sacre ai Quaranta Martiri di Sebaste. Presso la chiesa diS. Maria Antiqua, scoperta a’ nostri giorni, v’ha una cappella che il Wilpert considera come faciente parte della chiesa stessa, per essere a questa assai vicina[760]. Nell’abside di questa cappella sono dipinti i Ss. Quaranta Martiri; e la pittura è giudicata dallo stesso ch.º autore[761]non posteriore al secolo VII. Nella stessa cappella Adriano I fece dipingere nel secolo seguentegli stessi Santi in gloria.
Altra chiesa dedicata a questi Martiri fu sull’Esquilino, e propriamente al Castro Pretorio. — Una terza ve n’era a breve distanza dal luogo ove ora è la chiesa delle Stimmate, e si disseSs. Quadraginta de Calcarario, e poide Leis. Un’altra ve ne fu, e v’è tuttora, nel Trastevere, e finalmente viene la nostra. Da quest’elenco mi sembra potersi ricavare l’origine e la posizione della nostra chiesa.
IQuaranta Martirifurono soldati, e noi troviamo che le chiese ricordate sono presso le caserme militari. La cappella diS. Maria antiquafu eretta per la Coorte Palatina; la chiesa dell’Esquilino, per i soldati Pretoriani; quella di Trastevere, nella celebreUrbs Ravennatium, per i marinaî di Ravenna, quella situata a pochi passi dal luogo ove ora sorge la chiesa delle Stimmate, per i militi deiCastradedicati da Aurelianoin Campo Agrippae[762]. La nostra dunque,per i marinai di Miseno. Questo quanto all’origine: quanto alla posizione poi, il quartiere dei marinai di Miseno fu tra S. Clemente ed il Colosseo; ivi dunque dovremmo collocare la chiesa. E così è di fatto.
Il Lonigo la dice posta «lì attorno al Colosseo», fra la chiesa di S. Giacomo e quella di S. Clemente. Dalla bolla di Eugenio IV[763], per la quale questa chiesa e l’altra di S. Maria furono unite all’ospedale di S. Giacomo, risulta,che era prossima a questo ospedale: «Sanctorum Quadraginta.... nec non S. Mariae prope dictum hospitale consistentes». NelCatastodei beni dell’ospedale diSancta Sanctorumdel 1462[764]si legge: «Item ecclesiaSanctorum Quadragintaprope dictam ecclesiam (di S. Giacomo) que remansit unita hospitali post cessum et recessum domi Johannis de Cancellariis». Ora il fabbricato della chiesa e dell’ospedale di S. Giacomo si estendeva fino al principio della via di San Giovanni. Qui dunque fu la chiesa dei Ss. Quaranta: vale a dire, di fronte al quartiere dei Misenati.
Questa chiesa alla metà del secolo XV era in istato di totale deperimento, e lo ricavo dalla citata bolla d’Eugenio IV (1433), nella quale, parlandosi delle due chiese, di S. Maria de Ferrariis e dei Ss. Quadraginta, leggiamo: «Etiam ruine deformitati supposite et fere prorsus destructa». Però sotto il Pontificato di Pio IV (1559-1565) esisteva ancora perchè è ricordata nelcatalogo delle chiese, redatto sotto questo Pontefice. L’Adinolfi[765]opina che «vivo Sisto IV fosse fatto titolo di Cardinale ed avesselo Pietro Foscari; e Pontefice Alessandro VI il Cardinale Domenico Grimano e mantennesi tale trapassata anche l’età fra li due». Che questa chiesa esistesse,trapassata anche l’età fra li due, è certo; perchè, come ho detto, si trova ricordata nelcatalogodi Pio IV; ma che fosse elevata aTitoloed assegnata ai Cardinali Foscari prima e poi Grimano, non so come l’Adinolfi l’abbia potuto affermare: sappiamo infatti che i due Cardinali suddetti ebbero atitolo S. Nicolò de Colosso o Colisaei, che è lo stesso cheS. Nicolo inter imagines[766]. Dalla seconda metà del secolo XVI in poi, non si ha più memoria di questa chiesa[767].
Parlando dell’oratorio scoperto negli scavi del 1895, dissi esservi alcuni i quali opinano, pur dubitando, che la chiesa diS. Maria de Ferrariisfosse situata nel luogo di quel rinvenimento. Non ci è possibile accettare la loroopinione, giacchè la posizione di questa chiesa viene esattamente indicata dall’Ordo Romanusdi Cencio Camerario[768], e dalla bolla di Eugenio IV, più volte ricordata. Nel primo si legge: «Et dehinc usque ad S. Nicolaum de Colosseo,.... deinde usque ad domum Johannis Papae VII.... deinde usque ad angulum Sancti Clementis». — Nella seconda, come già vedemmo, è scritto: «Nec non S. Marie prope dictum hospitale S. Jacobi consistentis». La chiesa di S. Mariade Ferrariisera dunque situata presso l’ospedale di S. Giacomo, il quale terminava al principio della via attuale di S. Giovanni; era prima della casa della favolosa Papessa Giovanna[769], che trovavasi, per chi va al Laterano, prima di S. Clemente; era a sinistra della via suddetta, perchè ricordata con fabbriche che sono da questa parte: in conclusione la chiesa diS. Maria de Ferrariisera situata al principio della moderna via di S. Giovanni, e a sinistra di chi va al Laterano.
Il Lonigo la pone fra S. Giacomo e S. Clemente.
La chiesa di cui parliamo è ricordata nel Catalogo del Camerario, nel Codice di Torino e nel Catalogo del Signorili; poi scomparisce.
Di questa chiesa già s’è parlato abbastanza: solamente qui aggiungerò che negli scavi del 1895 venne a luce ilcimiterodipendente da questa chiesa. Ecco le parole che scrisse il ch.º Lanciani all’epoca della scoperta: «Sembra che questo sepolcreto dipendente dalla chiesa ed ospedale di S. Giacomo del Colosseo si estendesse per considerevole spazio, almeno sino al n. 2 in via di S. Giovanni, dinanzi al quale, il giorno 5 aprile, si trovarono altri avelli addossati a muri di bella cortina[770]. Stavano a soli due metri di profondità». In nota poi aggiunge: «Una parte delle fondamenta della chiesa di S. Giacomo è stata troncata dagli odierni scavi: e corrisponde nei particolari architettonici al prezioso disegno dell’anonimo di Stuttgart f. 88, n. 237[771]. Ad essa ed al camposanto si deve la conservazione dei cippi che chiudevano il marciapiede e balteo del Colosseo, largo ben diecisette metri e mezzo».
Questa chiesa è ricordata dal Camerario col nome di «Salvatoris Insule et Colosei»; nel Codice di Torino è detta: «S. Salvatoris de Insula, habet 1. sacerdotem»; e così pure vien chiamata nelCatalogodel Signorili.
L’Armellini[772]dice che non si trova altra menzione di essa, e la crede addossata all’Anfiteatro: «Tracce infatti (egli scrive) di costruzione del medio evo restano ancora presso uno degli archi del medesimo, dal canto della via che conduce alla basilica Lateranense». Io però non posso convenire col ch.º scrittore: l’aggiunto «Insule» del Camerario, e il «de Insula» del Codice di Torino esclude l’idea di un addossamento della chiesa ad un edifizio. O fu dunque la chiesa medesima per se isolata, e quindi «Insule» o «de Insula»; ovvero fu inchiusa in uno di quei fabbricati, che, per essere affittato a più famiglie nell’antichità, e forse anche nell’età di mezzo, eran dettiInsulae.
Con tal titolo è ricordata questa chiesa nel Codice di Torino; il Signorili poi la dice: «ad Arcum Trasi». Non può cader dubbio sulla posizione di questa chiesa: essa fu presso l’Arco di Costantino, se non forse a questo addossata. L’anonimo Magliabecchiano[773]dice: «Arcus triumphalis marmoreus qui diciturde Trasicoram colosso in via per quam itur ad sanctum Gregorium, fuit factus Costantino... et diciturde Trasiquia in transitu viae est». NellaMesticanzadi Paolo Liello Petnene[774]si legge: «Voglio scrivere la vita di alcuno vostro Romano, a quali si vorria fare un simil arco trionfale, che fu fatto a Costantino... il quale si chiamaArco de Trasiappresso a Coliseo». Poggio Bracciolini, nella suasilloge, scrive: «De arcu Costantini, qui hodie diciturde Traxo».
L’Armellini, piuttosto che dal transito sotto ai fornici dell’Arco, opina si debba derivare il vocaboloTrasidalle statue dei Traci che ne adornano l’attico[775].
La memoria di questa chiesa scomparse dopo il secolo XV.
La chiesa di S. Nicolò, scrive l’Adinolfi[776], dicesi da qualche moderno «esser stata demolita ed essere stata nell’aia sulla quale è un locale, forse fabbrica dell’Arciconfraternita diSancta Sanctorum, lasciando sospesa la curiosità del ricercatore di essa se questo locale stesse a destra o a sinistra della via Maggiore». Però Cencio Camerario, nel ricordare i luoghi ove si facevano gli archi sotto ai quali passava il Papa nella solennità delpresbiterio, c’indicail sito ove sorgeva questa chiesa. Dice infatti: «Et dehinc usque adS. Nicolaum de Colisaeo.... deinde usque ad S. Mariam de Ferrariis.... deinde usque ad domum Johannis Papae VII.... deinde usque ad angulum Sancti Clementis»[777]. La chiesa di S. Nicolò stava dunque prima di quella di S. Mariade Ferrariis; ed essendo, per quel che si è detto sopra, noto il posto di quest’ultima chiesa, potremo con facilità stabilire il sito della chiesa di S. Nicolò. Questa fu certamente vicina al Colosseo, da cui tolse il nome; e perciò la collocherei a sinistra della via attuale del Colosseo, dove verso il Laterano ha termine l’edificio dell’Anfiteatro. Qui infatti, negli scavi del 1895, si rinvenne un lungo tratto di strada medievale, la quale, come nota il Gatti, era la via per cui si passava nelle solenni processioni papali, e dove appunto si facevano gli archi ricordati dal Camerario.
In questo luogo stesso e negli stessi scavi praticati nel 1895 si rinvenne un grande masso rettangolare di travertino, sul quale era in parte conservato l’intonaco primitivo dipinto. «Lo stile dell’affresco, scrive il Gatti[778]conviene al secolo VIII in circa. Vi sono rappresentati due santi, in piedi col nimbo circolare attorno al capo, vestiti di lunga tunica adorna di croci quadrilatere, e coperti col pallio. Ambedue tengono la mano destra sollevata all’altezza del petto; e mentre la figura a dritta sostiene una corona, l’altro regge un libro aperto, sul quale è scritto:
INITIVSAPIENTI.......
«Si volle ripetere la sentenza:Initium sapientiae, timor Domini; mancato però lo spazio per le ultime parole, queste furono rappresentate con piccole linee ondulate. La pittura è molto deperita; e verso ambedue i margini laterali della pietra manca quasi la metà delle due figure. In mezzo a queste è dipinta, nascente dal terreno, una pianta con fiori simili a rose».
Questa scoperta mi sembra sia una conferma della mia supposizione: che qui, cioè, fosse la chiesa di S. Nicolòde Colisaeo. Fu chiesa titolare; ed i due Cardinali Foscari e Grimano (i quali furono insigniti di questo titolo) ce ne sono la prova.
L’Armellini[779]afferma che questa chiesa era ancora in piedi sotto S. Pio V.
Il Camerario, il Codice di Torino ed il Signorili ricordano questa chiesa; ma dal secolo XVI in poi non se ne ha più memoria. Il Codice di Torino lachiama «Sellaria de Metrio»; in una bolla di Urbano V è detta S. Maria deMetrio[780]. I topografi non hanno saputo indicare il luogo preciso di questa chiesa, e vi fu chi la collocò lontanissimo dal Colosseo; il Codice di Torino però ce ne dà l’indicazione precisa, e la pone fra S. Salvatorede Arcu Trasie la chiesa dei Ss. Abdon e Sennen. Ora, conoscendosi il sito preciso della prima —Arco di Costantino— e dell’ultima —Colosso di Nerone, — è chiaro che S. Mariade Metriofu alla Mèta Sudante o lì presso; e la voceMetrio(corruzione evidente di Mèta) ce ne è la conferma.
Questa chiesa fu eretta sul luogo ove furono gettate, dopo il martirio, le salme dei gloriosi Martiri Persiani: vale a dire,ante simulacrum Solis, ossia davanti al famoso Colosso Neroniano. Difatti, tra il basamento del Colosso ed il tempio di Venere e Roma, al cadere del secolo scorso, si trovò una gran quantità di ossa umane, le quali vengono a dimostrarci la presenza di un cimitero svoltosi attorno a questa chiesa. Essa è ricordata dal Camerario, dal Codice di Torino (il quale, come dicemmo, la nomina dopo la chiesa di S. Mariade Metrio), dal catalogo del Signorili e da quello di Pio V, ritrovato dall’Armellini negli archivi secreti del Vaticano. Da questo catalogo egli argomenta, e giustamente, che la nostra chiesa durante il pontificato di Pio V non solo era intatta, ma vi si compievano ancora gli atti di culto; poichè l’estensore del suddetto catalogo nota esattamente lo stato materiale di ciascuna chiesa, e di quella dei Ss. Abdon e Sennen nulla osserva[781]. Lo stesso chiarissimo scrittore la suppone distrutta alla fine del secolo XVI o sugli inizî del XVII secolo.
Ed ora, chiusa questa lunga parentesi, alla quale mi hanno condotto le questioni sulle chiese di S. Salvatorede Rotae S. Giacomo, torniamo all’argomento.
I Pontefici, nel prender possesso della loro suprema dignità colla famosa e solenne cavalcata alla basilica Lateranense, solevano ascendere il Campidoglio; poscia, attraversato il Foro, passavano innanzi il Colosseo, e proseguivano per la via che conduce al Laterano. Gli Ebrei erano in dovere di preparare i soliti apparati e di ornare la strada dall’Arco di Tito fino all’Anfiteatro. S. Pio V, nel possesso che prese il 23 Gennaio 1566, volle, con tutta la cavalcata, passare per entro lo stesso Colosseo, come pure fece nella sua presa di possesso Gregorio XIII[782].
Nellibro dei decretidel 1574 si trova il seguente decreto del Consiglio secreto del 15 Ottobre (f. 548):
«Giovanni Battista Cecchini primo Conservatore propose: Perchè tutte le opere cominciate deuono hauere il suo debito fine, però ce par necessario che mancando ancora molta quantità di Trauertini per finire la restaurazione del Ponte Santa Maria, et per adesso non se ne possono far venire et per questo essendone detto che nel Coliseo ue ne è gran quantità sotto le ruine dò sonno cascati et non sono in opera quali si potrebbero far cauare per questo bisogno. Però l’habbiamo uoluto esporre alle S.S. V.V. acciò possino sopra di ciò fare quelle risoluzioni che gli parrà».
«Decretum extitit omnium Patrum astantium assensu quod capiantur et fodiantur expensis Po. Ro. omnes lapides mormorei et Tiburtini existentes in ruinis amphitheatri Domitiani vulgodetto il Coliseo, diruti et nullo pacto coniuncti et applicati dicto Amphitheatro, sed etiam effodi possint in omnibus aliis locis publicis pro supplemento operis Pontis Sanctae Mariae sine tamen praeiudicio aedificiorum antiquorum pro quibus exequendis curam habere debeat magister Mathaeus architectus. Quoque omnes statuae et antiquitates quae in dictis locis reperiantur sint ipsius Populi romani».
Il Sommo Pontefice Sisto V, fu uno dei Papi che più ricordi lasciò nell’alma Città. «Costruì più Egli solo in cinque anni di pontificato, dice giustamente il prof. R. Corsetti[783], che in più secoli la maggior parte dei suoi successori» — Poteva dunque l’operosissimo Sisto V trascurare l’Anfiteatro Flavio? Non era possibile: egli pensò ben tosto di far ivi grandiosi lavori, onde conservarlo e renderlo nuovamente, in pari tempo, di pubblica utilità; benchè con non lieve danno dell’integrità archeologica di quelle monumentali reliquie, se tali lavori fossero stati eseguiti.
Ai tempi di Sisto V molti poveri di Roma non avean modo di vivere colle loro fatiche: il lavoro scarseggiava; ed il provvido Pontefice escogitò la maniera di sovvenire agli indigenti ed evitare che andassero mendicando per la Città. Sul finire del secolo XVI, Sisto V dava incarico a Domenico Fontana, perchè riducesse il Colosseo ad abitazione e lanificio; giacchè l’arte di lavorare la lana era allora in Roma molto negletta. Il suddetto architetto fece il disegno dell’edificio restituito nella sua originaria circonferenza: quattro porte od ingressi con altrettante scale immettevano al monumento. Nel mezzo dell’antica arena dovea sorgere una fonte: altre fonti dovean servire per il lavoro; e per le abitazioni degli operai si destinavano i portici esterni, dando a ciascuno di quelli, gratuitamente, due stanze. Gli altri portici dovean adattarsia stanze e a laboratorî. Già erasi intrapreso il lavoro: i commercianti di lana avevano già ricevuto da Sisto V la somma di 15,000 scudi per la provvista della materia da lavorarsi nel nuovo lanificio; quando la morte del Pontefice venne a troncare l’attuazione di quell’opera[784]. «Se vivea un altr’anno solo, dice il Fontana, il progetto sarebbe stato una realtà, con immensa utilità pubblica e specialmente dei poveri». E il Mabillon[785]aggiunge: «Vixisset Syxtus V et amphitheatrum, stupendum illud opus, integratum nunc haberemus!» — Ma ascoltiamo le parole dello stesso Fontana[786]: «Acciò, iui si facesse l’arte della lana, per utile della città di Roma, volendo che á torno per la parte di dentro al piano di terra vi fossero le loggie couerte, et disopra scouerte, con le botteghe, e stanze per abitatione per li lavoratori di detta arte, e che ogn’vno dovesse hauer vna bottegha con due camere e loggia scouerta avanti à torno tutto il teatro, hauendo già dato ad alcuni mercatanti scudi quindicimila acciò cominciassero ad introdur detta arte, volendoci di più far condurre l’acqua per far fontane per comodità di detta arte et per vso degli habitatori, e di già haueua cominciato a far leuare tutta la terra che ni staua à torno et a spianar la strada che viene da torre de Conti, et và al Coliseo, acciò fosse tutta piana, come hoggi dì si vedono li vestigj di detto cauamento, et vi si lauoraua con sessanta carrette di caualli, et con cento huomini, di modo che se il Pontefice uiueva anco un anno, il Coliseo sarìa stato ridotto in habitatione. La qual opera si faceva principalmente da N. S. acciò tutti li poveri di Roma hauessero hauuto da trauagliare, et da viuere senza andare per le strade mendicando; poi che non aueriano pagato pigione alcuna di casa qual voleva fosse franca, il saria stato di grand’vtile alla pouertà, et anco ai mercatanti di lana, che haueriano smaltita la loro mercatantia in Roma, senza hauerla da mandar fuori della città, con animo di fare che detta città fosse tutta piena di artegiani di tutte le sorti».
Nell’archivio Capitolino[787], negli atti di Girolamo Arconio, notaro dei Conservatori, troviamo: «A dì 21 di marzo 1594 — hauendo (i Conservatori) inteso che certi di questi che lavorano di carniccia per fare la colla ceruona haueuano occupato alcuni archi di sopra del teatro del Colosseo uerso Santo Clemente.... li mandarono a farli mettere imprigioni, quali mostrarono che li Guardiani... della compagnia del Confalone l’aueuano loro data licentia et affittato per una libbra di cera l’anno».
Termineremo questo capitolo col riferire alcune scoperte fatte presso il Colosseo verso l’anno 1594, delle quali ci dà notizia il Vacca[788]: «Accantoil Coliseo, dice quest’autore, verso SS. Gio. e Paolo vi è una vigna, mi ricordo (circa l’anno 1594) vi fu trovata una gran platea di grossissimi quadri di travertini, e due capitelli Corintii; e quando Pio IV le Terme Diocletiane restaurò, e dedicolle alla Madonna degli Angeli, mancandogli un capitello nella nave principale, che per antichità vi mancava, vi mise uno di quelli: e vi fu trovata una barca di marmo da 40 palmi longa, et una Fontana molto adorna di marmi, e credetemi, che aueua hauto più fuoco che acqua; et ancora molti condotti di piombo».