DODICESIMO SAGGIOARTE
Siccome l’anima è progressiva, essa non si ripete mai, ma in ogni atto tenta la produzione di un «intiero» nuovo e più bello. Questo appare nelle opere delle arti belle e delle arti per così dire applicate, se noi vogliamo usare la distinzione comune, a seconda che il loro scopo sia di utilità o di bellezza. Così nelle nostre belle arti lo scopo non è l’imitazione, bensì la creazione. Nei paesaggi il pittore dovrebbe dare la suggestione di una creazione più bella di quella che noi conosciamo. Egli dovrebbe tralasciare i dettagli e la prosa della natura, per darcene solo lo spirito e lo splendore. Egli dovrebbe sapere che il paesaggio ha bellezza per il suo occhio, perchè esso esprime un pensiero che per lui è buono; e ciò, perchè lo stesso potere che vede attraverso i suoi occhi è veduto in quello spettacolo; così egli verrà a valutare l’espressione della natura, e non la natura stessa, e ad esaltare nella sua opera i tratti che piaceranno a lui. Egli renderà l’ombra delle ombre e la luce delle luci. In un ritratto egli deve rivelare il carattere e non i tratti, e deve considerare l’uomo, che siede innanzi a lui, come se stesso, vale a dire soltanto un’imperfetta pittura o somiglianza d’una originale aspirazione interiore.
Che cosa è quella restrizione e quella selezione che noi osserviamo in ogni attività spirituale, se non lostesso impulso creativo? epperò esso è viatico a quella più alta illuminatezza che insegna ad esprimere con i più semplici simboli un più largo significato. Che cosa è un uomo se non un più bel risultato della natura esplicante se stessa? Che cosa è un uomo se non un paesaggio più bello e più unito che le figure del l’orizzonte, eclettismo della natura? E cosa è il suo discorso, il suo amore per il dipingere, il suo amore per la natura, se non un risultato ancora più bello? E che cosa sono tutte le faticose miglia e le soppresse misure di spazio e di volume, e lo spirito e la morale di essa ristretti in una parola musicale o nel più abile tratto di pennello?
Ma l’artista deve impiegare i simboli in uso ai suoi giorni e nel suo paese per esprimere il suo senso più ampio ai suoi simili. A questo modo il nuovo in arte viene sempre formato fuori del vecchio. Il Genio dell’Ora appone il suo incancellabile suggello all’opera, e dà ad essa un inesprimibile fascino per l’imaginazione. Finchè il carattere spirituale del tempo domina l’artista, e trova espressione nel suo lavoro, questo conserverà una certa grandiosità, e rappresenterà ai futuri ammiratori lo Sconosciuto, l’Inevitabile, il Divino. Nessun uomo può escludere del tutto questo elemento della Necessità dal suo lavoro. Nessun uomo può completamente emanciparsi dalla sua età e dal suo paese o produrre un modello, in cui l’educazione, la religione, la politica, gli usi e le arti dei suoi tempi non abbiano parte alcuna. Per quanto originale, capriccioso e fantastico egli possa essere in una sua opera pure egli non potrà cancellare da essa ogni traccia dei pensieri fra i quali essa crebbe. L’atto stesso di evitarli tradisce l’uso di ciò che egli vuole evitare. Al disopra della sua volontà, al di là della sua osservazione, egli è obbligato a partecipare del costume dei suoi tempi pur non conoscendolo, dall’aria che egli respira, e dall’idea sullaquale egli ed i suoi contemporanei vivono e si affaticano. Ora ciò che in un’opera è inevitabile ha un fascino più grande di quanto potrà mai darle il talento individuale, poichè la penna dell’artista od il suo cesello sembrano essere stati tenuti e guidati da una mano gigantesca per scrivere una riga nella storia della razza umana. Questa circostanza dà valore ai geroglifici egiziani, agli idoli indiani, chinesi e messicani, per quanto siano essi grossolani e rudimentali. Essi denotano l’altezza dell’anima umana in quell’ora, e se non furono opere fantastiche, scaturirono da una necessità così profonda come il mondo. Dovrò io aggiungere ora che tutto l’esistente prodotto delle arti plastiche ha il suo più alto valorecome Storia, come una pennellata del ritratto di quel fato, perfetto e bello, secondo i cui ordini tutti gli esseri avanzano verso la loro beatitudine?
Così, storicamente considerato, l’ufficio dell’arte fu di educare alla percezione della bellezza. Noi siamo immersi nella bellezza, ma i nostri occhi non hanno una chiara visione. È necessario, col mostrare i singoli tratti, assistere e guidare il gusto sonnecchiante. Noi modelliamo e dipingiamo od osserviamo ciò che è modellato e dipinto, come studiosi del mistero della Forma. La virtù dell’arte è nello staccare, nell’isolare un solo oggetto dall’imbarazzante varietà. Finchè una cosa non balza fuori dalla connessione delle cose vi può essere godimento, contemplazione, ma non vi può essere pensiero. La nostra felicità e la nostra infelicità sono improduttive. Il bambino giace in un piacevole dormiveglia, ma il suo carattere individuale ed il suo potere pratico dipendono dal suo giornaliero progresso nel separare le cose, e nel trattare con esse una per volta. L’amore e tutte le passioni concentrano tutta l’esistenza intorno ad una singola forma. Certi spiriti hanno l’abito di dareun’isolante pienezza all’oggetto, al pensiero, alla parola, sui quali essi si soffermano, e farne per un momento il rappresentante del mondo. Questi sono gli artisti, gli oratori, i condottieri della società. Il potere di isolare e di magnificare isolando, è l’essenza della rettorica nelle mani dell’oratore e del poeta. Questa rettorica o potere di fissare la momentanea eccellenza di un oggetto — così rimarchevole in Burke, Byron e Carlyle — è rivelato dal pittore e dallo scultore nel colore e nella pietra. Il potere dipende dalla profondità della visione interna dell’artista per l’oggetto che egli contempla. Poichè ogni oggetto ha le sue radici nella natura centrale, esso può naturalmente esserci mostrato come rappresentante del mondo. Pertanto, ogni opera di genio è il tiranno dell’ora e richiama su se stessa l’attenzione. Per un dato tempo essa è l’unica cosa degna d’un nome — sia un sonetto, un’opera, un paesaggio, una statua, un discorso, il piano di un tempio, di una campagna, o di un viaggio di scoperte. Subito dopo passiamo a qualche altro oggetto che si integra in un tutto, come fece già il primo; per esempio, ad un giardino ben tracciato e nulla sembra allora degno di nota all’infuori dell’arte di tracciare i giardini. Io penserei che il fuoco sia la miglior cosa del mondo, se non avessi conoscenza dell’aria, dell’acqua e della terra: e ciò perchè è diritto e proprietà di tutti gli oggetti naturali, di tutti i talenti genuini, di tutte le proprietà originarie, quali esse siano, di essere nel loro momento il vertice del mondo. Uno scoiattolo, che salta di ramo in ramo, e fa per suo piacere di tutto il bosco un solo albero, appaga l’occhio non meno che un leone — esso è bello, basta a se stesso, e rappresenta, allora ed in quel sito, la natura. Una bella ballata mi rapisce il cuore e l’udito mentre ascolto, come fece antecedentemente un canto epico. Un cane, od una mandra di maiali, disegnatida un maestro appagano e sono realtà non minore di quanto lo siano gli affreschi di Michelangelo. Da questo succedersi di oggetti eccellenti, apprendiamo alfine l’immensità del mondo, l’opulenza della natura umana, che può correre all’infinito in qualsiasi direzione. Ma io apprendo anche che ciò che mi stupì ed affascinò nel primo lavoro, mi stupì anche nel secondo; e perciò che l’eccellenza di tutte le cose è una.
L’ufficio della pittura e della scultura pare essere semplicemente iniziale. I migliori dipinti possono facilmente dirci il loro ultimo segreto. I migliori dipinti sono i rudi disegni di pochi miracolosi punti e tratti e colori che formano il sempre cangiante «paesaggio con figure», in mezzo al quale noi viviamo. La pittura pare essere all’occhio ciò che la danza è alle membra. Quando la danza ha educato il corpo al comando di se stesso, all’agilità, alla grazia, i passi del maestro di ballo sono facilmente dimenticati; così la pittura mi insegna lo splendore del colore e l’espressione della forma; e siccome io vedo molti dipinti e più alti genii dell’arte, io vedo l’illimitata ricchezza del pennello e l’indifferenza in cui vive l’artista libero di scegliere nelle possibili forme. Se egli può disegnare ogni cosa, perchè disegnare cosa alcuna? ed allora il mio occhio è aperto alla eterna pittura, che la natura dipinge nella strada con il muovere uomini e bambini, accattoni e belle signore, vestite in rosso, in turchino, in verde, in grigio; con il muovere esseri dai capelli lunghi, brizzolati, dai visi bianchi, dai visi neri, da visi rugosi; giganti, nani; esseri sviluppati, snelli, coperti e circondati dal cielo, dalla terra, dal mare.
Una galleria di scultura insegna più austeramente la stessa lezione. Come la pittura insegna il colore, così la scultura insegna l’anatomia della forma. Quando io dopo aver contemplato delle belle statue entro in unapubblica assemblea, ben comprendo che cosa volle dire colui che disse: «Quando ho finito di leggere Omero, tutti gli uomini mi sembrano giganti». Io anche m’avvedo che la pittura e la scultura sono una ginnastica dell’occhio, ed allenamento alle bellezze ed alle curiosità della sua funzione. Non vi è alcuna statua che abbia sopra tutta la scultura ideale l’infinito vantaggio della varietà perpetua come l’ha l’uomo vivente. Quale galleria d’arte posseggo io qui! Nessun manierista fece questi gruppi variati e queste differenti figure originali. L’uomo è l’artista stesso che improvvisa, torvo e lieto, nel suo blocco di pietra. Ora un pensiero lo colpisce ora un altro, e ad ogni momento egli altera totalmente l’aspetto, l’attitudine, e l’espressione della sua creta. Lasciate i vostri colori, ed i vostri cavalletti, il marmo e lo scalpello: se voi non aprite gli occhi ai fascini dell’arte eterna, essi non sono che ipocrite anticaglie.
Il riferimento infine di tutte le produzioni ad un Potere Aborigeno spiega i tratti comuni a tutte le opere dell’arte più pura; cioè che esse sono universalmente intelligibili; che esse ci riconducono ai più semplici stati di mente; che esse sono religiose. Poichè tutta la abilità dimostrata nell’opera d’arte sta nella riapparizione dell’anima originale, getto di luce pura, essa dovrebbe produrre un’impressione simile a quella prodotta dagli oggetti naturali. Nelle ore felici la natura ci appare una con l’arte; ed ecco l’arte perfezionata — l’opera del genio. — E l’individuo, in cui i gusti semplici e la suscettibilità a tutte le grandi influenze umane dominano gli accidenti di una cultura locale e speciale, è il miglior critico d’arte. Ancorchè noi viaggiamo attraverso tutto il mondo per trovare il bello, se non lo portiamo con noi, non lo troveremo. La miglior parte del bello sta più nel fascino che nell’abilità di tracciare, di segnare dei contorni; fascino maggiore di quello che qualsiasiregola l’arte potrebbe insegnare; vale a dire, nella radiazione dall’opera d’arte del carattere umano, — in una meravigliosa espressione, attraverso la pietra o la tela ed il suono musicale, dei più profondi e più semplici attributi della nostra natura, pertanto più intelligibili infine a quelle anime, che li posseggono. Nelle sculture dei Greci, nei lavori murarii dei Romani, e nelle pitture dei maestri toscani e veneti, il maggiore fascino è la lingua universale che essi parlano. Da tutti questi esala una confessione della natura morale, della purezza, dell’amore e della speranza. Ciò che noi portiamo ad essi, con noi riportiamo più delicatamente illustrato nella memoria. Il viaggiatore che visita il Vaticano, e passa di camera in camera attraverso le gallerie di statue, di vasi, di sarcofagi, e di candelabri, attraverso ogni espressione di bellezza, materiata nei più ricchi materiali, è in pericolo di dimenticare la semplicità dei principii, dai quali tutto ciò nacque, e di dimenticare che essi ebbero la loro origine da pensieri e leggi che sono nel suo proprio petto. Egli studia le leggi tecniche su questi meravigliosi resti; ma dimentica che queste opere non furono sempre così attorniate di cose belle; dimentica che esse sono il contributo di molte età e di molti paesi; che ognuna uscì dalla bottega solitaria di un solo artista, che lavorò forse ignorando l’esistenza di un’altra scultura, e creava la sua opera senza altro modello che la vita, la vita domestica, la dolcezza delle relazioni personali, dei cuori palpitanti, degli occhi che si incontrano, la povertà, il bisogno, la speranza ed il timore. Queste erano le sue ispirazioni, e questi sono gli effetti che egli produce intimamente nel vostro cuore e nella vostra mente. Proporzionatamente alla sua forza, l’artista troverà nel suo lavoro uno sbocco per il suo proprio carattere. Egli non deve essere in alcun modo disturbato od importunato dal suomateriale, ma dalla sua necessità di comunicar se stesso, il diamante sarà cera nelle sue mani, e concederà un’adeguata comunicazione di lui con la sua statura e le sue proporzioni. Egli non ha bisogno d’impacciarsi con una natura e cultura convenzionale, nè di domandare quale sia la maniera di Roma o di Parigi; ma gli servirà come simbolo di un pensiero che irradia indifferentemente attraverso ogni cosa, quella casa e quel tempo e quel modo di vita, che la povertà e la sorte nativa gli hanno contemporaneamente resi così cari e così odiosi, nella grigia disadorna capanna di legno di un cascinale del New-Hampshire, o nelle capanne dei boschi, o negli stretti appartamenti ove egli ha sofferto le privazioni dell’indigenza urbana.
Ricordo che nella mia giovinezza quando udii parlare delle meraviglie della pittura italiana, mi figurai che questi grandi dipinti fossero dei grandi stranieri, fossero qualche sorprendente combinazione di colori e di forma; una meraviglia mai vista, di perle ed oro come le insegne e gli stendardi delle milizie, che tanto pazzamente si impongono agli occhi e all’immaginazione degli scolari: io dovevo perciò vedere ed acquistare non so che cosa. Quando finalmente andai a Roma, e vidi le pitture con i miei occhi, trovai che i genii lasciano ai principianti il gaio, il fantastico e l’ostentato, e che essi vanno direttamente al semplice ed al vero; trovai che la loro opera era familiare e sincera; che era il vecchio fatto eterno di già incontrato in tante forme — e per il quale vivevo; che era il semplicevoiedioche io conoscevo così bene — e che avevo lasciato a casa in tante conversazioni. Io aveva fatta di già la stessa esperienza in una chiesa di Napoli. Là vidi che nulla era cambiato per me, eccetto il luogo, e mi dissi: «Tu, ragazzo folle, sei venuto qui, attraversando quattromila miglia d’acqua salsa, per trovare ciò che ti era già noto in casa?»Lo stesso fatto contemplai di nuovo nella Accademia di Napoli, nelle sale di scultura, ed ancora quando venni a Roma, nei dipinti di Raffaello, Angelo, Sacchi, Tiziano e Leonardo da Vinci. «Vecchia talpa, che cosa lavori nella terra così in fretta?» Esso mi aveva seguito: ciò che mi pensavo di avere lasciato a Boston, era qui in Valicano, e poi a Milano, a Parigi, e rendeva tutto il viaggio ridicolo come il forzato girar intorno ad un mulino. Ora questo chiedo io ai dipinti, che mi rendano casalingo, non che mi abbaglino. I dipinti non devono essere troppo pittoreschi. Nulla più stupisce gli uomini del buon senso e della semplice franchezza. Tutte le grandi azioni furono semplici, e tutti i grandi dipinti lo sono.
La Trasfigurazione di Raffaello è un esempio eminente di questo merito particolare. Una bellezza calma e benigna brilla in tutta quest’opera e va direttamente al cuore. Pare quasi che vi chiami per nome. Il dolce e sublime viso di Gesù sta al disopra d’ogni lode, pure come disinganna tutte le grandi speranze! Questo atteggiamento familiare, semplice, domestico, ci dà l’impressione di ritrovare un amico. L’esperienza dei negozianti di quadri ha il suo valore, ma non ascoltate la loro critica, quando il vostro cuore è toccato dal genio. Il quadro non fu dipinto per essi, fu dipinto per voi; per coloro che hanno occhi sensibili alla semplicità e alle nobili emozioni.
Pure, dette sì belle cose riguardo all’arte, noi dobbiamo finire con una confessione sincera: che le arti, come noi le conosciamo, non sono che iniziali. Le nostre lodi migliori sono date per ciò cui esse mirarono e promisero, non per il loro reale risultato. Poca fede ha nelle risorse dell’uomo, colui che crede che la miglior età della produzione artistica sia passata. Il valore reale dell’Iliade o della Trasfigurazione, sta come segno dipotenza: flutti o increspature della grande corrente della tendenza; pegni dello sforzo Eterno per produrre, che anche nel suo peggiore stato l’anima tradisce. L’arte non è ancora giunta alla sua maturità, se non si collega con le più potenti attività del mondo, se non è pratica e morale; se non vive in relazione con la coscienza, se non fa sentire ai poveri e ai rozzi, che essa loro si rivolge con una parola di alto incoraggiamento. Vi è per l’Arte un’opera più alta che le arti. Queste sono abortive nascite di un istinto imperfetto o viziato. L’Arte è il bisogno di creare; ma nella sua essenza, immensa ed universale, è impaziente di lavorare pur con mani difettose od impacciate, e di produrre gobbi e mostri, come sono tutti i dipinti e tutte le statue. Il suo fine è niente meno che la creazione dell’uomo e della natura. Un uomo dovrebbe trovare in ciò uno sfogo per tutta la sua energia. Egli può dipingere e scolpire finchè egli lo può. L’Arte dovrebbe rallegrare ed abbattere gli ostacoli delle circostanze da ogni lato, risvegliando nell’osservatore lo stesso senso di universale relazione e di potere che l’opera rivelò nell’artista, mentre il suo più alto effetto è quello di produrre artisti nuovi.
La Storia è di già vecchia abbastanza per far testimonianza delle vecchie età e della scomparsa delle arti particolari. L’arte della scultura è da lungo tempo morta per qualsiasi effetto reale. Essa era originariamente un’arte utile, un modo di scrivere, un annale della gratitudine o della devozione del selvaggio, e fra popoli che possedevano una meravigliosa percezione della forma, questa scultura fanciullesca fu condotta al massimo splendore dell’effetto. Ma essa è il giuoco di un rude e giovane popolo, e non il virile lavoro di una nazione saggia e spirituale. Sotto una quercia carica di foglie e di ghiande, sotto un cielofulgido di occhi eterni, io mi sento in una strada movimentata, piena di vita, ma nelle opere delle nostre arti plastiche, e specialmente della scultura, la creazione è cacciata in un angolo. Io non posso celare a me stesso che nella scultura vi è una certa apparenza di meschinità, come di cosa puerile, e una certa finzione di teatro. La Natura sorpassa tutti i nostri modi di pensare, e noi non troviamo ancora il suo segreto. Ma la galleria si sottomette ai nostri modi, e vi è un momento in cui essa diviene frivola. Non mi fa meraviglia che Newton con la sua attenzione abitualmente rivolta al cammino dei pianeti e del sole, si sia stupito dell’ammirazione del Conte di Pembroke per i «pupazzi di pietra». La Scultura può servire per insegnare all’allievo quanto profondo sia il segreto della forma, e come puramente lo spirito possa tradurre i suoi significati in quell’eloquente dialetto. Ma la statua apparirà fredda e falsa davanti a quell’attività nuova, che abbisogna di plasmare tutte le cose, che non soffre contraffazioni e cose che non siano vive. La Pittura e la Scultura sono le celebrazioni e le festività della forma. Ma l’arte vera non è mai irrigidita, bensì è sempre fluente. La musica più dolce non sta nell’oratorio, ma nella voce umana quando essa parla, dalla sua vita attiva, parole di tenerezza, di verità o di coraggio. L’oratorio ha di già perduta la sua delazione con il mattino, con il sole e con la terra, ma quell’umana voce persuasiva è intonata con essi. Tutte le opere d’arte non dovrebbero essere prodotti staccati, bensì «estemporanei». Un grande uomo è una nuova statua in ogni atteggiamento ed azione. Una bella donna è un dipinto che fa nobilmente impazzire chi la osserva. La vita può essere lirica od epica, così come un poema od un romanzo.
Una vera enunciazione della legge della creazione, (se si trovasse un uomo degno di enunciarla), porterebbel’arte su, nel regno della natura, e distruggerebbe la sua separata e contrastata esistenza. Le sorgenti dell’inventiva e della bellezza nella società moderna sono tutt’altro che inaridite. Una novella popolare, un’opera di teatro od una sala da ballo, ci fanno sentire che noi siamo tutti degli accattoni nel grande ricovero di mendicità del mondo, senza dignità, senza abilità, e senza iniziativa. L’arte è così povera e bassa. La vecchia tragica Necessità, che si abbassa sulle fronti stesse delle Veneri e dei Cupidi dell’Antico tempo e fornisce l’unica discolpa per l’intrudersi di tali anomale figure della natura — poichè esse erano inevitabili; e l’artista era ebbro di passione per la forma cui egli non poteva resistere e che esprimeva in queste belle stravaganze — la vecchia Necessità, dico, non eleva più a qualche dignità il cesello od il pennello. Ma l’artista ed il conoscitore ora non cercano nell’arte che la mostra del loro talento od un rifugio dai mali della vita. Gli uomini non sono contenti della figura che essi costruiscono nella loro propria imaginazione, e fuggono nell’arte portando il loro senso migliore in un oratorio, in una statua od in una pittura. L’Arte fa lo stesso sforzo che fa una prosperità materiale; cioè distacca il bello dall’utile, compie il lavoro come una cosa inevitabile, ed odiandolo, passa al godimento. Queste consolazioni e queste compensazioni però, questa separazione della bellezza dall’utile, non sono permesse dalle leggi della natura. Così tosto come la bellezza è richiesta, non dalla religione o dall’amore, ma dal piacere, essa degrada il richiedente. L’alta bellezza non è più a lungo raggiungibile da lui sulla tela o nella pietra, nel suono o nella costruzione lirica; una bellezza effeminata, prudente, malaticcia, che non è bellezza, è tutto ciò che può essere formata; perchè la mano non può mai eseguire cosa alcuna più alta di ciò che il carattere può ispirare.
L’arte che così disgiunge, è essa stessa per la prima disgiunta. L’arte non deve essere un’abilità superficiale, ma deve aver inizio più addentro nell’uomo. Ora gli uomini non vedono la natura bella, e s’accingono a fare una statua che lo sia. Essi aborriscono gli uomini privi di gusto, sciocchi ed inconvertibili, e si consolano con scatole di colori e blocchi di marmo. Rifuggono dalla vita come prosaica, e creano una morte che essi chiamano poetica. Conducono a termine le fatiche del giorno e volano a sogni voluttuosi. Mangiano e bevono, per poter attuare dopo l’ideale. Così l’arte è resa vile; il suo nome suggerisce alla mente il suo senso secondario e cattivo, essa giace nell’immaginazione come qualcosa di contrario alla natura, colpita a morte fin dal principio. Non sarebbe meglio incominciare più in alto — servire l’ideale prima di mangiare e bere, anzichè servire l’ideale mangiando e bevendo e respirando, e in tutte le funzioni della vita? La bellezza deve ritornare alle arti utili, e la distinzione fra le arti belle e le arti utili deve essere dimenticata. Se la storia fosse con veridicità narrata, se la vita fosse nobilmente spesa, sarebbe in breve facile e possibile il distinguere l’una dall’altra. In natura tutto è utile, tutto è bello. Tutto è pertanto bello, perchè è vivo, perchè si muove, perchè è riproduttivo; tutto è pertanto utile, perchè è simmetrico e bello. La bellezza non verrà al richiamo di una legislatura, nè ripeterà in Inghilterra od in America la sua storia della Grecia. Verrà, come sempre, senza annunzio, e germoglierà fra i piedi degli uomini coraggiosi e seri. Invano noi attendiamo che il genio ripeta i suoi miracoli delle arti antiche; è suo istinto trovare bellezza e santità nei fatti nuovi e necessari, nei campi e nelle strade di campagna, nei negozi e nelle officine. Procedendo da un cuore religioso essa innalzerà ad utile divino la ferrovia, lacompagnia di assicurazioni, la borsa, il nostro commercio, la batteria elettrica, il prisma, la pila, la storta del chimico, nelle quali ora noi cerchiamo soltanto un utile economico. Non è l’aspetto egoistico ed anche crudele dei nostri grandi lavori meccanici, dei mulini, delle ferrovie e delle macchine, l’effetto degli impulsi mercenari a cui questi lavori ubbidiscono? Quando i suoi compiti sono belli ed adeguati, un bastimento attraversando l’Atlantico fra la vecchia e la nuova Inghilterra, e arrivando ai suoi porti con la puntualità di un pianeta, rappresenta un passo dell’uomo verso l’armonia con la natura. Il battello che a Pietroburgo naviga lungo la Lena per mezzo del magnetismo, abbisogna di poco per essere sublime. Quando la scienza sarà dotta in amore, ed i suoi poteri saranno retti dall’amore, essi appariranno i supplementi e le continuazioni della creazione materiale.