SECONDO SAGGIOESPERIENZA

SECONDO SAGGIOESPERIENZA

Dove ci troviamo noi? Per una strada, della quale noi non conosciamo gli estremi, e che crediamo non ne abbia alcuno. Noi ci svegliamo e ci troviamo su d’una scala: vi sono dei gradini al disotto di noi, che ci pare d’aver salito; ve ne sono di quelli al disopra di noi, e molti, che vanno in alto e si perdono di vista. Ma il Genio, che secondo la vecchia credenza sta alla porta per la quale entriamo e ci dà da bere l’oblio affinchè non si dican frivolezze, mescolò troppo la bevanda, e noi non possiamo scuotere il letargo anche ora a mezzogiorno. Il sonno si sofferma per tutto il tempo della nostra vita attorno ai nostri occhi, come la notte si sofferma tutto il giorno nei rami dell’abete. Tutte le cose nuotano e brillano. La nostra vita non è tanto minacciata quanto la nostra percezione. Noi ci avanziamo cauti, simili a spettri attraverso alla natura e non riconosciamo più i nostri posti. Cadde la nostra nascita in qualche momento di indigenza o di frugalità della natura, che essa fu così avara del suo fuoco e così liberale della sua terra, da apparire manifesta a noi la mancanza di principio affermativo, e pur avendo salute e ragione, la mancanza di superfluità di spirito per una nuova creazione? Noi abbiamo quanto è sufficiente per vivere e passare l’anno, ma non un’oncia da concedere o da mettere in serbo. Ah!se quel nostro genio fosse genio un poco di più! Noi siamo come quei mugnai posti nella parte bassa di una corrente, quando i mulini superiori hanno esaurito l’acqua. E come essi, noi pensiamo che la gente che ci sta sopra debba avere alzate le sue dighe. Se qualcuno di noi sapesse ciò che stiamo per fare o dove siamo per andare, allorquando pensiamo di conoscere il meglio! Noi non sappiamo oggi se siamo oziosi oppure occupati. Abbiamo poi scoperto che nei tempi che ci credemmo indolenti, molto si era fatto e molto si era incominciato. Tutti i nostri giorni sono così poco profittevoli nel loro passare, che è stupefacente l’immaginare dove o quando noi abbiamo ottenuto qualcosa di ciò che chiamiamo sapienza, poesia, virtù. Noi giammai la acquistammo in alcun giorno segnato dal calendario. Qualche giorno celestiale deve essere stato intercalato in qualche luogo, come quelli che Hermes coi dadi vinse alla Luna affinchè Osiride potesse nascere. Si dice che tutti i martirii appaiono senza importanza quando sono stati sofferti. Ogni bastimento è una cosa romantica, eccetto quello in cui ci troviamo. Imbarchiamoci e ciò che è romantico abbandona la nostra nave e si appende a qualsiasi altra vela nell’orizzonte. La nostra vita ci appare banale, e noi evitiamo di rievocarla. Gli uomini sembrano avere appreso dall’orizzonte l’arte del ritrarsi perpetuamente. Laggiù terre montagnose dànno ricca pastura, ed il mio vicino ha fertili prati, «ma il mio campo — dice il contadino malcontento — serve solo a tenere insieme il mondo». Io cito il detto di un altro uomo, ma sfortunatamente, quell’altro si ritira per la stessa via, e cita me. Ogni casa è piacevole allo sguardo finchè non vi penetriamo; ma in caso contrario vi troviamo la tragedia, le donne che si lamentano, i mariti dagli occhi torvi, un’infinità di dimenticanze, e gli uomini che domandano «Che cosac’è di nuovo?» come se le cose vecchie fossero tanto cattive. Quanti individui possiamo noi enumerare in società? quante azioni? quante opinioni? Tanta parte del nostro tempo è preparazione, tanta è abitudine e tanta è retrospettiva, cosicchè l’energia del genio di ciascun uomo si contrae nel giro di pochissime ore. La storia della letteratura (prendete le conclusioni ultime del Tiraboschi, di Warton e dello Schlegel), è una somma di pochissime idee e di pochissimi racconti originali, mentre tutto il resto non è che una variazione di questi. Allo stesso modo un’analisi critica troverebbe, in questa vasta società che giace intorno a noi, pochissime azioni spontanee. Tutto o quasi è se non abitudine e senso grossolano. Poche sono le opinioni stesse, e queste sembrano organiche in coloro che parlano, e non distraggono la necessità universale.

Quanto oppio è versato in ogni sventura! Essa si mostra spaventevole quando noi ci avviciniamo, ma infine non ci imbattiamo in una cosa aspra e lacerante, ma nella più dolce e levigata delle superfici.

La gente geme e si lamenta, ma il dolore non è grande quanto lo fanno. Vi sono dei momenti in cui desideriamo la sofferenza, nella speranza di trovarvi almeno la realtà, le punte acuminate e la lama della verità. Ma tutto ciò risulta non essere altro che pitture da scenari e finzione. L’unica cosa che il dolore mi ha insegnato, è quanto poco profondo esso sia: come tutto il resto, esso scherza intorno alla superficie, e non mi introduce mai nella realtà, per il cui contatto noi daremmo in pegno figli ed amanti. Fu Buscovich a scoprire che i corpi non vengono mai a contatto? Bene, ed io affermo che le anime non raggiungono mai i loro obbietti. Un mare non navigabile si muove con onde silenziose fra noi e le cose alle quali aspiriamo e con le quali conversiamo. Il dolore ci renderàpure idealisti. Per la morte di mio figlio, più di due anni fa, mi parve di aver perduto un bel possedimento: null’altro. Io non posso maggiormente introdurmi nella natura di questo fatto. Se domani venissi informato del fallimento dei miei principali debitori, la perdita della mia proprietà sarebbe un grande cruccio per me e forse per molti anni; ma essa mi lascierebbe come mi ha trovato, nè migliore, nè peggiore. Così avviene con la sventura: essa non mi tocca; qualche cosa che io immaginavo fosse una parte di me stesso e che non poteva essere strappata senza dilaniarmi nè accresciuta senza arricchirmi, cade lontana da me, e non lascia alcun segno. Essa era caduca. Io soffro che il dolore mi possa insegnare nulla, nè possa farmi avanzare d’un passo nella natura reale. L’indiano maledetto che non poteva essere toccato nè dal vento, nè dall’acqua, nè dal fuoco, è un tipo che rappresenta noi tutti. Le vicende più care sono pioggie estive, e noi abbiamo gli impermeabili che ci salvano da ogni goccia. Nulla ci è lasciato all’infuori della morte. Noi guardiamo a questa con macabra soddisfazione, dicendo che là almeno vi è una realtà che non ci trarrà in inganno. Io penso che questa evanescenza e lubricità di tutti gli oggetti, per cui essi scivolano attraverso le nostre dita tanto più rapidamente quanto più noi stringiamo, sia la parte più brutta della nostra condizione. Alla natura non piace d’essere osservata, e desidera che noi siamo i suoi buffoni e compagni di giuoco. Noi possiamo ottenere una palla per il nostro cricket; ma non un seme per la nostra filosofia. Essa non ci diede mai il potere di menar colpi diretti; tutti i nostri colpi sono maldestri od accidentali.

Così le relazioni con i nostri simili sono indirette e casuali. Il sogno ci consegna al sogno, e non vi è fine all’illusione. La vita è una catena di modi comeun rosario, ed a misura che noi vi passiamo attraverso essi risultano essere delle lenti colorate, che dipingono il mondo del loro proprio colore, e mostrano solo quanto giace nel fuoco di ciascuna lente. Dalla montagna voi vedete la montagna. Noi diamo vita a ciò che possiamo, e noi vediamo solamente ciò cui diamo vita. La natura ed i libri appartengono agli occhi che vedono questi e quella. Il vedere un tramonto od un poema dipende solo dalla disposizione d’animo di un uomo. Vi sono sempre dei tramonti e vi è sempre il genio; ma vi sono solo poche ore serene per godere della natura o dell’esame critico. Il maggior o minor godimento dipende dalla struttura o dal temperamento dell’uomo. Il temperamento è il filo di ferro, sul quale le perle sono legate. A che giova la fortuna o l’ingegno ad una natura fredda e difettosa? Chi si cura della sensibilità o del giudizio critico di un uomo, se egli si addormenta sulla sua sedia? o se egli ride e sogghigna? o se egli fa delle scuse? o se è ammalato di egoismo? o se pensa ai suoi dollari? o se non può nutrirsi? A che cosa giova il genio se l’organo è troppo convesso o troppo concavo, e non può trovare la distanza focale nel vero orizzonte della vita umana? A che cosa giova lo stimolare un uomo a fare esperimenti ed a sostenerlo in ciò, se il suo cervello è troppo freddo o troppo caldo, ed egli non se ne cura? o se il tessuto è troppo finemente intrecciato, troppo irritabile per il piacere o per il dolore, cosicchè la vita ristagna se riceve troppo senza la dovuta espansione? A che serve il fare degli eroici voti d’ammenda, se colui che deve mantenerli è lo stesso spergiuro? Quale serenità può concedere il sentimento religioso, quando si sospetta che esso sia dipendente dalle stagioni dell’anno o dallo stato del sangue? Conobbi un medico spiritoso, che scopriva la teologia nei vasi biliari ed era solito affermare chese vi era una malattia nel fegato, l’uomo diveniva Calvinista, e se quell’organo era sano egli diveniva Unitario. È assai penosa quell’esperienza ingrata che ci insegna come qualche eccesso ostile o l’imbecillità possono distruggere le promesse del genio. Noi vediamo dei giovanotti, che ci devono un mondo nuovo, tanta è la loro facilità e prodigalità nel promettere, ma essi mai non soddisfano al debito; essi muoiono giovani ed eludono il conto: oppure se vivono, si perdono nella folla.

Il temperamento pure fa parte del sistema delle illusioni, e ci racchiude in una prigione di vetro, che noi non possiamo vedere. Intorno ad ogni persona che incontriamo vi è un’illusione ottica. In vero, esse sono tutte creature con un dato temperamento, che appariranno con un dato carattere, di cui non sorpasseranno mai i limiti: ma noi le guardiamo, esse ci sembrano vive, e noi presumiamo che vi sia in loro un impulso: esso pare tale nel momento in cui guardiamo, ma negli anni, nella vita, esso diviene se non un certo tono uniforme che il tamburo rotante del «carillon» deve ripetere. Gli uomini resistono a quanto è prestabilito nel mattino, ma lo adottano a misura che il pomeriggio s’avanza e che il temperamento prevale sopra ogni cosa di tempo, luogo e condizione, e diviene inconsumabile nelle fiamme della religione. Il sentimento morale cerca di imporre qualche modificazione, ma il tessuto individuale mantiene il suo dominio, se non per piegare il giudizio morale almeno per fissare la misura dell’attività e del godimento.

A questo modo io esprimo la legge così come è letta dal livello della vita comune, ma io non devo lasciarla senza notare l’eccezione principale: cioè che il temperamento è un potere che l’uomo non ama di sentir lodato da alcuno, se non da se stesso. Sul tavolo della medicina, noi non possiamo resistere alleinfluenze convenzionali di detta scienza. Il temperamento sbaraglia ogni divinità. Io conosco l’attitudine mentale dei medici. Io odo il riso represso dei frenologi. I rapitori di fanciulli ed i conduttori di schiavi che hanno delle teorie, stimano ogni uomo vittima di un altro che lo incatena perchè conosce le leggi del suo essere, e da segni esteriori come il colore della sua barba e la forma del suo occipite può penetrare il complesso delle sue vicende e del suo carattere. La più grossolana ignoranza non disgusta quanto questa scienza impudente. I medici dicono di non essere materialisti ma di fatto essi lo sono: — Lo spirito è cosa ridotta ad un’estrema sottigliezza: Oh così sottile! Ma la definizione dispirituale, dovrebbe essere ciòche è la sua propria evidenza. Quali nozioni essi collegano all’amore! e quali alla religione! Nessuno vorrebbe pronunciare queste parole al loro orecchio per non dare loro l’occasione di profanarle. Io vidi un signore cortese, che adattava la sua conversazione alla forma della testa della persona con la quale egli parlava! Io avevo immaginato che il valore della vita giaccia nelle sue possibilità inscrutabili; nel fatto che io non so mai che cosa mi può succedere quando mi rivolgo ad un individuo sconosciuto. Io porto le chiavi del mio castello nelle mie mani, pronto a buttarle ai piedi del mio signore, in qualunque momento, e sotto qualsiasi aspetto egli vorrà apparire. Io so che egli è nelle vicinanze, nascosto fra i vagabondi. Precluderò io il mio avvenire, ponendomi su un altro seggio e gentilmente adattando la mia conversazione alla forma delle teste? Quando io giunga a ciò, i medici mi potranno comperare per un centesimo. «Ma, signore, la storia medica, le memorie all’Istituto; i fatti provati!» Io non ho fiducia nei fatti e nelle conclusioni. Il temperamento è il veto o il potere regolatore della costituzione, molto saggiamenteapplicato per impedire un eccesso avverso alla costituzione, ma offerto assurdamente come barriera alla rettitudine originaria. Quando la virtù è presente, tutti i poteri subordinati dormono. Sul suo proprio livello od in considerazione della natura, il temperamento ha scopo finale. Io non so come si possa sfuggire agli anelli della necessità fisica, caduti una volta in questa trappola delle così dette scienze. Dato un tale spunto, una storia conseguente deve seguire. L’uomo vive, reggendosi su tale base, in un tanfo di sensualismo, che tosto condurrebbe al suicidio. Ma è impossibile che il potere creativo debba escludere se stesso. C’è in ogni intelligenza uno spiraglio, giammai ostruito, attraverso il quale passa il creatore. L’intelletto, ricercatore della verità assoluta, od il cuore, amante del bene assoluto, intervengono in nostro soccorso, e ad un solo sussurro di questi alti poteri, noi ci risvegliamo dalle inutili lotte e da tale oppressione. Noi la gettiamo nel suo proprio inferno, e non potremo nuovamente legarci ad uno stato così basso.

Il segreto dell’illusione sta nella necessità di una successione di modi o di obbietti. Noi lietamente getteremmo l’àncora, ma l’ancoraggio è fatto di sabbie mobili. Questo progressivo artifizio della natura è troppo forte per noi: «Però si muove»[3]. Quando di notte io guardo la luna e le stelle, mi pare di star fermo, mentre esse sembrano affrettarsi. Il nostro amore del reale ci conduce a ciò che è immutabile, ma la salute del corpo consiste nella circolazione, e la sanità della mente nella varietà o facilità dell’associazione. Noi abbisogniamo del mutamento degli obbietti. Il dedicarsi ad un solo pensiero diviene rapidamente odioso. Noi abitiamo con i pazzi e dobbiamo divertirli; allora laconversazione si spegne. Una volta presi tale diletto in Montaigne, che pensai di non abbisognare mai più di un altro libro; prima questo mi era successo con Shakespeare; poi con Plutarco; poi con Plotino; una volta con Bacone; dopo con Goethe ed anche con Bettine; ora però volto le loro pagine svogliatamente, mentre ancora accarezzo i loro genii. La stessa cosa succede con i quadri; ognuno avrà la prima volta una forza di attenzione, che non può in seguito mantenere, sebbene volentieri si vorrebbe continuare ad essere allettati in tale modo. Quale potente impressione ho ricevuto da pitture dalle quali, ammirate attentamente una volta, prendete congedo come se non le doveste rivedere mai più. Io ho ricevuto dei buoni ammaestramenti da certe pitture, che dopo rividi senza emozione o curiosità. Noi dobbiamo trarre una deduzione dall’opinione, anche quando questa è quella di uomini saggi, intorno ad un libro o ad un avvenimento. L’opinione loro m’informa del loro modo di essere e di qualche cenno vago intorno al fatto nuovo, ma non deve essere affatto creduta come una relazione durevole fra quell’intelletto e quella cosa. Il bambino domanda «Mamma, perchè la storiella non mi piace tanto quanto ieri?» Povero bambino, così succede pure con il più vecchio cherubino della conoscenza. Ma risponderà alla domanda il dire: Perchè tu nascesti unità e questa storiella è un particolare? La ragione del dolore che questa scoperta ci cagiona (e noi la facciamo tardi riguardo alle opere d’arte e di pensiero) è il lamento che sorge dalla tragedia per le persone, per l’amicizia e per l’amore.

L’immobilità, la mancanza di elasticità che noi lamentiamo nelle arti, noi maggiormente lamentiamo nell’artista. Non vi è potere d’espansione negli uomini. I nostri amici ben presto ci appaiono i rappresentanti di certe idee, che essi non sorpassano e non trascendonomai. Essi stanno sul limitare dell’oceano del pensiero e del potere, ma non fanno mai un solo passo che li possa portare dentro. Un uomo è come un pezzo di spato del Labrador, che non risplende mentre lo rivoltate nelle vostre mani finchè non giungete ad un angolo determinato; solo allora esso mostra dei colori belli e profondi. Non vi è negli uomini adattamento od applicabilità universale, ma ognuno ha il suo talento speciale, e la maestria degli uomini accorti consiste nel porsi abilmente dove e quando la loro speciale attitudine debba essere più spesso praticata. Noi facciamo ciò che dobbiamo fare e chiamiamo questo nostro agire con i nomi migliori, e di buon grado riceveremmo le lodi per aver proprio voluto quello che è risultato. Io non posso ricordarmi alcuna figura d’uomo che non sia talvolta superflua. E non è ciò pietoso? La vita non è degna d’essere presa per riempirla di artifizi.

Naturalmente l’intiera società è necessaria per ottenere la simmetria che noi cerchiamo. La ruota dai variopinti colori deve girare molto in fretta per apparire bianca. Qualchecosa si impara anche conversando con tanta leggerezza e tanta noncuranza. In conclusione chiunque di noi perda, noi guadagniamo sempre. La divinità sta anche dietro ai nostri errori ed alle nostre follie. I giuochi dei bambini sono delle cose insensate, ma delle cose insensate molto educative. Così è anche con le cose più grandi e più solenni, con il commercio, con il governo, con la chiesa, con il matrimonio, e così fino alla storia del pane di ogni uomo, del modo con cui egli giunse a possederlo. Il potere è come un uccello, che non scende in nessun luogo, ma salta perpetuamente di ramo in ramo; esso non dimora in alcun uomo ed in alcuna donna, ma per un momento parla per mezzo di questo uomo, e subito dopo parla per mezzo di quello.

Ma quale aiuto nasce da queste raffinatezze o pedanterie? Quale aiuto dal pensiero? La vita non è dialettica. Io credo che in questi tempi noi abbiamo avuto ammaestramenti sufficienti sulla futilità della critica. Il nostro popolo ha pensato e scritto molto, riguardo al lavoro ed alla riforma, eppure con tutto ciò che ha scritto, nè il mondo, nè esso stesso hanno progredito di un solo passo. Il gusto intellettuale della vita non dovrà rendere inutile l’attività muscolare. Se un uomo stesse a considerare la delicatezza con cui un pezzo di pane passa nella sua gola, egli morrebbe di fame. All’«Education Farm» la più nobile teoria della vita riposava sulle più nobili figure di giovani e di ragazze melanconici e completamente privi di forza. Essa non avrebbe raccolto una tonnellata di fieno, non avrebbero pulito un cavallo, e lasciava i giovani e le ragazze pallidi ed affamati. Un oratore politico spiritosamente comparò le nostre promesse di partito a delle strade occidentali, che si aprono abbastanza maestosamente con filari di alberi da ogni lato, per allettare il viaggiatore, ma che tosto diventano gradatamente più strette, per finire in sentieri da scoiattolo e salire sopra un albero. Così fa la cultura con noi: essa finisce in un mal di capo.

Straordinariamente triste ed arida appare la vita a coloro che pochi mesi addietro furono colpiti dallo splendore della promessa dei tempi. «Non vi è più ora alcun retto corso d’azione, nè alcuna devozione di se stesso fra gli Iranici». Noi ne abbiamo avuto a sazietà di obbiezioni e di criticismo. Noi troviamo delle obbiezioni ad ogni momento della vita e dell’azione, e la saggezza pratica dall’onnipresenza della obbiezione ha tratta l’indifferenza per essa. L’intera disposizione delle cose predica l’indifferenza. Non state a tormentarvi con il pensiero, ma ovunque procedete con i vostriaffari. La vita non è intellettuale o critica, ma zotica. Il suo bene principale è per coloro che possono godere ciò che trovano, senza discutere. La natura odia il pigolare, e le nostre madri dicono bene quando esclamano: «Bambini, mangiate la vostra pappa e non ne parlate più». Colmare il nostro tempo, e riempire le nostre ore e non lasciare spiraglio a pentimenti o ad approvazioni, questo è la felicità. Noi viviamo in mezzo a superfici e la vera arte della vita sta nel pattinarvi bene sopra. Sotto le più vecchie e più decrepite convenzioni, un uomo di forza originaria prospera così bene come nel mondo più giovane, con la destrezza del tatto e del trattamento. Egli può resistere ovunque. La vita stessa è una mescolanza di potere e di forma e non sopporterà il più piccolo eccesso dell’uno o dell’altra. La saggezza sta nel riempire ogni minimo spazio di tempo, nel trovare la fine del viaggio ad ogni passo della strada, nel vivere il maggior numero possibile di ore buone. Non è degli uomini, ma dei fanatici o dei matematici, se volete, l’asserire che data la brevità della vita, non vale la pena di curarci se per una così breve durata noi ci dibattemmo nel bisogno o sedemmo in alto.

Poichè le nostre occupazioni sono fatte di momenti, amministriamoli a dovere. Cinque minuti oggi hanno per me tanto valore quanto cinque minuti nel prossimo millennio. Siamo pertanto equilibrati e saggi e padroni di noi, oggi. Trattiamo bene gli uomini e le donne: trattiamoli come se essi fossero reali; forse lo sono. Gli uomini vivono nella loro fantasia, come ubbriaconi le cui mani sono troppo deboli e incerte per un proficuo lavoro. Essa una tempesta di fantasie e la sola cosa salda che io vi conosca, è il rispetto per l’ora presente. Senza alcun’ombra di dubbio, fra questa vertigine di parvenze e di politica, io mi rinsaldo nella credenza che noi non dovremmo posporre edifferire e desiderare, ma che dovremmo fare ampia giustizia dove ci troviamo, per mezzo di colui con il quale trattiamo, accettando i nostri compagni attuali e le circostanze, ancorchè umili od odiose, come se fossero mistici funzionari, che l’universo abbia delegati per il nostro piacere. Se essi sono bassi e maligni, il loro malcontento, estrema vittoria della giustizia, sarà un’eco più soddisfacente al nostro cuore che la voce dei poeti e la simpatia casuale di ammirevoli persone. Io penso che per quanto possa soffrire un uomo di pensiero per le manchevolezze e le assurdità dei suoi compagni, egli non possa senza affettazione negare a qualsiasi gruppo di uomini e di donne una certa sensibilità per ciò che è pregio rimarchevole. Se i rozzi ed i frivoli non hanno della deferenza per esso e non lo onorano in un loro modo cieco e capriccioso con omaggio sincero, si è perchè posseggono un certo istinto di superiorità.

I giovani eleganti disprezzano la vita; ma per me e per coloro, che come me sono immuni da dispepsia e per i quali un giorno è un bene reale e gagliardo, è un grande eccesso di cortesia l’apparire sprezzante ed imprecare per i compagni. Io sono per simpatia cresciuto un po’ impetuoso e sentimentale, ma lasciatemi solo, ed io godrei in ogni ora ciò che mi porta la buona sorte del giorno, così cordialmente come gode la vecchia pettegola stando nel suo bar. Io sono riconoscente per grazie anche modeste. Io posi a raffronto le condizioni di un mio amico, che s’attende ogni cosa dall’universo, ed è indispettito quando qualche cosa è un poco meno che ottima, e trovai che io prendendo le mosse dall’estremo opposto, nulla eccettuando nè il buono nè il cattivo, sempre muovo grazie per dei beni moderati. Io gradisco il clangore e le contese delle tendenze contrarie; io trovo anche la mia convenienzanegli imbecilli e nei seccatori: essi dànno realtà al circostante quadro. Al mattino io mi sveglio e ritrovo il vecchio mondo, la moglie, i bambini, la madre, Concordia e Boston, il mio vecchio e buon mondo spirituale e non lungi anche il mio caro e vecchio dèmone. Se noi prendessimo il buono come lo troviamo, senza fare interrogazioni, noi avremmo delle soddisfazioni complete. I grandi doni non si ottengono con l’analisi. Ogni cosa buona si trova sulla strada comune. La regione media del nostro essere è la zona temperata. Noi possiamo ascendere al freddo e delicato regno della geometria pura e della scienza senza vita, oppure cadere in quello della sensazione: fra questi estremi si trova, piccolo cerchio, l’equatore della vita, del pensiero, dello spirito, e della poesia. Inoltre nell’esperienza popolare ogni cosa buona è sulla strada comune. Un raccoglitore fruga in tutti i negozi di quadri d’Europa per trovare un paesaggio del Poussin, uno schizzo a matita di Salvatore; ma la Trasfigurazione, il Giudizio Finale, la Comunione di San Gerolamo, ed altri quadri superbi come questi, sono appesi ai muri del Vaticano, degli Uffizi, del Louvre, dove qualsiasi staffiere li può vedere; e taccio dei quadri che la natura dipinse in ogni strada; delle aurore e dei tramonti quotidiani, e della sempre palpitante plasticità dei corpi. Un raccoglitore comperò recentemente in una pubblica asta a Londra un autografo di Shakespeare per centocinquantasette ghinee; ma un ragazzo di scuola può gratuitamente leggere Amleto e scoprire segreti del più alto interesse, ancora inediti. Io credo che non leggerò mai alcun libro, eccetto i più comuni: la Bibbia, Omero, Dante, Shakespeare e Milton. Noi cresciamo impazienti di una vita pubblica e rifulgente e corriamo qua e là in cerca di cantucci e di segreti. La nostra immaginazione si diletta della destrezza degli Indiani nelle costruzioni di legno,dei tenditori di lacci e dei cacciatori di castori. Noi pensiamo di essere estranei e di non essere così profondamente familiari a questo pianeta, come sono l’uomo selvaggio e la bestia selvaggia e l’uccello. Ma l’esclusione tocca anche essi e raggiunge l’uomo quadrupede, l’uomo volante, l’uomo guizzante, e quello arrampicante. La volpe ed il gallo di montagna, il falco, la quaglia ed il torabuso, visti da vicino, non hanno maggiori radici in questo mondo cavo di quante ne abbia l’uomo, e sono dei superficiali affittavoli del globo. Allora la nuova filosofia delle molecole addita gli interspazi fra atomo ed atomo, dimostra che il mondo è tutto esterno e che non ha interno.

Il mondo intermedio è il migliore. La natura, come noi la conosciamo, non è santa. Essa non riguarda con alcun favore le luci delle chiese, gli asceti, i Gentoos ed i Grahamiti. Essa mangia e beve e pecca. I suoi favoriti, i grandi, i forti, i belli, non sono i figli della nostra legge, non escono dalle scuole domenicali, non pesano il loro alimento, non seguono rigorosamente i comandamenti. Se vogliamo essere forti della sua forza, non dobbiamo albergare tali coscienze desolate, improntate a quelle delle altre nazioni. Noi dobbiamo innalzare il forte tempo presente contro tutte le grida di sdegno, passate o future. Vi sono tante cose instabili che è assolutamente necessario rendere stabili — e durante il loro assetto noi faremo come facciamo ora. La Vecchia e la Nuova Inghilterra possono tener bottega mentre la discussione sull’equità del commercio prosegue, e proseguirà per un secolo o due. La legge dei diritti d’autore deve ancora essere discussa, frattanto noi venderemo i nostri libri al più alto prezzo possibile. La convenienza della letteratura, la ragione della letteratura, la legalità dello scrivere un pensiero, sono cose discusse; molto vi è da dire, d’ambe le partidella questione, e mentre la lotta s’inacerbisce, tu, caro studioso, immergiti nel tuo stupido cómpito, aggiungi una linea ogni ora, e di tanto in tanto aggiungi qualche cosa. Il diritto di possedere terre, il diritto di proprietà è discusso, e le convenzioni sono convocate, e prima che si addivenga al voto, strappate dal vostro giardino quanto ha valore e spendete per un sereno e bel proposito i vostri guadagni come una cosa abbandonata od una fortuna inaspettata. La vita stessa è una cosa da nulla ed uno scetticismo; essa è un sonno dentro un altro sonno. Ammettiamo ciò che essi vogliono, ma tu, amato da Dio, abbi cura del tuo proprio sogno: tu non ti perderai nella burla e nello scetticismo: ve ne sono abbastanza di questi; tu rimani nel tuo guscio, e lavora finchè il resto degli uomini sia d’accordo sul da farsi. La tua malattia, essi dicono, e il tuo aspetto malaticcio richiedono che tu faccia questo ed eviti quello; ma sappi che la tua vita è uno stato fluttuante, una tenda per passarvi la notte, e tu, ammalato o sano, finisci il tuo cómpito. Tu sei ammalato, ma non peggiorerai, e l’universo che ti tiene caro, sarà migliorato.

La vita umana è basata su due elementi, il potere e la forma, ed il loro rapporto deve essere invariabilmente mantenuto, se vogliamo che la vita sia dolce e gagliarda. L’eccesso come il difetto di uno di questi elementi produce un male grave. Ogni cosa corre verso l’eccesso; ogni buona qualità se non è mescolata, è nociva, e per sostenere il pericolo all’orlo della rovina, la natura concede maggior terreno alle qualità peculiari di ogni uomo. Qui, fra le piantagioni, noi portiamo gli eruditi come esempi di tale inganno. Essi sono le vittime dell’espressione della natura. Voi che contemplate l’artista, l’oratore, il poeta troppo da vicino, ed osservate che la loro vita non è più eccellente di quella dei meccanici o degli agricoltori, e che essistessi sono vittime della parzialità, e li definite creature fallite, non eroi ma quaccheri — concludete con molta ragione che le arti non sono fatte per l’uomo, ma che esse sono un male. La natura irresistibile fece gli uomini tali, ed ogni giorno ne crea delle legioni nuove. Voi amate il bambino che legge un libro, che osserva un disegno od una scultura: eppure che cosa sono questi milioni di ragazzi che leggono ed osservano, se non degli scrittori e scultori in germe? Aggiungete alla loro natura un po’ di ciò che ora leggono e vedono, ed essi prenderanno la penna e lo scalpello. Se un uomo può ricordarsi con quanta innocenza egli cominciò ad essere artista, egli s’avvedrà che la natura si unì con il suo nemico. Un uomo è un’aurea impossibilità. La linea sulla quale egli deve camminare ha la larghezza di un capello. Il saggio, attraverso l’eccesso della sua saggezza, diventa un pazzo.

Se il destino lo permettesse, con quale facilità potremmo noi rinserrarci per sempre dentro a confini ben definiti ed attenerci una volta per tutte alle leggi del regno della causa e dell’effetto conosciuti. La vita appare nella strada e nei giornali un affare così semplice, che sarà sufficiente per un buon esito, una risoluzione virile ed un’aderenza continua, attraverso a tutte le tempeste, alla tavola di moltiplicazione. Ma, ecco, arriva un giorno od anche solo un’ora con un suo sussurrìo d’angelo, che rovescia le conclusioni dei popoli e degli anni. Ogni cosa appare domani nuovamente reale e precisa, le norme abituali sono ripristinate, il buon senso ridiviene raro come il genio, — esso è la base del genio, come l’esperienza è la mano ed il piede di qualsiasi impresa —; eppure colui che volesse condurre i suoi affari con questi principii, presto farebbe bancarotta. Il potere batte un’altra strada che quella dell’elezione e della volontà, cioè, le correnti e le gallerie sotterranee dellavita. È ridicolo essere, come noi siamo, diplomatici, dottori e persone molto stimate; non v’è inganno maggiore di questo. La vita è una serie di sorprese, e se così non fosse non varrebbe la pena di conservarla. Dio si compiace di isolarci ogni giorno e di nasconderci il passato ed il futuro. Noi vorremmo guardare intorno a noi, ma Egli con grande delicatezza stende dinnanzi e dietro a noi un impenetrabile lembo di cielo purissimo e pare voglia dire: «Voi nè ricorderete, nè spererete». Qualsiasi grande conversazione, stato od azione, proviene da una spontaneità che trascura le consuetudini e rende grande quel momento. La natura odia i calcolatori; i suoi metodi sono saltuari ed impulsivi. L’uomo vive di pulsazioni; così i nostri movimenti organici, gli agenti chimici ed eterei sono ondulatorii ed alternati e la mente procede attraverso antagonismi, e non s’innalza che a tratti. Noi progrediamo per mezzo di casualità. Le nostre esperienze più importanti sono state casuali. La classe di persone più attraente è quella potente per vie indirette e non l’altra; sono gli uomini di genio non ancora riconosciuti, poichè uno gode della loro luce senza pagare troppo per essa. La loro è la bellezza non dell’arte ma dell’uccello, la luce non dell’arte ma del mattino. Nel pensiero del genio vi è sempre una sorpresa; ed il sentimento morale è giustamente chiamato «la novità» perchè esso è null’altro; nuovo per l’intelligenza più vecchia quanto per il bambino — «il regno che viene senza osservazione». In modo uguale non vi deve essere, per un successo pratico, troppa preparazione: non si osserverà mai un uomo che fa ciò che può far meglio. Intorno alle sue azioni più confacenti v’è una specie di magia, che colpisce di stupore la vostra forza di osservazione, di modo che pur se il fatto succede davanti a voi, voi non lo avvertite. L’arte della vita ha un pudore e non sarà esposta.Ogni uomo è un’impossibilità, finchè egli non nasce; ogni cosa è impossibile finchè non vediamo il suo risultato. Gli ardori della religione si accordano infine con il più gelido scetticismo, per cui nulla è nostro o della nostra opera, ma tutto è di Dio. La natura non ci concederà la più piccola foglia di lauro. Ogni cosa scritta e fatta e posseduta discende da Dio. Io bene vorrei essere morale, e tenermi nei limiti dovuti e che io tanto amo, e concedere quanto più è possibile alla volontà del l’uomo; ma in questo capitolo io ho messo il mio cuore in potere della lealtà, e non posso vedere altro nel successo o nella rovina se non la forza vitale provveduta dall’Eterno. I risultati della vita sono incalcolati ed incalcolabili. Gli anni insegnano molte cose che i giorni non sanno. Le persone che compongono la nostra società conversano, vanno, vengono, propongono e compiono molte cose; e da tutto ciò qualcosa nasce, ma nasce una cosa inaspettata. L’individuo sempre s’inganna. Egli propose molte cose; prese con sè altre persone in aiuto; bisticciò con alcune o con tutte; in molte cose errò e qualche cosa è fatto, tutti hanno progredito d’un piccolo passo, ma l’individuo s’inganna sempre: qualche cosa di nuovo infatti c’è, ma molto differente da ciò che egli si era ripromesso.

Gli antichi, colpiti da questa irriducibilità ad ogni calcolo degli elementi della vita umana, esaltarono il Fato come una divinità; ma ciò è rimanere troppo a lungo vicino alla scintilla, che splende in un solo punto; tuttavia l’universo è riscaldato da questo stesso fuoco latente. Il miracolo della vita, che non vuole essere spiegato, ma che vuole rimanere miracolo, introduce un elemento nuovo. Nello sviluppo dell’embrione, Sir Everard Home, credo, notò che l’evoluzione non si compieva da un punto centrale, ma era coattivo da tre o più parti. La vita non ha memoria. Ciò cheprocede con una data successività può essere ricordato, ma ciò che è coesistente o causato da una causa più profonda, non conosce la propria tendenza. Così è per noi, ora scettici o disgiunti, perchè siamo immersi in forme ed effetti aventi un apparente valore conforme od ostile; ed ora religiosi, mentre c’inchiniamo alla legge spirituale. Sopportate con pazienza questi perturbamenti e questo sviluppo simultaneo delle parti: esse un giorno diverrannomembri, ed ubbidiranno ad un solo volere. Esse fissano la nostra speranza e la nostra attenzione a quella sola volontà ed a quella sola causa segreta. La vita è perciò fusa in un’aspettazione od in una religione. Sotto le particolarità triviali discordanti, vi è uno stato musicale, vi è l’Ideale sempre trascorrente con noi il cielo immacolato. Osserviamo in quale modo si compie in noi la luce. Quando io converso con una mente profonda, oppure essendo solo, ho dei buoni pensieri, non provo la soddisfazione immediata che proverei bevendo avendo sete o riscaldandomi avendo freddo, no! ma sono a tutta prima conscio della mia prossimità ad una nuova ed eccellente condizione di vita. Persistendo però a leggere od a pensare, questa condizione dà altri segni di sè, simili a sprazzi di luce, che scoprono d’un tratto la sua profonda bellezza e serenità, come se le nuvole che la coprivano si fossero qua e là squarciate e lasciassero vedere al viandante che si avvicina, le grandi montagne dell’interno, elevantisi su praterie eterne e tranquille, dove pascolano le mandre ed i pastori danzano e suonano la cornamusa. Ma ogni conoscenza di questo regno del pensiero è sentita come quella che schiude un periodo e promette un seguito. Io non creo; vi giungo e contemplo ciò che di già vi era. Io batto le mani con gioia e stupefazione infantile dinnanzi al primo rivelarsi a me di questa augusta magnificenza, vecchia per l’amore el’omaggio di innumerevoli età, giovane per la vita della vita, solatia e fulgida Mecca del deserto. E quale avvenire essa apre! Io sento un nuovo cuore palpitante per l’amore di una nuova bellezza. Io sono pronto a morire fuori della natura, ed a rinascere in questa America nuova ed ancora irraggiungibile, che io ho trovato nell’Ovest.

Però nè oggi nè ieri incominciarono questi pensieri, che esistettero sempre, nè può trovarsi un uomo che conobbe il loro primo apparire. Se io ho descritto la vita come un flusso di modi, devo ora aggiungere che vi è in noi ciò che non muta, e che ordina ogni sensazione ed ogni stato della mente. La coscienza è in ogni uomo una scala movibile, che lo identifica ora con la Causa Prima ed ora con la carne del suo corpo: la vita al disopra della vita, in gradazioni infinite. Il sentimento dal quale essa scaturì, determina la dignità di qualsiasi fatto, e la questione non è mai intorno a ciò che voi avete fatto o non fatto, ma per comando di chi voi avete fatto o non fatto.

La Fortuna, Minerva, le Muse, lo Spirito Santo, sono nomi leggiadri troppo ristretti per coprire questa sostanza illimitata. L’intelletto deluso deve ancora inchinarsi davanti a questa causa, che rifugge dall’essere nominata — causa ineffabile, che ogni genio ha tentato di rappresentare con un simbolo vigoroso, come Talete con l’acqua, Anassimene con l’aria, Anassagora con l’idea, Zoroastro con il fuoco, Gesù ed i moderni con l’amore: e la metafora di ciascuno di essi è divenuta una religione nazionale. Il Chinese Menzio non è stato il meno felice nella sua generalizzazione. «Io capisco intieramente il linguaggio — egli disse — e nutrisco bene il mio vigore saliente». «Io oso domandarvi che cosa è che voi chiamate vigore saliente» disse il mio compagno. — «La spiegazione — rispose Menzio — è difficile.Questo vigore è supremamente grande, ed al massimo grado inflessibile. Nutritelo saggiamente, non fategli del male ed esso riempirà il vuoto fra il cielo e la terra. Questo vigore si accorda ed assiste la giustizia e la ragione e non lascia languori». Nei nostri scritti più corretti noi diamo a questa generalizzazione il nome di Essere, e con ciò confessiamo di esserci allontanati quanto ci era concesso. Per la gioia dell’universo è sufficiente l’esser giunti non ad una barriera, ma a degli oceani infiniti. La nostra vita non sembra presente quanto prospettica; non per le occupazioni in cui essa è consumata, ma come accenno a questo saliente vigore. La maggior parte della vita pare essere il semplice annunzio d’una facoltà; noi siamo ammoniti di non renderci a buon mercato, perchè siamo grandi. Così nei suoi particolari la nostra grandezza sta sempre in una tendenza o direzione, non in un’azione. Credere alla regola e non all’eccezione è per noi cosa naturale. I nobili sono così riconosciuti dagli ignobili. Così seguendo la tendenza dei sentimenti, ciò che forma la circostanza materiale e che è il fatto principale nella storia del globo, non è ciò che noi crediamo intorno all’immortalità dell’anima o simili, ma èl’impulso universale a credere. Dovremo noi indicare questa causa, come quella che opera direttamente? Lo spirito non è privo di aiuti o bisognoso di organi mediati. Esso ha poteri innumeri ed effetti diretti: io mi sono spiegato, ad esempio, senza spiegarmi; io sono sentito senza che io agisca, ed anche dove non sono. Perciò tutti gli uomini retti sono soddisfatti del loro proprio merito. Essi rifiutano di spiegarsi, e sono lieti che delle azioni nuove dovranno assumersi quel cómpito. Essi credono che noi si possa comunicare senza discorso, ed al disopra del discorso, e che nessuna nostra azione giusta è indifferente ai nostri amici a qualsiasi distanza essi siano; perchè l’influenzadell’azione non deve essere misurata a miglia. Perchè debbo preoccuparmi se una circostanza imprevista ostacola la mia presenza dove ero atteso? Se invece d’essere all’adunanza, io mi trovo in un altro luogo, la mia presenza in esso dovrebbe essere utile ugualmente all’amicizia e alla sapienza, come lo sarebbe s’io fossi all’adunanza stessa. Io esercito la stessa qualità di potere in ogni luogo. Così procede dinnanzi a noi il potente Ideale; mai esso fu visto rimanere nella retroguardia. Nessun uomo raggiunge mai un’esperienza soddisfacente, ma il suo bene è l’amministratore di un meglio. Avanti; avanti! Noi sappiamo che in certi momenti una nuova pittura della vita e del dovere è già possibile; noi sappiamo che gli elementi per una dottrina della vita, che trascenderà qualsiasi ricordo scritto da noi posseduto, esistono già in molte menti intorno a voi. La nuova affermazione comprenderà gli scetticismi e le credenze della società ed un nuovo credo sorgerà dalla miscredenza. Poichè gli scetticismi non sono gratuiti o senza leggi, ma sono limitazioni della dichiarazione affermativa, e la nuova filosofia deve accoglierli, e comporre con essi delle affermazioni come essa deve includere le fedi più antiche.

La scoperta che abbiamo fatta della nostra esistenza è cosa lacrimevole, ma è troppo tardi per essere impedita. Questa scoperta si chiama la Caduta dell’Uomo: dopo di essa sempre diffidiamo dei nostri istrumenti. Noi abbiamo imparato che noi non vediamo direttamente, ma mediatamente, e che non abbiamo mezzi per correggere le nostre lenti colorate e contorcenti o per calcolare la somma dei loro errori. Forse questi soggetti-lenti hanno un potere creativo; forse non vi sono degli obbietti. Una volta noi vivevamo in ciò che vedevamo; ora la rapacità di questo nuovo potere, che minaccia di assorbire tutte le cose, ci avvolge. Lanatura, l’arte, le persone, le lettere, le religioni, successivamente vi si precipitano dentro, e Dio è solo una delle sue idee. La natura e la letteratura sono dei fenomeni soggettivi; ogni cosa buona e cattiva è un’ombra che noi gettiamo. La strada è piena di umiliazioni per il superbo. Come il vanitoso potè vestire della sua livrea gli uscieri, che erano venuti in casa sua per porre le cose sotto sequestro, e obbligarli a servire a tavola i suoi ospiti, fingendoli camerieri; così i malumori che il cuore cattivo emette, come se fossero cose da nulla, prendono subito la forma di signore e di signori nella strada, di impiegati e di camerieri nell’albergo, e minacciano ed insultano ciò che vi può essere in noi di minacciabile o di ingiuriabile; lo stesso avviene con le nostre idolatrie. La gente dimentica che è l’occhio che fa l’orizzonte, e che è l’occhio della mente che fa di questo o di quell’uomo un tipo o un rappresentante dell’umanità, con il nome di eroe o di santo. Gesù, «l’uomo provvidenziale», è un uomo buono per il quale molta gente conviene che queste leggi ottiche dovranno avere effetto. È frattanto stabilito che mediante l’amore da una parte e la proibizione dall’altra dì fare obbiezioni, noi lo contempleremo nel centro dell’orizzonte ed ascriveremo a lui le proprietà che attribuiremmo a qualsiasi uomo veduto in tali condizioni. Ma anche l’amore o l’odio più duraturo hanno una rapida fine. La propria personalità grande e crescente, radicata nella natura assoluta, soppianta ogni esistenza relativa e distrugge il regno dell’amicizia e dell’amore mortale. Il connubio (per ciò che riguarda il mondo spirituale) è impossibile a causa della disuguaglianza fra ogni soggetto ed ogni oggetto. Il soggetto è il ricevitore della divinità, e ad ogni paragone deve sentire il suo essere rialzato da questo potere occulto: e questo potere deve forzatamente essere sentito se non per lasua energia, almeno per la sua presenza; nè qualsiasi forma intellettuale può attribuire all’oggetto quella peculiare divinità che riposa o vigila in ogni soggetto. L’amore non può mai render pari in forza la coscienza di sè e l’attribuzione. Vi sarà sempre un abisso fra ogni te e me, come fra l’originale ed il quadro. Lo sposo dell’anima è l’universo. Qualsiasi simpatia privata è parziale. Due esseri umani sono come due globi, che possono toccarsi in un punto solo, e mentre rimangono in contatto, ogni altro punto di ciascuno di essi rimane inerte; la volta di questi punti deve pure venire, e quanto più a lungo dura una particolare unione, tanta maggiore energia di appetenza acquistano le parti che non sono a contatto.

La vita vuol essere resa in immagine, ma non divisa o raddoppiata. Qualsiasi intromettenza nella sua unità genererebbe il caos. L’anima non è nata gemella, ma sola generata, e sebbene si riveli come bambina in età e bambina in apparenza, pure ha un potere fatale ed universale, e non ammette una coesistenza. Ogni giorno ed ogni atto tradisce la divinità male nascosta. Noi crediamo in noi stessi e non crediamo negli altri. Noi ci permettiamo tutto, e ciò che chiamiamo peccato negli altri, è esperimento per noi. Un esempio della nostra fede in noi stessi l’abbiamo nel fatto che gli uomini non parlano mai di un delitto, così leggermente come pensano, e che ogni uomo pensa ad una latitudine sicura per lui, che in nessun modo sarà concessa ad un altro. L’atto appare molto differente considerato dall’interno o dall’esterno, nella sua qualità e nelle sue conseguenze. L’assassinio non è per l’assassino un pensiero terribile come vogliono farlo i poeti ed i romanzieri; esso non lo disturba, non lo atterrisce nella sua solita osservazione delle cose mediocri; esso è un atto facilissimo a contemplarsi,ma nella sua conseguenza risulta una terribile contesa e confusione di tutte le relazioni. Specialmente i delitti passionali sembrano giusti ed equi dal punto di vista dell’autore, ma una volta compiuti appaiono fatali alla società. Nessun uomo infine crede che egli possa essere perduto, nè che il delitto in lui sia così nero come nel fellone; poichè l’intelletto tempera nel nostro proprio caso i giudizi morali: poichè non vi è delitto per l’intelletto. Esso è antinomico o ipernomico e giudica la legge come giudica il fatto. «Più che un delitto, è peggiore uno sbaglio» disse Napoleone parlando il linguaggio dell’intelletto. Per esso il mondo è un problema di matematica o di scienza quantitativa e tralascia la lode, il biasimo ed ogni debole emozione. Qualsiasi furto è comparativo. Se veniamo all’assoluto, scusate, chi non ruba? I santi sono tristi, perchè essi contemplano il peccato (anche quando meditano) dal punto di vista della coscienza e non da quello dell’intelletto; una confusione del pensiero. Il peccato veduto dal pensiero è una diminuzione omeno: veduto dalla coscienza è una depravazione omale. L’intelletto lo chiama ombra, assenza di luce e non essenza. La coscienza deve sentirlo come essenza, come male essenziale. Questo non è: esso ha una esistenza oggettiva ma non soggettiva.

Così inevitabilmente l’universo sopporta la nostra apparenza, ed ogni oggetto cade successivamente nel soggetto stesso. Il soggetto esiste, si ingrandisce; tutte le cose, prima o dopo, vanno a posto. Come io sono, così io vedo: noi possiamo usare il linguaggio che vogliamo, ma non potremo mai dire nulla all’infuori di ciò che siamo; Hermes, Cadmo, Colombo, Newton, Buonaparte, sono i ministri della mente. Invece di sentire un non so che di miserevole quando noi incontriamo un grande uomo, trattiamo il nuovo venutocome se fosse un geologo che viaggia, il quale passa attraverso i nostri possedimenti e ci addita la buona ardesia o la calce o l’antracite dei nostri pascoli. L’azione parziale di ogni mente forte verso una sola direzione è un telescopio per gli oggetti sui quali esso è puntato. Ma tutte le altre parti della conoscenza devono essere spinte alla stessa esagerazione, prima che l’anima raggiunga la sua dovuta sfericità. Vedete voi quel gattino che tenta d’afferrare la propria coda? Se voi poteste vedere con i suoi occhi, lo vedreste circondato da centinaia di figure, che rappresentano dei drammi complessi, con scioglimenti tragici e comici, con delle lunghe conversazioni, con molti personaggi, con molti colpi di fortuna; eppure è solamente un gattino e la sua coda. Quanto tempo passerà prima che la nostra mascherata cessi il suo frastuono di tamburelli, di risa e di grida, per scoprire che essa era una commedia solitaria? Un soggetto ed un oggetto! ecco quanto è necessario pure per rendere completo il circuito galvanico; ma la grandezza vi aggiunge nulla. Che cosa importa se è Keplero e la sfera; Colombo e l’America; un lettore ed il suo libro, oppure il micio e la sua coda?

È vero che le muse e l’amore e la religione odiano questi svolgimenti e troveranno modo di punire il chimico che espone nel salotto i segreti del laboratorio. E noi non possiamo tacere la nostra necessità costituzionale di vedere le cose sotto aspetti particolari o satura del nostro umore. Eppure è Dio l’originario di queste pallide roccie. Quella necessità produce nei costumi la virtù capitale della fiducia in se stesso. Noi dobbiamo tenerci legati a questa povertà, per quanto scandalosa, e per mezzo di più grandi riconquiste di noi stessi possedere più fermamente, dopo gli impeti dell’unione, il nostro asse. La vita della verità è freddae anche triste, ma non è la chiave delle lacrime, delle contrizioni e delle perturbazioni. Essa non attenta al lavoro di un’altra e non ne adotta i fatti. È principalissimo ammonimento della saggezza quello di discernere il vostro da quello degli altri. Io ho imparato di non poter disporre dei fatti degli altri; ma io possiedo tale chiave dei miei, che son persuaso contro tutti i dinieghi che anche essi hanno una chiave per i loro. Una persona simpatica si trova nelle condizioni di un nuotatore fra uomini che annegano, i quali s’aggrappano a lui, e se egli si lascia prendere solo una gamba od un dito, essi lo trarranno insieme nelle profondità delle acque. Essi desideravano di essere salvati dai danni dei loro difetti, ma non dai loro difetti. A questi poveri che attendono la carità, essa sarebbe inutilmente prodigata. Un dottore saggio dirà, come prima condizione di consiglio: «uscite da quelli».

In questa nostra America parlante noi siamo mandati in rovina dalla nostra buona indole e dal nostro ascoltare da ogni lato. Questa compiacenza ci toglie il potere di essere grandemente utili. Un uomo non dovrebbe poter guardare che direttamente. Un’attenzione preoccupata è l’unica risposta all’importuna frivolità degli altri: risposta divina che non dà luogo a lagnanze ed a cattivi pensieri. Nella scultura che Giovanni Flaxman fece delle Eumeridi di Eschilo, Oreste supplica Apollo mentre le Furie dormono sul limitare della porta. Il viso del dio esprime un’ombra di rincrescimento e di compassione, una calma nella convinzione dell’irreconciliabilità dei due mondi. Egli è sorto in un altro tempo, nell’eterno e nel bello. L’uomo ai suoi piedi chiede la sua protezione nelle lotte della terra, in cui la natura non può entrare. E le Eumeridi, là giacenti, esprimono pittoricamente questa disparità. Il dio è sovraccarico del suo divino destino.

Illusione, Temperamento, Successione, Superficie, Sorpresa, Realtà, Subbiettività — queste sono le fila sulla trama del tempo, questi sono i padroni della vita. Io non oso certo di assegnare loro un posto, ma le nomino come le trovo sulla mia via. Io conosco una cosa migliore che il pretendere qualsiasi perfezione per la mia pittura. Io sono un frammento e questo è un frammento di me. Io posso con molta fiducia annunciare l’una o l’altra legge che si muta in un soccorso e prende forma, ma sono troppo giovane ancora per compilare un codice. Io ciarlo nel mio tempo intorno alla politica eterna. Io ho veduto non invano molte belle pitture. Io ho vissuto in un tempo meraviglioso. Io non sono il novizio di quattordici o di sette anni fa. Chi domanderà dove è il profitto? Per me è sufficiente un profitto personale. Questo è un profitto che io non dovrei chiedere come sconsiderato effetto di meditazioni, di consigli e di acquisti di verità. Io sentirei pietà di chiedere un risultato a questa città od a questo paese; di chiedere un effetto palese in questo mese ed anno corrente. L’effetto è profondo e secolare come la causa. Esso si manifesta in periodi, in cui la vita mortale va perduta. Tutto ciò che io so è ricezione, io sono ed io ho; ma io non acquisto e quando immagino di aver acquistato qualcosa, constato di aver acquistato nulla. Io adoro con meraviglia la grande Fortuna. Il mio atto di ricevere è stato così grande che io non mi stupisco di ricevere questo e quello, sovrabbondantemente. Quando io ricevo un nuovo dono, non macero il mio corpo per fare il conto esatto, perchè se io morissi non potrei fare il conto esatto. Il benefizio sorpassò il merito nel primo giorno e continuò sempre a sorpassarlo. Io calcolo il merito stesso come parte di ciò che ricevo.

Anche quella brama di un effetto pratico e manifestomi sembra una apostasia. In verità io amo di risparmiare questa grande occupazione assolutamente non necessaria. La vita per me ha un viso da visionario. L’azione più violenta e più ruvida è visionaria pure. Non v’è che una scelta fra i sogni delicati e quelli turbolenti. La gente sprezza il sapere e la vita intellettuale e s’affanna intorno all’azione. Io sono molto contento del sapere; potessi solo sapere. Esso è un passatempo augusto, e mi basterebbe per lunga pezza. Il sapere un poco sarebbe cosa degna di sacrifizio da parte di questo mondo. Io odo sempre la legge di Adrastea, che «ogni anima che ha acquistata una verità, dovrebbe essere libera da ogni male fino ad un altro periodo».

Io so che il mondo con il quale io parlo in città e nelle campagne, non è il mondo ch’iopenso. Io ne vedo e ne vedrò sempre la differenza. Un giorno io conoscerò il valore e la legge di questa discrepanza. Ma io non ho constatato che si sia guadagnato molto con i tentativi manipolari di realizzare il mondo del pensiero. Molte persone ansiose tentano successivamente degli esperimenti in questa via e diventano ridicoli. Essi acquistano delle abitudini democratiche, fanno schiuma alla bocca, odiano e negano. Peggio, io osservo che nella storia del genere umano non vi è mai un esempio solitario di successo — prendendo la loro stessa definizione del successo. Dico io questo per polemica od in risposta alla domanda: «perchè non realizzate voi il vostro mondo»? Ma sia lungi da me la profonda sfiducia che pregiudica la legge con un artificioso empirismo; poichè mai vi fu un tentativo giusto che non sia stato coronato di successo. Pazienza e pazienza, noi vinceremo in fine. Noi dobbiamo essere molto sospettosi circa le illusioni dell’elemento del tempo. Il mangiare od il dormire od il guadagnare un centinaio di dollaririchiedono molto tempo, ma l’accogliere una speranza od una visione che divengano la luce della vita nostra, richiede molto poco tempo. Noi coltiviamo il nostro giardino; facciamo i nostri pranzi; discutiamo delle cose di casa con le nostre mogli, e queste cose non fanno impressione e sono dimenticate la prossima settimana; ma nella solitudine, a cui ogni uomo ritorna, egli ha sanità e rivelazioni, che porterà con lui nel suo passaggio a mondi nuovi. Non curatevi del ridicolo, ma curatevi della sconfitta; rialzati ancora, vecchio cuore! esso sembra dire — vi è ancora una vittoria per ogni giustizia; ed il vero romanzo che il mondo realizzerà sarà la trasformazione del genio in un pratico potere.


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