ATTO SECONDO.
Laboratorio fotografico di Erminio Ekdal — La stanza è una specie d’ampio abbaino, va cioè il soffitto abbassandosi verso il fondo; il tetto all’estremità è a vetriate con tende bleu. — In fondo una porta doppia che si apre spingendola ai lati. — A destra due porte; quella in fondo, d’entrata; quella avanti, conduce alle stanze degli Ekdal, tra le due porte un tavolo e un divano. A sinistra due porte, tra queste una stufa di ghisa. Il laboratorio è semplice ma comodo. — Un tavolo in mezzo, una vecchia poltrona dinnanzi alla stufa, in fondo a sinistra una grande scansia con libri, bottiglie, scatole, ecc. Due o tre macchine fotografiche, utensili fotografici, sui tavoli fotografie, pennelli, ecc. Sedie. Un attaccapanni. Sul tavolo addossato alle pareti di destra una lampada accesa, con paralume, rischiara la stanza.
Laboratorio fotografico di Erminio Ekdal — La stanza è una specie d’ampio abbaino, va cioè il soffitto abbassandosi verso il fondo; il tetto all’estremità è a vetriate con tende bleu. — In fondo una porta doppia che si apre spingendola ai lati. — A destra due porte; quella in fondo, d’entrata; quella avanti, conduce alle stanze degli Ekdal, tra le due porte un tavolo e un divano. A sinistra due porte, tra queste una stufa di ghisa. Il laboratorio è semplice ma comodo. — Un tavolo in mezzo, una vecchia poltrona dinnanzi alla stufa, in fondo a sinistra una grande scansia con libri, bottiglie, scatole, ecc. Due o tre macchine fotografiche, utensili fotografici, sui tavoli fotografie, pennelli, ecc. Sedie. Un attaccapanni. Sul tavolo addossato alle pareti di destra una lampada accesa, con paralume, rischiara la stanza.
(Gina siede su una sedia accanto al tavolo di destra e sta cucendo. — Edvige siede sul divano, e parandosi con la mano la luce, legge attentamente con i gomiti appoggiati al tavolo).
(Gina siede su una sedia accanto al tavolo di destra e sta cucendo. — Edvige siede sul divano, e parandosi con la mano la luce, legge attentamente con i gomiti appoggiati al tavolo).
Gina.(Guarda Edvige con aria di compassione) Edvige!
Edvige.(Non sente e continua a leggere).
Gina.(più forte) Edvige!
Edvige.Cosa vuoi mammina?
Gina.Cara Edvige, tu non dovresti più leggere.
Edvige.(con voce carezzevole) Ancora un pochino mamma.
Gina.No, no, metti via il libro. Tuo padre non vuole, anche lui non legge mai la sera.
Edvige.Papà non ama quanto me la lettura. (chiude il libro).
Gina, (posa il lavoro, prende sul tavolo una matita e un pezzo di carta e guardando Edvige) Quanto abbiamo speso per il burro?
Edvige.(dopo aver pensato un poco) Una corona.
Gina.Va bene (nota) poi il formaggio (c. s.) il salame (c. s.) il pane.... (somma) Due e uno tre, tre e cinquanta, quattro e uno cinque.
Edvige.Ti sei ricordata anche della birra?
Gina.Sì (fa ancora la prova dell’addizione) Abbiamo speso molto.
Edvige.E sì che abbiamo mangiato poco, non essendoci papà non abbiamo acceso il fuoco.
Gina.E oggi incassi per vendita di fotografie, nove corone.
Edvige.Bada non sbagliare.
Gina.No, no, non dubitare.
(Gina pensierosa prende il lavoro e ricomincia a lavorare. Edvige con una matita disegna su un foglio di carta, tenendosi la mano sinistra sugli occhi).
(Gina pensierosa prende il lavoro e ricomincia a lavorare. Edvige con una matita disegna su un foglio di carta, tenendosi la mano sinistra sugli occhi).
Edvige.Non so perchè, ma mi rincresce che papà oggi sia a desinare in casa del signor Werle.
Gina.No, egli è dal figlio del signor Werle. (dopo breve pausa a capo chino) Col vecchio noi non abbiamo alcun rapporto.
Edvige.Però aspetto il babbo con desiderio; mi ha promesso di pregare la signora Sorbi di dargli qualche cosa di buono per me.
Gina.(sempre a capo chino) Eh! in quella casa, sì, che c’è l’abbondanza.
Edvige.(sempre disegnando) Ti confesso che ho un poco d’appetito.
(Entra il vecchio Ekdal con un pacco di carte sotto il braccio e tenendo un involto che cerca nascondere).
(Entra il vecchio Ekdal con un pacco di carte sotto il braccio e tenendo un involto che cerca nascondere).
Gina.Oh! nonno, quanto ha tardato questa sera.
Ekdal.Lo studio era chiuso e Groberg mi fece tanto aspettare!... Mi toccò attraversare tutto l’appartamento.
Edvige.Ti hanno dato qualche cosa da copiare?
Ekdal.Non vedi? Tutto questo pacco.
Gina.Meno male.
Edvige.E quell’involto che hai lì sotto?
Ekdal.Non è nulla, non è nulla. (posa il bastone in un angolo) Ho da lavorare molto oggi (va al fondo, apre mezza porta e guarda nell’interno, poi richiude e borbotta tra i denti) Bene, bene, dormono assieme, poveretti si sono messi nel paniere. (sorride soddisfatto).
Edvige.E non avranno freddo nel paniere, nonno?
Ekdal.Che ti salta in mente, in mezzo alla paglia. (si dirige verso la porta di sinistra) Dove sono i fiammiferi?
Gina.Di là sul canterano.
(Ekdal entra nella sua stanza).
(Ekdal entra nella sua stanza).
Edvige.Sei contenta, eh? che il nonno abbia avuto molto lavoro?
Gina.Sì, povero vecchio. Almeno potrà guadagnare qualche cosa.
Edvige.E non starà tutto il giorno alla bettola della Ericsen.
Gina.Anche per questo (breve pausa).
Edvige.Papà sarà ancora a tavola.
Gina.Può darsi.
Edvige.Chissà quante buone cose gli daranno! Stasera papà sarà contento?
Gina.Se almeno gli si potesse dire che abbiamo affittato la stanza.
Edvige.Per questa sera non ce n’è bisogno.
Gina.Ma non la va sempre bene.
Edvige.Non m’hai capito, intendo dire che per questa sera sarà già di buon umore?
Gina.(guardandola) Sei contenta dunque di vedere tuo padre di buon umore.
Edvige.(con trasporto) Tanto! Gli voglio tanto bene!
(Ekdal fa per andare verso la porta di sinistra).
(Ekdal fa per andare verso la porta di sinistra).
Gina.(volgendosi) Vuole qualche cosa in cucina?
Ekdal.Resta pur a sedere, vado io (esce per l’altra porta di sinistra).
Gina.Purchè non abbia a bruciarsi al fuoco (ascoltando un momento) Edvige, guarda quello che fa.
(Ekdal rientra con una brocca d’acqua bollente e si dirige verso la sua stanza).
(Ekdal rientra con una brocca d’acqua bollente e si dirige verso la sua stanza).
Edvige.Volevi dell’acqua bollente?
Ekdal.Sì, ho da scrivere e di là ho freddo.
Gina.Se vuol mangiare di là vi preparo la cena.
Ekdal.Ho da lavorare, per ora non mangio. Ho da lavorare e non voglio che nessuno m’abbia a disturbare (brontolando entra nella sua stanza).
Gina.(dopo breve pausa piano ad Edvige) Dove avrà preso del denaro?
Edvige.Groberg lo avrà pagato.
Gina.No, Groberg lo dà a me.
Edvige.Gli avranno imprestato tanto da comprarsi una bottiglia.
Gina.E chi vuoi che impresti a lui, povero vecchio?
(Erminio entra in scena con un lungo paletot a bavero rialzato e con un gran cappello di feltro grigio).
(Erminio entra in scena con un lungo paletot a bavero rialzato e con un gran cappello di feltro grigio).
Gina.(non appena lo vede posa il lavoro e s’alza tosto) Erminio! già di ritorno?
Edvige.(balzando in piedi) Sei già qui papà?
Erm.(levandosi il cappello) La maggior parte degli invitati se ne viene via ora.
Edvige.Così presto?
(Erminio fa per levarsi il paletot).
(Erminio fa per levarsi il paletot).
Gina.Lascia che ti aiuti.
Edvige.Anch’io. (Gli tolgono il paletot che Gina appende all’attaccapanni) Dimmi v’era molta gente?
Erm.Dodici o quattordici persone, salvo errore.
Edvige.E tu hai parlato con tutti?
Erm.(sorridendo) Sì, con tutti un poco, ma io ero sempre con Gregorio.
Gina.È sempre così brutto Gregorio?
Erm.Bello certamente non è.... ma ditemi, papà è rientrato?
Edvige.Il nonno? Sì è nella sua camera.
Erm.E non vi ha detto nulla?
Gina.Cosa doveva dirci?
Erm.Non vi ha detto che....? Mi parve udire che fosse stato da Groberg. Voglio parlargli.
Gina.No, lascialo stare.
Erm.(vivamente) Fu lui che disse non volermi vedere?
Gina.No. Ma non vuole che lo si disturbi.
Edvige.(fa capire con cenni che sta bevendo)
Gina.(non badando ai cenni di Edvige) Poco fa venne a prendere dell’acqua.
Erm.Dunque è di là seduto che....
Gina.Credo.
Erm.(con un sospiro) Povero vecchio, lasciamo che faccia quello che vuole.
Ekdal.(a Erminio) Sei tornato?
Erm.Or ora.
Ekdal.Non mi avevi visto?
Erm.No, ma appena seppi che tu eri stato là, ti volli seguire.
Ekdal.Va bene, va bene. — E chi erano quegli invitati?
Erm.C’erano dei consiglieri, dei ciambellani.
Ekdal.(assentendo col capo) Senti Gina, è stato con dei consiglieri, con dei ciambellani.
Gina.Era dunque una festa di gala?
Edvige.(ingenuamente) E cosa hanno fatto questi signori Consiglieri, hanno cantato? Hanno letto?
Erm.No, hanno detto molte sciocchezze. Volevano che io declamassi.
Ekdal.E non hai voluto?
Erm.No! non ero mica andato là per divertirli, a loro tocca far divertire, loro che passano la vita a pranzi e colazioni.
Gina.Non avrai detto ciò a loro?
Erm.Sotto altra forma. (sprezzante) In fine, poi, per poco non si accendeva una discussione sul Tokai.
Ekdal.Oh! il mio vino favorito!
Erm.Ma non parliamo più di ciò... del resto erano persone amabili e ben educate.
Edvige.(accarezzando Erminio) Papà, come sei carino in marsina.
Erm.Nevvero? Pare sia fatta per me, solo mi è stretta di spalle, dammi la mia giacca.
Edvige.Subito (corre all’attaccapanni e prende una giacca che Erminio si infila dopo essersi levato il frak).
Erm.(a Gina) Domani mattina subito mandala a Moldik.
Gina.Non dubitare. (dà ad Edvige il frak che l’appende all’attaccapanni).
Erm.così sto più comodo, eppoi è più adattata a me. Nevvero Edvige?
Edvige.Sì, papà.
(Il vecchio Ekdal va alla poltrona innanzi alla stufa di ghisa e si siede).
(Il vecchio Ekdal va alla poltrona innanzi alla stufa di ghisa e si siede).
Erm.E sono bello lo stesso anche se mi levo questa cravatta che mi strozza, dillo tu. (si leva la cravatta).
Edvige.Sei sempre bello con questi baffoni e coi tuoi capelli ricci.
Erm.(sorridendo) Dì piuttosto arruffati. (bacia Edvige).
Edvige.(tirando per la giacca) Papà.
Erm.Cosa vuoi?
Edvige.Tu lo sai quello che voglio.
Erm.Non so niente io.
Edvige.(con voce piagnucolosa) Non farmi penare, brutto cattivo.
Erm.Cosa vuoi?
Edvige.Cosa mi hai promesso?
Erm.(battendosi la fronte) Scusami piccina mia, me ne sono dimenticato.
Edvige.Tu vuoi scherzare, ma non ci credo.
Erm.No, non scherzo, ti prego scusarmi. Però ho qualche cosa per te (va alla marsina e ne prende una carta) Prendi.
Edvige.Ma questo è un pezzo di carta.
Erm.È ilmenù; qui sta la lista di tutto ciò che ho mangiato. — Via Edvige, per poche ghiottonerie non mettere il broncio.
Edvige.Grazie. (caramente prende il menù e si siede sul divano senza leggerlo, Gina le fa dei cenni ed Erminio se ne accorge).
Erm.Ebbene cosa c’è? Un padre di famiglia per esser buono, per essere perfetto non può nemmeno dimenticarsi la più piccola cosa. Per cosa da nulla si devono vedere visi lunghi e corrucciati. Ciò non voglio, non voglio. (fermandosi vicino a Ekdal) Papà hai guardato là dentro? (accenna nel fondo).
Ekdal.E puoi dubitarne? È andata nel cesto.
Erm.Sì? Allora comincia ad addomesticarsi.
Ekdal.Però dobbiamo fare dei miglioramenti.
Erm.Vieni qui allora babbo, parliamo sul da farsi.
Ekdal.Ora no; lascia che vada ad accendere la pipa. (entra nella sua stanza).
Gina.(ridendo ed accennando ad Erminio) Va ad accendere la pipa!
Erm.Lasciamo che faccia quello che vuole. La riparazione la faremo domani.
Gina.Domani non avrai tempo.
Edvige.(interrompendo) Ma sì, mamma.
Gina.Pensa che domani hai da ritoccare quelle copie per quegli stranieri di faccia. Mandarono qui già parecchie volte.
Erm.(sbuffando) Domani saranno finite. Vennero nuove ordinazioni?
Gina.Disgraziatamente no, domani non hai che quel lavoro.
Erm.Null’altro... già è chiaro quando nessuno se ne occupa...
Gina.Perchè parli così? Anche oggi fui per una inserzione sui giornali.
Erm.Sì, i giornali, i giornali... vedo quanto servono. Per la stanza non è venuto nessuno?
Gina.Non ancora.
Erm.Lo prevedevo... Non ve ne prendete cura! non ve ne prendete cura!...
Edvige.(si alza e va presso Erminio) Vuoi il flauto papà?
Erm.No, non voglio nulla (passeggia concitato). Domani lavorerò, non dubitate, tornerò a lavorare come un negro perchè non abbiate a mancare di nulla.
Gina.Caro Erminio, non parlare così; io non intendevo dirti quanto pensi.
Edvige.(con voce carezzevole) Vuoi un poco di birra?
Erm.(sempre passeggiando) No, non mi seccate (dopo breve pausa). Cosa hai detto, birra?
Edvige.È buona, papà, e fresca.
Erm.(brusco) Dammela allora. (Edvige corre saltellando verso la cucina, Erminio appoggiato alla stufa la contempla, quando è vicina all’uscio con voce dolce) Edvige!
Edvige.(con gioia) Oh! papà mio. (corre nelle sue braccia).
Erm.(accarezzandola) Non mi chiamare così. Io ero a una tavola ricca e non mi sono ricordato di voi. Non ho portato nulla a te, bambina mia. E mentre io mi divertivo, voi altri due qui....
Gina.(che è seduta vicino al tavolo, commossa) Non dire sciocchezze.
Erm.Ma non siete in collera con me, voi sapete che io vi amo.
Edvige.(abbracciandolo) E noi ti adoriamo.
Erm.Se talvolta sono irragionevole, nervoso, ingiusto.... compatitemi.... mio Dio, ho tanti pensieri per il capo (asciugandosi furtivamente una lagrima) No, non voglio birra, dammi il flauto.
(Edvige corre alla scansia e prende il flauto che dà ad Erminio) Grazie.... tra voi due e col mio flauto mi sento felice anch’io.
(Edvige si siede vicino a Gina abbracciandola, Erminio comincia a suonare una danza boema in tempo largo, dopo poche battute s’interrompe).
(Edvige si siede vicino a Gina abbracciandola, Erminio comincia a suonare una danza boema in tempo largo, dopo poche battute s’interrompe).
Erm.(stendendo la mano sinistra a Gina) Gina mia, la nostra casa è piccina, ma ci troviamo bene non è vero?
Gina(commossa gli stringe la mano).
(Erminio ricomincia a suonare, in quella si ode bussare alla porta).
(Erminio ricomincia a suonare, in quella si ode bussare alla porta).
Gina.(alzandosi) Aspetta Erminio, mi pare abbiano bussato.
Erm.(deponendo il flauto) Chi può essere a quest’ora?
(Gina entra a destra).
(Gina entra a destra).
Greg.(di dentro) È permesso?
Gina.(c. s.) Oh!
Greg.(c. s.) Abita qui il fotografo Ekdal?
Gina.(c. s.) Appunto, passi.
Erm.(andando alla porta) Gregorio? Tu qui? Entra, entra.
Greg.(entrando seguito da Gina) Non ti avevo detto che sarei venuto da te?
Erm.Hai abbandonato gli invitati?
Greg.E la mia famiglia. (a Gina) Buona sera signora Ekdal, mi riconosce?
Gina.(turbata) Il figlio del signor Werle, non è difficile a riconoscere.
Greg.No, io assomiglio a mia madre. Se ne ricorda ancora, lei?
(Gina si turba).
(Gina si turba).
Erm.(che non si è accorto del turbamento di sua moglie.) Hai abbandonato la casa?
Greg.Sì, sono andato ad alloggiare all’albergo.
Erm.Giacchè sei qui, togliti il pastrano.
Greg.Grazie. (si toglie il paletot, anche lui non sarà più in marsina)
Erm.Vieni, siediti vicino a me. (Gregorio si siede sul divano ed Erminio su una sedia in faccia a lui).
Greg.(guardandosi attorno) Qui tu dimori! tu lavori qui?
Erm.Questo è il mio laboratorio.
Gina.È la camera più grande.
Erm.Questa casa ha un grande vantaggio, che in faccia a noi abbiamo dei campi, non case che ti tolgono la luce e l’aria.
Gina.In fondo al corridoio poi, c’è una stanza da affittare.
Greg.(ad Erminio) Affitti stanze?
Erm.Se mi capita. (a Edvige) Ma tu volevi portare della birra.
Edvige.(che si sarà tenuta in disparte, assente col capo e corre in cucina).
Greg.E quella graziosa fanciulla è tua figlia?
Erm.Sì, è la mia.... la nostra Edvige.
Greg.La vostra unica figlia.
Erm.Sì, il nostro tesoro, la nostra gioia più grande e.... (abbassando la voce) e il nostro più grande dolore.
Greg.Cosa intendi dire?
Erm.Gregorio mio, mia figlia deve divenire cieca!
Greg.(stupito) Cieca?
Erm.Sì, i primi sintomi si sono già manifestati, non vi è rimedio, capisci, non v’è rimedio, è questione di tempo.
Greg.Qual terribile sciagura! E le cause?
Erm.(sospirando) Atavismo.
Greg.(con stupore) Malattia ereditaria?
Gina.La madre d’Erminio era malata d’occhi.
Erm.Almeno così mi disse mio padre, tu lo sai che io non l’ho conosciuta.
Greg.Povera fanciulla, e lei....
Erm.Lei non sa nulla, non ci regge il cuore di dirglielo. A che scopo funestarle questi pochi anni che le restano di felicità? Allegra e noncurante quel vispo uccellino vola verso l’eterna notte (commosso) Credi, Gregorio, questi sono dei gravi dolori!
(Edvige rientra portando su un vassoio una bottiglia di birra e delle tazze, e pone il vassoio sul tavolo).
(Edvige rientra portando su un vassoio una bottiglia di birra e delle tazze, e pone il vassoio sul tavolo).
Grazie, Edvige mia.
(Edvige gli getta le braccia al collo e gli sussurra delle parole all’orecchio).
(Edvige gli getta le braccia al collo e gli sussurra delle parole all’orecchio).
Erm.Per me no. (a Gregorio) Vuoi dei sandwichs?
Greg.No, no, grazie.
Erm.Però se ti fa piacere, portali pure, chissà che avendoli sottomano.
(Edvige contenta va in cucina correndo).
(Edvige contenta va in cucina correndo).
Greg.(seguendola con gli occhi) Eppure pare tanto sana.
Gina.Grazie a Dio non soffre che agli occhi.
Greg.Con l’andare degli anni assomiglierà a sua madre. Quanti anni ha ora?
Gina.Compie domani i sedici.
Greg.Come è alta!
Gina.Sì, è cresciuta presto.
Greg.Essi crescono e noi invecchiamo (ad Erminio) Da quanto tempo sei ammogliato?
Erm.Da sedici anni.
Greg.Quanto tempo!
(Gina lo guarda con inquietudine).
(Gina lo guarda con inquietudine).
Erm.E a te parvero lunghi gli anni nelle miniere?
Greg.Allora sì, ora mi pare sieno volati.
Ekdal.(viene dalla sua stanza senza pipa e con in capo la sua vecchia berretta da soldato; è un pochino ubbriaco) Ora Erminio sono da te, possiamo discorrere liberamente (fermandosi) Oh!...
Erm.(alzandosi) Papà, qui c’è Gregorio Werle.
(Gregorio s’alza e si dirige verso il vecchio).
(Gregorio s’alza e si dirige verso il vecchio).
Ekdal.Werle? Il figlio? Cosa vuole da me?
Erm.(sorridendo) Viene a trovar me.
Ekdal.Ah!... se non è che per questo.... io non temo più nessuno.
Greg.Sono io che vengo a portarle un saluto dai suoi amati boschi, dove ha cacciato tanto, luogotenente Ekdal.
Ekdal.(scosso) Dai boschi?
Greg.Sì, dalle miniere di ferro.
Ekdal.Una volta io era là ben conosciuto.
Greg.E aveva rinomanza di gran cacciatore.
Ekdal.È vero (accorgendosi che Gregorio lo guarda) Guardate il mio berretto? Non lo porto che in casa. (sospira) Fuori non me lo permetterebbero.
(Edvige porta un piatto di sandwichs che pone sul tavolo).
(Edvige porta un piatto di sandwichs che pone sul tavolo).
Erm.Siediti, babbo, bevi un bicchiere di birra. Gregorio serviti.
(Ekdal borbottando si siede sul divano, Gregorio su una sedia vicino a lui, Erminio in faccia ad Ekdal che ha vicino a sè Edvige. Gina siede un poco discosta dagli altri).
(Ekdal borbottando si siede sul divano, Gregorio su una sedia vicino a lui, Erminio in faccia ad Ekdal che ha vicino a sè Edvige. Gina siede un poco discosta dagli altri).
Greg.(dopo aver bevuto della sua birra) Se ne ricorda ancora, tenente Ekdal, di quando a Natale e nei mesi estivi io ed Erminio venivamo lassù?
Ekdal.No, non me ne ricordo. Ma d’essere stato buon cacciatore sì che me lo ricordo. Ho ammazzato anche parecchi orsi.
Greg.(guardandolo con compassione) E ora non caccia più eh?
Ekdal.E perchè.... certo non più come allora, il bosco, il mio bosco.... (breve) Ed è sempre bello?
Greg.Non più come ai suoi tempi, per gran parte venne atterrato.
Ekdal.Molta legna? (piano quasi con paura) Fanno male, fanno male.... il bosco si vendicherà.
Erm.(mescendogli della birra) Ancora un sorso, papà.
Greg.Un uomo come lei certo si troverà a disagio qui in città, dove la luce, l’aria non viene che oscura, dove non possiamo mai abbracciare con lo sguardo vasti spazi di cielo.
Ekdal.(sorridendo) Eppure anche qui non c’è malaccio.
Greg.Pur nonostante deve amare sempre quella libera vita dei boschi, tra gli animali, gli uccelli selvatici.
Ekdal.(ridendo e guardando Erminio) Erminio, dobbiamo fargli vedere?
Erm.(imbarazzato) No, questa sera no.
Greg.Che cosa?
Erm.(sorridendo) Nulla, nulla, vedrai un’altra volta.
Greg.(continua rivolgendosi sempre al vecchio) Ekdal dovrebbe venir con me, tornare con meai suoi monti. Del lavoro ne avrà anche alle miniere. Qui nulla ha che lo possa rallegrare.
Ekdal.(guardandolo meravigliato) Non ho nulla?
Greg.Certamente, ha Erminio; ma io mi intendevo dire che....
Ekdal.(dando un pugno sulla tavola) Erminio, ora deve vedere.
Erm.Allo scuro?
Ekdal.E la luna non la calcoli tu? (si alza e va verso il fondo) Vieni, aiutarmi Erminio.
Edvige.Sì, papà, dagli retta.
Erm.(alzandosi) Come volete.
Greg.(a Gina) Cosa c’è dunque?
Gina.Non si immagini di vedere delle cose meravigliose.
(Ekdal e Erminio spingono i due battenti dell’uscio di fondo. Gregorio alzato resta presso il divano, Edvige è vicina a suo padre, Gina continua a lavorare. — Si vede nel fondo il solaio illuminato dalla luna).
(Ekdal e Erminio spingono i due battenti dell’uscio di fondo. Gregorio alzato resta presso il divano, Edvige è vicina a suo padre, Gina continua a lavorare. — Si vede nel fondo il solaio illuminato dalla luna).
Ekdal.(a Gregorio) Si avvicini.
Greg.(avvicinandosi) Cosa c’è?
Ekdal.Guardi, guardi.
Erm.(imbarazzato) Tutto ciò appartiene a papà.
Greg.(guardando nell’interno del solaio) Delle galline....
Edvige.Abbiamo anche....
Ekdal.Taci.
Greg.Piccioni.
Ekdal.Sì, hanno il loro nido lassù in alto.
Greg.E non sono piccioni comuni?
Ekdal.Comuni, ne ho delle specie più belle, quei due là in fondo sono d’Italia. Guardate quella gran cassa.
Greg.A che serve?
Ekdal.Vi dormono i conigli.
Greg.Avete anche dei conigli?
Ekdal.Edvige tirati in là; lei vede quella cesta là nell’angolo, addossata al muro?
Greg.Che bestia v’è dentro? Un uccello? Se non mi sbaglio è un’anitra.
Ekdal.Sicuro è un’anitra.
Erm.Ma che sorta d’anitra credi che sia?
Edvige.Non è un’anitra comune.
Ekdal.Signor Werle, quella è un’anitra selvatica.
Greg.Davvero?
Ekdal.La mia anitra selvatica.
Edvige.(con calore) La nostra, essa appartiene anche a me.
Greg.E come fa a vivere nel solaio?
Ekdal.Ecco là la sua vasca dove può nuotare.
Erm.Tutti i giorni le cambiamo l’acqua.
Gina.(ad Erminio) Bada, Erminio, raffredderai troppo la stanza.
Ekdal.Ritiriamoci, non vorrei disturbarle il sonno. Edvige, chiudi tu.
(Erminio ed Edvige richiudono la porta).
(Erminio ed Edvige richiudono la porta).
Ekdal.(a Gregorio) Un altro giorno l’esaminerà meglio. (si siede sulla poltrona che è in faccia alla stufa).
Greg.Come ha fatto per averla, signor Ekdal?
Ekdal.Non l’ho presa io, abbiamo da ringraziare.... un uomo di questa città.
Greg.(serio) Mio padre, forse?....
Erm.Come hai fatto ad indovinarlo?
Greg.Mi dicesti che lo dovevi ringraziare per molte cose.
Gina.Non l’abbiamo ricevuta direttamente da lui.
Ekdal.Dobbiamo però essere sempre grati al signor Giovanni Werle, Gina. (a Gregorio) Era sul mare, in barca e ci ha tirato, ma lei sa che non ci ha mai veduto bene e non l’ha che ferita in un’ala.
Greg.Sarà caduta in mare.
Ekdal.(che sarà sempre più ubbriaco con la voce grossa) Le anitre selvatiche quando sono feritesi cacciano al fondo, si attaccano alle alghe e a tutta quella robaccia che c’è nel fondo e poi non risalgono più.
Greg.Ma questa è risalita.
Ekdal.Vostro padre ha un cane.... un cane che è un vero portento, si precipitò nell’acqua per ripescarla.
Greg.(a Erminio) Avvenne così?
Erm.Fu portata in casa di tuo padre, ma la poverina cominciò a deperire. Fu ordinato a Pietro, il tuo servitore, di ucciderla.
Ekdal.(quasi addormentato) E Pietro.... la portò a me.
Erm.(a Gregorio) Papà conosce Pietro, e quando questi gli raccontò che aveva da uccidere un’anitra selvatica, fece tanto che gli venne regalata.
Greg.Ed ora sta bene?
Erm.Almeno sembra, divenne grassa, e sono parecchi giorni che l’abbiamo e pare abbia dimenticato la vita selvatica.
Greg.Può essere, ma non lasciarle mai vedere nè il cielo, nè il mare. (guarda l’orologio) È tardi, non posso più restare qui, guarda tuo padre, già dorme. (accenna al vecchio Ekdal che si è addormentato).
Erm.E per ciò te ne vuoi andare?
Greg.A proposito, tu mi hai detto che hai una stanza da affittare.
Erm.Sì, potreste forse indicarmi qualche pigionale?
Greg.Io stesso, se me la dai.
Erm.Tu?
Gina.Lei signor Werle?
Greg.Se la posso avere, la prendo da domattina stessa.
Erm.Sì, e con piacere.
Gina.Ma quella, signor Werle, non è una stanza per lei.
Erm.Ma Gina?!
Gina.(imbarazzata) Sicuro, non è abbastanza grande, nè abbastanza chiara!
Erm.A me pare una bellissima stanza. (a Gregorio) Solamente non è ammobigliata con lusso.
Gina.E quei due che abitano al piano di sotto?
Greg.Chi sono questi due?
Erm.Uno è un ex maestro di scuola e l’altro è un certo dottore Relling.
Greg.Dottor Relling! lo conosco di vista, bazzicava una volta per le miniere.
Gina.Sono due importuni che la sera rincasano tardi e schiamazzano fino ad ora tarda.
Greg.A ciò ci si può presto avvezzare. Farò come la vostra anitra selvatica. (a Gina che si mostra corrucciata) Le dispiace forse che venga ad abitare in casa sua?
Gina.E come può solamente pensare ciò?
Erm.(a Gina) Sei davvero curiosa questa sera! (a Gregorio) Conti di stabilirti in città?
Greg.(infilandosi il paletot) Sì, almeno per adesso.
Erm.E non in casa di tuo padre, che vuoi dunque fare?
Greg.Non lo so. (batte una mano sulla spalla di Erminio) Io, mio caro, ho una gran disgrazia.... quella di chiamarmi Gregorio Werle.
Erm.Non ti comprendo.
Greg.So ben io quello che voglio dire.... Eh! perchè sono nato in questa famiglia?!
Erm.(sorridendo) E se tu non fossi un Werle che vorresti essere?
Greg.Cosa vorrei essere (dopo breve pausa lo prende per un braccio) Un cane....
Erm.Un cane?
Edvige.(ridendo) Un cane, che idea curiosa!
Greg.(rivolgendosi ad Edvige) Sì, signorina, un cane sagace come quello di mio padre che salvò la sua anitra selvatica.
Erm.Davvero, Gregorio, non ti comprendo.
Greg.Non c’è buon senso in quello che dico. (dopo breve pausa) Domattina verrò qui ad installarmi nel mio nuovo alloggio. (a Gina) Stia tranquilla, non le darò troppa noia. (a Erminio) Riprenderemo il nostro discorso domani. Buona notte. (a Edvige) Buona notte, cara fanciulla.
Gina.Buona notte, signor Werle.
Edvige.E buon riposo.
Erm.(che sarà andato alla scansia ed avrà accesa una candela) Aspetta ti faccio lume per le scale. (Gregorio saluta ancora quindi esce con Erminio).
Gina.(come parlando fra sè) Che strano discorso fece!
Edvige.Per me, mamma, credo alludesse a qualche cosa.
Gina.(scossa) Come sarebbe a dire?
Edvige.Almeno così mi parve.
Erm.(Erminio rientra spegne la candela) Finalmente posso mangiare un sandwich. (prende un sandwich sulla tavola e lo mangia) Vedi Gina cosa è mai il caso.
Gina.A proposito di che?
Erm.Non è una fortuna quella di aver trovato d’affittare la stanza? A chi poi? Al mio migliore amico, al caro Gregorio.
Gina.Hai ragione.
Edvige.Mamma, ora papà non sarà più di cattivo umore, eh?
Erm.(a Gina) Sei curiosa davvero? Fino ad oggi cercavi per mare e per terra di affittarla, e adesso sembri malcontenta.
Gina.Cosa vuoi Erminio, fosse almeno un altro. Che dirà suo padre?
Erm.Il vecchio Werle? Ciò non mi riguarda.
Gina.Se egli lascia la casa patema, certo tra loro è sorta una lite, e tu sai quanto noi dobbiamo essere riconoscenti al vecchio Werle.
Erm.Sì, ma....
Gina.... E ora potrà credere che tu l’abbia consigliato alla ribellione.
Erm.(alzando le spalle) Creda quello che vuole; fece molto per me, lo riconosco, non sono un ingrato, ma non per questo ho da rendermi schiavo per tutte le mie azioni.
Gina.E se il vecchio, per vendicarsi, togliesse a tuo padre il poco lavoro che gli dà.
Erm.Quasi lo desidererei, mi umilia vedere mio padre accattonare del lavoro.... (prende un altro sandwich) Lo renderò indipendente un giorno.
Edvige.Sì, fallo papà, fallo, te ne sarò grata anch’io.
Gina.Parla più basso, non lo svegliare.
Erm.(a voce più bassa) Arriverà il giorno in cui potrò obbligare mio padre a respingere il lavoro dei Werle. (guardando commosso suo padre) Povero vecchio, padre mio, sta sicuro che il tuo Erminio è forte, lavora, e lavorerà sempre, fino a che un giorno tu potrai svegliarti e.... (a Gina) Non ci credi tu forse?
Gina.(alzandosi) Sì che lo credo, solo bada di non svegliarlo ora, guardiamo piuttosto di condurlo in stanza sua.