Come gemma dal ramo...
Visse in un suo podere e vi morì, il ciclo della sua vita fu come il limite delle sue terre, circoscritto così.
Ma il suo pensiero fu come gli olmi che tendono i rami oltre le siepi sulla via.
Raggiunse per la semplice vita sua un’età veneranda.
Ebbe un figlio; la moglie gli morì giovane, ed egli ne serbò una memoria grata d’affetto. E solo poi nella casa sola amò il silenzio e la concentrazione del pensiero.
Non scese nel mondo ad agire, osservò nella sua solitudine e scrisse. D’altra parte, specialmente ne’ suoi ultimi anni, non s’infinse sulla vita, vide forse con qualche pessimismo e se ne addolorò.
Mi disse:
— Vedi? Io che ho data tutta la mia sementa dovevo cogliere questo triste germoglio prima di morire.
Ma le sue ultime parole furono ancora di fede.
— Il frutteto darà le sue poma a meno che il vento impetuoso non le atterri prima che il sole le maturi.
E mi consigliò per la vita.
Io vidi chiudersi gli occhi suoi come quelli di un santo, con serenità. Egli aveva saputo tante sorgenti di bene e tanto ne aveva sparso nella vita che moriva come un sole d’autunno placidamente, nel cielo che per lui si animava.
Lo amai senza timore per la sua sapienza, bensì con venerazione per la sua bontà. Era un gran vecchio mite e venerando, una figura biblica. Amava con la semplicitàdel fanciullo, con la fermezza della vecchiaia. Non erano in lui turbamenti improvvisi o dubbi, conosceva l’uomo per lunga osservazione, aveva visto tutto il male e non si era disilluso, anzi nella sua mente le sue dottrine si erano riassodate perchè sentiva l’assoluta necessità di un indirizzo al bene.
Non temette se non sulla fine. Soleva dire:
— Solo con la ferma fede, con l’entusiasmo della fede si prepara la via.
E meditò nel suo silenzio ed amò tutti con pari bontà, anche chi contraccambiò il suo amore con asprezza d’odio.
— Nulla si cambia se per la propria idea non si soffre. L’uomo ammirando il tuo sacrificio, trova nel tuo entusiasmo la bontà dell’idea.
Morì con la certezza di aver portato la sua pietruzza alla formazione di una coscienza ed alla perfezione della virtù nel senso di una sua relazione naturale.
Sostenne con fermezza, ed egli conobbe da vicino il popolo, essere nel mondo una maggioranza di buoni, una maggioranza assoluta e completa; ma vide che più valevan le arti dei malvagi e che questi con loro mezzi architettati ad arte, nocevano di continuo, in tutti i campi, moralmente e materialmente, agli altri; eran come i parassiti di tutte le sacre sostanze de’ primi; gli iniettatori di veleni, i propagandisti più accaniti per le loro male arti, che, sotto larvate apparenze, facevano trionfare.
Una esigua minoranza in confronto alla gran massa, diceva, ma una minoranza astuta, attiva, ingegnosa, che non ha tregua mai nel pensiero del male, che s’impone continuamente con l’arroganza, facendo trionfare apparenti diritti, falsificando, estorcendo. Ora viva nei trivi e nelle subburre, ora possente ne’ più alti gradi della vita. Una tabe che mina l’organamento sociale, che perpetua la miseria anche predicandone l’ingiustizia.
Ora la maggioranza era sotto l’impero dei pochi, di questi pochi astuti sparsi in tutte le classi sociali. Egli sosteneva:
— Nessun cambiamento può essere realmente attivo e vitale se prima non si adatta il terreno a fecondarlo.
Si era posto il problema:
— È possibile la distruzione di questa minoranza? Non risorgerà essa? È frutto delle condizioni sociali o di natura? Modificato l’ambiente, sarà tolta la possibile formazione di questi individui? Come si potrà giungere a ciò?
Per rivoluzione no, perchè, di questa, essi individui ne approfitterebbero: per evoluzione adunque. In un dato periodo in cui, collegatasi la maggioranza, eserciterebbe un’azione energica ed anche violenta, continua e illuminata.
Nello stesso tempo, diceva, si formerebbe sempre più lo spirito delle masse, la loro educazione verrebbe compita e il loro senso morale ampliato. La società si torrebbe dal seno la zizzannia, preparandosi ad una costituzione salda d’amore reciproco, di reciproco aiuto, di universale fratellanza.
Egli così giungeva alle più belle conclusioni, nelle quali lo spirito suo, che già vedeva tutto l’organamento di una probabile formazione sociale, funzionare con chiarezza, si compiaceva di gioia.
S’era formato un piano, l’opera che gli aveva costato la maggior parte della vita.
— Se potessero i miei fratelli giungere a l’attuazione di questa idea che ho derivato da tante dottrine e da lunga osservazione, troverebbero il bene e, l’agatoarchia si stabilirebbe per spontanea conseguenza, dando i maggiori frutti all’umanità ricercante.
Egli d’altra parte aveva la gran semplicità d’un fanciullo e vedeva palesi e chiare, le conseguenze de’ suoi pensieri.
All’opera sua principale aveva speso la miglior parte di sè, eppure nel terribile momento di dubbio, prima di morire, la distrusse.
Era un mio vecchio parente, un adorato fra i miei cari.
Ricordo quella fine d’ottobre. L’annuncio del sonno invernale era nella luce, nelle cose; il freddo irrigidiva le ultime foglie, v’eran dei rami protesi con qualche sembianza di vita ancora; nei mattini freddi passavan grandi colonie di uccelli migratori. Borea persisteva dalle lontane paludi, dai mari lontani.
Il mio vecchio stava assai muto, come presentisse in sè qualche disfacimento, da qualche giorno non sorrideva, con gli occhi bassi pareva concentrato in un gran dolore. Una volta sola l’udii dire:
— Perchè mi tormenti?
Poi sentii singhiozzare, ma non ebbi il cuore di socchiuder l’uscio e chiedergli la cagione del suo pianto. Forse gli avrei dato maggior dolore obbligandolo ad una confessione; in certi giorni amava d’esser solo e non viveva se non del suo spirito.
L’udii singhiozzare, volgeva un crepuscolo serale, i miei vetri s’erano accesi, sul mio tavolo i libri pareva si animassero in quella luce. Supposi ch’egli non potesse aver lagrime perchè era rude il singhiozzo ed aspro.
Aspettai, volli tacere, me lo imposi, egli si sarebbe calmato. Ma quel lamento di singhiozzo pareva desse flutti di sangue ed io vidi il nonno, in quel crepuscolo triste, morire. La visione si presentò animata di quel fuoco del cielo e l’oppressione mi vinse sicchè gridai:
— Nonno, nonno, perchè piangi?
Ancora udii qualche singhiozzo poi si tacque. Sotto la sua volontà aveva soggiogato il suo dolore.
Passò il crepuscolo, si morì tra le ultime rame degli alberi, vidi il cielo frastagliarsi come per braccia tese, poi la luce si estinse, si chiusero i limiti degli orizzonti e la notte illune stette nel brillare di lontanissimi soli innumerevoli: ebbi un senso d’isolamento, mi parve che il nostro pianeta precipitasse, nell’oscura eternità, verso una morte improvvisa.
Accesi la lampada, ella raccolse il mio pensiero, ma non seppi studiare.
La vecchia pendola degli antenati, stridendo rugginosa e grave segnò fatalmente le ore. Udii il suono di brevi metalli, un suono metodico ed eguale, indifferente e cinico, ogni ora ebbe la sua parola, mi parve di soffocare. Nella stanza, cosa pensava, cosa faceva il nonno?
Ad un tratto udii un rumore indistinto, un suono di parole che ben non compresi, poi una nuova pausa, un silenzio, finchè mi parve che qualcosa cadesse al suolo pesantemente.
Mi precipitai nella stanza. Vidi il nonno giacere disteso presso al camino ove ardeva ancora, torcendosi fra le fiamme, un gran fascio di carte. Lo sollevai, lo distesi sul letto, non prese vita se non molte ore dopo. Quando riaperse gli occhi sorrideva.
— Muoio — mi disse. E alla mattina egli era disteso come un santo con le mani incrociate sul petto.
Ora io voglio per la riconoscenza mia, raccogliere alcuno fra i suoi pensieri; li porgo come un frutto sano, maturato in solitudine, nel ramo più isolato fra i mille.
— Pota le viti a tempo e tu avrai, nell’autunno, ricco di grappoli il filare. Chè chi non ebbe il pennato atto a sacrificare e non legò fascine di sarmenti, vide ampia messe di foglie e non raccolse frutti.
Così nel grano. L’occhio tuo potrebbe essere allettato da qualche fiore di viva fiamma; estirpalo ch’egli è nocivo. Tu vedrai intorno a lui le spiche chinarsi malate.
Meglio è eriger alte le biche e saziarsi l’inverno, anzichè per effimera e caduca bellezza sacrificar parte di tua sostanza.
Sia il tuo cuore come la fontana che tutti rispecchia cristallina. Vanno ad essa le mandre, i buoi, i passeri egli uomini. Fa che nel tuo cuore tutto si rispecchi così semplicemente ed ama.
Anche il passero può insegnarti alcuna cosa.
Egli vola ove è passato l’aratro, becca il chicco di sementa scoperto e vi trova nutrimento pel suo giorno.
Non isdegnare le piccole ed umili cose, chè nel più piccol seme è il germe di una vita.
Sii come la vecchia che va nel prato incolto che altri disprezza. Ella ben sa fra l’intrico d’erbe salvatiche trovare quell’unica che può darle un’essenza di bene.
Se il vicino ti dirà che la volpe distrugge il pollaio, tendi il laccio alla volpe e bada al vicino.
Meglio è guardarsi dal male, anzichè incautamente trovarselo al fianco e costringere l’anima a vendetta.
Chè se un frutto cade dall’albero, altri ne trascina seco. Per il bene della vita conviene a volte non udire e non vedere.
Insegna al tuo fanciullo come vadan le nubi nei cieli a seconda dei venti, e mostragli le salde montagne.
Io conobbi un vecchio uomo che s’era creata una strana fede.
Diceva: — Io sono stato ai monti e non si va oltre; io sono stato al mare e non si va oltre; io conosco il mondo.
Invero egli visse felice.
Hai visto la siepe bianca, a volte, par la tela che la massaia vi ha steso ad asciugare? Ella non ha temuto irovi, anzi i rovi stessi glie l’hanno sostenuta senza bucarla.
Fai che nel tuo cammino ti preceda l’amore e non temere.
Hai udito il canto della vendemmiatrice come un intreccio di pampini?
Rallegrati ogni giorno, in tuo cuore, di tua gioventù ed apri l’anima a tutte le forze, a tutte l’energie d’amore per potere, quando tu sia vecchio, andar per i campi sorridendo.
Magnifica sempre la terra, che così facendo, magnifichi tua madre e l’universo.
Sia lo sdegno nel tuo cuore, come l’orma sul greto di un fiume.
Finchè l’anima tua s’empirà di meraviglia al sorgere di un’aurora, vivrai una nuova esistenza ad ogni giorno.
Sii pe’ tuoi fratelli, come l’acqua per la terra riarsa; se è in te alcuna vena sorgiva, non ne far calcolo d’avarizia.
Ciò che di tuo avrai dato, lo riavrai sotto altre forme, in gaudio.
Sia la famiglia per te, come il ramo per il frutto, la ragione del tuo affaccendarti sotto al sole.
Chè la terra che il sole ha riarsa, apre crepacci e dà ricetto alle serpi.
Guarda l’esile pianta del cocomero, rasenta la terra e pure dà un frutto saporoso.
Il pioppo si scaglia ne’ cieli ed è schiantato dal fulmine.
Quando batterai l’albero per coglierne i frutti, non essere di soverchia ingordigia. Con lo schiantar le rame, ti priverai d’altri beni venturi.
Non tendere il laccio al passero che verrà a’ tuoi pagliai. Egli si contenta del chicco di grano che tu hai disperso.
Invero che l’uomo è a volte come il fanciullo il quale con una canna tenta di uccidere il vipistrello di cui teme.
Che la tua esistenza non sia come il riflesso di un albero su acque.
La cascata d’acqua è come il cuore.
Dice la prima agli scogli: Io rodo; e il cuore: Tu devi morire.
Ogni cosa ha il suo valore; ogni minima voce la sua importanza: sappia il tuo spirito il vero senso di natura prima di lanciarsi nelle ipotesi.
L’uccellatore tende le reti fra le robinie, ne’ luoghi di silenzio.
Guarda gli alberi come si tendon fra loro le braccia e come si avviticchian gli steli.
Se non saprai amare la terra, sarai come l’inesperto che va co’ piedi nudi sui campi falciati.
Non guardare con concupiscenza l’altrui bene, che, a volte, non dovessi essere come l’aratro abbandonato fra gli sterpi.
Se una spina ti buca la mano, non ti rivolger con isdegno alla siepe.
Semina e raccogli, perdona ogni dolore, ama l’ombra ed il sole; così farai opera semplice senza vano allettamento di grandezza.
Non usare nello sfrondar l’olmo, nè pelle, nè cencio, metti direttamente le mani tue a contatto dei rami.
Guarda il bovaro come canta all’alba quando esce co’ buoi, e come canta sulla sera al ritorno.
Invero se tornerai bestemmiando avrai aperta in tuo cuore una voragine.
Una rana che gracida su di una foglia nell’acqua e guarda un tramonto, anima di sè stessa la palude, ed è pure piccolissima cosa.
Tu stesso intreccia i vimini per comporre la zana al tuo nascituro. Non altra mano compia l’opera, chè a volte per inesperienza potrebbe tramezzarvi un rovo.
Quando la campana griderà per il turbine, non ti distendere prono sulla terra, ma drizza la fronte ai cieli.
L’aratro passando scopre le tane dei grilli; essi avevan cantato fra le lupinelle, alla luna, le loro ampie città indistruttibili.
Quando parlerai a’ tuoi fratelli e vi sarà fra voi seme di discordia, rammenta come saggiamente insegna natura col frutto del melograno.
Non pensare monotona la via. L’acqua scorre sempre fra le stesse rive a mare.
Appoggia con forza la mano sul timone. L’aratro non sopporta placido avvìo.
Non discacciare il vecchio che viene alla tua porta a chiedere una parte del tuo pane. La terra non ti disse: Io creo questo per te solo.
Quando il tuo cuore sarà pieno di letizia, non chiederne il perchè alla ragione.
Stima la moglie e tienla alla tua altezza, chè a volte ella per essere in basso, non t’avesse a intricare i piedi nel cammino.
Non gettare incautamente una palma a mare.
Sappi legger nei cieli il propiziare per la raccolta e per la semina.
Sian le tue forze come molti rami ad un tronco.
Nell’estate la strada si empie di orme che vanno, vanno sempre oltre, tanto oltre che tu non ne potresti trovare il confine; non guardare al piede nudo, al piede calzato, la polvere li unisce e li affratella e vanno insieme agli ultimi confini.
Se verrà l’amico lontano, mescigli il vino migliore degli otri; così se uno straniero ti chiederà dalla finestra l’asilo.
Sii come il fiore che accoglie le rugiade, come l’ape che distilla il miele e ne fa tesoro.
Guarda alla donna tua come alla croce che tu hai eretta in mezzo al campo seminato.
Un filare d’olmi fino al tramonto. Ne sapresti misurare l’estensione?
Invero che il tuo campo è assai vasto perchè tu lo possa empire d’orme.
Hai visto nel pozzo l’immagine tua? Così è ciò che ti sarà promesso.
La chiocciola va in silenzio, ma non si sa nascondere.
Che a volte il riso non sia come al tuo palato la ruta.
Un rivolo d’acqua fra canneti, è più soave, a volte, di un mare.
Borea giunge dalle paludi, dalle pianure senza alberi.
Guardati dal cane che verrà ad annusarti le gambe.
Le anitre selvatiche cadono sotto ai colpi dei cacciatori, per aver seguito ciò che esse credevano una compagna.
Chi cammina a piedi nudi sul rovaio e lascia sangue sulla via, ha lo sguardo nell’alto.
Chi ha le mani sì poco amorose da strappare i fiori del pesco per venderli?
Così anche: chi spoglia gli ulivi per avere la pace?
Meglio è morire sulle radici di un olmo e rendersi alla terra, anzichè nella protezione di quelli che verranno a venderti Iddio per l’ultima ora.
Bacia la terra ove sarà impressa l’orma del figlio tuo, ch’ivi è caduta veramente la tua benedizione.
Se sarai presso a morire ed avrai desiderio di un Dio, fa che tuo figlio te ne parli con la sua voce d’oro.
Due secchie alla stessa catena, in un eterno riso, in un eterno pianto.
Tu sai, le secchie si affannano per dar vita all’orto, all’orto fra siepi sul limite dell’aia.
E così pure: un’aia con moggia di grano, un olmo ove una florida vite s’allaccia.
E se non avrai viva acqua di fonte in te stesso, sarai come un campo con istoppie.
La canapa diritta ed esile si attorce per sue tenui vene.
Ciò che prima tu potevi spezzar con un dito, vince poi tutta l’energia tua che volontà costringe.
Come uno stelo che dia vita a due fiori, come un tronco che si biforchi in due rame, un’anima fra due infiniti.
Non fissare la tenebra, chè tu non dovessi tremare di spasimo e di paura.
Che per l’umano rispetto tu non debba essere come finestra chiusa al pieno sole.
Stringi due patti: uno con la terra e il secondo con l’anima tua. Avrai così le vie piane.
Esamina il ragno e la mosca, la formica e il corvo, il rettile e il bue; avrai così splendidi termini di paragone.
Tu vedrai sull’entrata di qualche aia un cipresso, e così qualche ornello in cimiteri.
Ascolta la voce dei campi qualche volta in un giorno festivo, quando ti giungerà rumore d’orgia dalle ville.
Che il tuo dire non sia come un improvviso abbaiare da pagliai.
Io vidi un giorno riflettersi il cielo sulla terra. Era una viottola fra alti pioppi, v’eran grida di fanciulli e si udiva l’andare di un telaio. Sorrisi e fui contento della vita.
Ecco, alcuno crederà d’esser grande, parlando di sue cose imparate, a chi non sa; io dico invero che più grande è il semplice che ascolta nella sua meraviglia.
E chi vuol dir molto, fuor di misura, è come la finestra delle stalle, da cui si getta il concime.
Io so di uno che circondò un suo podere di una siepe di canne e dormì fiducioso.
Invero il camino della tua casa è l’indice della tua gioia.
Non ti lasciar sedurre dal profumo di certi fiori o dal sorriso di una bella femmina, guarda sempre diritto per le tue vie.
Tu vedi la giovenca come s’ingagliardisce quando sente necessità di creare; la natura impone le sue leggi, tu puoi ridurle però a fin di bene.
Il torello che corre impazzando pei campi, sente pe’ suoi grand’occhi, forse, l’anima della natura.
Considera ciò: Tu non hai compassione di scorticare il tuo asinello che ti rende i servigi più umili.
Come alcune donne che vanno in un giorno grigio cantando il miserere, sarà l’anima tua nel dubitare.
Potresti impedire a una nube di dare acqua? La nube carica di gragnuola, verrà sotto luci bianche.
Io ti insegno ad amare, ciò che tu per insapienza calpesti e spesso dimentichi.
Come cavallo che s’imbizzarrisce e s’impenna e s’insanguina la bocca per il morso, e cerca il suo male, sarà colui che si vorrà ribellare con violenza.
Ecco, io vidi due castelli su due monti di contro, due rovine di castelli.
E vidi anche sul ciglione, sotto i ruderi, due uomini smuover la terra con loro vanghe, in silenzio.
Hai visto il fiume come si ritorce fra i monti?
Ed hai pensato mai come ne possa uscire?
Un ulivo solo sulla costa e il canto di una calandra dall’ulivo e una siepe di canne verso il cielo.
Io vidi da culmini una città lontanissima e pensai:
— È forse la sua voce quella dei mormorii dell’erba secca che il vento sbatte?
E intorno ad una torre già caduta in rovina, io vidi piegarsi una lunga fila di cipressi.
Anche la più aspra montagna ha un sentiero ritorto che la vince.
Le poche note del canto di un gallo: il rompere dell’alba e lo spengersi di una lampada.
Io udii sotto me mormorare il ruscello. Pensai: Da dove viene quest’acqua, da quali sommità, da quali vette azzurre, da quali bianchissimi mattini?
E i pioppi scesero col rio, con l’acque, alla valle; come titani alla canzone di un grillo.
Chi fece sul monte la piccola pozza, il piccolo serbatoio d’acque chiare?
Io vidi, poi ch’era l’inverno, le vene di un albero irrigidite come in sofferenza ma era la pace del sonno.
L’albero che mise il primo verde, fu per la preghiera di un nido.
Io ho visto nevi e tempeste e ottanta primavere, e sento di rifiorire ad ogni ora per aver amato la terra.
Lasciami andare per il mio cammino tu che non intendi; la mia voce per te, sarà come il ronzio di una mosca che t’infastidisce.
Ho semplicemente rivolto le mie pupille dove camminavo ed ho trovato tesori.
Io ho tratto dell’acqua dalle fonti, della neve dai culmini, dei ramicelli dagli ulivi e per mia sapienza ho visto che nulla era in disaccordo sulla terra.
Anzi tu sentirai in te stesso armonie, se guarderai a te vicino.
Nulla vi ha di più egoistico del troppo amore per sèe nulla così vi ha di più egoistico del soverchio amore per gli altri; cerca l’equilibrio nella tua coscienza e nella tua essenza d’uomo.
Non credere mai ad amor di donna troppo leggermente; liberati dal senso più che puoi, sii sacerdote cauto nel tempio che ti erigerai.
Il serpe si nasconde fra le siepi, eppure si tradisce per l’acuto odore della sua pelle.
Il sentimento può essere a’ tuoi occhi come un’ebbrezza di vino, come un senso di piacere.
Accogli nell’anima tua il bene ed il male se vuoi fortificarti nelle vie del sapere e della virtù.
Un albero che volle rigidamente opporsi al vento s’infranse come un fuscello.
Anzi farai cosa buona condiscendendo, per più ottenere, nel tuo cammino di saviezza.
Due cose dettero pace agli uomini: la saggia sapienza e l’incoscienza.
Accetta la base di ragione elevata nei secoli e non demolire sotto a’ tuoi piedi il suolo che innumerevoli genti con fatica assodarono.
Il perchè della vita sta nella comprensione di questa e nella serenità della morte.
Se tutto è a’ tuoi occhi come vaga forma o appariscenza fantastica, tu sarai fra le più miserrime creature, incapace della stessa affermazione del tuo — Io.
Più che considerarti grande, sii come la pietruzza lucente che cerca di riflettere in sè un po’ d’infinito.
I piccoli fiumi al mare si arrestano a volte per mucchi di sabbie che ne otturano la foce, ma ben verrà il gran mare nel suo flusso possente a raccogliere le dolci acque che attendono.
Raccogli dalla vita tutte le cose più belle, tutta la vita delle altre anime che han saputo darti una luce; amplifica il tuo essere, rendilo cosciente e intelligente delle maggiori finezze ed abbi a base continua di qualsiasi ragione il senso chiaro di natura. Così saprai conoscere uno scopo alla vita tua e una entità al tuo pensiero.
Perchè guardi con leggerezza la donna e non scruti s’ella possa avere qualche altro sentimento che non sia d’astuzia sensuale? Può darsi che tu rinvenga come un campo fecondo in solitudini.
Tu sei che obblighi la debole canna e la plasmi a tua voglia. La donna deve essere per il tuo senso assai di rado tu ricerchi l’anima sua.
Perchè credi che getteresti sementa a mare dando te stesso alla donna tua? Ella ti guarderà come il possessore della sua carne e il suo spirito si avvilirà nella brutalità che le imponi.
E potresti tu rivolgerti a fiamme se tu le alimenti e potresti tu gridare al fuoco se tu hai messo mano all’incendio?
Cerca di essere cosciente del tuo spirito, alimenta la tua potenza intellettiva; cerca di essere umano prima di avvilire la donna.
Quale è l’orgoglio che si racchiude in sè ed in sè trova tutti gli elementi necessari alla sua manifestazione? E perchè disprezzi tutto ciò che dall’esterno converge in te per dar vita ai pensieri tuoi?
Tendi la mano all’umile che può benedirti, all’incosciente che può aver luce dal tuo spirito.
Semplicità, semplicità, potenza delle maggiori espressioni di bellezza, quanto poco ti si valuta nelle vane apparenze del mondo!
Come un anello non forma catena, così il tuo Io non può concepire la conseguenza delle cose se non in relazione ai fratelli.
Io vidi un torello abbattersi sotto la furia dell’uragano in campi aridi e sterminati.
Anch’io ebbi sussulti per un riso ed ebbi desideri e mi parve di essere l’unico senza amore e senza gioia; ma poi vidi che la luce è per gli occhi del solitario e per colui che ha serbata la semplicità di core.
Più ti dorrà di aver soverchiamente riso e più ti saprà aspro il tempo di gioia vana, quando sentirai nel tuo capo fecondarsi l’idea.
Riguarda il cardo, egli può ben dare dal suo arido cespo spinoso il suo gran fiore azzurro.
Guarda sempre in viso al prossimo tuo quando gli parlerai di te stesso, chè nulla è più piacevole e seccante che dire del proprio ed ascoltare dell’altrui — Io.
Forse nel pianto di una musica sentirai più vivamente palpitare l’anima dolorosa della madre.
Riguarda con occhio sapiente le tamerici smorte sbattute dal mare; esseri di eterna maraviglia e di tristezza innanzi all’immensità.
Se un bimbo macilento verrà a stenderti la mano, dagliela la piccola moneta, ch’egli è come il sogno che non ha trovato confini.
E se hai vena di fede, l’essere che non ritrova pace ricordalo a Dio.
Sai tu dirmi la via delle rondini? Sai tu indicarmi la vera gioia?
Tu vedi l’acqua fra i monti scendere in brevi rivoli e andare finchè ritrovi la vastità dei mari; seguendo così le vie di natura potrai avere la pace dell’immenso.
Io vidi un vecchio raccogliere il concio per la via e vidi le sue mani alzarsi a benedire il figlio che passò presso lui cantando.
V’han terreni senza l’ombra di un ramo, senza l’orma di un piede; la tua mente non li consideri maledetti.
Vi son capanne scoperchiate dal vento e cuori inariditi dal dolore.
Porta un fastello di paglia per ricostruire il tetto e buone parole per ridar la speranza.
Io vidi passare una piccola bara in un crepuscolo cinereo, qualche fanciullo gettava rose senza lacrimare, molte vecchie bensì piangevano ma le loro mani eran spoglie di rose.
Sai tu guardare gli occhi di un pazzo, senza spavento? Saprai comporti un limite di vita ed esser sereno?
La canna palustre freme ad ogni palpito di vento ed è vana nella sua meschinità.
Cerca di sapere le armonie del tutto, la tua anima ogni giorno più avrà abbondanza di messi.
La scienza di natura t’insegna ad indagare con serenità, non già a scompigliare come pazzo.
Potresti tu con l’unghia intaccare il diamante? Potresti lasciar l’orma tua su rupi?
Il vecchio che segnò con l’orme sue la sua parte di mondo raccoglie questo po’ di sapienza e te la porge perchè tu la consideri.
Fine.
INDICE.A Sem BenelliPag. 3La Madre — (Prefazione)5Sull’argine13Il limite36Miseria51Un pellegrinaggio66L’agguato80La selva103Come gemma dal ramo152
Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.