Miseria
Ogni anima nasce sotto un destino che l’accompagnerà nel percorso della vita.
È comune fra la sapienza del popolo questo detto: Riluce una stella per ogni anima, ma nelle tenebre.
Volendo significare la speranza, l’insapienza completa e la fatalità. Ciò disse il volgo semplicemente, ignaro di qualsiasi dogma religioso, per una sua forte ragione, onde dall’osservazione dei fatti, scaturì il vero innegabile, superiore all’agitarsi dell’umane forme, imponendosi alle coscienze semplici atte a riceverlo e ad esagerarlo, per povertà di spirito, fino alla superstizione. Fra le turbe non sarà essere credente ad una libertà del suo agire; non già che per completo sistema l’opposta credenza sia chiara nel suo pensiero, ma per alcuni principï inculcati sì fortemente nella mente sua, da farne parte necessaria, come il sangue per le vene.
E da questa oscurità che lega la sua esistenza ad un destino, passa facilmente, aiutandosi con la fede, a spiegare i fenomeni naturali che più lo colpiscono. Avvengono e si succedono questi per sola volontà di un Dio; onde, se una tempesta distrugge le nuove messi, sarà il suo castigo; mentre sarà la sua grazia una pioggia all’epoca delle arsure.
Adunque ciascuno nasce con la sua croce, ciascuno con la sua gioia.
Miseria questo sapeva ed aveva considerato.
Si disse: S’io debbo aver la mia croce ne riderò; severrà la gioia l’accoglierò con festa. Si prefisse così una norma di vita.
Era nato non sapeva da chi, nè dove.
Pensò: — Ecco, la natura mi è stata benigna risparmiandomi il pianto di due perdite. Chi mi ha creato? Nessuno. Io son nato dalla terra come i grani.
Non si era addolorato mai di non aver conosciuta la madre: Mi avrebbe fatto più tenero, mi avrebbe guastato con le sue lacrime. Così io ho visto piangere solo i cieli e mi hanno dato allegrezza, chè quando piove la terra non apre crepacci.
Da piccolo mendicò. Ricordava appena un vecchio che lo tenne con sè fino a dieci anni; a quell’età gli aprì la porta e lo mandò per la sua strada. Egli non si volse a guardarlo, anzi, poichè era un mattino primaverile, corse ridendo sotto il sole senza sapere ove andasse. E gli parve di essere ricco, chè il vecchio gli toglieva tutto.
La notte dormì in un fienile con un cane; la mattina tornò a correre, a correre e mangiò le bacche delle siepi. Non si era mai sentito felice così.
Se qualcuno gli chiese:
— Chi sei?
Rispose:
— Miseria.
Quel nome se l’era sentito dire dal vecchio, gli piacque e l’adottò:
— Cosa fai?
— Nulla.
— Come vivi?
— Non lo so.
Poi stanco fuggiva, ridendo sempre. Aveva dei denti come latte ed era bello.
La pineta fu tutta sua, la conosceva a meraviglia; non vi era cima che non avesse esplorata. Leggero e snello saliva fino alle rame più sottili e più alte e di lassù vedeva la palude e talvolta i monti lontanissimi. C’era sempreil sole lassù, gli parea d’aver volato, e cantava, cantava con una grande ebbrezza mattutina. Chiaro come acque sorgive, giocondo come aurore.
Fece commercio di nidi. Visse tutta la primavera e parte dell’estate così; quando non ci furon più nidi era l’epoca delle frutta.
A volte morse anche un pane che gli venne regalato, ma preferiva le frutta e l’acqua. Non ebbe amici, amò se stesso, la natura e la libertà.
Dove avrebbe dormito la notte? Non sapeva, ma la terra era grande e vi era spazio anche per lui.
Preferì i fienili, vi saliva silenzioso quando i contadini dormivano e partiva all’alba, prima ch’essi scendessero a munger le vacche.
Lo conoscevan tutti e nessuno se ne curava. Miseria era come un passero che abbia il nido vicino ai pagliai.
Passava attraverso i solchi e i contadini aravano:
— Addio Miseria.
— Addio.
E via come un serpentello, guizzando.
Non rubò una volta; questa la ragione per cui fu invitato talora a dividere un pasto sotto ad un olmo. Egli mangiò appena, rise e fuggì.
Era bello e qualche occhio sorridente lo accarezzò, ma egli non se ne accorse. La tenerezza per lui l’avevano i pini l’avevan le siepi che gli porgevan le bacche rosse e saporose.
L’autunno e l’inverno furono le epoche più stentate, veniva il freddo e le frutta non c’erano, le pine sì, ma quelle non erano sufficienti.
Imparò a intrecciare i giunchi, così ebbe il vitto e la veste. Risolto il problema, gioì della vita. E crebbe e divenne uomo; l’anima sua si completò di un senso più maturo.
Una sera vide passare una coppia d’amanti e ne sentì invidia; il perchè non seppe, era così per un desiderio di carezze.
Cominciò a pensare, a pensare, a pensare e qualche volta s’accorse di non poter ridere come prima. Sentì a volte un non so chè, come se fosse stato stregato; egli non ci credeva alle streghe, però una sera incise una croce sulla scorza di un pino. E sempre più, sempre più cresceva l’incantesimo di quell’ignoto desiderio. Sul tramonto, sospiravan canzoni, passavan fanciulle ridendo, fiorenti ne’ primi inviti d’amore, ma egli le schivò per un senso di selvatichezza.
Un giorno nella pineta incontrò Francesca. Veniva ella fra sole e sole, illuminandosi come di carezze fra i chiari tronchi, era scalza ed aveva nel grembo un fascio d’erbe aromatiche. Un’esile figura silvestre pura e serena come l’arco dell’alba, con due occhi chiari, azzurri e buoni di una bontà di sogno.
Miseria sentì tutte le vene pulsare veementi. Erano soli, le chiese:
— Dove vai?
Ella lo guardò nel viso e sorrise.
— A vendere quest’erbe.
Vi fu un silenzio breve.
— Vai lontano di qui?
— No.
— Come ti chiami?
— Francesca.
Ancora si tacque, sentiva la sua voce tremare. Poi disse semplicemente, come una preghiera:
— Sei bella!
E non seppe proseguire. Ella arrossì, quando fu per andarsene le sussurrò:
— Tornerai?
Francesca lo guardò negli occhi e rispose:
— Sì.
Quel giorno Miseria empì la pineta della sua gioia.
E Francesca ritornò e nei silenzi della pineta si amarono.
Poi la fece sua.
Vissero spensieratamente fino al giorno in cui ella gli disse piangendo un segreto. Da allora egli si animò di tutta la sua forza, di tutto l’ingegno suo; unendosi ad altri cominciò un assiduo lavoro.
E siccome aveva salda intelligenza e forte volere, i frutti non tardarono. Potè comprare una piccola casa ai limiti della pineta e vi trovò la pace.
Gli nacque una bimba che chiamò Mariella ed era come i sereni occhi della madre, quasi nata da quelli.
················
Ma un turbine piombò e divelse con veemenza sinistra.
A breve distanza Francesca e Mariella morirono; le vide morire una dopo l’altra, quietamente, senza sapere.
La trama del suo destino gli riapparve allora alta ed oscura.
***
Tornò la sera, dopo di averla sepolta: Mariella, la creatura del suo sangue. Era rimasta sola nella casa, da quando Francesca stanca di soffrire, aveva detto addio, ed era morta, non pensando che metteva così un gran turbamento nelle cose.
E Mariella aveva fatto come i gigli del freddo che nascon dalla terra senza stelo e scompaiono in questa non si sa come. Si era chiusa in sè stessa, aveva impallidito, dicendo della mamma quasi la vedesse ancora intorno a sè.
Miseria la condusse seco; ella aveva i piedi troppo delicati per camminare sugli sterpi, così ch’egli la portò sulle braccia ed ogni giorno gli parve che divenisse più leggera.
Poi nella pineta la posò sull’erba ed ella rimaneva silenziosa, intrecciando fra le esili dita qualche stelo.
Una sera gli disse di aver freddo, sicchè la copri e quando fu al contatto del suo corpo la sentì tremare e più oltre sentì che abbandonava completamente il caposulla spalla sua. A casa, quando la posò sul letticciuolo e fu per chiamarla perchè assistesse alla sua cena, ella tacque e per sempre.
Ora tornava dall’averla ridata alla terra; e mentre alcun pensiero fisso nella mente sua fu, con una persistenza quasi di follia imperante, sentì rinchiudersi su di sè la vita, come uno sterminato velario che tolga il sole ovunque.
Finita una gioia che l’avea condotto su di una facile via ad operare, rimase al limite di una voragine, mutamente fisso, fra lo spavento e la tentazione.
E vide un arboscello stendersi sull’abisso in un raggio di sole placido e fremere nel tremito delle foglie e piegarsi a seconda che il vento voleva. Esile ed incosciente, proteso alla morte come la mano di un bimbo malato. Poi un macigno si smosse, ondulò dapprima, precipitando di poi venne di balzo in balzo e lo travolse; e sebbene il ramoscello non più ondulasse nell’aria il sole rise egualmente negli aperti crepacci, ma di un ghigno, nella indifferenza delle forze procreatrici che sanno di poter dare oltre ed oltre.
Trascorse vibrando il sibilo di una vipera, venne dai cespugli, passò, rapido come un guizzare di fiamma e si perse. Nei domi oscuri un corvo gracchiò lento evocando nel suo linguaggio, fatto di singulti voraci, la tenebra; poi un picchio dette le sue tre note e martellò sui tronchi come vi si configgesse, sicchè parve che un pino fra gli altri favellasse di leggende floreali.
E Miseria udì i pini parlare sommessi:
— Va! Nella tua casa si è accesa la lampada, brilla dalla socchiusa finestra come un occhio vigile. Francesca ti prepara la cena e Mariella prega.
Era la strada ch’egli faceva tutte le sere e tutte le sere i pini parlavan così.
E gli parve in vero ch’egli tornasse verso la gioia serale, chè tutto era simile ed egli andava ugualmente edugualmente intorno stavan le cose a sogguardare.
Poichè la pineta ebbe fascini tali da penetrare nell’anima sua e sconvolgerla egli non seppe se avesse sognato e se andasse ora veramente verso la pace.
Passò il canale che scorreva senza sussurri a mare. Era sotto le ombre dei rami protesi e pareva una vena tacita ed oscura ove il sangue della pineta fluisse da immemorabili ore. L’acqua era macchiata, come il dorso di una salamandra, da oscuri dischi. Poi s’internò di nuovo e vide dopo non lungo cammino, sorgere la casa nerastra per le acque.
Ma la finestra era chiusa, ma la porta non si aprì con dolce cigolio alla sua venuta. Dormiva come un sepolcro.
Tutta la verità lo avvolse allora come una piovra dalle innumerevoli braccia; egli sentì in sè stesso risorgere la gagliarda ribellione della sua prima vita; l’anima sua, che il dolore voleva soggiogare, sentì la rude volontà di divincolarsi e fuggire, di essere libera e piena e padrona di sè nella vita finchè ciò dovesse continuare.
Fu il ribelle de’ primi anni che sorse come improvvisa polla sorgiva, zampillando verso i cieli.
Chi poteva essere fra le sue mani perchè egli materialmente lo colpisse? A chi doveva far subire lo schianto dell’asprezza sua? Chi stava oltre le nubi era come il verbo che non si afferra e per qual male egli faceva cadere tanto dolore sull’anima sua?
Come nei giorni di tempesta giunse l’ululato del mare.
La piccola casa era siccome una medusa, chè sopra a lei si stendevano avviticchiandosi, ritorte ed aspre rame, irrigidite quasi nel terrore di una prossima rovina, e stava per accoglierlo, per racchiuderlo e lo invitava con ricordi perchè vi soffrisse.
Vi entrò, ma vide un’ombra nella stanza, ma l’oppresse il silenzio e il focolare non aveva fiamma.
Esse eran molto lontane, ivi non rimaneva se non la tristezza della loro dipartita.
Ogni oggetto ebbe una voce: Tu non le rivedrai, elle son morte! E la parola prese un significato ampio di tenebra e le cose stavan protese su lui come a farlo morire in una soffocazione lenta di memorie.
Una voce del suo istinto salì dai precordi e lo tentò:
— Nel sole, nei liberi campi, potrai amarle, qui le piangeresti per la loro vita!...
Miseria guardò intorno. La casa gli parve un sepolcro e n’ebbe una repulsione, sicchè ritornò all’aperto e fuggì, traversando la pineta, verso la palude. Là col sorgere del sole avrebbe visto il novo essere di due anime nella serenità immensa.
E la norma di vita che si era prefissa avanti che l’anima sua si compiacesse d’amare, riprese.
Visse giorno per giorno del suo lavoro vagabondo e fece rider gli uomini, ridendo di loro.
Fu ben veduto nelle compagnie dei giovani, chè la sua gran satira non fu intesa da alcuno. Si divertirono essi superficialmente delle sue parole e più degli atti.
E così senza mendicare, superbo nella sua povertà burlandosi di tutto l’essere delle cose, Miseria aspettò la morte.
***
Miseria si fermò nel gruppo: ballavano. Seduto su di una panca, in alto, un cieco traeva l’arco in cadenza e dal suo violino uscivan suoni che parevano invero le voci della palude.
Teneva la faccia contro il cielo e rideva; per ogni guizzo della pelle era un suono, un suono, null’altro, chè lo spento lume delle pupille non era ad avvivare il volto del sorriso sapiente delle cose. Egli era in alto, ed il crepuscolo che dal padule saliva, lo irraggiò di un rosso vivo, come la testa di un fauno dagli occhi spenti. Aveva intorno al mento una barba nera o aggrovigliata e i capelli intorno al viso eran così.
Sorrise continuando il suono lento e malinconico; per ogni arcata ebbe un tremito: certo egli narrava così le voci udite e non intese, come il fremito delle acque dei paduli, lo zampillio di un fonte, il canto di una giovane bocca. Egli narrava, vecchio rapsodo delle solitudini, un suo mondo interiore, fatto come di ombre crepuscolari, e l’incerta visione nel rude suono rendeva a maraviglia.
I giovani ebbri di vita, accoppiati a due a due, seguivan quel suono danzando.
Miseria sogguardò nel gruppo. Dapprima nessuno pose mente a lui, poi qualcuno si rivolse e lo guardò ed ebbe un riso di allegrezza.
— Oh! Miseria, d’onde vieni?
— Dalla reggia.
Disse ciò inarcando le soppraciglia e gettando il capo all’indietro. Rise, risero; molti intorno gli fecer corona.
Riprese Miseria:
— Guardate.
Tolse il sacco che aveva sulle spalle e lo vuotò. Ne uscirono alcuni ciottoli rossi e verdi, egli li raccolse:
— Questi sono rubini e zaffiri, ne’ miei possedimenti ve ne sono a moggia. Li porto in dono a Don Marco.
— Don Marco ti farà dare venti legnate dal suo servo.
— Cosa dite mai, poveri di mente. Il re del gran regno della fame: Miseria; ha il passo ovunque e nessuno si attenta di toccarlo, che se morde è come la vipera: avvelena.
— Ci andrai per davvero da don Marco?
— Vedrete.
— Non ti darà neppure un rosicchiolo secco.
— Mi darà pane caldo e carne, poichè gli porto le gemme.
Uno gli si avvicinò:
— Suona Miseria.
— Cosa mi darai tu s’io suono?
— Altre gemme come quelle che hai.
— Resta inteso.
Prese il violino e poi che tutti lo attorniarono giocondamente, era su molti visi la stessa aspettazione gioconda, cominciò a cantare fra una serie di lazzi accompagnandosi sul violino, una canzoncina popolare:
«Finestra chiusa fra due gelsominipalme d’argento per il suo bel viso.»
«Finestra chiusa fra due gelsominipalme d’argento per il suo bel viso.»
«Finestra chiusa fra due gelsomini
palme d’argento per il suo bel viso.»
Cantò d’amore.
Dapprima nelle inflessioni della voce e negli atti del corpo, fu l’intento di divertire l’uditorio, ma disse il ritornello chinando il viso e addolcendo la voce.
«Miseria ha fame e non ti chiede amoregettagli un soldo per la carità...»
«Miseria ha fame e non ti chiede amoregettagli un soldo per la carità...»
«Miseria ha fame e non ti chiede amore
gettagli un soldo per la carità...»
Subitamente una antica amarezza l’avvolse sì ch’egli abbandonate le braccia si tacque.
Ma ciò che non era finzione, l’uditorio la ritenne tale, anzi la novità di quell’abbandono piacque in tal modo che un alto riso l’accolse.
Miseria torse le labbra e guardò gli astanti, disse:
— Il lupo scannerà quante pecore saran sulla sua via.
Rispose un giovane:
— Il lupo mangierà anche te, benchè tu sia una pecora magra.
Gli altri si compiacquero di questa uscita, tanto che la commentarono seguendo il riso.
— L’ingrasserà prima.
E un altro:
— Certo con le gemme ch’egli ha raccolto.
— No, lo serberà come l’uccello de’ fiumi e l’attaccherà al soffitto perchè indichi il tempo.
— Cosa ne dici Nanni?
Nanni era ritenuto il giovane che avesse più spirito fra tutti. Disse: — Un giorno pioveva e Miseria vollefare dell’acqua montagne per serbarla per quando fosse tempo secco. Lo vidi io ammassare, ammassare ma l’acqua gli bagnava i piedi.
Un’altra volta andò a pescar ranocchi nel padule; non avendo l’esca, mise un dito nell’acqua e pescò una mignatta che gli succhiò mezzo il sangue, ora per riacquistare ciò che aveva perduto, la mangiò tale e quale.
E ancora: Avendo udito una volta che a San Mattia era festa grande, pensò di andarvi vestito a nuovo. Era il tempo in cui le cicale cambiano pelle, andò nei campi e raccolse centinaia di vestiti smessi dalle cicale, poi li riunì con fili d’erba e spini di marruche e si fece la veste più bella che si fosse vista mai. Dunque prendendo in calcolo i suoi meriti, il lupo lo farà maggiordomo.
Miseria inarcò le spalle a disprezzo, ma non volle che una sua debolezza fosse di riso per gli altri; riprese l’apparente indole sua e canterellando segnò il passo di un trescone.
Molti batterono insieme le palme a tempo, curvando il capo, seguendo a volte con le contrazioni del viso l’andare dei piedi in ritmo. Alcuni lo eccitarono:
— Via, via, più forte....
Egli tentò d’animarsi, ma impallidì, girò su se stesso, cadde.
E gli ignari non intesero, ma ebbero più grande gioia dal nuovo avvenimento.
— Non hai più le gambe d’acciaio.
— Davvero ha imparato dalle lumache a ballare così agilmente. Miseria non alzò gli occhi, nè rise.
La sua finzione si esaurì. Giunto a quel limite in cui la ragione non ha campo sulla natura, fu per maledire.
Nel suo essere presero forma tutte le malvagità per le quali aveva sofferto e che altri inconsciamente, a solo scopo di gioia, gli aveva procurato; si vide solo, oggetto di riso fra mille indifferenti.
La sua esistenza, in vista tremula e balzante come unriso, doveva per conseguenza spegnersi in un cachinno.
Egli in un giorno in cui sentì molte energie incomposte fremere nel suo essere, pensò di burlarsi della vita e si fece una ragione: — Se avrò fame, mi riderò della fame; se verrà la morte, riderò della morte. Miseria sarà come il prato che ha sempre erba, come il fiume che non gela mai.
E così cominciò ad intessere la gran satira al destino. Ma giunto al termine dell’esaurimento, la forza del cerebro non resistette a quella di sensazioni più miti che irruppe dal cuore come una improvvisa volontà di pianto.
Si sentì sfinire; il cachinno non era sulle sue labbra, ma dentro sè stesso, come fiamma che tutto avvolga distruggendo.
Pertanto si sollevò lentamente, mentre gli altri, compiacendosi ancora de’ suoi atti stanchi, ne ridevano.
Con improvvisa irruenza, si volse e li guardò in viso:
— Ci sarebbe alcuno fra voi, che avesse il core di darmi un pane, s’io fossi per morire affamato?
Nanni si sporse tenendo fra le mani un ciottolo e glielo tese.
— Ecco, tu hai denti buoni e un appetito insaziabile.
Miseria lo accettò:
— Guarda, lo metto con gli altri, sarà la cena di questa sera.
Alcuni vider gli occhi di Miseria bagnarsi come di pianto e supposero che un’irruenza di riso li avesse fatti lagrimare così. Poi come egli accennava a partire, la corona si aprì per fargli spazio.
— Addio, buon viaggio; buona cena.
— Quando ritorni porta un vezzo di coralli per la mia donna.
Disse Nanni:
— Vedrete domattina come tornerà grasso e contento; Don Marco gli darà da mangiare tanto da gonfiarlo come una vescica.
Miseria non si rivolse, andò lentamente con fatica, vicino al margine della via.
Sentiva sul suo capo un cachinno. La morte.
***
La palude era nel silenzio sinistra e rossa; il sole prima di discendervi, sull’acque morte come in un singolar specchio di tristezza, fulgeva.
Man mano che Miseria avanzò, non ebbe percezioni di suono, sentì di non dover percorrere tutta la via lunga e diretta verso gli orizzonti, ma pertanto andò curvo come una canna dispoglia delle sonanti lame, andò come un fil d’erba in un ruscello, soffermandosi a seconda che la forza voleva.
La palude azzurra in certi mattini e piena di gridi e di frulli e odorante di strani fiori molli e viscidi come la sua melma, gli ebbe talvolta regalati i suoi frutti, libera ed ampia seppe dirgli la forza del suo essere, la verità della vita, la grandezza della libertà.
Uno spirito nomade, che avvolge e determina l’agire di una esistenza, era in lei come nei cieli, aveva insegnamenti biblici:
— Io t’ho creato perchè tu mi ami sii come me incolta e malefica a chi voglia togliermi l’aspetto mio.
Specchio dei cieli, povera di frutti, ma ampia e padrona come i venti del nord, come il più alto dei soli.
E però ell’era in quello spegnersi crepuscolare, silente e rossastra, quasi dolente per la morte di una sua creatura. Non gracidò una rana, non gridi d’anatre emigranti, dall’alto, nè cenni di vita da lontananze: non fu un tinnire che piangesse il crepuscolo; ell’era chiusa come da insuperabili barriere, sicchè sola nel mondo pareva e tutto il mondo in lei.
Sull’acque aperte a tratti i bagliori non si stendevan diritti e dilaganti, ma erano a interruzioni di ombre violacee;gruppi di steli o qualche stelo solitario si levava diritto aprendo una corolla.
Eran mollezze verginali, della stanca verginità delle acque e negli spazi liberi ove più viva si effondeva la luce, sicchè come per fosforescenze proprie la palude abbagliava, il tuffarsi di una rana, il cadere di un chicco di sementa, apriva sulle immote superfici, un allargarsi di cerchi oscuri succedentisi in ritmo fino alle ultime vibrazioni, appena violette nel rosso acceso.
Qualche argine sottile si allungò sotto il crepuscolo perdendosi; la melmosa superfice celata da esili canne, stava insidiosa agli inesperti. E veramente rifulse sotto l’ombra delle canne, fra i giunchi, fra le alghe ove l’acque eran verdastre per l’ombra, come antichi bronzi dissepolti, qualche livido profilo di donna, dalle larghe pupille aperte, chiare e verdi, di un singolare stupore. Le alghe attorcigliandosi, come rettili lenti, alle carni, ai capelli; le alghe dei fondi oscuri nate dalla putredine, per loro lento vibrare, davano all’irreale figura apparenza di cosa viva, sicchè essa si animò nel silenzioso stupore e dai larghi occhi immobili, sinistramente, come dolorando vibrò insidie, tetra medusa delle solitudini.
Più discosto un fauno rise di un ampio riso acceso di libidine, nel dissolversi delle cose, sotto le acque immobili.
E sorgevan corolle e steli esili, e foglie acute come lame, ma non v’era alito che le smovesse; lo spengersi del sole dava al solitario paese come un senso di tristezza e di paura.
Miseria andò curvo nella strada interminata. Un uomo che riedeva dal lavoro (passò con la giacca sulla spalla ed alta la falce sul capo) gli augurò:
— Buona sera e buona pesca.
Miseria tacque, l’altro si rivolse a guardarlo stupito, ma poi proseguì silenzioso e forte, sdegnando.
Miseria molto andò, finchè l’ombre furon vicine. Il silenzio era nel suo essere e nelle cose.
Poi una vena gli tremò presso il core. Sollevò il capo, gli parve d’esser chiamato.
Un piviere trascorse nell’aria ridendo, era un riso lo stridulo grido, un riso inumano. Si attenuò, si perse e ancora il silenzio.
Si guardò attorno: solo! Vicino a lui era una pietra miliare e vi si assise.
Una ninfea presso ai suoi piedi fermò il suo sguardo, il bianco de’ petali condusse il suo pensiero ad altre cose. Vide una piccola bocca di bambina morta: Mariella! Una bocca bianca, ove a bacio a bacio s’era esaurito il sangue fino alla morte. E le labbra stavano ancora socchiuse, ancora inesauste come la corolla di ninfea: Mariella! Il sorriso di un mattino: la sua bocca trovò quel nome quasi cantasse.
Udì salmodiare, luccicaron molteplici fiaccole, caddero fiori: una vena presso il core, batteva, batteva, batteva.
Scivolò lentamente dalla pietra sulla terra, le gambe si stesero tanto che i piedi sfiorarono l’acqua.
Ancora un grido, ancora un riso lungo interminato scivolò negli azzurri. E le voci furono nel suo orecchio:
— Miseria canta, balla. Il trescone! Il trescone!
Lo tiravano, lo spingevano, lo punzecchiavano.
— Miseria, Miseria, Miseria...
Balbettò:
— Lasciatemi morire.
Poi chiuse gli occhi, ebbe una voluttà di sonno, una voluttà di pace.
Passavan tutte le cose buone: la sua donna, la sua bambina. Erano vestite di bianco, Francesca conduceva Mariella per mano. In qual paese? Non sapeva: — Dove andate? — Gli accennavano: Vieni vieni vieni. Gli pareva che ci fossero dei gigli, che ci fosser de’ pioppi alti e del sole. E si allontanavano ed egli non poteva seguirle.
Rivolgendosi ad ogni passo lo chiamavan ancora, sempre, con la mano; ma egli non poteva andare, non poteva.
Presso il core la vena accellerò sempre più il pulsare come martellasse.
Esse erano partite ambedue per lo stesso destino. Tornavano ora, tornavano più vive che mai.
Ma poi sentì che soffocava, tentò di rizzarsi. Da lontano giungevano altre grida, altri cachinni, ma ora innumerevoli e selvaggi. La mente sua immaginava l’ultimo tormento. Una turba l’attorniò (tutti giovani accesi, avvinazzati) e danzò attorno a lui gettandogli ciottoli.
— Prendine, prendine.
— Lasciatemi, sono vecchio, stanco.
Ma la turba cresceva, sempre, vivace e gagliarda. Lo insultava calpestandolo perchè voleva il riso, il riso ancora, la gioia fino ad esaurirsi.
— Via, su, il trescone, il trescone!
Eran mille suoni, una ridda ed uno schianto. Lo prendevano, lo colpivano atroci e veementi per la crudeltà del riso.
— Miseria ancora il trescone, ancora.
Gli si appesantiva il capo.
— Troppo forte, ah! troppo forte.
Poi d’improvviso un giovane gli si accostò, lo prese alla vita e lo strinse forte tanto da soffocarlo, finchè egli stese le braccia e gridò:
— Mi schianti il core.
E dagli abissi furon sopra il suo capo le urla.
Ricadde.
Repentinamente la vena vicino al core cessò di pulsare, vide egli in un attimo ancora la bianca visione di pace; Francesca e Mariella con la mano accennarono:
— Vieni! Vieni!
Posò il capo vicino alle acque e sorrise nell’alito della morte.
Uno storno d’uccelli migratori si allontanava gridando acutamente nei larghi spazi, in turbinio veloce.