CAPITOLO IV.

c4CAPITOLO IV.La corda sensibile.Tutto sta a trovare lacorda sensibile. Ilpuffè come lʼamore.—Volete farvi amare da una donna?—Convien toccare e solleticare la suacorda sensibile.—Il medesimo processo si tiene per spremere lʼoro da unavittima.Lʼaneddoto che più sopra ho riferito spiega in parte il meraviglioso segreto. Lacorda sensibiledel vecchio romagnolo era lʼavarizia, e il mio piccolo allievo, fingendosi avaro a sua volta, raggiunse il suo nobile intento.Studiate attentamente le tendenze e le passioni della vostravittima, e innanzi tutto abbiate sempre in mente che la vanità costituisce il principale elemento del carattere umano.—Da questa verità fisiologica emerge necessariamente che lʼadulazione vuol riputarsi uno degli ausiliari più efficaci epotenti per bene iniziare e condurre a buon fine una operazionepuffistica.A Firenze, anni sono, io piantai uno splendidopuffad un ricco banchiere, il quale aveva la debolezza di credersi poeta. Nulla più detestabile deʼ suoi versi. Egli si piccava di improvvisare sonetti a rime obbligate, e una volta lanciato nella carriera, non vi era più modo di arrestarlo. Quellʼuomo era il terrore dei circoli—quandʼegli apriva lo scartafaccio per leggere le sue interminabili pappolate—quandʼegli, annunziandosi invasato dallʼestro, domandava enfaticamente delle rime, il vuoto si faceva intorno a lui e gli sfortunati chʼerano costretti ad ascoltarlo, si contorcevano sulle seggiole come i gatti a temporale imminente.—Orbene: io mi ebbi il coraggio di rimanere parecchie notti da solo a solo con lui a proporgli dei temi e delle rime e ad ascoltare le sue narcotiche stramberie. Quellʼuomo in brevissimo tempo prese ad adorarmi. Quandʼegli declamava i suoi versi, io spalancava certi occhiacci da mettere il brivido ai morti; io mi asciugava la fronte ad ogni tratto, io piangeva, sospirava, io balzava tratto tratto dalla seggiola e mi faceva a percorrere lasala come un invasato. Una volta questa commedia durò dalle sei della sera fino alle quattro del mattino. Il banchiere era spossato dalla lunga declamazione: dal mio canto io insisteva perchè mi compiacesse di un ultimo sonetto.—No! non è possibile... La mia vena è inaridita... le muse mi abbandonano...! rispondeva il banchiere fissando le rime con occhio torbido e sonnolento.—Come mai? questa sera vi siete stancato di buonʼora, gli dissi levando di tasca lʼorologio: si è appena finito di pranzare...!—Sono le quattro del mattino! rispose il banchiere ingenuamente, dopo aver consultato il suo cilindro dʼoro sfavillante di brillanti.—Le quattro del mattino! gridai io, balzando in piedi colla espressione del più vivo disappunto—possibile!... ma io sono dunque rovinato!... Ah! banchiere... il cuore me lo diceva che un giorno o lʼaltro, in grazia dei vostri versi, avrei commesso qualche storditaggine!... Figuratevi che si tratta...—Ebbene: si tratta?... domanda ansiosamente il mio uomo spaventato dal mio atteggiamento—si tratta?—Via! non vi allarmate, signor poeta! soggiungo io con voce più calma—il piacere che mi hannodato i vostri versi, le emozioni di questa dolce e troppo breve serata valgon bene il sacrifizio di diecimila franchi.... Cosa sono finalmente, per un mio pari diecimila franchi?.... Una bagatella,... una inezia.... Dʼaltronde non è detto che siano perduti...—Ma signore... se credete che io possa...—Non vi incomodate, banchiere... non datevi pena per questo incidente.... Si trattava di un amico... voi sapete... di quel Lord Midletton, al quale due sere sono ho prestato una piccola somma sul giuoco.... Non ho mai conosciuto un giuocatore più sfortunato di Lord Midletton... tanto è vero che in poche settimane di soggiorno a Firenze egli si è dissestato.... Orbene, questa notte alle undici agli doveva partire per Londra e si era contenuto che io mi recassi da lui per ritirare la mia piccola somma. Vi confesso che in questo momento quel denaro non mi avrebbe dato incomodo.... Il mio corrispondente di Bruxelles è in ritardo... ed è questa la prima volta che, per favorire un amico, mi accade di trovarmi in imbarazzo.... Ma è probabile, anzi probabilissimo che lord Midletton abbia incaricato qualcuno di trasmettermi la somma.... Domattina farò delle indagini, enel caso...—E nel caso che queste indagini riuscissero a nulla, soggiunse la miavittimacollʼaccento solenne del banchiere danaroso, io voglio ben sperare che non dimenticherete esistere a Firenze un poeta eccezionale, nel cui scrigno vi è sempre unfondodi cinquecentomila franchi per far onore agli impegni della banca e per favorire qualche amico.—Spero che non ci sia questo bisogno, risposi, ma nel caso che lord Midletton mi avesse dimenticato io mi guarderò bene dal ricorrere ad altri che a voi. Ma badate che io sono più esigente di quello che voi forse immaginate. Io non mi ridurrò mai ad accettare il vostro grazioso prestito se con quello non mi accordate il favore che più volte vi ho dimandato, di pubblicare per le stampe il vostro immortale poema sullaTrasmigrazione delle anime, che io ritengo la più meravigliosa opera uscita dal cervello umano.Il banchiere sorrise come un ebete, e stendendomi la mano, con voce soffocata dalla beatitudine mi disse:—non mi tentate... non fatemi violenza... non imponete dei patti impossibili.... Io posso bene affidare qualche miliajo di lire ad un galantuomo pari vostro—magettare le mie perle nel fango?—via! questo sarebbe troppo! Non vi sono che due uomini nellʼetà presente che possano comprendere la miaTrasmigrazione—questi due uomini siamo io e voi!Allʼindomani verso le quattro, scrissi una lettera al banchiere per fargli capire che io era assai ben disposto ad accogliere i dieci mila franchi a titolo di prestito, ma al tempo stesso io insistevo per la pubblicazione del poema.Il banchiere mi inviò tosto i dieci mila franchi in tanti biglietti della banca francese e con quelli il manoscritto dellaTrasmigrazioneche egli mi dedicava collʼepigrafe:allʼuno dei due.Io chiusi laTrasmigrazione delle animenella valigia, e dopo ventiquattro oretrasmigraicorpo ed anima per regioniignote.Troppo lungo sarebbe il narrarvi i grandi e molteplici risultati che io ottenni solleticando lacorda sensibiledi diversi individui.—Gli esempi che ho riferiti in questo e nel capitolo precedente, aʼ miei lettori perspicaci, dimostreranno lʼimportanza e lʼefficacia del mio metodo.c5CAPITOLO V.Dellʼordine delpuff.La prima vittima delpuffistache vuol slanciarsi nella brillante carriera senza incontrare ostacoli, senza incorrere nei lacci che insidiano ordinariamente i primi passi di tutte le carriere umane, vuol essere il sarto.Una volta che siate riuscito apuffareun sarto, una volta che abbiate indossato, senza pagarlo, un abito completo da gentiluomo alla moda, eccovi padrone del campo, eccovi sollevato di un tratto nelle più alte e fortunose regioni delpuff.Io prevedo le vostre objezioni.—Voi mi direte che il vestiario non basta—ci vogliono, a completarlo, degli accessorj che il sarto non può fornire—le lingerie, la scarpe, il cappello....Objezioni da principiante!—È forse detto che apuffareil calzolajo ed il fabbricatore di cappelli si richiegga un sistema particolare,che non sia quello da usarsi col sarto?[3]Vi è un Dio per ipuffisti.—Io credo anzi che nello stabilire le grandi e immutabili leggi dellʼordine universale, Iddio abbia più che altro pensato alle vaste e molteplici complicazioni che nel seno della umanità dovevono insorgere a causa delpuff.Eppure questo Dio, nel creare gli uomini a sua imagine e similitudine, ha fatto una eccezione pel sarto, e si è compiaciuto, nella sua infinita bontà e sapienza, di dare a questa prima, indispensabile vittima delpuffista, degli istinti particolari di caponaggine.Vi parrà un paradosso la definizione che io sto per darvi:—il sarto è un animale creato da Dio per lasciarsipuffaredaʼ suoi proprii abiti.[4]Ah! voi credete dunque che il sarto vi faccia credito pei vostri begli occhi, pei vostri baffi inannelati e profumati? Vi ingannate a partito. Se il sarto non ardisce presentarvi il conto, se il sarto non vi importuna, non vi molesta per ottenere il pagamento, tutto ciò proviene dalla grande stima, dal grande rispetto che egli professa per gli abiti che aveste da lui. Più questiabiti saranno ricchi e costosi, e più imporranno al vostro sarto.—Voi non lo avete pagato, non lo pagherete mai—che importa?—Il sarto vedendovi passare colpaletotche egli stesso vi ha fornito, non potrà a meno di levarsi il cappello e di inchinarsi fino a terra. Come gli sta bene quelpaletot! pensa egli—unpaletotda quattrocento franchi...! queste robe non le portano che i grandi signori.... Anche lui senza dubbio è un grande signore!Cosi ragiona il vostro sarto.—Il giorno in cui le maniche del vostropaletotcomincieranno a spiumarsi, il giorno in cui i vostri pantaloni avran perduto la primitiva freschezza—tenetevi ben in guardia! Il sarto a sua volta comincierà a diffidare, e per poco che voi non lo abbiate prevenuto, egli sarebbe ben capace di presentarvi la nota!—Non permettete mai che le cose giungano a tale estremo. Quando il sarto ha cessato di sorridervi dolcemente, quando neʼ suoi inchini si palesa qualche stento, quando i suoi occhi sembrano accusare di sbieco lo sdencio delle vostre stoffe, non vi resta tempo da perdere.—Bisogna andargli incontro, bisogna sorprenderlo, commetterglidelle nuove vesti che importino la doppia, la tripla somma di quelle che indossate. Il giorno in cui vi avrà rivestito, il sarto vi ridonerà la sua stima e non avrete più nulla a temere da lui.Colpita la prima vittima, le altre cadono da sè ai vostri piedi. Un uomo elegantemente e riccamente vestito divienepufffistasenza volerlo—egli non ha più bisogno di organizzare i suoipuff; egli li trova belli e fatti ad ogni passo del suo cammino, nella sua anticamera, a fianco del letto.Puffato il sarto, puffato il calzolajo, puffato il cappellaio, puffata la guantaia, convien darsi premura di puffare un orefice, il quale fornisca a prezzo dipuffuna bella catena dʼoro per lʼorologio, quattro o cinque anelli e tutti quei ninnoli che figurano cosi bene sulgiletdi unpuffistacome su quello di uno strappadenti. Lʼorefice sarà più duro degli altri—conviene abordarlo con qualche cautela e combatterlo collʼastuzia. Non sarà male che prima di passare a ciò che, in linguaggio puffistico, si chiama la consumazione dellʼatto, procacciate di conciliarvelo frequentando il suo negozio in qualità di dilettante. Un pò di erudizionein materia di pietre preziose potrà assai favorirvi nel puffare un orefice.Eccovi completo—oramai, per procedere nella grande carriera, non vi resta che a procacciarvi un alloggio—il quale alloggio dovrà essere quindi innanzi il punto centrale delle vostre operazioni—ilroccolodi quelle infinite varietà dimerliche Dio ha creato a bella posta per farsi spiumare dalpuffista.Intendete fissare dimora per alcun tempo in una città?—In tal caso vi consiglio ad uscire dallʼalbergo per prendere in affitto un grandioso appartamento. Badate però che lʼalbergo rappresenta il transito più sicuro per giungere ad un appartamento sulle ali delpuff. Quanto più ingente sarà ilpuffche voi saprete piantare nellʼalbergo, tanto più facile vi riuscirà lʼimpossessarvi del primo piano di un palazzo senza compromettere la vostra dignità dipuffista.—Voi avete quanto si domanda perchè un albergatore si lascipuffareda voi. Non dimenticate gli accessorii, che sono quattro o cinque valigie nuove, piene o vuote non importa, ma tali che col loro peso facciano bestemmiare i facchini dellaferrovia e i mozzi dellʼalbergo. Se le valigie, per un capriccio del caso, sono piene di mattoni, non obliate di chiuderle con una ventina di lucchetti. Oltre alle valigie è necessario che nel vostro equipaggio figurino dei forzierini misteriosi, quattro o cinque ombrelli legati a fascio, due o tre bastoni dal pomo brillante; alle quali cose potreste anche aggiungere, per maggior effetto, un pappagallo ed un piccolo pincio. Non sarà male se appena entrato nelle stanze dellʼalbergo, vi darete premura di sciogliere due o tre borse da viaggio, per lasciare in mostra sul tavolo qualcuno dei vostri oggetti di toletta.—Io mi ricordo che a Milano, allʼalbergo della Ville, una volta mi accadde di produrre una sensazione incredibile, poichè i camerieri, annunziando al padrone il mio arrivo, gli avevano detto che da una borsa da viaggio io aveva cavati fuori quattordici, tra spazzole, spazzoletti e spazzolini.—Possa quel buono ed onestissimo albergatore della Ville serbare eterna memoria delle mie quattordici spazzole, come io, nel regno dei beati ove sarò fra poco, non scorderò mai che gli sono tuttavia debitore di tremila ottantottolire e venticinque centesimi.—In ogni modo, entrando in un albergo (ed è inutile avvertire che questo albergo deve essere necessariamente il più rinomato della città) conviene che ilpuffistaspari il suo gran colpo.—Questo gran colpo potrebbe consistere nella straordinaria larghezza delle mancie distribuite albromistaed agli scaricatori delle valigie—o meglio ancora (ma questo stratagemma non può riuscire che ad unpuffistadi altissima levatura) nellʼordinare al padrone istesso dellʼalbergo di rimunerare col proprio denaro le persone che vi hanno servito. Neʼ miei tempi migliori, mi accadde una volta, scendendo alla stazione di Firenze, di trovarmi faccia a faccia con un mascalzone il quale ebbe la temerità di ricordarmi un miserabilepuffdi duecento cinquanta lire che io gli avevo piantato sei anni prima. Io non teneva nel mio portamonete che la nota dei mieipuff—figuratevi qual imbarazzo, e quale pericolo! Quel mascalzone mi avea abordato con famigliarità cosi plebea, che io non poteva esimermi dal pagarlo, a meno di subire una pubblica vergogna e di screditarmi al cospetto dellʼuniverso.—Ridotto a malpasso, feci avvicinare quattro vetture da piazza, una per me, lʼaltra pel mio pappagallo, la terza per un mio domestico negro, la quarta per i miei dodici bauli, E fatto salire nella mia carrozza il vile aggressore, ordinai che il convoglio si dirigesse allʼalbergo della Luna. Al rumore delle quattro carrozze, tutti i camerieri uscirono in massa nel cortile, e il padrone, venuto fuori cogli altri, si sprofondava nellʼinchinarmi. Io diedi agio a tutti quanti di ebetizzarsi completamente alla vista delle mie dodici valigie, del mio pappagallo e dello schiavo nero—poi, quando tempo mi parve, abordai il padrone con piglio risoluto, e parlandogli in quella lingua cosmopolita che è sempre di massimo effetto:—monsieur, gli dissi, oreste vous un poco di monneta piccola? Quanto le abbisogna, signore? due... tre franchi?... comandi!—Mi abbisogna moneta piccola... tanto come cinquecento franchi... in tanti piccoli pezzi di napollion dʼoro!—Lʼalbergatore numerò ancora una volta i miei bauli, diede una occhiata al mio pappagallo ed al mio negro, e quando ricorse al cassetto del banco e venne a me per portarmi i venticinque marenghi—adessoa te bon omo!—dissi al birbone che mi stava a lato per rinfacciarmi il miopuff—a te duecento franchi e cinquanta per tua bona familia che mi aver salvata la vita, e non dir niente a persone se non voler bastonar.Lʼassassino vedendo quellʼoro, spiccò due salti dalla consolazione e corse via che pareva invasato. Dopo ciò, pagai lautamente i bromisti e salii col corteggio delle mie valigie, agli appartamenti superiori. In quel momento un organetto era venuto a fermarsi sotto le finestre dellʼalbergo. Mi affacciai ai balcone, e gettando un marengo nel piattello del suonatore—io vi prego dʼaller vous en!... gli gridai dallʼalto,—domani si tornar, altro donar!....Quel povero suonatore, che forse nella giornata non avea raccolto un quattrino, si fece allora a ringraziarmi con tali parole e tali gesti, che la gente si agglomerò nella via—e, chi è? chi non è? donde è venuto?—in meno di quattro ore io divenni il soggetto di tutte le conversazioni di Firenze. Quel marengo gettato al suonatore mi valse la gloria di avere, in due mesi, piantato nella futura capitale del Regnounpuffdi quarantacinque mila lire pochi centesimi.c6CAPITOLO VI.Del prestito.Ma lʼarte di scegliersi lʼappartamento difficilmente si insegna. È unʼarte di ispirazione, è uno di quegli istinti ammirabili, che il supremo creatore dellʼuniverso ha concesso aipochi chiamati.E qui mi conviene avvertire il piccolopuffista, ilpuffistadi secondo e di terzo ordine, che lʼappartamento, quando non non richiegga una spesa straordinaria (nel qual caso solamente è permessopuffarlo), vuoi essere qualche volta pagato scrupolosamente.—Pagare lʼaffitto di casa con puntualità e sollecitudine, è misura finanziaria della massima importanza per chi vuoipuffarecon sicurezza di causa. Con tale misura conquisterete un eccellente alleato per le vostre impresepuffistiche—questo alleato sarà il vostro padrone di casa, a cui si unirà validamente il vostro portinajo,se saprete conciliarvelo con delle mancie generose....Ma ecco qualcuno sorge a dire: come si si fa quando non si hanno denari, a sostenere queste grandi spese diimpianto? Come si pagano i viaggi? il trasporto dei bagagli? gli affitti? le mancie?Sicuro che del denaro, o poco o molto, bisogna farne circolare; e quandʼuno non ne ha di proprio, deve necessariamente procacciarsene attingendo alla borsa degli altri.Unpuffistache si rispetta non deve trovarsi mai in condizione da non poter far fronte ai pericoli della sua professione. Bisogna che egli abbia sempre nelle tasche il denaro disemenzae il denaro dipartenza—o in altri termini: il denaro diingressoe il denaro direcesso. Non è mestieri che io spieghi il senso di questa rime agli arguti miei lettori.Come si fa per aver denaro? Aipuffistanon si offre altra risorsa che quella di chiederne a prestito.Guardiamo intorno—esploriamo le fisonomie, studiando i caratteri, calcoliamo le probabilità.Innanzi tutto, prima di chiedere un prestito, è necessario aver stabilita la certezza che la persona, alla quale siete per ricorrere, possegga lasomma.—Domandare dieci mila franchi a chi appena ne possiede mille è la massima delle stoltezze.Bisogna che la persona alla quale avete intenzione di batter cassa, non possa mai dire con verità: mi spiace tanto, ma non sono in grado di servirvi! Pur troppo (la società è tanto corrotta!) questa risposta vien profferita alcune volte da individui, che potrebbero dare il doppio ed il triplo della somma che loro viene richiesta!Dopo questo precetto, che ha da formare la base della vostra operazione finanziaria, io vi consiglio di attenervi scrupolosamente alle poche massime generali che qui sotto vi trascrivo.Astenetevi sempre dal domandare denaro per lettera quando possiate chiederlo a viva voce. Cʼè uno stolto proverbio che dice:la carta non vìen rossa—imbecilli! forse che la faccia di unpuffistapuò cambiar colore più presto che la carta? E vi è forse ragione perchè unpuffistaabbia ad arrossire nel chiedere dellʼoro ad un suo confratello?—Fosseargento, fosse rame, fosse la vile moneta che si getta allʼaccattone! ma lʼoro!....E poi: qual maggior prova di amicizia e di stima si può dare ad un uomo che quella, di domandargli in prestito parecchie miliaja di lire?[5]—Non è lo stesso che dirgli: tu sei ricco, tu sei grande, tu sei potente, tu sei generoso?—Chi avrebbe ragione di arrossire sarebbe il miserabile che non potesse corrispondere degnamente a questa grande prova di fiducia che voi gli avrete accordata—o il vigliacco che non potendo favorirvi, mendicasse delle scuse, o tentasse eludere il vostro nobile disegno colle scappatoje o colle menzogne![6]In linguaggiopuffistico, questa operazione finanziaria del chiedere a prestito si chiamastoccata. Sublime parola, che oltre a rappresentare precisamente la idea, rivela anche il modo di tradurla in fatto!Non si può essere grandipuffistisenza essere ad un tempo grandistoccatori!Potete voi concepire un colpo distoccoben aggiustato e micidiale, se questo non sia stato preceduto da lunga meditazione ed eseguilo con coraggio e risolutezza?Di tal modo si debbono compiere lestoccate puffistiche.Stabilita la vittima, convien fissare il momento ed il luogo—e una volta premeditato il piano di attacco, slanciarsi come il falco sul pulcino.In generale, lestoccate puffistiche, meglio che nelle mattutine, riescono nelle ore pomeridiane, dopo il pranzo, e dopo la digestione. Un uomo che ha ben pranzato e che ha ben digerito versa ordinariamente in una crisi di buon umore, e si riduce facilmente, pel benessere che prova egli stesso, a favorire quello degli altri.Lanciato il vostro colpo, badate bene che lavittimanon si parta da voi collo stocco nelle viscere. Convien ghermirla strettamente, impedirle qualunque movimento, o per lo meno inseguirla fino a tanto che essa non abbia versato il suo contingente di sangue metallico. Una volta che lavittimasia fuggita collostocconelle viscere, vi tornerà assai difficile il ghermirla nuovamente. Guai allostoccatore puffistase il primo colpo gli va fallito!Lestoccateper sorpresa riescono meglio delle altre, ed io potrei fornirvi, di ciò numeroseprove dedotte dalla mia stessa esperienza. Ma per chiudere umoristicamente questo capitolo, vi narrerò di una ingegnosissimastoccata di sorpresacompiuta in Marsiglia da un puffista di quarta classe, il quale peʼ suoi talenti avrebbe potuto aspirare ai primissimi ranghi dellʼordine se lʼindolenza del suo carattere non avesse paralizzate in lui le altissime doti dello spirito.Lʼargutopuffistasi chiamava Napoleone S... e viveva, come si suoi dire, alla giornata,stoccandogli amici e i non amici, i conoscenti e i non conoscenti. Per oltre quarantʼanni egli aveva condotta questa beatissima vita di levarsi ogni mattina senza sapere come avrebbe pranzato e dove avrebbe dormito alla sera. I suoipuffnon si erano mai elevati oltre le strette necessità della vita; eglipuffavaa centellini,puffavaa moneta spicciola, e non era meno grande per questo.Un giorno Napoleone passeggiava sul ponte di Marsiglia a poca distanza da un caffè ove bazzicavano ordinariamente i suoi connazionali. Napoleone era italiano. Lʼora si faceva tarda; nel caffè non cʼerano personesulle quali il nostropuffistapotesse vibrare con effetto la sua stoccata quotidiana!Che si fa? Lʼappetito si aguzza e con esso anche lʼingegnopuffistico.Ecco un signore sbarcato recentemente da un battello a vapore. Napoleone lo vede per la prima volta, non sa chi sia, nè da qual parte egli venga. Non importa. È un signore riccamente vestito, un signore che,stoccatocon garbo, darà necessariamente il suo spruzzo.Napoleone si fa innanzi, aborda risolutamente la sua vittima, e toccando leggermente il cappello, lo apostrofa con fuoco:—La senta un poʼ, caro signore: si tratta di una scommessa, della quale bramerei che ella si degnasse farsi arbitro. Se qualcuno... io per esempio... avesse bisogno al momento di un miliardo in numerario; crede lei che sarebbe possibile, raccogliendo tutto il denaro dei banchieri di Marsiglia, mettere insieme questa somma?—Io... crederei, risponde lʼaltro con un certo sussiego; crederei che per raccogliere una somma così rilevante ci vorrebbero per lo meno cinque o sei giornate e forsʼanche...—Ebbene: diffalchiamo...! diffalchiamo pure! Se non si trattasse che di cinquecento milioni di franchi?..—Anche cinquecento milioni di franchi in numerario sarebbe un poʼ difficile trovarli...—E se uno avesse bisogno di cento milioni?—Cento milioni... a dir vero...—Ma via! restringiamo la cosa ai minimi termini... Se non si trattasse che di soli cinque franchi... crede lei che sarebbe difficile... trovare chi li sborsasse prontamente e...?—Cinque franchi! esclama il forastiero con ingenua meraviglia; ma qual è il miserabile che non possegga cinque franchi? e qualʼè il disgraziato che non troverebbe cinque franchi...?—Ah! lei mi consola! lei mi risuscita, da morte a vita! esclama a sua volta il puffista mutando registro di voce. Io mi trovo appunto nel caso di aver bisogno cinque franchi per pranzare questʼoggi, e poichè lei è così bene disposto a favorirmeli, profitterò volentieri della sua offerta e le sarò infinitamente obbligato.Il forastiero, vedendosi preso alle strette,e ammirando dʼaltra parte lʼarguzia dello stratagemma, portò la mano al taschino delgilet, e trattone un bel marengo fiammante, lo lasciò cadere nelle mani dellʼargutopuffista.Da quel momento Napoleone S... divenne il compagno indivisibile del forestiero, finchè questi si trattenne in Marsiglia; e più volte questi due individui così stranamente collegati da un azzardopuffistico, furono veduti pranzare assieme allʼHotel des Empereurs. Inutile avvertire che il mio Napoleone non fece mai torto al suo nobile carattere dipuffista, assumendo, neanche in minima parte la spesa del pranzo!c7CAPITOLO VII.Dei Creditori.Quel poeta che lasciò scritto:Non è credibileQuanto è terribileLa vista orribileDʼun creditordoveva appartenere, nella gerarchia del regnopuffistico, allʼinfima classe.È vero—la vista di un creditore non è molto aggradevole—val meglio vedere una bella figura di donna, ed anche, per chi si diletta di uniformi, un ussero di Piacenza. Ma il grandepuffista, ilpuffistadi prima classe non può mai sgomentarsi dellʼincontro dì un creditore, e in ogni modo, quandʼanche un tale incontro avesse a cagionargli qualche leggiero turbamento, egli saprebbe dissimularlo in tal guisa da non rimanere compromesso.Fra un creditore ed un debitore che si veggono, la situazione del primo è mille volte più grave e sconfortante di quella del secondo.Se fosse dato di penetrare in fondo al cuore dellʼuno e dellʼaltro, vi si leggerebbero due voti affatto opposti, ma non ugualmente terribili.Il creditore, alla vista del suo debitore, è necessariamente assalito da un atroce dubbio:—chi sa se costui potrà pagarmi!Il debitore, al contrario, pienamente consapevole dei propri mezzi e dei propri intendimenti, può dire con piena sicurezza:—io non pagherò mai!Ora, chi oserà sostenere che la situazionedel primo non sia mille volte più tormentosa che quella del secondo?Ciò premesso, vediamo brevemente come debba comportarsi un abilepuffistaa riguardo del suo creditore.È inutile avvertire che questo ultimo, rappresentando la parte dellʼindividuo compromesso, è costretto usare tutte le cautele, tutte le arti per non compromettersi davantaggio.Egli non ignora che, per ottenere e facilitare il pagamento, non gli conviene irritare, nè pregiudicare in veruna guisa il suo debitore.—Un abilepuffistanon deve mai obliare questa circostanza favorevole.Appoggiato ad una tale considerazione, io ho sempre preferito il sistema di trattare il creditore colle maniere più brusche, ricorrendo anche alle minaccie in caso di reazione troppo viva.—Quanto minori, da parte del creditore, le speranze di risarcirsi, tanto più mansueto e più cortese egli suole mostrarsi, nella paura che, ricorrendo a dei mezzi troppo energici, il debitore si vendichi col non pagarlo.Lʼuomo che ha un credito da riscuotere somiglia in qualche modo ad un innamorato.Egli ha bisogno dʼilludersi; egli ha bisogno di credere che tosto o tardi incasserà il suo denaro. Non avviene forse lo stesso ad un uomo perdutamente invaghito di qualche beltà capricciosa ed altera? Più questa si mostra sprezzante e crudele, più lʼaltro diventa umile e servile. Che sarebbe di lui, se quella donna sʼirritasse a tal punto, da togliergli il conforto di vederla, di parlarle qualche volta, e di potersi illudere per una mezza promessa o per un mezzo sorriso?Ai piccolipuffisti, più che ai modi burberi e minacciosi, riescono le facezie e le piccole sorprese.Anni sono, quando a Milano faceva furore il caffè San Carlo, diretto dallʼincomparabile Beruto, fra gli altripuffisti, che frequentavano il grandioso stabilimento, ci era un tal Mezzocapo, giovane elegantissimo e già consideratissimo, malgrado la sua età ancora fresca, nel grande regno delPuff!—Era già un anno che il signor Beruto teneva aperti i suoi libri di credito a quel bravo e giustamente celeberrimopuffista.Un bel giorno, il grande e generoso caffettiere,rivedendo le sue addizioni, si accorge che la somma dovutagli dal Mezzocapo è divenuta eccedente, ed ecco il signor Beruto spicca la sua nota, ed il nostro avventurosopuffistasi trova in mano una lettera che lo invita al pagamento.—Il giovine non si turba per questo—lancia unʼocchiata altrettanto sicura che sdegnosa alla cifra totale del suo debito—e volto al padrone del caffè un sorrisetto di protezione, gli dice nel tono più affabile: «Aspettate un istante..., io aveva già pensato a voi.... a momenti ritorno.» Ciò detto, il miopuffistaesce dalla bottega, rimane assente per alcuni minuti, e rientrando poco dopo, si accosta nuovamente al Beruto con un piccolo involto nelle mani.—Oh! non cʼera premura! esclama il padrone del caffè, supponendo bonariamente che lʼaltra gli portasse il denaro.—No! no! risponde il Mezzacapo—a me piace che le cose procedano regolarmente... Io ho bisogno che lei continui a tener nota del mio consumo per un altro anno; ma siccome vedo che la nota è già lunga, e che lei potrebbe aver bisogno di penne, così gliene ho procacciato io una piccola scatoletta... Eccole!Sono cento penne in acciajo... della prima qualità... Io credo che le basteranno... in caso diverso mi farò un dovere di portargliene delle altre!»—Lʼargutissimo proprietario del caffè San Carlo fu disarmato da questa facezia, e riaperse le sue partite di credito alpuffistafino al giorno in cui questi ebbe ad emigrare da Milano per cause... non politiche.Sono rarissimi i casi di creditori i quali abbiano avuto la sfrontatezza di aggredire i loro debitori in luogi pubblici e di suscitare, colla loro brutalità, degli inutili scandali. Pure anche il più abile deipuffistipuò incorrere un tale pericolo.In tali casi non vi è che un solo mezzo per salvarsi—opporre sfrontatezza a sfrontatezza, minaccie a minaccie, scandalo a scandalo.Nellʼanno 1848, allorquando, rientrati gli austriaci, Milano era soggetta agli immani rigori dello stato di assedio, un tal Mauro usurajo si avvisò un bel giorno di aggredire villanamente sotto il Coperchio deʼ Figini un amico e discepolo mio distintissimo, certo Angelo Soderini, grande fabbricatore dipuffe di cinti meccanici.—Ah! vi trovo finalmente... Ora non mi scapperete!... grida lʼusurajo affrontando villanamente la sua vittima.—Zitto!... vi prego... parlate sotto voce! mormora il Soderini con accento supplichevole.Ma vedendo che lʼaltro non era disposto a smettere il tono di minaccia, e che cʼera pericolo dʼuna brutta scena, il Soderini, pigliando risolutamente il sopravvento e levando a sua volta la voce: «Io vi dico, signore, di ritrattare le brutte parole che avete pronunziate, gli grida—vergogna! insultare al capo dello Stato!... parlar male del nostro augustissimo e clementissimo Imperatore!... del nostro caro ed amato Francesco Giuseppe...»—Cosa cʼentra lʼImperatore? Cosa cʼentra il governo? Chi si è mai sognato di parlare di politica?... Io vi dico di pagarmi...—Ed io vi dico di finirla! riprende il Soderini rinforzando la sua voce di tre gradi—ah! voi siete uno di quelli che vorrebbero ancora i Piemontesi!... voi volete la repubblica!... Io vi dico che se non la finite di parlar male del governo...Il tristo usurajo, non riuscendo a soperchiarela voce del suo debitore, e vedendo dʼaltra parte che si avvicinavano due poliziotti, i quali avrebbero potuto arrestarlo come un ribelle, non trovò miglior partito che quello di darsela a gambe, nè mai più da quel giorno egli osò ritentare la barbara prova di esigere i suoi crediti col sistema degli scandali e delle pubbliche minaccie.Uno dei migliori mezzi per ammansare labelva(e in linguaggiopuffisticochiamasibelvail creditore dal giorno in cui questi concepisce lʼassurda idea di farsi pagare) è quello di rincarire la somma del di lui credito, allettandolo colle attrattive di una grossa commissione o sorprendendolo colla richiesta di un maggior prestito.Mi spiego.—Il vostro creditore viene a farvi una visita—voi lo incontrate per via. Neʼ suoi sguardi, nel tono della sua voce, nellʼesitanza del suo contegno, voi leggete il feroce proposito di presentarvi una nota o di domandarvi un rimborso. Non dategli tempo di avvicinarsi—non permettete chʼegli profferisca una parola—prima chʼegli si metta in posizione di vibrare il terribile colpo, slanciatevi su lui,afferratelo a due mani per la gola, e sbalorditelo con un colpo di testa.È un sarto?—bravo; ben venuto! vi aspettava... ero sul punto di recarmi da voi! ho bisogno di un paletot, di un soprabito, di tre o quattro pantaloni di capriccio, di una mezza dozzina digilet... posso io contare sulla vostra sollecitudine?... e poi cʼè un mio amico... un barone... un marchese... un milionario... che vorrei raccomandarvi. Badate che gli è buon pagatore... ma talvolta, come tutti i grandi signori, fa attendere un poco il denaro... Noi altri non si mette mano alla borsa per delle inezie—dunque: siamo intesi!... patti chiari... amicizia lunga... e frattanto portatemi le stoffe e servitemi a dovere!Questo modo di sorprendere il creditore è di un effetto immancabile.Se si tratta di un creditore che vi abbia prestato denaro, voi non avete a far altro che domandargli una somma tre volte più grande di quella che gli dovete.—Le persone che prestano il loro denaro ad unpuffista, sono quasi sempre di una ingenuità adorabile!Vi narrerò un fatterello che forse potràsembrarvi incredibile. Io doveva, nei primordi della mia carrierapuffistica, la miserabile somma di lire duemila ad un dabben usurajo di droghiere, al quale avevo rilasciata una cambiale.Quattro o cinque giorni prima della scadenza, il buon uomo si recò a trovarmi una mattina colla intenzione di ricordarmi il mio impegno.—Voi giungete a proposito! mi affrettai a dirgli con voce desolata,—io stava per recarmi da voi onde pregarvi di un piccolo favore. Fra cinque o sei giorni io debbo pagare duemila franchi per una cambiale da me accettata or faranno due mesi in favore di qualcuno... di cui non mi ricordo il nome. Io so di dovere questa somma... ho notato sul mio portafogli lʼepoca della scadenza, ma per quanto io vi abbia pensato, non sono riuscito a sovvenirmi della persona che mi ha dato quel denaro..». Orbene, in seguito ad una grave perdita di giuoco, io mi trovo sprovveduto pel momento.... e vi assicuro che se io non potessi soddisfare al mio impegno per lʼepoca fissa, ne morirei di vergogna!... Figuratevi!... Disonorarmi!... perdere il credito per unamiseria di duemila franchi—un par mio!—un cavaliere di onore!... Alle spiccie: potete voi prestarmi cinque o sei mila lire da restituirvi fra una ventina di giorni?—Ma la cambiale di cui parlate è forse quella che io tengo in mano... e che avete accettato in mio favore or saranno sei mesi...—Dite davvero?... Possibile!... Ah!... voi mi date la vita!... Ed io che credeva... Ma sicuro!... Vedete se io sono uno smemorato... Siete voi... proprio voi... che mi ha fatto avere quelle due mila lire saranno appunto sei mesi... Non potete credere come io mi senta sollevato da questa notizia!...Così parlando mi gettai nelle braccia del mio droghiere, e lo baciai in fronte più volte come fosse il mio angelo salvatore.Dopo molte parole da una parte e dallʼaltra, insistendo io nel chiedergli il nuovo prestito di cinquemila franchi, egli mi usci fuori con questa ingenua domanda: «ma e la cambiale che scade il giorno quindici, siete voi disposto a pagarla»?—Se sono disposto!—credete voi che se non avessi intenzione di pagarla, ricorrerei alla vostra gentilezza per la sommain questione?... Ma è appunto per far onore alla mia firma, per mostrarmi, quale fui sempre, uomo leale ed esatto, che ora chieggo questo piccolo prestito di cinque mila franchi.Il dabben uomo, credendo scorgere in questo tratto una prova irrefragabile della mia onestà e puntualità commerciale, non si fece altro pregare ad accordarmi il favore richiesto.In quel giorno stesso io ebbi dal droghiere lʼintera somma, della quale una parte mi servì poi a pagare la cambiale che egli venne a presentarmi dopo cinque giorni, e lʼaltra parte mi servì di base ad un grande pianopuffistico, del quale sarebbe troppo lungo il parlare.Io chiuderò questo capitolo riportando tre versi, che unpuffistaassennato deve sempre aver presenti ogni qualvolta gli venga sporta una nota da pagare o chiesta la restituzione di un capitale tolto a prestito:A pagar non sii corrente,Potrìa nascer lʼaccidenteChe finissi col pagar niente.Sono versi un poʼ volgari, ed anzi lʼultima cresce di un piede.Questo piede che cresce, potreste allʼoccasione regalarlo alle natiche dei vostri creditori.—A giudizio di molti pratici, questo è ancora il miglior modo per sbarazzarsi della vile genia!••••••••••••••••••••••••••••••••c2CAPITOLO ULTIMO.Ciò che abbiamo stampato fin qui, è opera di Roboamo Puffista, di quel grande e insuperabilepiantatore di puff, che ha lasciato nelle più vaste e popolose metropoli di Europa unʼorma incancellabile del suo passaggio.—Lʼesistenza di questʼuomo insigne fu pari a quella di certi serpenti che, a dire dei naturalisti, dappertutto ove strisciano abbruciano lʼerbe.È doloroso che questo filosofo profondo non abbia potuto compiere il suo libro, rapito, comʼegli fu, da morte immatura nellʼospedale dei FratiFate-bene-fratelli.Lʼultime parole chʼegli ebbe a profferire al termine di unʼagonia dolce e serena, come suol essere quella degli uomini giusti che hanno impiegato degnamente la loro esistenza o che sono certi di lasciare una indelebile ricordanza alla posterità, furono le due strofe che qui riportiamo:Vissipuffandoil prossimo;Ora, a morir vicino,Vorreipuffarle esequieAl prete ed al becchino:Genio delpuffassistimi!Che dʼogni impresa miaQuesta è la più difficile,Puffarla sagrestia!Con questi versi sul labbro, moriva Roboamo Puffista. Come ognun vede, fino agli ultimi istanti della vita, questʼuomo ammirabile si mantenne fedele alla santa causa delpuff!Egli fu sepolto senza pompa, nel silenzio della notte. I suoi correligionarii non seppero della sua morte che quando non erano più in tempo a prestargli i dovuti onori. Se i fratelli fossero stati avvertiti in tempodebito—noi avremmo veduto quanto vi ha di meglio in Milano, nellʼalta aristocrazia del blasone, del commercio, dellʼindustria, delle scienze, delle lettere e delle arti, accompagnare allʼultima dimora il confratello.....puffista!Povero Roboamo! che i creditori ti siano leggieri!FINE.notNOTEDIZEFFIRINO BINDOLO.[1]Nel più ingenuo paese che prosperi in Europa sotto il sole della civiltà, gli ottusi che leggono senza comprendere sono in numero sterminato. Quando apparve per la prima volta nel poco ammirabile paese lʼopuscoletto di Roboamo Puffista, i volghi letterati urlarono allo scandalo, e il clamore della indignazione esplose così impetuoso e brutale, che i venditori girovaghi di stampati, atterriti dalle invettive, riportarono allʼeditore le copie dello incriminato volumetto protestando di non voler più oltre prestarsi allo spaccio della merce abbominevole. Allarmarsi per un titolo, condannare un libro prima di leggerlo e riprovarlosenza averlo compreso, son casi che avvengono ogni giorno, laddove lʼintelligenza umana, evirata dai gesuiti e dai pedanti, è inevitabilmente condotta ad incaponire. Benedetta la Francia! benedetta la nazione dello spirito e della tolleranza, dove si possono scrivere e pubblicare dei libri intitolati:Lʼarte di rendersi antipatico,Lʼarte di ingannare il prossimo,Lʼarte di rubare,ecc, ecc. senza incorrere la scomunica dei citrulli. Nellʼopuscoletto di Roboamo Puffista, che è da capo a fondo una satirica ironia, diretta a smascherare la frode, si contengono delle osservazioni le quali importerebbero un più serio sviluppo. Vi siete mai chiesti se il debito sia un crimine, o in quali casi lo sia, e come avvenga che nellʼordine delle moderne istituzioni, la condizione inesorabilmente imposta a tutti gli enti individuali e collettivi, è quella di doversi indebitare? Avete mai considerato che il debito, nellʼabominevole condizione creata dalla società a milliaja e milliaja di individui diseredati, rappresenta lʼunica valvola di salvezza fra la disperazione e il delitto?Credete voi che ilpuffista, se questa valvola si chiudesse, non si darebbe al ladroneggio, forsʼanco allʼassasinio? Allorquando i governi ed i popoli ignoravano la grandʼarte di reggersi sul debito, non avvenivano più frequenti le invasioni, le guerre di conquista brutalmentecoronate dalla rapina e del saccheggio? Provatevi un poco, o citrulli, a procedere su questa via di considerazioni; vedrete allora, capirete forse, ciò che in altri paesi meno gaglioffi fu capito da un pezzo, che lʼironia e la satira vestite delle apparenze più frivole, sono le lanterne magiche dalle quali si sprigiona la luce più atta a porre in evidenza le verità meno apparenti o meno esplorate.[2]Evidentemente, lʼopuscolo dellʼottimo Roboamo fu scritto in quellʼepoca barbara, quando ancora esisteva, a frenare la baldanza delpuffismoinvadente, lo spauracchio dellʼarresto personale. Noi dobbiamo a Napoleone III, imperatore dei francesi, lʼiniziativa della provvida riforma che emancipò i debitori dalle antiche tirannidi del codice commerciale. Quando le nuove franchigie vennero proclamate in Francia, lʼonorevole corpo accademico dei reclusi di Clichy improvisò una splendida luminaria. La Bastiglia dei debitori era demolita, e il santo diritto del liberopuffaffermato allʼumanità. La costituzione del secondo impero era basata sulpuff; fino a quando Napoleone III tenne le redini dello Stato, ipuffistiottennero protezioni, favori, privilegi. Via! Non disconosciamo i benefizii resi da quel potente sovrano alla causa dei diseredati! Sulla base del monumento chefra poco vedremo erigersi in Milano alla memoria di Lui, proporrei che si scolpisse lʼepigrafe:ANAPOLEONE IIII PUFFISTI RICONOSCENTI.[3]Quandʼio faceva il mio corso di studi allʼuniversità di Pavia, unpuffistaquasi imberbe, che ebbe poi a segnalarsi in Europa colle sue grandiose strategie, esordiva nella carriera con una saporitissima burla, della quale si parla ancora oggidì con ammirazione sotto i portici dellʼAteneo torinese. Al nostro giovane eroe, testè laureato nelle matematiche, occorreva, per ripatriare decorosamente, un pajo di stivali. Gli mancavano pochi spiccioli per procacciarsi quel lusso di calzatura, una miseria!—dodici.... quattordici lire. Che si fa? Si fa così: sentite questa che è proprio bellina!—Si va da un calzolajo, gli si ordina un bel pajo di stivali, a patto chʼei debba recarveli al domicilio, il tal giorno, alla talʼora. Poi, si entra in unʼaltra bottega e ad un altro calzolajo si replica la commissione. Al primo si dice: sarò in casa ad attenderti alle dieci; allʼaltro si ingiunge di venire alle dodici. Ilgiorno stabilito, allo scoccar delle dieci, arriva cogli stivali il primo calzolajo. Lo studente li calza, encomia la fattura, si mostra pienamente soddisfatto; ma poi, levandosi in piedi e contrafacendo le grinze di un addolorato—vedi sʼio fui bestia! esclama battendosi la fronte: quando mi feci prendere la misura, ho scordato di dirti che qui, sul piede sinistro, ho una maledetta ingrossatura... Senti, figliuolo mio, se tu riportassi via lo stivale e lo tenessi in forma sino a domani... non ti pare..?—La servo subito, risponda il dabben Crispino; si metta a sedere, dia qua...! Dallʼaltro piede non soffre? —Niente affatto! la calzatura mi va come un guanto.—Tanto meglio! E il buon uomo se ne va collo stivale sinistro sotto il braccio, promettendo di riportarlo lʼindomani allʼistessʼora. A mezzodì arriva lʼaltro calzolajo. Da parte dello studente le stesse grinze, le stesse contorsioni nel provarsi gli stivali; ma questa volta la ingrossatura non è, come poco dianzi, al piede sinistro; lo stivale che vuol essere allargato è quello che corrisponde al piede destro. Sta bene! Lo terrò in forma fino a domani, e verrò a riportarglielo allʼora che crede.—Alle dieci: ti pare?—Alle dieci! Viene il domani. I due calzolaj allʼora fissata salgono le scale che conducono al domicilio dello studente e si arrestano entrambi dinanzialla stessa porta, ciascuno col suo stivale sotto braccio.—Chi cercano? domanda la signora della casa, presentandosi—lo studente B..., rispondono ad una voce i due calzolaj.—Partito jeri sera per Cremona.—Diamine! Io doveva portargli questo stivale...—E anchʼio...!—I due Crispini spalancano tanto dʼocchi.—Quando tornerà il signor B...?—Dio sa quando! forse mai, rispondo la signora; ha compiuto i suoi studii, ha ottenuto la laurea, non occorre chʼegli torni.—Ma io....!—Ma io!—esclamano allʼunissono le due vittime, sollevando lo stivale. Non ha lasciato il destro?—Non ha lasciato il sinistro?...—Io ne so nulla, dice la signora, che ha già indovinata la strana burletta perpetrata dal suo arguto inquilino; ciò che io so, è chʼegli è partito con un bel pajo di stivaletti nuovi, così nitidi e lucenti che abbagliavano a vederli.—Finalmente anche, i due malcapitati calzolaj compresero ciò che era forza comprendere.—Col mio stivale destro..., disse lʼuno.—Col mio stivale sinistro..., soggiunse lʼaltro.—Si può ancora formare il pajo.—Verissimo... Non ci resta che ad accoppiarli... È quello appunto che ha fatto il nostro birbo committente.—I due calzolaj eran statiminchionati così bene, che passato il primo bruciore, risero insieme più volte della mala ventura loro occorsa.Quantunque assai noto, perchè più recente, merita di passare ai posteri il brillante episodiopuffisticodal quale ebbe origine il motto:el gha gamba bonna; motto che a Milano suol ripetersi ogni volta che sia in gioco la strategia di qualche matricolato furbacchione. Anche in questo caso la vittima fu un calzolajo. Un giovanotto decentemente vestito entra in una bottega sulla corsia del Broletto e domanda un pajo di stivaletti.—Veda un poco se questi gli vanno! disse il padrone di bottega.—Lʼaltro, si prova a calzarli, si leva dal sedile, divincola il piede, fa qualche passo... ottimamente! non cʼè che dire.—Dʼun tratto balza nella bottega, uno sconosciuto, si slancia contro il giovane dagli stivaletti, gli applica alla guancia un sonorissimo schiaffo, e via di corsa.—Aspetta che ti acconcio io per le feste! grida lo schiaffeggiato, uscendo furioso dalla bottega e dandosi ad inseguire lo sconosciuto. Il calzolajo ed i fattorini accorrono in sulla porta per vedere come la vada a finire.—I due fanno a chi più corre, e allo svolto di una contrada scompariscono.—Lo raggiungerà! lo raggiungerà!esclama il dabben calzolajo; quel briccone corre lesto, ma anche lʼaltro è di buona gamba!—Infatti i due sozii corsero tanto e con lena siffatta, che nessuno ebbe più nuova di loro nè degli stivaletti elegantissimi che lʼun dʼessi si era procacciati con quellʼaudace stratagemma.[4]Se la parca inesorabile non avesse troncato innanzi tempo il filo deʼ suoi giorni e delle sue opere immortali, lʼautore del presente opuscolo avrebbe indubbiamente dettato degli stupendi precetti aipuffistisulla maniera di redigere il loro epistolario. Si vuole unʼarte finissima, si vuole una rettorica speciale per intrattenere coi creditori una profittevole corrispondenza epistolare, per rispondere alle lettere, talvolta volgari e atrocemente irritanti che ordinariamente accompagnano le note dei fornitori insubordinati. Si tratta di ammansare una belva. Con poche linee di scritto, contrapposto ad una grossolana intimazione di salumiere o di macellajo, si riesce talvolta ad ottenere che un libro mastro, già saturo di addizioni illiquidabili, si riapra per un credito illimitato. Questo genere di eloquenza non si insegna nelle scuole, non trova esempi nei trattati; è lʼeloquenza del geniopuffistico. In certicasi, si tratta semplicemente di indirizzarsi al cuore e di commuovere; talvolta convien ostentare meraviglia e disdegno, opporre alla minaccia il risentimento, allʼarroganza lʼinsulto. Gli argomenti derivati dallʼidealismo umanitario, rilevati dalle più assurde astruserie, dalle più stravaganti insensatezze, è ben raro che falliscano allo scopo. Nullameno, io sono dʼavviso, che a meno di aver raggiunta la più alta meta cui possa aspirare, unpuffistadi prima classe, il sistema epistolare da preferirsi sia quello che si indirizza al sentimento, che mira ad ispirare una simpatica e generosa commozione. Con tal metodo il mio giovane amico D. B. ottenne, durante la sua dimora a L..., dei risultati ammirabili. Trascriverò, ad esempio del genere, la breve lettera da lui indirizzata ad un salsamentario, il quale aveva osato alla fine dʼanno mandargli una nota di lire trecento:«Pregiatissimo Signore,«Al capezzale della mia povera vecchia madre morente, ho ricevuto la vostra lettera, che mi ricorda un sacro dovere. Appena avrò un poʼ di testa... per esaminare... per confrontare... ecc. ecc... appena la santa donna, che mi vuol sempre vicino, sarà uscita di pericolo, iocorrerò da voi per regolare le partite. Frattanto, credete ai sensi ecc.»Vostro devotissimoD. B.Una lettera quasi identica spedì a quella medesima epoca il nostropuffistaesordiente agli altri suoi creditori. Questi non osarono rinnovare le istanze, e attesero con animo tranquillo. Ma un bel giorno, lʼamico D. B. abbandonòinsalutato hospitela città dove avea vissuto lautamente per un anno; probabilmente la povera santa vecchia era guarita, ma i creditori non ebbero motivo di rallegrarsene.Prima di ricorrere alla rettorica esacerbante delle insolenze, un abile e prudente puffista deve aver esaurite tutte le pratiche ammollienti. Lʼimpressione più istantanea e più naturale che deve prodursi nellʼanimo cavalieresco di unpuffistaal vedersi dinanzi la nota impertinente di un creditore, è quella di un olimpico stupore. Un personaggio alto locato, che si atteggia da principe, da barone, da marchese, che si fa chiamare sua eccellenza il sig. commendatore ecc. ecc., non può a meno, di atteggiarsi a meraviglia al vedere che un miserabilesubalterno osa importunarlo per una inezia. Mille, duemille, ventimille lire, non rappresentano infatti, per un principe russo, per un ammiraglio peruviano, altrettante cifre impercettibili? Qual vʼè somma tanto ingente che passando pel lambicco aritmetico di un debitore insolvibile, non si pareggi ad uno zero?—Tiens! Tiens!esclamava un francese puffista (sono famosi!) ogni, volta che un creditore commetteva lʼirriverenza di presentargli una nota. E quel monosillabo, profferito con accento di sorpresa, saldava la partita.Ordinariamente, nel rispondere alle sollecitazioni dei fornitori più impertinenti, i grandi puffisti si appigliano al seguente formulario:«Pregiatissimo Signore,«Ho lʼonore di informarvi che la nota da Voi speditami in data... ecc. ecc. lʼho trasmessa oggi stesso al mio amministratore, perchè più sollecitamente che per lui si possa, come di ragione, provveda al pareggio. Tanto; per vostra norma, e mi dico«Barone diPuffardaraecc. ecc.»Naturalmente, il creditore si consola e lascia passare una quindicina di giorni prima di ripetere lʼattacco. La risposta che i baroni diPuffardara sogliono contrapporre alla seconda richiesta, è scritta su per giù in questi termini:«Con mia somma meraviglia vengo ad apprendere dalla S. V. che il mio amministratore non ha finora provveduto a mettersi in regola con voi. Mi piace attribuire ad un obblìo questa irregolarità di condotta del mio uomo dʼaffari, anzichè sospettare in lui una negligenza colpevole. Questa sera lo farò chiamare nel mio gabinetto, e in ogni caso, gli ricorderò i suoi doveri. Aggradisca ecc. ecc.»Ecco unʼaltra dilazione spontanea, ottenuta con quattro linee di scritto. È raro il caso che un barone di Puffardara debba replicare ad una terza lettera della vittima. Quando ciò avviene, la frase dellʼesordio è sempre questa: «Ho dato al mio amministratore una buona lavata di testa per la sua colpevole trascuranza ed ho minacciato di licenziarlo se entro la settimana ecc. ecc.» Entro la settimana, il barone si licenzia dalla città nelle ore mestissime del crepuscolo—abbandonando ai numerosi clienti la cura di amministrare i suoipuffa tutto loro agio.Le frasi ad effetto, che intontiscono chi legge, rare volte falliscono allʼintento. Recherò unsolo esempio. Anni sono, quando io conduceva a Milano la vita sbrigliata dello scapolo, un giovane poeta e romanziere, dotato di molto accume puffistico mi pregò lo presentassi ad un sarto acciò questi gli fornisse un abbigliamento completo da pagarsi in rate mensili. Gli abiti in men di tre giorni furono allestiti e consegnati, ma i mesi trascorsero, trascorse lʼanno, e il poeta romanziere, assorto nella sue divine fantasticherie, sdruscì le stoffe prima di averle pagate. Naturalmente, il sarto gli scrive. Il poeta, che per caso è anche gentiluomo, risponde, e siccome la cortesia delle risposte non è mai avvalorata di qualche spicciolo, lʼepistolario si prolunga per parecchi mesi. Un giorno il dabben sarto si reca da me. Veda un poco, mi dice, che razza di istorie mi vien contando quel signor poeta da Lei raccomandato! Così parlando, mi presenta una lettera. Nelle prime linee, lʼamico faceva le sue scuse, parlava di gravi e urgenti impegni pei quali aveva dovuto sprovvedersi di ogni suo avere, chiedeva nuove proroghe al pagamento. Ciò che aveva colpito il sarto—ed io pure, lo confesso, ne rimasi colpito—era la chiusa della lettera—«Io vi ho esposti, concludeva lʼamico poeta, con schiettezza da galantuomo le tristi condizioni nelle quali verso attualmente; ma se questo non bastasse ad impetrarmi grazia,se fosse intento vostro di continuare a vessarmi con visite e con scritti impertinenti, allora sarò costretto a rammentavi chevoi siete sarto, e che, una volta accettata la missione di sarto, avete lʼobbligo di vestire lʼumanità.» Non vi par questo uno di quei motti sublimi di insensatezza che sfidano la dialettica più ardita, che ottundono il cervello più arguto? Io mi dichiarai incapace di confutare lʼamico, e il povero sarto non osò per alcun tempo riprendere i suoi attacchi contro un uomo sì fortemente trincierato negli argomenti del diritto naturale.[5]Chieder denaro a prestito a mezzo di lettera non è tattica dapuffistadistinto, a meno che la domanda non sia stata preceduta da abili strategie, le quali escludano ogni probabilità di un risultato negativo. Un celebre artista da teatro, del quale sopprimo il nome, mi narrò a tale proposito una graziosa storiella che amo qui riferire ad edificazione di chi intende iniziarsi alla grandʼarte.—Ero giunto da pochi giorni a Milano (ripeto testualmente le parole dellʼamico) per dar principio ai concerti della mia nuova opera destinata alla Scala. Un bel mattino, mentre stavo abbigliandomi, sento bussare allʼuscio della mia camera.—Chi e là?—Era un garzonetto con una lettera alla mano.Getto gli occhi sulla soprascritta—diamine! son caratteri noti!... i caratteri del mioquondamamico X. Diamine! Che vorrà dire?—È dʼuopo sapere che con questo signor X, letterato e giornalista di qualche fama, io mʼera due anni prima bisticciato a cagione di non so quali sue polemiche. Dʼallora in poi era cessata ogni nostra relazione; non ci eravamo più veduti, non ci eravamo più scritti. Comprenderai la mia sorpresa al ricevere una sua lettera.Ecco di che si trattava:«Mio caro D.....,«Oggi ricorre lʼanniversario della mia nascita, è il giorno delle ricordanze soavi, il giorno delle dolci espansioni. Voglio, allʼora del pranzo, avere intorno alla mia mensa tutte le persone a me care. Ho invitato i parenti e gli amici—nessuno mancherà. Orbene: Che vuoi? Questa mattina appunto mi venne detto che tu eri a Milano. Ho provato una stretta al cuore. E il primo pensiero che mi sovvenne fu questo: anchʼegli... una volta... era deʼ nostri!... Non ho saputo resistere... Ho preso la penna e ti ho scritto..; Via! Ti stendo la mano... Confesso dʼaver avuto dei torti... Forse qualche torto... vi fu anche da parte tua... Ma dunque? Sʼhaproprio da troncare una vecchia amicizia...! Qua la mano, mio buon Peppo; prometti che oggi alle quattro (alle quattro precise, bada bene—poichè i risi alla veneziana, che ti piacciono tanto, non mancheranno) tu sarai qui, seduto alla mia tavola al posto dʼonore... al fianco mio, al fianco di mia moglie, in mezzo ad una corona di amici che brinderanno alla nostra riconciliazione. Tu verrai... tu sarai dei nostri, non è vero?—Due soli motti al fattorino—ed io conterò questo fra i più lieti anniversarii della mia vita.«Col cuore, proprio col cuore:«Tuo affez. X.»Una strana commozione si impossessò di me al leggere quello scritto—tu sai come Dio mi ha fatto—ho proprio sentito una lacrima scorrermi sulle guancie.—Il mio buon... X! Ma presto!... chʼegli non soffra... nellʼincertezza!—Detti mano alla penna e vergai di fretta la risposta:«Mio caro X....,«Ma... figurati!... toccava a me...! tutti i torti eran miei... ti domando mille scuse... Non dubitare... Alle quattro sarò da te... Ah! sʼiosapessi di qual modo attestarti la mia gioja, la mia riconoscenza!.. Chiedi, domanda... Io sono ancora lʼamico di una volta!... Oggi... a tavola discorreremo... Non dubitare... sarò esatto... Hai pensato anche ai risi...! Bravo amicone! A ben vederci, fra poche ore... Intanto quattro baci grossi... grossi... di quelli che vanno in fondo dellʼanima dal«Tutto tuo G. B.»Consegnai la risposta al fattorino, che partì come una freccia. Ero proprio contento. Saltellavo per la stanza come avessi guadagnata un terno al lotto—e già avevo divisato di spendere una trentina di lire per un bel mazzo di fiori da inviare alla signora, quando il fattorino mi comparve di nuovo nella stanza e mi porse unʼaltra lettera dellʼamico:«Mio amatissimo G. B.,Non puoi immaginare qual festa abbiamo fatto, mia moglie ed io, al leggere la tua amabile risposta! Sempre pari a te stesso!... Una gran mente e un gran cuore!—Vuoi subito una prova della fede che noi riponiamo nella tua schiettezza e nella tua generosità? Tu mi scrivi laconicamente:chiedi, domanda... Ed io, senza esitare un istante,chiedo... domando. Puoi tu farmi avere, dentro oggi, prima dellequattro, un biglietto da lire cinquecento? Tu lo puoi, senza dubbio, e quindi me li spedirai subito a mezzo del fattorino... Dopo questo, a rivederci alle quattro. Ti prepariamo una ovazione.«Il tutto tuo, ecc.»Tutto caldo, comʼero, di entusiastica commozione, chiusi, senzʼaltro riflettere, in un involto la piccola somma e la inviai allʼamico. Poi, alle quattro, mi recai, come avevo promesso, a pranzare da lui. Dio! quali feste! quale accoglienza da parte di tutti! Fui collocato al posto dʼonore. Fui colmato di amorevolezze. Alla frutta, cominciarono i brindisi e le declamazioni. Ma al momento, in cui lʼallegria generale, fomentata dallo sciampagna, toccava il colmo, una cupa tristezza si aggravò sul mio spirito, il sorriso si dileguò dal mio labbro, divenni mutolo ed imbronciato. Non riuscivo di cavarmi dalla mente questa idea fissa: Questo pranzo eccellente, questi vini squisitissimi, sei tu, o minchione, che li ha pagati—e forse lʼamico si burla di te nel segreto del cuore, e ride della tua dabbenaggine!Ed ecco di qual maniera, un grande ed espertopuffistapuò, anche a mezzo dellʼepistolario, spostare le banconote a suo vantaggio ed a gloria dellʼarte.[6]Nellʼanno 1850 io accompagnava in qualità di segretario, un celebre violoncellista che percorreva la Francia dando dei concerti. Nella piccola città di C... le cose erano andate alla peggio. Allʼalbergo, ove da oltre un mese eravamo alloggiati e nutriti lautamente, vi era già un grosso conto a nostro carico. Lʼultimo concerto, sul quale si era fatto assegnamento per soddisfare al nostro debito, aveva fruttato a mala pena una diecina di scudi. Allʼindomani, il mio violoncellista entra nella camera dove io stava abbigliandomi, e mi dice: «Caro segretario, conviene prendere una risoluzione! Per partire decorosamente da questa città ci occorrono cinquecento lire allʼincirca—bisogna trovarle. Tu sai che il signor Roux, pel quale ebbi una lettera commendatizia, mi accolse con molto affetto e mi tiene in gran conto; sono andato più volte da lui, e siccome egli è buon dilettante di musica e amantissimo dei classici, abbiamo suonato insieme i duetti di Beethoven. Il signor Roux, per quanto dicono, è assai ricco. Animo dunque! Prendi una penna. Scrivigli a mio nome una bella lettera, esponigli schiettamente la nostra situazione, e domandagli a prestito la somma che ci occorre.—Ma io...—Non pensare! la lettera, naturalmente la firmerò io.» Non posi di mezzo altre osservazioni, scrissi,e la lettera fu spedita a mezzo di un garzone dellʼalbergo. Di lì a unʼora, mentre si faceva colazione nel salottino, un domestico in livrea venne a portare la risposta. Il signor Roux con frasi oltremodo cortesi ed amabili si scusava di non poter pel momento, malgrado il suo vivo desiderio di favorire un artista tanto valente, prestargli la piccola somma. E soggiungeva, tanto da ammorbidire il rifiuto: «Se fosse lʼepoca del raccolto dei bozzoli, quando il denaro affluisce nelle casse dei possidenti, vi assicuro che non esiterei un istante a compiacervi, e sarei lietissimo di potervi dare anche più di quanto richiedete.» II mio violoncellista punto sconcertato da quella lettura, stette alcun tempo silenzioso cogli occhi affissati sul foglio. Poi, colla maggior calma del mondo: «Sai tu dirmi in qual mese dellʼanno si raccolgono i bozzoli?—Credo, ai primi di giugno.—Siamo ora... agli ultimi di marzo... soggiunse pacatamente lʼamico.... Non importa! Lʼalbergatore vorrà ben fidarsi della parola del signor Roux. Prendi subito la penna, e scrivi al signor Roux che noi attenderemo i suoi comodi.» Confesso che nel vergare questa seconda lettera io aveva le vertigini nel cervello. Che fare? Nella mia qualità di segretario, mi era forza di piegare il capo.—Scrissi ciò che lʼamico dettava, e la lettera fuconsegnata al domestico. Non starò a narrare per filo e per segno di qual maniera io riuscii a distaccarmi da quellʼuomo singolare, che stampò in ogni provincia dellʼEuropa delle orme incancellabili di genio.Egli rimase allʼalbergo di C... in attesa delle lire cinquecento, e verso la metà di giugno io ricevetti a Lione una sua lettera dove mi annunziava che lʼinfameRoux, mancando alla data promessa, non gli aveva ancora pagate le cinquecento lire, e chʼegli contava trascinare quelviledinanzi ai tribunali, mettendo a suo carico gli interessi e domandando il risarcimento dei danni materiali e morali a lui derivati dal mancato pagamento. Più tardi mi venne riferito che il signor Roux, per liberarsi da quella nojapagòle cinquecento lire e a proprie spese provvide a che il celebre suonatore di duetti classici partisse per Marsiglia.FINE DELLE NOTE.

c4CAPITOLO IV.La corda sensibile.Tutto sta a trovare lacorda sensibile. Ilpuffè come lʼamore.—Volete farvi amare da una donna?—Convien toccare e solleticare la suacorda sensibile.—Il medesimo processo si tiene per spremere lʼoro da unavittima.Lʼaneddoto che più sopra ho riferito spiega in parte il meraviglioso segreto. Lacorda sensibiledel vecchio romagnolo era lʼavarizia, e il mio piccolo allievo, fingendosi avaro a sua volta, raggiunse il suo nobile intento.Studiate attentamente le tendenze e le passioni della vostravittima, e innanzi tutto abbiate sempre in mente che la vanità costituisce il principale elemento del carattere umano.—Da questa verità fisiologica emerge necessariamente che lʼadulazione vuol riputarsi uno degli ausiliari più efficaci epotenti per bene iniziare e condurre a buon fine una operazionepuffistica.A Firenze, anni sono, io piantai uno splendidopuffad un ricco banchiere, il quale aveva la debolezza di credersi poeta. Nulla più detestabile deʼ suoi versi. Egli si piccava di improvvisare sonetti a rime obbligate, e una volta lanciato nella carriera, non vi era più modo di arrestarlo. Quellʼuomo era il terrore dei circoli—quandʼegli apriva lo scartafaccio per leggere le sue interminabili pappolate—quandʼegli, annunziandosi invasato dallʼestro, domandava enfaticamente delle rime, il vuoto si faceva intorno a lui e gli sfortunati chʼerano costretti ad ascoltarlo, si contorcevano sulle seggiole come i gatti a temporale imminente.—Orbene: io mi ebbi il coraggio di rimanere parecchie notti da solo a solo con lui a proporgli dei temi e delle rime e ad ascoltare le sue narcotiche stramberie. Quellʼuomo in brevissimo tempo prese ad adorarmi. Quandʼegli declamava i suoi versi, io spalancava certi occhiacci da mettere il brivido ai morti; io mi asciugava la fronte ad ogni tratto, io piangeva, sospirava, io balzava tratto tratto dalla seggiola e mi faceva a percorrere lasala come un invasato. Una volta questa commedia durò dalle sei della sera fino alle quattro del mattino. Il banchiere era spossato dalla lunga declamazione: dal mio canto io insisteva perchè mi compiacesse di un ultimo sonetto.—No! non è possibile... La mia vena è inaridita... le muse mi abbandonano...! rispondeva il banchiere fissando le rime con occhio torbido e sonnolento.—Come mai? questa sera vi siete stancato di buonʼora, gli dissi levando di tasca lʼorologio: si è appena finito di pranzare...!—Sono le quattro del mattino! rispose il banchiere ingenuamente, dopo aver consultato il suo cilindro dʼoro sfavillante di brillanti.—Le quattro del mattino! gridai io, balzando in piedi colla espressione del più vivo disappunto—possibile!... ma io sono dunque rovinato!... Ah! banchiere... il cuore me lo diceva che un giorno o lʼaltro, in grazia dei vostri versi, avrei commesso qualche storditaggine!... Figuratevi che si tratta...—Ebbene: si tratta?... domanda ansiosamente il mio uomo spaventato dal mio atteggiamento—si tratta?—Via! non vi allarmate, signor poeta! soggiungo io con voce più calma—il piacere che mi hannodato i vostri versi, le emozioni di questa dolce e troppo breve serata valgon bene il sacrifizio di diecimila franchi.... Cosa sono finalmente, per un mio pari diecimila franchi?.... Una bagatella,... una inezia.... Dʼaltronde non è detto che siano perduti...—Ma signore... se credete che io possa...—Non vi incomodate, banchiere... non datevi pena per questo incidente.... Si trattava di un amico... voi sapete... di quel Lord Midletton, al quale due sere sono ho prestato una piccola somma sul giuoco.... Non ho mai conosciuto un giuocatore più sfortunato di Lord Midletton... tanto è vero che in poche settimane di soggiorno a Firenze egli si è dissestato.... Orbene, questa notte alle undici agli doveva partire per Londra e si era contenuto che io mi recassi da lui per ritirare la mia piccola somma. Vi confesso che in questo momento quel denaro non mi avrebbe dato incomodo.... Il mio corrispondente di Bruxelles è in ritardo... ed è questa la prima volta che, per favorire un amico, mi accade di trovarmi in imbarazzo.... Ma è probabile, anzi probabilissimo che lord Midletton abbia incaricato qualcuno di trasmettermi la somma.... Domattina farò delle indagini, enel caso...—E nel caso che queste indagini riuscissero a nulla, soggiunse la miavittimacollʼaccento solenne del banchiere danaroso, io voglio ben sperare che non dimenticherete esistere a Firenze un poeta eccezionale, nel cui scrigno vi è sempre unfondodi cinquecentomila franchi per far onore agli impegni della banca e per favorire qualche amico.—Spero che non ci sia questo bisogno, risposi, ma nel caso che lord Midletton mi avesse dimenticato io mi guarderò bene dal ricorrere ad altri che a voi. Ma badate che io sono più esigente di quello che voi forse immaginate. Io non mi ridurrò mai ad accettare il vostro grazioso prestito se con quello non mi accordate il favore che più volte vi ho dimandato, di pubblicare per le stampe il vostro immortale poema sullaTrasmigrazione delle anime, che io ritengo la più meravigliosa opera uscita dal cervello umano.Il banchiere sorrise come un ebete, e stendendomi la mano, con voce soffocata dalla beatitudine mi disse:—non mi tentate... non fatemi violenza... non imponete dei patti impossibili.... Io posso bene affidare qualche miliajo di lire ad un galantuomo pari vostro—magettare le mie perle nel fango?—via! questo sarebbe troppo! Non vi sono che due uomini nellʼetà presente che possano comprendere la miaTrasmigrazione—questi due uomini siamo io e voi!Allʼindomani verso le quattro, scrissi una lettera al banchiere per fargli capire che io era assai ben disposto ad accogliere i dieci mila franchi a titolo di prestito, ma al tempo stesso io insistevo per la pubblicazione del poema.Il banchiere mi inviò tosto i dieci mila franchi in tanti biglietti della banca francese e con quelli il manoscritto dellaTrasmigrazioneche egli mi dedicava collʼepigrafe:allʼuno dei due.Io chiusi laTrasmigrazione delle animenella valigia, e dopo ventiquattro oretrasmigraicorpo ed anima per regioniignote.Troppo lungo sarebbe il narrarvi i grandi e molteplici risultati che io ottenni solleticando lacorda sensibiledi diversi individui.—Gli esempi che ho riferiti in questo e nel capitolo precedente, aʼ miei lettori perspicaci, dimostreranno lʼimportanza e lʼefficacia del mio metodo.

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La corda sensibile.

Tutto sta a trovare lacorda sensibile. Ilpuffè come lʼamore.—Volete farvi amare da una donna?—Convien toccare e solleticare la suacorda sensibile.—Il medesimo processo si tiene per spremere lʼoro da unavittima.

Lʼaneddoto che più sopra ho riferito spiega in parte il meraviglioso segreto. Lacorda sensibiledel vecchio romagnolo era lʼavarizia, e il mio piccolo allievo, fingendosi avaro a sua volta, raggiunse il suo nobile intento.

Studiate attentamente le tendenze e le passioni della vostravittima, e innanzi tutto abbiate sempre in mente che la vanità costituisce il principale elemento del carattere umano.—Da questa verità fisiologica emerge necessariamente che lʼadulazione vuol riputarsi uno degli ausiliari più efficaci epotenti per bene iniziare e condurre a buon fine una operazionepuffistica.

A Firenze, anni sono, io piantai uno splendidopuffad un ricco banchiere, il quale aveva la debolezza di credersi poeta. Nulla più detestabile deʼ suoi versi. Egli si piccava di improvvisare sonetti a rime obbligate, e una volta lanciato nella carriera, non vi era più modo di arrestarlo. Quellʼuomo era il terrore dei circoli—quandʼegli apriva lo scartafaccio per leggere le sue interminabili pappolate—quandʼegli, annunziandosi invasato dallʼestro, domandava enfaticamente delle rime, il vuoto si faceva intorno a lui e gli sfortunati chʼerano costretti ad ascoltarlo, si contorcevano sulle seggiole come i gatti a temporale imminente.—Orbene: io mi ebbi il coraggio di rimanere parecchie notti da solo a solo con lui a proporgli dei temi e delle rime e ad ascoltare le sue narcotiche stramberie. Quellʼuomo in brevissimo tempo prese ad adorarmi. Quandʼegli declamava i suoi versi, io spalancava certi occhiacci da mettere il brivido ai morti; io mi asciugava la fronte ad ogni tratto, io piangeva, sospirava, io balzava tratto tratto dalla seggiola e mi faceva a percorrere lasala come un invasato. Una volta questa commedia durò dalle sei della sera fino alle quattro del mattino. Il banchiere era spossato dalla lunga declamazione: dal mio canto io insisteva perchè mi compiacesse di un ultimo sonetto.—No! non è possibile... La mia vena è inaridita... le muse mi abbandonano...! rispondeva il banchiere fissando le rime con occhio torbido e sonnolento.—Come mai? questa sera vi siete stancato di buonʼora, gli dissi levando di tasca lʼorologio: si è appena finito di pranzare...!—Sono le quattro del mattino! rispose il banchiere ingenuamente, dopo aver consultato il suo cilindro dʼoro sfavillante di brillanti.—Le quattro del mattino! gridai io, balzando in piedi colla espressione del più vivo disappunto—possibile!... ma io sono dunque rovinato!... Ah! banchiere... il cuore me lo diceva che un giorno o lʼaltro, in grazia dei vostri versi, avrei commesso qualche storditaggine!... Figuratevi che si tratta...—Ebbene: si tratta?... domanda ansiosamente il mio uomo spaventato dal mio atteggiamento—si tratta?—Via! non vi allarmate, signor poeta! soggiungo io con voce più calma—il piacere che mi hannodato i vostri versi, le emozioni di questa dolce e troppo breve serata valgon bene il sacrifizio di diecimila franchi.... Cosa sono finalmente, per un mio pari diecimila franchi?.... Una bagatella,... una inezia.... Dʼaltronde non è detto che siano perduti...—Ma signore... se credete che io possa...—Non vi incomodate, banchiere... non datevi pena per questo incidente.... Si trattava di un amico... voi sapete... di quel Lord Midletton, al quale due sere sono ho prestato una piccola somma sul giuoco.... Non ho mai conosciuto un giuocatore più sfortunato di Lord Midletton... tanto è vero che in poche settimane di soggiorno a Firenze egli si è dissestato.... Orbene, questa notte alle undici agli doveva partire per Londra e si era contenuto che io mi recassi da lui per ritirare la mia piccola somma. Vi confesso che in questo momento quel denaro non mi avrebbe dato incomodo.... Il mio corrispondente di Bruxelles è in ritardo... ed è questa la prima volta che, per favorire un amico, mi accade di trovarmi in imbarazzo.... Ma è probabile, anzi probabilissimo che lord Midletton abbia incaricato qualcuno di trasmettermi la somma.... Domattina farò delle indagini, enel caso...—E nel caso che queste indagini riuscissero a nulla, soggiunse la miavittimacollʼaccento solenne del banchiere danaroso, io voglio ben sperare che non dimenticherete esistere a Firenze un poeta eccezionale, nel cui scrigno vi è sempre unfondodi cinquecentomila franchi per far onore agli impegni della banca e per favorire qualche amico.—Spero che non ci sia questo bisogno, risposi, ma nel caso che lord Midletton mi avesse dimenticato io mi guarderò bene dal ricorrere ad altri che a voi. Ma badate che io sono più esigente di quello che voi forse immaginate. Io non mi ridurrò mai ad accettare il vostro grazioso prestito se con quello non mi accordate il favore che più volte vi ho dimandato, di pubblicare per le stampe il vostro immortale poema sullaTrasmigrazione delle anime, che io ritengo la più meravigliosa opera uscita dal cervello umano.

Il banchiere sorrise come un ebete, e stendendomi la mano, con voce soffocata dalla beatitudine mi disse:—non mi tentate... non fatemi violenza... non imponete dei patti impossibili.... Io posso bene affidare qualche miliajo di lire ad un galantuomo pari vostro—magettare le mie perle nel fango?—via! questo sarebbe troppo! Non vi sono che due uomini nellʼetà presente che possano comprendere la miaTrasmigrazione—questi due uomini siamo io e voi!

Allʼindomani verso le quattro, scrissi una lettera al banchiere per fargli capire che io era assai ben disposto ad accogliere i dieci mila franchi a titolo di prestito, ma al tempo stesso io insistevo per la pubblicazione del poema.

Il banchiere mi inviò tosto i dieci mila franchi in tanti biglietti della banca francese e con quelli il manoscritto dellaTrasmigrazioneche egli mi dedicava collʼepigrafe:allʼuno dei due.

Io chiusi laTrasmigrazione delle animenella valigia, e dopo ventiquattro oretrasmigraicorpo ed anima per regioniignote.

Troppo lungo sarebbe il narrarvi i grandi e molteplici risultati che io ottenni solleticando lacorda sensibiledi diversi individui.—Gli esempi che ho riferiti in questo e nel capitolo precedente, aʼ miei lettori perspicaci, dimostreranno lʼimportanza e lʼefficacia del mio metodo.

c5CAPITOLO V.Dellʼordine delpuff.La prima vittima delpuffistache vuol slanciarsi nella brillante carriera senza incontrare ostacoli, senza incorrere nei lacci che insidiano ordinariamente i primi passi di tutte le carriere umane, vuol essere il sarto.Una volta che siate riuscito apuffareun sarto, una volta che abbiate indossato, senza pagarlo, un abito completo da gentiluomo alla moda, eccovi padrone del campo, eccovi sollevato di un tratto nelle più alte e fortunose regioni delpuff.Io prevedo le vostre objezioni.—Voi mi direte che il vestiario non basta—ci vogliono, a completarlo, degli accessorj che il sarto non può fornire—le lingerie, la scarpe, il cappello....Objezioni da principiante!—È forse detto che apuffareil calzolajo ed il fabbricatore di cappelli si richiegga un sistema particolare,che non sia quello da usarsi col sarto?[3]Vi è un Dio per ipuffisti.—Io credo anzi che nello stabilire le grandi e immutabili leggi dellʼordine universale, Iddio abbia più che altro pensato alle vaste e molteplici complicazioni che nel seno della umanità dovevono insorgere a causa delpuff.Eppure questo Dio, nel creare gli uomini a sua imagine e similitudine, ha fatto una eccezione pel sarto, e si è compiaciuto, nella sua infinita bontà e sapienza, di dare a questa prima, indispensabile vittima delpuffista, degli istinti particolari di caponaggine.Vi parrà un paradosso la definizione che io sto per darvi:—il sarto è un animale creato da Dio per lasciarsipuffaredaʼ suoi proprii abiti.[4]Ah! voi credete dunque che il sarto vi faccia credito pei vostri begli occhi, pei vostri baffi inannelati e profumati? Vi ingannate a partito. Se il sarto non ardisce presentarvi il conto, se il sarto non vi importuna, non vi molesta per ottenere il pagamento, tutto ciò proviene dalla grande stima, dal grande rispetto che egli professa per gli abiti che aveste da lui. Più questiabiti saranno ricchi e costosi, e più imporranno al vostro sarto.—Voi non lo avete pagato, non lo pagherete mai—che importa?—Il sarto vedendovi passare colpaletotche egli stesso vi ha fornito, non potrà a meno di levarsi il cappello e di inchinarsi fino a terra. Come gli sta bene quelpaletot! pensa egli—unpaletotda quattrocento franchi...! queste robe non le portano che i grandi signori.... Anche lui senza dubbio è un grande signore!Cosi ragiona il vostro sarto.—Il giorno in cui le maniche del vostropaletotcomincieranno a spiumarsi, il giorno in cui i vostri pantaloni avran perduto la primitiva freschezza—tenetevi ben in guardia! Il sarto a sua volta comincierà a diffidare, e per poco che voi non lo abbiate prevenuto, egli sarebbe ben capace di presentarvi la nota!—Non permettete mai che le cose giungano a tale estremo. Quando il sarto ha cessato di sorridervi dolcemente, quando neʼ suoi inchini si palesa qualche stento, quando i suoi occhi sembrano accusare di sbieco lo sdencio delle vostre stoffe, non vi resta tempo da perdere.—Bisogna andargli incontro, bisogna sorprenderlo, commetterglidelle nuove vesti che importino la doppia, la tripla somma di quelle che indossate. Il giorno in cui vi avrà rivestito, il sarto vi ridonerà la sua stima e non avrete più nulla a temere da lui.Colpita la prima vittima, le altre cadono da sè ai vostri piedi. Un uomo elegantemente e riccamente vestito divienepufffistasenza volerlo—egli non ha più bisogno di organizzare i suoipuff; egli li trova belli e fatti ad ogni passo del suo cammino, nella sua anticamera, a fianco del letto.Puffato il sarto, puffato il calzolajo, puffato il cappellaio, puffata la guantaia, convien darsi premura di puffare un orefice, il quale fornisca a prezzo dipuffuna bella catena dʼoro per lʼorologio, quattro o cinque anelli e tutti quei ninnoli che figurano cosi bene sulgiletdi unpuffistacome su quello di uno strappadenti. Lʼorefice sarà più duro degli altri—conviene abordarlo con qualche cautela e combatterlo collʼastuzia. Non sarà male che prima di passare a ciò che, in linguaggio puffistico, si chiama la consumazione dellʼatto, procacciate di conciliarvelo frequentando il suo negozio in qualità di dilettante. Un pò di erudizionein materia di pietre preziose potrà assai favorirvi nel puffare un orefice.Eccovi completo—oramai, per procedere nella grande carriera, non vi resta che a procacciarvi un alloggio—il quale alloggio dovrà essere quindi innanzi il punto centrale delle vostre operazioni—ilroccolodi quelle infinite varietà dimerliche Dio ha creato a bella posta per farsi spiumare dalpuffista.Intendete fissare dimora per alcun tempo in una città?—In tal caso vi consiglio ad uscire dallʼalbergo per prendere in affitto un grandioso appartamento. Badate però che lʼalbergo rappresenta il transito più sicuro per giungere ad un appartamento sulle ali delpuff. Quanto più ingente sarà ilpuffche voi saprete piantare nellʼalbergo, tanto più facile vi riuscirà lʼimpossessarvi del primo piano di un palazzo senza compromettere la vostra dignità dipuffista.—Voi avete quanto si domanda perchè un albergatore si lascipuffareda voi. Non dimenticate gli accessorii, che sono quattro o cinque valigie nuove, piene o vuote non importa, ma tali che col loro peso facciano bestemmiare i facchini dellaferrovia e i mozzi dellʼalbergo. Se le valigie, per un capriccio del caso, sono piene di mattoni, non obliate di chiuderle con una ventina di lucchetti. Oltre alle valigie è necessario che nel vostro equipaggio figurino dei forzierini misteriosi, quattro o cinque ombrelli legati a fascio, due o tre bastoni dal pomo brillante; alle quali cose potreste anche aggiungere, per maggior effetto, un pappagallo ed un piccolo pincio. Non sarà male se appena entrato nelle stanze dellʼalbergo, vi darete premura di sciogliere due o tre borse da viaggio, per lasciare in mostra sul tavolo qualcuno dei vostri oggetti di toletta.—Io mi ricordo che a Milano, allʼalbergo della Ville, una volta mi accadde di produrre una sensazione incredibile, poichè i camerieri, annunziando al padrone il mio arrivo, gli avevano detto che da una borsa da viaggio io aveva cavati fuori quattordici, tra spazzole, spazzoletti e spazzolini.—Possa quel buono ed onestissimo albergatore della Ville serbare eterna memoria delle mie quattordici spazzole, come io, nel regno dei beati ove sarò fra poco, non scorderò mai che gli sono tuttavia debitore di tremila ottantottolire e venticinque centesimi.—In ogni modo, entrando in un albergo (ed è inutile avvertire che questo albergo deve essere necessariamente il più rinomato della città) conviene che ilpuffistaspari il suo gran colpo.—Questo gran colpo potrebbe consistere nella straordinaria larghezza delle mancie distribuite albromistaed agli scaricatori delle valigie—o meglio ancora (ma questo stratagemma non può riuscire che ad unpuffistadi altissima levatura) nellʼordinare al padrone istesso dellʼalbergo di rimunerare col proprio denaro le persone che vi hanno servito. Neʼ miei tempi migliori, mi accadde una volta, scendendo alla stazione di Firenze, di trovarmi faccia a faccia con un mascalzone il quale ebbe la temerità di ricordarmi un miserabilepuffdi duecento cinquanta lire che io gli avevo piantato sei anni prima. Io non teneva nel mio portamonete che la nota dei mieipuff—figuratevi qual imbarazzo, e quale pericolo! Quel mascalzone mi avea abordato con famigliarità cosi plebea, che io non poteva esimermi dal pagarlo, a meno di subire una pubblica vergogna e di screditarmi al cospetto dellʼuniverso.—Ridotto a malpasso, feci avvicinare quattro vetture da piazza, una per me, lʼaltra pel mio pappagallo, la terza per un mio domestico negro, la quarta per i miei dodici bauli, E fatto salire nella mia carrozza il vile aggressore, ordinai che il convoglio si dirigesse allʼalbergo della Luna. Al rumore delle quattro carrozze, tutti i camerieri uscirono in massa nel cortile, e il padrone, venuto fuori cogli altri, si sprofondava nellʼinchinarmi. Io diedi agio a tutti quanti di ebetizzarsi completamente alla vista delle mie dodici valigie, del mio pappagallo e dello schiavo nero—poi, quando tempo mi parve, abordai il padrone con piglio risoluto, e parlandogli in quella lingua cosmopolita che è sempre di massimo effetto:—monsieur, gli dissi, oreste vous un poco di monneta piccola? Quanto le abbisogna, signore? due... tre franchi?... comandi!—Mi abbisogna moneta piccola... tanto come cinquecento franchi... in tanti piccoli pezzi di napollion dʼoro!—Lʼalbergatore numerò ancora una volta i miei bauli, diede una occhiata al mio pappagallo ed al mio negro, e quando ricorse al cassetto del banco e venne a me per portarmi i venticinque marenghi—adessoa te bon omo!—dissi al birbone che mi stava a lato per rinfacciarmi il miopuff—a te duecento franchi e cinquanta per tua bona familia che mi aver salvata la vita, e non dir niente a persone se non voler bastonar.Lʼassassino vedendo quellʼoro, spiccò due salti dalla consolazione e corse via che pareva invasato. Dopo ciò, pagai lautamente i bromisti e salii col corteggio delle mie valigie, agli appartamenti superiori. In quel momento un organetto era venuto a fermarsi sotto le finestre dellʼalbergo. Mi affacciai ai balcone, e gettando un marengo nel piattello del suonatore—io vi prego dʼaller vous en!... gli gridai dallʼalto,—domani si tornar, altro donar!....Quel povero suonatore, che forse nella giornata non avea raccolto un quattrino, si fece allora a ringraziarmi con tali parole e tali gesti, che la gente si agglomerò nella via—e, chi è? chi non è? donde è venuto?—in meno di quattro ore io divenni il soggetto di tutte le conversazioni di Firenze. Quel marengo gettato al suonatore mi valse la gloria di avere, in due mesi, piantato nella futura capitale del Regnounpuffdi quarantacinque mila lire pochi centesimi.

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Dellʼordine delpuff.

La prima vittima delpuffistache vuol slanciarsi nella brillante carriera senza incontrare ostacoli, senza incorrere nei lacci che insidiano ordinariamente i primi passi di tutte le carriere umane, vuol essere il sarto.

Una volta che siate riuscito apuffareun sarto, una volta che abbiate indossato, senza pagarlo, un abito completo da gentiluomo alla moda, eccovi padrone del campo, eccovi sollevato di un tratto nelle più alte e fortunose regioni delpuff.

Io prevedo le vostre objezioni.—Voi mi direte che il vestiario non basta—ci vogliono, a completarlo, degli accessorj che il sarto non può fornire—le lingerie, la scarpe, il cappello....

Objezioni da principiante!—È forse detto che apuffareil calzolajo ed il fabbricatore di cappelli si richiegga un sistema particolare,che non sia quello da usarsi col sarto?[3]

Vi è un Dio per ipuffisti.—Io credo anzi che nello stabilire le grandi e immutabili leggi dellʼordine universale, Iddio abbia più che altro pensato alle vaste e molteplici complicazioni che nel seno della umanità dovevono insorgere a causa delpuff.

Eppure questo Dio, nel creare gli uomini a sua imagine e similitudine, ha fatto una eccezione pel sarto, e si è compiaciuto, nella sua infinita bontà e sapienza, di dare a questa prima, indispensabile vittima delpuffista, degli istinti particolari di caponaggine.

Vi parrà un paradosso la definizione che io sto per darvi:—il sarto è un animale creato da Dio per lasciarsipuffaredaʼ suoi proprii abiti.[4]

Ah! voi credete dunque che il sarto vi faccia credito pei vostri begli occhi, pei vostri baffi inannelati e profumati? Vi ingannate a partito. Se il sarto non ardisce presentarvi il conto, se il sarto non vi importuna, non vi molesta per ottenere il pagamento, tutto ciò proviene dalla grande stima, dal grande rispetto che egli professa per gli abiti che aveste da lui. Più questiabiti saranno ricchi e costosi, e più imporranno al vostro sarto.—Voi non lo avete pagato, non lo pagherete mai—che importa?—Il sarto vedendovi passare colpaletotche egli stesso vi ha fornito, non potrà a meno di levarsi il cappello e di inchinarsi fino a terra. Come gli sta bene quelpaletot! pensa egli—unpaletotda quattrocento franchi...! queste robe non le portano che i grandi signori.... Anche lui senza dubbio è un grande signore!

Cosi ragiona il vostro sarto.—Il giorno in cui le maniche del vostropaletotcomincieranno a spiumarsi, il giorno in cui i vostri pantaloni avran perduto la primitiva freschezza—tenetevi ben in guardia! Il sarto a sua volta comincierà a diffidare, e per poco che voi non lo abbiate prevenuto, egli sarebbe ben capace di presentarvi la nota!—Non permettete mai che le cose giungano a tale estremo. Quando il sarto ha cessato di sorridervi dolcemente, quando neʼ suoi inchini si palesa qualche stento, quando i suoi occhi sembrano accusare di sbieco lo sdencio delle vostre stoffe, non vi resta tempo da perdere.—Bisogna andargli incontro, bisogna sorprenderlo, commetterglidelle nuove vesti che importino la doppia, la tripla somma di quelle che indossate. Il giorno in cui vi avrà rivestito, il sarto vi ridonerà la sua stima e non avrete più nulla a temere da lui.

Colpita la prima vittima, le altre cadono da sè ai vostri piedi. Un uomo elegantemente e riccamente vestito divienepufffistasenza volerlo—egli non ha più bisogno di organizzare i suoipuff; egli li trova belli e fatti ad ogni passo del suo cammino, nella sua anticamera, a fianco del letto.

Puffato il sarto, puffato il calzolajo, puffato il cappellaio, puffata la guantaia, convien darsi premura di puffare un orefice, il quale fornisca a prezzo dipuffuna bella catena dʼoro per lʼorologio, quattro o cinque anelli e tutti quei ninnoli che figurano cosi bene sulgiletdi unpuffistacome su quello di uno strappadenti. Lʼorefice sarà più duro degli altri—conviene abordarlo con qualche cautela e combatterlo collʼastuzia. Non sarà male che prima di passare a ciò che, in linguaggio puffistico, si chiama la consumazione dellʼatto, procacciate di conciliarvelo frequentando il suo negozio in qualità di dilettante. Un pò di erudizionein materia di pietre preziose potrà assai favorirvi nel puffare un orefice.

Eccovi completo—oramai, per procedere nella grande carriera, non vi resta che a procacciarvi un alloggio—il quale alloggio dovrà essere quindi innanzi il punto centrale delle vostre operazioni—ilroccolodi quelle infinite varietà dimerliche Dio ha creato a bella posta per farsi spiumare dalpuffista.

Intendete fissare dimora per alcun tempo in una città?—In tal caso vi consiglio ad uscire dallʼalbergo per prendere in affitto un grandioso appartamento. Badate però che lʼalbergo rappresenta il transito più sicuro per giungere ad un appartamento sulle ali delpuff. Quanto più ingente sarà ilpuffche voi saprete piantare nellʼalbergo, tanto più facile vi riuscirà lʼimpossessarvi del primo piano di un palazzo senza compromettere la vostra dignità dipuffista.—Voi avete quanto si domanda perchè un albergatore si lascipuffareda voi. Non dimenticate gli accessorii, che sono quattro o cinque valigie nuove, piene o vuote non importa, ma tali che col loro peso facciano bestemmiare i facchini dellaferrovia e i mozzi dellʼalbergo. Se le valigie, per un capriccio del caso, sono piene di mattoni, non obliate di chiuderle con una ventina di lucchetti. Oltre alle valigie è necessario che nel vostro equipaggio figurino dei forzierini misteriosi, quattro o cinque ombrelli legati a fascio, due o tre bastoni dal pomo brillante; alle quali cose potreste anche aggiungere, per maggior effetto, un pappagallo ed un piccolo pincio. Non sarà male se appena entrato nelle stanze dellʼalbergo, vi darete premura di sciogliere due o tre borse da viaggio, per lasciare in mostra sul tavolo qualcuno dei vostri oggetti di toletta.—Io mi ricordo che a Milano, allʼalbergo della Ville, una volta mi accadde di produrre una sensazione incredibile, poichè i camerieri, annunziando al padrone il mio arrivo, gli avevano detto che da una borsa da viaggio io aveva cavati fuori quattordici, tra spazzole, spazzoletti e spazzolini.—Possa quel buono ed onestissimo albergatore della Ville serbare eterna memoria delle mie quattordici spazzole, come io, nel regno dei beati ove sarò fra poco, non scorderò mai che gli sono tuttavia debitore di tremila ottantottolire e venticinque centesimi.—In ogni modo, entrando in un albergo (ed è inutile avvertire che questo albergo deve essere necessariamente il più rinomato della città) conviene che ilpuffistaspari il suo gran colpo.—Questo gran colpo potrebbe consistere nella straordinaria larghezza delle mancie distribuite albromistaed agli scaricatori delle valigie—o meglio ancora (ma questo stratagemma non può riuscire che ad unpuffistadi altissima levatura) nellʼordinare al padrone istesso dellʼalbergo di rimunerare col proprio denaro le persone che vi hanno servito. Neʼ miei tempi migliori, mi accadde una volta, scendendo alla stazione di Firenze, di trovarmi faccia a faccia con un mascalzone il quale ebbe la temerità di ricordarmi un miserabilepuffdi duecento cinquanta lire che io gli avevo piantato sei anni prima. Io non teneva nel mio portamonete che la nota dei mieipuff—figuratevi qual imbarazzo, e quale pericolo! Quel mascalzone mi avea abordato con famigliarità cosi plebea, che io non poteva esimermi dal pagarlo, a meno di subire una pubblica vergogna e di screditarmi al cospetto dellʼuniverso.—Ridotto a malpasso, feci avvicinare quattro vetture da piazza, una per me, lʼaltra pel mio pappagallo, la terza per un mio domestico negro, la quarta per i miei dodici bauli, E fatto salire nella mia carrozza il vile aggressore, ordinai che il convoglio si dirigesse allʼalbergo della Luna. Al rumore delle quattro carrozze, tutti i camerieri uscirono in massa nel cortile, e il padrone, venuto fuori cogli altri, si sprofondava nellʼinchinarmi. Io diedi agio a tutti quanti di ebetizzarsi completamente alla vista delle mie dodici valigie, del mio pappagallo e dello schiavo nero—poi, quando tempo mi parve, abordai il padrone con piglio risoluto, e parlandogli in quella lingua cosmopolita che è sempre di massimo effetto:—monsieur, gli dissi, oreste vous un poco di monneta piccola? Quanto le abbisogna, signore? due... tre franchi?... comandi!—Mi abbisogna moneta piccola... tanto come cinquecento franchi... in tanti piccoli pezzi di napollion dʼoro!—Lʼalbergatore numerò ancora una volta i miei bauli, diede una occhiata al mio pappagallo ed al mio negro, e quando ricorse al cassetto del banco e venne a me per portarmi i venticinque marenghi—adessoa te bon omo!—dissi al birbone che mi stava a lato per rinfacciarmi il miopuff—a te duecento franchi e cinquanta per tua bona familia che mi aver salvata la vita, e non dir niente a persone se non voler bastonar.

Lʼassassino vedendo quellʼoro, spiccò due salti dalla consolazione e corse via che pareva invasato. Dopo ciò, pagai lautamente i bromisti e salii col corteggio delle mie valigie, agli appartamenti superiori. In quel momento un organetto era venuto a fermarsi sotto le finestre dellʼalbergo. Mi affacciai ai balcone, e gettando un marengo nel piattello del suonatore—io vi prego dʼaller vous en!... gli gridai dallʼalto,—domani si tornar, altro donar!....

Quel povero suonatore, che forse nella giornata non avea raccolto un quattrino, si fece allora a ringraziarmi con tali parole e tali gesti, che la gente si agglomerò nella via—e, chi è? chi non è? donde è venuto?—in meno di quattro ore io divenni il soggetto di tutte le conversazioni di Firenze. Quel marengo gettato al suonatore mi valse la gloria di avere, in due mesi, piantato nella futura capitale del Regnounpuffdi quarantacinque mila lire pochi centesimi.

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CAPITOLO VI.Del prestito.Ma lʼarte di scegliersi lʼappartamento difficilmente si insegna. È unʼarte di ispirazione, è uno di quegli istinti ammirabili, che il supremo creatore dellʼuniverso ha concesso aipochi chiamati.E qui mi conviene avvertire il piccolopuffista, ilpuffistadi secondo e di terzo ordine, che lʼappartamento, quando non non richiegga una spesa straordinaria (nel qual caso solamente è permessopuffarlo), vuoi essere qualche volta pagato scrupolosamente.—Pagare lʼaffitto di casa con puntualità e sollecitudine, è misura finanziaria della massima importanza per chi vuoipuffarecon sicurezza di causa. Con tale misura conquisterete un eccellente alleato per le vostre impresepuffistiche—questo alleato sarà il vostro padrone di casa, a cui si unirà validamente il vostro portinajo,se saprete conciliarvelo con delle mancie generose....Ma ecco qualcuno sorge a dire: come si si fa quando non si hanno denari, a sostenere queste grandi spese diimpianto? Come si pagano i viaggi? il trasporto dei bagagli? gli affitti? le mancie?Sicuro che del denaro, o poco o molto, bisogna farne circolare; e quandʼuno non ne ha di proprio, deve necessariamente procacciarsene attingendo alla borsa degli altri.Unpuffistache si rispetta non deve trovarsi mai in condizione da non poter far fronte ai pericoli della sua professione. Bisogna che egli abbia sempre nelle tasche il denaro disemenzae il denaro dipartenza—o in altri termini: il denaro diingressoe il denaro direcesso. Non è mestieri che io spieghi il senso di questa rime agli arguti miei lettori.Come si fa per aver denaro? Aipuffistanon si offre altra risorsa che quella di chiederne a prestito.Guardiamo intorno—esploriamo le fisonomie, studiando i caratteri, calcoliamo le probabilità.Innanzi tutto, prima di chiedere un prestito, è necessario aver stabilita la certezza che la persona, alla quale siete per ricorrere, possegga lasomma.—Domandare dieci mila franchi a chi appena ne possiede mille è la massima delle stoltezze.Bisogna che la persona alla quale avete intenzione di batter cassa, non possa mai dire con verità: mi spiace tanto, ma non sono in grado di servirvi! Pur troppo (la società è tanto corrotta!) questa risposta vien profferita alcune volte da individui, che potrebbero dare il doppio ed il triplo della somma che loro viene richiesta!Dopo questo precetto, che ha da formare la base della vostra operazione finanziaria, io vi consiglio di attenervi scrupolosamente alle poche massime generali che qui sotto vi trascrivo.Astenetevi sempre dal domandare denaro per lettera quando possiate chiederlo a viva voce. Cʼè uno stolto proverbio che dice:la carta non vìen rossa—imbecilli! forse che la faccia di unpuffistapuò cambiar colore più presto che la carta? E vi è forse ragione perchè unpuffistaabbia ad arrossire nel chiedere dellʼoro ad un suo confratello?—Fosseargento, fosse rame, fosse la vile moneta che si getta allʼaccattone! ma lʼoro!....E poi: qual maggior prova di amicizia e di stima si può dare ad un uomo che quella, di domandargli in prestito parecchie miliaja di lire?[5]—Non è lo stesso che dirgli: tu sei ricco, tu sei grande, tu sei potente, tu sei generoso?—Chi avrebbe ragione di arrossire sarebbe il miserabile che non potesse corrispondere degnamente a questa grande prova di fiducia che voi gli avrete accordata—o il vigliacco che non potendo favorirvi, mendicasse delle scuse, o tentasse eludere il vostro nobile disegno colle scappatoje o colle menzogne![6]In linguaggiopuffistico, questa operazione finanziaria del chiedere a prestito si chiamastoccata. Sublime parola, che oltre a rappresentare precisamente la idea, rivela anche il modo di tradurla in fatto!Non si può essere grandipuffistisenza essere ad un tempo grandistoccatori!Potete voi concepire un colpo distoccoben aggiustato e micidiale, se questo non sia stato preceduto da lunga meditazione ed eseguilo con coraggio e risolutezza?Di tal modo si debbono compiere lestoccate puffistiche.Stabilita la vittima, convien fissare il momento ed il luogo—e una volta premeditato il piano di attacco, slanciarsi come il falco sul pulcino.In generale, lestoccate puffistiche, meglio che nelle mattutine, riescono nelle ore pomeridiane, dopo il pranzo, e dopo la digestione. Un uomo che ha ben pranzato e che ha ben digerito versa ordinariamente in una crisi di buon umore, e si riduce facilmente, pel benessere che prova egli stesso, a favorire quello degli altri.Lanciato il vostro colpo, badate bene che lavittimanon si parta da voi collo stocco nelle viscere. Convien ghermirla strettamente, impedirle qualunque movimento, o per lo meno inseguirla fino a tanto che essa non abbia versato il suo contingente di sangue metallico. Una volta che lavittimasia fuggita collostocconelle viscere, vi tornerà assai difficile il ghermirla nuovamente. Guai allostoccatore puffistase il primo colpo gli va fallito!Lestoccateper sorpresa riescono meglio delle altre, ed io potrei fornirvi, di ciò numeroseprove dedotte dalla mia stessa esperienza. Ma per chiudere umoristicamente questo capitolo, vi narrerò di una ingegnosissimastoccata di sorpresacompiuta in Marsiglia da un puffista di quarta classe, il quale peʼ suoi talenti avrebbe potuto aspirare ai primissimi ranghi dellʼordine se lʼindolenza del suo carattere non avesse paralizzate in lui le altissime doti dello spirito.Lʼargutopuffistasi chiamava Napoleone S... e viveva, come si suoi dire, alla giornata,stoccandogli amici e i non amici, i conoscenti e i non conoscenti. Per oltre quarantʼanni egli aveva condotta questa beatissima vita di levarsi ogni mattina senza sapere come avrebbe pranzato e dove avrebbe dormito alla sera. I suoipuffnon si erano mai elevati oltre le strette necessità della vita; eglipuffavaa centellini,puffavaa moneta spicciola, e non era meno grande per questo.Un giorno Napoleone passeggiava sul ponte di Marsiglia a poca distanza da un caffè ove bazzicavano ordinariamente i suoi connazionali. Napoleone era italiano. Lʼora si faceva tarda; nel caffè non cʼerano personesulle quali il nostropuffistapotesse vibrare con effetto la sua stoccata quotidiana!Che si fa? Lʼappetito si aguzza e con esso anche lʼingegnopuffistico.Ecco un signore sbarcato recentemente da un battello a vapore. Napoleone lo vede per la prima volta, non sa chi sia, nè da qual parte egli venga. Non importa. È un signore riccamente vestito, un signore che,stoccatocon garbo, darà necessariamente il suo spruzzo.Napoleone si fa innanzi, aborda risolutamente la sua vittima, e toccando leggermente il cappello, lo apostrofa con fuoco:—La senta un poʼ, caro signore: si tratta di una scommessa, della quale bramerei che ella si degnasse farsi arbitro. Se qualcuno... io per esempio... avesse bisogno al momento di un miliardo in numerario; crede lei che sarebbe possibile, raccogliendo tutto il denaro dei banchieri di Marsiglia, mettere insieme questa somma?—Io... crederei, risponde lʼaltro con un certo sussiego; crederei che per raccogliere una somma così rilevante ci vorrebbero per lo meno cinque o sei giornate e forsʼanche...—Ebbene: diffalchiamo...! diffalchiamo pure! Se non si trattasse che di cinquecento milioni di franchi?..—Anche cinquecento milioni di franchi in numerario sarebbe un poʼ difficile trovarli...—E se uno avesse bisogno di cento milioni?—Cento milioni... a dir vero...—Ma via! restringiamo la cosa ai minimi termini... Se non si trattasse che di soli cinque franchi... crede lei che sarebbe difficile... trovare chi li sborsasse prontamente e...?—Cinque franchi! esclama il forastiero con ingenua meraviglia; ma qual è il miserabile che non possegga cinque franchi? e qualʼè il disgraziato che non troverebbe cinque franchi...?—Ah! lei mi consola! lei mi risuscita, da morte a vita! esclama a sua volta il puffista mutando registro di voce. Io mi trovo appunto nel caso di aver bisogno cinque franchi per pranzare questʼoggi, e poichè lei è così bene disposto a favorirmeli, profitterò volentieri della sua offerta e le sarò infinitamente obbligato.Il forastiero, vedendosi preso alle strette,e ammirando dʼaltra parte lʼarguzia dello stratagemma, portò la mano al taschino delgilet, e trattone un bel marengo fiammante, lo lasciò cadere nelle mani dellʼargutopuffista.Da quel momento Napoleone S... divenne il compagno indivisibile del forestiero, finchè questi si trattenne in Marsiglia; e più volte questi due individui così stranamente collegati da un azzardopuffistico, furono veduti pranzare assieme allʼHotel des Empereurs. Inutile avvertire che il mio Napoleone non fece mai torto al suo nobile carattere dipuffista, assumendo, neanche in minima parte la spesa del pranzo!

Del prestito.

Ma lʼarte di scegliersi lʼappartamento difficilmente si insegna. È unʼarte di ispirazione, è uno di quegli istinti ammirabili, che il supremo creatore dellʼuniverso ha concesso aipochi chiamati.

E qui mi conviene avvertire il piccolopuffista, ilpuffistadi secondo e di terzo ordine, che lʼappartamento, quando non non richiegga una spesa straordinaria (nel qual caso solamente è permessopuffarlo), vuoi essere qualche volta pagato scrupolosamente.—Pagare lʼaffitto di casa con puntualità e sollecitudine, è misura finanziaria della massima importanza per chi vuoipuffarecon sicurezza di causa. Con tale misura conquisterete un eccellente alleato per le vostre impresepuffistiche—questo alleato sarà il vostro padrone di casa, a cui si unirà validamente il vostro portinajo,se saprete conciliarvelo con delle mancie generose....

Ma ecco qualcuno sorge a dire: come si si fa quando non si hanno denari, a sostenere queste grandi spese diimpianto? Come si pagano i viaggi? il trasporto dei bagagli? gli affitti? le mancie?

Sicuro che del denaro, o poco o molto, bisogna farne circolare; e quandʼuno non ne ha di proprio, deve necessariamente procacciarsene attingendo alla borsa degli altri.

Unpuffistache si rispetta non deve trovarsi mai in condizione da non poter far fronte ai pericoli della sua professione. Bisogna che egli abbia sempre nelle tasche il denaro disemenzae il denaro dipartenza—o in altri termini: il denaro diingressoe il denaro direcesso. Non è mestieri che io spieghi il senso di questa rime agli arguti miei lettori.

Come si fa per aver denaro? Aipuffistanon si offre altra risorsa che quella di chiederne a prestito.

Guardiamo intorno—esploriamo le fisonomie, studiando i caratteri, calcoliamo le probabilità.

Innanzi tutto, prima di chiedere un prestito, è necessario aver stabilita la certezza che la persona, alla quale siete per ricorrere, possegga lasomma.—Domandare dieci mila franchi a chi appena ne possiede mille è la massima delle stoltezze.

Bisogna che la persona alla quale avete intenzione di batter cassa, non possa mai dire con verità: mi spiace tanto, ma non sono in grado di servirvi! Pur troppo (la società è tanto corrotta!) questa risposta vien profferita alcune volte da individui, che potrebbero dare il doppio ed il triplo della somma che loro viene richiesta!

Dopo questo precetto, che ha da formare la base della vostra operazione finanziaria, io vi consiglio di attenervi scrupolosamente alle poche massime generali che qui sotto vi trascrivo.

Astenetevi sempre dal domandare denaro per lettera quando possiate chiederlo a viva voce. Cʼè uno stolto proverbio che dice:la carta non vìen rossa—imbecilli! forse che la faccia di unpuffistapuò cambiar colore più presto che la carta? E vi è forse ragione perchè unpuffistaabbia ad arrossire nel chiedere dellʼoro ad un suo confratello?—Fosseargento, fosse rame, fosse la vile moneta che si getta allʼaccattone! ma lʼoro!....

E poi: qual maggior prova di amicizia e di stima si può dare ad un uomo che quella, di domandargli in prestito parecchie miliaja di lire?[5]—Non è lo stesso che dirgli: tu sei ricco, tu sei grande, tu sei potente, tu sei generoso?—Chi avrebbe ragione di arrossire sarebbe il miserabile che non potesse corrispondere degnamente a questa grande prova di fiducia che voi gli avrete accordata—o il vigliacco che non potendo favorirvi, mendicasse delle scuse, o tentasse eludere il vostro nobile disegno colle scappatoje o colle menzogne![6]

In linguaggiopuffistico, questa operazione finanziaria del chiedere a prestito si chiamastoccata. Sublime parola, che oltre a rappresentare precisamente la idea, rivela anche il modo di tradurla in fatto!

Non si può essere grandipuffistisenza essere ad un tempo grandistoccatori!

Potete voi concepire un colpo distoccoben aggiustato e micidiale, se questo non sia stato preceduto da lunga meditazione ed eseguilo con coraggio e risolutezza?

Di tal modo si debbono compiere lestoccate puffistiche.

Stabilita la vittima, convien fissare il momento ed il luogo—e una volta premeditato il piano di attacco, slanciarsi come il falco sul pulcino.

In generale, lestoccate puffistiche, meglio che nelle mattutine, riescono nelle ore pomeridiane, dopo il pranzo, e dopo la digestione. Un uomo che ha ben pranzato e che ha ben digerito versa ordinariamente in una crisi di buon umore, e si riduce facilmente, pel benessere che prova egli stesso, a favorire quello degli altri.

Lanciato il vostro colpo, badate bene che lavittimanon si parta da voi collo stocco nelle viscere. Convien ghermirla strettamente, impedirle qualunque movimento, o per lo meno inseguirla fino a tanto che essa non abbia versato il suo contingente di sangue metallico. Una volta che lavittimasia fuggita collostocconelle viscere, vi tornerà assai difficile il ghermirla nuovamente. Guai allostoccatore puffistase il primo colpo gli va fallito!

Lestoccateper sorpresa riescono meglio delle altre, ed io potrei fornirvi, di ciò numeroseprove dedotte dalla mia stessa esperienza. Ma per chiudere umoristicamente questo capitolo, vi narrerò di una ingegnosissimastoccata di sorpresacompiuta in Marsiglia da un puffista di quarta classe, il quale peʼ suoi talenti avrebbe potuto aspirare ai primissimi ranghi dellʼordine se lʼindolenza del suo carattere non avesse paralizzate in lui le altissime doti dello spirito.

Lʼargutopuffistasi chiamava Napoleone S... e viveva, come si suoi dire, alla giornata,stoccandogli amici e i non amici, i conoscenti e i non conoscenti. Per oltre quarantʼanni egli aveva condotta questa beatissima vita di levarsi ogni mattina senza sapere come avrebbe pranzato e dove avrebbe dormito alla sera. I suoipuffnon si erano mai elevati oltre le strette necessità della vita; eglipuffavaa centellini,puffavaa moneta spicciola, e non era meno grande per questo.

Un giorno Napoleone passeggiava sul ponte di Marsiglia a poca distanza da un caffè ove bazzicavano ordinariamente i suoi connazionali. Napoleone era italiano. Lʼora si faceva tarda; nel caffè non cʼerano personesulle quali il nostropuffistapotesse vibrare con effetto la sua stoccata quotidiana!

Che si fa? Lʼappetito si aguzza e con esso anche lʼingegnopuffistico.

Ecco un signore sbarcato recentemente da un battello a vapore. Napoleone lo vede per la prima volta, non sa chi sia, nè da qual parte egli venga. Non importa. È un signore riccamente vestito, un signore che,stoccatocon garbo, darà necessariamente il suo spruzzo.

Napoleone si fa innanzi, aborda risolutamente la sua vittima, e toccando leggermente il cappello, lo apostrofa con fuoco:

—La senta un poʼ, caro signore: si tratta di una scommessa, della quale bramerei che ella si degnasse farsi arbitro. Se qualcuno... io per esempio... avesse bisogno al momento di un miliardo in numerario; crede lei che sarebbe possibile, raccogliendo tutto il denaro dei banchieri di Marsiglia, mettere insieme questa somma?

—Io... crederei, risponde lʼaltro con un certo sussiego; crederei che per raccogliere una somma così rilevante ci vorrebbero per lo meno cinque o sei giornate e forsʼanche...

—Ebbene: diffalchiamo...! diffalchiamo pure! Se non si trattasse che di cinquecento milioni di franchi?..

—Anche cinquecento milioni di franchi in numerario sarebbe un poʼ difficile trovarli...

—E se uno avesse bisogno di cento milioni?

—Cento milioni... a dir vero...

—Ma via! restringiamo la cosa ai minimi termini... Se non si trattasse che di soli cinque franchi... crede lei che sarebbe difficile... trovare chi li sborsasse prontamente e...?

—Cinque franchi! esclama il forastiero con ingenua meraviglia; ma qual è il miserabile che non possegga cinque franchi? e qualʼè il disgraziato che non troverebbe cinque franchi...?

—Ah! lei mi consola! lei mi risuscita, da morte a vita! esclama a sua volta il puffista mutando registro di voce. Io mi trovo appunto nel caso di aver bisogno cinque franchi per pranzare questʼoggi, e poichè lei è così bene disposto a favorirmeli, profitterò volentieri della sua offerta e le sarò infinitamente obbligato.

Il forastiero, vedendosi preso alle strette,e ammirando dʼaltra parte lʼarguzia dello stratagemma, portò la mano al taschino delgilet, e trattone un bel marengo fiammante, lo lasciò cadere nelle mani dellʼargutopuffista.

Da quel momento Napoleone S... divenne il compagno indivisibile del forestiero, finchè questi si trattenne in Marsiglia; e più volte questi due individui così stranamente collegati da un azzardopuffistico, furono veduti pranzare assieme allʼHotel des Empereurs. Inutile avvertire che il mio Napoleone non fece mai torto al suo nobile carattere dipuffista, assumendo, neanche in minima parte la spesa del pranzo!

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CAPITOLO VII.Dei Creditori.Quel poeta che lasciò scritto:Non è credibileQuanto è terribileLa vista orribileDʼun creditordoveva appartenere, nella gerarchia del regnopuffistico, allʼinfima classe.È vero—la vista di un creditore non è molto aggradevole—val meglio vedere una bella figura di donna, ed anche, per chi si diletta di uniformi, un ussero di Piacenza. Ma il grandepuffista, ilpuffistadi prima classe non può mai sgomentarsi dellʼincontro dì un creditore, e in ogni modo, quandʼanche un tale incontro avesse a cagionargli qualche leggiero turbamento, egli saprebbe dissimularlo in tal guisa da non rimanere compromesso.Fra un creditore ed un debitore che si veggono, la situazione del primo è mille volte più grave e sconfortante di quella del secondo.Se fosse dato di penetrare in fondo al cuore dellʼuno e dellʼaltro, vi si leggerebbero due voti affatto opposti, ma non ugualmente terribili.Il creditore, alla vista del suo debitore, è necessariamente assalito da un atroce dubbio:—chi sa se costui potrà pagarmi!Il debitore, al contrario, pienamente consapevole dei propri mezzi e dei propri intendimenti, può dire con piena sicurezza:—io non pagherò mai!Ora, chi oserà sostenere che la situazionedel primo non sia mille volte più tormentosa che quella del secondo?Ciò premesso, vediamo brevemente come debba comportarsi un abilepuffistaa riguardo del suo creditore.È inutile avvertire che questo ultimo, rappresentando la parte dellʼindividuo compromesso, è costretto usare tutte le cautele, tutte le arti per non compromettersi davantaggio.Egli non ignora che, per ottenere e facilitare il pagamento, non gli conviene irritare, nè pregiudicare in veruna guisa il suo debitore.—Un abilepuffistanon deve mai obliare questa circostanza favorevole.Appoggiato ad una tale considerazione, io ho sempre preferito il sistema di trattare il creditore colle maniere più brusche, ricorrendo anche alle minaccie in caso di reazione troppo viva.—Quanto minori, da parte del creditore, le speranze di risarcirsi, tanto più mansueto e più cortese egli suole mostrarsi, nella paura che, ricorrendo a dei mezzi troppo energici, il debitore si vendichi col non pagarlo.Lʼuomo che ha un credito da riscuotere somiglia in qualche modo ad un innamorato.Egli ha bisogno dʼilludersi; egli ha bisogno di credere che tosto o tardi incasserà il suo denaro. Non avviene forse lo stesso ad un uomo perdutamente invaghito di qualche beltà capricciosa ed altera? Più questa si mostra sprezzante e crudele, più lʼaltro diventa umile e servile. Che sarebbe di lui, se quella donna sʼirritasse a tal punto, da togliergli il conforto di vederla, di parlarle qualche volta, e di potersi illudere per una mezza promessa o per un mezzo sorriso?Ai piccolipuffisti, più che ai modi burberi e minacciosi, riescono le facezie e le piccole sorprese.Anni sono, quando a Milano faceva furore il caffè San Carlo, diretto dallʼincomparabile Beruto, fra gli altripuffisti, che frequentavano il grandioso stabilimento, ci era un tal Mezzocapo, giovane elegantissimo e già consideratissimo, malgrado la sua età ancora fresca, nel grande regno delPuff!—Era già un anno che il signor Beruto teneva aperti i suoi libri di credito a quel bravo e giustamente celeberrimopuffista.Un bel giorno, il grande e generoso caffettiere,rivedendo le sue addizioni, si accorge che la somma dovutagli dal Mezzocapo è divenuta eccedente, ed ecco il signor Beruto spicca la sua nota, ed il nostro avventurosopuffistasi trova in mano una lettera che lo invita al pagamento.—Il giovine non si turba per questo—lancia unʼocchiata altrettanto sicura che sdegnosa alla cifra totale del suo debito—e volto al padrone del caffè un sorrisetto di protezione, gli dice nel tono più affabile: «Aspettate un istante..., io aveva già pensato a voi.... a momenti ritorno.» Ciò detto, il miopuffistaesce dalla bottega, rimane assente per alcuni minuti, e rientrando poco dopo, si accosta nuovamente al Beruto con un piccolo involto nelle mani.—Oh! non cʼera premura! esclama il padrone del caffè, supponendo bonariamente che lʼaltra gli portasse il denaro.—No! no! risponde il Mezzacapo—a me piace che le cose procedano regolarmente... Io ho bisogno che lei continui a tener nota del mio consumo per un altro anno; ma siccome vedo che la nota è già lunga, e che lei potrebbe aver bisogno di penne, così gliene ho procacciato io una piccola scatoletta... Eccole!Sono cento penne in acciajo... della prima qualità... Io credo che le basteranno... in caso diverso mi farò un dovere di portargliene delle altre!»—Lʼargutissimo proprietario del caffè San Carlo fu disarmato da questa facezia, e riaperse le sue partite di credito alpuffistafino al giorno in cui questi ebbe ad emigrare da Milano per cause... non politiche.Sono rarissimi i casi di creditori i quali abbiano avuto la sfrontatezza di aggredire i loro debitori in luogi pubblici e di suscitare, colla loro brutalità, degli inutili scandali. Pure anche il più abile deipuffistipuò incorrere un tale pericolo.In tali casi non vi è che un solo mezzo per salvarsi—opporre sfrontatezza a sfrontatezza, minaccie a minaccie, scandalo a scandalo.Nellʼanno 1848, allorquando, rientrati gli austriaci, Milano era soggetta agli immani rigori dello stato di assedio, un tal Mauro usurajo si avvisò un bel giorno di aggredire villanamente sotto il Coperchio deʼ Figini un amico e discepolo mio distintissimo, certo Angelo Soderini, grande fabbricatore dipuffe di cinti meccanici.—Ah! vi trovo finalmente... Ora non mi scapperete!... grida lʼusurajo affrontando villanamente la sua vittima.—Zitto!... vi prego... parlate sotto voce! mormora il Soderini con accento supplichevole.Ma vedendo che lʼaltro non era disposto a smettere il tono di minaccia, e che cʼera pericolo dʼuna brutta scena, il Soderini, pigliando risolutamente il sopravvento e levando a sua volta la voce: «Io vi dico, signore, di ritrattare le brutte parole che avete pronunziate, gli grida—vergogna! insultare al capo dello Stato!... parlar male del nostro augustissimo e clementissimo Imperatore!... del nostro caro ed amato Francesco Giuseppe...»—Cosa cʼentra lʼImperatore? Cosa cʼentra il governo? Chi si è mai sognato di parlare di politica?... Io vi dico di pagarmi...—Ed io vi dico di finirla! riprende il Soderini rinforzando la sua voce di tre gradi—ah! voi siete uno di quelli che vorrebbero ancora i Piemontesi!... voi volete la repubblica!... Io vi dico che se non la finite di parlar male del governo...Il tristo usurajo, non riuscendo a soperchiarela voce del suo debitore, e vedendo dʼaltra parte che si avvicinavano due poliziotti, i quali avrebbero potuto arrestarlo come un ribelle, non trovò miglior partito che quello di darsela a gambe, nè mai più da quel giorno egli osò ritentare la barbara prova di esigere i suoi crediti col sistema degli scandali e delle pubbliche minaccie.Uno dei migliori mezzi per ammansare labelva(e in linguaggiopuffisticochiamasibelvail creditore dal giorno in cui questi concepisce lʼassurda idea di farsi pagare) è quello di rincarire la somma del di lui credito, allettandolo colle attrattive di una grossa commissione o sorprendendolo colla richiesta di un maggior prestito.Mi spiego.—Il vostro creditore viene a farvi una visita—voi lo incontrate per via. Neʼ suoi sguardi, nel tono della sua voce, nellʼesitanza del suo contegno, voi leggete il feroce proposito di presentarvi una nota o di domandarvi un rimborso. Non dategli tempo di avvicinarsi—non permettete chʼegli profferisca una parola—prima chʼegli si metta in posizione di vibrare il terribile colpo, slanciatevi su lui,afferratelo a due mani per la gola, e sbalorditelo con un colpo di testa.È un sarto?—bravo; ben venuto! vi aspettava... ero sul punto di recarmi da voi! ho bisogno di un paletot, di un soprabito, di tre o quattro pantaloni di capriccio, di una mezza dozzina digilet... posso io contare sulla vostra sollecitudine?... e poi cʼè un mio amico... un barone... un marchese... un milionario... che vorrei raccomandarvi. Badate che gli è buon pagatore... ma talvolta, come tutti i grandi signori, fa attendere un poco il denaro... Noi altri non si mette mano alla borsa per delle inezie—dunque: siamo intesi!... patti chiari... amicizia lunga... e frattanto portatemi le stoffe e servitemi a dovere!Questo modo di sorprendere il creditore è di un effetto immancabile.Se si tratta di un creditore che vi abbia prestato denaro, voi non avete a far altro che domandargli una somma tre volte più grande di quella che gli dovete.—Le persone che prestano il loro denaro ad unpuffista, sono quasi sempre di una ingenuità adorabile!Vi narrerò un fatterello che forse potràsembrarvi incredibile. Io doveva, nei primordi della mia carrierapuffistica, la miserabile somma di lire duemila ad un dabben usurajo di droghiere, al quale avevo rilasciata una cambiale.Quattro o cinque giorni prima della scadenza, il buon uomo si recò a trovarmi una mattina colla intenzione di ricordarmi il mio impegno.—Voi giungete a proposito! mi affrettai a dirgli con voce desolata,—io stava per recarmi da voi onde pregarvi di un piccolo favore. Fra cinque o sei giorni io debbo pagare duemila franchi per una cambiale da me accettata or faranno due mesi in favore di qualcuno... di cui non mi ricordo il nome. Io so di dovere questa somma... ho notato sul mio portafogli lʼepoca della scadenza, ma per quanto io vi abbia pensato, non sono riuscito a sovvenirmi della persona che mi ha dato quel denaro..». Orbene, in seguito ad una grave perdita di giuoco, io mi trovo sprovveduto pel momento.... e vi assicuro che se io non potessi soddisfare al mio impegno per lʼepoca fissa, ne morirei di vergogna!... Figuratevi!... Disonorarmi!... perdere il credito per unamiseria di duemila franchi—un par mio!—un cavaliere di onore!... Alle spiccie: potete voi prestarmi cinque o sei mila lire da restituirvi fra una ventina di giorni?—Ma la cambiale di cui parlate è forse quella che io tengo in mano... e che avete accettato in mio favore or saranno sei mesi...—Dite davvero?... Possibile!... Ah!... voi mi date la vita!... Ed io che credeva... Ma sicuro!... Vedete se io sono uno smemorato... Siete voi... proprio voi... che mi ha fatto avere quelle due mila lire saranno appunto sei mesi... Non potete credere come io mi senta sollevato da questa notizia!...Così parlando mi gettai nelle braccia del mio droghiere, e lo baciai in fronte più volte come fosse il mio angelo salvatore.Dopo molte parole da una parte e dallʼaltra, insistendo io nel chiedergli il nuovo prestito di cinquemila franchi, egli mi usci fuori con questa ingenua domanda: «ma e la cambiale che scade il giorno quindici, siete voi disposto a pagarla»?—Se sono disposto!—credete voi che se non avessi intenzione di pagarla, ricorrerei alla vostra gentilezza per la sommain questione?... Ma è appunto per far onore alla mia firma, per mostrarmi, quale fui sempre, uomo leale ed esatto, che ora chieggo questo piccolo prestito di cinque mila franchi.Il dabben uomo, credendo scorgere in questo tratto una prova irrefragabile della mia onestà e puntualità commerciale, non si fece altro pregare ad accordarmi il favore richiesto.In quel giorno stesso io ebbi dal droghiere lʼintera somma, della quale una parte mi servì poi a pagare la cambiale che egli venne a presentarmi dopo cinque giorni, e lʼaltra parte mi servì di base ad un grande pianopuffistico, del quale sarebbe troppo lungo il parlare.Io chiuderò questo capitolo riportando tre versi, che unpuffistaassennato deve sempre aver presenti ogni qualvolta gli venga sporta una nota da pagare o chiesta la restituzione di un capitale tolto a prestito:A pagar non sii corrente,Potrìa nascer lʼaccidenteChe finissi col pagar niente.Sono versi un poʼ volgari, ed anzi lʼultima cresce di un piede.Questo piede che cresce, potreste allʼoccasione regalarlo alle natiche dei vostri creditori.—A giudizio di molti pratici, questo è ancora il miglior modo per sbarazzarsi della vile genia!••••••••••••••••••••••••••••••••

Dei Creditori.

Quel poeta che lasciò scritto:

Non è credibileQuanto è terribileLa vista orribileDʼun creditor

doveva appartenere, nella gerarchia del regnopuffistico, allʼinfima classe.

È vero—la vista di un creditore non è molto aggradevole—val meglio vedere una bella figura di donna, ed anche, per chi si diletta di uniformi, un ussero di Piacenza. Ma il grandepuffista, ilpuffistadi prima classe non può mai sgomentarsi dellʼincontro dì un creditore, e in ogni modo, quandʼanche un tale incontro avesse a cagionargli qualche leggiero turbamento, egli saprebbe dissimularlo in tal guisa da non rimanere compromesso.

Fra un creditore ed un debitore che si veggono, la situazione del primo è mille volte più grave e sconfortante di quella del secondo.

Se fosse dato di penetrare in fondo al cuore dellʼuno e dellʼaltro, vi si leggerebbero due voti affatto opposti, ma non ugualmente terribili.

Il creditore, alla vista del suo debitore, è necessariamente assalito da un atroce dubbio:—chi sa se costui potrà pagarmi!

Il debitore, al contrario, pienamente consapevole dei propri mezzi e dei propri intendimenti, può dire con piena sicurezza:—io non pagherò mai!

Ora, chi oserà sostenere che la situazionedel primo non sia mille volte più tormentosa che quella del secondo?

Ciò premesso, vediamo brevemente come debba comportarsi un abilepuffistaa riguardo del suo creditore.

È inutile avvertire che questo ultimo, rappresentando la parte dellʼindividuo compromesso, è costretto usare tutte le cautele, tutte le arti per non compromettersi davantaggio.

Egli non ignora che, per ottenere e facilitare il pagamento, non gli conviene irritare, nè pregiudicare in veruna guisa il suo debitore.—Un abilepuffistanon deve mai obliare questa circostanza favorevole.

Appoggiato ad una tale considerazione, io ho sempre preferito il sistema di trattare il creditore colle maniere più brusche, ricorrendo anche alle minaccie in caso di reazione troppo viva.—Quanto minori, da parte del creditore, le speranze di risarcirsi, tanto più mansueto e più cortese egli suole mostrarsi, nella paura che, ricorrendo a dei mezzi troppo energici, il debitore si vendichi col non pagarlo.

Lʼuomo che ha un credito da riscuotere somiglia in qualche modo ad un innamorato.Egli ha bisogno dʼilludersi; egli ha bisogno di credere che tosto o tardi incasserà il suo denaro. Non avviene forse lo stesso ad un uomo perdutamente invaghito di qualche beltà capricciosa ed altera? Più questa si mostra sprezzante e crudele, più lʼaltro diventa umile e servile. Che sarebbe di lui, se quella donna sʼirritasse a tal punto, da togliergli il conforto di vederla, di parlarle qualche volta, e di potersi illudere per una mezza promessa o per un mezzo sorriso?

Ai piccolipuffisti, più che ai modi burberi e minacciosi, riescono le facezie e le piccole sorprese.

Anni sono, quando a Milano faceva furore il caffè San Carlo, diretto dallʼincomparabile Beruto, fra gli altripuffisti, che frequentavano il grandioso stabilimento, ci era un tal Mezzocapo, giovane elegantissimo e già consideratissimo, malgrado la sua età ancora fresca, nel grande regno delPuff!—Era già un anno che il signor Beruto teneva aperti i suoi libri di credito a quel bravo e giustamente celeberrimopuffista.

Un bel giorno, il grande e generoso caffettiere,rivedendo le sue addizioni, si accorge che la somma dovutagli dal Mezzocapo è divenuta eccedente, ed ecco il signor Beruto spicca la sua nota, ed il nostro avventurosopuffistasi trova in mano una lettera che lo invita al pagamento.—Il giovine non si turba per questo—lancia unʼocchiata altrettanto sicura che sdegnosa alla cifra totale del suo debito—e volto al padrone del caffè un sorrisetto di protezione, gli dice nel tono più affabile: «Aspettate un istante..., io aveva già pensato a voi.... a momenti ritorno.» Ciò detto, il miopuffistaesce dalla bottega, rimane assente per alcuni minuti, e rientrando poco dopo, si accosta nuovamente al Beruto con un piccolo involto nelle mani.—Oh! non cʼera premura! esclama il padrone del caffè, supponendo bonariamente che lʼaltra gli portasse il denaro.—No! no! risponde il Mezzacapo—a me piace che le cose procedano regolarmente... Io ho bisogno che lei continui a tener nota del mio consumo per un altro anno; ma siccome vedo che la nota è già lunga, e che lei potrebbe aver bisogno di penne, così gliene ho procacciato io una piccola scatoletta... Eccole!Sono cento penne in acciajo... della prima qualità... Io credo che le basteranno... in caso diverso mi farò un dovere di portargliene delle altre!»—Lʼargutissimo proprietario del caffè San Carlo fu disarmato da questa facezia, e riaperse le sue partite di credito alpuffistafino al giorno in cui questi ebbe ad emigrare da Milano per cause... non politiche.

Sono rarissimi i casi di creditori i quali abbiano avuto la sfrontatezza di aggredire i loro debitori in luogi pubblici e di suscitare, colla loro brutalità, degli inutili scandali. Pure anche il più abile deipuffistipuò incorrere un tale pericolo.

In tali casi non vi è che un solo mezzo per salvarsi—opporre sfrontatezza a sfrontatezza, minaccie a minaccie, scandalo a scandalo.

Nellʼanno 1848, allorquando, rientrati gli austriaci, Milano era soggetta agli immani rigori dello stato di assedio, un tal Mauro usurajo si avvisò un bel giorno di aggredire villanamente sotto il Coperchio deʼ Figini un amico e discepolo mio distintissimo, certo Angelo Soderini, grande fabbricatore dipuffe di cinti meccanici.

—Ah! vi trovo finalmente... Ora non mi scapperete!... grida lʼusurajo affrontando villanamente la sua vittima.

—Zitto!... vi prego... parlate sotto voce! mormora il Soderini con accento supplichevole.

Ma vedendo che lʼaltro non era disposto a smettere il tono di minaccia, e che cʼera pericolo dʼuna brutta scena, il Soderini, pigliando risolutamente il sopravvento e levando a sua volta la voce: «Io vi dico, signore, di ritrattare le brutte parole che avete pronunziate, gli grida—vergogna! insultare al capo dello Stato!... parlar male del nostro augustissimo e clementissimo Imperatore!... del nostro caro ed amato Francesco Giuseppe...»

—Cosa cʼentra lʼImperatore? Cosa cʼentra il governo? Chi si è mai sognato di parlare di politica?... Io vi dico di pagarmi...

—Ed io vi dico di finirla! riprende il Soderini rinforzando la sua voce di tre gradi—ah! voi siete uno di quelli che vorrebbero ancora i Piemontesi!... voi volete la repubblica!... Io vi dico che se non la finite di parlar male del governo...

Il tristo usurajo, non riuscendo a soperchiarela voce del suo debitore, e vedendo dʼaltra parte che si avvicinavano due poliziotti, i quali avrebbero potuto arrestarlo come un ribelle, non trovò miglior partito che quello di darsela a gambe, nè mai più da quel giorno egli osò ritentare la barbara prova di esigere i suoi crediti col sistema degli scandali e delle pubbliche minaccie.

Uno dei migliori mezzi per ammansare labelva(e in linguaggiopuffisticochiamasibelvail creditore dal giorno in cui questi concepisce lʼassurda idea di farsi pagare) è quello di rincarire la somma del di lui credito, allettandolo colle attrattive di una grossa commissione o sorprendendolo colla richiesta di un maggior prestito.

Mi spiego.—Il vostro creditore viene a farvi una visita—voi lo incontrate per via. Neʼ suoi sguardi, nel tono della sua voce, nellʼesitanza del suo contegno, voi leggete il feroce proposito di presentarvi una nota o di domandarvi un rimborso. Non dategli tempo di avvicinarsi—non permettete chʼegli profferisca una parola—prima chʼegli si metta in posizione di vibrare il terribile colpo, slanciatevi su lui,afferratelo a due mani per la gola, e sbalorditelo con un colpo di testa.

È un sarto?—bravo; ben venuto! vi aspettava... ero sul punto di recarmi da voi! ho bisogno di un paletot, di un soprabito, di tre o quattro pantaloni di capriccio, di una mezza dozzina digilet... posso io contare sulla vostra sollecitudine?... e poi cʼè un mio amico... un barone... un marchese... un milionario... che vorrei raccomandarvi. Badate che gli è buon pagatore... ma talvolta, come tutti i grandi signori, fa attendere un poco il denaro... Noi altri non si mette mano alla borsa per delle inezie—dunque: siamo intesi!... patti chiari... amicizia lunga... e frattanto portatemi le stoffe e servitemi a dovere!

Questo modo di sorprendere il creditore è di un effetto immancabile.

Se si tratta di un creditore che vi abbia prestato denaro, voi non avete a far altro che domandargli una somma tre volte più grande di quella che gli dovete.—Le persone che prestano il loro denaro ad unpuffista, sono quasi sempre di una ingenuità adorabile!

Vi narrerò un fatterello che forse potràsembrarvi incredibile. Io doveva, nei primordi della mia carrierapuffistica, la miserabile somma di lire duemila ad un dabben usurajo di droghiere, al quale avevo rilasciata una cambiale.

Quattro o cinque giorni prima della scadenza, il buon uomo si recò a trovarmi una mattina colla intenzione di ricordarmi il mio impegno.

—Voi giungete a proposito! mi affrettai a dirgli con voce desolata,—io stava per recarmi da voi onde pregarvi di un piccolo favore. Fra cinque o sei giorni io debbo pagare duemila franchi per una cambiale da me accettata or faranno due mesi in favore di qualcuno... di cui non mi ricordo il nome. Io so di dovere questa somma... ho notato sul mio portafogli lʼepoca della scadenza, ma per quanto io vi abbia pensato, non sono riuscito a sovvenirmi della persona che mi ha dato quel denaro..». Orbene, in seguito ad una grave perdita di giuoco, io mi trovo sprovveduto pel momento.... e vi assicuro che se io non potessi soddisfare al mio impegno per lʼepoca fissa, ne morirei di vergogna!... Figuratevi!... Disonorarmi!... perdere il credito per unamiseria di duemila franchi—un par mio!—un cavaliere di onore!... Alle spiccie: potete voi prestarmi cinque o sei mila lire da restituirvi fra una ventina di giorni?

—Ma la cambiale di cui parlate è forse quella che io tengo in mano... e che avete accettato in mio favore or saranno sei mesi...

—Dite davvero?... Possibile!... Ah!... voi mi date la vita!... Ed io che credeva... Ma sicuro!... Vedete se io sono uno smemorato... Siete voi... proprio voi... che mi ha fatto avere quelle due mila lire saranno appunto sei mesi... Non potete credere come io mi senta sollevato da questa notizia!...

Così parlando mi gettai nelle braccia del mio droghiere, e lo baciai in fronte più volte come fosse il mio angelo salvatore.

Dopo molte parole da una parte e dallʼaltra, insistendo io nel chiedergli il nuovo prestito di cinquemila franchi, egli mi usci fuori con questa ingenua domanda: «ma e la cambiale che scade il giorno quindici, siete voi disposto a pagarla»?

—Se sono disposto!—credete voi che se non avessi intenzione di pagarla, ricorrerei alla vostra gentilezza per la sommain questione?... Ma è appunto per far onore alla mia firma, per mostrarmi, quale fui sempre, uomo leale ed esatto, che ora chieggo questo piccolo prestito di cinque mila franchi.

Il dabben uomo, credendo scorgere in questo tratto una prova irrefragabile della mia onestà e puntualità commerciale, non si fece altro pregare ad accordarmi il favore richiesto.

In quel giorno stesso io ebbi dal droghiere lʼintera somma, della quale una parte mi servì poi a pagare la cambiale che egli venne a presentarmi dopo cinque giorni, e lʼaltra parte mi servì di base ad un grande pianopuffistico, del quale sarebbe troppo lungo il parlare.

Io chiuderò questo capitolo riportando tre versi, che unpuffistaassennato deve sempre aver presenti ogni qualvolta gli venga sporta una nota da pagare o chiesta la restituzione di un capitale tolto a prestito:

A pagar non sii corrente,Potrìa nascer lʼaccidenteChe finissi col pagar niente.

Sono versi un poʼ volgari, ed anzi lʼultima cresce di un piede.

Questo piede che cresce, potreste allʼoccasione regalarlo alle natiche dei vostri creditori.—A giudizio di molti pratici, questo è ancora il miglior modo per sbarazzarsi della vile genia!

c2CAPITOLO ULTIMO.Ciò che abbiamo stampato fin qui, è opera di Roboamo Puffista, di quel grande e insuperabilepiantatore di puff, che ha lasciato nelle più vaste e popolose metropoli di Europa unʼorma incancellabile del suo passaggio.—Lʼesistenza di questʼuomo insigne fu pari a quella di certi serpenti che, a dire dei naturalisti, dappertutto ove strisciano abbruciano lʼerbe.È doloroso che questo filosofo profondo non abbia potuto compiere il suo libro, rapito, comʼegli fu, da morte immatura nellʼospedale dei FratiFate-bene-fratelli.Lʼultime parole chʼegli ebbe a profferire al termine di unʼagonia dolce e serena, come suol essere quella degli uomini giusti che hanno impiegato degnamente la loro esistenza o che sono certi di lasciare una indelebile ricordanza alla posterità, furono le due strofe che qui riportiamo:Vissipuffandoil prossimo;Ora, a morir vicino,Vorreipuffarle esequieAl prete ed al becchino:Genio delpuffassistimi!Che dʼogni impresa miaQuesta è la più difficile,Puffarla sagrestia!Con questi versi sul labbro, moriva Roboamo Puffista. Come ognun vede, fino agli ultimi istanti della vita, questʼuomo ammirabile si mantenne fedele alla santa causa delpuff!Egli fu sepolto senza pompa, nel silenzio della notte. I suoi correligionarii non seppero della sua morte che quando non erano più in tempo a prestargli i dovuti onori. Se i fratelli fossero stati avvertiti in tempodebito—noi avremmo veduto quanto vi ha di meglio in Milano, nellʼalta aristocrazia del blasone, del commercio, dellʼindustria, delle scienze, delle lettere e delle arti, accompagnare allʼultima dimora il confratello.....puffista!Povero Roboamo! che i creditori ti siano leggieri!FINE.

c2

Ciò che abbiamo stampato fin qui, è opera di Roboamo Puffista, di quel grande e insuperabilepiantatore di puff, che ha lasciato nelle più vaste e popolose metropoli di Europa unʼorma incancellabile del suo passaggio.—Lʼesistenza di questʼuomo insigne fu pari a quella di certi serpenti che, a dire dei naturalisti, dappertutto ove strisciano abbruciano lʼerbe.

È doloroso che questo filosofo profondo non abbia potuto compiere il suo libro, rapito, comʼegli fu, da morte immatura nellʼospedale dei FratiFate-bene-fratelli.

Lʼultime parole chʼegli ebbe a profferire al termine di unʼagonia dolce e serena, come suol essere quella degli uomini giusti che hanno impiegato degnamente la loro esistenza o che sono certi di lasciare una indelebile ricordanza alla posterità, furono le due strofe che qui riportiamo:

Vissipuffandoil prossimo;Ora, a morir vicino,Vorreipuffarle esequieAl prete ed al becchino:

Genio delpuffassistimi!Che dʼogni impresa miaQuesta è la più difficile,Puffarla sagrestia!

Con questi versi sul labbro, moriva Roboamo Puffista. Come ognun vede, fino agli ultimi istanti della vita, questʼuomo ammirabile si mantenne fedele alla santa causa delpuff!

Egli fu sepolto senza pompa, nel silenzio della notte. I suoi correligionarii non seppero della sua morte che quando non erano più in tempo a prestargli i dovuti onori. Se i fratelli fossero stati avvertiti in tempodebito—noi avremmo veduto quanto vi ha di meglio in Milano, nellʼalta aristocrazia del blasone, del commercio, dellʼindustria, delle scienze, delle lettere e delle arti, accompagnare allʼultima dimora il confratello.....puffista!

Povero Roboamo! che i creditori ti siano leggieri!

FINE.

notNOTEDIZEFFIRINO BINDOLO.[1]Nel più ingenuo paese che prosperi in Europa sotto il sole della civiltà, gli ottusi che leggono senza comprendere sono in numero sterminato. Quando apparve per la prima volta nel poco ammirabile paese lʼopuscoletto di Roboamo Puffista, i volghi letterati urlarono allo scandalo, e il clamore della indignazione esplose così impetuoso e brutale, che i venditori girovaghi di stampati, atterriti dalle invettive, riportarono allʼeditore le copie dello incriminato volumetto protestando di non voler più oltre prestarsi allo spaccio della merce abbominevole. Allarmarsi per un titolo, condannare un libro prima di leggerlo e riprovarlosenza averlo compreso, son casi che avvengono ogni giorno, laddove lʼintelligenza umana, evirata dai gesuiti e dai pedanti, è inevitabilmente condotta ad incaponire. Benedetta la Francia! benedetta la nazione dello spirito e della tolleranza, dove si possono scrivere e pubblicare dei libri intitolati:Lʼarte di rendersi antipatico,Lʼarte di ingannare il prossimo,Lʼarte di rubare,ecc, ecc. senza incorrere la scomunica dei citrulli. Nellʼopuscoletto di Roboamo Puffista, che è da capo a fondo una satirica ironia, diretta a smascherare la frode, si contengono delle osservazioni le quali importerebbero un più serio sviluppo. Vi siete mai chiesti se il debito sia un crimine, o in quali casi lo sia, e come avvenga che nellʼordine delle moderne istituzioni, la condizione inesorabilmente imposta a tutti gli enti individuali e collettivi, è quella di doversi indebitare? Avete mai considerato che il debito, nellʼabominevole condizione creata dalla società a milliaja e milliaja di individui diseredati, rappresenta lʼunica valvola di salvezza fra la disperazione e il delitto?Credete voi che ilpuffista, se questa valvola si chiudesse, non si darebbe al ladroneggio, forsʼanco allʼassasinio? Allorquando i governi ed i popoli ignoravano la grandʼarte di reggersi sul debito, non avvenivano più frequenti le invasioni, le guerre di conquista brutalmentecoronate dalla rapina e del saccheggio? Provatevi un poco, o citrulli, a procedere su questa via di considerazioni; vedrete allora, capirete forse, ciò che in altri paesi meno gaglioffi fu capito da un pezzo, che lʼironia e la satira vestite delle apparenze più frivole, sono le lanterne magiche dalle quali si sprigiona la luce più atta a porre in evidenza le verità meno apparenti o meno esplorate.[2]Evidentemente, lʼopuscolo dellʼottimo Roboamo fu scritto in quellʼepoca barbara, quando ancora esisteva, a frenare la baldanza delpuffismoinvadente, lo spauracchio dellʼarresto personale. Noi dobbiamo a Napoleone III, imperatore dei francesi, lʼiniziativa della provvida riforma che emancipò i debitori dalle antiche tirannidi del codice commerciale. Quando le nuove franchigie vennero proclamate in Francia, lʼonorevole corpo accademico dei reclusi di Clichy improvisò una splendida luminaria. La Bastiglia dei debitori era demolita, e il santo diritto del liberopuffaffermato allʼumanità. La costituzione del secondo impero era basata sulpuff; fino a quando Napoleone III tenne le redini dello Stato, ipuffistiottennero protezioni, favori, privilegi. Via! Non disconosciamo i benefizii resi da quel potente sovrano alla causa dei diseredati! Sulla base del monumento chefra poco vedremo erigersi in Milano alla memoria di Lui, proporrei che si scolpisse lʼepigrafe:ANAPOLEONE IIII PUFFISTI RICONOSCENTI.[3]Quandʼio faceva il mio corso di studi allʼuniversità di Pavia, unpuffistaquasi imberbe, che ebbe poi a segnalarsi in Europa colle sue grandiose strategie, esordiva nella carriera con una saporitissima burla, della quale si parla ancora oggidì con ammirazione sotto i portici dellʼAteneo torinese. Al nostro giovane eroe, testè laureato nelle matematiche, occorreva, per ripatriare decorosamente, un pajo di stivali. Gli mancavano pochi spiccioli per procacciarsi quel lusso di calzatura, una miseria!—dodici.... quattordici lire. Che si fa? Si fa così: sentite questa che è proprio bellina!—Si va da un calzolajo, gli si ordina un bel pajo di stivali, a patto chʼei debba recarveli al domicilio, il tal giorno, alla talʼora. Poi, si entra in unʼaltra bottega e ad un altro calzolajo si replica la commissione. Al primo si dice: sarò in casa ad attenderti alle dieci; allʼaltro si ingiunge di venire alle dodici. Ilgiorno stabilito, allo scoccar delle dieci, arriva cogli stivali il primo calzolajo. Lo studente li calza, encomia la fattura, si mostra pienamente soddisfatto; ma poi, levandosi in piedi e contrafacendo le grinze di un addolorato—vedi sʼio fui bestia! esclama battendosi la fronte: quando mi feci prendere la misura, ho scordato di dirti che qui, sul piede sinistro, ho una maledetta ingrossatura... Senti, figliuolo mio, se tu riportassi via lo stivale e lo tenessi in forma sino a domani... non ti pare..?—La servo subito, risponda il dabben Crispino; si metta a sedere, dia qua...! Dallʼaltro piede non soffre? —Niente affatto! la calzatura mi va come un guanto.—Tanto meglio! E il buon uomo se ne va collo stivale sinistro sotto il braccio, promettendo di riportarlo lʼindomani allʼistessʼora. A mezzodì arriva lʼaltro calzolajo. Da parte dello studente le stesse grinze, le stesse contorsioni nel provarsi gli stivali; ma questa volta la ingrossatura non è, come poco dianzi, al piede sinistro; lo stivale che vuol essere allargato è quello che corrisponde al piede destro. Sta bene! Lo terrò in forma fino a domani, e verrò a riportarglielo allʼora che crede.—Alle dieci: ti pare?—Alle dieci! Viene il domani. I due calzolaj allʼora fissata salgono le scale che conducono al domicilio dello studente e si arrestano entrambi dinanzialla stessa porta, ciascuno col suo stivale sotto braccio.—Chi cercano? domanda la signora della casa, presentandosi—lo studente B..., rispondono ad una voce i due calzolaj.—Partito jeri sera per Cremona.—Diamine! Io doveva portargli questo stivale...—E anchʼio...!—I due Crispini spalancano tanto dʼocchi.—Quando tornerà il signor B...?—Dio sa quando! forse mai, rispondo la signora; ha compiuto i suoi studii, ha ottenuto la laurea, non occorre chʼegli torni.—Ma io....!—Ma io!—esclamano allʼunissono le due vittime, sollevando lo stivale. Non ha lasciato il destro?—Non ha lasciato il sinistro?...—Io ne so nulla, dice la signora, che ha già indovinata la strana burletta perpetrata dal suo arguto inquilino; ciò che io so, è chʼegli è partito con un bel pajo di stivaletti nuovi, così nitidi e lucenti che abbagliavano a vederli.—Finalmente anche, i due malcapitati calzolaj compresero ciò che era forza comprendere.—Col mio stivale destro..., disse lʼuno.—Col mio stivale sinistro..., soggiunse lʼaltro.—Si può ancora formare il pajo.—Verissimo... Non ci resta che ad accoppiarli... È quello appunto che ha fatto il nostro birbo committente.—I due calzolaj eran statiminchionati così bene, che passato il primo bruciore, risero insieme più volte della mala ventura loro occorsa.Quantunque assai noto, perchè più recente, merita di passare ai posteri il brillante episodiopuffisticodal quale ebbe origine il motto:el gha gamba bonna; motto che a Milano suol ripetersi ogni volta che sia in gioco la strategia di qualche matricolato furbacchione. Anche in questo caso la vittima fu un calzolajo. Un giovanotto decentemente vestito entra in una bottega sulla corsia del Broletto e domanda un pajo di stivaletti.—Veda un poco se questi gli vanno! disse il padrone di bottega.—Lʼaltro, si prova a calzarli, si leva dal sedile, divincola il piede, fa qualche passo... ottimamente! non cʼè che dire.—Dʼun tratto balza nella bottega, uno sconosciuto, si slancia contro il giovane dagli stivaletti, gli applica alla guancia un sonorissimo schiaffo, e via di corsa.—Aspetta che ti acconcio io per le feste! grida lo schiaffeggiato, uscendo furioso dalla bottega e dandosi ad inseguire lo sconosciuto. Il calzolajo ed i fattorini accorrono in sulla porta per vedere come la vada a finire.—I due fanno a chi più corre, e allo svolto di una contrada scompariscono.—Lo raggiungerà! lo raggiungerà!esclama il dabben calzolajo; quel briccone corre lesto, ma anche lʼaltro è di buona gamba!—Infatti i due sozii corsero tanto e con lena siffatta, che nessuno ebbe più nuova di loro nè degli stivaletti elegantissimi che lʼun dʼessi si era procacciati con quellʼaudace stratagemma.[4]Se la parca inesorabile non avesse troncato innanzi tempo il filo deʼ suoi giorni e delle sue opere immortali, lʼautore del presente opuscolo avrebbe indubbiamente dettato degli stupendi precetti aipuffistisulla maniera di redigere il loro epistolario. Si vuole unʼarte finissima, si vuole una rettorica speciale per intrattenere coi creditori una profittevole corrispondenza epistolare, per rispondere alle lettere, talvolta volgari e atrocemente irritanti che ordinariamente accompagnano le note dei fornitori insubordinati. Si tratta di ammansare una belva. Con poche linee di scritto, contrapposto ad una grossolana intimazione di salumiere o di macellajo, si riesce talvolta ad ottenere che un libro mastro, già saturo di addizioni illiquidabili, si riapra per un credito illimitato. Questo genere di eloquenza non si insegna nelle scuole, non trova esempi nei trattati; è lʼeloquenza del geniopuffistico. In certicasi, si tratta semplicemente di indirizzarsi al cuore e di commuovere; talvolta convien ostentare meraviglia e disdegno, opporre alla minaccia il risentimento, allʼarroganza lʼinsulto. Gli argomenti derivati dallʼidealismo umanitario, rilevati dalle più assurde astruserie, dalle più stravaganti insensatezze, è ben raro che falliscano allo scopo. Nullameno, io sono dʼavviso, che a meno di aver raggiunta la più alta meta cui possa aspirare, unpuffistadi prima classe, il sistema epistolare da preferirsi sia quello che si indirizza al sentimento, che mira ad ispirare una simpatica e generosa commozione. Con tal metodo il mio giovane amico D. B. ottenne, durante la sua dimora a L..., dei risultati ammirabili. Trascriverò, ad esempio del genere, la breve lettera da lui indirizzata ad un salsamentario, il quale aveva osato alla fine dʼanno mandargli una nota di lire trecento:«Pregiatissimo Signore,«Al capezzale della mia povera vecchia madre morente, ho ricevuto la vostra lettera, che mi ricorda un sacro dovere. Appena avrò un poʼ di testa... per esaminare... per confrontare... ecc. ecc... appena la santa donna, che mi vuol sempre vicino, sarà uscita di pericolo, iocorrerò da voi per regolare le partite. Frattanto, credete ai sensi ecc.»Vostro devotissimoD. B.Una lettera quasi identica spedì a quella medesima epoca il nostropuffistaesordiente agli altri suoi creditori. Questi non osarono rinnovare le istanze, e attesero con animo tranquillo. Ma un bel giorno, lʼamico D. B. abbandonòinsalutato hospitela città dove avea vissuto lautamente per un anno; probabilmente la povera santa vecchia era guarita, ma i creditori non ebbero motivo di rallegrarsene.Prima di ricorrere alla rettorica esacerbante delle insolenze, un abile e prudente puffista deve aver esaurite tutte le pratiche ammollienti. Lʼimpressione più istantanea e più naturale che deve prodursi nellʼanimo cavalieresco di unpuffistaal vedersi dinanzi la nota impertinente di un creditore, è quella di un olimpico stupore. Un personaggio alto locato, che si atteggia da principe, da barone, da marchese, che si fa chiamare sua eccellenza il sig. commendatore ecc. ecc., non può a meno, di atteggiarsi a meraviglia al vedere che un miserabilesubalterno osa importunarlo per una inezia. Mille, duemille, ventimille lire, non rappresentano infatti, per un principe russo, per un ammiraglio peruviano, altrettante cifre impercettibili? Qual vʼè somma tanto ingente che passando pel lambicco aritmetico di un debitore insolvibile, non si pareggi ad uno zero?—Tiens! Tiens!esclamava un francese puffista (sono famosi!) ogni, volta che un creditore commetteva lʼirriverenza di presentargli una nota. E quel monosillabo, profferito con accento di sorpresa, saldava la partita.Ordinariamente, nel rispondere alle sollecitazioni dei fornitori più impertinenti, i grandi puffisti si appigliano al seguente formulario:«Pregiatissimo Signore,«Ho lʼonore di informarvi che la nota da Voi speditami in data... ecc. ecc. lʼho trasmessa oggi stesso al mio amministratore, perchè più sollecitamente che per lui si possa, come di ragione, provveda al pareggio. Tanto; per vostra norma, e mi dico«Barone diPuffardaraecc. ecc.»Naturalmente, il creditore si consola e lascia passare una quindicina di giorni prima di ripetere lʼattacco. La risposta che i baroni diPuffardara sogliono contrapporre alla seconda richiesta, è scritta su per giù in questi termini:«Con mia somma meraviglia vengo ad apprendere dalla S. V. che il mio amministratore non ha finora provveduto a mettersi in regola con voi. Mi piace attribuire ad un obblìo questa irregolarità di condotta del mio uomo dʼaffari, anzichè sospettare in lui una negligenza colpevole. Questa sera lo farò chiamare nel mio gabinetto, e in ogni caso, gli ricorderò i suoi doveri. Aggradisca ecc. ecc.»Ecco unʼaltra dilazione spontanea, ottenuta con quattro linee di scritto. È raro il caso che un barone di Puffardara debba replicare ad una terza lettera della vittima. Quando ciò avviene, la frase dellʼesordio è sempre questa: «Ho dato al mio amministratore una buona lavata di testa per la sua colpevole trascuranza ed ho minacciato di licenziarlo se entro la settimana ecc. ecc.» Entro la settimana, il barone si licenzia dalla città nelle ore mestissime del crepuscolo—abbandonando ai numerosi clienti la cura di amministrare i suoipuffa tutto loro agio.Le frasi ad effetto, che intontiscono chi legge, rare volte falliscono allʼintento. Recherò unsolo esempio. Anni sono, quando io conduceva a Milano la vita sbrigliata dello scapolo, un giovane poeta e romanziere, dotato di molto accume puffistico mi pregò lo presentassi ad un sarto acciò questi gli fornisse un abbigliamento completo da pagarsi in rate mensili. Gli abiti in men di tre giorni furono allestiti e consegnati, ma i mesi trascorsero, trascorse lʼanno, e il poeta romanziere, assorto nella sue divine fantasticherie, sdruscì le stoffe prima di averle pagate. Naturalmente, il sarto gli scrive. Il poeta, che per caso è anche gentiluomo, risponde, e siccome la cortesia delle risposte non è mai avvalorata di qualche spicciolo, lʼepistolario si prolunga per parecchi mesi. Un giorno il dabben sarto si reca da me. Veda un poco, mi dice, che razza di istorie mi vien contando quel signor poeta da Lei raccomandato! Così parlando, mi presenta una lettera. Nelle prime linee, lʼamico faceva le sue scuse, parlava di gravi e urgenti impegni pei quali aveva dovuto sprovvedersi di ogni suo avere, chiedeva nuove proroghe al pagamento. Ciò che aveva colpito il sarto—ed io pure, lo confesso, ne rimasi colpito—era la chiusa della lettera—«Io vi ho esposti, concludeva lʼamico poeta, con schiettezza da galantuomo le tristi condizioni nelle quali verso attualmente; ma se questo non bastasse ad impetrarmi grazia,se fosse intento vostro di continuare a vessarmi con visite e con scritti impertinenti, allora sarò costretto a rammentavi chevoi siete sarto, e che, una volta accettata la missione di sarto, avete lʼobbligo di vestire lʼumanità.» Non vi par questo uno di quei motti sublimi di insensatezza che sfidano la dialettica più ardita, che ottundono il cervello più arguto? Io mi dichiarai incapace di confutare lʼamico, e il povero sarto non osò per alcun tempo riprendere i suoi attacchi contro un uomo sì fortemente trincierato negli argomenti del diritto naturale.[5]Chieder denaro a prestito a mezzo di lettera non è tattica dapuffistadistinto, a meno che la domanda non sia stata preceduta da abili strategie, le quali escludano ogni probabilità di un risultato negativo. Un celebre artista da teatro, del quale sopprimo il nome, mi narrò a tale proposito una graziosa storiella che amo qui riferire ad edificazione di chi intende iniziarsi alla grandʼarte.—Ero giunto da pochi giorni a Milano (ripeto testualmente le parole dellʼamico) per dar principio ai concerti della mia nuova opera destinata alla Scala. Un bel mattino, mentre stavo abbigliandomi, sento bussare allʼuscio della mia camera.—Chi e là?—Era un garzonetto con una lettera alla mano.Getto gli occhi sulla soprascritta—diamine! son caratteri noti!... i caratteri del mioquondamamico X. Diamine! Che vorrà dire?—È dʼuopo sapere che con questo signor X, letterato e giornalista di qualche fama, io mʼera due anni prima bisticciato a cagione di non so quali sue polemiche. Dʼallora in poi era cessata ogni nostra relazione; non ci eravamo più veduti, non ci eravamo più scritti. Comprenderai la mia sorpresa al ricevere una sua lettera.Ecco di che si trattava:«Mio caro D.....,«Oggi ricorre lʼanniversario della mia nascita, è il giorno delle ricordanze soavi, il giorno delle dolci espansioni. Voglio, allʼora del pranzo, avere intorno alla mia mensa tutte le persone a me care. Ho invitato i parenti e gli amici—nessuno mancherà. Orbene: Che vuoi? Questa mattina appunto mi venne detto che tu eri a Milano. Ho provato una stretta al cuore. E il primo pensiero che mi sovvenne fu questo: anchʼegli... una volta... era deʼ nostri!... Non ho saputo resistere... Ho preso la penna e ti ho scritto..; Via! Ti stendo la mano... Confesso dʼaver avuto dei torti... Forse qualche torto... vi fu anche da parte tua... Ma dunque? Sʼhaproprio da troncare una vecchia amicizia...! Qua la mano, mio buon Peppo; prometti che oggi alle quattro (alle quattro precise, bada bene—poichè i risi alla veneziana, che ti piacciono tanto, non mancheranno) tu sarai qui, seduto alla mia tavola al posto dʼonore... al fianco mio, al fianco di mia moglie, in mezzo ad una corona di amici che brinderanno alla nostra riconciliazione. Tu verrai... tu sarai dei nostri, non è vero?—Due soli motti al fattorino—ed io conterò questo fra i più lieti anniversarii della mia vita.«Col cuore, proprio col cuore:«Tuo affez. X.»Una strana commozione si impossessò di me al leggere quello scritto—tu sai come Dio mi ha fatto—ho proprio sentito una lacrima scorrermi sulle guancie.—Il mio buon... X! Ma presto!... chʼegli non soffra... nellʼincertezza!—Detti mano alla penna e vergai di fretta la risposta:«Mio caro X....,«Ma... figurati!... toccava a me...! tutti i torti eran miei... ti domando mille scuse... Non dubitare... Alle quattro sarò da te... Ah! sʼiosapessi di qual modo attestarti la mia gioja, la mia riconoscenza!.. Chiedi, domanda... Io sono ancora lʼamico di una volta!... Oggi... a tavola discorreremo... Non dubitare... sarò esatto... Hai pensato anche ai risi...! Bravo amicone! A ben vederci, fra poche ore... Intanto quattro baci grossi... grossi... di quelli che vanno in fondo dellʼanima dal«Tutto tuo G. B.»Consegnai la risposta al fattorino, che partì come una freccia. Ero proprio contento. Saltellavo per la stanza come avessi guadagnata un terno al lotto—e già avevo divisato di spendere una trentina di lire per un bel mazzo di fiori da inviare alla signora, quando il fattorino mi comparve di nuovo nella stanza e mi porse unʼaltra lettera dellʼamico:«Mio amatissimo G. B.,Non puoi immaginare qual festa abbiamo fatto, mia moglie ed io, al leggere la tua amabile risposta! Sempre pari a te stesso!... Una gran mente e un gran cuore!—Vuoi subito una prova della fede che noi riponiamo nella tua schiettezza e nella tua generosità? Tu mi scrivi laconicamente:chiedi, domanda... Ed io, senza esitare un istante,chiedo... domando. Puoi tu farmi avere, dentro oggi, prima dellequattro, un biglietto da lire cinquecento? Tu lo puoi, senza dubbio, e quindi me li spedirai subito a mezzo del fattorino... Dopo questo, a rivederci alle quattro. Ti prepariamo una ovazione.«Il tutto tuo, ecc.»Tutto caldo, comʼero, di entusiastica commozione, chiusi, senzʼaltro riflettere, in un involto la piccola somma e la inviai allʼamico. Poi, alle quattro, mi recai, come avevo promesso, a pranzare da lui. Dio! quali feste! quale accoglienza da parte di tutti! Fui collocato al posto dʼonore. Fui colmato di amorevolezze. Alla frutta, cominciarono i brindisi e le declamazioni. Ma al momento, in cui lʼallegria generale, fomentata dallo sciampagna, toccava il colmo, una cupa tristezza si aggravò sul mio spirito, il sorriso si dileguò dal mio labbro, divenni mutolo ed imbronciato. Non riuscivo di cavarmi dalla mente questa idea fissa: Questo pranzo eccellente, questi vini squisitissimi, sei tu, o minchione, che li ha pagati—e forse lʼamico si burla di te nel segreto del cuore, e ride della tua dabbenaggine!Ed ecco di qual maniera, un grande ed espertopuffistapuò, anche a mezzo dellʼepistolario, spostare le banconote a suo vantaggio ed a gloria dellʼarte.[6]Nellʼanno 1850 io accompagnava in qualità di segretario, un celebre violoncellista che percorreva la Francia dando dei concerti. Nella piccola città di C... le cose erano andate alla peggio. Allʼalbergo, ove da oltre un mese eravamo alloggiati e nutriti lautamente, vi era già un grosso conto a nostro carico. Lʼultimo concerto, sul quale si era fatto assegnamento per soddisfare al nostro debito, aveva fruttato a mala pena una diecina di scudi. Allʼindomani, il mio violoncellista entra nella camera dove io stava abbigliandomi, e mi dice: «Caro segretario, conviene prendere una risoluzione! Per partire decorosamente da questa città ci occorrono cinquecento lire allʼincirca—bisogna trovarle. Tu sai che il signor Roux, pel quale ebbi una lettera commendatizia, mi accolse con molto affetto e mi tiene in gran conto; sono andato più volte da lui, e siccome egli è buon dilettante di musica e amantissimo dei classici, abbiamo suonato insieme i duetti di Beethoven. Il signor Roux, per quanto dicono, è assai ricco. Animo dunque! Prendi una penna. Scrivigli a mio nome una bella lettera, esponigli schiettamente la nostra situazione, e domandagli a prestito la somma che ci occorre.—Ma io...—Non pensare! la lettera, naturalmente la firmerò io.» Non posi di mezzo altre osservazioni, scrissi,e la lettera fu spedita a mezzo di un garzone dellʼalbergo. Di lì a unʼora, mentre si faceva colazione nel salottino, un domestico in livrea venne a portare la risposta. Il signor Roux con frasi oltremodo cortesi ed amabili si scusava di non poter pel momento, malgrado il suo vivo desiderio di favorire un artista tanto valente, prestargli la piccola somma. E soggiungeva, tanto da ammorbidire il rifiuto: «Se fosse lʼepoca del raccolto dei bozzoli, quando il denaro affluisce nelle casse dei possidenti, vi assicuro che non esiterei un istante a compiacervi, e sarei lietissimo di potervi dare anche più di quanto richiedete.» II mio violoncellista punto sconcertato da quella lettura, stette alcun tempo silenzioso cogli occhi affissati sul foglio. Poi, colla maggior calma del mondo: «Sai tu dirmi in qual mese dellʼanno si raccolgono i bozzoli?—Credo, ai primi di giugno.—Siamo ora... agli ultimi di marzo... soggiunse pacatamente lʼamico.... Non importa! Lʼalbergatore vorrà ben fidarsi della parola del signor Roux. Prendi subito la penna, e scrivi al signor Roux che noi attenderemo i suoi comodi.» Confesso che nel vergare questa seconda lettera io aveva le vertigini nel cervello. Che fare? Nella mia qualità di segretario, mi era forza di piegare il capo.—Scrissi ciò che lʼamico dettava, e la lettera fuconsegnata al domestico. Non starò a narrare per filo e per segno di qual maniera io riuscii a distaccarmi da quellʼuomo singolare, che stampò in ogni provincia dellʼEuropa delle orme incancellabili di genio.Egli rimase allʼalbergo di C... in attesa delle lire cinquecento, e verso la metà di giugno io ricevetti a Lione una sua lettera dove mi annunziava che lʼinfameRoux, mancando alla data promessa, non gli aveva ancora pagate le cinquecento lire, e chʼegli contava trascinare quelviledinanzi ai tribunali, mettendo a suo carico gli interessi e domandando il risarcimento dei danni materiali e morali a lui derivati dal mancato pagamento. Più tardi mi venne riferito che il signor Roux, per liberarsi da quella nojapagòle cinquecento lire e a proprie spese provvide a che il celebre suonatore di duetti classici partisse per Marsiglia.FINE DELLE NOTE.

not

DI

ZEFFIRINO BINDOLO.

[1]Nel più ingenuo paese che prosperi in Europa sotto il sole della civiltà, gli ottusi che leggono senza comprendere sono in numero sterminato. Quando apparve per la prima volta nel poco ammirabile paese lʼopuscoletto di Roboamo Puffista, i volghi letterati urlarono allo scandalo, e il clamore della indignazione esplose così impetuoso e brutale, che i venditori girovaghi di stampati, atterriti dalle invettive, riportarono allʼeditore le copie dello incriminato volumetto protestando di non voler più oltre prestarsi allo spaccio della merce abbominevole. Allarmarsi per un titolo, condannare un libro prima di leggerlo e riprovarlosenza averlo compreso, son casi che avvengono ogni giorno, laddove lʼintelligenza umana, evirata dai gesuiti e dai pedanti, è inevitabilmente condotta ad incaponire. Benedetta la Francia! benedetta la nazione dello spirito e della tolleranza, dove si possono scrivere e pubblicare dei libri intitolati:Lʼarte di rendersi antipatico,Lʼarte di ingannare il prossimo,Lʼarte di rubare,ecc, ecc. senza incorrere la scomunica dei citrulli. Nellʼopuscoletto di Roboamo Puffista, che è da capo a fondo una satirica ironia, diretta a smascherare la frode, si contengono delle osservazioni le quali importerebbero un più serio sviluppo. Vi siete mai chiesti se il debito sia un crimine, o in quali casi lo sia, e come avvenga che nellʼordine delle moderne istituzioni, la condizione inesorabilmente imposta a tutti gli enti individuali e collettivi, è quella di doversi indebitare? Avete mai considerato che il debito, nellʼabominevole condizione creata dalla società a milliaja e milliaja di individui diseredati, rappresenta lʼunica valvola di salvezza fra la disperazione e il delitto?

Credete voi che ilpuffista, se questa valvola si chiudesse, non si darebbe al ladroneggio, forsʼanco allʼassasinio? Allorquando i governi ed i popoli ignoravano la grandʼarte di reggersi sul debito, non avvenivano più frequenti le invasioni, le guerre di conquista brutalmentecoronate dalla rapina e del saccheggio? Provatevi un poco, o citrulli, a procedere su questa via di considerazioni; vedrete allora, capirete forse, ciò che in altri paesi meno gaglioffi fu capito da un pezzo, che lʼironia e la satira vestite delle apparenze più frivole, sono le lanterne magiche dalle quali si sprigiona la luce più atta a porre in evidenza le verità meno apparenti o meno esplorate.

[2]Evidentemente, lʼopuscolo dellʼottimo Roboamo fu scritto in quellʼepoca barbara, quando ancora esisteva, a frenare la baldanza delpuffismoinvadente, lo spauracchio dellʼarresto personale. Noi dobbiamo a Napoleone III, imperatore dei francesi, lʼiniziativa della provvida riforma che emancipò i debitori dalle antiche tirannidi del codice commerciale. Quando le nuove franchigie vennero proclamate in Francia, lʼonorevole corpo accademico dei reclusi di Clichy improvisò una splendida luminaria. La Bastiglia dei debitori era demolita, e il santo diritto del liberopuffaffermato allʼumanità. La costituzione del secondo impero era basata sulpuff; fino a quando Napoleone III tenne le redini dello Stato, ipuffistiottennero protezioni, favori, privilegi. Via! Non disconosciamo i benefizii resi da quel potente sovrano alla causa dei diseredati! Sulla base del monumento chefra poco vedremo erigersi in Milano alla memoria di Lui, proporrei che si scolpisse lʼepigrafe:

ANAPOLEONE IIII PUFFISTI RICONOSCENTI.

[3]Quandʼio faceva il mio corso di studi allʼuniversità di Pavia, unpuffistaquasi imberbe, che ebbe poi a segnalarsi in Europa colle sue grandiose strategie, esordiva nella carriera con una saporitissima burla, della quale si parla ancora oggidì con ammirazione sotto i portici dellʼAteneo torinese. Al nostro giovane eroe, testè laureato nelle matematiche, occorreva, per ripatriare decorosamente, un pajo di stivali. Gli mancavano pochi spiccioli per procacciarsi quel lusso di calzatura, una miseria!—dodici.... quattordici lire. Che si fa? Si fa così: sentite questa che è proprio bellina!—Si va da un calzolajo, gli si ordina un bel pajo di stivali, a patto chʼei debba recarveli al domicilio, il tal giorno, alla talʼora. Poi, si entra in unʼaltra bottega e ad un altro calzolajo si replica la commissione. Al primo si dice: sarò in casa ad attenderti alle dieci; allʼaltro si ingiunge di venire alle dodici. Ilgiorno stabilito, allo scoccar delle dieci, arriva cogli stivali il primo calzolajo. Lo studente li calza, encomia la fattura, si mostra pienamente soddisfatto; ma poi, levandosi in piedi e contrafacendo le grinze di un addolorato—vedi sʼio fui bestia! esclama battendosi la fronte: quando mi feci prendere la misura, ho scordato di dirti che qui, sul piede sinistro, ho una maledetta ingrossatura... Senti, figliuolo mio, se tu riportassi via lo stivale e lo tenessi in forma sino a domani... non ti pare..?—La servo subito, risponda il dabben Crispino; si metta a sedere, dia qua...! Dallʼaltro piede non soffre? —Niente affatto! la calzatura mi va come un guanto.—Tanto meglio! E il buon uomo se ne va collo stivale sinistro sotto il braccio, promettendo di riportarlo lʼindomani allʼistessʼora. A mezzodì arriva lʼaltro calzolajo. Da parte dello studente le stesse grinze, le stesse contorsioni nel provarsi gli stivali; ma questa volta la ingrossatura non è, come poco dianzi, al piede sinistro; lo stivale che vuol essere allargato è quello che corrisponde al piede destro. Sta bene! Lo terrò in forma fino a domani, e verrò a riportarglielo allʼora che crede.—Alle dieci: ti pare?—Alle dieci! Viene il domani. I due calzolaj allʼora fissata salgono le scale che conducono al domicilio dello studente e si arrestano entrambi dinanzialla stessa porta, ciascuno col suo stivale sotto braccio.

—Chi cercano? domanda la signora della casa, presentandosi—lo studente B..., rispondono ad una voce i due calzolaj.—Partito jeri sera per Cremona.—Diamine! Io doveva portargli questo stivale...—E anchʼio...!—I due Crispini spalancano tanto dʼocchi.—Quando tornerà il signor B...?—Dio sa quando! forse mai, rispondo la signora; ha compiuto i suoi studii, ha ottenuto la laurea, non occorre chʼegli torni.

—Ma io....!—Ma io!—esclamano allʼunissono le due vittime, sollevando lo stivale. Non ha lasciato il destro?—Non ha lasciato il sinistro?...—Io ne so nulla, dice la signora, che ha già indovinata la strana burletta perpetrata dal suo arguto inquilino; ciò che io so, è chʼegli è partito con un bel pajo di stivaletti nuovi, così nitidi e lucenti che abbagliavano a vederli.—Finalmente anche, i due malcapitati calzolaj compresero ciò che era forza comprendere.

—Col mio stivale destro..., disse lʼuno.

—Col mio stivale sinistro..., soggiunse lʼaltro.

—Si può ancora formare il pajo.

—Verissimo... Non ci resta che ad accoppiarli... È quello appunto che ha fatto il nostro birbo committente.—I due calzolaj eran statiminchionati così bene, che passato il primo bruciore, risero insieme più volte della mala ventura loro occorsa.

Quantunque assai noto, perchè più recente, merita di passare ai posteri il brillante episodiopuffisticodal quale ebbe origine il motto:el gha gamba bonna; motto che a Milano suol ripetersi ogni volta che sia in gioco la strategia di qualche matricolato furbacchione. Anche in questo caso la vittima fu un calzolajo. Un giovanotto decentemente vestito entra in una bottega sulla corsia del Broletto e domanda un pajo di stivaletti.—Veda un poco se questi gli vanno! disse il padrone di bottega.—Lʼaltro, si prova a calzarli, si leva dal sedile, divincola il piede, fa qualche passo... ottimamente! non cʼè che dire.—Dʼun tratto balza nella bottega, uno sconosciuto, si slancia contro il giovane dagli stivaletti, gli applica alla guancia un sonorissimo schiaffo, e via di corsa.—Aspetta che ti acconcio io per le feste! grida lo schiaffeggiato, uscendo furioso dalla bottega e dandosi ad inseguire lo sconosciuto. Il calzolajo ed i fattorini accorrono in sulla porta per vedere come la vada a finire.—I due fanno a chi più corre, e allo svolto di una contrada scompariscono.—Lo raggiungerà! lo raggiungerà!esclama il dabben calzolajo; quel briccone corre lesto, ma anche lʼaltro è di buona gamba!—Infatti i due sozii corsero tanto e con lena siffatta, che nessuno ebbe più nuova di loro nè degli stivaletti elegantissimi che lʼun dʼessi si era procacciati con quellʼaudace stratagemma.

[4]Se la parca inesorabile non avesse troncato innanzi tempo il filo deʼ suoi giorni e delle sue opere immortali, lʼautore del presente opuscolo avrebbe indubbiamente dettato degli stupendi precetti aipuffistisulla maniera di redigere il loro epistolario. Si vuole unʼarte finissima, si vuole una rettorica speciale per intrattenere coi creditori una profittevole corrispondenza epistolare, per rispondere alle lettere, talvolta volgari e atrocemente irritanti che ordinariamente accompagnano le note dei fornitori insubordinati. Si tratta di ammansare una belva. Con poche linee di scritto, contrapposto ad una grossolana intimazione di salumiere o di macellajo, si riesce talvolta ad ottenere che un libro mastro, già saturo di addizioni illiquidabili, si riapra per un credito illimitato. Questo genere di eloquenza non si insegna nelle scuole, non trova esempi nei trattati; è lʼeloquenza del geniopuffistico. In certicasi, si tratta semplicemente di indirizzarsi al cuore e di commuovere; talvolta convien ostentare meraviglia e disdegno, opporre alla minaccia il risentimento, allʼarroganza lʼinsulto. Gli argomenti derivati dallʼidealismo umanitario, rilevati dalle più assurde astruserie, dalle più stravaganti insensatezze, è ben raro che falliscano allo scopo. Nullameno, io sono dʼavviso, che a meno di aver raggiunta la più alta meta cui possa aspirare, unpuffistadi prima classe, il sistema epistolare da preferirsi sia quello che si indirizza al sentimento, che mira ad ispirare una simpatica e generosa commozione. Con tal metodo il mio giovane amico D. B. ottenne, durante la sua dimora a L..., dei risultati ammirabili. Trascriverò, ad esempio del genere, la breve lettera da lui indirizzata ad un salsamentario, il quale aveva osato alla fine dʼanno mandargli una nota di lire trecento:

«Pregiatissimo Signore,

«Al capezzale della mia povera vecchia madre morente, ho ricevuto la vostra lettera, che mi ricorda un sacro dovere. Appena avrò un poʼ di testa... per esaminare... per confrontare... ecc. ecc... appena la santa donna, che mi vuol sempre vicino, sarà uscita di pericolo, iocorrerò da voi per regolare le partite. Frattanto, credete ai sensi ecc.»

Vostro devotissimo

D. B.

Una lettera quasi identica spedì a quella medesima epoca il nostropuffistaesordiente agli altri suoi creditori. Questi non osarono rinnovare le istanze, e attesero con animo tranquillo. Ma un bel giorno, lʼamico D. B. abbandonòinsalutato hospitela città dove avea vissuto lautamente per un anno; probabilmente la povera santa vecchia era guarita, ma i creditori non ebbero motivo di rallegrarsene.

Prima di ricorrere alla rettorica esacerbante delle insolenze, un abile e prudente puffista deve aver esaurite tutte le pratiche ammollienti. Lʼimpressione più istantanea e più naturale che deve prodursi nellʼanimo cavalieresco di unpuffistaal vedersi dinanzi la nota impertinente di un creditore, è quella di un olimpico stupore. Un personaggio alto locato, che si atteggia da principe, da barone, da marchese, che si fa chiamare sua eccellenza il sig. commendatore ecc. ecc., non può a meno, di atteggiarsi a meraviglia al vedere che un miserabilesubalterno osa importunarlo per una inezia. Mille, duemille, ventimille lire, non rappresentano infatti, per un principe russo, per un ammiraglio peruviano, altrettante cifre impercettibili? Qual vʼè somma tanto ingente che passando pel lambicco aritmetico di un debitore insolvibile, non si pareggi ad uno zero?

—Tiens! Tiens!esclamava un francese puffista (sono famosi!) ogni, volta che un creditore commetteva lʼirriverenza di presentargli una nota. E quel monosillabo, profferito con accento di sorpresa, saldava la partita.

Ordinariamente, nel rispondere alle sollecitazioni dei fornitori più impertinenti, i grandi puffisti si appigliano al seguente formulario:

«Pregiatissimo Signore,

«Ho lʼonore di informarvi che la nota da Voi speditami in data... ecc. ecc. lʼho trasmessa oggi stesso al mio amministratore, perchè più sollecitamente che per lui si possa, come di ragione, provveda al pareggio. Tanto; per vostra norma, e mi dico

«Barone diPuffardaraecc. ecc.»

Naturalmente, il creditore si consola e lascia passare una quindicina di giorni prima di ripetere lʼattacco. La risposta che i baroni diPuffardara sogliono contrapporre alla seconda richiesta, è scritta su per giù in questi termini:

«Con mia somma meraviglia vengo ad apprendere dalla S. V. che il mio amministratore non ha finora provveduto a mettersi in regola con voi. Mi piace attribuire ad un obblìo questa irregolarità di condotta del mio uomo dʼaffari, anzichè sospettare in lui una negligenza colpevole. Questa sera lo farò chiamare nel mio gabinetto, e in ogni caso, gli ricorderò i suoi doveri. Aggradisca ecc. ecc.»

Ecco unʼaltra dilazione spontanea, ottenuta con quattro linee di scritto. È raro il caso che un barone di Puffardara debba replicare ad una terza lettera della vittima. Quando ciò avviene, la frase dellʼesordio è sempre questa: «Ho dato al mio amministratore una buona lavata di testa per la sua colpevole trascuranza ed ho minacciato di licenziarlo se entro la settimana ecc. ecc.» Entro la settimana, il barone si licenzia dalla città nelle ore mestissime del crepuscolo—abbandonando ai numerosi clienti la cura di amministrare i suoipuffa tutto loro agio.

Le frasi ad effetto, che intontiscono chi legge, rare volte falliscono allʼintento. Recherò unsolo esempio. Anni sono, quando io conduceva a Milano la vita sbrigliata dello scapolo, un giovane poeta e romanziere, dotato di molto accume puffistico mi pregò lo presentassi ad un sarto acciò questi gli fornisse un abbigliamento completo da pagarsi in rate mensili. Gli abiti in men di tre giorni furono allestiti e consegnati, ma i mesi trascorsero, trascorse lʼanno, e il poeta romanziere, assorto nella sue divine fantasticherie, sdruscì le stoffe prima di averle pagate. Naturalmente, il sarto gli scrive. Il poeta, che per caso è anche gentiluomo, risponde, e siccome la cortesia delle risposte non è mai avvalorata di qualche spicciolo, lʼepistolario si prolunga per parecchi mesi. Un giorno il dabben sarto si reca da me. Veda un poco, mi dice, che razza di istorie mi vien contando quel signor poeta da Lei raccomandato! Così parlando, mi presenta una lettera. Nelle prime linee, lʼamico faceva le sue scuse, parlava di gravi e urgenti impegni pei quali aveva dovuto sprovvedersi di ogni suo avere, chiedeva nuove proroghe al pagamento. Ciò che aveva colpito il sarto—ed io pure, lo confesso, ne rimasi colpito—era la chiusa della lettera—«Io vi ho esposti, concludeva lʼamico poeta, con schiettezza da galantuomo le tristi condizioni nelle quali verso attualmente; ma se questo non bastasse ad impetrarmi grazia,se fosse intento vostro di continuare a vessarmi con visite e con scritti impertinenti, allora sarò costretto a rammentavi chevoi siete sarto, e che, una volta accettata la missione di sarto, avete lʼobbligo di vestire lʼumanità.» Non vi par questo uno di quei motti sublimi di insensatezza che sfidano la dialettica più ardita, che ottundono il cervello più arguto? Io mi dichiarai incapace di confutare lʼamico, e il povero sarto non osò per alcun tempo riprendere i suoi attacchi contro un uomo sì fortemente trincierato negli argomenti del diritto naturale.

[5]Chieder denaro a prestito a mezzo di lettera non è tattica dapuffistadistinto, a meno che la domanda non sia stata preceduta da abili strategie, le quali escludano ogni probabilità di un risultato negativo. Un celebre artista da teatro, del quale sopprimo il nome, mi narrò a tale proposito una graziosa storiella che amo qui riferire ad edificazione di chi intende iniziarsi alla grandʼarte.—Ero giunto da pochi giorni a Milano (ripeto testualmente le parole dellʼamico) per dar principio ai concerti della mia nuova opera destinata alla Scala. Un bel mattino, mentre stavo abbigliandomi, sento bussare allʼuscio della mia camera.—Chi e là?—Era un garzonetto con una lettera alla mano.Getto gli occhi sulla soprascritta—diamine! son caratteri noti!... i caratteri del mioquondamamico X. Diamine! Che vorrà dire?—È dʼuopo sapere che con questo signor X, letterato e giornalista di qualche fama, io mʼera due anni prima bisticciato a cagione di non so quali sue polemiche. Dʼallora in poi era cessata ogni nostra relazione; non ci eravamo più veduti, non ci eravamo più scritti. Comprenderai la mia sorpresa al ricevere una sua lettera.

Ecco di che si trattava:

«Mio caro D.....,

«Oggi ricorre lʼanniversario della mia nascita, è il giorno delle ricordanze soavi, il giorno delle dolci espansioni. Voglio, allʼora del pranzo, avere intorno alla mia mensa tutte le persone a me care. Ho invitato i parenti e gli amici—nessuno mancherà. Orbene: Che vuoi? Questa mattina appunto mi venne detto che tu eri a Milano. Ho provato una stretta al cuore. E il primo pensiero che mi sovvenne fu questo: anchʼegli... una volta... era deʼ nostri!... Non ho saputo resistere... Ho preso la penna e ti ho scritto..; Via! Ti stendo la mano... Confesso dʼaver avuto dei torti... Forse qualche torto... vi fu anche da parte tua... Ma dunque? Sʼhaproprio da troncare una vecchia amicizia...! Qua la mano, mio buon Peppo; prometti che oggi alle quattro (alle quattro precise, bada bene—poichè i risi alla veneziana, che ti piacciono tanto, non mancheranno) tu sarai qui, seduto alla mia tavola al posto dʼonore... al fianco mio, al fianco di mia moglie, in mezzo ad una corona di amici che brinderanno alla nostra riconciliazione. Tu verrai... tu sarai dei nostri, non è vero?—Due soli motti al fattorino—ed io conterò questo fra i più lieti anniversarii della mia vita.

«Col cuore, proprio col cuore:

«Tuo affez. X.»

Una strana commozione si impossessò di me al leggere quello scritto—tu sai come Dio mi ha fatto—ho proprio sentito una lacrima scorrermi sulle guancie.—Il mio buon... X! Ma presto!... chʼegli non soffra... nellʼincertezza!—Detti mano alla penna e vergai di fretta la risposta:

«Mio caro X....,

«Ma... figurati!... toccava a me...! tutti i torti eran miei... ti domando mille scuse... Non dubitare... Alle quattro sarò da te... Ah! sʼiosapessi di qual modo attestarti la mia gioja, la mia riconoscenza!.. Chiedi, domanda... Io sono ancora lʼamico di una volta!... Oggi... a tavola discorreremo... Non dubitare... sarò esatto... Hai pensato anche ai risi...! Bravo amicone! A ben vederci, fra poche ore... Intanto quattro baci grossi... grossi... di quelli che vanno in fondo dellʼanima dal

«Tutto tuo G. B.»

Consegnai la risposta al fattorino, che partì come una freccia. Ero proprio contento. Saltellavo per la stanza come avessi guadagnata un terno al lotto—e già avevo divisato di spendere una trentina di lire per un bel mazzo di fiori da inviare alla signora, quando il fattorino mi comparve di nuovo nella stanza e mi porse unʼaltra lettera dellʼamico:

«Mio amatissimo G. B.,

Non puoi immaginare qual festa abbiamo fatto, mia moglie ed io, al leggere la tua amabile risposta! Sempre pari a te stesso!... Una gran mente e un gran cuore!—Vuoi subito una prova della fede che noi riponiamo nella tua schiettezza e nella tua generosità? Tu mi scrivi laconicamente:chiedi, domanda... Ed io, senza esitare un istante,chiedo... domando. Puoi tu farmi avere, dentro oggi, prima dellequattro, un biglietto da lire cinquecento? Tu lo puoi, senza dubbio, e quindi me li spedirai subito a mezzo del fattorino... Dopo questo, a rivederci alle quattro. Ti prepariamo una ovazione.

«Il tutto tuo, ecc.»

Tutto caldo, comʼero, di entusiastica commozione, chiusi, senzʼaltro riflettere, in un involto la piccola somma e la inviai allʼamico. Poi, alle quattro, mi recai, come avevo promesso, a pranzare da lui. Dio! quali feste! quale accoglienza da parte di tutti! Fui collocato al posto dʼonore. Fui colmato di amorevolezze. Alla frutta, cominciarono i brindisi e le declamazioni. Ma al momento, in cui lʼallegria generale, fomentata dallo sciampagna, toccava il colmo, una cupa tristezza si aggravò sul mio spirito, il sorriso si dileguò dal mio labbro, divenni mutolo ed imbronciato. Non riuscivo di cavarmi dalla mente questa idea fissa: Questo pranzo eccellente, questi vini squisitissimi, sei tu, o minchione, che li ha pagati—e forse lʼamico si burla di te nel segreto del cuore, e ride della tua dabbenaggine!

Ed ecco di qual maniera, un grande ed espertopuffistapuò, anche a mezzo dellʼepistolario, spostare le banconote a suo vantaggio ed a gloria dellʼarte.

[6]Nellʼanno 1850 io accompagnava in qualità di segretario, un celebre violoncellista che percorreva la Francia dando dei concerti. Nella piccola città di C... le cose erano andate alla peggio. Allʼalbergo, ove da oltre un mese eravamo alloggiati e nutriti lautamente, vi era già un grosso conto a nostro carico. Lʼultimo concerto, sul quale si era fatto assegnamento per soddisfare al nostro debito, aveva fruttato a mala pena una diecina di scudi. Allʼindomani, il mio violoncellista entra nella camera dove io stava abbigliandomi, e mi dice: «Caro segretario, conviene prendere una risoluzione! Per partire decorosamente da questa città ci occorrono cinquecento lire allʼincirca—bisogna trovarle. Tu sai che il signor Roux, pel quale ebbi una lettera commendatizia, mi accolse con molto affetto e mi tiene in gran conto; sono andato più volte da lui, e siccome egli è buon dilettante di musica e amantissimo dei classici, abbiamo suonato insieme i duetti di Beethoven. Il signor Roux, per quanto dicono, è assai ricco. Animo dunque! Prendi una penna. Scrivigli a mio nome una bella lettera, esponigli schiettamente la nostra situazione, e domandagli a prestito la somma che ci occorre.—Ma io...—Non pensare! la lettera, naturalmente la firmerò io.» Non posi di mezzo altre osservazioni, scrissi,e la lettera fu spedita a mezzo di un garzone dellʼalbergo. Di lì a unʼora, mentre si faceva colazione nel salottino, un domestico in livrea venne a portare la risposta. Il signor Roux con frasi oltremodo cortesi ed amabili si scusava di non poter pel momento, malgrado il suo vivo desiderio di favorire un artista tanto valente, prestargli la piccola somma. E soggiungeva, tanto da ammorbidire il rifiuto: «Se fosse lʼepoca del raccolto dei bozzoli, quando il denaro affluisce nelle casse dei possidenti, vi assicuro che non esiterei un istante a compiacervi, e sarei lietissimo di potervi dare anche più di quanto richiedete.» II mio violoncellista punto sconcertato da quella lettura, stette alcun tempo silenzioso cogli occhi affissati sul foglio. Poi, colla maggior calma del mondo: «Sai tu dirmi in qual mese dellʼanno si raccolgono i bozzoli?—Credo, ai primi di giugno.—Siamo ora... agli ultimi di marzo... soggiunse pacatamente lʼamico.... Non importa! Lʼalbergatore vorrà ben fidarsi della parola del signor Roux. Prendi subito la penna, e scrivi al signor Roux che noi attenderemo i suoi comodi.» Confesso che nel vergare questa seconda lettera io aveva le vertigini nel cervello. Che fare? Nella mia qualità di segretario, mi era forza di piegare il capo.—Scrissi ciò che lʼamico dettava, e la lettera fuconsegnata al domestico. Non starò a narrare per filo e per segno di qual maniera io riuscii a distaccarmi da quellʼuomo singolare, che stampò in ogni provincia dellʼEuropa delle orme incancellabili di genio.

Egli rimase allʼalbergo di C... in attesa delle lire cinquecento, e verso la metà di giugno io ricevetti a Lione una sua lettera dove mi annunziava che lʼinfameRoux, mancando alla data promessa, non gli aveva ancora pagate le cinquecento lire, e chʼegli contava trascinare quelviledinanzi ai tribunali, mettendo a suo carico gli interessi e domandando il risarcimento dei danni materiali e morali a lui derivati dal mancato pagamento. Più tardi mi venne riferito che il signor Roux, per liberarsi da quella nojapagòle cinquecento lire e a proprie spese provvide a che il celebre suonatore di duetti classici partisse per Marsiglia.

FINE DELLE NOTE.


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