CAPITOLO DUODECIMOMARIA DEI RICCI

Amore alma è del mondo, amore è mente.Che volge in ciel per corso obliquo il sole.Tasso,Rime.O giovanetti, sul lago del cuoreVada trescando per poco l'amore.L'abbandono, Melodie liriche.

Amore alma è del mondo, amore è mente.Che volge in ciel per corso obliquo il sole.Tasso,Rime.O giovanetti, sul lago del cuoreVada trescando per poco l'amore.L'abbandono, Melodie liriche.

Amore alma è del mondo, amore è mente.

Che volge in ciel per corso obliquo il sole.

Tasso,Rime.

O giovanetti, sul lago del cuoreVada trescando per poco l'amore.L'abbandono, Melodie liriche.

O giovanetti, sul lago del cuore

Vada trescando per poco l'amore.

L'abbandono, Melodie liriche.

Noi ci amavamo un giorno!... Quando prima mi comparisti davanti tutta lieta di gioventù e di bellezza, io pensai di averti già amato. Allora credei avesse compreso Platone un mistero divino quando affermò le anime destinate ad amarsi ricevere, prima di nascere, in cielo la impronta della creatura diletta. In qual parte ti vidi? — Su la primavera della vita, in un mattino di primavera, il raggio del sole, poichè ebbe benedetto la famiglia delle piante e dei fiori, si posò sopra le mie palpebre socchiuse; l'anima, repugnante dalla vita reale, or sì ora no, si affaccia alle pupille, come la vergine dubbiosa tra la voglia di conservare immacolata la sua tunica bianca e la voluttà promessa dall'amore.... in quel punto io ti vidi, o mi parve vederti a guisa di farfalla batter l'ale per quel torrente di luce: — ti vidi e ti sentii tra le melodie dell'uccello innamorato della rosa, tra gl'incensi arsi alla maestà dell'Eterno, nella voce arcana dei boschi, fra il rumore della cascata, fra le lacrime della riconoscenza, nella gentile alterezza di un'azione magnanima. — La tuaimmagine dava moto al creato; — confusa con tutti gli enti ella ne svelava al pensiero le secrete bellezze come il raggio della luce rinnuova l'iride dei colori nelle infinite stille di rugiada tremolanti su le foglie al principio del giorno. Bastò uno sguardo! — Al primo tocco le anime nostre, puro elettricismo di amore, si ricambiarono la stanza mortale; tu vivesti la mia anima... io vissi la tua.»

«Il figlio della terra leva gli occhi ad ammirare la grande opera della creazione quando il firmamento mena a scintillare per gli azzurri sereni tutti i suoi pianeti, e d'ora in ora corrusca di un baleno, — quasi sorriso di fuoco per esprimere l'allegrezza che sente nel contemplarsi tanto maestoso nello specchio delle acque. — Io però non levai gli occhi, li declinai, perchè — Dio mi perdoni — il tuo volto mi parve più bello del cielo.

«Tu lo rammenti? — posavi il tuo capo qui sul mio seno; l'arteria della tua tempia rispondeva al palpito del mio cuore.... stretti così che il suo calore t'infiammava le guance, le quali si facevano vermiglie con gli effluvii della mia vita. — Io poi, come chi si diletta guardare pei lavacri più puri che sgorgassero mai dall'urna della ninfa le arene d'oro giù nel fondo, con i miei occhi intenti nei divinissimi tuoi contemplava traverso il nero delle tue pupille effigiata la breve mia immagine e credeva vedertela impressa in mezzo dell'anima. Noi non dicemmo parola, — nè un sospiro, — nè un alito. Talora lieve lieve io sfiorava co' labbri la tua fronte, come per deporvi la corona dell'amore. I nostri spiriti armonizzavano splendidi quando la gemma e come lei pellegrini. Noi non giurammo di amarci, credemmo la eternità verrebbe meno nel misurare la durata del nostro amore; — stimammo il nostro affetto più immortale di Dio!....

«Il tempo che, comunque antico, sapeva dovergli bastare la vita per vederne la morte, sorrise, — il tempo che cancella le generazioni, i sepolcri e le memorie, — perchè lascerebbe intatto un sentimento del cuore? Non ha egli forse consumato i caratteri incisi sul granito orientale?

«Chi mi dirà la traccia dell'aquila traverso il cielo? Chi distingue là via del serpente sopra la terra? Chi potrà conoscere che l'amore abbia agitato le anime nostre? — Ahimè! le ceneri fanno testimonianza dello incendio. — Le corde dell'arpa si ruppero; una trama mortale la ricuopre adesso... mortale all'insetto soltanto, nondimeno mortale; — eppure un giorno il menestrello ne trasse suoni dolcissimi, di cui è fama gli susurrasse le note l'angiolo dell'armonia in un estasi di amore.

«Oh! perchè mai vuotammo intera la tazza della voluttà? Chiunque vuole che nel suo petto duri la fiamma libi, non beva. — Non vi fu amaro nel fondo, no, ma stille insipide e rare dopo il sorso lungo. — Come il filosofo che sentì sfuggirsi nelle tepide acque il sangue e la vita, il nostro affetto morì svenato nella copia del piacere.

«Ti chiamerò infedele? T'imprecherò sul capo Nemesi vendicatrice dei giuramenti traditi? No: — tu potresti mandarmi pari rimproveri, imprecarmi sul capo simili furie. — Vorrò favellarti una parola di conforto? — Tuti sarai... tu ti sei consolata. — O tenteremo piuttosto ravvivare queste ceneri e studiare se vi fosse rimasta qualche scintilla sotto? No; — dopo le ceneri null'altro avanza che invocare i venti a disperderle. Il pensiero è impotente a resuscitare il cuore; — vedi, — siamo anime confinate dentro statue di marmo. Prometeo e Pigmalione poterono col fuoco celeste infondere la vita alla cosa inanimata, ma il nostro cuore visse anche troppo; adesso egli è morto... morto per sempre!

«Havvi una cosa nel creato che non si consuma nel fuoco e si chiama amianto, — ma non sente e non piange; — avvolge i cadaveri, onde la cenere umana non si confonda con la cenere dei carboni... perchè tu sai che non si distinguono le ceneri. Tutto così! Donna, comunque le tue mani sieno brevi, tu puoi tenere nella tua destra Cesare, nella sinistra Napoleone, — sono poca cosa i defunti! La terra pareva non dovesse bastare il sepolcro di cotesti potenti, e adesso ti avanzerebbe il cavo della mano.. — inutile insegnamento, la terra andrà sempre ingombra di tiranni e di oppressi... — e l'anima? Oh! l'anima, domandane alla nuvola che passa, ella conosce meglio di me il regno dei venti.

«Dovevano dunque i nostri cuori soltanto rinnovare il miracolo del roveto ardente comparso a Moisè? — Vieni, sacrifichiamo all'oblio...

«O scempio, frena l'ebbrezza del pensiero! Perchè tenterai nasconderti la tua maledizione? S'inganna ella forse la coscienza? il tuo spirito vide la ghirlanda della speranza calpestata su l'alba della vita. Tu sei a contemplarti doloroso, come nel deserto di Tebe la colonna rimasta sopra la base tra le mille cadute, quasi cippo della morta città. Coscienza feroce, almeno tu mi lasciassi la lusinga di reputarmi grande! Accompagni almeno la superba nel suo inferno il nuovo Lucifero! — Ahi sventura... sventura! perchè sopravissi ai funerali del mio amore?»

In fè di Dio! chi scrisse queste pagine certo fu un giovine innamorato che cominciò per credere a tutto e finì per non credere più a nulla, come ogni giorno succede; — esclamai io leggendo le riferite diavolerie, scritte di carattere minuto nelle fodere interne di un Petronio, sul quale stamane mi aveva preso vaghezza di riscontrare la storia della matrona di Efeso. Ella è cotesta una famosa storia in verità che in sostanza racconta di certa vedova la quale disse addio ai parenti e agli amici per terminare la vita nella sepoltura dove aveva riposto il corpo del marito, e indi a poche ore lo impiccò per salvare l'amante, come meglio potrete vedere, mie benigne lettrici, in Petronio scrittore latino e cortigiano di Nerone d'imperialememoria. Voi dame e cavalieri, e sopratutto voi, dame, percorrendo i primi versi di questo capitolo avrete per avventura immaginato ascoltare la espressione dei sentimenti del poeta, la relazione intima di un qualche affetto sciagurato... e forse alcuna di voi avrà pianto su me: consolatevi, — quei versi non mi appartengono, forse non corrispondono a nulla di vero, a niente di accaduto; per me, penso che gli abbia scritti uno scolare di retorica per esercitarsi a comporre metafore, similitudini,l'altra famiglia di figure oratorie descritte dal padre De Colonia, diverso assai dell'acqua fabbricata dal Farina, di cui voi tanto e a ragione vi compiacete, mie nobili dame. Se poi mi domandaste perchè io gli abbia messi, vorrei potervi rispondere, come messere Lodovico Ariosto: «Mettendoli Turpino anch'io gli ho messi»; — ma poichè così rispondere non mi è dato, vi dirò sinceramente quasi per confessione, che non lo so neppure io: — forse perchè il presente capitolo favellerà di amore... guardate un po' voi se questo ch'io esposi potrebbe essere una buona ragione.

Parlo di amore. —

Ella era bella, ma infelice, — fuori di misura infelice.

E pure quando, giovinetta, tutta riso, menò i lieti balli o convenne alle giojose adunanze, i circostanti trattenevano fino il respiro per paura di turbare la serenità dell'aere che circondava quel caro angiolo di amore.

E qualcheduno ancora gemè considerando la fragile creatura folleggiare spensierata sul margine della vita, come fanciullo sull'orlo dell'abisso...Dio la preservi dalla vertigine!

Allorchè, bianca più della rosa che le coronava la fronte, si accostò agli altari, la gente diceva: Va, va, egli è soave affanno quello della vergine che si reca a marito! — Allorchè tremò, — abbrividì, stette per cadere in deliquio, la gente riprese: — Bene per piacere si manca! Finalmente quando un sospiro le fuggì dai labbri, — una lagrima dal ciglio, — Ah! troppo era colma, esclamarono, la coppa della gioja, e n'è traboccata una goccia. —

E non pertanto cotesta stilla spense irreparabilmente l'ultimo guizzo alla fiaccola della speranza. La incantatrice della vita mutò la veste diafana nel manto funerario e si giacque nel suo cuore come dentro un sepolcro di pietra; — quivi ella se la sentiva inecittabile, — pesa; e l'era forza tenerla così spenta del continuo davanti con quel dolore che l'Ariosto racconta di Fiordiligi, la bella sconsolata, vigilante sul corpo del suo sposo, Brandimarte ucciso in battaglia.

Ahi quante volte al cielo levando la faccia lagrimosa aveva supplicato: Signore, rimuovi da me il calice della vita, — è troppo amaro pei miei labbri mortali! — quante con la fronte toccando il freddo marmo degli avelli per temperare l'ardore della fronte, si volgendo alla cenere quivi dentro rinchiusa, esclamò dal profondo delle viscere: T'invidio perchè riposi!

Dove nella sua fanciullezza non l'avessero atterrita con le storie di luoghi pieni di pianto, di fuoco e di furore, il talamo nuziale avrebbe ella già convertito in bara; — avrebbe reciso i suoi giorni in offerta al Dio del dolore siccome fa la vergine della lunga chioma, quando abbandona il mondo per la solitudine del chiostro.

Nessuno la rammenterebbe adesso; — sarebbe scomparsa fugace quanto la promessa della felicità, — quanto il voto dell'amore; — avrebbe vissuto la vita dell'anemone svelto sull'alba, la vita del grano d'incenso caduto sul fuoco, — profumo breve e poi oblio.

Ora chiunque la contempla geme per lei, perocchè ella sia bella e trista a vedersi come la rovina degli antichi tempii dell'Attica, rovina di marmo pario, di colonne corintie, di capitelli dalle foglie di acanto, di frammenti di statue di Fidia — maraviglia dell'arte, — pianto del cuore; e la mestizia le si diffonde tenace sul volto nel modo stesso che l'edera s'insinua ingombrando quei ruderi di tempii e di numi.

Si volse alla creatura e le domandò una stilla di refrigerio alla pena che durava; la creatura o folleggiava lieta e non volle contristarsi per lei, o piangere per sè e non volle cederle nè anche una lagrima; — allora si volse al cielo, e quinci le venne una rugiada sull'anima, perchè la religione le aveva detto abitare nei cieli una divinità che fu anch'essa creatura umana ed infelice.

Ella se ne sta raccolta dentro la cappella domestica, — un luogo tristo quanto i suoi pensieri; — con le sue mani ella stessa l'aveva addobbata a lutto. Il vivido sguardo del sole attraversando le tende di colore oscuro quivi diventava lugubre. Oltre i due terzi della stanza sorgeva una balaustra di marmo, e subito dopo due svelte colonnette, su i capitelli delle quali posavano ambo i lati di un arco; — dall'arco pendono le tende raccolte a mezzo e sospese ai fusti delle colonne.

Arde nel santuario una lampada davanti la immagine della madre di Cristo.

Rafaello fu che dipinse cotesta immagine. Gl'Italiani sanno come quel portentoso nell'arte dipingesse; gli altri vengano e vedano, — dacchè per parole non si descrive l'opera di Rafaello. Davanti quel volto celeste il cuore ti si commuove di un senso che par desio e finisce in preghiera; — quel volto si confonde con quanto di arcano e di sacro ti sta riposto nell'anima, ai primi pianti consolati, — ai primi dolori di tua fanciullezza repressi, — ai primi labbri sorrisi, alla memoria del sospiro che primo l'amore suscitò nel tuo seno, — alla prima lacrima versata sopra le umane sciagure; cosa in somma affatto divina e italiana.

Ella legge un libro coperto di velluto nero rabescato con fermagli d'argento di molto sottile lavoro; un bel libro, ma di dolente argomento; — l'ufficio dei morti.

E perchè prega la donna? Ella pur sente chiamarsi dalla diletta genitrice col dolce nome di figlia; lei salutano col nome di sposa; le sue viscere tremano quando una voce le dice: Mamma! mamma! addormentami sopra le tue ginocchia. — Perchè dunque ella prega?

Prega per l'anima di un defunto a lei più caro della genitrice, dello sposo, della stessa sua figlia... ma questo è un segreto fra il suo cuore e Dio.

Sfuggito le fu appena l'amendalle smorte labbra, chiuse il libro e lo tenne stretto tra l'indice e il pollice di ambedue le mani; — poi si pose a meditare.

E tanto si profondò in cotesta meditazione che non pareva più cosa viva; gli occhi lucidi, — intenti — aridi come di vetro incassati dentro testa di cera: — all'improvviso le balenarono, le si empirono dilagrime, e prorompendo in pianto irrefrenato fra i singulti esclamò: «Oh! questo è troppo gran tormento, Signore!»

Ed invero gravissimo era il tormento che travagliava in quel punto la povera Maria dei Ricci, moglie di Nicolò Benintendi.

Si affaccia alla porta della cappella la testa di giovane di cui le sembianze dimostrano un impeto indomabile ed una pietà profonda; i capelli lunghissimi spartiti sopra la fronte gli scendono sopra le spalle, le guance ha rase e pallide, il labbro superiore coperto di peli radi, la bocca mezzo aperta e tremante di moto convulso, le sopracciglia tese e gli occhi aridi, ma che pure si palesano usi alle lagrime; — muove un passo, — due, e tutta svela la persona alta, spigliata, di vaghissime forme; veste abito corto di velluto verde senza ornamenti, tranne la croce di san Pietro, di cui lo creò cavaliere papa Lione X; non porta collare; gli cinge i fianchi una larga striscia di corame attraversata sui remi da lunga daga; le calze di panno bianco, le scarpe di pari stoffa con la rosa di seta verde sul grosso del piede; nella destra tiene il berretto di velluto colore di fuoco, ornato con bianca piuma; — nella sinistra l'elsa della spada alta da terra fino all'ascella, mirabile pei molti fili di acciaio brunito attorti con maestria a guardia della mano. — Soprastà alquanto senza punto rimuovere lo sguardo della donna; — geme sommesso, — a mano a mano con passi leggieri si avvicina a lei; — muove la bocca per favellare, e non può — dopo alcun tempo si riprova, e neppure adesso gli riesce; — alfine, con tale una voce che parve sfuggire a forza dalle fauci strette, mormorò:

«E sempre in pianto, Maria?»

La donna solleva lentamente la faccia e risponde soave:

«È mio destino, Ludovico, — ed anche ahi! pur troppo della maggior parte dei viventi.»

«Ma perchè questo pianto? Appena vi mostrate, ogni cuore esulta; — a voi sta creare il paradiso dovunque presentate la vostra faccia bella; — vi amano tutti ed onorano; — più di una lacrima di orgoglio sparse la vostra genitrice nel contemplarvi regina della festa... perchè le fate adesso scontare quella lacrima con tanto pianto di angoscia? Perchè questo arcano e disperato dolore?»

«M'insegnò la sventura essere gli uomini curiosi e crudeli. Ora punti dal desiderio mi travagliano per sapere cosa che conosciuta poi o non curerebbero o forse ancora irriderebbero. Oh! ben provvide il cielo allo schermo dei miseri quando pose il cuore in parte dove dall'occhio di Dio in fuori alcun altro non penetra: se la carne che ci fascia fosse trasparente, — se il cuore fosse un libro che ogni uomo potesse sfogliare a suo senno, nessuno vorrebbe sopportare la sua miseria. — Crudeli! prima di porre le mani su le piaghe dell'anima, imparate a sanarle. Lasciatemi piangere sola; — io nulla chiedo da voi, — non vi turbo, — nascondo la mesta mia faccia per non contristarvi. Il mio dolore mi è sacro e non lo esporrò alla curiosità o agli scherni vostri.»

E qui, vedendo quanto coteste parole pungessero amare il giovane Ludovico, soggiunse:

«Io non lo dico per voi, Ludovico, — no; pur troppo io so che voi, come siete cortese, vorreste consolarmi anche a prezzo della vostra vita, e se io mai mi piegassi ad aprire l'animo mio ad alcuno, o voi sareste quel desso, o nessuno altro sarebbe: ma, credetelo, i miei affanni non possono confortarsi, — o se pure si possono, sta il sollievo delle mani di Dio — e della morte. Ond'io supplico il cielo a preservarvi da un dolore che — come il mio — la pietà finta dei molti detesta, e la vera dei pochi rifiuta, imperciocchè gli riesca inutile affatto.»

«E me ne ha preservato, o Maria? E che è dunque questo affetto il quale dentro di me ribolle quasi lava di vulcano? Perchè là dove gli uomini tutti sperano dolcezza, per me fu posto il delitto? Perchè l'amore, agli altri luce di vita, per me solo fuoco divoratore? Giova altrui manifestarlo: il mio deve ardermi celato nel cuore come lampada dentro il sepolcro; — se io mai ardissi domandare aita al tormento che mi opprime, voi stessa, Maria, sì pietosa e sì buona, voi stessa mi dareste per sollievo una rampogna, — o forse, chi sa? una maledizione.»

«Tacete», interrompe la donna gli ponendo una mano sui labbri; «paionvi discorsi questi da tenersi ai piedi degli altari; davanti la immagine della Madonna Santissima?»

«E perchè no? e di cui dunque la colpa, se non di Dio? O egli non doveva creare la passione, o non creare il delitto... egli ha errato; — sopporti la pena del suo misfatto...»

«Voi bestemmiate!»

«Bestemmio io! — Or via unitevi anche voi, incauta, ad esecrare il cervo perchè non ebbe forza da resistere al lione; mi circondarono le onde, Dio supplicai e gli uomini, contesi più che all'uomo non fu concesso lottare; finalmente fui sopraffatto, la passione mi ravviluppò nelle sue braccia feroce più dei serpenti di Laocoonte; — io giacqui vinto, prostrato così di ogni vigore che ardisco invocare e non darmi la morte.»

«Venitemi compagno alla preghiera. Dio affanna e consola; Dio tutto può...»

«Voi che lo stancate da mattina a sera..., ditemi, vi ascolta meglio di me che non lo prego mai?»

«Ah! egli vi ascolterà... Dio tutto può...»

«Forse nel male. — Ma io non temo nè spero nulla da lui. Quando l'aspide non aveva peranche insinuato il suo sottile veleno per le fibre della mia vita, allora dovea sovvenirmi; — adesso non è più tempo; il mio dolore compone la mia esistenza: — io non vorrei cedere un minuto di questo affanno mortale per un secolo delle sue insipide gioje celesti. Dove potesse svellermi l'Eterno questo spasimo di amore dall'anima, io lo rinnegherei, — e percuotendo alle porte dell'abisso, supplicherei a Satana: Dammi il tuo inferno e conservami il mio amore.»

«Voi mi fate pietà! — I vostri occhi un giorno incontreranno la vergineche vi placherà la tempesta dell'anima... ma perchè procedete per via con gli occhi fitti alla terra?»

«Meco stesso considero, sarebbe stato pur meglio che il Creatore per diletto de' suoi ozii immortali non avesse ricavata dalla terra la creatura che sente...»

«Ascoltatemi, Ludovico. — Molte donzelle sospirano per voi di segreto desio; — uno dei vostri sguardi esse ricercano con maggior ansietà della gemma d'Oriente. — Levate gli occhi verso la faccia di quelle, — ed amate di amore felice; — anch'esse questo sole italiano coloriva; anch'esse il fiato più dolce che spira dal nostro Apennino educava...»

«E chi vi ha detto che io non le guardi? — Le guardo, sì, per vedere se incontro in esse il tuo sorriso, i tuoi occhi, la fronte, i capelli, cosa in somma che valga a richiamarti al mio pensiero, — e quale più mi dicono femmina vaga e di forme divine, mi sembra povero raggio della tua bellezza riflesso sopra di lei; — io ti contemplo in tutto il creato, o Maria.

«Ed alla patria pensate voi mai?»

«Io per la patria darò la vita, e basta; — ma invero poi dov'è per me questa patria? Dovunque porti le ossa degli avi e i parenti e la sposa e i figli, quivi hai la patria. Ora io non ho nessuno che tremi o ch'esulti per me; — i miei parenti dormono dentro gli avelli di famiglia; — mano mercenaria mi asciuga il sudore della fronte quando torno dalla battaglia; un servo fascia le mie ferite; — se acquisto un prigione, non posso ordinargli: Va alla mia dama e dille che il suo cavaliere t'invia e che dipendi dal buon piacere di lei. — Io non ho un cuore che corrisponda col mio. — Ah! le mie mani non versarono il sangue di Abele, e non pertanto erro ramingo sopra la terra come Caino, e forse più infelice di lui, perocchè a lui fosse compagna una donna, la quale non abborrì deporre un bacio sopra la fronte dove Dio aveva scagliato il fulmine, — e gli facesse sentire che nel mondo vive cosa potente a mitigare anche l'ira di Dio, l'amore della donna.»

«Sperate dunque nel tempo, Ludovico, e abbiate fede che amore, nato di ozio o di lascivia umana, come cantava messere Francesco, rifugge dai campi aperti, dal suono delle trombe, dalla gloria; e poi la virtù sta nel sacrifizio, — la umana grandezza nel soffrire; — ed io, — vedete, — soffro!»

«Soffrite voi? Ah! voi non amaste mai; gli affetti guizzano sopra l'anima vostra a guisa di pietra lanciata su di un lago preso dal gelo; — della impassibilità vostra vi componete un cerchio magico e quinci predicate virtù. Non commossa mai nè turbata, procedendo tranquilla nel cammino della vita, ora raccogliete il dovere, ora la religione, ora il costume, e di tutto vi fate difesa. — Voi mi parete il ricco epulone dell'Evangelo che deride la miseria del povero steso sopra le scale del suo palazzo...»

In questo punto si pose fisso a guardare la donna, la quale diventavaa vicenda pallida o accesa fino alle palpebre, mentre due grosse lacrime le tremolavano nel cavo degli occhi pronte a sgorgare; — ond'egli con maggior forza soggiunse:

«Voi non amaste mai...»

«Non amo io!» prorompe Maria, quasi uno scongiuro la costringesse a favellare: «non amo io! Chi sostiene che non ho amato mai? E questa mestizia ineccitabile, il pianto lungo, le notti vigili, gli altari del continuo supplicati invano, e il dolore o il furore non sono certissimi segni di amor disperato? Amo, sì, perchè mi sforzate a dirvelo, e di tale amore io amo presso il quale il vostro mi sembra fuoco di lampada davanti il fuoco dei fulmine.»

«O chi amate voi?» grida Ludovico trovandosi senza pure pensarlo nuda nelle mani la daga.

Maria ridendo amaramente risponde:

«Riponete la daga; — già non si muore due volte; quello ch'io amo raccolse da molti anni nel suo grembo la terra.»

«Un morto mi contende il tuo cuore!... Ah! egli è un tristo quel morto; dov'io fossi stato nella vita lieto del tuo amore, Maria, appena aperte l'ale alle dimore celesti, avrei supplicato l'Eterno che nel tuo seno infondesse pace, — anche con l'oblio di me, — anche con l'amore di altro meno sventurato mortale... Qual maledetta cupidigia ella è mai questa di stendere fuori del sepolcro la mano fredda a stringere un cuore che più non puoi far palpitare di esultanza? Amami, Maria... amami... i morti sono cenere, ombra, e non domandano amore; — una memoria basta loro o una lacrima, e tu ne versasti anche troppe. —Torni il sorriso al tuo pallido volto; le rose della giovanezza non si sfiorarono ancora per te, rugiadose elle aspettano che la tua mano le colga. Te chiamano le sponde dell'Arno quasi ninfa smarrita, — te desidera il nostro emisfero, come Pleiade perduta; acconciati i capelli, di profumi conspargili e di gemme... vieni a scolorare le donne per la tua assenza baldanzose, — torna a mostrare al mondo come Rafaello non vincesse la natura nel ritrarre il volto della femmina, ma neppure arrivasse a fedelmente effigiarla... vieni... oh... vieni; — l'anima mia gran parte del suo affetto consumò nell'angoscia, pur tanto ancora ne serba da poterti inebbriare di amore...»

«Ludovico, io non mi chinerò a raccogliere la religione, il dovere, il costume per gettarveli a modo di triboli a traverso il vostro cammino, — ma vi dirò soltanto amore essere corda solitaria su l'arpa dell'anima; — rotta o allentata che sia, indarno speri tornarla a quella dolcezza di suono che faceva parertela divina; — la voce dell'amore ha un eco solo nel cuore della donna; — arde l'amore una volta sola di propria sostanza; — se in séguito lo vedi riaccendersi, egli non ricava più oltre il suo fuoco da origine celeste, lo alimentano vanità, superbia, vaghezza di terreni diletti. Un'altra donna voi meritate, Ludovico; e dacchè darmi a voi come volessi non potrei, — darmi come posso non voglio.»

«Purchè l'anima tua viva per la mia, io non penetrerò negli arcanidel tuo cuore... forse perchè ignorano i popoli le sorgenti del Nilo, benedicono meno alle sue acque fecondatrici?»

«Ludovico, io vi offro più pacata passione e per avventura assai più degna di noi... siatemi amico... deh! mi sii fratello...»

«No. — La donna o sente amore, o nulla. Mi s'inaridisca la lingua prima ch'ella profferisca il consenso di sottopormi al supplizio del vivente stretto al cadavere. Ben posso soffrire finchè l'anima mi regge, ma io non vorrò stipulare il mio tormento mai. No, sia dell'uomo il quale ti chiama sposa quella parte di te che avrà la tomba, purchè miei sieno i pensieri e i desiderii tuoi, i tuoi sospiri miei... il mio spirito abbisogna del tuo... amami... oh! amami, Maria...»

«Quando il serpente, tentava Eva, cessò di parlare, egli depose la sua favella sopra la lingua dell'uomo; — io ricuso diventarti angiolo e demonio, — e ti ripeto che, sentendo non potere esserti il primo, il secondo non voglio.»

Tacquero entrambi, un lungo silenzio successe. — All'improvviso la donna come oppressa prorompe in un sospiro.

«Maria, sospiri? Sentiresti per avventura pietà del mio fato dolente?»

«Di me sospiro, che reputandomi in fondo della miseria, mi accorgo adesso Dio nel tesoro della sua ira serbarmi ad altri e più crudeli tormenti. — Di voi anche gemo, perocchè io veda consumarvi ingloriosamente una vita la quale certo vi fu data per nobili destini; — gemo, — e a ragione gemo, che mi consolava nella idea mi avesse la provvidenza compartito in voi un fratello del cuore, ed ora sento dovere renunziare a questa estrema speranza...»

Ludovico pallido volge gli occhi alla terra e ve li tiene fitti orribilmente quasi volesse penetrare nelle viscere; — con voci interrotte di tratto in tratto egli esclama:

Un morto mi fa guerra!... — Io ti darei mezza mia vita se potessi stringermi teco a duello. Un morto!... Un morto!... Oh dolore!...»

La destra di Ludovico si rimane nella destra di Maria, senza comprimerla, — senza essere compressa... mute entrambe quanto le mani di marmo che occorrono scolpite sopra i sepolcri. Una inerzia pesante tiene a Ludovico irrigidite le fibre; — gli dura nel cervello la vibrazione delle estreme parole tormentosa come un cerchio di punte acutissime; — gli vanno in volta dinanzi agli occhi gli oggetti circostanti confusi e indistintamente ravvolti entro globi di luce; — gli batte le orecchie un fastidioso tintinnio; — a nulla pensa, imperciocchè cotesta passione così intensamente sentita, — così apertamente dimostrata, gli sia ricaduta su l'anima come la frana di un monte.

Cotesti sono momenti d'inenarrabile angoscia, — minuti che divorano dieci anni di vita, — minuti i quali cambiano una esistenza per modo che quando l'anima sciolta dalla sua preoccupazione intende continuare pel solco mortale l'esercizio delle proprie facoltà, si trova come smarrita dentro un deserto senza traccia e senza confini. Il sommo bene sopra tutti gli animali concesse alla creatura che ama in privilegio speciale — la pazzia.

«La tua testa è troppo pesa di segreti e d'iniquità.... bisogna ch'ella ti cada dalle spalle;...Cap. XI, pag. 271.

«La tua testa è troppo pesa di segreti e d'iniquità.... bisogna ch'ella ti cada dalle spalle;...Cap. XI, pag. 271.

«Madonna!» — Ed era la quarta volta che la fante così chiamava la sua signora senza ottenere risposta.

«A che mi vuoi, Ginevra?»

«Un molto reverendo frate di san Francesco venuto testè da Roma vi domanda in mercede favellarvi segretamente alcune parole.»

Ludovico, sia che al detto della fantesca porgesse mente, sia che in quel punto un poco di vigore gli ritornasse, si alza, — con gli sguardi immobili, le braccia pendenti, — la spada dimenticando e il berretto, si avvicina alla porta.

In quel medesimo istante un soffio di vento trasportava pieno nella stanza il suono delle trombe della milizia fiorentina convocanti alla rassegna.

Maria correndo dietro a Ludovico lo raggiunge, lo afferra pel braccio e seco lo traendo alla finestra esclama:

«Sentite! sentite! — Questa è voce che certamente conosce la via del vostro cuore; — ella è voce della patria dolorosa che invoca il soccorso dei suoi figliuoli. Ludovico, quando pure acquistata a prezzo di pianto e di sangue, sembra bella la gloria; — divina poi quando vada congiunta alla pietà. Non crollate il capo, non ridete, non mi dite la gloria follia sublime, — un sogno; — chè allora tutto sarebbe sogno tra noi: — e quando anco fosse così, vi hanno nondimeno sogni splendidi di luce immortale, e sogni neri dei terrori dell'inferno escono alcuni dalle porte di avorio, altri dalle porte di ebano, come finsero gli antichi. A me donna è conteso rendermi illustre per gesti di guerra, ma se a far chiaro il mio nome la fede, la costanza e l'amore valessero, ben di altre imprese mi sentirei capace che non l'antica Artemisia, la quale si bevve la cenere del suo consorte. Io amo la gloria, — e mi era caro in vita e continua ad essermelo in morte l'amico dei miei pensieri, perchè anelava la gloria e fama ebbe di prode».

Ludovico la fissò lungamente con occhi dilatati; si accorse di non avere spada, se la cinse e senza profferire parola si allontanò da Maria.

E Maria, lo contemplando dietro allontanarsi cosi sconfortato, trasse un gemito e disse: «Egli è verace amatore!»

Due frati attendevano ridotti nell'angolo più oscuro della sala che adesso traversa non li badando Ludovico; — tengono il cappuccio abbassato sopra le ciglia, la barba folta scende loro in mezzo del petto; forse in cuore saranno — ma certo nel volto non sembravano buoni servi di Dio.

Uno dei due frati, all'apparire che fece Ludovico, alzò con impeto la testa, quasi per impulso di ordigno segreto; — gli occhi di lui balenarono lungo l'orlo del cappuccio abbassato, come la vipera dardeggia la lingua da una parte all'altra della sua bocca.

«Reverendo! inoltratevi, chè madonna vi aspetta», esclama la fantesca sollevata la tenda.

Il frate, che pareva professo, accennato con la mano all'altro, che modi avea e sembianza di converso, vigilasse la porta, passa nella cappella.

Maria, in piedi davanti una gran sedia a bracciuoli ricoperta di cuoio cordovano rabescato, leva un istante lo sguardo sul frate, torna a declinarlo verso il pavimento e si compone in atto di ascoltarlo.

Perchè trema il frate? bellissimo è il volto della donna, ma egli non lo ha ancora guardato; nè così subita si accende nei petti umani la passione, nè dalle vigilie attrito e dai digiuni tanto propende ad amare il cenobita; — di terrore non trema, perchè, se il luogo è santo, egli non deve conoscere rimorsi, — e poi non fa parte di religione egli stesso? Non pertanto le gambe gli vacillano sotto, e non ha membro che stia fermo.

«Madonna!» comincia il frate esitando; e poichè non continuava — Maria dopo lungo silenzio riprende:

«Padre, vi ascolto.»

«Madonna... compiranno... quattro mesi domani che, standomi io a Roma, dove facevo uffizio di penitenziere nello spedale di Santo Onofrio fondato dalla gloriosa memoria di Papa Lione pei poveri pellegrini del suo paese, certa sera essendomi posto a giacere, nè l'animo mio come presago di qualche sventura potendo rinvenire quiete, all'improvviso intesi battere alla porta ed una voce chiamarmi: padre, affrettatevi: — un cristiano è vicino a trapassare, — venite pei sacramenti. — Mi getto giù dal pagliericcio e seguitando la guida giungo in certe camerette dove solevano chiudersi gli alienati di mente. Quivi da lungo tempo custodivano un infelice giovane travagliato dalla più fiera mania che mai avessero veduto in cotesto luogo di dolore. — Quantunque dal disagio consunto, così ferocemente egli smaniava, tante volte aveva tentato darsi la morte, che lo tenevano legato a mezza vita, ai piedi ed alle mani. — Nei suoi urli salvatici spesso riveniva la querela di un amore tradito, — di una donna perduta, — di un padre morto, e poi rampogne e minacce contro i suoi nemici, contro tutta la specie umana, non senza offendere il cielo di terribili bestemmie... in questo modo continuava, finchè con gli occhi scoppianti fuori della fronte, la bocca spumosa di sangue cadeva rifinito di debolezza. — Dapprima quel suo misero stato mosse compassione, poi curiosità; poi ascoltarono le genti quei suoi stridi furibondi con la indifferenza medesima del canto delle rondini annidate sul tetto dell'ospedale; — perchè se gli uomini ai propri mali si fanno impassibili, agli altrui diventano di pietra. — Io lo trovai con le mani sciolte, con gli occhi velati e nondimeno lieti di un raggio d'intelligenza che tramonta; — seguendo il costume del fuoco, lo spirito prima di abbandonare la sua spoglia mortale raccolse le forze a risplendere anche una volta di luce divina. — Appena ei mi ebbe scorto, chiamatomi a sè con languida voce mi disse: — Padre ascoltate la mia confessione; — io ben mi accorgo avermi un lungo delirio travagliato, — delirio pieno d'immagini terribili, in parte vere, in parte false, — nè saprei dirvi se queste più o meno delle prime terribili; — quello che so troppo bene si è, che hanno consunto il mio corpo e la mia mente costretto a bestemmiare l'Eterno, e di ciò, padre, con tutte le mie viscere mi pento,ed ho fede la mia contrizione e le vostre sante preghiere mi varranno il perdono dal Dio delle misericordie. — Però io ho molto sofferto in questa vita... e certo il dolore non ebbe paragone con le colpe. Io amai, padre, una donna di amore santissimo, — il più profondo, il più puro che mai si accendesse in cuore umano. Lo Spirito Santo ha maledetto l'uomo che confida nell'uomo, — doveva dire nella donna;... ma presso a morte io respingo questi pensieri di odio, come tentazioni del demonio, e mentre supplico e spero Dio mi perdoni, sento che me ne renderei indegno, dov'io le proprie offese non perdonassi. Vagai in contrade remote, — vidi barbare genti, soffersi geli, ardori, di ogni maniera disagi per adunare tesoro e apparecchiare alla mia fidanzata vita copiosa dei beni della fortuna: per darmi colpo più acerbo mi si mostrava il cielo cortese, e quando, dopo un'agonia di anni, delirante di desiderio e di amore, mi ridussi alle case paterne... trovai... oh inferno!... padre, mi assolvete dall'ira... imperciocchè acerba mi percotesse la ferita... trovai la mia fidanzata donna d'altrui. Quello che dopo avvenne io non rammento, — aveva un padre, e non so com'egli mi abbandonasse; — possedeva copia di averi, ed ora non possiedo più nulla: dalla mia acconcia cameretta, desto dal sonno tormentoso, mi trovo in questa sozza caverna con i polsi e i fianchi impiagati, e non mi riesce rammentarmi il come e il quando. — Ah! da quel giorno la mia anima, a mo' di aquila in gabbia ha percosso rabbiosamente la sua carcere mortale per librarsi a regioni meno triste, meno contaminate di tradimenti e di perfidie. — Ora, padre, prendete... ecco uno scritto che nei giorni del nostro amore io ricambiai con lei, e lo vergammo io del mio sangue, ella del suo: — egli contiene una promessa di mantenersi fedele, e dentro vi pose una ciocca dei suoi capelli... ohi i bei capelli, padre, che la mia donna aveva quando l'alito di primavera si dilettava a diffonderli ondeggianti per l'aere! — e vi scongiuro, per quanto possono i preghi di un moribondo, che glieli facciate tenere, o, se fortuna vi mena a Fiorenza, glieli consegnate voi stesso: — e nel punto medesimo le direte che il mio spirito deliro sempre l'ebbe presente, e che tornato appena ai consueti uffici pensò subito a lei e per lei: ditele ch'io le perdono, — che presso a morte le invoco giorni beati, — al tutto diversi da quelli ch'ella mi fece durare, — che domando al cielo non voglia sgomentarla di rimorsi in questa vita, — e scongiuro l'oblio per lei... ed anche per me, onde un giorno davanti al trono dell'Eterno io non abbia a prorompere in voci di accusa contro lei; se pianto di offese cancella dai registri di Dio la ingiuria dell'offensore, ditele che per me la sua pagina sarà trovata bianca al giudizio finale come l'ala del cigno... ditele... ch'io muoio benedicendola... e chiamando... Ma... — Gli chiuse le labbra la morte... io le palpebre. Egli non proferiva intero il nome della donna; però dalla lettera che mi dava e che io vi consegno, madonna, compresi avere inteso favellare di voi. Sopra la povera lapide del suo sepolcro segnai queste poche parole: — Qui dormono le ossa travagliate di Giovanni Bandino! — »

Un grido terribilissimo ingombra, propagandosi, le sale del palazzo,come di persona la quale trafitta nel cuore trasfonda tutta la vita in una voce: — un grido che indusse il passaggero il quale lo sentì per via a recitarerequiemper l'anima di chi lo aveva proferito.

Ed in fatti il frate compagno, rimanendone percosso, affacciò la testa alla soglia favellando con parole spedite:

«Per Dio! Se l'avete ammazzata, rompete gl'indugi e ci mettiamo in salvo.»

«Aspetta — e taci», — riprese il frate; e poi si volse a Maria giacente sopra la terra, rigida, — fredda, bianca in sembianza di statua rovesciata dalla sua base, — tratto un pugnale, glielo appuntò sul cuore.

Gli occhi del frate rilucevano di fuoco infernale, il suo volto svelava tremenda esultanza, — famelica bramosia, non altrimenti che fosse uno di quei corpi scomunicati, dalla superstizione greca detti vampiri, i quali nella notte, derelitti gli avelli, irrompono per virtù diabolica nelle stanze più segrete a pascersi col sangue delle persone ch'ebbero care in questa vita.

Ancora un palpito, e la vita di Maria sarà compiuta.

Intanto la donna non bene ancora risensata mormorò a fior di labbra: «O Giovanni!... o Giovanni!... celeste anima e cara...»

Il frate arresta a mezzo colpo la mano; — grosse stille di sudore gli scendono del continuo giù dalla fronte, — ritenta ferirla, e non gli riesce; — la guarda...

Bisognava non essere nato in Italia, avere il cuore chiuso ad ogni senso gentile per disperdere un modello di così divina bellezza: — cadono al frate le braccia, gli sfugge dalle mani il pugnale, e si rimane prostrato come uomo assorto nella contemplazione di quelle sublimi sembianze.

La donna riapre gli occhi, balza in piedi a guisa di furiosa urlando con voci interrotte:

«Traditi! — orribilmente traditi! Padre..., leggete...» E brancolando trova il libro dell'uffizio dei morti, e aperta la fodera interna, ne trasse fuori una lettera, la quale porgendo al frate continuava: «Hanno le mie lacrime quasi cancellato lo scritto, pur vi leggerete il nefando tradimento... leggete.»

E il frate leggeva: «Al magnifico messere Alamanno di Ormannozzo Spini a Fiorenza. Messere Alamanno onorandissimo. Con inestimabile dolore di quanti il conobbero, lasciando grandissimo desiderio di sè è morto in questa città di Siviglia, agli sei del corrente mese di maggio, anno 1526 della salutifera incarnazione del N. S. Gesù Cristo, Giovanni di Pierantonio Bandino di accidente di gocciola per quanto ne assicurano i fisici. Con molta accompagnatura di fraterie e di lumi venne associato al sepolcro nella chiesa di questi reverendi padri di san Domenico, dove gli furono cantate esequie dicevoli alla sua condizione. Fatto il bilancio di quello si trovava a possedere al tempo della sua morte, avemo trovato il valsente tra crediti, danaio, mercanzie in essere e masserizie, di duemila circa fiorini di oro in oro, i quali vi rimetteremo con letteradi cambio sopra la nostra ragione, affinchè li consegniate a messer Pierantonio padre del morto o a chiunque altro sarà dichiarato di diritto. Pregando Dio che vi tenga nella sua santissima guardia, ci raccomandiamo a voi. — Siviglia, li 10 maggio 1526. — Vostri — Lapo e Bindo di Pierfilippo Cambi.»

Il frate alla lettura di cotesto foglio rimane come impietrito; — sospese del tutto in lui le funzioni vitali, pareva che neppure respirasse.

Maria invece quasi furente si era distesa sul pavimento e forte percotendo con ambe le mani la terra gridava:

«Padre, perchè mi hai tradito? — Giuda tradì Cristo, ma se fosse stato suo figliuolo, non lo avrebbe tradito... Uomini, imparate pietà dalle fiere del bosco... qual belva mai generò figliuoli per lacerarli così? E tu, padre, non che lacerarmi, mi hai condannata ad una morte la quale tutti i giorni si rinnovella. — Chi ti dava diritto di rendermi tanto infelice? Io non ti aveva chiesto la vita; bene ti chiesi la morte, — ma poichè il mio morire ti nuoceva, tu fingesti atterrirti come di cosa contro natura. Ella era cosa dunque secondo natura immergermi in questo abisso di dolore? Io però non maledirò la tua cenere, ai tuoi rimorsi non aggiungerò le mie furie; ma vedi, se sopra la terra che ti cuopre il cumulo dei miei affanni io deponessi... oh! quanto ti sembrerebbe più grave! E tu, Vergine Beatissima, ch'io sempre riveriva ed amava, ov'eri allora che sì crudelmente tradivano la tua devota? Se in questo modo chi ti venera proteggi, che farai a cui ti odia? Qual frutto trarranno i mortali, se invece d'invocare il demonio innalzano al cielo le loro preghiere?... — Oh! santa Madre di Dio, abbiate misericordia, — consolate una povera afflitta; io non so quello ch'io mi dica... parmi girare su l'orlo di un precipizio. Padre, pietà! Padre, accostatevi, dacchè il cielo vi manda, udite anche la mia confessione... voi lo vedete, non ho mancato di fede... io... io sono stata tradita.»

Genuflessa la donna abbraccia le ginocchia del frate, e tra i ruvidi lembi della tonaca nasconde la faccia delicata.

«Lo vidi nella cattedrale, mi apparve in mezzo ad una bianca nuvola d'incenso, bello siccome un angiolo, e sospirai, — fu il sospiro primo di amore; uscendo di chiesa lo rividi chinato per dare la elemosina ad un mendico e consolarlo con una parola, la quale meglio della elemosina scende soave di refrigerio sul cuore del misero; — io mi fermai: — egli raddrizzò la vaga persona, — i miei occhi s'incontrarono nei suoi, gli s'infiammarono le guance, vermiglie diventarono le mie; — e da quel punto fummo legati per sempre. Dapprima i parenti si mostrarono avversi, non per viltà di sangue, ch'egli pur nacque di gentile lignaggio, sibbene per pochezza di averi, — e anche a lui increbbe non potermi offerire magnifico stato: ci fidanzammo con solenni giuramenti, e partì in cerca di ventura. Invano presaga del futuro io gli diceva: Rimanti, quello che possiedi basta ai miei desiderii; forse mi sembrerai più bello o più ti amerò io vestito di abiti soppannati di vaio con cinti e catenelle di oro? — Non mi badarono, e partì: — Voi avventuroso, padremio, che le passioni umane sentite come onda di mare che percuota le pareti dei vostri monasteri; — ignaro dei nostri errori, non vi dirò come, partendo il mio Giovanni, mi paresse trovarmi abbandonata in una via senza principio e senza fine; — camminava sola, imperciocchè nel creato lui soltanto io vedessi. — Tacerò la serie infinita delle angosce che non hanno nome, sebbene abbiano punta; — il bel cielo di Fiorenza mi pesava sull'anima. Ah! l'occhio lieto ed il sole si ricambiano il raggio a guisa di due amici che si amino, ma l'occhio doloroso lo aborre; — l'amarezza segna con una tacca sul cuore i giorni consumati nell'ansietà. In prima qualche lettera rara venne a confortarmi; — quindi cessano affatto! Verso cotesti tempi incominciò a prendere domestichezza con la mia casa Nicolò Benintendi: — mille profferte di amore uscirono dalla bocca di lui, ed io non le udiva, essendo il mio spirito con Giovanni. Ben si mossero da Nicolò e da' miei caldissime istanze, quotidianamente rinnovate, ond'io fossi contenta di averlo per mio sposo: alle quali parole, come se non fossero discorse per me, sorrideva; qualunque argomento riuscì invano, ogni tentativo venne meno. — Un giorno.... giorno d'infamia.. nel quale un padre non aborrì rompere il cuore della figlia... egli.., mio padre, con sembianza mesta, non senza prima allargarsi in discorsi intorno alla necessità di rassegnarci ai divini voleri... mi mostrò cotesta lettera. Crudelmente pietosa, la povera madre mia, ingannata pur ella, mi salvava la vita;... dopo molti mesi potei sollevare il fianco infermo...; nella contesa tra l'angoscia e la natura, la natura prevalse... e sopravvissi. Adesso ricomincia l'assedio; mi dissero il padre mio, per mala fortuna incontrata nel traffico, sul punto di fallire, con molte lacrime mi presentarono la chiarezza della famiglia avvilita e un nobil vecchio condotto a gran vergogna in Mercato Nuovo a ricevere lo strazio dagli statuti decretato ai falliti[173]; non risparmiarono già affacciarmi alla mente gli schiamazzi della plebe, la gravità dell'infamia, il padre moribondo per l'atto obbrobrioso, — e per altra parte avrebbe tanta iattura riparato il Benintendi, quando io avessi consentito a tôrlo in isposo; non che altro, la voce del sangue volere da me questo sacrifizio; ben volontieri mio padre avrebbe data la vita, per conservarla non si sarebbe veduto supplicare i figliuoli; ma se poteva sostenere la morte, non potere la infamia: — e non rifuggirono dal chiamare in soccorso la religione, chè il confessore assicuravano sarei certamente andata perduta, se potendo, non avessi in tanto estremosoccorso i genitori — avere i giuramenti al Bandino sciolti la morte. La esitanza della sconsolata tennero per consenso, mi condussero alla chiesa... Qui mi parve le statue dei santi aprissero le labbra di pietra per rampognarmi la mia infedeltà, — le ossa dei morti si commovessero sotto il pavimento, — la cupola tenebrosa del duomo mi si rovinasse sul capo. — Mi percosse uno strido... Santa Vergine! avrei giurato fosse quello del mio diletto Bandino... poi nè intesi... nè vidi più nulla; — risensando all'aria aperta, una schiera di uomini e di donne, secondo il costume del paese, mi facevano ilserraglio, impedendomi l'andare, se io prima non dava loro i soliti doni. La mia anima impaurita immaginò fossero spettri che mi si aggirassero attorno e mi chiedessero la vita; ond'io tolta fuori di me gridai più volte: — Prendetela, oh! prendetela... è mia amica la morte. — Il mio marito mi amò di breve affetto: forse quando mi ricercò sposa con tanto ardore non lo mosse alta passione, piuttosto impeto di giovanile desiderio: — forse anche gl'increbbe la moglie sempre lacrimosa e che non lo amava e non può amarlo. — O padre mio, io ho durato e tuttavia duro una molto tremenda battaglia qui dentro; — sento che dovrei dimenticarmi il caro defunto, ma non oso domandare al cielo la grazia che mi ucciderebbe di certo, — quella di obliarlo. Troppo prepotente impera la sua immagine nel cuor mio, — egli solo accelera o sospende il sussulto dei polsi... egli posa meco nel talamo nuziale, e la sua testa si pone terribile tra il mio marito e me; se mi prostro davanti al Crocifisso e lo prego di pace all'anima stanca, ecco che il Cristo si veste delle sembianze di lui... del mio Giovanni e parla... e dice: — Vedi quanto soffro per te! — Padre... vedete... tanto mi s'insinua nel sangue la contemplazione dell'infelice amante... che... ora... in questo punto mi sembra... padre... voi abbiate il suo sguardo... la sua fronte... la...»

«Donna, e se il cielo ti rendesse Giovanni lo seguiresti, abbandonata la tua casa maritale?...»

«Oh! non lo dite; il sepolcro non lasciò mai la sua preda.»

«Ma, se te lo rendesse?...»

«Pietà, padre! misericordia! Sovente il mio povero intelletto vacilla su l'orlo della follia, — non vogliate precipitarvelo a forza... io... io divento folle, se aggiungete parola.»

E il frate, gettate a terra la cocolla e la finta barba, comparve, qual era un cavaliere notabile per egregie forme del corpo.

«Donna, la tua fede ha vinto; la morte...; ecco il cielo ti rende Giovanni Bandino.»

Maria, spiccando un balzo, fugge nell'angolo più remoto della cappella, e quivi rannicchiata si coprendo la faccia esclama:

«Gran Madre di Dio, salvatemi da questa illusione del demonio.»

«Stolta!» proruppe il Bandino accostandosi a lei, e toltele a forza le mani dagli occhi, se le poneva sul petto aggiungendo:

«Ti paio spirito io? ti sembra egli morto il cuore che palpita così? Dalla feroce ira che m'invade le membra, dall'odio intenso che gli occhi mi riempie di sangue, dal tremendo anelito non mi conosci vivo?...»

«Vivo!... sì... oh tu sei vivo davvero.»

E cieca della mente, mal sapendo quello si dicesse o facesse gli si abbandona nelle braccia, baciandolo smaniosa per le mani, pel seno e pel volto.

«Mi ami, Maria?»

«Più di me... più di Dio!»

Ah.... Ora dunque vieni... non ci fermiamo un momento in queste pareti abominate; — sopra il limitare delle porte della nostra città noi ci scuoteremo la polvere dei sandali, dall'anima ogni affetto che non sia lo scambievole nostro amore: — dimentichiamo per non esecrare, — fuggiamo per non uccidere...»

«Ma! dimmi, Giovanni, dove mi meni? E donde vieni?»

«Che importa a te sapere donde vengo o dove io vado? non sono io tutto per te? — Questo però sappi che, se vivo mi sospettassero in queste mura, la mia testa penderebbe domani dalle finestre del palazzo dei Signori.»

«Oh! non dirlo.» E con ambo le mani la donna avvinghiava il collo del cavaliere, quasi per salvarlo dal taglio della scure.

«Vieni dunque...»

«Verrò...»

«Esiti forse?»

«Verrò...»

«E non ti muovi! Ti penti già avermi detto che mi ami?» grida battendo del piede la terra il Bandino.

«Oh! non isdegnarti, Giovanni... eccomi... però...» Maria la fronte si tocca e il seno: «Mi sembra essermi dimenticata qualche cosa, di cui non posso risovvenirmi adesso, e che pure mi stava fitta qui nel capo e nel cuore, — qualche cosa che mi era ben cara e che tu mi hai fatto porre in oblio...»

«Maria!» si udiva chiamare dalle stanze interne una voce fioca per età, «la tua figliuola si è desta, vieni a racchetarla che piange.»

«Ahi! me n'era dimenticata... La figlia...»

«Figlia... di chi?»

«La mia figliuola.»

«Del Benintendi è figlia!» con urlo spaventevole replica il Bandino, — e fa con la destra cenno, come se, afferrata la creatura pei piedi, intendesse spezzarle il capo alla parete.

La madre per istinto comprese quel truce cenno e si scagliò traverso la porta, dove accesa nel volto i muscoli della gola gonfi, guardando torta:

«Addietro!» gridò! «addietro! o ti straccio co' denti... addietro, o ti sbrano»; poi all'improvviso vacillando si prostra, tende le braccia al cavaliere e gli si raccomanda: «Giovanni mio, io l'ho generata; — nove mesi la tenni nel mio seno; con molte angosce l'ho partorita... io l'amo... io l'amo quanto te; — la prima parola che proferì fu Maria, — la seconda Giovanni;... ella ti ama... ella ti aspetta come unamico lontano... non farle male, via... non me la uccidere... potrei io mai più baciarti le mani, se tu le bagnassi nel sangue della mia figliuola?»

«Viva, — ma lasciala: io non potrei vederla senza che il sangue mi ribollisse nelle vene; — lasciala e seguimi.»

«Ma che! il calice del dolore è senza fondo per me?» esclama angosciosamente Maria levando al cielo le braccia; «come abbandonare una figliuola che piange?»

«Madre, — figlia, marito — ed amante... conservare tutto non puoi; — un cuore devi pur calpestare, un vincolo sciogliere... rompere un affetto... tra questi scegli: — io qui mi sto silenzioso ad aspettare la scelta.»

La donna, traboccando giù sopra la sedia, con voce cupa proferisce queste parole:

«Il mio cuore si rompe...»

La fantesca, la quale dai pianti e dai gridi aveva in parte argomentato il mistero, prorompe di repente nella cappella dicendo:

«Madonna! — messere Nicolò con molta accompagnatura di cavalieri viene su per le scale del palazzo.»

Maria dal nuovo pericolo commossa sorge, e guardando il Bandino, lo chiama con voce amorosa:

«Giovanni!»

Il Bandino con le mani sotto le ascelle rimane immobile senza darle risposta.

«Giovanni, per l'amore di Dio... nasconditi... parti...»

«Anzi starò: — egli mi deve la vita,»

«E i cavalieri che lo accompagnano?»

«Faranno testimonianza ch'io mi comporterò lealmente, quando, strappatogli il cuore, glielo batterò sulle guancie.»

«E poi chi ti salva della Quarantia e dal carnefice?»

«Questo!»

E le mostrò il pugnale.

«Oh Vergine! — E la mia fama, Giovanni!»

Intanto si ascolta lo strepito dei passi dei cavalieri e il rumore confuso delle voci gioiose. Il compagno del Bandino entra pur egli nella cappella e trema come uomo che si accosti alla sua ultima ora.

«Messeri, io vi accerto che voi non riuscirete: mi duole dirvelo, ma gitterete tempo e parole...» — così si udiva favellare Nicolò Benintendi, marito di Maria, dalla prossima sala.

«Con pace vostra, messere Nicolò, non vi abbiamo fede; — noi la sappiamo sopra ogni altra gentildonna della città nostra cortese, — nè vorrà negare alla sua amica la grazia di tenerle il pargolo al sacro fonte...»

E molte voci rispondevano: «No, certo; troppo grande villania sarebbe questa.»

Il Bandino, levati gli occhi al cielo in atto di minaccia, sospira profondo e favella:

«Ah! questa è la prima volta che deliberai nel mio pensiero la morte di un uomo e non lo uccisi; — cosa differita non va perduta.»

Così parlando insieme col compagno si ritrasse oltre i balaustri, ed abbassate le tende si nascose.

Entrano clamorosi nella cappella Nicolò Benintendi e i suoi compagni; loro apparisce davanti la povera Maria distesa sopra la terra, suffuso il volto del pallore della morte, per le tempie e pel corpo intrisa di sangue che le spicciava da un'ampia ferita fattasi cadendo nella testa: onde vinti da pietà e da terrore proruppero in altissimo grido.

Nicolò piegando le ginocchia a terra le toccò le tempie e i polsi, e li trovando freddi, senza palpito, rivolto ai cavalieri, non troppo sgomento, parlò:

«Signori, voi veniste per menare la mia donna al corteo di un battesimo, — ora io vi prego ad aiutarmi perassociarlaalla sepoltura.»


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