Io vo per vie men calpestate e solo.Michel. Buonarr.,Madr.50.
Io vo per vie men calpestate e solo.Michel. Buonarr.,Madr.50.
Io vo per vie men calpestate e solo.
Michel. Buonarr.,Madr.50.
Sonavano le due ore di notte, quando Dante da Castiglione, armato come soleva di corazza, di bracciali e di spada, salutato ilbuonomoche vi stava di guardia, entrò nel Palazzo della Signoria: siccome lo conoscevano svisceratissimo di quel reggimento, lo lasciarono andare non gli dicendo altre parole se non queste une: Dio vi mandi la buona notte messere Dante, — quantunque portasse sotto il mantello cosa che tentava occultare.
Penetrato nelle più secrete stanze, bussò pianamente ad una porticciuola, e gli fu subito risposto: Avanti!
«Oh! siete voi, Dante. Io vi aspettava... mi avete portato le vesti?»
«Mai sì, messere: eccovi il tôcco e la cappa spagnuola, col cappuccio di dietro, ch'è una meraviglia: se vi avvisaste portarla di giorno, sareste riputato il maggioresbriccodi Fiorenza.»
«Orsù aiutami a svolgermi il becchetto del cappuccio dal collo: — bene; — or tiemmi la manica del lucco: — gran mercè; — porgi la cappa... qua il tocco; — ti pare egli che possano riconoscermi?»
«Mè anchemammata... direbbe messere Franco Sacchetti.»
«Andiamo.»
Uscirono: — Il magistrato chiuse con diligenza la porta delle sue camere e scese guardingo, già egli non tenne per uscire le scale comuni, bensì ne prese certe segrete per le quali giunse alla postierla del palazzo che metteva capo in via della Ninna; svoltarono subito in via dei Leoni procedendo in silenzio, e giunti che furono sul canto del Borgo dei Greci, il magistrato si ferma e, piegatosi all'orecchio del Castiglione, gli comanda:
«Separiamoci; andate per esso, conducetelo a me.»
«Dove?»
«Non ve lo aveva io detto? — Al cimitero di Santo Egidio.»
Dante tornò sopra i suoi passi, rifece la via dei Leoni, passò vicino Baldracca, e per la piazza dei Castellani venne lungo Arno, dove camminando fino al Ponte delle Grazie, lo valicò in fretta e si condusse al poggio San Miniato: quello che andasse a cercare costà vedremo poi; adesso seguitiamo il magistrato nel suo cammino notturno...
La notte era rigida e nera: — certi nuvoloni ingombravano il cielo che parevano montagne, e ad ora ad ora sprizzolavano qualche stilla di acqua ghiacciata: onde le genti che a quell'ora andavano per via si affrettavano a casa, e il subito loro apparire e sparire le faceva parere più che altro fantasime.
Il magistrato però, non che affrettasse, rallentava il cammino e porgeva attentissimo ascolto alle parole di coloro che traversavano la strada.
«O vedi mo'», diceva un passeggiero al suo compagno, «chi m'è venuto fuori a fare il san Giorgio! Messere Francesco Carduccio: in verità non lo avrei riputato da tanto.»
«Un cuore da Cesare, per san Giovambattista! un cuore da Cesare! Chi nulla ha da perdere, non può che guadagnare...»
«Mi pare che vi potrebbe perdere la testa.»
«E vi parrebbe perdita per lui?»
«Ma! non saprei.»
Cotesti erano mercanti, le più volte fango tutti per di dentro e per di fuori, senza cuore, senza intelletto e spesso anche senza l'abbaco, del quale presumono essere la pratica e la scienza. — E passano via, ed altri subentrano.
«Noi non possiamo reggere», discorre il primo, e bisogna che ci accordiamo ad ogni modo, se non per amore, per forza.»
«Ed io vi dico che reggeremo, e vinceremo i nuovi Filistei. Dominedio ci manderà Gedeone. Senza fede l'uomo passa per occhio come una barcaccia sfondata,» riprende il secondo.
«Appunto egli è per troppa fede ch'io temo così, compare mio dolce. Suora Domenica, la monaca del Paradiso, ebbe la notte scorsa una visione nella quale la Madonna Santissima della Impruneta con la propriasua bocca le profetò i Medici avere a tornare; questo essere il comandamento del Signore; confortasse i Fiorentini a prendere siffatto partito con vantaggio adesso, piuttostochè aspettare poi a soffrire violenza con danno inestimabile della città[143].»
«E' sono novelle coteste. Fiorenza non patirà oltraggio; fra Girolamo ci assicurava della parte di Dio che perderemmo tutto il dominio, e la libertà della patria rimarrebbe; ed ha detto altresì che, quando gli argomenti umani venissero meno, scenderebbero gli angioli del cielo e difenderebbero la città[144].»
«Le profezie del nostro frate Savonarola io per me non le valuto una ghiarabaldana, che ne danno trenta per un pelo di asino; se fosse stato profeta, avrebbe conosciuto qual morte gli serbavano in Fiorenza e se ne sarebbe fuggito.»
«O compare, voi mi sapete di eretico! Dunque, perchè Gesù Cristo si lasciò crocifiggere, non sapeva il modo e l'ora della morte sua? non lo conobbero Pietro, Paolo ed altri santi infiniti della nostra divinissima religione?»
«Ma quel vostro frate Girolamo e' non era santo; e' fu invece appeso ed arso come scomunicato ed eretico per sentenza di santa madre Chiesa.»
«Per sentenza di Roderigo Lenzuoli o Alessandro papa VI di memoria infernale; e poi non sapete che il processo fu fatto contro ogni regola, e come tale il magnifico messere Lorenzo Ridolfi ha proposto che si levi di camera per meno vergogna della città[145]?»
«Io per me lo tengo per un fattucchiere.»
«Ed io, sapete per che cosa tengo la vostra suora Domenica?....»
«Per che cosa?»
«Per la più solenne cialtrona che mai vivesse in Fiorenza...»
«Voi siete un Piagnone... un Arrabbiato...»
«E voi un Campagnaccio, un Pallesco.»
«Di cotesti due il Pallesco era mercante, lo Arrabbiato pittore.
Nuovi cittadini traversando la strada favellavano:
«Voi siete ingiusto rispetto a lui, messere; così ne avessimo copia, come pur troppo patiamo penuria di uomini quale si è il Carduccio; — egli ama la patria e la libertà....»
«Con buona vostra licenza, io per me lo tengo per uomo ambizioso e per cervello torbido.»
«Ambizioso! — sia, pur se lo volete, ma ella è magnanima ambizione cotesta che lo spinge a tutelare la sua città con pericolo della vita: quanti pensate annoverarne voi di siffatti ambiziosi in Fiorenza?»
«Più di quelli che non vi dà ad intendere il Carduccio, il quale co' suoi discorsi e de' suoi aderenti si dimena per essere raffermo nel gonfalonierato.»
«Se ciò avvenisse, sarebbe certissimo segno che Dio vuol bene a Fiorenza.»
«Senz'altro il Carduccio vi ha dato il comino.»
«Voi v'ingannate, — io non lo conosco, ma lo reputo ingegno antico.»
«O messere, sapete un poco che cosa si va bucinando in paese di costui?»
«Dite mo', che vi ascolto.»
«Che vuoi rifare da gonfoloniere il denaro il quale perse da mercante in Ispagna.»
«Ohimè tristi! A chiunque inverecondamente proferisce tali contumelie contro di lui vi prego, messere, dire in mio nome che se ne mente per la gola.»
«Pure sapete il proverbio? Maledetto il gancio che si trova diritto...»
«Non giudicate, se non volete essere giudicati.»
Di cotesti due il primo era maestro di tintoria, il secondo dottore di leggi.
«Io per me faccio conto andarmene,» un personaggio sopraggiunto diceva al suo compagno.
«E dove volete ripararvi?...
«A Venezia, — a Roma, — presso il Turco, pure di uscirne...»
«E non temete la confisca dei beni...?»
«La roba si rifà, non la vita; e poi in buon tempo mandai danari sui banchi di Genova e di Venezia.»
«Ed io pure mi sono provveduto così.»
«Chi si era trovato mai a vedere piovere palle di bombarda! Ieri ne cadde una sul canto della loggia degli Adimari, là dalla bottega del barbiere, la qualein primisportò via di netto tutto il calcagno al capitano Mancino da Pesaro, poi, balzata quanto è lunga la piazza del Duomo, entrò in casa del pedagogo Giovanni Del Rosso, che sta nelle casette di Visdomini; — certo non vi andava a imparare di abbaco[146].»
«E per ultimo chi regge al difetto di vettovaglie? Dio vi salvi dal morire di fame. I pippioni costano una corona al pajo; i capponi stremenziti che paiono lanterne otto o dieci scudi; non istarne mai, non beccacce: questa è vita da inferno!»
«Fatevi io qua, — udite: — io ho tratto l'oroscopo, ho consultato gli astrologhi, e mi hanno profetato che Fiorenza deve cadere... badate a non mi tradire....»
«Oh! è tanto tempo che i' me n'era accorto; — non si vedono più pernici in mercato.»
«Com'entrano qui le pernici?»
«Ci entrano benissimo, perchè significa che il contado è perduto.»
«Inoltre vedete un poco a che cosa ci giova questa libertà: se, per pagare meno io gravezze, parmi ne abbiamo pagate più in un mese di repubblica che in un anno sotto i Medici; se, per vivere meglio a modo nostro, io ho vissuto sempre a bell'agio perchè di cui non dico mai nulla, di Dio poco; voglia di entrare in bigoncia non ne sento, bado al traffico e ai libri della ragione; sicchè poco m'importa o nulla che o Marzocco o Palle tengano il palazzo.»
«Vivere a bell'agio sotto la repubblica! Io non conobbi mai leggi più gaglioffe di quelle che promulgò Fiorenza nei tempi di reggimento popolare; immaginate, ogni cittadino non potrebbe usare a pranzo o a cena più che due sorte vivande, il lesso e l'arrosto; egli è vero che sotto la vivanda lesso o arrosto lasciavano adoperare di tre specie di carni, nè si computavano per vivanda i bramangiari, i mortiti, i berlingozzi, solci, pere guaste con anaci, acqua rossa, zucchero, bircoccoli e il pane e il vino era ad arbitrio; ma alla fin fine si chiamerà vivere libero quello che t'impedisce sotto la pena di fiorini dieci larghi di oro in oro mettere in pratica un qualche ritrovato che sapesse consigliarti il tuo ingegno...[147]?»
«Mi rimane a tentare una prova per deliberarmi in tutto alla partenza.»
«In grazia, qual prova?»
«Di consultare un profela.»
«Messere, badate, di non dar di capo nei gerundii. Dove sono eglino i profeti a Fiorenza?»
«Sonci, ed io ne tengo uno in casa mia.»
«Domine, aiutatemi! o come si chiama egli?»
«Si chiama Virgilio Marone.»
«S'io non mi sbaglio, parmi avere udito che fosse un poeta costui or corrono anni meglio di mila e cento.»
«Quel desso — ed è profeta. Come Isaia, Geremia e gli altri del popolo ebreo, ei profetò la venuta di Gesù Cristo là dove nella egloga a Pollione, invaso dallo spirito divino, cantava:Magnus ab itegro saeculorum nascitur ordo. — Jam redi tet virgo, redeunt saturnia regna; — Jam nova progenies cœli demittitur alto.— Ora la virtù profetica, rimase ne' suoi libri, e consultati secondo i riti, di rado avviene che non rispondono prognosticando il futuro.»
«Davvero! Voi mi mettete un grand'uzzolo addosso di provare...»
«Venite: entriamo senza avvisare nessuno della famiglia in casa mia nello studiolo terreno e interroghiamo l'oracolo.»
«Mi raccomando a voi...; dopo faremo un poco di cena.»
«Come volete; — innanzi di lasciare certo mio buon trebbiano arrubinato, e sarà bene tòrcene una satolla.»
«Amen! amen! I' sono con voi.»
E, aperto un usciolo, entrarono nel piano terreno; colà il padrone di casa battuto il focile, trasse dallo stipo una candela di cera gialla la quale consegnò accesa con molta solennità al compagno. Dipoi, messo sopra un leggio il volume delle opere di Virgilio ricoperto di velluto paonazzo, e raccomandato il silenzio e il raccoglimento, mormorando certe sue preci, stese attorno attorno al leggio un nastro di seta nera. Ciò fatto, chiama il compagno e lo invita a entrare nello spazio determinato dalla riga; — il compagno entra e comincia a tremare.
«Eh! dico messere Luigi, non vi sarebbe per avventura pericolo di capitare male?»
«Silenzio! Od io non vi mallevo delle vostre ossa.»
E, senza più oltre badare a lui, si cinge intorno agli occhi una benda, — si prostra, — si rialza e si volge ai quattro lati della terra; allora prende a recitare con empio e, forse direi meglio, stolto miscuglio di sacro e di profano, orazioni alla Trinità, alla Madonna, agli spiriti che vanno pel mondo quando la notte è nera, e il cielo minaccia burrasca; e sovente ricorrevano nei suoi scongiuri l'abracadabra, iltetragammaton, ilpentagrammaton, e parole altre cotali da cacciare il ribrezzo della febbre quartana addosso ai meglio animosi.
«O messere Luigi, diceva l'altro in suono piangoloso, non vi venisse mica la fantasia di far comparire il demonio...»
«Silenzio! Qui non entrano per nulla gli spiriti maligni, — non vedrete nulla, o vedrete soltanto spiritimediossumi, ombre di gente che fu; — tenete fermo il cero, — raccoglietevi, perocchè il mistero sta per operarsi.»
E ciò discorso, continua infiammandosi di mano in mano nei detti e nei gesti, sicchè in breve spumava dalla bocca enfiata e si scontorceva nella persona a modo di maniaco; all'improvviso caccia un terribile grido:
«Eccolo! eccolo!»
«Chi ecco?» risponde spaventato il suo compagno; — e preso da forte tremito lascia cadersi il cereo di mano, il quale percotendo a terra si spenge.
L'altro impetuosamente apre il volume e col dito convulso scorre diverse parti delle sue pagine, finchè quasi condotto da ispirazione lo ferma sopra un punto; tutto anelante con la manca si tira giù dagli occhi la benda ordinando al tempo medesimo:
«Accostate il torchio, ch'io legga l'oracolo.»
La stanza era buia.
«Gherardo! o messere Gherardo! Il lume! avess'io perduta la vista! Gherardo, parlate... io non ardisco muovermi per amore dell'oracolo.»
E Gherardo, per quanto glielo permette il battere dei denti, risponde:
«M'è caduto il torchietto di mano... abbiate pazienza...»
Messere Luigi non volle abbandonare il libro, ed ora con umili istanze, ora con parole concitate, gl'impone riaccenda il lume. Quando non senza molte difficoltà la candela fu accesa messere Luigi drizzò bramoso gli occhi al volume e lesse ad alta voce:Eeu fuge crudeles terras fuge! litus avarum[148]! — rimase attonito per lunga pezza; l'altro che non intendeva di latino del suo tremore tremava e non ardiva aprire la bocca; all'improvviso messere Luigi quasi uscisse dallo spavento del fantasima afferra per ambe le braccia messere Gherardo e gli dice:
«Rompiamo gl'indugi: — qui non v'ha tempo da perdere, fuggiamo...
«Oh! Dio! senza cena?»
«Se non preferite il cenare al morire.»
Con terribile impeto di repente si schiude la finestra; i vetri percossi si spezzano fragorosamente, e per tutta la stanza se ne spargono i frantumi, al tempo stesso una voce severa si fa sentire che dice:
«Codardi! voi rinnegate la patria, — la patria rinnega voi; sgombrate subito; — il nuovo giorno vi troverebbe sospesi per la gola.»
I due compagni stramazzarono sconciamente per terra; poi si riebbero, e l'uno all'altro narrò di strane apparizioni, di odore di zolfo e simili altre novelle; aggiungendo la paura nuova all'antica, fatto rifascio di quanto lor cadde sotto mano, insalutata la famiglia, in quella stessa notte fuggirono e ripararono a Lucca. La storia rammenta i nomi loro; furono Luigi Guicciardini e Gherardo Bartolini, di professione mercanti. La rampogna mosse dal magistrato, il quale salito sur un muricciuolo sottoposto alla finestra vide tutta la scena ed in gran parte la udiva.
Scese e, ingombro di tristi pensieri, s'incamminò al luogo del ritrovo, al cimitero di Santo Egidio, noto eziandio col nome di cimitero delle ossa: di questo luogo di morte adesso non si trova vestigio; giaceva sul lato di ponente dello spedale di Santa Maria Nuova; empiva chiunque si facesse a visitarlo di riverenza e di terrore. Sopra la porta era scritto,Dies nostri quasi umbra, e in minore cartello la sentenza del divino Alighieri:
Le nostre cose tutte hanno lor morteSiccome voi, ma celasi in alcunaChe dura molto, e le vite son corte.
Le nostre cose tutte hanno lor morte
Siccome voi, ma celasi in alcuna
Che dura molto, e le vite son corte.
In fondo dirimpetto alla porta il Frate e l'Albertinelli accumulavano, secondo lo stile della nostra religione, a larga mano immagini di spavento, con le dipinture delle severità del giudizio finale e gli strazii crudeli dell'inferno; intorno alle mura e ai colonnati con fiero ordine vedevi accatastate ossa e teschi, e talvolta fare di sè orrenda mostra scheletri interi; per ogni dove trofei di distruzione e motti dolenti, iscrizioni sepolcrali, parole di universale o di particolare dolore. In cotesti tempi, nei quali la superstizione forte agitava le menti del popolo,non è da dirsi se durante la notte aborissero volgere i passi da cotesta parte; e il magistrato la sceglieva appunto per essere sicuro di non rimanere interrotto nel misterioso colloquio.
A passi lenti il nostro personaggio percorse due o tre volte il ricinto; a mano a mano i suoi passi diventarono più celeri: i pensieri gli sorgevano e roteavano turbinosi in mezzo del capo: umana favella non avrebbe potuto significare i suoi affetti; in un baleno scorreva tempi remoti e recenti, immaginava i futuri; si sdegnava, s'inteneriva, esaltato dalla contemplazione di qualche alto disegno in regioni meno triste della terra che calpestiamo, si sublimava, o all'improvviso, morso dal dubbio, gli cadevano giù le forze e la speranza, e piangeva; finalmente gli proruppero dall'intimo seno queste parole sconnesse:
«Io cammino su le ossa di duecento e più mila uomini[149]! — Qual fiamma uscì da costoro prima che si facessero tanto mucchio di cenere? — Nulla; — e sì, che tutti sortirono un cuore per sentire, una mente per pensare, un braccio per percuotere; — nulla! e sì, che l'anima loro ondeggiava continua, come quella degli altri viventi, tra l'odio e l'amore. — La notte m'impedisce leggerne gli epitafi; se il sole con la pienezza dei suoi raggi gl'illuminasse, tornerebbe lo stesso, perocchè il tempo abbia la sua notte profonda, e l'oblio sia la sua tenebra. Eppure tante anime non possono avere vissuto invano! Chi sa quanti Alighieri dal divino intelletto, quanti Micheli Lando, quanti Pieri Capponi, quanti Giacomini Tebalducci dormono qui sotto i miei piedi! La lampada arse sotto lo staio, non iscintillò gloriosa sul candelabro. — Consumati forse dal proprio fuoco si spensero. — Ed ora che le sorti della patria apparecchiano eventi a manifestare la virtù che l'uomo ebbe in parte dai cieli... ora giacciono polvere; le generazioni mancano ai tempi, più spesso i tempi mancarono alle generazioni. — Voi siete affatto morti; la speranza o il terrore immagina prolungamento di vita oltre i sepolcri... pure se impreco pietoso alle vostre ossa pace, o scellerato le maledico, voi vi restate ineccitabili sotto le vostre lapide di marmo: — s'io gettassi sopra i vostri cadaveri il corpo di un amico o di un nemico, nè vi movereste per abbracciare il primo, nè vi scostereste dal secondo... O creatore! la mia bocca non conosce la bestemmia, e nondimeno io qui ente mortale tra i morti oso levare la faccia e dirti che non sempre hai tu fatto del bene; — e se come il pensiero potessi lanciarti contro le braccia, domanderei ragione del tuo male. — Da quando io prima apersi gli occhi consapevoli li tenni fermi al cielo per vagheggiare la stella della speranza e sentii nel mio cuore l'ardimento delle cose magnanime;... però talvolta mi si nasconde la stella, e allora sconfortato a mezzo cammino mi abbandono. Ah! Creatore, — dipartirsi dai cieli, stendere la mano onnipotente a raccogliere dalla terra un pugno di cenere, animarla onde soffrisse la stretta delletue dita e l'angoscia della caduta per balestrarla un tratto di anni lontana a tornare cenere sulla medesima terra... certamente non fu segno di amore[150]. — Centinaia di migliaja d'uomini che dormite sotto, dov'io potessi evocarvi e costringervi a rispondere a questa mia domanda: ogni uno di voi annoveri il tempo della sua vita dai giorni che si sentì felice e mi dica quanto ha vissuto; — quanti, che giungeste agli ottanta anni, direste: — noi non vivemmo mai! — Ben con immenso sforzo potranno i mortali scuotere la catena che lega il mondo al piede della sventura come una palla di supplizio, ma romperla non potranno. Ecco questa mia patria innocente non ha difesa; — chiama dal cielo soccorso, e il cielo le sorride sopra un sorriso di scempio e non l'ajuta. — Le repubbliche italiane ad una ad una saettate dalla tirannide rinnuovano la storia dolorosa della famiglia di Niobe. Fiorenza sola rimane ultima, e sopra il suo cuore si accumula il pianto di tutte; ella eredò un tristo retaggio di gloria e d'infortunio... Cadrà!... oh cadrà! — e noi non avremo pianto, e alle nostre ossa oltraggeranno ingrati nipoti; — già noi vituperano vivi! — Possa almeno essere grande la sua caduta, come conviene all'astro che contese solo alla tenebra di errore e di tirannide la quale si addensa sopra l'universa Italia; — si spenga come la fiaccola all'impeto della bufera... — Dio, che ci neghi più efficace conforto, sovvieni almeno l'anima dolorosa in questi ultimi aneliti; — ci manda dall'alto una virtù che valga a far sì che un giorno la nostra bella morte sia argomento d'invidia a quelli stessi che vivono.»
«O neghittosi!» favellò, «non sapete voi che da questo lato domani potrebbe entrare la palla mortale per la nostra amorosissima patria?»Cap. IX, pag. 238.
«O neghittosi!» favellò, «non sapete voi che da questo lato domani potrebbe entrare la palla mortale per la nostra amorosissima patria?»Cap. IX, pag. 238.
Dante da Castiglione era giunto ai bastioni di San Miniato con mirabile arte condotti per industria del divino Michelangiolo. Quantunque il Varchi ci narri nel decimo libro delle sueStorieessere stati biasimati da alcuni perchè fatti con troppi fianchi, le cannoniere troppo spesse, per le quali venivano a indebolirsi, e troppo ancora sottili da non potere reggere l'urto delle grosse artiglierie, — nondimeno furono tenuti non solo per cotesti tempi stupendi, ma in epoca più recente meritarono che Vauban, celebrato ingegnere francese, ne levasse la pianta e ne prendesse le misure[151]. Questi bastioni cominciavano fuori della porta San Francesco, e salendo su pel monte circuivanol'orto, il convento e la chiesa di San Miniato; — così descritto un larghissimo ovato si ricongiungevano alla porta San Francesco. Nell'orto di San Miniato era alzato un fortissimo cavaliere che guardava il Gallo e Giramontino. Ancora poco sotto del convento di San Francesco fu fatto un altro bastione, il quale con le sue cortine scendeva giù da oriente fino al borgo di Porta San Nicolò e terminava con alcune bombardiere poste sopra Arno: altri bastioni e puntoni e cavalieri costruirono che non importa descrivere, armati di grossi panconi di quercia, ripieni dentro di terra e di stipa, di fuori fasciati con mattoni crudi composti di terra pesta mescolata con capecchio trito.
Non tutte siffatte fortificazioni erano condotte a termine nel tempo di cui favelliamo, perocchè mancassero i fossi, le vie coperte e simili altri accessorii; e poichè il nemico stava a fronte, e di giorno in giorno si temeva l'assalto, così non ismettevano mai il lavorio di giorno o di notte. Dante salendo pel poggio si fermò un momento a contemplare un numero infinito di fiaccole scorrere di su, di giù, da tutti i lati, e al chiarore di cotesti fuochi ammirò il solenne spettacolo di un popolo irrequieto per la propria difesa, pago, per mercede, del contento che l'opera stessa gli somministrava, senza secondi pensieri, senza idea comunque lontanissima di accordo, nè anche per ombra dubbioso di potere perdere la prova, fidente in Dio, fidente nel suo braccio, affatto sublime; popolo vero insomma, non già sozza, cupida, ignorante, iattante plebe e codarda; onde sospirando ebbe a dire: — Te felice, o popolo, se non ti fossi mai lasciato soverchiare dai tuoi eguali! Le mani che trattano la zappa meglio delle altre saprebbero reggere lo stato. —
Michelangiolo Buonarroti, non vecchio ancora, che di poco oltrepassava il cinquantacinquesimo anno, di membra vigorose e spigliate, con quel suo impeto terribile si vedeva trascorrere veloce da un punto all'altro senza posare un momento; pareva lo spirito agitatore di tutto il popolo quivi raccolto; lo avreste detto per quel suo roteare fantastico il genio custode della città.
Dante, comunque robustissimo uomo fosse, indarno si affaticava a raggiungerlo; ora se lo vedeva comparire sopra la testa, ora sotto i piedi, or lontano su i lati, sicchè quasi stava per disperarsi. Da qualsivoglia parte Michelangiolo si volgesse lasciava utili insegnamenti o esempi buoni o parole che poi diventavano sentenze tra quei popolani innamorati della sua virtù. Giunto presso a certo parapetto non anche condotto a termine, parendogli che troppo tardassero a compirlo: «O neghittosi!» favellò, «non sapete voi che da questo lato domani potrebbe entrare la palla mortale per la nostra amorosissima patria?» E gli operai: «l'uomo fa quello che può, maestro, noi non abbiamo mica cento braccia.» — «Cento braccia», riprende Michelangiolo, «non bastano là dove basta un sol fermo volere?» E gli operai di nuovo: «Non ci garrite, Michelangiolo; noi stiamo dietro a cotesti altri che pure hanno cominciato il cómpito quattro ore prima di noi.» — «Guaia quello», replica tosto il Buonarroti, «che cerca difesa al proprio fallo nel male operato altrui:chi va dietro ad altri non gli passa mai avanti.» — «Con voi maestro non si vince nè s'impatta: tra due ore ve lo daremo finito.» — «Oh! questo si chiama parlare; a rivederci fra due ore.» — Di lì balza a un fosso, dove gli scavatori essendo addentrati un braccio più della persona nel terreno attendevano a penetrare più oltre; la voce di Michelangiolo passando gli ammonisce: «Figliuoli, la terra su i poggi è piùsollache al piano; badate che smottando non vi seppellisca: ponete due assi lungo le pareti e puntellate con una trave per traverso a contrasto, allora siete sicuri come in casa vostra.» Altrove volgendosi, ecco incontra un gruppo di uomini i quali si sforzano a portare su in cima al poggio una grossissima lastra di pietra; vi sottopongono tutte le mani; poi riunendo i conati tentano di pure una volta rotolarla; i muscoli dei bracci risaltavano nella maggiore loro tensione, protuberanti le vene delle tempie, gli occhi quasi scoppiati fuori dell'orbita. Michelangiolo si compiacque alquanto nel considerare cotesti arditi contorni; — vagheggiò quella parte dell'orditura del corpo umano, poi, soddisfatta la voglia di artista, lo prese amore dei male accorti: «Indietro!» grida, entrando improvviso in mezzo di loro, «porgetemi dei travicelli; qui, spingeteli qui dentro; ora vi adattate sotto una pietra; notate, quanto più il punto di appoggio si accosta al punto di contrasto, maggiore forza acquista la leva: — ora da questa parte, uniti insieme, pieghiamo la leva verso terra... su... su... su... ecco voltato il lastrone... continuate in questa maniera, e fra mezz'ora lo avrete posto in cima.» Di lì si stacca, e arriva ai fossi che si scavano sopra altra parte del monte: i manovali barellano la terra e, gettandola lungo i baluardi, s'ingegnano a renderli sempre più stabili; un vecchio di bell'apparenza e di sembianza degna di meno umile ufficio, rimasto solo, si sforza di recarsi in capo la barella, e senza aiuto far solo e vecchio quello che gli altri in due e giovani fanno; però la facoltà non rispondeva al proponimento, sicchè nel volto gli si legge l'ostinazione che manca, e lo sconforto che comincia. Michelangiolo gli è sopra, lo considera alquanto e poi: «Padre», gli dice, «e' parmi che voi non siate fatto per così basse opere.» — «Bassa opera!» risponde il vecchio; «quando torni in utilità della Repubblica, io non so come la si possa chiamare bassa.» — «Ma via, tra zappare, barellare la terra», soggiunge il Buonarroti, «e dettare leggi ci corre a mio parere una certa tal quale differenza.» E il vecchio: «Quando tutti i Romani zappavano, vinsero tutti.» Michelangiolo soprastette alquanto pensoso, quindi riprese: «Però le forze vi mancano... e per troppi anni siete male atto a coteste fatiche.» — «Ah! poco pietoso cittadino, perchè mi fai sentire con le tue parole l'amarezza di non potere giovare meglio alla mia patria? Era pure più degno di te, invece di consumare il tempo in vane novelle, stendere le braccia e porgermi aiuto a trasportare la terra. » — «In fè di Dio tu hai ragione.» E qui Michelangiolo, presa la barella dallestanghe di dietro, perchè, salendo il monte, minore peso sentisse il vecchio, gli dava aiuto a portare.
Costretto Michelangiolo a procedere a lenti passi, concedeva agio al Castiglione di raggiungerlo, come infatti anelante, bagnato di sudore il raggiunse, e tostochè gli venne accanto, con voce ansiosa lo chiamò:
«Messere Michelangiolo!»
«Che ci è egli, mio bel garzone?»
E Dante, vie più accostandosegli, sommessamente gli dice:
«Il gonfaloniere manda per voi.»
«Ora non posso; bisogna prima che porti questa barella; subito dopo sarò con esso voi.»
Quando la terra fu scaricata, Michelangiolo con amorevole piglio si volse al vecchio così interrogandolo:
«Padre, vorreste voi dirmi il vostro nome in cortesia?»
«Nacqui nel contado di Fiorenza, ho lavorato i suoi campi, ho combattuto le sue battaglie, ho pianto alle sue tribolazioni; il nome nulla aggiunge o toglie alla mia vita: mi chiamo uomo.» E levatasi la barella sopra le spalle, se ne ritornava là donde si era dipartito.
«Costui», esclama Michelangiolo accennandolo col dito al Castiglione, «dev'essere uomo fatto grande dalla sventura o dalla pazzia.»
Era cotesto vecchio il padre di Annalena; se Michelangiolo indovinasse giusto, a suo luogo e tempo saprete.
«Or via ditemi, messere Dante, a che mi chiama il Carduccio?»
«Per cosa al certo di gravissimo momento, — Dacchè con molto arcano vi aspetta nel cimitero di Santo Egidio.»
«Sta bene! obbedisco; seguitemi un istante.»
Ciò detto, riprende quel terribile uomo i suoi presti passi; rifacendosi dalle falde del monte s'indirizza alla cima visitando le opere, lasciando ordini e tuttavia ammonendo, rampognando e lodando: venuto al sommo del poggio, si volta improvviso ad una forma che così al barlume Dante su le prime non ravvisò se fosse o no animata, e con affettuose parole le dice:
«Deh! in guiderdone al tuo fattore, o Vittoria, finchè io ritorni non partirti da questi baluardi.»
«Che cosa è ella, Michelangiolo?» domanda Dante.
«Vedi!» e presa una torcia di mano a un marraiuolo che passava, svela allo sguardo del Castiglione stupefatto una statua colossale rappresentante la Gloria militare o la Vittoria, scolpita in un masso di pietra serena; ella era in atto che, volgendo il capo dall'altra parte, non curava mirare la città di Firenze, che appunto le veniva a mano sinistra; aveva l'ale, in capo l'elmo, ed armi e simboli altri diversi sparsi sul monte che le serviva di base[152].
«Che te ne pare?»
«Mi pare divina.»
«La è poca cosa... Io l'ho condotta così alla grossa senza modello e di notte[153].»
«Di notte?»
«Certo di notte... perocchè dormendo non mi riposo; il sonno, vedi, mi addolora la testa e mi fa cattivo stomaco[154]; io mi sono fatto una celata di cartoni, ci adatto in cima una torcia, e in questo modo lavoro alla Vittoria[155].»
Dante si sentiva oppresso da tanta grandezza accompagnata da così alta modestia; se in quel punto Michelangiolo gli avesse imposto: — Curvati e adorami, — egli lo avrebbe adorato; imperciocchè le anime generose, quantunque svisceratissime della libertà, tocca profondamente la religione del genio... Dopo un breve silenzio quasi supplichevole gli domanda:
«Divino intelletto, ditemi, perchè la vostra Vittoria il capo torce dalla vista di Fiorenza?»
E Michelangelo dopo un lungo sospiro:
«Perchè? o Castiglione, che so che accogli cuore sdegnoso dentro al tuo seno, mi domandi il perchè? Mi risparmia l'amarezza di palesartelo... tu dovresti averlo già indovinato.»
«Pur troppo! Ogni antico valore nei fiorentini petti è affatto spento.»
«Lo hai detto.»
«E allora voi scolpiste in dileggio questa Vittoria?»
«Io non ho schernito mai... spesso rampogno; — io le scolpiva l'ale di pietra, perchè il suo volo fosse lento; — i Fiorentini, se vogliono, possono ancora raggiungerla. Se molto temo che fugga, più molto spero rinvenirla al suo posto; nè mai l'amore si scompagnò dal timore. Adesso andiamo.»
E qui con la mano destra si fregava la manica sinistra, e con la mano manca la manica destra, poi con ambedue forte scoteva i lembi del saio per cacciarne la polvere; ciò fatto, ripete:
«Andiamo.»
«Buona notte, messere Carducci, eccomi ai vostri comandi».
«Ben venuto, Michelangiolo. — Dante, andate a vigilare su la porta e, per cosa che accada, non lasciate penetrare anima viva qua dentro.»
Il Castiglione silenzioso pone la sua persona colossale traverso la porta del cimitero; una sbarra di pietra non ne avrebbe meglio impedita la entrata.
Il Carduccio con mano tremante impalma il Buonarroti e poi comincia in suono che profonda commozione rendeva fioco:
«Michelangiolo, se, comunque alto il sacrifizio che or vi propongo pur fosse a cuore umano possibile, già non vi chiederei io fin dove la patria possa fidare su voi, avvegnachè a chiara prova conosca il vostro nome suonare quanto di grande si comprende e di magnanimo nel mondo. Però il caso presente è tale ch'io mi veggo forzato a dirvi prima: Michelangiolo, potete voi nulla rifiutare alla patria?»
«Nulla.»
«Michelangiolo, avete bene compreso la domanda? Avete misurato intera l'ampiezza della vostra risposta?»
«Carduccio mio, quando architetto o scolpisco, io misuro: quando mi affatico in pro di Fiorenza, io sento; — il cuore che delibera è già freddo, e dai carboni spenti avrai fumo, non fiamma. Insomma, siccome voi non mi domandereste cosa che voi stesso non foste apparecchiato a fare, così ancora io mi chiamo pronto a farla.»
«Michelangiolo, io non la farei.»
«Voi non la fareste!»
«Io con queste mie mani chiunque me la proponesse ucciderei... il mio sangue a goccia a goccia e tra i più acerbi tormenti versato, la vita dei miei figli, le mie case alle fiamme... tutto questo darei... ma non mi basterebbe l'anima, oh! non mi basterebbe pel sacrificio che domando da voi.»
«Allora, Carduccio mio, voi avete dimenticato essere Michelangiolo uomo: in me i terrori e i dolori, in me i consigli incerti, la costanza poca, le passioni del cuore, la imbecillità della mente, come in qualunque altro mio fratello di morte: perchè mi domandereste cose superiori alla umana natura? Chi vi dava dritto a suppormi angelica creazione? Se voi poteste vedermi a questa ora le sette rughe[156]impresse sopra la mia fronte, comprendereste di leggieri starmi ancor io in podestà del tempo ed essere caduco e mortale.»
«Eppure quanto io domando, o da voi solo o da nessun'altra creatura nel mondo si può...»
«A Dio non piaccia ch'io mi senta men grande di quello che altri s'immagina, o il bene della mia patria abbisogna. — Magnifico gonfaloniere, parlate.»
«Da una parte v'è tale una gloria che gli angioli stessi potrebbero desiderare nei cieli, — evvi una corona splendida più che se fosse di stelle; — un'altezza quale gli uomini possono invidiare, non vincere od aggiungere giammai — una rinomanza presso cui i più famosi dei tempi trascorsi o recenti impallidiscono superati dalla nuova luce; — nessuna favella basterebbe a cantarne le lodi, qualunque nome conosciuto fin qui sarebbe poco alla sua virtù... nè liberatore nè salvatore nè ottimo massimo troveremmo sufficienti; — se gli uomini non lo chiamasseroDio, certo come Iddio lo adorerebbero e terrebbero in pregio. — E dall'altra parte una infamia perenne, un nome irrevocabilmente accompagnato a quello di Giuda, una scusa eterna ai codardi che rinnegano la virtù, una rovina senza fine e senza riparo. L'aquila delle Alpi rade con ala potente il margine del precipizio e le rupi scoscese; ella può giunta sulla vetta del monte più alto posarsi alquanto a librare nuovo volo e confondersi eccelsa pei cieli... Qualche mortale rassomiglia all'aquila.»
«Messere Carducci, apritemi il vostro pensiero.
«Ecco, io vi parlerò come al cospetto di Dio, da cuore a cuore, senza celarvi nessuno dei più riposti arcani. Michelangiolo, la patria si versa in presentissimo pericolo, ed io dispero di salvarla.»
«Oh dolore!»
«Una speranza rimane, e consiste nei soccorsi dei principati d'Italia. Il popol nostro di per sè solo opererebbe prodigi, ma il popolo crede ai suoi profeti, e molti tra questi io ne conosco falsi. Voi ben sapete i Medici essere stati banditi non in benefizio del popolo, sibbene in pro degli ottimati, i quali intendevano governare invece di loro; la parte del Cappone pertanto, non che guadagnare con la cacciata dei Medici, ha perduto e adesso desidera restituiti gli antichi signori per ricuperare almeno in parte quanto si vide portar via dalle mani cupide e fiacche. Ella non perdona la mia promozione all'ufficio supremo; già medita gli accordi e non conosce, incauta! che vuole presentarsi di suo moto spontaneo al carnefice con la corda al collo. Qualsivoglia atto del governo calunnia, ogni via impedisce, inosservata gli sega le vene e gli toglie le reliquie estreme del suo vigore; il popolo, amico sempre del bene, ma deluso dalle apparenze, nella fiducia di commettere opera pia lapiderà i suoi veri difensori, e, prima che abbia tempo di ravvisarsi, avvinto nelle mani, col frenello alla bocca, non gli sarà concesso il dire e l'operare; — sogliono poi i tiranni lasciare liberi gli occhi per piangere. Manca la pecunia perchè nascosta nelle viscere della terra, e il governo mal può adoperare gli argomenti usati dai principi per farla ricomparire. — Mi turba il sonno lo scaltrito Baglioni, non mi assicura il Colonna, vedo gli altri capitani discordi tra loro. A noi abbisognano per vincere esterni sussidii, sieno pur pochi, sieno misteriosi, anzi giova che sieno; tanto varrà perchè la parte del Cappone, dubbiosa e tremante, sospetti noi non sostenere soli la prova; — se malgrado le mostre diverse ella potesse mai credere che molti potenti aiutano copertamente Fiorenza, questo le scemerebbe l'ardire. Allora vorrà farsi merito di quello che teme non potere ovviare; il danaro che ormai non possiamo più avere per leggi, conseguiremo per via di doni, d'imprestiti, per sovvenzioni spontanee; — conviene ravvivare il credito dello stato presente. Due soli governi in Italia, se l'antica prudenza da loro non si scompagna, hanno l'obbligo d'aiutarci, il duca di Ferrara e i Viniziani; il rimanente paese divorò la fortuna di Cesare: — il papa acciecato da ira strinse lega col suo implacabile nemico; — eglipensa tenere la sua nella destra di Carlo in segno di amicizia; questi invece glie la stringe imprigionata e gli sorride in volto. Il regno cadde in potestà dell'imperatore, il ducato di Milano sta per caderci, il Doria strascina Genova come un'ancella dietro il carro della sua fortuna; tralascio gli altri; e fermo le mie speranze sopra Alfonso di Ferrara e Andrea Gritti di Venezia.»
«Datemi incarico di ambasciatore, e corro in poste fin là: ambedue mille volte mi si dissero amici; che cosa significhi amicizia dei grandi veramente non so, lo proveremo adesso.»
«Michelangiolo, amicizia è moneta che non corre tra gli stati; — il principe amico, quando non trova vantaggio in aiutarti, ti piange e ti lascia morire.»
«In ogni modo proviamo.»
«Se voi vi presenterete nelle loro città con pubblico ufficio, non che otteniate i soccorsi, vi cacceranno senza ascoltarvi.»
«O come può accadere questo?»
«Alfonso odia Cesare, ma più che odiarlo il teme; già di nemico diventato servo, a grave prezzo corrompe i suoi consiglieri; egli s'ingegna a fargli obliare le vecchie offese, e molto più si affatica ad ottenere nuovo favore, imperciocchè egli abbia insieme con Clemente papa compromesso in mano a Cesare le controversie su Modena, Reggio e la giurisdizione di Ferrara. Tra Cesare poi e i Viniziani non si è per anche asciugato l'inchiostro del trattato di Bologna pel quale formarono lega offensiva e difensiva...[157]»
«Dunque ogni speranza è perduta?»
«Oh! no. I Viniziani inoltre ci conservano rancore perchè, quando calò negli stati loro il duca Arrigo di Brunswick, non li soccorremmo; noi accusano di tradimento, come quelli che mandammo primi oratori a Cesare per accordare...»
«E più s'intristisce la bisogna.»
«Ma voi sappiate che questi non furono falli o rimessi da loro, perchè anche dopo più volte promisero non avrebbero fatto pace senza inchiudervi i Fiorentini, e il doge Gritti, richiesto dall'oratore Gualterotto, rispose: la repubblica viniziana non avere mai commesso cose brutte nè avrebbe cominciato adesso a commetterne; — ciò non pertanto si accordano con Cesare, e noi non rammentano. Il duca Alfonso ci prese tremila cinquecento ducati, non mandò don Ercole, come si era obbligato per la capitolazione; invece presta al papa le artiglierie e duemila guastatori contro Fiorenza. Di qui argomentate non già la fede poca, sibbene la servitù molta alla quale si trovano ridotti i principi italiani[158].»
«Carduccio mio, come per me si possa rimediare a tanta piena di sciagure io non saprei...»
«I Viniziani e il duca devono mandarci soccorsi, e voi andare a chiedergli.»
«Ma se mi avete poc'anzi assicurato che mi cacceranno via senza ascoltarmi!»
«E vi ho detto il vero, quando vi presentaste in aspetto di ambasciatore; bisogna pertanto penetrare nelle loro città inosservati, come la goccia del cielo si confonde col mare; in modo che il papa e Cesare, uomini entrambi, se mai ne nacquero al mondo, scaltrissimi, non sospettino nulla; bisogna eziandio che le paure del duca e dei Viniziani non si destino, — ed è questa difficilissima impresa; si vuole ancora, ottenendo il soccorso, arcano impenetrabile in celare da cui muova, e quindi spedire a costoro persona nella quale essi confidino; si vuole finalmente il segreto medesimo non gli ottenendo, perchè se la città sapesse che noi abbiamo riputato insufficienti le nostre provvisioni, nè ci venne fatto aumentarle, scaderebbe dell'animo, ed ogni cosa anderebbe perduta; onde io per un mio giudizio non voglio sperdere questa tavola estrema di salute.»
«Io mi offerisco andare, ma il modo da praticarsi per la partenza e il ritorno non vedo agevole...»
«Conviene che Michelangiolo ad un ratto di animoso diventi codardo ed abbandoni la patria nel suo maggiore bisogno; — conviene che si lasci sopraffare dalla paura e fugga dalla patria nel suo estremo pericolo; — così in sembianza turpe finga ricoverarsi in Ferrara: avrà danaro per guadagnare i consigli del principe; — pessima condizione degli uomini presenti, dai quali è forza comprare il delitto e la virtù, e i quali indifferenti l'una o l'altro ti vendono! Innamorato della bellezza del fine, non volere attendere agli espedienti; bisogna prendere gli uomini pei manichi che ti presentano: i Romani avrieno lapidato Morone, la gente di oggi reputerebbe folle Catone. Così appianate le vie, entra dal signore e digli: Alfonso, tu pensi tenere sul capo una corona di duca, e noi invece di corona vi contempliamo un artiglio dell'aquila imperiale; — improvvido! non sai che luogo ella aspetta e tempo a stringerti sì che tu ne muoia di affanno. Tu ci rammenti l'antico Damocle seduto a mensa con la spada sospesa sopra la testa. — Poi va a trovare il doge Gritti e il senato viniziano e seco loro adopra queste altre parole: Cittadini, quando una repubblica esulta ai danni di una sorella, segno è certo che Dio l'ha colpita di cecità; — voi avete smarrito l'antico senno; rammentatevi i tempi passati; Fiorenza aveva guerra con Filippo Visconti duca di Melano, — la fortuna procedeva avversa ai Fiorentini. I padri vostri richiesti di aiuto negavano. Messere Lorenzo di Antonio Ridolfi oratore per la nostra città, vedute riuscire le preghiere invano presso il vostro senato, proruppe così: — Viniziani, nell'anno scorso i Genovesi da noi abbandonati Filippo crearono principe; noi nelle presenti strettezze da voi non soccorsi lo faremo re, e voi, quando sarete rimasti soli, noi vinti, e che nessuno, ancora che il voglia, potrà recarvi aiuto, lo farete imperatore. — I vostri padri cisovvennero, Filippo non vinse, stettero le libertà italiane. — Consiglia il duca e il doge a licenziare parte delle loro milizie, e ciò potranno con tanto minore sospetto eseguire, in quanto che fermarono pace; mediante i nostri banchi di Venezia ci somministrino copia di danaro, lo renderemo alla pace; noi con quella pecunia condurremo agli stipendi nostri le milizie licenziate, e nelle nostre mura difenderemo la causa d'Italia.»
Qui tacque, ma la parola Italia scorrendo lungo le mura di quel recinto silenzioso parve, come framezzo un sospiro, ripetuta da labbra invisibili; — forse le nude ossa quivi dentro raccolte trovarono una reliquia di spirito per susurrare il nome della patria che vivendo avevano amata cotanto.
Michelangiolo tiene fitta la faccia al suolo, e in questo modo atteggiato risponde basso:
«Grave cosa mi chiedete voi...»
«E tale che non mi dà il cuore di farvene ressa.»
«Prendere un nome fin qui intemerato e strascinarlo nel fango!...»
«V'hanno materie che il fango non contamina, ma forbisce.»
«Tu chiudevi una mente altera, o Michelangiolo; novello Titano, intendevi imporre monte a monte, e salito su l'ultima vetta maravigliare con la tua gloria le genti; nè per te solo tu ambivi questo, sibbene per la tua patria diletta, perchè non ti saresti stancato mai di gridare: contemplate, o popoli, il figlio di Fiorenza; ed ora precipitare da così superba altezza, morire infame, desiderare l'oblio e non potere ottenerlo, chè il vituperio porrebbe un segno eterno alla tua tomba, presentire le contumelie e gli oltraggi che sopra vi lancerebbero anche i più tristi!... oh! è grave una lapide di maledizioni... e troppo pesa, Carduccio!...»
Il Carduccio, traendo un sospiro lungo, volge le spalle e lentamente muta due o tre passi per andare.
Michelangiolo allo improvviso scuote la testa e, risolutamente alzando la faccia, esclama:
«Su.... su, le ispirazioni vengono dal cielo... dalla terra emana il cattivo consiglio...» E non si vedendo più davanti il gonfaloniere:
«Messere Francesco, dove andate voi?»
«Voi mi avete fatto comprendere che domandava troppo... Io me ne vado al mio posto e a morire...»
«Rimanete, per Dio! egli era il lamento di una ambizione che muore; ecco ella è già morta; io ho levato al cielo il pensiero e lo sguardo e non invano, chè dal cielo mi è scesa la virtù che sublima; io mi sono innalzato faccia a faccia coll'Eterno; la vita e il tempo passarono; mi sento immortale. La religione di Cristo ebbe i suoi martiri, perchè non gli avrebbe la patria? È religione la patria. Il padre delle misericordie forse non vorrà che il mio sepolcro sia grave di tanto vituperio; — svelerà, prima che i secoli cessino, l'arcano, e raccogliendo il raggio più puro del quale rese lieta la prima stella creata, lo circonderà di luce, — lo convertirà in monumento durevole del più immenso, del più dolorososacrificio che umano intelletto abbia mai potuto immaginare; — o se nei cieli è destinato che la mia apparente vergogna viva quanto il moto lontana, io lo pregherò in mercede della infinita amarezza sofferta che la mia anima ponga alle porte del paradiso; quivi aspetterò le anime di quelli che maggiormente mi avranno maledetto, le bacerò in fronte, le chiamerò sorelle e, scortandole al trono di Dio, io gli dirò: Signore, fa che i tuoi angioli cantino osanna a questa anima dabbene perchè mi ha odiato con ogni sua potenza. — Ora però, o Creatore, sovvieni alla tua creatura, tu fa in modo che come mi esaltasti lo intelletto a scegliere, così il cuore mi basti a condurre a fine l'alto proponimento; in te ripongo ardentissima fede; — senza la fede in Dio non si sacrifica l'uomo; — e se tanto possono le mie supplicazioni, o Signore, ti plachi il mio sacrificio, e salva la Patria.»
Dietro i nuvoli nerissimi che il firmamento ingombravano era sorta l'amica dei cuori dolenti e dei sepolcri, la luna; — quasi vogliosa di contemplare anch'essa lo spettacolo di virtù che in quell'ora si operava sopra la terra, penetrò co' suoi raggi traverso due lembi di nuvoli e ne vestì la faccia di Michelangiolo. — Quel volto terribile di grandezza e di genio apparve sublime; — sembrò che Dio gli mandasse una benedizione di luce. Così, il Battista battezzando Gesù con le acque del Giordano, si apersero i cieli, lo spirito dell'Eterno discese, ed una voce fu udita nell'alto che disse: — Ecco il mio diletto Figliuolo, nel quale io prendo il mio compiacimento. —
Dante da Castiglione udendo forte profferire patria ed Italia, si commosse a coteste parole, non altrimenti che un destriero di battaglia al suono della tromba; non potè starsi fermo al posto assegnato, si accostò pianamente e, raccolto l'ultimo discorso del Buonarroti, percosso dall'improvvisa apparenza del volto di lui, piegò involontario un ginocchio sul suolo, e recatosi in mano il lembo delle sue vesti, lo baciò con quella devozione con la quale sogliono i fedeli baciare le reliquie dei santi.
Francesco Carducci, preso da irresistibile impeto, gettò ambe le braccia intorno ai fianchi di Michelangelo e forte stringendolo esclamò:
«Tu se' l'onore della specie umana!»