Darà l'Italia in preda a Francia o SpagnaChe, sossopra voltandola, una parteAl suo bastardo sangue ne rimagna.Ariosto, Satira II,alludendo a Clemente VI.
Darà l'Italia in preda a Francia o SpagnaChe, sossopra voltandola, una parteAl suo bastardo sangue ne rimagna.Ariosto, Satira II,alludendo a Clemente VI.
Darà l'Italia in preda a Francia o Spagna
Che, sossopra voltandola, una parte
Al suo bastardo sangue ne rimagna.
Ariosto, Satira II,alludendo a Clemente VI.
Adesso dormono polvere; — forse nè anche polvere: — ma allora erano due fra i più potenti della terra, — un papa ed un imperatore.
E fino a quel punto di odio mortalissimo si aborrirono. Il più lieto pensiero in cui si assopissero la notte, — la immagine più cara che alla dimane sul guanciale del riposo ritrovassero, porgeva loro la speranza di potere un giorno l'un l'altro incontrare giacente sui gradini del proprio palazzo, — nudo, — assiderato dal freddo, — supplicante una elemosina, — che l'imperatore nella mente superba esultava concedere larga ed amara, — e il papa invece si compiaceva negare, via procedendo in sembianza di non accorgersi di quel caduto. Imperciocchè, quantunque il cardinale di Richelieu non avesse ancora insegnato la regola, il cuore di Clemente VII aveva per istinto sentito, le donne e i sacerdoti non dovere perdonare giammai[55].
E non pertanto adesso stavano intesi a comporre gli antichi rancori, a discutere che cosa avrebbero guadagnato a mutare l'odio in amicizia,a stringersi le mani per quindi insieme aggravarle più peso sopra il collo dei popoli.
Gli accoglieva magnifica sala, di seta splendida e d'oro, con la vôlta dipinta da uno dei più valenti artefici che resero quel secolo singolare nella storia dell'arte.
E il dipinto della vôlta rappresentava il concilio dei numi, il convito degl'immortali che pure erano morti, Giove l'antico onnipotente, che adesso non poteva più nulla, e le altre divinità bandite dalle dimore dei cieli. Eppure cotesta religione ebbe una volta adoratori, martiri, voti, preghiere, superstiziosi, dileggiatori, olocausti di bestie, olocausti di uomini e sacerdoti crudeli; ora poi non se ne rinviene memoria in nessun cuore, ed è forza cercarla sui libri: religione da eruditi, religione da pittori per decorarne le vôlte o le pareti delle sale.
Cotesta religione doveva dileguarsi davanti un'altra religione di amore e di pace che gli uomini predicò fratelli e maledì l'uomo il quale tormentando faceva piangere la creatura di Dio. Ma il tristo seme d'Adamo, sfidata la maledizione celeste, contaminò l'opera dell'Eterno; la nuova religione circondò di terrori, di superstizioni, di scherni, di vittime umane, di sacerdoti crudeli e, per aggiunta, dei papi — re e sacerdoti, — i quali si cingono con tre corone la testa, come per simbolo che pesano funesti alla terra tre volte più dei re, somiglievoli in tutto all'antica chimera, congerie mostruosa di drago, di capra e di lione, però non come la chimera favolosi, ma vivi pur troppo e palpitanti e laceranti nelle sedi del Vaticano.
Clemente VII e Carlo V insieme ristretti s'ingegnano a ordire un patto che valga a costringere le generazioni per sempre dentro un cerchio fatato, dentro una rete di diamante; si affaticano a rinnovare l'esempio di Prometeo, apparecchiando all'umano intendimento catene eterne e l'avoltoio divoratore. — Stolti! Se gli occhi declinavano al fuoco che ardendo loro davanti nel marmoreo camino aveva ridotto in cenere copia di legna, se verso la vôlta gli rialzavano dove erano effigiate le immagini degli dêi come caratteri d'una lingua che più non s'intende, avrebbero compreso: «le cose nostre tutte hanno lor morte, — siccome noi[56],» e l'opra infaticabile del tempo rompere le trame orgogliose degli uomini non altrimenti che fossero veli di ragno.
Seduti entrambi, Clemente da un lato, Carlo dall'altro di una lunga tavola coperta di velluto cremesino a frangie d'oro, con le insegne della Chiesa ricamate in oro; e sovr'essa carte e pergamene di ogni maniera, — brevi, diplomi e capitoli quivi spiegati, quasi museo e satira delle scambievoli loro insidie, quali col suggello di Spagna, quali colle armi dell'impero, parte con le palle dei Medici, parte ancora con la immagine di san Pietro che pesca[57]e invano rammenta al superbo pontefice la povertà della chiesa primitiva di Cristo.
E qui i suoi negli occhi di Carlo V fissava, il quale imperturbato se ne sta con le spalle volte al camino...Cap. II, pag. 67.
E qui i suoi negli occhi di Carlo V fissava, il quale imperturbato se ne sta con le spalle volte al camino...Cap. II, pag. 67.
Con benigne sembianze si contemplano: ma l'anima di Clemente nel suo segreto si strugge d'invidia per Gregorio VII, a cui fu tanto la fortuna cortese che gli trasse davanti nella rôcca di Canossa l'imperatore Arrigo IV con i piè nudi e il capestro al collo, ad implorare tutto umiliato misericordia per Dio: Carlo poi forte gemeva di desiderio nel cuore rammentando la felicità di Filippo il Bello, il quale non pure potè mettere le mani addosso a Bonifazio VIII in Alagna, ma fare anche in modo che, siccome era vissuto da volpe e regnò da lione, così morisse da cane[58].
Egli era potente di giovanezza e di forza, sicchè le imprese delle varie sue armi potevano denotare in quel tempo gli attribuiti diversi dell'animo e del corpo di lui; in esso la vigoria del lione di Borgogna, in esso la tenace immobilità delle torri di Spagna, in esso finalmente lo sguardo dell'aquila austriaca, — sguardo di preda, — sguardo di cupidigia insaziabile. Quanto gli acutissimi suoi occhi sopra le carte geografiche del mondo potevano contemplare, tanto bramando il suo pensiero abbracciava. Se il Creatore aveva dato alla terra una cintura di mari, egli, la corona del suo capo dilatando, intendeva racchiudervi dentro la terra e l'oceano; — a guisa di cancelli eterni disegnava porre le punte del suo imperiale diadema là dove il creato termina, e l'abisso incomincia.
Fronte ampia, dove i pensieri incalzavano del continuo altri pensieri, come fanno le onde del mare. All'improvviso però cotesta fronte di rugosa diventa piana, i concetti vi si aggirano sconnessi nel modo appunto ch'è fama volassero con sùbita vertigine per l'antro della sibilla le foglie ove stavano scritti gli oracoli del dio. — Cotesta vicenda istantanea rammentava il metallo, il quale, prorompendo infiammato dalla fornace per fondere la statua di un eroe, spezza talora la forma e si disperde nelle viscere della terra. Aveva con i regni eredato i vizii del sangue de' suoi maggiori. Il padre, Filippo, gli trasfuse nelle vene l'anelito perpetuo di dominio dei principi austriaci e l'ardimento dei duchi di Borgogna[59]. La madre, Giovanna, gli dava la cupa penetrazione dei sovrani di Spagna e il germe della infelicità che oppresse la vita di cotesta infelice regina.
Esultino i popoli! il dolore si posa anche sulla corona dei re; — anzi più sovente sopra le sublimi che non sopra le teste dimesse, in quella guisa che l'uccello di sinistro augurio presceglie a sua dimora la torre del barone in preferenza dal tetto della capanna del povero; — il dolore si spande sopra le gemme dei diademi e fa parere anch'esse lacrime o gocce di sudore affannoso; il dolore corrode internamente il cerchio d'oro e stringe inosservato le tempie, come la striscia di ferro della corona lombarda[60].
Esultino i popoli! perchè i potenti gemono, ed eglino possono rifiutare l'elemosina della compassione, — o rispondervi con un eco di scherno.
Giovanna, figlia di Ferdinando e d'Isabella, moglie dell'erede di Massimiliano imperatore, signora delle Spagne, dell'Indie, dei Paesi Bassi, forse di mezza Europa, non ha chi la uguagli in miseria. Almeno Niobe fu convertita in pietra e cessò a un punto le lacrime e la vita: ella poi deve durare lungamente in tale uno stato che non può dirsi vita e non è morte, — a piangere la sua ultima lacrima, a bevere l'ultima stilla di un calice senza fine amaro. Costei delirava d'amore per Filippo, e Filippo la fuggiva, ed in breve consunto da amplessi che non erano suoi, sul primo fiore di giovinezza le morì tra le braccia. Le tolse la mente l'angoscia: stette muta, ordinò prima si seppellisse il cadavere; poi, cambiato consiglio, volle si imbalsamasse; lo vestì di abiti magnifici, lo stese sopra un letto di broccato, e quindi si pose ad aspettare che si svegliasse, imperciocchè aveva sentito dire di un re il quale era resuscitato dopo quattordici anni dalla sua morte; preso da geloso furore, non consentiva che donna alcuna si accostasse a quel letto; se ministro o consigliero andava per consultarla, il dito gli ponendo sui labbri, bisbigliava sommessa: «Aspettate che il mio signore si svegli.[61]»
Tale fu la madre di Carlo, e tale fu egli stesso quando, dalle infermità domato e dagli anni, mutò la porpora imperiale in cocolla da frate, e rotta la corona sopra la soglia di un convento, dei bricioli se ne fece un rosario per contarvi sopra ipaternostrie leavemarie.Dopo tanto sorso bevuto alla coppa del potere, la gettò via lontana da sè, quasi lo avesse inebbriato di fiele. Miserabile! Chè quando a Laredo in Biscaglia baciò la terra dicendo: «O madre comune degli uomini, nudo sono uscito dal seno di mia madre, e nudo ritornerò nel tuo[62]», cotesto grido non mosse mica da anima fortemente contristata, bensì fu lamento neghittoso di pellegrino il quale si lascia cadere sull'argine della via e quivi aspetta piangendo la morte. Nè quando volle innalzarsi il feretro e assistere vivo alle sue esequie[63], lo vinse ira o disprezzo o fastidio degli uomini, come Silla e Diocleziano, sibbene la paura dell'inferno. Prima che lo cancellasse la morte dal libro dei viventi, il demonio dello scherno aveva spento con un soffio la fiamma di cotesto spirito superbo, e sopra la fronte nuda di capelli, di corona e di pensiero, ridendo scriveva: «Qui dentro giace sepolto l'intelletto di Carlo V imperatore!»
Però da questo tempo a quello in cui si era ristretto a parlamento con Clemente VII ci correranno trent'anni: adesso egli gode meditando che ne' suoi regni non tramonta mai il sole: — anela portare il mondo sul pugno come dal paggio si costuma il falcone; due soli potenti intende che abbiano a temere i mortali nel creato! lui in terra, Dio nel cielo.
Clemente papa, scuoti la polvere del tuo sepolcro, rompi la lapide emòstrati qual eri allora e quali disegni concepivi: mòstrati insomma quale apparrai nella valle di Giosafatte. Ricusi forse svegliarti dal tuo sonno di marmo? Dirai che al cospetto dell'Eterno soltanto vuoi comparire il giorno del giudizio? Esci: la storia apparecchia il giudizio di Dio e rimuove dalle tombe degl'iniqui la mala erba dell'oblio, onde vi cada intera la maledizione delle schiatte succedentisi nei secoli. Vorrai forse minacciare me de' tuoi fulmini? Ben altri fulmini che non furono i tuoi stanno spenti a Sant'Elena. I nostri pargoli adesso getterebbero via le tue scomuniche come trastulli vieti, — i giullari non vorrebbero rammentarle neanche come facezie. — O san Pietro glorioso, sarebbe il mondo diventato tutto luterano? Mi pare che strilli dal fondo del suo avello cotesto snaturato figliuolo di Firenze. — No, no, confórtati, papa Clemente; te, Lutero, Calvino, quanti vi hanno preceduto, quanti vi hanno seguito, mitre, corone, porpore, cappucci, Numa, le leggi delle XII tavole, sant'Ignazio da Loiola, Leopoldo I, san Domenico, e tutto quello che fu, il Destino ripose dentro immanissima urna, e l'agita, l'agita, finchè la sorte o la ragione non venga ad estrarne l'arcano della umana felicità. — Esci dunque, Clemente. Ecco, secondo il costume dei papi e dei re, tu vesti un manto vermiglio. A quanti oppressori vissero di sangue talentò mai sempre il colore rosso, — certo perchè non vi si distinguesse sopra quel sangue! O sciagurati! Dio discerne il sangue del popolo dal sangue della porpora. La tua barba diventò bianca per gli anni, il tuo volto rugoso, le pupille ti tremano sotto le ciglia come alla lepre, il corpo hai irrequieto, ogni rumore ti mette spavento. Nessuno ti sta alle spalle; chiudesti di tua mano le porte, e non pertanto ti volgi improvviso dubitando che sopraggiunga Alarcone[64], il quale, prigioniero fuggitivo, ti riconduca in castello Santo Angiolo; o il più fiero Giorgio Frandesperg, che adempiendo al suo giuramento ti getti al collo il capestro d'oro[65]. La fama di prudente, conseguìta in tanti anni di ministro di Leone X, ti sei divorato in un giorno di papa[66]; su la cima delle umane grandezze la vertigine ti ha preso; la tua mente è sabbia dove il pensiero fabbrica, la paura rovina. Tu giaci sull'orlo dell'avello, ma i tuoi concetti non appartengono alla pace eterna; se innalzi un braccio, lo fai per percuotere; se stendi una mano, lo fai per rapire. Nel naufragio del tuo pensiero rimase a galla solo un'idea, e tu la vieni afferrata come la tavola di salute. — Tu ami il tuo bastardo, e tu pure, Clemente, sei tale[67]: papa Lione ti concesse la dispensa, sicchè tu potesti arrampicarti per tutta la scala della gerarchia ecclesiastica; però in faccia al mondo non v'ha cosa che valga a salvarti dall'onta degl'illegittiminatali; — il tuo bastardo è camuso, ha i capelli crespi, le labbra tumide, brutto di corpo, di anima più brutto.... Beatissimo Padre, ti saresti per avventura mescolato in amore con una schiava africana[68]? Ah! quantunque illegittimo figlio di Giuliano dei Medici, io mi aspettava da te gusto migliore pel bello; — pure sei padre e lo ami. Dura condizione dei potenti, che, buoni sieno o tristi i loro affetti, tornino del pari perversi ai propri simili! Stravolto adesso da cotesto amore, che cosa gl'importa il giusto e l'onesto? Ad ogni costo egli vuole deporre una corona su quel capo di moro. Se lo poteva, avrebbe lui convertito la tiara di pontefice in diadema da re; non riuscendogli, si volse altrove a lacerare il manto d'Italia per girargliene un brano sopra la spalle; gli si offerse la patria libera, bella e innocente, o se pure delitto alcuno era in lei, colpevole di avergli dato la vita. — Non importa: quand'anche del metallo della croce che soprasta la cupola del duomo di Firenze, quando anche dei merli del Palazzo Vecchio, — quando delle ossa de' suoi concittadini dovesse formargli la corona, basta ch'ei sia coronato! Fra brevi anni di lui rimarrà un pugno di polvere; — i presenti lo malediranno e i futuri; — che importa? Lo esecrino, purchè lo temano; diventi polvere, perchè coronata.
«Gloria in excelsis Deo, et in terra pax!» riprese Carlo V, come continuando un discorso interrotto, e si alzò accostandosi al fuoco. «La pace è fatta. Vi pare egli che quanto promisi all'arcivescovo di Capua in Barcellona vi confermi adesso, Beatissimo Padre? Sebbene nella impresa di vostra casa occorrano i gigli di Francia[69], i Medici domineranno Fiorenza.»
«Ma fin qui io non veggo....», interruppe il pontefice, e poi si rimase esitante a librare se il concetto che stava per esprimere potesse riuscire di troppo sgradito all'imperatore; — pure essendogli forza aprire manifestamente l'animo suo, con voce un poco più dimessa soggiunse: «Ma fin qui io non veggo che promesse di promesse, mentre per me si devono di presente adempiere le condizioni del trattato.»
«L'esperienza lunga che avete, Beatissimo Padre, degli umani negozii vi farà di leggieri comprendere non derivare da mala volontà l'inadempimento momentaneo delle mie promesse; ciò avviene perchè di natura loro riguardano a tempo successivo. Onde preporre la vostra famiglia alla suprema autorità di Fiorenza, bisogna adoperarvi le armi; onde restituire alla Chiesa Ravenna, Ferrara e gli altri Stati perduti, bisogna ancora adoperarvi le armi; perchè il ducato di Milano prenda il sale dai vostri dominii, fa di mestieri che il tempo gliene apparecchi la necessità.»
«Sì, ma finalmente le guarentigie non guastano nulla.... e l'arcivescovo di Capua ve ne dovrebbe avere toccato a Barcellona...., e la Maestà Vostra dava il suo imperiale consenso....»
«Non basta forse a papa Clemente la promessa di Carlo imperatore?»
«Promesse! trattati!» replicò il pontefice con maggiore stizza di quello di cui altri lo avrebbe creduto capace e che non avrebbe voluto egli stesso, alzandosi in piedi; ed accennando sdegnoso varie carte spiegate sopra la tavola. «Ecco, nel 1525, prima della battaglia di Pavia, mi dichiarai neutrale tra la Maestà Vostra e il Cristianissimo; padre comune dei fedeli, mi parea, ed era il partito da praticarsi migliore tra due principi cristiani dei quali non mi era riuscito prevenire le sanguinose contese; la battaglia avvenuta, Lanoia vostro stipula meco questo trattato di pace, riceve centocinquantamila fiorini d'oro, — e la Maestà Vostra nè ratifica il trattato nè restituisce il danaro; nel 27, Lanoia vostro mi sottoscrive quest'altro trattato, col quale si obbliga allontanare il contestabile di Borbone da Roma quando io gli paghi ottantamila fiorini; — ritirato il danaro, il Borbone non pure si accosta a Roma, ma con barbarie inaudita la manda a sacco.... ora lascio giudicare a voi se le promesse e i trattati mi affidino.»
E qui i suoi negli occhi di Carlo V fissava, il quale imperturbato se ne sta con le spalle volte al camino e con una mano si liscia il mento, — forse per nascondere un sorriso sottilissimo che suo malgrado gli scomponeva i peli dei labbri. Poichè rimasero per uno spazio di tempo in silenzio, Carlo con lente parole riprese:
«Santità, appunto perchè ricusai ratificare i trattati, mal vi dolete di fede rotta. Il vicerè di Napoli Lanoia, i limiti del suo mandato eccedendo, non poteva obbligarmi; — dove per me fossero stati approvati i patti illegalmente conclusi da lui, ora non vi dorreste voi di averli veduti inadempiti. Col sacco di Roma io rigetto lontana da me l'accusa. Borbone il fece, e Borbone certo ne pagò la pena cadendo ucciso sotto le mura della sacra città. Qual cuore fosse il mio alla notizia, pensatelo voi, Beatissimo Padre. Per tutti i miei regni ordinai pubbliche preghiere per ottenere dal cielo la vostra liberazione...»
«Ma poichè stava in potere della Vostra Maestà, meglio delle preghiere, a mio parere, valeva un ordine a don Ferdinando d'Alarcon mio carceriere di liberare il vicario di Cristo e...»
«Orsù! riconduciamo la consulta al suo primo punto, dacchè, in modo diverso procedendo, noi verremmo a smarrire del tutto la dritta via. Intende la Beatitudine Vostra abbattere la libertà di Fiorenza, me commette all'impresa e da me chiede sicurezza. Santo Padre, vi sareste per avventura dimenticato essere io l'imperatore Carlo V? Ad assoluto signore domandate voi guarentigia per abbattere repubbliche? Già troppo le nostre contese hanno fatto crescere le petulanze dei popoli; ed io vi dico in verità che, dove non ci stringiamo in lega salda e potente, non andranno secoli che noi rimarremo divorati da cotesta idra, di cui, ponete mente, se cento capi mordono per la libertà, cento altri mordono per la eresia...»
Caso fosse o piuttosto astutezza, Carlo con siffatta sentenza veniva a porre il dito proprio sopra la piaga aperta nel cuore del papa; conciossiachèquesti, messo subito da parte il pensiero del danaro, del quale come colui che grandemente misero e taccagno era, intendeva domandargli conto per industriarsi a rattrapparlo, se non tutto, almeno in parte, uscì nelle considerazioni gravissime che seguono:
«Carlo imperatore, ora io dalla vostre parole comprendo come vi abbiano finalmente toccato lo spirito i consigli della Santa Sede. Le cose medesime che adesso vi sfuggono dai labbri non vi diceva Leone X? non vostro maestro Adriano VI? non io medesimo ve le ripeteva le mille volte? È tempo che il trono e l'altare si abbraccino per sostenersi; tempo che noi ci diamo un bacio diverso da quello di Giuda, — da quello che ci diemmo troppe volte, da quello che ci siamo dati fin qui. Finchè i popoli guelfi si mantennero o ghibellini, nè crederono potere altrimenti vivere che parteggiando per lo impero o per Roma, allora la nostra lite fu contesa tra i pastori pel gregge; — ora pur cotesto gregge incomincia a conoscere che può fare a meno della vostra aquila e delle mie chiavi si tramuta in torma di lupi, la quale non pure brama divorare, ma intende divorare sola. — Quando Lamagna tolse a difendere quel figlio di perdizione, Martino Lutero, io bene conobbi, ed altri uomini pratichi delle faccende umane conobbero meco, la querela non già, come sembrava, consistere nelle indulgenze compartite, nella comunione dell'ostia e del calice e negli altri punti di dissidenza contenuti nelle tesi di cotesto maledetto; no, i cervelli tedeschi, ansiosi di libertà, vaghi di mostrare la energia da lungo tempo compressa, intesero scuotere il dolce freno di Roma, come primo anello di una soggezione, qualunque fosse per loro insopportabile; rotto questo, vorranno romperne un altro... E della catena, Carlo pensate che voi ed io teniamo i capi. La riforma religiosa è palestra dove disegnano esercitare le forze loro per quindi volgersi alla riforma della potenza imperiale. Il giorno della morte dei papi sarà la vigilia dell'agonia pei re. Ben previde la gloriosa memoria dell'imperatore Massimiliano la importanza dei casi presenti; se la morte non lo rapiva, vi avrebbe provveduto di certo. — Voi, Carlo, le ammonizioni del Vaticano dal vostro spirito rigettaste come si scuote dai sandali la polvere di terra maledetta, voi la Chiesa santissima affliggeste, voi la sposa di Cristo ne' suoi vicarii avviliste; — ma più della sua Roma saccheggiata, più del suo pontefice ridotto in ceppi, ella piange a cagione del decreto della Maestà Vostra promesso alla dieta di Spira nel 1526, il quale sanzionò la tolleranza della setta diabolica dell'empio Lutero sino alla convocazione del concilio generale: nè per sè sola ella piange, ma ed anche per voi, Carlo; e dì e notte addolora e nel santuario si raccomanda al divino suo sposo Gesù che illumini l'intelletto vostro e sensi v'ispiri di pietà e di prudenza per scambievole nostra conservazione. I perversi settatori, nella ignoranza del cuor loro, fidenti che la Chiesa stia per esalare l'ultimo fiato, continuano nel cammino preveduto e minacciano il vostro trono imperiale. Ditemi, Carlo, la lega di Smalkalda testè stretta tra loro[70]vi ha guastomai il sonno? I principi luterani si uniscono in un sol corpo ed implorano contro voi l'aiuto di Francesco di Francia. Se gli movesse amore di setta soltanto, vi pare egli che ricorrebbero a Francesco, vostro emulo eterno, e della Santa Sede apostolica figliuolo amantissimo? Già spento nel folle loro pensiero il lione di Giuda, si avventano all'aquila di Costantino[71]. Ah! Carlo, avete seminato il vento, badate a non raccogliere la tempesta.»
Carlo ascoltava attentissimo il discorso di Clemente col collo teso e gli occhi fissi, nella guisa che il mendico guata per vedere qual moneta e quanta esca dalla mano del suo benefattore; — quindi, altamente commosso da quei raziocinii, prese a mormorare:
«Egli ha favellato da quel valentuomo che il mondo conosce essere. Nè Aristotele mai nè san Tomaso d'Aquino potevano argomentare in più acconcia maniera.»
«Ma se le vostre parole suonano sincere, Carlo, voi siete uno di quelli che il meglio vedono e approvano, mentre al peggio si appigliano. — Se quanto ne stringa bisogno d'imporre un freno ai popoli conoscete, se alle mie sentenze applaudite, se la tolleranza vostra della setta scellerata condannate, e perchè dunque, non ha guari, al Doria concedeste facoltà di rendere Genova libera? O tra i principii vostri ed i fatti manca concordia, o commetteste errore politico. Comunque sia, non giungo a comprendervi nè, considerate queste cose tutte, io posso nel solo vostro stato imperiale fidarmi abbastanza per vedere spenta la libertà di Fiorenza.»
«La barca di san Pietro si governa con poche vele, Beatissimo Padre, ma ben altra si vuole industria a condurre le faccende del mondo. Se nella Germania poco mi valse la tolleranza dei Riformati, cotesto fu consiglio meditato lungamente e molte volte discusso tra i miei più savi ministri, — e i tempi che correvano ne furono per la massima parte cagione, e infine il fulmine dell'impero non diventò ancora per pazienza contennendo quanto il fulmine del Vaticano. Voi biasimate troppo. — Intorno a Genova, rammentatevi com'ella non si governi a popolare reggimento; vedete quivi la somma delle cose ristretta in mano agli ottimati: e credete, Clemente, i popoli preferiranno sempre la signoria di un solo a quella di pochi. — Fiorenza invece, non affatto aristocratica mai, ogni dì più pende alla democrazia. In lei soltanto contemplo e temo lo spirito di conquista; — ella cadrà. — Che mi parlate voi di messere Andrea Doria? Purchè abbandonasse le parti di Francia, gli avrei, non che altro, quasi donato la mia parte di paradiso. L'avventurato Genovese ha reciso l'ale alla vittoria e se l'è fatta serva. Ma se al Doria concessero i cieli la facoltà di vincere, non gli compartirono del pari l'arte di governare; egli cede al mio genio. Sembra a voi ch'io gli abbia posto nelle mani una palma, e v'ingannate; io ho fatto come gli incantatori, i quali, affascinando, donano cenere per oro. Deluso dalle mie parole, gli porsi a stringere una spada per lapunta, non già per l'elsa, sicchè egli vi si taglia la destra nè se ne accorge ancora. Può egli il Doria ritornare privato? Il cittadino che di tanto prevalse nella sua patria da rivendicarla in libertà, ond'ella si mantenga libera davvero, deve come Licurgo salire un rogo e ordinare che la sua cenere sia dato ai quattro venti della terra: — messere Andrea invece vive e governa nella sua città. Gli umori dei nobili genovesi non quieteranno mai: io già vi scorgo invidie, odii e rancori di sangue. I Fieschi le ire apparecchiano e le armi: lasciamo che il furore di cotesta famiglia si accresca; allora le fazioni cittadine diventeranno più funeste alla città, si turberanno gli ordini, andrà sottosopra lo stato e, povero di viveri, vuoto di sangue, implorerà come elemosina un braccio potente che possa farlo morire in pace. — Nè il desiderio mi trasporta a immaginare cose vane; altre volte i Genovesi ne hanno somministrato l'esempio, dandosi in balìa dei duchi di Milano e dei re di Francia; inoltre Andrea Doria percorse gran parte del suo cammino vitale; la sua famiglia procede diversamente da lui: — la sua virtù rimarrà sepolta seco. — Io vedo tempo nel quale la repubblica di Genova viene come un ruscello a portare il tributo delle sue acque nel fiume maestoso della mia potenza. — Ordisco una gran trama col pensiero, ne seguo con costanza le tracce, ne aspetto con pazienza l'esito avventuroso.»
Clemente papa, col mento sollevato, guardava Carlo V e ad ora ad ora crollava la testa tra pago e sdegnoso; sdegnoso nel conoscere l'intimo concetto di lui, contento per averlo preveduto da gran tempo: e poi offeso da quella serie di pensieri di gloria, come il tristo fanciullo gode scompigliare con una pietra le limpide e quete onde del lago, vi lanciò malignamente tra mezzo la domanda:
«E alla morte ha mai pensato Vostra Maestà?»
L'imperatore, quantunque per natura cupissimo, nondimeno a cagione della stessa intensità de' suoi pensieri lasciava vincersi talvolta dalla passione, ed esaltato, non sapeva così di leggieri reprimere la favella; sicchè continuava dicendo:
«La Francia è giglio fragile, eia mia aquila lo ha già sfrondato; — se non m'ingannava un mal genio, tu a quest'ora saresti, o Francesco, uno scudiero nella mia corte imperiale; — la mezza luna non tanto scintilla sublime nei cieli che non valga a raggiungerla il volo della mia aquila: — leopardo inglese, dacchè lasciasti comprarti le branche, apparécchiati a darmi la tua corona in cambio de' miei ducati; — e tu, san Pietro, sappi che la mia testa è capace di portare ancora... la tiara... perchè no? Massimiliano imperatore voleva farsi papa...»
«La morte! la morte!» gridò più alto il pontefice negli orecchi all'imperatore.
«La morte! proruppe Carlo V, «che fa a me la morte? I codardi soccombono a questo pensiero, gli animosi lo portano come una corona di fiori. È meglio lasciare l'opera interrotta che non incominciata... — I monumenti più grandi che il mondo conosca si devono alpensiero della morte; — parlo delle Piramidi. — La morte sta nelle mani di Dio, l'uso della vita in quelle dell'uomo. — La mia anima abbisogna che la testa del suo corpo si posi nella vecchia Europa, il tronco in Africa e in Asia, i piedi in America. Io non anche percorsi la curva ascendente della mia vita, non giungo ancora a trent'anni; e se in questo punto mi toccasse la morte, come Cesare Augusto potrei domandare ai miei amici, — ai miei nemici, — a voi stesso: — Parvi ch'io abbia ben sostenuta la mia parte nel mondo? Le imprese da me fino a questo punto operate, se non possono la mia fama a quella di Alessandro Magno anteporre, bastano ad avvilupparmi in un sudario che mi salvi dal verme dell'oblio. — Se adesso io morissi, il cuore mi assicura che gli uomini direbbero: — Meritava vivere di più. — Papa Clemente, se voi moriste adesso, che cosa pensate il mondo fosse per dire di voi? — Egli è vissuto troppo poco, od è vissuto anche troppo?»
«Ve lo dirò quando saremo morti», rispose il pontefice, continuando a muovere le labbra in un cotal riso amaro che ben dava a conoscere quanto lo avesse penetrato addentro cotesta acerba puntura: «però fino da ora io mi dispongo a lasciare novellare la gente; dove poi mutassi pensiero, ordinerò, come Diogene, che mi pongano al fianco una verga. Adesso vediamo di concludere, Carlo; — quando pure io possa confidare in voi intorno al sopprimere la libertà di Fiorenza, non devo del pari fidarmi in voi per ciò che spetta lo ingrandimento della mia famiglia. Di ciò pertanto domando guarentigia. Nicolò della Magna dovrebbe pure avervi fatto motto di sponsali da contrarsi infacie Ecclesiætra madama Margherita vostra figlia ed Alessandro duca di Civita di Penna: — ve ne sareste per avventura dimenticato?...»
«Io non dimentico nulla, ma non li reputava condizione necessaria per la pace: e se le mie preghiere trovano grazia al vostro cospetto, vi supplico umilmente, Padre santo....»
«No, no, Maestà, avete mal creduto: ella è una condizionesine qua non; — condizione senza la quale andrebbe scomposta ogni cosa, andrebbe tutto in peggiore stato di prima....»
«Ma perchè a cimentare la pace tra noi vogliamo imporre un destino ad un cuore che palpita appena di vita? Le labbra di nostra figlia non anche per elezione proferiscono il nome di padre, e noi vorremo costringerla a pronunziare quello di marito come una necessità? — Perchè le opere nostre, di qualunque natura elle sieno, dovranno riuscire sempre a qualcheduno dolenti?»
«Se la fanciulla non intende amore, più di leggeri potrà inspirarglielo Alessandro mio: il cuore vergine, quando prima si chiude al raggio della passione, ama il cielo, ama le acque, le piante, e tutto ama.... Pensate or voi, Maestà, se la vostra figlia si volgerà con affetto a giovane di cortese sembiante il quale le starà attorno studiosamente con ogni ossequioso ufficio dovuto al sesso, alla età, al grado di lei! — E poi, Carlo, il mio sole tramonta, il vostro ascende nella pienezza della sualuce; — la morte mi ha chiamato e la sua voce mi ha commosso le viscere. Quando io tra poco giacerò cadavere, chi prenderà cura della mia famiglia? Chi sosterrà la sua causa? Se, vivo, appena potei difendere me stesso, non dirò già da' vostri eserciti invitti, ma da un solo principe romano, da un Pompeo Colonna, pensate se il mio nome, me morto, potrà difendere altrui! Voi, Carlo, disegnate dominare sul mondo; la vostra aquila intende, voltando, far il giro del globo; il cielo ha una stella per voi, e, da quanto apparisce, sembra questo universale dominio decretato dall'alto, dacchè non valse fino ad ora argomento umano a deviarlo o impedirlo. Unite dunque la vostra famiglia alla mia, ond'ella abbia riparo sotto le grandi ale della gloriosa aquila vostra.
«Santo Padre, in che mai vi affidate? La ragione di stato non conosce figliuoli. Il re non ha cuore; per ciò che riguarda l'affetto, tanto è ch'ei palpiti vivo nella sua reggia, o giacia scolpito di marmo sopra la sua tomba. Più fabbricate in alto, e più correte pericolo di precipitosa rovina; — più accostate il fragile edificio della potenza della vostra famiglia alla mia aquila, e più vi sovrasta il caso che un suo batter d'ala la cancelli dalla memoria degli uomini. Forse la rondine, per costruire che fa il nido alle vôlte del Colosseo, gliene partecipa la immobilità? Si leva la bufera, e il nido va disperso nei turbini, mentre rimane immobile quell'eterno edifizio.
«No, Carlo, non favellate così: io conosco il vostro cuore meglio di voi stesso. Se la vostra figlia ha freddo, voi le getterete addosso per coprirla un lembo del vostro manto imperiale; s'ella avrà fame, dal vostro convito di popoli le manderete una provincia per saziarla. Nessun padre della vostra famiglia fin qui pose le mani nel sangue de' suoi figliuoli.»
«Ma un nepote le ha poste in quelle dello zio![72]» esclamò l'imperatore traendo un sospiro, «e i tempi futuri stanno chiusi nella mano di Dio[73].» Dipoi, simulando risolversi con gran pena per quello a cui si era disposto molto tempo avanti, soggiunse: «Si unisca la mia casa alla vostra, e possa il presente trattato mantenersi indissolubile, come il sacramento che statuiamo adesso tra i nostri figli...; — però — mi è corsa una voce intorno a cotesto vostro duca di Civita di Penna, e me lo hanno detto camuso, — di sembiante osceno, — rotto ad ogni maniera di libidine... figlio di schiava africana...» E qui, piegando la persona, susurra l'estreme parole nell'orecchio del papa.
«Chi ve lo ha detto?» proruppe impetuosamente il pontefice; «non lo credete! e' v'ingannano: egli è buono, prudente e cortesissimo giovane, egli vi amerà come padre... dopo Dio primo. Voi lo avrete, Maestà, ministro pronto dei vostri voleri, figliuolo ossequentissimo e servitore. Certo egli non si cura acconciarsi i capelli nè si mostra pieno di smancerie o cascante di vezzi: le fogge aborre e i costumi di cinedo: perlo contrario, valido di membra, non depone mai il giaco; e di corpo prestante, non cede a nessuno negli esercizii che si addicono a perfetto cavaliere...» E continuava tutto acceso nel volto, con gesti sdegnosi, quando si accôrse che Carlo lo fissava con tale uno sguardo indagatore e maligno ch'egli temè essersi troppo lasciato scoprire. — Si rimase in tronco pertanto senz'aggiungere altre parole.
«Io non avrei mai creduto che tanto vi stesse a cuore il vostro nepote Alessandro, Beatissimo Padre», riprese Carlo con ostentata ingenuità; «ma dacchè voi volete che sia così, e così sia. A tempo debito Alessandro condurrà in moglie la nostra figlia Margherita. In questo modo vi piace? Rimane adesso null'altro da discutere e statuire tra noi?»
Clemente, guardato prima con molta diligenza un taccuino che si cavò dal seno di sotto alla mezzetta, rispose:
«Più nulla.»
«A quando l'incoronamento?»
«I vostri ufficiali di cerimonie possono concertarne il tempo e le forme col maestro del sacro palazzo.»
«Addio, dunque, Beatissimo Padre.»
«Anche un istante, dilettissimo figlio, anche un istante», soggiunse Clemente accostandosi a Carlo V; e toltasi dal collo una croce d'oro, ne alzò la lamina superiore, ed esponendo scoperte le reliquie quivi dentro incastonate, riprese così: «Quando gl'infedeli, che osano adesso insultando minacciare la vostra Vienna imperiale, avevano tutti tremanti sgombrato il sepolcro di Cristo, un principe di Gerusalemme, un Lusignano, presentò alla Santa Sede questo frammento preziosissimo del vero legno della croce dove moriva il nostro divino Redentore. Se i giuramenti che vi si fanno sopra non si mantengono, il cielo e la terra non accolgono più cosa sacra che basti a vincolare gli uomini tra loro. Carlo, giuriamo su questo legno bagnato del sangue di Gesù di conservare inalterabile la pace statuita tra noi.»
«Santità», riprese l'imperatore commosso, ed altrove volgendo la faccia allontanava con la destra la santa reliquia, «non vogliamo, di grazia, porre la colpa traverso una via ch'ella poi non c'impedirebbe percorrere quando la necessità ne stringesse o l'utile ne invitasse: e inoltre noi non saremo a condizione pari; imperciocchè voi teniate le chiavi di san Pietro e con esse la potestà di legare e di sciogliere, mentre io non troverei in veruna parte del mondo un altro papa Clemente che me sciogliesse dal trattato di Bologna, come voi scioglieste Francesco I di Francia dal trattato di Madrid[74]. Non giuriamo pertanto; facciamo meglio, industriamoci di mantenere perenne l'utile che adesso troviamo nella scambievole unione. In ogni caso io sono fermo di non giurare.»
Il pontefice turbato si tacque.
Carlo agita un campanello d'argento. Le porte della sala si apronostrepitose, e quinci si vedono in due ale lunghissime disposti in ginocchio da una parte gli ufficiali dell'imperatore, dall'altra del papa, e in fondo, di faccia, un prelato in piedi con la triplice croce, insegna della presenza del vicario di Cristo. Carlo medesimo si prostrò davanti a Clemente e in atto di riverenza divota supplicò:
«Beatissimo Padre, vogliate compartirci la vostra apostolica benedizione.»
E il papa, sollevata la destra, susurrò la benedizione. Quali pensieri gli si avvolgessero per la mente, Dio gli sa che li vide, ma anche noi possiamo dichiarare che certamente non furono di amore. Però dei circostanti taluno ne rimase intenerito fino alle lagrime; — tal altro ne sorrise come di scena rappresentata valentemente da attori famosi; — tutti poi si accordarono nel credere che cotesti due potenti avessero trovato utile bastevole per diventare amici.
E Carlo disparve; — le porte si chiusero, — Clemente si trovò solo nella stanza. — Allora, declinato il capo sul camino, meditò, — meditò per lunghissima ora: all'improvviso si muove e si pone davanti alla sedia che occupò l'imperatore durante il colloquio:
«Carlo d'Austria!» cominciò a dire alzando il dito e comprimendolo sopra l'angolo della tempia destra, «le libertà dei comuni di Spagna, i privilegi delle città dei Paesi Bassi, le prerogative degli Stati Germanici ti avviluppano dentro rete validissima. Tu ti sforzi con ogni ingegno per divorarli; bada, Maestà, il tarlo rodendo si scava la tomba. La tua potenza non uguaglia il tuo orgoglio, i vasti concetti della tua mente non posano sopra anima in proporzione vigorosa; se pieno di forza rassomigli al sole di estate, come quel sole ogni giorno il tuo spirito tramonta. Maestà, tu mi hai supplicato per ottenere dalle mie mani una corona; ah semplice che fosti! io sarei venuto in capo al mondo per offrirtela; — pròstrati, Maestà, umiliati, perchè mi tarda importi questa corona sul capo; — io la circonderò di punte invisibili e angosciose, le quali ti penetreranno nel cranio scompigliandoti il pensiero, turbandoti del continuo la coscienza. Io ti adatterò la corona sul capo come il collare al collo dello schiavo; che importa a me di cingertene il collo, la mano, il piede o la testa? Non per questo tu diventi meno servo alla chiesa romana! Affrettati a prostrarti, Maestà: io m'innalzerò tanto, quanto tu l'abbasserai; e allorchè, Maestà[75], avrai baciato la polvere de' miei calzari, ti travaglierai indarno per dominarmi sul capo. Rendimi grande con la tua viltà e in processo di tempo se vorrai abbattere l'idolo che tu stesso avrai fatto grande, o non vi riuscirai, o rimarrai infranto sotto la rovina di quello.»
«Chi siete? donde venite e dove andate?»
Con uno strido da uccellaccio notturno gridò certa squallida figura, lanciandosi a guisa di gatto dal banco dei doganieri in mezzo alla porta di Santo Stefano a Bologna ed afferrando per la briglia il cavallo di un uomo che agli atti e alle vesti sembrava un cavallaro.
Dov'egli non avesse profferito coteste parole, non lo avrebbero reputato mai creatura umana. Siffatti sciagurati, se pure uscirono di mano, alla natura, ciò avvenne per certo nell'ora del crepuscolo, verso notte qual mal si discerne quello che si opera, e le membra spossate non si reggono dalla fatica; colpa od errore del quale ella meriterebbe riprensione, e lo dovrebbe riparare con un ammenda onorevole.
Una testa, di sotto, di sopra, tutta tonda, colorita con la serie infinita dei gialli e dei verdi che presentano le mal'erbe cresciute per la superficie delle acque corrotte, e su le mascelle più verdi a cagione della barba. La fronte poi, ingombra di capelli neri ed irti; e quella fronte, larga quanto basta per improntarvi sopra il marco dei falsarii. I suoi occhi, a vero dire, accennavano una scaltrezza intensa, ma limitata entro angustissimo cerchio; — scaltrezza da tagliaborse, da baratore di carte, e nulla più. Una testa da incutere spavento, se non avesse mosso a riso, — da mandarsi senza processo al patibolo, — o da presentarla a' fanciulli per giuoco. Le spalle aguzze, la persona rigida e piegata in avanti, le braccia aperte, quasi per equilibrare l'osceno edifizio del corpo, e le mani stese, perpetuamente moventisi a quell'atto che fa lo sparviere o uccello altro di rapina quando raspa per ghermire; — forse la continua fissazione dell'anima, — se anima può dirsi lo spirito che dentro cotesti enti rumina sempre malefizii ed insidie — partecipava quel moto alle sue mani, imperciocchè egli fosse una di quelle creature le quali in ogni tempo oscillano tra la catena, il capestro e la lapidazione del popolo inferocito, — disprezzate a un punto e abborrite, — capaci di vendere trenta Cristi per un danaro solo; vergogna della specie alla quale appartengono come un'ulcera al corpo umano; — qualche cosa più di un carnefice, qualche cosa meno di un giudice; — allora si chiamavano cancellieri criminali, — oggicommissarii, delegati, arnesiinsomma dipolizia.
Il cavallaro, giovane e di membra validissime, stette alquanto in forse di rispondergli, o balestrarlo venti passi lontano; pur finalmente tra sdegnoso e beffardo, disse:
«Messere, siete voi del Cottaio o del paese del prete Gianni, che non conoscete l'assisa del comune di Fiorenza? — O non vedete il giglio roseo, insegna della nostra repubblica?»
«Che gigli e che non gigli? Io non so di gigli. — Dello stato di Fiorenza non conosco nè approvo altra insegna che le palle dei Medici.»
«Sapete voi, messere, come corre il proverbio al mio paese? Se non ti piace, mi rincara il fitto.»
«Eh! se permettessero di fare a me, non vi lascerei nè anche gli occhi per piangere, non che la bocca per proverbiare...»
«Fate una cosa, messere: unite le vostre armi con quelle dell'imperatore e moveteci la guerra...»
«Io vi farei paura...»
«E ve lo credo senza giuramento; paura da sconciare le donne gravide...»
«Ch'è questo?» interruppe sopraggiungendo un secondo cavallaro assai attempato e di sembianze più mansuete del primo; «ch'è questo, messere?»
«Non si passa», risponde il cancelliere.
«Manco fatica, più sanità; e ce ne torneremo addietro...
«Non si torna addietro.»
«Saremmo per avventura ritenuti prigionieri?»
«Così fosse!»
«Dunque?»
«Scendete, aprite, le valigie, perchè i gabellieri le visitino.»
«Deh! che mal'ora scegliete a burlare, messere! lasciatene andare per la nostra via, chè siamo della famiglia dei magnifici ambasciatori spediti dalla Signoria di Fiorenza al sommo pontefice.»
«Egli è bene per questo ch'io vi debbo frugare.»
«Ma a voi, che mi parete uomo di lettere, non dovrebbe essere mestieri insegnare come presso tutti i potentati della terra, il Turco inclusive, gli ambasciatori e le famiglie loro godono franchigia di dazii e gabelle.»
«Sua Santità in casa sua ha promulgato una legge diversa...»
«Non sono leggi queste che ogni principe promulga a suo senno. Io sono vecchio del mestiere; ho accompagnato ambasciatori all'imperatore, al Cristianissimo, ai Viniziani, ai pontefici, a questo stesso papa Chimenti, e nessuno fin qui mancò di praticare l'antica usanza della franchigia.»
«Cominceremo ora.»
«Se voi siete ad ogni modo fermo del vostro proposto, a noi, come fanti, non appartiene conoscere che cosa sia conveniente a farsi. I magnifici ambasciatori ci stanno dietro il piccolo cammino; noi andremo per essi, e...»
«Non potete tornare indietro.»
«Aspetteremo.» E la voce del vecchio cominciava a infiochirsi per ira, il volto a divampargli il fuoco.
«A me tarda adempìre l'obbligo mio; non posso mettere indugi tra mezzo, bisogna che vi lasciate frugare, e subito, — e per forza.»
«Va, torna dal tuo signore e digli che se l'ordine ti commise e la insolenza per significarlo, dimenticò poi darti la forza per eseguirlo.»
Queste parole proferì il giovine cavallaro Bindo di Marco Berardi, soprannominato il Gorzerino, e al punto stesso forte percosse con la mano aperta sul petto al cancelliere, ed abbrancatoglielo quanto era largo, lo sollevò da terra, e con quel vigore che la natura aveva posto nel suo braccio, e che l'ira accrebbe, lo lanciò impetuosamente lontanoda sè. Descrisse il cancelliere una curva per l'aria volando, e toccata ch'ebbe con i piè la terra, prese a muoverli celerissimi uno dietro l'altro correndo all'indietro, finchè, perduto l'equilibrio, a braccia stese e a gambe levate casca supino nel fango della via. La zimarra nera ripiegandosi gli si avviluppa sul capo; ond'egli quanto più si sforza tôrsi d'impaccio, tanto più vi s'intrica e le vesti curiali di mota e d'immondezza contamina. Amici e nemici prorompono in altissime risa.