Chapter 44

... il capo ha deposto sul ceppo. La madre sta in piedi alla sua destra, il carnefice dalla sinistra. Questi solleva la scure...Cap. XXVI, pag. 605.

... il capo ha deposto sul ceppo. La madre sta in piedi alla sua destra, il carnefice dalla sinistra. Questi solleva la scure...Cap. XXVI, pag. 605.

Il popolo, racconta Benedetto Varchi nell'undicesimo libro delle sueStorie, ormai infastidiva per la lunghezza dell'assedio, e i più prudenti conoscevano quanto più s'indugiava, e più si peggiorava: «perciocchè con altro vantaggio si fanno le cose quando altri può non le fare che quando uno è costretto a farle; e tale ajuta uno che si regge in piè, che, veduto sdrucciolare, non solo non lo sostiene, ma gli dà la pinta.» Mormoravano dunque in Firenze, ed una voce universale accusava Malatesta di non voler combattere; ond'egli costretto, datone prima l'annunzio agli avversari, uscì fuora «e disse, aggiunge il citato storico, che per contentare il popolo, ma in fatto per isbigottirlo e aver colorata ragione di non combattere, che voleva uscir fuora, ma che bisognava prima tentare come trovasse i nemici per poter poi con maggiore vantaggio assaltarli.» Uscì di fatto, e suo malgrado fu combattuta tale battaglia (dal Varchi con tanta evidenza, estensione e particolarità esposta da non potere aggiungervi, nè anche volendo, parola), che avrebbe dato per certo vinta la guerra e rotto il campo, se Malatesta ordinava uscissero tutti ad azzuffarsi col nemico.Nessuna occasione si era presentata migliore di questa dal principio dell'assedio in poi. Stolto al pari che iniquo, tradì a un punto l'Italia e sè stesso, come vedremo tra poco.

Un'altra fazione la quale senza tradimento del Malatesta avrebbe dato vinta la guerra, o almeno posta la città in condizione di accomodarsi a buoni patti, fu questa. Il signor Stefano Colonna, per riacquistare la grazia presso l'universale, che conosceva avere perduta pel fatto di Amico da Venafro da noi nei precedenti capitoli accennato, propose un assalto notturno, noto a quei tempi col nome d'incamiciata, contro il campo dei Tedeschi stanziati a San Donato in Polverosa, al comando dei quali in luogo del conte di Felix era stato preposto il conte Ludovico di Lodrone. Dove fosse riuscito, il danno della perdita di Empoli si ristorava, perchè veniva ad aprirsi la via di Prato e di Pistoia, donde potevano ricavarsi vittovaglie e sussidi. Che poi Prato e Pistoia, comecchè di presente sottoposte al nemico, fossero per mutare parte, non era da dubitarsi, essendosi questa ultima città già levata a rumore e cacciato via il commissario del papa con uccisione di molti soldati spagnuoli. Conferito il suo disegno al gonfaloniere e agli altri magistrati, lo commendarono assai, e gli dissero parole di conforto, onde si affrettasse di mandarlo a compimento. Richiesto Malatesta si turbò, si oppose, disse questo pensiero follìa, andasse chi voleva andare, per lui si sarebbe rimasto, le regole della milizia impedirgli di spingere a morte sicura le vite degli uomini. — Non vedevano il campo dei Tedeschi munito e insuperabile? Non sapevano starvi a guardia un capitano vigilantissimo'? — Riuscirono le sue parole invano: vollero ciò nonostante combattere: in questo mentre calò la notte. Declinava la terza alla quarta vigilia, quando due uomini appiattati dietro certe macie di sassi videro uscire dalla porta di San Piero Gattolino un uomo con molto riguardo e prendere la volta del campo nemico. Si rammenterà il lettore come Malatesta, stando in sospetto di sè, lasciasse l'orto dei Serristori sul Renaio e se ne andasse ad abitare la casa di Bernardo Bini su la strada maestra di San Felice in piazza presso a San Pier Gattolino, situazione che lo rendeva padrone della porta, e lasciava in sua facoltà introdurre e mandar fuori quanta più gente gli piacesse. I due sconosciuti trassero dietro all'uscio, e all'improvviso gli caddero addosso per fermarlo, lo tennero, gl'imposero di tacere, avrebbe salva la vita; ma siccome egli non rifluiva di chiamare ad alta voce soccorso, gli dettero delle coltella nella gola, e poi caricatoselo sopra le spalle con presti passi attinsero porta San Miniato, dove scambiati certi segni, furono loro aperte lo imposte e accolti dentro.

Erano Dante da Castiglione, di fresco eletto capitano della banda della milizia sotto la insegna dei Vaio, e il capitano Giovanni da Vinci. Costoro deposero il cadavere in mezzo della strada, e fatti portare de' torchi, di leggieri lo riconobbero per un soldato côrso, di quelli del Malatesta, travestito; lo frugarono diligentemente, ma non gli rinvennero addosso alcuna carta; agevol cosa fa argomentare mandarlo Malatestaad avvisare il principe del prossimo assalto. Si affrettarono pertanto a portarne la nuova al signore Stefano, quando la prima persona che occorse loro davanti nei quartieri di quel capitano fu Cencio Guercio, il quale per ordine del suo signore esponeva, poichè ad ogni costo intendevano combattere, volere Malatesta essere partecipe dei pericoli di cotesta impresa, — non consentire la sua natura si dicesse: fu sotto di Firenze combattuta una fazione senza il capitano generale dell'esercito fiorentino, — manderebbe primi i più valorosi tra i suoi soldati, ne darebbe la condotta come pegno di onore a quelli tra i suoi capitani che meglio si fossero comportati nella guerra presente: alle quali parole con certo suo piglio soldatesco rispondeva il Colonna: non avere mai con mal animo sofferto di prendere i suoi compagni l'arme a parte della gloria, sol qualche volta essergli doluto di partire con loro il pericolo; venisse il signore Malatesta, sarebbe accolto con la reverenza dovuta al grado e al valore di lui. Cencio Guercio ossequiando il Colonna si partiva. Allora si trassero avanti il Castiglione e Giovanni da Vinci esponendo quanto era loro avvenuto; su di che il signore Stefano si espresse con simili parole: — «Certo cotesta volpe perugina qualche mal tiro ci apparecchia, ma come volete voi che io rifiuti il vostro generale supremo? Quando si fa quello che non si deve, c'incoglie quello che non si crede.» — E ciò disse un poco turbato, perchè in suo segreto non sapeva darsi pace che a lui avessero i Fiorentini anteposto il Baglione.

Conferito col Malatesta l'ordine dell'assalto, due ore prima del giorno il signore Stefano uscì di porta a Faenza conducendo seco Giovanni da Turino, Virgilio Romano, Ivo Biliotti, Antonio Borgianni, Gigi Niccolini, Zannone da Borgo, Piero Bolzoni, Cristofano da Fano, Domino e Parigi da Fabbriano, Morgante da Urbino e tutta la banda del Vaio condotta da Dante da Castiglione; fra tutti oltre due mila. Da porta del Prato uscì Pasquino Corso e Cencio Guercio col colonnello dei soldati del Malatesta: questi poi uscì per la porticciuola della Mulina, attelandosi con millecinquecento fanti lungo la riva dell'Arno, acciocchè se i nemici avessero voluto soccorrere i Tedeschi, non potessero varcare il fiume. Il signore Stefano e Pasquino dovevano percuotere il campo da due parti: prima il Colonna, Pasquino quando chiamato; scelse quegli la più lunga via, questi la più breve. Cencio, percorsa mezza della sua strada, disse a Pasquino, di lasciarsi dietro parte del colonnello e procedere con l'altro alla volta del nemico: il qual consiglio sembrando stolto a Pasquino, l'altro riprese andasse pure innanzi, ch'ei troppo bene sapeva quello che si facesse. S'inoltrano e, giunti presso ai ripari, Cencio, messa la corda sopra l'archibugio, lo sparò contro una sentinella, gridando ad alta voce: Svégliati, Tedesco, chè siamo venuti a portarti treggia di piombo. — Il campo, che, essendo il caldo grande e la notte inoltrata, se ne stava a dormire, fu subito sveglio, e corse frettoloso all'arme. I Perugini molto di leggieri superarono i primi ripari, ed inondati gli alloggiamenti, quivi quanti trovarono o ignavi, ovecchi, o infermi nei letti tanti ne uccisero poi secondo il mal costume dei soldati si sbandarono per saccheggiare. Il signore Stefano, tutto cruccioso per la contravvenzione all'ordine stabilito si voltò al Castiglione e gli disse. «Messer Dante, comincia a manifestarsi il Malatesta.» — Quindi accelerando i passi dette dentro i ripari, e commecchè trovasse svegli i soldati, con tanto impeto gli assalse che presto vinse le prime trincee, ed oltre procedendo prese ancora le seconde: molto più che, ad accrescere lo spavento dei nemici, Giovanni da Turino aveva portato seco alcune trombe di fuoco, le quali gittate tra mezzo ai Tedeschi sonnacchiosi partorirono effetto maraviglioso. Il conte Ludovico facendo buon viso alla fortuna formò uno squadrone dei più valorosi, ai quali impose abbassassero le picche e stessero fermi. Il signore Stefano manda subito ad avvertire Pasquino che lasci di inseguire chi fugge e si affretti a soccorrerlo, e intanto si spinge ad affrontare il Lodrone. Ivo Billiotti comportandosi con la consueta sua audacia fu quegli che gridò: «Su, valenti uomini, lasciamo gli archibugi e mescoliamoci.» — Obbedendo volonterosi al consiglio si cacciarono tra i ferri delle picche, combattendo più micidiale battaglia: pel bujo della notte si udivano gemiti, ferri cozzantisi e un chiamare affannoso che faceva l'uno dell'altro, non sentendoselo più a canto per sospetto non fosse caduto ferito. I giovani Fiorentini, per quello che assicurano gli storici, gareggiarono co' soldati vecchi, e assai chiaramente dimostrarono come per essi si sarebbe potuto salvare la patria, se un capitano meno tristo lo avesse voluto. Intanto il signor Stefano non vede comparire il soccorso di Pasquino, e ben si avvisa della cagione. Il valore dei prodi uomini che gli stanno d'intorno lo assicura di non perdere, ma, per vincere conosce abbisognare di sforzo maggiore; tuttavolta riappicca con sempre crescente avventatezza la zuffa contro i Tedeschi, che si difendono con l'estremo della possa loro; stanno davanti alle percosse saldi come muro di bronzo. Qui fu che il Colonna rilevò due ferite, una nella bocca con perdita di più denti, l'altra nelle parti pudende. Così si travagliavano da una parte e dall'altra quando, cominciando farsi giorno, Malatesta, udendo il suono delle trombe e vedendo che i cavalli nemici si apparecchiavano a guadare il fiume, invece di opporsi, come era suo officio, richiamò Margutte Perugino, che aveva mandato avanti con cento cinquanta archibusieri, e Cencio cogli altri soldati. Dante da Castiglione, accorgendosi del brutto abbandono, corre alla volta del Colonna e lo prega a ritirarsi; egli rimarrà a sostenere l'assalto. Il signore Stefano soldato vecchio, a cui pareva troppo grande vergogna lasciare il campo mentre il Castiglione, giovane e nuovo nell'arme, vi si mantiene, rifiuta. Non riuscendo Dante a persuaderlo con le parole, si volge ai circostanti ed esclama: «E che! lascerete voi finire il valente capitano Colonna così malconcio della persona? Menatelo via dal campo, conservatelo all'onore della milizia italiana.» — Lo trassero a braccia; appena raggiunse il Malatesta, che si era fermato davanti la porta della Mulina.

«Gran mercè, capitano» gli disse, «il soccorso di Perugia vale peggio del soccorso di Pisa: questo venne tardi ma il vostro non giunse mai.»

«Signore Stefano, non vedete voi che i cavalli di Orange hanno già presso che guazzato Arno? Se si spingevano tra la porta e me, dove sarei andato io?»

«All'inferno, dove dovresti essere andato già da gran tempo», gli rispose concitato il Colonna, a cui l'ira toglieva la consueta prudenza.

Indi a poco sovraggiungevano i giovani fiorentini non in sembianza di fuggiaschi o di perdenti, bensì invece di uomini che non avevano vinto come voleano. Anch'essi comparvero carichi, non già di preda a modo dei soldati, specialmente quelli del Malatesta, sibbene dei fratelli loro morti e feriti, che pietà cittadina e gentile alterezza aveva persuaso a non gli lasciare sul campo. In fondo della colonna si vedea un fitto polverio, e quinci muoveva strepito d'armi, uno sfidarsi scambievole, un dirsi ingiuria. Tentavano i più animosi tra i nemici sturbare la ritirata; più volte si avventarono, e sempre furono con molte morti respinti da Dante da Castiglione e da alquanti incliti giovani che gli faceano corona. Pur finalmente accorgendosi gli Oragiani essersi anche troppo inoltrati sotto il tiro delle artiglierie, voltarono frettolosi le spalle. I nostri si fermarono, e quelli che poterono inviarono al nemico fuggente un ultimo saluto di piombo e di fuoco.

Al termine estremo della colonna ecco comparisce Dante; gli è uscito l'elmo di testa, ha i capelli rabbuffati e sordidi di polvere, la faccia nera dal fumo della polvere; stringe nella destra un troncone di spada; preoccupato dalla intensa passione, senza pure vederlo si accosta al Malatesta. Questi raggiante in volto occorrendogli lo chiama a nome; Dante lo guarda traverso, poi torce la persona, come si fa quando a caso s'incontrano gli oggetti abborriti. Insiste il Perugino e giuntogli sopra, si curva sul mulo per abbracciarlo e baciarlo. Non lo sostenne quell'anima sdegnosa, e da sè ributtandolo proruppe:

«Va' va'; tutto questo ho già letto nell'evangelo di San Matteo, e vi ho letto eziandio un'altra cosa che tu non attendi, oppur ti sovrasta, il capestro e la infamia.»

«Messer Castiglione, uditemi per Dio.... Una forte gazzarra mi ha percosso dalla parte del monte; io mi sono tratto indietro forte temendo non assaltasse il principe di Orange i bastioni di San Miniato. Incolpatene i giovani lasciativi a guardia, che hanno messo fuoco alle artiglierie in festa della rotta dei lanzi.»

«E dell'uomo mandato stanotte ad avvisare l'Orange chi ne fu colpa, Baglione? Credi forse che Dio non sia, o credi che, essendo, non ti abbia egli a far render ragione dei prodi uomini morti in battaglia pei tuoi tradimenti? Guai a te, Malatesta! Pensa al fine!»

«Ormai mi sembra», favellava Cencio Guercio mentre il Castiglione si allontanava, «che sul conto nostro vadano tutti d'accordo.»

«Ma era quello che pensava ancor io; ecco il mal passo: ormai non possiamo ingannare più nessuno; d'ora innanzi ci conviene procedere a visiera levata.»

In questo mezzo tempo, quasi tante e siffatte sventure non bastassero, sopraggiunsero novelle di Francia, le quali diceano Sua Maestà Cristianissima negare ai mercatanti fiorentini residenti a Lione i sessantamila scudi d'oro del sole già dai medesimi a lui prestati nelle scorse urgenze, a fine di potere sovvenire con quelli la patria ridotta in tanto estremo; anzi avere usato Sua Maestà queste espresse parole; che, nel caso avessero i Fiorentini a contendere con Cesare, non volea che ciò facessero co' suoi denari; e poichè l'oratore insisteva a rappresentargli che li danari resi a chi gli ha imprestati non possono dirsi propri, ma altrui, egli, mostrando avere quei discorsi in fastidio, aveva alzato le spalle e risposto più nulla. Sapersi all'opposto, e per mille riscontri confermarsi, che il re desiderava tornasse Firenze sotto il dominio dei Medici, e in ciò adoperarsi con tutti i nervi per far quindi a Clemente papa palese pe' suoi interessi giovare meglio i trattati di un re di Francia che non le armi di un imperatore; essere egli parato per tanto a qual si voglia infamia a patto di venire a capo di nemicare Arrigo d'Inghilterra e il pontefice contro Carlo, stringere nuova lega e vendicare con nuove battaglie le offese apportate alla sua anima superba[293]. Essersi gli oratori rivolti a madama Luisa, e averle rammemorato le tante e con tanti giuramenti reiterate promesse di soccorrere i Fiorentini, restituiti appena che le fossero i nepoti: farla adesso lieta di loro presenza i nepoti; ricompensasse dunque la fede della lealissima città di Firenze, la quale col mantenere viva la guerra aveva contribuito non poco alla restituzione degli incliti principi: alle quali esortazioni la invereconda donna avere risposto non volere più guerra, essere pur tempo il mondo si pacificasse, tratta appena da un mal passo guardasi molto bene a non porre il piede in fallo; avere ella acconciato i casi suoi, pensassero i Fiorentini a' loro. «Talchè» conclude l'ultima lettera dell'oratore Carduccio, «è necessario fondarci in su l'ajuto divino e su i provvedimenti gagliardi di modo che più facilmente e con più reputazione si possa con cotestoro comporre[294].»

Così brutto mancamento di fede abbiamo veduto rinnovare dai Francesi ai giorni nostri. Taccio della Polonia, parlo d'Italia: minacciati dalla lega settentrionale, concitarono gl'Italiani a levare le armi per ricuperare l'antica libertà, si fecero un riparo di animali viventi, e quando si furono apparecchiati a sostenere l'urto nemico, lasciarono precipitare chi si era levato per loro, motteggiarono sopra i supplizi, ai caduti schernirono, e quando stretti dalle imprecazioni del mondo doverono rispondere, uno di loro salì su la tribuna e al mondo stupefatto gridò: Il sangue della Francia è per la Francia!

Di ciò si rammentino gl'Italiani. Se la fortuna apparecchia al mio popolo rinnuovamento di magnifici destini, se ne rammenti, non per vendicarsene, ma invece per aiutare con tutte le sue forze la Francia se pericolasse nel suo cammino al meglio; e sovvenendola le dica: Io ti ajuto perchè ai popoli grandi è necessario mostrarsi generosi: io ti ajuto perchè quando una stella scomparisce dai cieli, il bujo diventa maggiore; ti ajuto ancora perchè, durando la lotta di due diversi principii, le nazioni che parteggiano per la libertà riunendosi in lega comporranno il fascio del littore che non si spezza: mentre se stanno divise tra loro, saranno la verga debole che rompe il fanciullo per giuoco. I Greci ebbero in costume violare i giuramenti, fu turpe fama del popolo la fede Greca; — però secoli passarono e secoli prima che un occhio piangesse sopra i destini di quella famosa contrada. Subentrò la fede punica, — Cartagine è ridotta in un mucchio di rovine che nessuno, anche potendo, vorrebbe rilevare; adesso vince le fedi greca e punica la fede francese. — Tradisci Francia, quanto più sai, — la Italia non t'imiterà per questo: — comunque serva, val meglio di te libera e fortunata, imperciocchè, sebbene le sieno incatenate le mani, volge nel pensiero alti concetti di governo, e conosce essere le nazioni sorelle in faccia a Dio, e sente che quando una nazione dice all'altra: Io mi sono composto un seggio della tua testa e ben vi sto, — allora la religione e la legge mal possono imporre ai cittadini, — non uccidete, non rapite. Ogni vincolo sociale si rompe, e la fossa di Daniele presenta appena paragone conveniente col mondo contristato da tanta perfidia[295].


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