... al cavaliere che si vide più prossimo, e fu il valoroso Masi,...Cap. XXIX, pag. 694.
... al cavaliere che si vide più prossimo, e fu il valoroso Masi,...Cap. XXIX, pag. 694.
E fu questa battaglia degna di Omero, — ma noi non possiamo avere un Omero. Egli cantava all'ombra dei laureti cresciuti a coronare la fronte degli eroi che ascoltavano, — noi seduti sopra un sepolcro narriamo storie alle ossa inaridite; — la traccia di quel divino sopra la terra greca assomigliava alla carriera del sole nel firmamento, splendida e sublime; — non che le case, gli schiudevano i tempii, ond'egli si santificasse col canto. — Poco gli nocque essere cieco degli occhi del corpo, dacchè le muse lo guidavano e la gloria gli rischiarava l'intelletto. — Quando le labbra frementi susurravano l'ultimo verso del canto, e la corda vibrava l'estremo tocco, egli sentiva distinto l'alitare dei petti ai circostanti, e il suo cuore si empiva di nuovo sangue e di nuova poesia, argomento di forza alle immagini future. — La vergine greca colla mano e la guancia appoggiate alla spalla del garzone, come la Psiche di Canova su quella di Amore, udendo le miserie di Andromaca, obliò un istante il suo affetto e gemè per la sconsolata regina; — la madre argiva, al racconto delle stragi di Ettore Priamide, si strinse più forte il pargoletto al seno ed abborrì la guerra, — ma quando le furono rivelate le mirabili prove di Achille, le s'infiammarono le guance, e l'entusiasmo della patria la inebriò; allora guardando con occhio scintillante il suo figlio, esclamava: Abbi la fama di Achille, — e con voce più bassa aggiunse: più provvida di Tetide, io guarderò a tuffarti interamente in Lete. — E quando un fatto comune chiamò la grande anima di Omero nel regno delle ombre, i Greci lo assunsero in cielo, are gl'innalzarono e voti, come a Dio, — sette città se ne conteserola nascita; — i sapienti loro ne derivarono leggi, politica, morale e quanto abbisogna al retto ordinamento della umana società; — lo consultarono come oracolo, ne trassero responsi. — La Grecia tutta tolse per simbolo Omero.
Male arrivato poeta nelle terre d'Italia! Alle generazioni che ti scorrono davanti pallide e vuote, siccome larve, parla di gloria, e ti risponderanno: usura; — guai a te, se ti esce incauto dalle labbra il nome santo di patria! Ti aspetta il luogo infame dove avrai per compagni la meretrice e il ladro... perchè l'amore di patria in questa terra è delitto; in verità, vi dico, delitto ricercato e punito più gravemente assai del latrocinio. — Certo il tuo nobile cuore, o poeta, non verrà meno per questo, — ma rimarrai contristato profondamente per le turpitudini dei tuoi fratelli, — la parola ti spirerà sopra le smorte labbra, e non potrai essere Omero.
Ferruccio respinge dalla Gavinana il nemico, lo disperde per la campagna, e dubbioso sia per tornargli addosso da capo, non si ferma finchè vede persona davanti a sè; allora fece sosta, ed accorgendosi che la punta della stradiotta per lo spesso ferire erasi storta, si chinò e raccolse da terra uno spadone a due mani di quelli che usavano i lanzichenecchi; poi, ordinati i superstiti a chiocciola, s'incammina al castello in soccorso di quelli che vi aveva lasciato. Le torme dei cesarei intanto si erano chiuse dentro di lui e avevano invaso tutte le strade della Gavinana: i suoi ben tuttavia vi stavano dentro, ma diventati cadaveri. In quel momento il Ferruccio alzò la voce e chiamò a nome i suoi più valorosi compagni; nessuno gli risponde; la morte aveva loro resa inerte la lingua.
Ora, mentre la sua anima pensando al fato di tanti prodi sospira, due grosse bande di nemici, imbaldanziti dalla vittoria e disposti ad abusarne quanto più furono immeritevoli di conseguirla, con minacce barbariche gl'intimano da lontano la resa.
Giampagolo Orsino, ormai disperato, si accosta al Ferruccio e gli domanda:
«Signor commessario, vogliamo noi arrenderci?»
«No», gli risponde con forza il Ferruccio; e piegata secondo il suo costume la testa, si avventa primo contro i sorvegnenti imperiali.
Nicolò Strozzi, considerando come quel valoroso, più che a mezzo morto, potesse appena reggere la spada, non volle si esponesse a sicurissimo eccidio; onde presto si pose tra il nemico e lui, riparandogli col proprio corpo le ferite.
Ma il Ferruccio, brontolando, lo trasse in disparte e in ogni modo volle pel primo affrontare il nemico[345]. Cessata la speranza di vincere, combattono per non morire invendicati. Gl'imperiali abborrenti di sostenere l'estreme ire di quei terribili uomini, si allargano e li bersagliano con gli archibusi da lontano. Ad ogni momento ne cadeva unoper non più rilevarsi, — nè i superstiti pensano ad arrendersi. Anche la Toscana ebbe i suoi Trecento e Leonida.
«Il gonfalone di Fiorenza! Gli angioli scendono a difenderlo: viva la Repubblica!»
Questo grido mandarono il Ferruccio e i suoi compagni, allorchè, alzando all'improvviso lo sguardo, videro sventolare al balcone di un castelletto posto sopra certa eminenza accanto le mura di Gavinana la bandiera del comune.
E al balcone si affacciò Vico Machiavelli, che con la voce e col cenno chiamava i compagni a riparare in cotesto estremo propugnacolo.
Non senza nuove perdite colà si condussero; stremati com'erano di forze e di sangue, quella breve erta parve loro infinita.
Sbarrarono le porte, come meglio poterono si afforzarono e dai balconi, dalle feritoie, che anche in oggi si vedono, presero a bersagliare il nemico. Gl'imperiali, sospinti dalle minacce dei capitani, che dietro loro incalzavano con la spada nuda, molte volte salirono all'assalto, e sempre sopraffatti dalla tempesta delle palle piegarono. Maramaldo, rimasto in Gavinana, sentendo riuscire i conati invano, spumava di rabbia, e all'ultimo mandò a dire che se in mezz'ora non superavano il castello, gli avrebbe appiccati quanti erano.
Si accingono all'ultima prova; — le palle vengono più rare; — arrivati a mezza costa scemano ancora; — a piè del muro cessano affatto, — stanno immobili alquanto di tempo paurosi di sorpresa, — non offesi si rinfrancano, i più timidi saliscono a gara, — insieme uniti si sforzano a rompere le imposte, a scalare i balconi.
I nostri non hanno più polvere, — non palle, e dimentichi dei pericoli e dei propri dolori, contemplano l'agonia di un valoroso.
Ferruccio giace sopra un letto di foglie castagnine; — non ha parte di corpo illesa; — invano tentarono arrestargli il sangue, — prorompe dagli orli delle fasciature, distilla dai lini temprati. — Genuflesso a destra, gli sorregge il capo Vico Machiavelli, il quale forte si abbranca il petto sotto la mammella sinistra per impedire anch'egli lo sgorgo del sangue da una ferita ricevuta in quella parte, — e dalla manca simile cura gli rende Annalena, anch'ella genuflessa.
Ardono in terra alcune lampade, le quali quando il sole illumina il nostro emisfero partoriscono effetto sempre solenne nell'uomo, imperciocchè accennino la presenza della morte — o Dio.
E intorno intorno genuflessi i pochi compagni superstiti, comecchè laceri, spicciando sangue dalle aperte piaghe, supplicano per l'anima dell'uomo forte che trapassa: Amico Arsoli percosso da tre punte nel fianco, Bernardo Strozzi sconciamente ferito nello stinco sinistro, Giampagolo Orsino, il prode Masi ed altri che non ricorda la storia.
La morte con la mano grave chiudeva gli occhi al Ferruccio, ma l'animoso, sforzandosi scoterne il peso, avventava la pupilla coruscante a modo di baleno verso il balcone.
Colà il vessillo della Repubblica, come se avesse senso d'intelletto,tentava svolgere le sue pieghe, che si ostinavano a rimanersi rigide a guisa di pietra; — il giglio se ne stava chiuso in mezzo di quelle non altrimenti che dentro un sepolcro, — lui pure opprimeva la inerzia della morte.
Fatto segno alle archibusate ed ai sassi del nemico, — ecco finalmente cade anch'egli percosso per non rilevarsi mai più.
Allora il Ferruccio non contese più oltre la potenza della morte, lasciò abbassata la palpebra e sospirò con mestissimo accento:
«È caduto! È caduto!»
All'improvviso le porte sfasciate si disfanno, — irrompe il nemico nelle sale del castello.
Di stanza propagato in istanza, ecco percuote le orecchie del nemico una cantilena di sacre preci, un singhiozzare sommesso; un suono di pianto, siccome avviene nelle case che sta per visitare la morte.
Entrarono e videro l'agonia del campione della Repubblica, — o piuttosto dell'ultimo fra i grandi Italiani.
Gli Spagnuoli, — nei quali gli orrori della superstizione non erano giunti a spegnere tutto sentimento di carità e di religione, nè il truce pensiero di Carlo V, che tormentandoli con la gloria e la rapina gli aveva sguinzagliati a mo' di veltri sopra l'Europa, poteva snaturare affatto il gentil sangue che trassero dai cavalieri antichi, a cotesta vista declinarono i ferri, l'ira deposero dai cuori, la iattanza dai labbri, e piegando i ginocchi trassero i rosarii e si unirono a pregare pace per l'anima del forte.
I Tedeschi sfilarono lungo i muri e colà si fermarono immobili così che apparvero panoplie poste a decoro delle pareti nelle sale dei castelli feudali; — nè ciò nacque in essi da pietà o da religione, ma dal non sapere che cosa si avessero a fare, imperciocchè fosse stato lor detto: Andate ed uccidete il nemico, — ed ora, trovando invece di nemico un uomo morto, non sembrava a costoro cosa buona uccidere chi già stava per trapassare.
Maramaldo, a cui durava tuttavia nel cuore la paura, impaziente degl'indugi, mandava speditissimi messi a incitare la strage e a riportargli novelle. Appena conobbe a qual punto fossero ridotti gli eventi, egli scelse tra i suoi colui che a prova sapeva più iniquo, e lo mandò con espresso comandamento di portargli morto o vivo il Ferruccio davanti.
«Su, figli di triste femmine», favella procace il messo del Maramaldo, che si chiamò Sciarra e fu di Calabria, «su, che Cristo vi mandi il malgiorno e il malanno; pare a voi che ve ne abbia date poche per pregare alla salute di costui? Se rialza le braccia, certo non lo farà per benedirvi.»
E poichè sentiva un mormorio di rimprovero, si affrettò a presto soggiungere:
«E poi voi preghereste invano; egli muore scomunicato, e qui non v'ha confessore che valga ad assolverlo.»
Moreno, il soldato spagnuolo di nostra antica conoscenza, cessò le preghiere ed accostatosi in atto solenne al moribondo,
«Io lo confesserò», disse, «perchè tutto buon cristiano può assolverein articulo mortis, e Dio confermerà l'assoluzione del soldato che non ha mai rapito il pane dell'orfano, nè messo le mani nel sangue dell'infante e del vecchio. — Su parla, uomo prode, e non isdegnarmi, dacchè io per me sono umile cosa, ma l'ufficio che ministro presso di te è santo.»
Il Ferruccio stese, quantunque a fatica, la mano al soldato e con piccola voce rispose:
«Se alcuno io mai avessi voluto scegliere onde portasse la mia preghiera al trono dell'Eterno, sareste voi, generoso nemico... Però non ho mestieri di ministri tra me e il mio Creatore: — io favello da faccia a faccia con lui. Che parlate voi di umiltà? Davanti la spada... davanti la morte siamo uguali, soldato..., e voi non sapreste immaginare, non dico più umile, ma più miserabile condizione di me che sento portar meco nel sepolcro il destino della mia patria...»
«Tregua alle parole!» interrompe lo Sciarra, «monsignor Fabbrizio Maramaldo comanda che, ad ogni patto, morto o vivo gli si meni davanti costui; unite l'aste delle picche, adagiatevelo sopra, recatevelo in ispalla e andiamo.»
Ciò dicendo mosse per aggiungere alle parole l'esempio e già stendeva le mani su quelle sacre membra, quando Vico Machiavelli saltando all'improvviso in piedi lo respinse lontano, poi levatasi la destra dalla ferita strinse la spada ottusa nel taglio, troncata nella punta, e l'alzò per percuoterlo. Ahimè! Il sangue spiccia a zampilli fuori della ferita, egli vacilla com'ebbro e, dopo alcuni vani conati per sostenersi, stramazza duramente per terra.
Annalena gittando un urlo disperato abbandona il capo del Ferruccio e si protende smaniosa sul corpo del marito.
Dirimpetto alla chiesa della Gavinana sorge una casa, una volta Battistini, oggi appartenente ai Traversari. La porta principale essendo elevata assai dal terreno, vi si salisce mediante una scala a due branche che lasciano uno spazio di alquante braccia quadrate davanti la porta.
Qui sta Maramaldo volgendo di tratto in tratto lo sguardo verso la porta Apiciana per vedere se il Ferruccio giungesse. Finalmente l'empia voglia gli rimase soddisfatta; — si apre la folla, e il Ferruccio, tratto a vituperio con ineffabile angoscia sopra i bastoni delle picche, si avvicina alla casa Battistini.
Maramaldo con subito alternare diventa in volto bianco e vermiglio, — vuole incitarsi a furore, siccome costumano le belve flagellandosi i fianchi con la coda; e non pertanto, malgrado che provocasse l'ingegno plebeo già troppo di per sè stesso corrivo all'ingiuria, non sapevaspingergli su i labbri una contumelia qualunque; la coscienza gli mormorava dentro: Codardo! egli vale troppo meglio di te.
Glielo distesero ai piedi, ed egli stette lungo tempo a guardarlo senza potere profferire parola, poi cominciò tra lo scherno e la rampogna:
«Infelice! Vedi a che ti ha ridotto il folle pensiero di resistere alle armi di sua maestà Carlo V imperatore e re, e del Beatissimo Padre? Vedi, sconsigliato, come in mala ora lasciavi il fondaco? Credevi forse che il combattere battaglia fosse così agevole che misurare panni? Stolto! Tu hai senza scopo empito i sepolcri di tuoi concittadini. Tu, alla vanità che ti rode compiacendo, hai sagrificato migliaia di uomini. Dio ti ha riprovato, — Dio ti confonde ai miei piedi; — io potrei calpestarti, e tu lo meriteresti; — ma rispetto in te il segno del cristiano — e ti risparmio. Il Signore nella sua misericordia ti concede spazio sufficiente di vita per riparare ai tuoi falli; — adempi al comando dell'Eterno e chiedi pubblica perdonanza all'imperatore...»
Il Ferruccio aperse gli occhi e gli levò al firmamento, quasi per richiamare la mente di Dio alla bestemmia che si faceva del suo santo nome, e quindi favellò queste poche parole:
«Soldato! Renditi meritevole della vittoria, usandone con modestia. Vedi, la terra intorno è tutta ingombra di morti... e la più parte imperiali...»
«Codardo! tu sei vinto, e minacci!»
«Non sei tu che favelli colui che vidi fuggire ben cinque volte davanti a me?»
«Rendimi ragione del sangue del mio trombetto, assassinato in Volterra.»
«Mal rammenti Volterra... ella pur vide la tua viltà...»
«Or via, dacchè la poca vita che ti rimane tu adopri ad aumentare le tue colpe, Sciarra, gli taglia la gola.»
Sopra il portico della casa si erano adunati i principali dell'esercito, e con gli altri un alfiere che teneva fermo lo stendardo imperiale quasi sul capo del Ferruccio. A tutti dolevano le svergognate parole del Maramaldo, ma nessuno ardiva fargliene dimostranze; quando poi videro lo Sciarra che, tratta la daga, si disponeva a mettere in esecuzione il comando del Maramaldo, proruppero in grido di orrore, e allo Sciarra mancò l'animo di farsi innanzi.
L'odio rese il Maramaldo ingegnoso. Afferrato lo Sciarra pel braccio e trattolo in disparte, esclamò:
«Valorosi guerrieri, vi chiamo in testimonio che ho riparato la colpa. Misero me e per sempre abborrito, se avessi ad altre mani commesso la vendetta dell'inclito vostro capitano generale Filiberto di Orange e dolcissimo amico mio, condotto a morte immatura da questo vile scherano. Io stesso placherò la tua anima, spargendo le ultime stille di questo sangue esecrato. Accetta questo estremo ufficio con quel cuore col quale te l'offriamo e che ci viene fatto meno tristo dal pensiero che sia per riuscirti gradito nel seggio glorioso a cui fosti assunto. Tedeschi... Spagnuoli... Italiani..., applaudite... all'anima del principe di Orange!»
E col volto colore di cenere, gli occhi stralunati, recatosi in mano il pugnale, si avvicina a gran passo verso il Ferruccio.
E questi vedendoselo ormai venire addosso, lo guarda in volto e sorridendo gli dice:
«Tu tremi! Ecco... tu ammazzi un uomo morto.»
E il ferro dell'assassino penetrò fino al manico nell'intemerato petto del prode Ferruccio.
Mentre, dibattendosi nella morte, solleva il Ferruccio le mani, incontra il lembo dello stendardo imperiale, — apre per l'ultima volta gli sguardi, lo ravvisa, — lo afferra nella convulsione dell'agonia e, fattolo cadere, vi si avviluppa le membra.
La bandiera nemica serve di lenzuolo funerario al Ferruccio... Egli lo vede... esulta e spira l'anima immortale.
Di che mai comporrebbe l'Eterno la corona dei suoi santi, se l'anima del Ferruccio non fosse cittadina nel cielo?
Dove riposa il suo corpo? S'ignora; — non pietra, — non segno, — non iscrizione accenna il luogo dov'ebbero ultima stanza le gloriose sue ossa. Nè ciò crediate per impedimento di governanti, ma per viltà, per ignoranza, per ignavia dei posteri. Oh Dio! simili cose scrivendo, io mi vergogno d'essere nato uomo.
Dicono fosse gittato lungo la grondaia della chiesa della Gavinana, e il manoscritto del capitano Cini racconta che, scavando ai suoi tempi presso le mura della chiesa, fu rinvenuto uno scheletro di grande ossatura corrispondente al corpo robusto che aveva il Ferruccio, siccome ci attestarono gli scrittori.
Certo coteste erano bene le ossa del Ferruccio, e lo argomento dall'averle tosto riposte sotto terra: anche le ossa del Ferruccio tornate alla faccia del sole dovevano mettere spavento[346].
I morti sommarono a numero infinito. Ricordansi fra gli altri Alessandro Orsini, cugino pel signor Giampagolo, Guccio Tolomei, TomasoLorenzi, Giovanni Arrighetti, Francesco Covoni, Michele Uberti, Paolo Bernardini e Francesco Moretti; pochi dei feriti sopravvissero, per essersi azzuffati in luoghi angusti, a corpo a corpo. Messer Giovan Carlo Saraceni non dubita affermare essere stata questa una delle più terribili e sanguinose battaglie che mai si sieno combattute in Italia. Non si andrebbe troppo lontani dal vero calcolando che Ferruccio ingaggiasse la giornata con forze otto volte minori di quelle dei nemici, tenuto conto della parte panciatica, che si aggiunse agl'imperiali. Nelle storie a questa battaglia rimase il nome di San Marcello, ma devesi chiamare della Gavinana.
La terra data in balía dei soldati; vi fu commesso quanto la vendetta sa suggerire di più truce, l'avidità di più rapace; nè cosa nè persona rimase intatta, — fino le campane rapirono e venderono a' Lucchesi. Da gran tempo noi miseri abitatori di questa contrada ci compriamo a vicenda i nostri brani che ci strappano dalle spalle gli stranieri. Un caso avvenuto dopo la preda delle campane fece pensare che Dio volesse vendicare l'insulto fatto alla sua casa. Mentre sopra la piazza della Gavinana attendevano certi soldati a votare i bariglioni della polvere, cadde per avventura di mano ad uno di loro la corda accesa, e l'incendio che ne seguì mandò a male meglio di trecento imperiali.
Avanti che io mi allontani da Gavinana mi giova ricordare due fatti i quali, comecchè di contraria natura fra loro, meritano di non passare obliati.
Il primo (e questo narrerò più brevemente perchè torna in oltraggio alla nostra natura), il primo fu di Amico Arsoli, quell'egregio conduttore di cavalli di cui sovente abbiamo esposte le geste. Odiato a morte da Marzio Colonna, fu da lui comprato e barbaramente messo a morte. Ripreso dai suoi compagni della perfida azione, allegava in iscusa la strage operata dall'Arsoli del suo cugino Scipione Colonna, come se l'Arsoli non lo avesse morto combattendo lealmente in battaglia, e come se, incrociate una volta le spade, il nemico non dovesse ingegnarsi con ogni suo sforzo di superare il nemico. Ma al Colonna pareva non dovesse siffatta scusa bastare; imperciocchè costumasse fra i Romani di cotesti tempi degenerati vendicarsi con quanta maggiore sicurezza potevano e fare le esequie ai parenti col sangue comprato dei nemici.
Non così Giovanni di Mariotto Cellesi, il quale essendosi anch'egli partito da Pistola per comprare Nicolò Strozzi col proponimento di menarlo a mal termine, lo trovò ferito nello stinco e ridotto a tale che, mutatosi all'improvviso di animo e l'ira convertita in compassione, lo riscattò con mille ducati, lo trasportò con amorevole cura a Pistola e quivi, fattolo nella propria sua casa medicare, lo guarì, lo nudrì e, accomodatolo di danaro, con buona accompagnatura lo rese sano e salvo a Firenze.
E avverti che la ingiuria era per gli odierni costumi gravissima e deliberata; imperciocchè Nicolò insinuatosi nell'animo della moglie del Cellesi la persuadesse ad abbandonare il marito; ed ella lo fece, maindi a breve venuta in fastidio all'adultero, si rimase con la vergogna e col danno. Bene a ragione il Cellesi pensò che per una rea femmina non dovesse mandarsi a male un uomo prode, chè tale si fu Nicolò, e, se togli questo peccato che ho detto, anche costumato cavaliere.
Durarono assai tempo i predicatori a citare dai pergami un simile atto nelle loro dicerie al popolo, favellando dell'amore del prossimo. E forse io penso che anche oggi non isdegnerebbero rammentarlo, se lo sapessero. Ma i predicatori non leggono più storie.
I giorni susseguenti alla battaglia, quando i vincitori si erano partiti trascinando i vinti, i feriti languivano lontani negli ospedali, e la terra aveva accolto i morti; — allorchè il silenzio e il terrore occupavano quei campi fatali, — fu vista aggirarsi per valli e per pendici una forma di donna palpitante, scapigliata, quasi menade ebbra di vino... Oh! ella era ebbra davvero, ma di dolore; — con la faccia ritta al cielo, battendo le palme rapida, a guisa di lingua di fuoco scorreva pei ciglioni dei precipizi, e l'aria forte percossa dal ventilare dalla sua veste bianca le fremeva dietro come persona commossa dal pericolo di qualche capo diletto. Il montanaro, la contemplando giù della forra o dalla balza vicina, chiudeva gli occhi pel terrore, e facendosi il segno della salute supplicava per l'anima di lei... se non che, sogguardando pauroso, la rimirava festante spaziare lontana dal dirupo, — quando ecco sottentra a perigliare su l'arduo sentiero altro e più compassionevole oggetto, — era un vecchio oppresso dagli anni e dalle sciagure, il quale, sebbene gli tremassero sotto le gambe, aveva ben saldo il cuore; ad ogni orma che stampa vacillante sul ciglione, scorre nell'anima di chi lo vede il ribrezzo, e la pelle rimane compresa da crispazione angosciosa..., pur nondimeno lo spirito governa il corpo, ed esce illeso dal mal passo.
La donna fuggendo e il vecchio inseguendo scorrono in piano di Doccia, rivedono la fonte dei Gorghi, il rivo delle Catinelle, si accostano a Gavinana, piegando a destra lungo le mura, e finalmente ansanti si fermano nel bosco delle Vergini a piè di un castagno.
In verità uno dei più belli che crescano in quel campo, dove ne vegetano dei bellissimi, e nel suo tronco, ad arte scortecciato, mostrava una croce.
Cadendovi davanti genuflessa, appoggiandovi le mani una sopra l'altra, e su le mani declinando la testa, stette la donna immobile, bianca e, dove il palpito del seno non l'avesse dimostrata viva, uguale in tutto a statua di marmo.
E il vecchio le veniva accanto piegando anch'egli i ginocchi e, come lei, le mani e il capo appoggiando al tronco del castagno, — senza parlarle, — senza consolarla, — senza pure toccarla; i suoi dolori erano di quelli che per parole non si placano; soltanto piangeva.
Immemore dapprima di ogni cosa terrena, la derelitta per quel pianto incessante si sentiva a mano a mano, dai truci fantasmi della immaginazione chiamata agli affanni della vita; allora si accorgeva del vecchio, che le plorava a canto e le si abbandonava nelle braccia, — con le sue guancie premeva le guancie di lui, — e confondevano insieme l'alito, i sospiri, le lagrime. — Quanta inenarrabile angoscia aveva accumulato il Signore sul capo di quelle due creature!
I montanari, indovinando la causa per cui eglino non potevano abbandonare coteste rupi, li compassionavano, ed anzi anch'essi, miti sotto il flagello di Dio, con ossequio religioso li proseguivano.
Allo approssimarsi del verno, più che altrove, diviene squallida la natura su i monti, — il vento si agita inquieto giù per le valli, — lungo le forre, e il mormorio che nasce dalle foglie cadute menate in volta e diffondentesi per tanto spazio di paese, rassembra un lamento che mandino gli alberi e la terra nel vedersi rapire la bella veste di cui andarono superbi nelle migliori stagioni dell'anno.
Una sera dei primi giorni del verno, all'ora del crepuscolo, — in quel momento in cui la luce e le tenebre si contendono il cielo, — e l'anima umana vacilla tra le cure della vita e i pensieri della eternità, — in cotesto istante, che anche all'assassino viene involontaria una preghiera della infanzia su i labbri, e nel cuore un pensiero per la madre che lo amò tanto, — in quell'ora di mestizia e di pace, Lucantonio si presentò almetato[347]della casa nuova. Teneva in collo, sorreggendola col braccio destro, Annalena, che dalla pieghevolezza dei contorni sembrava addormentata, se non che la destra le pendeva inerte lungo il fianco, la manca dietro il dorso del vecchio, — e questi si aiutava sorreggendosi forte al bastone, — il capo aveva scoperto, — i suoi capelli bianchissimi si disegnavano nella porpora del crepuscolo, gli avresti detti tinti nel sangue.
Giunto in mezzo al metato, volgendosi ai montanari quivi raccolti, con ferma voce e non pertanto sinistra domandò se alcuno di loro per amore della Madonna e per i suoi danari avesse voluto accompagnarlo al piano delle Vergini con palo e zappa, onde assisterlo in un'opera pia.
«Per amore della Vergine e vostro senz'altro», risposero i montanari, «noi vi accompagneremo»; — e le loro donne, mogli e figlie, fosse pietà, fosse voglia curiosa, o l'una cosa e l'altra, vollero ad ogni patto seguitarli.
Procederono a due a due come in processione silenziosi-; — veniva ultimo il vecchio; — egli non aveva permesso a nessuno di toccare Annalena; — e sì che quel peso doveva gravarlo, e ad ogni passo che mutava, pareva accostarsi di un anno al sepolcro.
Ad un tratto il vecchio proruppe nel cantico dei morti e supplicò al Signore perchè nella sua immensa misericordia avesse compassione di lui.
E gli altri vennero ad ogni verso rispondendogli, sebbene ignorassero chi e dove fosse il defunto.
Lucantonio gli fece fermare nel bosco delle Vergini, a piè di un castagno, ordinando scavassero colà dove additava.
Tolta alcun poco di terra, la vanga incontra stritolando ossa umane; il montanaro lascia l'arnese ficcato nella terra e rifugge inorridito.
«Continua l'opera, montanaro», con voce solenne riprende Lucantonio, «tu non profani le ossa dei morti, — io riunisco la moglie al marito, — questa ch'io tengo su le braccia è la sposa, — lo sposo giace là dentro, — il sepolcro sia il talamo di ambedue. Ieri all'alba ella svenne e diventò fredda... io la esposi al sole... l'avviluppai in caldi pannilini... col mio fiato mi sono ingegnato riscaldarle le mani, ma ella si è fatta sempre più fredda... l'ho chiamata co' nomi più cari... Vieni, le ho detto, sebbene questo pellegrinaggio mi avvelenasse il sangue, vieni, andiamo a visitare la fossa di Vico. — Non mi ha risposto... Io l'ho tenuta per morta: ella difatti è morta...»
Il montanaro continua a scavare la fossa, — e il vecchio soggiunge favellando ai circostanti:
«O madri! — questa povera creatura non conobbe sua madre: — o padri!... ella non ebbe le paterne carezze... La sua anima fu tesoro di amore... e per lungo tempo la sventura si appigliava ai lembi di questo e di quello, interrogando: Chi devo amare? — Imperciocchè io l'era servo, — e quando ella ebbe trovato un gentile garzone, prode e dabbene, Dio glielo ha tolto. — Questi giovani appena si conobbero nella vita, — ora staranno insieme una eternità. Lode al Signore!»
I montanari mal sapendo se quella lode al Signore uscisse sincera dal labbro del vecchio, o in fondo a quel discorso sonasse accento di disperazione, scherno o rampogna, — piansero, — calarono il corpo di Annalena nella fossa — e le pregarono pace.
La notte diventò profonda, i montanari tolsero commiato; Lucantonio voleva pagarli, ma si ristette, perchè le lacrime non si pagano. Il vecchio cortese chiamò un fanciullino che gli era stato sempre al fianco e, postogli nelle mani quanto si trovava a possedere di danaro, gli parlò sommesso: Quando tuo padre avrà fame, — e tu dagli questo.
Rimasto solo, così al buio incise sul tronco del castagno il nome di Annalena sotto quello di Vico, poi si accomodò a sedere con le spalle appoggiate al tronco, le mani conserte e abbandonate nel grembo, le gambe tese, il capo chino sul seno.
Il montanaro a cui il figlioletto aveva dato il danaro del vecchio, cercandolo il giorno appresso, lo rinvenne seduto a piè del castagno; lo reputando addormentato, aspettò gran tempo perchè si svegliasse, poi lo tentò per le braccia... Non si scosse, perchè era morto.
Raccontano che quel bosco si chiamasse prima dellaVerginein onore della Madonna, ma dopo quel caso lo dicessero delleVergini, in memoria ancora di Annalena quivi sepolta.
Ho cercato il castagno che protegge con le sue ombre il sepolcro diquei tre miseri, e non l'ho trovato; ma se, come assicurano, gli alberi crescono di diametro strato sovrapponendo a strato senza cancellare le incisioni del coperto, è da sperarsi che, abbattendo talvolta qualche castagno del bosco delle Vergini, il bottaio che ne farà caratelli trovi quel tronco consacrato dalla sventura[348].