Chapter 52

... i suoi occhi si posano sopra la corona di conte...Cap. XXX, pag. 783.

... i suoi occhi si posano sopra la corona di conte...Cap. XXX, pag. 783.

E' gli pareva trovarsi dentro ad un immenso anfiteatro, migliaia e migliaia di volte più vasto del Colosseo. Tutte le generazioni della terra stavano sedute sopra i gradini in sembianza di statue scolpite nel granito. Occupavano i più prossimi, uomini del suo tempo, la maggiore parte a lui noti, gli altari di forme sconosciute, e quanto meglio i gradini s'innalzavano, le forme apparivano più gigantesche e più strane; orridi ceffi, appena umani, che tenevano in grembo o sotto il braccio tigri, leoni e grifoni, come i damigelli del medio evo portavano in pugno sparvieri; la estremità dell'anfiteatro andava ingombra da simulacri di più immane grandezza, — dalle razze ciclopiche che scrissero la loro storia nelle montagne... che maneggiarono l'intero abeteaguzzato al cratere del vulcano per arnese di guerra... cavalcarono il mastodonte come caval di battaglia... e una caligine misteriosa le ravvolgeva a mezzo dentro di sè.

Malatesta, scorgendosi solo nell'arena, notando che gli occhi di tutti stavano fitti contro di lui come archi tesi, s'ingegnava stringersi, impiccolirsi, celarsi nelle viscere della terra, — ma la terra era di granito anch'ella impenetrabile e liscio.

Il piano di granito stava inclinato, e dalla parte ove giungeva il massimo declivio usciva un frastuono di mare in tempesta e urla disperate di naufragio, — e divampava un fuoco vermiglio ad ora ad ora rotto da fulmini, e tra i fulmini appariva un quadrante con una sola lancetta, — e un'ora sola, — l'ora della eternità.

Di sotto al quadrante, una catena infiammata pendeva nell'abisso.

Le viscere del mondo si commossero, — un terremoto empì della sua romba il firmamento; — le colonne e gli obelischi dell'anfiteatro piegarono come cime di alberi al soffio della bufera, — le statue furono trabalzate dai loro seggi, — i grifoni e le tigri, comunque di pietra, sembrarono lanciarsi nell'arena atterrite dal pericolo.

Le labbra delle stirpi vissute nel mondo si aprirono, — voci diverse e orribili favelle, che nonpertanto la giustizia di Dio volle che in cotesta ora fossero rivelate all'intelletto del Malatesta, gridarono:

«Perchè si tarda? — La eternità è poca al supplizio del traditore.»

Di repente ecco una forza irresistibile strascina Malatesta; gli trema sotto la terra, egli vacilla com'ebbro, tenta appigliarsi alle pareti dell'anfiteatro, — ma non trova luogo dove introdurre le dita; — erano perfettamente liscie e commesse, come se fossero state non di pietra, bensì di metallo fuso; — ei fu costretto a cadere, e appena caduto, quantunque agli occhi il pavimento rimanesse fermo, assunse egli pure l'impeto del torrente e travolse il Malatesta con forza irresistibile. Allora cominciò una lotta miserabile a vedersi. Il Baglioni s'ingegna trovare un qualche rialzamento dove attenersi e ritardare la caduta; — il suolo si stende disperatamente unito. Forte abbranca colle mani la pietra per imprimervi le unghie, — la pietra non si graffia, ma le unghie gli si arricciano dolorose verso la radice.

Mentre palpitante si affanna in siffatto travaglio, un vento infiammato investe l'arena e mena in giro nuvole di terribile mole, — e tra le nuvole appariscono i fantasmi di tutti coloro che egli aveva menato a morte a cagione del suo tradimento.

Prima degli altri gli si mostra lo spettro di frate Benedetto da Foiano, — scheletro affatto, — meno che negli occhi, i quali stavangli incassati sotto le ciglia ossute, come palle di vetro: — «Dannati, traditore!» gli disse dandogli una spinta e passò[376].

Segue Rafaello Girolami con le labbra nere e lacerate dall'acqua tofana, la pelle del colore di piante imputridite, chiazzata di macchie livide, e, — «Dannati! traditore! — anch'egli gli gridava, — e datagli la spinta, passò.

Poi venne Francesco Carduccio in sembianza severa, quale lo aveva sempre veduto mentre che visse, se non che intorno al collo gli ricorreva un nastro vermiglio, quasi muliebre ornamento. Allorquando egli volle curvarsi, la testa gli si staccò dalle spalle, ma non per questo gli disse meno: — «Dánnati!» — e lo cacciò con una spinta verso l'abisso.

Larve infinite lo tormentano, e tutte godono a fargli oltraggio, a precipitarlo nel vortice dell'eterno pianto; ma sopra le altre uno spettro gli sta attaccato alla vita con l'ardore del vampiro che sugge il sangue alla vittima, — e lo tira, — e vi adopera mani e piedi e denti e tutto, — e questo spettro è il Pieruccio.

Traendo dolorosi guai, il Malatesta precipita, quando, sul punto che meno se lo aspettava, occorre in certo oggetto al quale si raccomanda tenace; — sovvenuto da simile sostegno giunge a rilevarsi sopra i ginocchi. Assettatosi in questa posizione, alza la faccia e conosce essere il corpo a cui si attiene un colosso di bronzo. Egli era addobbato del manto pontificale, — portava in capo il triregno, — la destra teneva in atto di benedire; — guardando meglio, ravvisa in quel simulacro la immagine di papa Clemente.

Allora, delirante di speranze, trasse con violenza a sè i lembi del piviale, supplicando tutto dimesso:

«Beatissimo Padre, per voi servire, questo c'incoglie; salvateci in nome di Dio dalla eterna dannazione.»

Gli occhi della statua coruscarono fuoco, — apersero le labbra e divamparono fiamme, e dopo le fiamme ne uscì una voce che disse:

«Dilettissimo figlio, noi vi abbiamo pagato, — noi non possiamo altro che darvi la nostra apostolica benedizione.»

E stese la mano verso la fronte del Malatesta; — la pelle riarse a quel tocco abbrustolita, e fra una traccia di fiamma verdastra v'incise un T. Non potendo tollerare il Baglione la immensa angoscia, portò ambe le mani verso la testa. Quando gli fu quieto di alcun poco il dolore, egli volle di nuovo afferrare il piviale del pontefice, ma si accorse esserne trasportato lontano; già le sue gambe si agitavano nel vano, — più che mezzo era immerso nella voragine, tenta — gravitando le costole sull'orlo dell'abisso — rimanervi sospeso; — gli torna ogni conato indarno, — non lo reggono i gomiti, — gli sfugge dalle mani la terra; — allora rabbioso immagina mordere l'estremo margine del pozzo.

Ma invece del margine del pozzo si morde miseramente la lingua, il sangue nero gli goccia giù in copia dagli angoli delle labbra e gl'insordida la barba.

Improvvido di consiglio, si volge attorno esterrefatto, ed altra via di salute non gli si offre, tranne la catena rovente.

Vi si aggrappa con le mani e co' piedi; — la catena si distende con orribile cigolio; — la lancetta del quadrante divora lo spazio che la separa dall'ora con la velocità del cavallo sfrenato, — la squilla suona.

Si aperse la terra, — l'anfiteatro cadde disfatto, — le statue l'una sopra l'altra rovesciaronsi, precipitarono le stelle dal firmamento, — ogni cosa creata si sformò, e un gemito lungo si diffuse per la natura moribonda che diceva: — «È arrivata l'eternità.»

Malatesta si drizzò sul letto e urlò disperato:

«La eterna dannazione incomincia!»

E poi ricadde sfinito, — gli venne meno l'anelito, — prostese le braccia — e con un roco singulto declinò la testa.

Il frate confessore gli pose una mano sul petto e favellò sommesso:

«È passato.»

I circostanti, compresi da ribrezzo, abbandonarono la stanza. Non avvertito vi rimase Cencio Guercio.

Accovacciato come un cane, egli stette assai tempo immemore di sè, profondamente avvilito sotto il peso della paura e del rimorso. Alfine rinvenne e pensò al miserabile suo stato: se si fermava, lo avrebbe manomesso Ridolfo Leone che gli portava mal di morte, riputandolo istigatore dei misfatti paterni; se invece usciva dal castello, lo avrebbero messo in pezzi gli aderenti del cardinale Ippolito. Ad accrescere le sue angustie si aggiungeva che gran parte del male acquistato in Firenze sperperò giocando a carte, e quello che aveva potuto avanzare, tutto intento alla fuga, nel subito caso della sera precedente lasciò a Perugia. Come fare? Non fidava in congiunti, non avea amici, chè nei giorni della prosperità fu suo diletto l'offesa, e l'altrui danno contentezza.

Mentre in questo modo si affanna, i suoi occhi si posano sopra la corona di conte del Baglione che doviziosa di perle posava sopra un pulvinare di velluto cremesino a canto del letto: con l'atto precorse il pensiero — l'afferrò bramoso e fuggì via.

Pervenuto nell'altra stanza, si accorge che non potrà passare, con quel volume, inosservato in mezzo alle guardie del castello; pargli consiglio migliore staccarne parte delle perle, specialmente le più grosse, le quali giusta la foggia delle corone dei conti ne sormontavano le otto punte. — Ponendo portando senza intermissione ad effetto il suo disegno, trasse il pugnale e prese a scastonarle; — ad ora ad ora suo malgrado si volge verso la stanza dove si giace Malatesta, sospettando non abbia a rilevarsi e venire a strappargli la corona dalle mani.

Ed invero Malatesta non era, siccome pensava, ancora defunto; — uno svenimento cagionato dalle terribili commozioni lo aveva assalito e, trovando le membra fievolissime, lo lasciava inerte come morto; — però sentì lenta nelle vene risuscitarsi la vita e, prima che la coscienza della sensibilità lo ravvivasse, lo gravò indistinto un senso di angoscia ottusa, affatto macchinale; — poi tornò la coscienza, e con la coscienzail pensiero, sibbene deviato dal vero, quasi strale che non colga più il segno. Allora lo punsero cocentissimi cruciati, e gli parve essere steso con mani e piedi legati sopra un letto di fuoco; — ineffabili erano i suoi sforzi per muoversi, ma rimaneva irrevocabilmente confitto tra quei carboni ardenti. Schiudendo gli occhi, si vede apparire trucissima davanti la testa mozza di Lorenzo Soderini; — con occhi aperti senza palpebra lo fissava e con le labbra insanguinate lo baciava, sicchè le stille del sangue gli gocciavano in bocca e, corrosive come acido di vetriuolo, o gliela ulceravano o gliela empivano di vesciche. Si volge a destra, e la visione lo seguita, — la testa gli si pone accanto sul capezzale; — si volge a sinistra, non gli giova meglio. — Chiude gli occhi, ed ecco dagli occhi del Soderini esce uno sguardo tagliente che gli fora la pelle del ciglio e costringe la pupilla a guardare; — torna ad aprirli smanioso, — la testa mozza non si muove, — lo sguardo non cessa, — non si sospendono i baci.

Gli fremono le fibre di spasimo; — tenta disperatamente un ultimo sforzo per muoversi e vi perviene; — agita le mani, come se gli fossero rimasti attaccati intorno ai polsi i frantumi delle catene; disegna levarsi dal letto e sente un'angoscia acuta, quasi gli staccassero da dosso un panno attaccato alla piaga; non importa; si alza mormorando tra i denti stretti:

«Voglio andare al cospetto di Dio e dirgli: È troppo... io voglio domandargli la morte dell'anima.»

Cencio Guercio, avendo staccata l'ultima perla dalla corona, si accingeva a rimetterla al suo posto, allorchè si vede comparire davanti il simulacro di Malatesta Baglione.

Parte delle membra gl'ingombrava il lenzuolo che si era tratto dietro di sè, parte apparivano ignude nella loro lividezza ed estenuazione cadaverica, — le palpebre teneva socchiuse, e le pupille dentro erano color di cenere, come si osserva negli uomini a momenti trapassati; — dritti gli stavano su la fronte i capelli quasi stecchi d'istrice, — le labbra aveva peste, intorno sordidate di sangue rappreso; — con una mano si reggeva un lembo del lenzuolo sul petto, — l'altra agitava in atto di uccello grifagno, — e forte ansava preso dal rantolo dell'agonia.

Cencio appena potè articolare parola; — diventa pavonazzo nel volto e stramazza per terra, come tocco da apoplessia, — gli sfugge la corona dalle mani, che, dopo avere rotolato alquanto sul pavimento, si ferma in piano presso al Baglione.

Malatesta incespicando nello strascico del lenzuolo a sua posta rovina la faccia in avanti, con la testa percuote su la corona, — ed una punta privata della perla gli scoppia l'occhio sinistro egli penetra lacerando in mezzo al cervello.

Due mesi dopo questo fatto un boscaiuolo, tornando da tagliar legna, incontrò una testa spiccata dal busto e dopo due miglia un busto senza testa.

I bravi del cardinale, abbattutisi certo giorno in Cencio Guercio, che,bandito da Bettona, povero, pauroso, percosso nell'intelletto, si era riparato nelle macchie, dove traeva vita affatto bestiale, gli lanciarono contro i cani; — lo raggiunsero e lo tennero fermo, forte addentandogli la carne delle cosce; — sopraggiunti i bravi, senza pur dargli tempo di riconciliarsi con Dio, gli mozzarono il capo spietatamente[377].


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