Per compiere il ritratto del tempo futuro ci resta un sol tratto, la castità. Certo a quel modo che nel lontano avvenire saranno spente le cupidigie e le ambizioni, così anche gli appetiti sensuali, ed un'altra fra le molte ragioni delle discordie tra gli uomini sarà eliminata. Non v'ha dubbio che dovrà succedere codesto nel terzo periodo. Gli uomini, da carnali che erano nei periodi anteriori non saranno divenuti spirituali? E la castità non è uno dei doni più spiccati dello Spirito santo? Chi è tutto penetrato dell'amore del cielo può far posto ad amori terreni?[622]Anche qui si nota un progresso notevole dall'Ebraismo a' nostri giorni. Secondo il Vecchio Testamento aveano tutti diritto di tor moglie non solo, ma più mogli financo. Nel Cristianesimo si proibisce la poligamia, il matrimonio si permette ai laici, ma si vieta ai preti, facendo talvolta qualche eccezione; ai monaci poi è negato risolutamente. La riforma infine ed il miglioramentodei secoli avvenire starà nel rinforzare la disciplina, rendere più rigorosa la castità. Ma anche qui si può chiedere se questo divieto assoluto del matrimonio riguardi i preti e i frati soltanto, o tutti gli uomini. E la risposta sarebbe più imbarazzante ancora; perchè se nel terzo periodo gli uomini fossero divenuti così spirituali da non pensare a perpetuarsi, la generazione posteriore a Gioacchino sarebbe stata l'ultima della specie. Ma guardiamoci dal dare ai concetti di Gioacchino maggiore determinatezza di quel che comportino. L'avvenire si mostra a lui sotto un colore fortemente ascetico, nè altra immagine gli soccorre a raffigurarlo fuori del cenobio. Ma più di questo non gli chiedete, che per quanto lo dicano profeta, il futuro non è meno per lui che per gli altri uomini ricoperto di nebbia densissima.
Qual'è l'origine della dottrina che più tardi fu detta gioachimita o gioachita? Il Renan fu il primo a sostenere che se ne debbono cercare le origini nella Chiesa greca. L'abate Gioacchino, ei dice, per tutta la sua carriera fu nei rapporti più intimi colla Grecia. La Calabria, dove egli visse, e dove la sua scuola si continuò per una tradizione appena interrotta, era un paese per metà greco. I suoi principali discepoli, i redattori della sua leggenda, i personaggi profetici, coi quali lo si mette in rapporto,sono greci. Egli stesso viaggia in Grecia più volte per adoperarsi in favore della riunione delle due Chiese, e codesta riconciliazione è il pensiero dominante di tutti coloro che seguono la sua dottrina. Giovanni da Parma passa molti anni presso i Greci, e al termine della sua vita voleva andare a morire tra loro. Tutta la scuola dell'Evangelo eterno da Gioacchino a Telesforo di Cosenza alla fine del secoloXIVnon ha se non una sola voce per proclamare la Chiesa orientale superiore alla latina, e meglio preparata alla futura innovazione. Coll'ajuto dei Greci trionferà la riforma della Chiesa carnale dei latini, e questa riforma non sarà altro se non un ritorno alla Chiesa dei Greci.[623]Cotesto è in parte vero, nè si può dubitare che la Calabria fino al tempo di Gioacchino fosse un paese quasi greco. Dacchè Narsete la rivendicò all'Impero fino ai Normanni questa estrema provincia d'Italia rimase sotto l'amministrazione di ministri greci. L'invasione longobarda fu qui arrestata nel suo corso vittorioso, nè i Carolingi vi miser piede, e gli stessi Saraceni, che tra il nono e il decimo secolo fondaronvi qualche colonia, non bastarono a ridurre in loro potere tutta la contrada. E in meno di un anno nell'ottocento ottantacinque per opera del valoroso Niceforo tutte le Calabrie tornarono sotto il governo imperiale. Nello stesso tempo l'imperatore Basilio il Macedone, affrancati tremila schiavi, li mandò aripopolare alcune terre di Puglia e Calabria desolate nella guerra dei Musulmani,[624]e così greco sangue si mescolò al calabrese, e la lingua greca, già da gran tempo lingua ufficiale del paese, fu anche popolare, ed in greco si scrissero non pure gli atti pubblici, ma benanco le magre cronache, principalmente le agiografie. Nè questo è tutto; fin dal tempo di Leone l'Isaurico, quando scoppiò il movimento iconoclasta, furono sottratti al Papa e messi sotto la giurisdizione del Patriarca di Costantinopoli i vescovati della Sicilia, della Calabria e della Puglia. E per rendere più docili a questo mutamento i vescovi, s'innalzarono ad arcivescovati le sedi di Reggio, S. Severina, ed Otranto. E l'arcivescovo di Reggio, da cui dipendevano tredici suffraganei, fu detto primate della Calabria, come nella novella di Leone il Filosofo dell'anno 887. Più tardi, quando la Chiesa greca ruppe apertamente contro la latina, il patriarca di Costantinopoli Luitprando con editto del 968 impose alle chiese di Puglia e Calabria in luogo del rito latino il greco. Alcune chiese resistettero, ma non poche obbedirono, e molte conservarono il rito greco, anche quando dopo la conquista normanna ritornarono sotto la giurisdizione di Roma.[625]Così le diocesi di Bova ed Oppido, l'arcivescovato di S. Severina[626]epiù di tutte la chiesa di Rossano, ove nel 1092 fu ben scelto un vescovo latino, ma gli abitanti non vollero accomodarsi al cangiamento del rito, e tanto s'adoperarono presso Ruggiero, che l'accorto duca acconsentì alle loro dimande, ed il rito greco visse indisturbato fino al 1460, in cui il vescovo Matteo dei minori osservanti lo mutò nel latino.[627]
A conservare il rito e la tradizione greca concorsero i basiliani, venuti in Calabria al tempo delle persecuzioni iconoclastiche. Cotesti frati si possono dire i precursori di Gioacchino, e parecchi di loro vennero parimenti in riputazione di santi e di profeti. Nè sarà inutile raccontare brevemente la vita di qualcuno tra loro per conoscere più da presso l'ambiente nel quale visse l'abate calabrese.
La regola di S. Basilio, più rigida della benedettina, prescriveva una vita austera, nè poneva inciampo che qualche frate seguisse le tracce degli antichi anacoreti. Per tal guisa i basiliani acquistarono ben presto gran credito presso il popolo, e la loro autorità crebbe grandemente nei tempi così trepidi e burrascosi delle incursioni seracinesche, talchè di parecchi fra loro, che colla loro parola ispirata incuoravano i fedeli nella guerra santa, è rimasta viva la tradizione in Calabria. Tuttora sivenera nel Monteleonese S. Leoluca o Leone Luca da Corleone in Sicilia, un monaco basiliano che all'appressarsi dei Saraceni fuggì in Calabria nel monastero di Mula presso Cassano, ne diventò più tardi abate, e fondate case filiali a Vena e Monteleone morì intorno al 900.[628]
Più famoso ancora è un altro basiliano, siciliano pur lui, da Enna o Castrogiovanni, e chiamato Elia il giovane. Fornito del carisma profetico, previde a dodici anni che i Saraceni sarebbero entrati nel castello di S. Maria, ove la sua famiglia s'era rifugiata, e perfino i nomi di quelli che sarebber caduti nella mischia seppe dire; ma pur troppo non previde che egli stesso sarebbe stato preso dagl'infedeli, e per ben due volte di seguito. La prima par che fosse stato ricompro e liberato da un cristiano; ma la seconda fu menato in Egitto, dove a quel che narra il biografo ebbe a patire la sorte del casto Giuseppe. Certo è che ben presto chiarita la sua innocenza, fu lasciato partire per la Palestina, ove prese l'abito monacale dalle mani del patriarca Elia, di cui tolse puranche il nome. Dopo tre anni di soggiorno nei luoghi santi, fallitogli il disegno di recarsi in Persia, si fermò per poco in Antiochia. E di là saputo che un'armata bizantina comandata da Basilio Nasar moveva a combattere i Saraceni, fece ritorno in patria, ove riprese le sue profezie e predisse ai Reggini la sconfittache avrebbero patito i Musulmani, già rotti una volta presso le coste dell'Ellade. Restaurate le sorti delle armi nemiche fuggì di nuovo in Oriente col compagno Daniele, che in Taormina gli s'era messo ai fianchi. Riparò prima nel Peloponneso, e di là in Corfù, dove gli era più agevole tornare alla sua diletta Calabria. E vi tornò, ed in un luogo presso Capo dell'Armi, detto Saline, fondò un convento basiliano; ma ben presto dovè riprendere la via dell'esilio per campare dal furore dei Musulmani, che disfatto nell'888 il navilio imperiale a Milazzo, minacciavano Reggio. Eccolo di nuovo a Patrasso nel Peloponneso, donde posate le armi approdò di nuovo in Calabria, ed in luogo più sicuro, sul vertice del monte S. Elia, tra Palmi e Seminara, fondò un altro monastero basiliano. Di là, chiamato dall'imperatore Leone partì ancora una volta per l'Oriente, ma arrivato a Tessalonica le forze gli vennero meno, e morì nelle braccia del suo fido discepolo.[629]
Questo eroico cenobita, che non trova mai posa, è come rappresentante di una forte generazione di Calabresi e Siciliani, che fan da mediatori tra l'Oriente e l'Occidente, e s'adoperano a comporre i dissidii dei due centri cristiani per rivolgere concordi le forze contro gl'invasori musulmani. Ed a questo fine lavora un altro Elia, da Reggio, detto Speleota dall'amore che porta alla vita solitaria, anche lui fuggente nel Peloponneso dall'ira dei Saraceni,anche lui dotato dello spirito profetico, tal che predice la morte del patrizio Bizalone ribellatosi all'Imperatore intorno al 920. Succeduto ad Elia juniore nella direzione del convento presso Palmi, vi morì intorno al 960.[630]
Discepolo di Elia Speleota è un Luca da Demona in Sicilia, che lasciato il convento basiliano di S. Filippo d'Argira, ove era entrato giovanetto, recossi in Calabria dal santo eremita, il quale divinate le buone disposizioni del novizio, lo mise a parte della sua scienza. Venuto anche in possesso dei doni profetici, previde nuove incursioni dei Saraceni, dalle quali riparò in un luogo, posto a confine tra la Calabria e la Lucania, detto Noja. E dopo essere stato ivi per ben sette anni, venne ad un vecchio e diruto convento di S. Giuliano presso il fiume Agri. Di là all'appressarsi di Ottone I, che muoveva contro l'imperatore Niceforo nell'anno 968, fuggì coi suoi sulle montagne delle Armi in Lucania, ed ivi fondò un nuovo monastero detto Armento. Su questo ermo sito ei si teneva sicuro, e non a torto, chè neanco riuscirono ad espugnarlo i Saraceni, contro i quali uscito animosamente con i più validi dei suoi monaci li mise in fuga. Morì sul cadere del secolo decimo nel 993.[631]
Taccio di altri due santi basiliani, a cui la tradizione non attribuisce la virtù profetica, S. Vitale da Castronovo morto nel 994 e S. Filaretomorto verso il 1070. Ma ben dirò di S. Nilo, forse il maggiore di cotesti profeti, nato verso il 903 in Rossano, città, dice il cronista, a tutti nota, perchè la sola che finora sia sfuggita all'ira dei Saraceni. L'amore della vita ascetica ben tardi si accese nel suo petto, ma così fervido che fattosi frate nel convento di S. Nazario, non che convivere cogli altri si ritrasse in luogo alpestre e solitario, dove in compenso delle aspre mortificazioni gli parea di vedere l'invisibile, e gli si facea presente l'avvenire. Testimone di una incursione saracinesca del 951, indarno preveduta dall'amico suo Fantino, ed appena scampato da un'altra posteriore per essersi riparato in Rossano, ei predicea che ne sarebbero accadute altre più terribili, e distoglie lo stratego Basilio dal costruire un oratorio, che ben presto sarebbe disfatto dalle orde nemiche. Nè mal s'appose, chè i Saraceni vennero di nuovo, e benchè S. Nilo avesse ricevuta dall'emiro Abu-l-Kasem una lettera piena di rispetto, pure non si tenne sicuro, e lasciata per sempre la Calabria, riparò nel principato di Capua, ove ebbe lieta accoglienza dai frati di Montecassino dapprima, e poscia da quelli di Valle Lucia.
Non racconteremo più oltre la sua vita, nè diremo dei conventi basiliani, che ei fondò a Gaeta e Grottaferrata. Ma toccheremo soltanto di quello che a noi più preme, dei discorsi che tenne in Montecassino, e le profezie che in quegli anni gli si attribuiscono. In quanto alle dispute ben s'intendeche doveano essere ben frequenti tra gli ospiti benedettini, seguaci del rito latino, ed il frate basiliano che non ismetteva l'abito e l'uso greco; ma egli avea la risposta pronta ad ogni obbiezione. A chi forse menomava il valore della vita solitaria, che molti basiliani amavano di menare, ei rispondeva che l'eremita non era più uomo, ma uno di questi due, o angelo o demone. A tale, che rimproverava i Greci di non digiunare il sabato a simiglianza degli antichi Ebrei, ei diceva che il digiunare di sabato era comune puranco ai Catari. Tutte le difficoltà che gli si faceano sui punti più scabrosi della Bibbia risolveva, come più tardi Gioacchino, con una interpetrazione allegorica, che salvava lo spirito sacrificando la lettera.
Più notevoli sono le sue profezie, o le minacce che coll'accento risoluto del profeta non temeva di volgere contro i grandi, principi o pontefici che fossero. Alla principessa di Capua, accusata di avere instigato il proprio figliuolo all'uccisione di un cugino, che poteva contrastargli il trono, disse ben alto: non bastare le orazioni e le elemosine ingiuntele dal vescovo a lavarla dal suo peccato; bensì dovere in espiazione della sua colpa consegnare l'uccisore alla famiglia dell'ucciso, e le predisse che nessun rampollo della sua casa reggerebbe più le sorti di Capua. All'abate di Montecassino, seduto a tavola tra suonatori di cetra, predisse che non passerebbe molto tempo che il principe capuano, venuto a lotta con lui, gli farebbe cavare gli occhi. Le profezie nonsaranno state così determinate, comeex eventule sa dire il biografo; ma io non dubito dell'ardimento del santo, che in altra occasione seppe tenere non meno aspro linguaggio collo stesso Papa e coll'Imperatore. Trattavasi di un conterraneo, di Filogato da Rossano, che venuto in grazia dell'imperatrice di Costantinopoli, diventò prima vescovo e poi papa in opposizione di Gregorio V. Pare che S. Nilo avesse dissuaso l'amico suo dal provocare uno scisma, che sarebbe tornato e alla Chiesa ed a lui stesso di grandissimo danno; ma quando seppe l'antipapa caduto, e cacciato in fondo di una prigione dopo essergli stato barbaramente mozzo il naso e la lingua, e cavati gli occhi, non stette alle mosse e partì per Roma. Dal Papa e dall'Imperatore impetrò il perdono del vinto, che oramai non poteva recare più nessun danno, e pare che l'uno e l'altro glielo promettessero. Ma qual ne sia stato il motivo, vennero meno alle promesse, e l'infelice antipapa così malconcio e vestito dei paludamenti pontificali fecero trascinare alla coda di un asino per le vie di Roma. Tonò contro l'osceno spettacolo il nostro santo, e predisse al Papa ed all'Imperatore che Dio non avrebbe perdonato loro, come essi non perdonarono al vinto nemico. Questo ardito linguaggio non è insolito in tempi burrascosi, e la fama del santo era così diffusa, che non sarebbe stato prudente recargli offesa. Certo che ei seguitò a fondare nuovi sodalizii, e grave d'anni morì verso il 998, mentre si costruiva il conventodi Grottaferrata, che in seguito sarà il centro dell'ordine basiliano.[632]
La vita di S. Nilo mostra quanta importanza abbiano avuta i monasteri greci della Calabria nel secolo decimo. E seguitarono ad averla nei secoli posteriori sotto i Normanni, i quali non pure restaurarono i conventi rovinati dai Saraceni, ma altri non pochi ne crearono di nuovi. Ed i privati emulavano in ardore i governanti, talchè secondo il Barrio a mille ammontarono i conventi basiliani del continente, ed a cinquecento quelli di Sicilia. Celebre fra tutti fu il monastero di S. Salvatore presso Messina, fondato dal conte Ruggero ed ampliato dal figliolo. A capo di questo insigne convento fu messo S. Bartolommeo da Simmeri presso Catanzaro, già abate del monastero di Patire presso Rossano. La vita di S. Bartolommeo non differisce gran fatto dalle altre di santi basiliani. Dotato anche lui di spirito profetico, fondò un nuovo convento, forse quello di Patire, ed avutane l'approvazione da Pasquale II (1099-1118), ne divenne abate. Più tardi si recò dall'imperatore Basilio per promovere la desiderata concordia tra greci e latini, e rifiutata un'abbazia nella capitale bizantina tornò in Calabria, e da Ruggero, come dicemmo, fu fatto archimandrita, perchè il convento di S. Salvatore, al quale fu preposto, esercitava giurisdizione su 44 conventi. Morì nel 1130.[633]
Codesti santi basiliani sono i veri precursori di Gioacchino. Tutti menano al pari di lui vita di stenti e di fatiche, e tormentano spietatamente il loro corpo per dare più libero volo al loro spirito. Tutti amano al pari di lui la solitudine, e si ritraggono negli alpestri silenzii di un eremo, ove a poco a poco per opera loro sorgerà un nuovo cenobio, di regola ognor più stretta e severa. Ma e nell'eremo e nel cenobio tutti questi santi spendono la loro vita tra lo studio dei libri sacri e le frequenti salmodie, e la mente educata in questi severi esercizii levano alle mistiche contemplazioni, ove par che si squarci il velame del futuro. Dal più al meno codesti padri basiliani sono dotati delcarismaprofetico, e nei giorni angosciosi delle incursioni saracene, ai popoli minacciati negli averi, nella libertà e nella fede, fan sentire la loro voce ispirata, che or promette la vittoria per incoraggiare la resistenza, or predice nuove sventure per indurre il pentimento dei proprî falli.
Su questa via aperta dai basiliani fece gran cammino l'abate calabrese. E se ai suoi tempi non si temevan più le incursioni saracene, gli animi non erano meno agitati da paure, nè l'avvenire si mostrava men fosco ai chiaroveggenti. Gl'infedeli erano stati disfatti; ma i Cristiani seguitavano a battagliare tra loro, e con alterna fortuna Svevi e Normanni si contrastavano il dominio della Sicilia. D'altro canto la Chiesa e l'Impero eran di nuovo tornati alle offese, e contro il Papa dei Guelfi si levavail Papa dei Ghibellini, e tra queste scissure si faceva largo l'eresia, una d'intento, benchè diversa nei nomi e dogmi. Così tra gli scismi, l'eresie, le guerre, le calamità rinasceano le paure dei millenarii, che di un mondo così tormentato prevedeano imminente la fine. E tornavano in onore gli scritti profetici, da gran tempo dimenticati, talchè nel 1142 un Gaufrido di Mounmouth tradusse dall'antico brettone in latino alcune profezie del bardo o mago Merlino; ed altre ne tradusse per incarico di Roberto, vescovo di Oxford, quel Giovanni di Cornovaglia che nel 1170 scrisse un elogio di papa Alessandro III. Ed intorno a codeste profezie un grave scrittore, Alano da Lilla, che è disputato se sia il dottore universale, non disdegnò di comporre un lungo commentario. Non è da meravigliare, scrive questo grave commentatore, che un bardo forse pagano, o almeno non fervido cristiano, abbia sortite queste virtù profetiche, perchè anche le Sibille ebbero tali virtù, ed una di esse predisse l'avvenimento del Signore. Nè ci sarebbe da ridire se Merlino fosse nato da una vergine e da un incubo, perchè anche Perizione ebbe da Apollo il suo figliolo Platone, ed a quel che afferma Apulejo tra la luna e la terra errano spiriti, che assumono talvolta la forma d'incubi. Tanto era viva in quel tempo la fede nei profeti, tanto bisogno si sentiva delle profezie![634]
L'abate Gioacchino non è dunque una manifestazione isolata. E prima e dopo di lui viveanoaltri veggenti come quel S. Cirillo, priore dei Carmelitani, morto intorno al 1224, che secondo un'antica biografia celebrando la messa, vide in una nube un angelo che reggea due tavole d'argento scritte in caratteri greci, tavole che recate dal cosentino Telesforo all'abate Gioacchino furono da lui dottamente interpetrate e commentate.[635]Tutto questo racconto è un tessuto di errori cronologici, ed evidentemente apocrifo è il commento alle profezie di Cirillo, attribuito a Gioacchino. Ma siffatta tradizione mostra come la letteratura profetica traesse sempre novo alimento dallo scambio d'idee tra l'Oriente e l'Occidente, che durava tuttora per opera dei frati calabresi.
Per tutte queste ragioni ben si comprende come Gioacchino, che cammina sulle orme dei basiliani, debba fare grandissimo conto della Chiesa orientale in paragone della romana, nello stesso modo che mette S. Giovanni, rappresentante secondo lui la Chiesa greca, al di sopra di S. Pietro, fondatore della romana. E si comprende altresì come apprezzi lo studio, che i Greci faceano dei libri sacri con maggiore cura ed assiduità dei preti latini, e del loro metodo d'interpetrazione allegorica si faccia continuatore. E lodi assai la preferenza data dai Greci alla vita contemplativa in confronto dell'attiva ed al canto corale a paragone della semplice lettura, e levi a cielo la vita faticosa ed aspra, che menano i cenobiti greci di molto superiori ai molli frati latini.[636]Ma se per questi rispetti tiene la Chiesa greca superiore alla latina, per altri la stima assai da meno, come ad esempio per la tolleranza del matrimonio dei preti.[637]E perciò Gioacchino vestel'abito monacale in un convento di benedettini, non di basiliani, e da Benedetto fa cominciare il terzo periodo dell'umanità, non da Basilio. E benchè la dottrina dello Spirito santo insegnata dalla Chiesa greca rispondesse meglio al suo proposito di attribuire eguale efficacia alle tre persone, pure la rifiuta, nè soltanto ammette la doppia processione, ma se ne serve, come vedemmo, per ispiegare l'anomalia di certi riscontri storici. L'influsso della Chiesa greca in Calabria se dunque può rendere ragione di alcune parti della dottrina di Gioacchino, ne lascia inesplicate molte altre. Gioacchino dalle scuole basiliane potè ben ricavare l'interpetrazione allegorica della Bibbia, potè sulle orme dei santi basiliani divenire un profeta anche lui; ma quella ingegnosa filosofia della storia, che sulle tracce del passato gli fa scoprire le vie del futuro, ei non la trova nè nelle scuole basiliane, nè nelle bizantine. Nè alcun contemporaneo od eremita o filosofo o profeta era arrivato sino a questo punto.
Io son d'avviso, che la dottrina di Gioacchino si connetta strettamente col Catarismo. Che Gioacchino conosca i Catari è fuori di dubbio. Dall'esposizione abbiamo già veduto come egli applichi aquesti eretici quel che dice l'Apocalissedei falsi profeti, che saranno per precedere la fine del mondo. Ma se rifiuta la parte dommatica della loro dottrina, se quel loro dualismo gli ripugna, e peggio ancora quella critica dei dommi cristiani, che fanno sulla scorta della ragione, e quella loro concezione docetica di Cristo e di Maria, non pertanto va d'accordo con loro nelle applicazioni etiche. Quell'ascetismo esagerato, che nega ogni valore alla terra, ed ogni diritto al corpo; che ingiunge la più rigorosa astensione dal nutrimento animale, e dichiara colpevole ogni piacere od affetto terreno; quell'ascetismo che volentieri distoglierebbe gli uomini dalla procreazione, e vedrebbe con gioja la fine del mondo, non è dubbio che risponde ai più intimi convincimenti di Gioacchino. Nè hanno tutti i torti, secondo lui, i Catari di mordere il clero cattolico, che mena vita intemperante e fastosa, e semprepiù si allontana dall'ideale ascetico,[638]ed anch'egli, come vedemmo, non risparmia preti e frati, ed è d'avviso che ormai la corruzione dei cristiani è venuta atale, da essere imminente una innovazione radicale nelle pratiche e nei costumi. I mali estremi sogliono essere il segno di una età che si chiude e di un'altra che comincia; perchè in quel periodo faticoso di dissoluzione e di preparazione, pare che sia perduta ogni legge, ed è perduta nel fatto ma per far posto ad un'altra. E Gioacchino al pari dei Catari desidera e presente vicina una radicale mutazione non nei dommi o nelle dottrine, come pretendono essi, bensì nella disciplina e nelle pratiche del cristianesimo.
E questa previsione, a cui s'informano tutte le sue opere, ei l'attinge da quello stesso metodo d'interpetrazione biblica, che solevano così largamente adoperare gli eretici, la spiegazione allegorica. Certo per un verso Gioacchino è l'antagonista dei Catari, e se quelli scoprono ripugnanze e contraddizioni tra i due Testamenti, questi invece ne dimostra in un libro speciale le armonie. Ma la stessa opposizione mostra fra loro una certa parentela; e Gioacchino ben concede che ove si prendano alla lettera i libri sacri, l'opposizione è innegabile,e secondo lui la concordia nasce solo quando s'intenda l'antico Testamento non per quello che fu, ma quale anticipazione del Nuovo.[639]I Catari avrebbero potuto accogliere questa interpetrazione, e lavorando di allegoria anch'essi trovare non pure nel Nuovo Testamento, come erano usi, ma anche nel Vecchio i germi delle loro dottrine. E nel risultato finale agevolmente si sarebbero trovati d'accordo con Gioacchino, perchè anch'essi si credevano uomini spirituali di contro a quelli, che tanto tenevano alla lettera dei due Testamenti; ed anch'essi al battesimo dell'acqua volevano sostituito quello del fuoco, ed il loroConsolamentumstava appuntonell'accogliere entro l'anima, pressochè sciolta dai vincoli del corpo, la pienezza del Santo Spirito.
Tutti questi riscontri mettono fuor di dubbio la profonda rassomiglianza tra le dottrine catare e le gioachimite, ed anche qui troviamo confermata l'ipotesi fatta al principio dei nostri studii, secondo la quale dal Catarismo per successive restrizioni o attenuazioni sono provenute tutte le altre eresie medievali. Certo Gioacchino, che si credeva e dichiarava apertamente cattolico, avrebbe energicamente protestato contro chi l'avesse messo a pari cogli eretici; ma di quanto s'allontanino dalle tradizionali le dottrine gioachimite lo mostreranno nel fatto le sètte, che saranno per abbracciarle. E che queste nuove eresie si riannodino per occulti fili alla catara lo prova luminosamente un riscontro storico, che forse parrà strano ma non è meno evidente. La dottrina dell'abate Gioacchino ha molti punti di rassomiglianza col Montanismo. I Montanisti si davano per profeti, nè parlavano se non per ispirazione dello Spirito Santo. L'uomo, dice Montano, si riferisce al Santo Spirito come la lira all'arco che ne cava i suoni.[640]Certo v'ebbero profeti e nell'antico e nel nuovo Testamento, perchè sempre lo Spirito Santo ispirò alcune anime elette; ma da ora in poi l'azione dello Spirito è continua ed il profetismo non è più il fiore, bensì la radice della vita religiosa, nè soltanto i fondatori della nuova dottrina, ma tutti quelli che vi credono s'hannoa dire uomini spirituali o pneumatici, a differenza degli altri, che sono soltanto psichici.[641]Codesta nuova profezia non distrugge la dottrina cristiana, ma la compie e l'integra, perchè il Paracleto secondo Tertulliano non è institutore, ma restitutore. Nella natura, sèguita il grande Apologista, è dapprima il seme, poi la radice, il fusto, i rami, le foglie, le gemme, il fiore, infine il frutto che per gradi si matura. Così la giustizia umana cominciò dal temere Dio, quindi per la legge e i profeti venne alla fanciullezza, di poi per l'evangelio vigoreggiò da giovane, ora per mezzo del Paracleto arriva alla maturità. Codesta maturità o perfezione sta nel rinvigorire la disciplina della Chiesa, nel tenere in grande onore la verginità, sicchè non pure si vietino le seconde nozze, ma benanco le prime si permettano solo come un male necessario; nel rintuzzare gli appetiti della carne per mezzo di più severi e frequenti digiuni; nel rinunziare al mondo e con gioja andare incontro al martirio. Senza dubbio codesto è un ascetismo rigoroso che mena diritto alla distruzione del mondo. Nè lo negano i Montanisti, i quali sono pure chiliasti o millenarii, e credono che noi siamo alla vigilia di quel gran giorno dell'Apocalisse, in cui e terra e cielo andranno a rifascio, e spenta la vita terrestre dell'uomo, ne comincerà un'altra celeste ed immortale. Codeste idee riappariscono, di certo modificate e rielaborate nellaConcordiae nelCommentoall'Apocalisse.Cosicchè dopo più di mille anni ritornarono le credenze nella fine del mondo, e rivissero i profeti che l'annunziavano, e riebbe credito l'ascetismo inteso a diminuire i danni dell'estrema ruina.
Il Montanismo fiorì nella seconda metà del secondo secolo, quando ferveano le lotte tra la Gnosi e l'Ortodossia. E benchè tutti i Montanisti, e principalmente Tertulliano, fossero tra i più fieri oppositori dei gnostici, pure qualche cosa attinsero dai loro avversarii. Ammettiamo pure che la dottrina dell'ispirazione profetica e l'ascetismo intransigente non siano se non esagerazione di dottrine e precetti schiettamente cristiani; ma difficilmente si può revocare in dubbio che a cotesta esagerazione abbia contribuito la gnosi. E per effetto di questo influsso l'ispirazione profetica fu messa al di sopra della tradizione e dell'autorità, ed una istituzione come quella del matrimonio, approvata e santificata dalla Chiesa, si disse che solo per legge, ma non in realtà differiva dal concubinato.
La stessa relazione che corre tra le sètte del secondo secolo noi poniamo in quelle del decimosecondo, ed ammettiamo che benchè Gioacchino fosse costante ed implacabile oppositore dei Catari, non per questo seppe sottrarsi al loro influsso. Ed anche lui al pari dei Catari pensava che l'avvenire appartenesse al più rigido ascetismo; e che fosse d'uopo d'una profonda rinnovazione e sociale e religiosa. Ed anche lui al pari dei Catari non temeva di affermare che codesta rinnovazionein confronto della Chiesa dominante fosse come la carne in paragone dello spirito. Si può dunque ben dire che rinnovatosi dopo dieci secoli lo Gnosticismo, si dovea puranco rinnovare il Montanismo. La storia certo non si ripete monotonamente, e grandi differenze vi scopre chi vi guardi ben addentro; ma nei periodi più lontani e disparati dominano pure le stesse leggi, che derivano da ciò che v'ha di permanente nello spirito umano.