Tanto mi parver subiti ed accortiE l'uno e l'altro coro a dicer amme,Che ben mostrar disio dei corpi morti.(Ivi, 61).
Tanto mi parver subiti ed accortiE l'uno e l'altro coro a dicer amme,Che ben mostrar disio dei corpi morti.(Ivi, 61).
Tanto mi parver subiti ed accorti
E l'uno e l'altro coro a dicer amme,
Che ben mostrar disio dei corpi morti.
(Ivi, 61).
Il corpo adunque non può essere considerato come talmente estrinseco all'anima, che ella se ne possa spogliare o vestire come d'un abito, e debbono andar messe tra le fole le utopie platoniche e neoplatoniche della preesistenza e trasmigrazione delle anime, se pur sotto il velame di questi miti il grande filosofo non abbia voluto far trasparire una verità più peregrina.
Quel che Timeo dell'anima argomenta,Non è simile a ciò che qui si vede,Perocchè come dice par che senta.Dice che l'alma alla sua stella riede,Credendo quella quindi esser decisa,Quando natura per forma la diede.E forse sua sentenzia è d'altra guisaChe la voce non suona, ed esser puoteCon intenzion da non esser derisa.(Parad.,IV, 49).
Quel che Timeo dell'anima argomenta,Non è simile a ciò che qui si vede,Perocchè come dice par che senta.Dice che l'alma alla sua stella riede,Credendo quella quindi esser decisa,Quando natura per forma la diede.E forse sua sentenzia è d'altra guisaChe la voce non suona, ed esser puoteCon intenzion da non esser derisa.(Parad.,IV, 49).
Quel che Timeo dell'anima argomenta,
Non è simile a ciò che qui si vede,
Perocchè come dice par che senta.
Dice che l'alma alla sua stella riede,
Credendo quella quindi esser decisa,
Quando natura per forma la diede.
E forse sua sentenzia è d'altra guisa
Che la voce non suona, ed esser puote
Con intenzion da non esser derisa.
(Parad.,IV, 49).
Nè questo solo è l'errore dei platonici, e degli interpetri platoneggianti di Aristotele, chè non contenti di avere così decisa o staccata l'anima dal corpo, dividono ancora l'anima stessa in parti tanto opposte fra loro, che, in luogo di frammenti di un tutto solo, sembrano al contrario diverse totalità, o anime separate. I fatti più ovvii della esperienza psichica stanno contro questo
error che credeChe un'anima sovr'altra in noi s'accenda;E però quando s'ode cosa o vede,Che tenga forte a sè l'anima volta,Vassene il tempo e l'uom non se ne avvede.(Purg.,IV, 5).
error che credeChe un'anima sovr'altra in noi s'accenda;E però quando s'ode cosa o vede,Che tenga forte a sè l'anima volta,Vassene il tempo e l'uom non se ne avvede.(Purg.,IV, 5).
error che crede
Che un'anima sovr'altra in noi s'accenda;
E però quando s'ode cosa o vede,
Che tenga forte a sè l'anima volta,
Vassene il tempo e l'uom non se ne avvede.
(Purg.,IV, 5).
Per lo che alla teoria psicologica fondata sulla separazione assoluta delle facoltà, bisogna sostituire quella più giusta di Aristotele e S. Tommaso, che fa svolgere le facoltà superiori dalle inferiori; essendo la radice di queste potenze
un'alma solaChe vive e sente e sè in sè rigira.E perchè meno ammiri la parola,Guarda il calor del sol che si fa vinoGiunto all'umor che dalla vite cola;(Purg.,XXV, 74).
un'alma solaChe vive e sente e sè in sè rigira.E perchè meno ammiri la parola,Guarda il calor del sol che si fa vinoGiunto all'umor che dalla vite cola;(Purg.,XXV, 74).
un'alma sola
Che vive e sente e sè in sè rigira.
E perchè meno ammiri la parola,
Guarda il calor del sol che si fa vino
Giunto all'umor che dalla vite cola;
(Purg.,XXV, 74).
E se tutte le facoltà dell'anima si svolgono le une dalle altre, anche l'intelletto passivo segue la stessa legge, nè v'ha teorica più assurda dell'averroistica che
fe' disgiuntoDall'anima il possibile intelletto:(Purg., ivi, 64).
fe' disgiuntoDall'anima il possibile intelletto:(Purg., ivi, 64).
fe' disgiunto
Dall'anima il possibile intelletto:
(Purg., ivi, 64).
Come pure è assurda la dottrina delle idee innate e la reminiscenza platonica; perchè
Esce di mano a lui che la vagheggiaPrima che sia, a guisa di fanciullaChe piangendo e ridendo pargoleggia,L'anima semplicetta che sa nulla,Se non che, mossa da lieto Fattore,Volentier torna a lui che la trastulla.(Purg.,XVI, 85).
Esce di mano a lui che la vagheggiaPrima che sia, a guisa di fanciullaChe piangendo e ridendo pargoleggia,L'anima semplicetta che sa nulla,Se non che, mossa da lieto Fattore,Volentier torna a lui che la trastulla.(Purg.,XVI, 85).
Esce di mano a lui che la vagheggia
Prima che sia, a guisa di fanciulla
Che piangendo e ridendo pargoleggia,
L'anima semplicetta che sa nulla,
Se non che, mossa da lieto Fattore,
Volentier torna a lui che la trastulla.
(Purg.,XVI, 85).
Potremmo continuare per un bel pezzo a notare le più evidenti coincidenze tra le teoriche tomistiche e le dantesche e non pure in metafisica, ma in etica, in teologia, in esegesi biblica. In un sol punto Dante discorda dal suo maestro, nelle quistioni politiche, dove il dissidio è tanto più aperto per quanto più pieno fu l'accordo nelle altre dottrine.
L'antica e tragica lotta tra l'impero e il papato s'era già da un bel pezzo rinnovata con maggior vigore da Gregorio IX in poi. Non orpelli, non infingimenti da una parte e dall'altra, ma franca e solenne dichiarazione delle loro dottrine e dei loro fini. Gregorio afferma apertamente il diritto del papato alla signoria suprema su tutti i principi e popoli della terra, perchè lo stato non ha un valore intrinseco, ma quello solo che gli viene dall'autorità pontificia;[59]e dal canto suo Federico II, anticipando i tempi moderni, difende l'autonomia dello stato, l'indipendenza dalla podestà ecclesiastica ed il dritto e dovere di ridurre il papato alla povertà gloriosa dei primi secoli.[60]S. Tommaso prese parte alla disputa che ferveva animosa tra i giuristi imperiali,e i canonisti; e traendo le ultime conseguenze dai suoi presupposti filosofici sostiene apertamente le ragioni dei papi. Come l'anima esercita un assoluto dominio sul corpo, così il pontefice sui principi tutti della terra. Ei solo, rappresentante di Dio, è la fonte dell'autorità; e di seconda mano da lui la debbon ricevere tutte le altre potestà. Il pontefice sta all'imperatore come la splendida luce del sole al pallido chiarore della luna, e la spada che egli brandisce è di tanto più formidabile di quella che mette in pugno all'Imperatore, di quanto lo spirito vince la materia; e gl'interessi celesti sovrastano alle meschine gare della terra.[61]A queste dottrine, che sotto la sembianza di pietà religiosa nascondevano le più smodate passioni mondane, non sapeva acconciarsi l'anima fiera del gran fiorentino, e nellaDivina Commediae nelDe Monarchiasdegnosamente vi si ribella. Strano contrastotra i due sommi! S. Tommaso, del gentil sangue dei conti di Aquino, pronipote del Barbarossa e cugino del secondo Federico, rompendo colle tradizioni degli avi suoi, si caccia nel fitto della mischia, paladino di quella corte pontificia, che avea giurato e inesorabilmente compiuto lo sterminio di casa sveva. Dante, che da giovane combattè nelle file dei guelfi, ricredutosi per tempo dell'error suo, si converte alla fede ghibellina, ed il dominio temporale e le cupidigie e le ambizioni della corte romana sfolgora nelle tremende invettive del poema sacro. A quel genio divinatore ben presto si discoperse l'assurdo ed il danno della mistione dei due poteri, e con argomenti che calzano anche ai nostri giorni, sostenne arditamente l'autonomia dello stato, o per dirla col linguaggio del tempo, l'indipendenza dell'impero.[62]
Ma non a torto ei protesta di far parte da sè, chè le sue dottrine politiche, non del tutto conformi a quelle dei ghibellini,[63]s'inspirano a quello spirito umanistico, che fra non molto farà rinascerela tradizione ed il culto dell'antichità. Per Dante la storia antica non era chiusa peranco, nè poteva chiudersi giammai; imperocchè la Provvidenza affidò al popolo romano il primato su tutto il mondo, nè altra gente per alte virtù e gesta gloriose se ne rese più degna, nè accadrà mai che questa veneranda compagine dell'antico stato si dissolva. Al popolo romano adunque appartiene di diritto l'imperio,ed ei solo può commetterne a Cesare l'esercizio. Non il pontefice, non i principi tedeschi sono di diritto gli elettori dell'imperatore, ma solo il popolo di Roma.[64]Questa teoria bastava a combattere tutte le prentensioni guelfe; imperocchè se l'imperatore non deve al papa la elezione sua, non è obbligato a riconoscer da lui la sua autorità. Ma essa non era nata soltanto da un intendimento polemico, nè si può dire che sia un sogno da poeta. Fra non molto Ludovico il Bavaro, convocata un'assemblea popolare nel Campidoglio (11 gennaio 1328) chiederà la corona imperiale, che per solenne plebiscito gli sarà conferita. E più tardi campione dei creduti diritti di Roma si leverà un uomo singolare, il quale assunto il dimenticato nome di tribuno, affermerà l'autorità sua e il non vano suo potere di contro al papa e all'imperatore. E gli uomini più celebrati del suo tempo gli crederanno, ed il padre dell'umanismo, gl'indirizzerà una delle sue più belle canzoni,[65]e gli scriverà lettere di calda ammirazione, e per cagion di lui si raffredderà coi Colonna, vecchi suoi amici e protettori.
Ma benchè nelDe Monarchiaaliti questo spirito classico e democratico, pure il fondo del ragionamento è schietto medievale, ed affatto tomistiche le premesse che Dante pone per trarne conseguenze affatto opposte a quelle dell'Angelico. Anche egli, come tutti i filosofi di quel tempo, non sa concepire l'ideale se non incarnato in una meschina ed angusta realtà; onde stabilita la necessità dell'unificazione delle genti, la quale soffochi il germe di guerre intestine, vien di conseguenza che quest'unità si debba impersonare in un corpo politico, l'impero, ed in un uomo, l'imperatore.[66]Ma altri avrebbe potuto inferire il vero regno unico e cristiano esser la Chiesa, e la suprema autorità delle genti il Papa. Per toglier le conseguenze facea mestieri di negare le premesse, e dimostrare come l'unità del genere umano sia solo ideale, ed a tradurla in realtà vi si opponga non pure l'ordine delle cose, che vieta uno stato così mostruosamente sterminato; ma benanco le profonde ed insuperabili differenze che la natura e il corso della storia hanno poste tra le nazioni. Per siffatta guisa si scalzava quel falso realismo, che dando corpo alle ombre, popolava il mondo di realtà immaginarie. Ma opera siffattanon poteva essere tentata se non da un riformatore della filosofia, il quale in verità era già nato e negli ultimi anni della vita di Dante avea acquistata non poca fama nell'insegnamento.[67]
Con Guglielmo Occam, (morto intorno al 1349) il vigoroso ristauratore del nominalismo, s'apre l'ultimo periodo, o vogliam dire, la dissoluzione della Scolastica. Il Realismo, travagliato dalle interne scissure di tomisti e scotisti, battuto in breccia da opposti lati per opera dei mistici e degli esperimentalisti, era già un edifizio scrollato, quando l'ardimentoso minorita gli dette l'ultimo assalto.Non bisogna, ei diceva, moltiplicare gli Enti senza necessità[68]nè attribuire un'esistenza sostanziale ai concetti della nostra mente.[69]La realtà può venir colta soltanto dalla diretta intuizione;[70]ciò che supera i confini della percezione immediata, o non può da quella essere mediatamente raccolto, non è argomento di scienza; onde mal s'appongono i realisti di ragionare di Dio, e del modo come ei pensi, e delle idee che in lui si accolgano; mentre il nostro circoscritto intelletto non può penetrare i misteri dell'Essenza divina.[71]Nè meno assurdo è dimandare il principio dell'individuazione, perchè l'individuo è posto fin dall'origine tale qual'è, nè acquista per via le note individuatrici.[72]Questo audace filosofo seppe al pari di Dante sostenere le teoriche ghibelline, e quando gli se ne porse il destro, si offerse campione del loro diritto a Re ed Imperatori «Tu me defendas gladio, diceva a Ludovico il Bavaro,ego te defendam calamo». Ormai la teoricadell'indipendenza dello stato avea fatti grandi passi. E per quanto la chiesa perdurasse negli antichi concetti, e Bonifacio VIII li esagerasse fuor di misura[73]altrettanto energica fu la protesta che da tutte parti si sollevava. E Filippo il bello respinse le pretensioni della Curia, ed una fiera polemica insorse, di cui abbiamo anche oggi parecchi documenti, a cominciare dallo scritto intitolato:disputa tra un cavaliere ed un chierico intorno alla potestà commessa ai prelati della chiesa ed ai principi della terra. Codesto è un dialogo molto vivaceed arguto, dove sono messi alle prese un prete, che rincalza con sillogismi scolastici le boriose pretensioni del papa, ed un cavaliere che con apparente bonomia li ribatte ad uno ad uno. Il prete tenendosi stretto all'argomentare tradizionale esce ad esempio in questa tirataa majori ad minus: Se non negate che Cristo, padrone del cielo e della terra possa disporre dei beni temporali, come potrete senza rossore negare questa stessa facoltà al suo vicario in terra? Ma il buon cavaliere non si lascia prendere all'amo, e tranquillamente risponde:audivi a viris sanctis ac devotissimis duo tempora in Christo distingui, alterum humilitatis et alterum potestatis. Humilitatis usque ad suam passionem, potestatis post suam resurrectionem ... Petrus autem constitutus est Christi vicarius pro statu humilitatis, non pro statu gloriae et majestatis. Questo dialogo venne attribuito all'Occam, ma non pare che gli appartenga.[74]Certo pel concetto che vi domina dell'autonomia dello stato non sarebbe indegno del filosofo francescano, il quale in un trattato intorno alla giurisdizione imperiale nelle cause di matrimonio mise in tanto rilievo l'indipendenzadel potere politico, che a lui si deve il primo schizzo della teorica del tutto moderna del matrimonio civile[75]oltre a questo piccolo scritto del 1342 Occam scrisse altre opere più vaste. Giova ricordare le otto quistioni del 1339 e il dialogo del 1343, che va diviso in tre parti, la prima distinta in sette libri riguardava la chiesa e le eresie; la seconda riproduceva il trattato composto sin dal 1333 intorno ai dommi di Giovanni XXII; la terza infine dovea andare suddivisa in nove trattati di cui sono pervenuti infino a noi ed anche mutili, soltanto i primi due. In questi lunghi e faticosi lavori, non senza le solite sottigliezze scolastiche, vengon combattuti ad uno ad uno tutti gli argomenti papalini, e non pure i filosofici, ma i tradizionali ricavati dai testi biblici, e gli storici fondati sulla pretesa donazionedi Costantino e la successiva traslazione dell'Impero nei Franchi. Una gran parte di queste critiche non è certo nuova, ma nuovo è senza dubbio lo spirito che informa la polemica. Il misticismo medievale scompare affatto, chè l'Impero, se non è una creazione del Papa, non è neanco una istituzione divina, ma schiettamente storica. Essa nacqueex ordinatione humana et non ex divina legeper conservare la pace e la tranquillità delle genti. Quando questo scopo fallisse, e l'elezione dell'Imperatore lungi dal portar concordia, dovesse provocare nuove guerre,non esset talis assumptio attentanda; quia quod provisum est ad concordiam, non debet tendere ad noxam.[76]
Il concetto grandioso dell'Impero, vagheggiato da Dante, era ben presto venuto meno, talchè Marsilio da Padova al di sopra della maestà imperiale mise la sovranità del popolo.[77]
E già da gran tempo le idee degli stessi Ghibellini s'erano profondamente modificate. La lotta tra Bonifacioe Filippo il Bello scoppiata per quelle stesse ragioni che tante volte avean messi alle prese il papato e l'impero, mostrava ben chiaro che nelle lunghe lotte combattute non era in gioco soltanto l'impero, ma gli stati tutti. Il pronostico di Federico II si avverò ben presto, e la primogenita della Chiesa vide torcere contro di sè le stesse armi, che avean ferita a morte la casa sveva. Se non che ciascuno stato difendendosi in questi contrasti colle sole sue forze, acquistava piena consapevolezza della sua indipendenza non pure dalla chiesa, ma benanco dall'impero. A quel fittizio organamento imperiale, che sotto le sembianze di un vasto accentramento celava in realtà lo sparpagliarsi di mille signorie feudali, sottentravano ora le monarchie autonome, o già formate, o in via di rapida formazione. L'individualismo che in filosofia era rappresentato dalla scuola dei nominalisti, in politica si ripercuoteva nella costituzione degli stati autonomi. Ed all'acuto sguardo dello scrittore del dialogo già citato non isfuggirono questi gravi mutamenti. «Quando, ei dice, per effetto della divisione dell'impero carolingio il regno franco si separò dal resto dell'Imperio, tutti quei diritti che pria spettavano all'Imperatore venner trasferiti integralmente al re francese. Il quale nei confini del suo regno può promulgare nuove leggi ed emendare o affatto abolire le antiche».[78]Così l'Imperatore non vien più riconosciuto come la suprema autorità, intorno a cui gravitano i re ed i principi, come pianeti intorno al sole. L'impero non è più lo stato per eccellenza, ma uno stato tra gli stati, il quale per giunta ha minore forza delle potenti monarchie che lo circondano. Questa era già da gran tempo la vera condizione di fatto, ma prima d'ora non s'era mai apertamente dimostrato che la condizione di fatto rispondesse all'intima ragione del diritto. E per fare questa dimostrazione occorreva che le menti sgombrassero l'errore del vecchio realismo di dar corpo e consistenza agli astratti concetti.
Quanto cammino abbia fatto la mente umana nel volger di pochi anni si può raccogliere dal confronto tra i due grandi poeti della nostra letteratura, Dante e Petrarca. Dante non solo mostra una grande riverenza per i filosofi scolastici, ma ne accoglie e commenta poeticamente la dottrina; Petrarca non è stanco mai di colpire dei suoi frizzi quegl'importuni dialettici, quei barbari dello stile, che fra le dispute astruse smarrirono la tradizione del divino Platone, e lo stesso Aristotele da dolce esoave che è, tramutarono in rude scrittore.Sic jam sola philosophantis infantia et perplessa balbuties, innitens supercilio atque oscitans, ut Cicero vocat, sapientia in honore est.Nel Petrarca rivive lo scetticismo di Cicerone, dell'autore latino che sopra tutti gli altri avea caro. E ben volentieri al pari del suo duca e maestro contro le vane elucubrazioni dei filosofi invoca l'autorità del buon senso e della tradizione.Sint plane Aristotelici, sint philosophi... neque enim clara haec nomina illis invideo, quibus falsis etiam tument, non mihi invideant humile verumque christiani nominis et catholici.[79]Il Petrarca non è più dominato, come Dante, dalle idee medievali; ed a ragione vien da tutti riconosciuto come il primo restauratore del classicismo. Si comprende da ciò come in lui il concetto dell'Impero non possa avere quel non so che di grandioso e mistico che gli presta la fantasia dell'Allighieri. L'impero pel Petrarca non è più di un ricordo classico, e la grandezza di Roma e la salute dell'Italia, più che l'unificazione di tutte le genti, è il suo ideale.[80]Venne notato molto opportunamente che il Petrarcapiù che Dante insiste sui confini naturali che separano il bel paese dalle altre regioni; e con maggior compiacenza ricorda l'antica opposizione tra barbari e latini:
Che fan qui tante pellegrine spade?Perchè il verde terrenoDel barbarico sangue si dipinga?[81]
Che fan qui tante pellegrine spade?Perchè il verde terrenoDel barbarico sangue si dipinga?[81]
Che fan qui tante pellegrine spade?
Perchè il verde terreno
Del barbarico sangue si dipinga?[81]
La salute d'Italia, corsa da sfrenate compagnie di ventura, e in preda a incessanti guerre intestine; la salute di Roma erede del nome antico, ed ora vilmente abbandonata da Papi, ed Imperatori, questo è l'unico scopo a cui intende il poeta. Ed ove si possa conseguire, anche contro l'Impero, e per opera di un generoso romano — come parve per poco possibile al tempo di Cola — nessuno meglio di lui affretterà coi suoi voti il compimento della nobile impresa.[82]Certamente fallita l'impresa di Rienzo il Petrarca si volgerà ora ai Papi, ora agl'Imperatori perchè abbiano pietà della patria infelice. Gli sarebbe parso di mancare al suo dovere, se non avesse cercate tutte le vie di salvezza; ma non si dissimula pertanto che sull'Impero si debba contare ben poco, nè che altra speranza vi sia fuor della concordia degl'Italiani. In una lettera al doge Dandolo esprime chiaramente questi pensieri:Italiano qual io mi sono ... lascia che parli delle sventure d'Italia. Ecco già correre all'armi i due popoli più potenti, le due più fiorenti città, e a dirlo in breve, i due più splendidi astri d'Italia, che a mio giudizio acconciamente si parve aver la madre naturaquinci e quindi all'ingresso dell'italico mondo collocati, perchè cotesto vostro al Settentrione ed al Levante e l'altro al Mezzogiorno ed al Ponente rivolti, e voi padroni del mare di sopra, gli altri di quel di sotto alle quattro parti del globo mostraste come debilitato, vacillante e per poco non dissi disfatto al tutto l'Impero Romano, fosse pure l'Italia signora e regina.[83]Altre volte avea sperato che Roberto di Napoli potesse ridurre in sua mano il governo della penisola, perchè l'Italia prendesse un posto onorato tra le grandi monarchie d'Europa.[84]
Ma torniamo al nostro minorita, il quale non pure prese parte alle quistioni politiche del tempo,ma benanco alle religiose. Il vecchio dissidio tra i due ordini frateschi era ricominciato nel 1321 a cagione di un'accusa di eresia che il domenicano Giovanni Belna muoveva contro il francescano Berengario Tolon. Il Papa dette ragione al domenicano, ma l'assemblea generale dei minoriti, tenuta sotto la presidenza di Michele da Cesena, proclamò come domma di fede la povertà assoluta di Cristo, e dichiarò eretici e scismatici quelli che non credevano in questa dottrina, nè seguivano il divino esempio. Questo domma, che menava diritto alla distruzione del cosiddetto potere temporale, per quanto tornasse acerbo al pontefice, di tanto vantaggiava lo imperatore. Onde allorchè Giovanni XXII lanciò la scomunica contro i sottoscrittori della nuova dottrina, Ludovico li tolse sotto alla sua protezione, e ne affidò ai suoi giureconsulti la difesa. L'Occam era uno dei sottoscrittori, nè è a dire con quanto calore sostenesse la causa del generale del suo ordine, che era per giunta uno degli amici della sua giovanezza. E coll'Occam si associò il più dotto giureconsulto di quel tempo Marsilio da Padova, il quale nelDefensor pacisavea stabilito non esser la Chiesa costituita dal solo Pontefice e Cardinali, ma da tutti i fedeli; talchè se il maggior numero di essi, raccolto in assemblea solenne pronunzia una sentenza, le si deve inchinare il Papa per il primo.[85]Dottrine che non tarderanno molto a trionfare nel Concilio di Costanza. Nè contento di questo il giurista patavino nega che il vescovo di Roma abbia un'autorità maggiore degli altri primati della Chiesa, dubita della venuta di S. Pietro, e, quel che più monta, mette la scrittura al di sopra della tradizione. In queste ardite sentenze si riconosce già il precursore di Vicleffo e Giovanni Huss. Senza dubbio il Medio-Evo è tramontato, e dall'opposto lido spunta di già la splendida aurora del Risorgimento.
Riassumiamo. In tre periodi si divide il movimento intellettuale del Medio Evo. Nel primo di essi mentre il Realismo promuove o si associa con quelle sètte religiose, che giovandosi dell'allegoria, trasformavano le credenze tradizionali, il Nominalismo dall'altra parte vien penetrato da tutte le tendenze razionalistiche di quell'età. Nel secondo si costruisce quel mirabile sistema, nel quale debbon comporsi tutti i dissidî dell'età precedente, ed a norma del quale s'hanno a stabilire immutabili rapporti tra la scienza e la fede, lo stato e i sudditi, la chiesa e l'impero. Questo sistema non domina solo, e non pure vien combattuto da molti filosofi contemporanei, ma anche quelli, che ne accettano le dottrine fondamentali, ricusano poi le più importanti conseguenze nel campo politico. Nel terzo periodo infine la dissoluzione della scolastica trae seco la rovina di quel grande edificio politico e religioso, che fu la gerarchia medievale. Ma in tutto questo lungo corso di tempo non mancaronoprofonde agitazioni religiose. Ed abbiamo citate già molte sette ereticali, i Catari, i Valdesi, gli Arnaldisti nel primo periodo, i Gioachimiti nel secondo, i seguaci di Michele da Cesena nel terzo. Quali rapporti hanno queste eresie colle speculazioni filosofiche e coi moti politici del Medio Evo? Nel corso del nostro lavoro esamineremo l'origine ed il carattere di tutte queste eresie, e dopo siffatto studio forse ci verrà fatto di rispondere al difficile quesito.