IX.Piccole miserie.IPrecursori della Rivoluzioneottengono anche alla Palombella il solito straordinario successo e il nuovo «finale», più moderno, è accolto, come l'antico, da un'imponente ovazione. Ma i giornali? — apriti cielo! — Tranne i pochissimi, prettamente ministeriali, che, per un dovuto riguardo al ministro dell'istruzione, non danno altro che un brevissimo cenno di pura cronaca, tutti gli altri, in coro, a dir le sette peste della conferenza e del conferenziere! Naturale, in tanto accanimento, c'entra, in parte, anche la politica: i giornali favorevoli al Governo, ma che non vogliono passare per ufficiosi, approfittano dell'occasione e dicono corna del nipote per affermare la loro indipendenza dallo zio, e quegli altri dell'Opposizione... seguitano a far opposizione anche alle spalle del professor Mari.I giornali del mattino lo attaccano allegramente, ridendo:«Dopo i viaggi delle nostre dive», comincia ilCorriere romano, «e dopo quelli dei nostri commendatori... all'estero, v'è qualcos'altro cheminaccia di diventare ricorrente, opprimente, schiacciante: le conferenze, o, meglio, la conferenza-carillondell'illustre professore — professore di che? di che cosa? — Giordano Mari. Io ho avuto la sorte invidiabilissima di trovarmi a Napoli, a Milano e a Roma nel medesimo tempo del conferenziereomnibus, e ho dovuto godermi nei tre centri intellettuali, la ripetizione fonografica dello stesso frammento, istrionicamente rimpolpettato, della prosa maravigliosa... del Taine.»E un altro:«Il signor Giordano Mari, arrivato a Roma preceduto dalla fama di pensatore, di filosofo e di prosatore illustre, ha dato prova soltanto di memoria, di polmoni... e di molta disinvoltura. Ippolito Taine è davvero un grande filosofo, un grande pensatore e un grande prosatore, ma il signor Giordano Mari non è altro che un conferenziere di grido... anzi,di grida.»Poi c'era ilper finire:«Da Aragno, a mezzanotte:« — Sei stato alla conferenza di Giordano Mari?« — Ne vengo via... sei mesi fa.« — ?...« — Ero a Torino lo scorso inverno. Cantava lo stesso pezzo... del Taine. Che bella voce!»I giornali della sera prendono la conferenza sul serio e versano lacrime:«Più ancora della dedizione di una coscienza è triste l'asservimento di un ingegno. Noi ricordiamo di esserci — caso raro! — sinceramente commossi allorchè udimmo Giordano Mari, a Genova, gittare ad un pubblico di anime giovanila parola fiera e ribelle della ragione in conflitto col dogma, la sfida audace dell'avvenire al passato e giudicammo quell'oratore fervido e appassionato, un uomo di convinzioni e di battaglia. Lo abbiamo udito ieri sera svolgere lo stesso argomento, o, per meglio dire, parafrasare quella che a noi era parsa una splendida improvvisazione lirica e scientifica. Uscimmo dalla sala, scrosciante di applausi, ancor più fragorosi forse della prima volta, coll'animo addolorato. L'uomo si era per noi demolito: le sue parole costituivano la più docile, la più utile, la più ammirabile delle abiure filosofiche ed estetiche. Il formidabile razionalista aveva inzuppata la sua prosa (e un maligno aggiungerebbe anche quella del Faguet, del Taine e persino della Sand) nell'acqua benedetta, e la chiave della brutta sciarada la trovammo ricordandoci dei nuovi vincoli che il filosofo opportunista ha accettato di stringere colle Eccellenze più clericaleggianti, piùconciliantiste. E, dopo tutto, perchè rattristarci? Invece di uno spostato, uno di più che si è messo a posto, e che farà carriera.»Soltanto ilPopolodi Pietro Schiavino è rimasto muto. Non ha aperto bocca nè prima, nè dopo la conferenza. Non l'ha annunziata e non ne ha riferito l'esito, nemmeno in cronaca. E, anche di questo contegno, Giordano Mari non sa bene se godersene o dolersene. «Ricordatevi», gli aveva scritto l'Amodei, l'editore, per confortarlo, «i giornali, il maggior male lo fanno col silenzio.»— Nemmeno una riga dopo che, in fine, gli ho fatto l'onore di una mia visita! — E, non potendopigliarsela col direttore delPopolo, ne tiene il broncio al Cogoleto. Egli ha bisogno di sfogarsi. I primi giornali gli hanno fatto rabbia; adesso, gli ultimi, lo avviliscono.— Se tutti si mettono d'accordo per buttarmi giù, precipito!Infatti, Giordano Mari non è salito sulla vetta a poco a poco, faticosamente, come l'alpinista che prima di fare un passo si scava da sè stesso, nella roccia, il posto sicuro dove mettere il piede, graffiandosi, scorticandosi, insanguinandosi le mani. No, egli è stato portato su, e adesso lo buttano giù. Prima, tutti i giornali, uno dopo l'altro, come le pecore, scoprono in lui il grande oratore e «l'illustre pensatore». Adesso, sempre come le pecore, uno dopo l'altro, fanno la scoperta del Taine. E il povero conferenziere, coll'angosciosa e ingenua maraviglia di una prima donna che, diventata vecchia, si sente fischiare, domanda a sè stesso:— Ma perchè questo cambiamento? Perchè tanta ferocia? Io non ho mai fatto male a nessuno!Giordano soffre; diventa invidioso, sospettoso, velenoso, e del suo insuccesso e di «tutta quella grande congiura montata contro di lui», quasi quasi non accusa altri che sua moglie:— Non mi lascia lavorare! Non mi lascia studiare! Mi ha fatto perdere il tempo, la testa, l'ingegno, la memoria ed anche la popolarità con quel bel regalo dello zio Eccellenza! (sospirando) Mi han fatto venire fino a Roma per far che? Per pagare col mio nome, colla mia fama il portafogli dell'onorevole Albertoni! Emma, Emma! Tutta colpa sua. Non vede niente, non capisce niente,non pensa a niente altro che a fartoilette! E mentre io soffro, mi rodo e mi ammalo, sembra che lo faccia apposta, diventa ogni giorno più fresca e più (sta per direbella,ma cambia perchè è troppo arrabbiato) e più grassa.Ormai egli non ha che una speranza: ottenere una rivincita col suo volume, la sua monografia, la sua «opera colossale»Ambrogio vescovo nella civiltà de' suoi tempi.Giordano(fra sè) Ma, e quell'altro? il cugino? Il malinconico e antipatico signor Borghetti, diventato l'eroe del giorno, l'eroe di moda, il primo amoroso della compagnia, per aver preso un colpo d'aria in montagna? Ecco un uomo fortunato e che sa farsi laréclamecolle signore! Perchè mo' non è rimasto a Villach?Giordano Mari, ormai, si era abituato a questo pensiero, cioè che il Borghetti dovesse rimanere a Villach per sempre, e aveva già ordinato telegraficamente al direttore della tipografia di sopprimere la dedica.Invece, dopo tanto chiasso e tanto spargimento di lacrime, il Werther meneghino si è rimesso, sta quasi meglio di prima e ritorna in Italia! E a Giordano Mari pareva che ci venisse apposta per intromettersi tra lui e sua moglie, fra lui e ilsuo «Ambrogio».Il primo telegramma del dottore da Villach, era stato un po' inquietante, ma tutti gli altri, a mano a mano, si erano fatti sempre migliori e l'ultimo annunziava appunto il prossimo ritorno di Carlo a Milano.«Andamento regolare — prosegue periodo lento miglioramento — anche dopo secondo consultoprofessor Klebers preferibile stato attuale trasporto Milano fermandosi Tarvis, Udine, Verona.Emma(a Giordano: appena letto il dispaccio) Facciamo trovare a Carlo un nostro telegramma a Tarvis. Vuoi?Giordano(con un sorriso che mostra troppo i denti) Volentieri, cara.Emma(siede e scrive in fretta) «Lietissimi felici tuo ritorno ti abbracciamo teneramente — Emma Giordano».Giordano(studiando il dispaccio) O «lietissimi» o «felici». In un telegramma basta uno dei due. (Cancella: «felici»). Invece di «ti abbracciamo», «salutiamoti fraternamente». Non si vanta sempre di essere tuo fratello? (mentre suona al cameriere e gli consegna il dispaccio, declama ironicamente a fior di labbra) «... ti chiamerò col nome dolcissimo di sorella, e mi parrai cosa di cielo...»Emma sorride, ma il sorriso dei begli occhi innamorati ha qualche cosa di diverso nell'espressione. Vi comincia forse a trasparire un primo barlume di quell'indulgente umorismo ambrosiano, così pieno di acutezza e di buon senso. Resta l'amore, ma l'orgasmo, lo stordimento della passione si calma ed Emma osserva, studia suo marito, non più dal basso in alto, tenendolo sollevato fra le nubi, ma guardandolo vicino, faccia a faccia.— È geloso, gelosissimo, sì; ma perchè soltanto di Carlo? E perchè diventa tanto più geloso dopo che i giornali hanno detto male deiPrecursori? — I giornali? — ha detto il Mari a sua moglie fin dal primo giorno dopo la conferenza. — Tutti d'accordo! Mi fanno scontare... tuo zio! — Tiprego, e se non basta, ti comando di non leggerli.Ed Emma, sdegnosa e orgogliosa dell'ingegno e della fama di suo marito, non se n'è curata, disprezzandoli; ma poi viene a saper tutto lo stesso, dal Cogoleto che, furibondo, le riporta i punti più salienti, soffiando come un gatto e schizzando bile dagli occhietti bigi e dai baffi verdi incerati, e dallo zio Albertoni che ne ride scetticamente. E pensa fra sè:— Io gliel'ho detto: «Siamo a Roma e non si scherza. Se non ti senti, se non sei ben sicuro, se ti manca il tempo necessario, rispondi di no. Prima o dopo non importa. Ma per Roma devi preparare una conferenza nuova e bellissima: la più bella di tutte». Ha voluto ostinarsi, e adesso si arrabbia anche con me perchè la chiamano la conferenza-carillon!Emma è sempre buona, cara, affettuosa, amorosa, innamoratissima...; pure succede adesso questo fatto curioso: che il grand'uomo le sembra più grande quanto più è lontano, e che suo marito torna ad essere il suo «Nino» dell'Argentera soltanto quando egli non è presente. Tutta la poesia, tutto l'incanto sembrano dileguarsi e tutto lo slancio del suo cuore sembra arrestarsi di colpo, appena si trova dinanzi a quel suo viso preoccupato, torbido, imbronciato. Si sente intimidita, si sente oppressa, si sente stanca. Giordano non sorride più coi bei denti bianchi, scintillanti fra i baffi biondi; ma sogghigna soltanto. Quando parla, non è più la sua voce bella, dolce, armoniosa, insinuante, penetrante: è una voce dura, aspra, ironica. E poi... arrabbiarsi e predicare; nientealtro! Predica la mattina, in letto, appena si sveglia; predica a tavola appena ha finito d'ingozzarsi di rosbiffe e di bile, e continua qualche volta a predicare anche quando dorme. Predica contro la musica di Mascagni e contro l'espansione africana, contro la Duplice, la Triplice e la guerra greco-turca; contro «l'asservimento» della magistratura e il «turpiloquio» della stampa venduta; contro la malafede, l'ignoranza «di una critica sgrammaticata» e contro il Taine: sopra tutto contro il Taine!Un dopo pranzo:Emma e Giordano sono stati invitati dallo zio nel suo quartierino elegante e lussuoso dei ricevimenti ufficiali. Giordano Mari, che ci ha presa confidenza, e che in buona fede lo crede l'origine di tutti i suoi guai, predica, s'intende, e tanto di più anche dinanzi al ministro Albertoni, il quale, durante le sfuriate, guarda sospirando la bella nipotina, per farle capire che le sopporta per amore di lei. E, infatti, egli diventa tutti i giorni più paziente, più tollerante, più arrendevole.Giordano(rosso, invasato: hanno pasteggiato collo sciampagna) Il Taine! Sempre il Taine! Come se io fossi un ammiratore del Taine! Altro favolista! Secondo la sua teoria dell'ambiente, io dovrei essere... un rigattiere! E, secondo la sua politica, dovrebbe esserci ancora la Repubblica di San Marco! Egli disprezza nei popoli latini precisamente tutte quelle doti che sono le mie. Già, Robespierre è uno scrivano di notaio, Danton un facchino e Bonaparte è la reincarnazione spiritica di Cesare Borgia! E costoro, questi supercritici, a corto di sintassi,ammirano l'Intelligence: un libro bellissimo... perchè non si capisce. E il Taine, che trovava i precursori a Shakespeare e a Michelangelo, non ne ha mica avuto lui dei precursori? Hanno letto il Taine... questi imbecilli: ma se sapessero un po' l'inglese! Che cosa avrebbe potuto fare il Taine se non avesse saputo l'inglese?...Emma, in grandecolleté, per fare onore a Sua Eccellenza, ridente e rosea, colle gemme che le sfavillano sul collo e fra i capelli, e lo sciampagna che le brilla negli occhi, sta imparando — è lo zio che le dà lezione — a fumare le sigarette e a farle da sè. Ciò le occupa il dopo pranzo, la diverte e le fa piacere.Giordano(continua masticando un grosso avana) E adesso, quando uscirò col «mio» Ambrogio, mi par già di sentirli: diranno roba da chiodi! Tutti contro! Quasi che, per aver la disgrazia di essere nipote del ministro dell'istruzione pubblica, non si possa più, non dirò aver diritto, ma nemmeno aspirare ad una cattedra!Sua Eccellenza(sorridendo) Consolati: uno zio ministro è un male che dura poco. Piuttosto... (s'interrompe: prende una sigaretta, che Emma è riuscita finalmente ad arrotolare colle piccole dita inesperte, l'accende: poi, dopo una boccata di fumo deliziosa, ripiglia lentamente, facendo l'occhiolino alla nipote e inviandole sospiri e tenerezze dietro una nebbietta leggera, vagante, odorosa) piuttosto... dimmi la verità: questa volta... sei ben sicuro?— Di che?— È tutta roba tua?Giordano(offeso) Credo bene!— E allora... chi sa? Potremo fare qualche cosaanche da ministro. (Sua Eccellenza, colla punta del piede, cerca il piedino di Emma e lo trova, ma Emma gli sfugge subito e, pur continuando a sorridere, si alza e va a sedersi più lontana sul canapè).L'Albertoni ha inteso il latino senza aversene a male, e continua a parlare con Giordano, occhieggiando sempre la bella nipotina attraverso il fumo della sigaretta:— E poi... Perchè questoAmbrogio? Questo Ambrogiovescovo?... Non capisco.Giordano(scattando) Ambrogiovescovo nella civiltà de' suoi tempi!È uno splendido titolo!— Ma non capisco il perchè di tante circonlocuzioni! Di tante ipocrisie!Giordano(alzando la voce: sporgendo il petto impetuoso e maestoso) Ma io sono sopratutto sincero...Sua Eccellenza(con un risolino pieno di arguzia) E allora chiamaloSant'Ambrogioe che la sia finita! I titoli a chi vanno, ti dirò con... come appunto, con quel famoso personaggio del nostro grande Alessandro! E poi... lasciati guidare da me. Adesso è troppo presto; bisogna star quieto quieto, farsi dimenticare. L'Italia è il paese del genio, delle arabe fenici; però si rinasce facilmente dalle proprie ceneri. A suo tempo, ti darò io qualche buon consiglio. (Si rivolge ad Emma per essere ringraziato da un sorriso de' suoi occhi) I giornalisti poi, generalmente, bisogna trattarli come le belle donnine. Quelli che non si vendono, bisogna comperarli facendo loro un po' di corte..... Ma l'Albertoni, che ha fatto la pelle dura in mezzo all'accanimento della politica, è troppoinsensibile, è troppo scettico. I giornali, colle loro botte e i loro morsi contro la conferenza e il conferenziere, hanno prodotto un grave effetto: non tanto sull'opinione pubblica, quanto certo sulla salute di Giordano Mari.Il dolore, la rabbia, le continue irritazioni e, per conseguenza, le cattive digestioni gli hanno guastato il sangue. Comincia un fignoletto sul collo, poi un secondo, poi un terzo dietro la nuca, più grosso e più maligno, che gli mette la febbre e non viene a suppurazione nemmeno cogli empiastri e le pappe di lino.— Bisogna chiamare il chirurgo! Bisogna tagliare.Giordano Mari ha un po' di febbretta, ma, per non perdere nemmeno questa occasione, finge il male anche maggiore. Sfoga contro sua moglie il dispetto e la rabbia per il fiasco della conferenza, tiene il broncio allo zio ministro e geme, piagnucolando, coll'onorevole Cogoleto:— Vedete come mi ha ridotto quella gente?... Ditelo voi, ai vostri amici della stampa!... Se, proprio, me l'hanno giurata, se per partito preso vorranno straziare, dilaniare a questo modo anche il mio poveroAmbrogio, finiranno coll'ammazzarmi!Il Cogoleto, strizzando gli occhietti vividi sotto le sopracciglia aggrottate, lunghe come mustacchi, gira, borbottando, le redazioni dei giornali e torna all'Albergo Milanorecando proteste di stima e promesse di articoli. L'Albertoni raccomanda ilSant'Ambrogioad uno de' suoi segretari particolari, il solito che si tiene in contatto colla stampa.L'Eccellenza diDestrae l'onorevole dell'Estremasono più che mai presi dalla bellezza giovane e gaia, dalle grazie affascinanti della moglie, e per amore di lei prendono sul serio anche i fignoli del marito, tanto più poi che donna Emma, buona e in buona fede, seconda, a meraviglia, il giuoco di Giordano. Essa è inquieta, turbata, addolorata:— Giordano ha la febbre! Smania, soffre orribilmente! Bisogna chiamare il chirurgo!... Bisognerà tagliare!La poveretta non sa, non pensa più ad altro. Il lieve umorismo, la punta di critica è scomparsa; l'idolo risale al terzo cielo. Il suo Nino colla febbre, che aspetta il chirurgo, il suo Nino caro, sempre buono, anche quando strapazza e brontola; il suo Nino che ha sempre ragione, anche quando ha torto; che è sempre bello, affascinante, anche colfoularddelle pappe di lino attorno al collo! Essa raddoppia le carezze ed i baci; lo veglia giorno e notte, non lo lascia un minuto. La Carolina non c'entra, non deve farsi nemmeno vedere!... La tenerezza della donna innamorata è gelosa di quelle cure. È lei stessa, Emma, colle sue piccole mani ingemmate, così bianche e così morbide, quelle piccole manine che Sua Eccellenza bacia sospirando, e il Cogoleto arrossendo fin sotto il velo dei peli irti, è lei stessa che gli fa le pappe ben calde, che le distende sulla tela, sotto la garza, che ne sente il tepore prima sulla guancia delicata, e che poi lieve lieve gli avvoltola intorno al collo.— Povero Nino mio, ti fo male?— Bene no, cara; grazie.E, tra ungraziee uncara, Giordano si fa curare e si fa servire, senza riguardi, senza scrupoli,non lasciando a sua moglie nemmeno il tempo di vestirsi, di dormire, di respirare.— Fa presto, cara; ti ho chiamata già due volte!... Grazie.E così, sempre con una parola amara sotto la dolcezza della intonazione, come una bacca di tossico sotto una gelatina di zucchero candito, egli diventa ogni giorno più fastidioso, più permaloso, più sospettoso, più geloso. Geloso di una gelosietta acuta, certe volte, come una punta di spillo, ma senza collere, senza impeti, a estri, piena di rancori, di ironie, di bizzarrie. È geloso di un cappellino, di un vestito di Emma, soltanto perchè le stanno bene:— Non hai altro in mente: tutto il tuo studio è di piacere... agli altri.— Vieni via, cara, da quella finestra: tu vuoi farti vedere, si capisce, ma io piglio freddo!— Non scherzare, non rider sempre così forte! Io, cara, ho passati i vent'anni... e anche tu!E, nello stesso tempo, si gode, si diverte alla corte che fanno ad Emma l'Albertoni e il Cogoleto. L'uno, Sua Eccellenza, amabilmente e allegramente, con grande spreco di dolci e di fiori; l'altro, il vecchio colonnello garibaldino, furiosamente, mangiandola cogli occhi e coll'aria di volerla mangiare anche coi denti, e mettendo in fuga con le punte irte dei baffi verdi gli adoratori del seguito, il «coro di donna Emma», che si affollano al Pincio attorno alla sua carrozza, e a teatro ne riempiono il palchetto.E si gode, si diverte alle spalle di quei due assidui e fedeli spasimanti, sfoggiando tutta la sua vanità di marito amato, adorato:— Quella mia cara Emma, così docile, così sottomessa, così amorosa! Non vive altro che per prevenire i miei desiderii. In mezzo ai miei dispiaceri, ho almeno sempre una parola dolce, una carezza, un bacio!... È così bella! diventa ogni giorno più bella! La mattina appena mi desto.... salta in camera mia... e vi entra il sole! Ed è innamorata più ancora del primo giorno!... — Troppo. — Non glielo dite, non scherzate con lei in proposito, perchè se ne avrebbe a male. Ma... volete sapere sin dove arriva la pazzia di quella creatura?... È gelosa della Carolina!Giordano Mari sente, per altro, una gelosia vera, profonda, una gelosia esosa come l'invidia, atroce come l'odio, per Carlo Borghetti. Sempre e soltanto per Carlo Borghetti.Adesso, quando arrivano lettere da Milano dirette ad Emma, egli dimentica le solite professioni di delicatezza; le apre, le legge per il primo e ne riferisce alla moglie quel tanto appena che gli accomoda. Donna Fanny scrive a lungo «dell'interessante architetto»; e Giordano, subito, impone ad Emma di troncare quella corrispondenza e quell'amicizia.— Te ne prego, cara, assolutamente. E mi farai il preciso favore, a Milano, di non salutarla nemmeno più. Col suo Guido Bardi, e compagnia, è diventata una donna, ormai, troppo, moralmente, avariata.Ed egli sta in guardia, e ancora più attento, alle lettere del dottore. Una, anzi, la fa sparire.Il buon dottore annunziava appunto in questa lettera la partenza di Carlo da Milano per Val d'Olona, la campagna del Borghetti, non moltodistante dall'Argentera e, dopo una lunga e fitta pagina di storia e di minuta diagnosi della malattia, concludeva «che il lentissimo e saltuario miglioramento era, pur troppo, da ritenersi più che altro apparente e momentaneo, senza il concorso di nessuna risultanza, di nessun dato favorevole che inducesse ad un pronostico soddisfacente.»Emma, finchè Giordano è ammalato, non s'arrischia nemmeno di scrivere al suo povero cugino. Gli scriverà subito, dopo, appena Giordano sarà guarito... e non avrà più tante idee così strane per la testa.— Adesso non bisogna inquietarlo; soffre, ha la febbre.E Giordano ne approfitta per dire tutto il male possibile «di quel Borghetti» e per mettere in ridicolo anche il dottore:— Credi, mia cara, il tuo illustre e straordinario cugino non è altro che un erudito. E gli eruditi, sai che cosa sono?... I nostri rigattieri. Gli ho letto qualche capitolo del mioSant'Ambrogio, e ho fatto male. Per aver ascoltato il suo consiglio ho troppo abusato di note, di documenti, di erudizione. Di primo getto mi era riuscito molto più agile! Mah! a Milano fate presto a inventare i genii!... Come, per esempio, anche quel noioso e interminabile funerale del vostro Esculapio a ripetizione!Emma(supplichevole, colle lacrime) Il dottore, no! Il nostro buon dottore, no! Ti prego, ti prego!... Ma, pensa, quanto ha fatto per noi!... Devi voler molto bene anche tu al nostro buon dottore!Giordano. Per noi?... Per te. Si sarebbe prestatougualmente volentieri se invece di me si fosse trattato (strizzando l'occhio) di Nino o di Carlino. Un matrimonio è quel che preme!... Per far moltiplicare i clienti!... Ma poi questo non toglie, cara, che anche il tuo dottore, per quanto di moda, non sia un grande esagerato. Tu, per esempio, a voler dar retta a quel Torquemada, dovresti esser morta e sepolta! Invece sei una bellezza! la mia bellezza cara!... La mia gioia! Vieni, dammi un bacio.Spariscono le lacrime. Emma, ridente, salta sulle ginocchia del «suo povero Nino ammalato», e per quel bacio ch'egli le chiede essa abbandona allo strazio dei suoi epigrammi il povero Carlo e il buon dottore.Giordano. Del resto, se non sono diventati tutti imbecilli, e se non mi vogliono veder morto per la solita invidia nazionale, — dàgli addosso a quel cane che si è innalzato sugli altri!... accoppalo!... — se non è, dico, per questo, ilmio Sant'Ambrogioavrà un successo straordinario. Me lo scrive l'Amodei.Emma.Sant'Ambrogio?... Dunque, hai cambiato il titolo?Sant'Ambrogio vescovo, come vuole lo zio?— No, come voglio io.Sant'Ambrogio, e basta. Io sono sopra tutto sincero e aborro i bigotti di tutte le chiese, specialmente delle chiese nuove: i più fanatici e i più ipocriti. —Santo, sicuro. Sai che cosa vuol direSanto? — Uomo giusto; nient'altro. È l'ignoranza, gioia mia, gioia cara, che impone la doppia servitù del pensiero e della parola!I fignoletti sono scomparsi affatto, da parecchi giorni, e Giordano Mari alle dieci del mattino è già uscito, ed è già stato alla posta, ufficioPacchi postali, nella speranza di ricevere da Milano le prime copie della sua opera.— Ancora niente.— Niente.Torna all'albergo brontolando contro la poca sollecitudine dell'Amodei ed entra subito al numero 31.— Buon giorno, cara. È più tardi del solito e non hai ancora finito di vestirti?Emma(come sempre, appena lo vede all'improvviso, correndo ad abbracciarlo con un grido di gioia) Sei già stato fuori?— Sì. A comperarmi dei sigari.— E il libro è arrivato?— Che libro?— IlSant'Ambrogio!Giordano. Non seccarmi sempre colSant'Ambrogio! Arriverà... quando arriverà.Emma(ancora colle braccia attorno al collo del marito, indietreggiando a un tratto per guardarlo, per osservarlo bene) Ma tu, scusa... (gli tocca leggermente una guancia colla punta del dito) Sicuro!... Sei gonfio!Giordano. Gonfio! (corre a guardarsi nello specchio) Che mi venga qualche diavolo anche in faccia?Emma. No, no! È un po' di gonfiezza, soltanto. Apri la bocca! Lasciami vedere in bocca!Giordano(opponendosi vivamente) Ma no, non seccarmi! Mi secchi! (Cambiando tono, sorridendo) Bambina!... Pare impossibile!... Sempre il mio tesoro di bambina che giuoca! Adesso ti divertia giocare con me «al signor dottore». (Avviandosi verso il numero 30) Per te i dieci anni non saranno ancora passati, nemmeno quando ne avrai quaranta!Emma(per seguirlo) Vengo io!... Hai un po' di tintura d'iodio o di laudano?Giordano(con fermezza) Ti prego: c'è la Carolina per gli unguenti e per gli empiastri. Fammi il piacere di sonare e di chiamare la Carolina. Grazie.Emma(suona mortificatissima e facendo il broncio).Giordano(ritornandole vicino, accarezzandole una mano) Per un po', sta bene; ma adesso, basta. Le tue manuzzole sono troppo belle e desidero baciartele... senza sentir l'odore di seme di lino!LaCarolina(precipitandosi in furia) Sua Eccellenza! Il signor ministro! L'ho visto adesso entrare nell'ascenseur!Giordano(ad Emma) Ricordati che io sono ammalato e che dormo! Già, non viene per me, ma per te! (Passa colla Carolina nel numero 30, e chiude a chiave l'uscio di comunicazione).Emma, in un attimo, finisce di vestirsi.Sua Eccellenza(in frak, decorazioni e un grande scatolone di dolci sotto il braccio: fermandosi sull'uscio) Troppo presto?Emma. No, no, zio! Avanti!Sua Eccellenza. Vengo presto perchè più tardi, oggi, non posso. (Sospirando) E poi dicono che non si lavora per il nostro paese! Alle dieci del mattino, come vedi, sono già in abito di fatica!Emma(ammirandolo). Sei magnifico!Sua Eccellenza(avanzandosi) Tuo zio, dunque, ti piace?Emma(birichina) Moltissimo... colla commenda!— E allora, perchè sei brava, eccoti il premio. (Le dà la scatola dei dolci e il solito bacio, paterno, sui capelli).Suo marito le ha ripetuto tante volte che «non c'è pericolo!» Ed Emma, ormai, chiude un occhio, e lo zio continua a prendersi qualche piccola confidenza. Suo marito le ha sempre predicato che non bisogna disgustarlo, anche per un riguardo alla mamma, ed Emma ha finito per lasciarsi fare un po' di corte, ricambiandola con molta civetteria graziosa, briosa, spiritosa. Del resto, con una lezioncina di tanto in tanto, Richelieu si tiene nei limiti, e la sua corte non ha che un eccesso di espansione in fiori, in dolci, in ninnoli. Sua Eccellenza è amabile, galante e di buon umore. È un innamorato che sospira ridendo. Ride anche donna Emma e comincia a divertirsi della corte dello zio, come si diverte e ha preso piacere alla sigaretta. L'una e l'altra, due cose che da ragazza non avrebbe nemmeno potuto provare; due passatempi da maritata e che si risolvono in un po' di fumo, che non dà la tosse a nessuno.Emma(sdraiandosi sul canapè nel suo cantuccio solito e cominciando a rosicchiar dolci) Sai che Giordano sta poco bene?Sua Eccellenza(con un'occhiata verso il numero 30) Sempre a cagione del Taine?Emma(seria) Non scherzare; questo te lo proibisco. Scherza sul Cogoleto quanto vuoi, ma non su mio marito. (Ad alta voce) Ha una guancia un po' gonfia.— È a letto? Dorme?— Credo.Sua Eccellenza si allunga sul canapè, avvicinandosi colla faccia, fissando Emma.Emma. Vuoi... un cioccolatino?Sua Eccellenza(tenendo strette le dita che gli offrono il piccolo dolce, lo avvicina alle labbra di Emma) Metà per uno.Emma(finge di non capire, libera la mano e spezza il cioccolatino) Ecco, prendi.— Tutti i giorni sempre più... cattiva!— Proibito parlare sottovoce!Sua Eccellenza(forte) Allora vengo a prenderti colla carrozza prima di pranzo e stasera ti conduco a teatro, alla prima dellaManon.Emma gli accenna ripetutamente di no, scrollando il capo.Giordano(dall'altra stanza, parlando colla bocca chiusa) Vieni a prenderla prima di pranzo colla carrozza; e stasera la condurrai a teatro.Finchè la moglie è gentile, Giordano sa di poter essere sgarbato collo zio ministro, e però si sfoga, per mostrare la propria indipendenza, col trattarlo quasi arrogantemente.Giordano(rivolgendosi dopo un istante a sua moglie, con un tono più sommesso e più affettuoso) E tu farai, almeno per questa volta, come ti dico io. Per guarir presto, ho bisogno, sopra tutto, che tu mi permetta di fare a mio modo. Ho bisogno di quiete, di silenzio assoluto, di dormire, di non mangiare e di non veder nessuno. Ti mando un bacio, cara. Buon giorno, zio!Sua Eccellenza(subito, ad Emma, sottovoce) Allora vieni a pranzo con me!Emma. Ti par possibile?Sua Eccellenza. Col deputato Cogoleto, coi nostrisoliti! (nomina due o tre dei più assidui frequentatori di Emma).Emma. Sola, senza Giordano e con Giordano che non sta bene? Mai più! Anzi, régolati: non venirmi a prendere, oggi, colla carrozza. Non voglio assolutamente.— Hai sentito? Tuo marito me lo ha ordinato.— Dirai a mio marito che hai avuto Consiglio, che non hai potuto.— E... in compenso della bugia?Emma. Verrò, forse, a teatro. (Sdraiandosi, sporgendo il piede che vede ammirato dallo zio, sul panchettino di velluto) Che cosa guardi?Sua Eccellenza. Quel piedino! Quel piedino! (Mettendosi il pince-nez e chinandosi per ammirarlo più dappresso) Oh! il piedino delle signore milanesi!... Come il cielo di Lombardia, così bello! quando è bello!La nipotina ha detto di no, ma Sua Eccellenza ritorna verso le sei colla carrozza: tentar non nuoce.— Non sgridarmi! Non sono venuto a prenderti. Soltanto desidero avere le notizie di tuo marito. Come sta? (Guardandola: abbassando la voce) Hai pianto?— No.— Sì.— No.— Hai gli occhi rossi!Emma. In tutto il giorno non ho potuto vederlo. Ecco che cos'ho! Tutto il giorno la Carolina, soltanto la Carolina!— E tu lascialo colla Carolina, e vieni con me!La voce di Giordano(ancora più soffocata per la pappa di lino) Sei tu, zio?— Sì, ma... (per obbedire ai cenni della nipote) ma devo scappar subito! Abbiamo Consiglio!— Allora, dopo. Vieni col Cogoleto! Venite a prendere Emma! Io sto meglio, grazie, ma non posso parlare e non sopporto la luce. Invitate Emma a pranzo!Emma(rivoltandosi furente verso il numero 30) Io fuori, a pranzo, non ci vado! A teatro, non ci vado! Dici sempre che ho passato i vent'anni! Sì! Sì! Sì! Ho passato i vent'anni, sono una donna e non sono più unbabyda condurre a spasso! Voglio fare quello che voglio! Voglio restare a casa mia, a casa mia! Voglio restar sola, a casa mia!Sua Eccellenza se ne va, in punta di piedi, sospirando, e senza sorridere. Giordano non fa sentir più la sua voce per tutta quanta la sera.Emma, seduta, sprofondata nell'angolo del canapè, ha un libro in mano sul quale tien fissi gli occhi, senza voltar mai le pagine. Batte nervosamente la punta del piede sul palchettino, ha le ciglia aggrottate. Silenzio perfetto al numero 31: silenzio profondissimo al numero 30. Soltanto la Carolina va innanzi e indietro, e gira intorno alla padrona che non la guarda, che le tiene un muso tremendo. La Carolina soffia e sbuffa; vorrebbe forse parlare... dire alla signora qualche cosa, ma guarda verso il numero 30 e non si arrischia.— Le fo portare da pranzo, signora? Sono le nove!— No.— Ma non vuol prender nulla? Ha mangiato così poco, quasi niente, anche a colazione!— Emma non risponde: rimane immobile, gli occhi fissi sul libro che tiene in mano.La Carolina, avvicinandosi, molto sottovoce:— Lei, se continua così, domani sarà ammalata e, invece, il signor padrone, glielo assicuro io.... starà benissimo.Emma, le ciglia sempre aggrottate, alza il capo dal libro e fissa la cameriera. Perchè sorride?... Che cos'ha da ridere, la sciocca?...Carolina, in punta di piedi, va fin presso all'uscio del padrone, ascolta attentamente, poi, passo passo, si avvicina di nuovo alla signora:— Non c'è pericolo!... Dorme a suon di musica! (Guarda fissamente Emma e torna a sorridere).Emma(alzandosi d'un balzo e gettando via il libro). In fine, che cosa c'è?Carolina. Per amor del cielo! Ho promesso al padrone, ho giurato al padrone che avrei sempre taciuto, taciuto con tutti, ma specialmente con lei! Si figuri se io avrei mai parlato! Ma.... è tutto il giorno che la mia signora piange, soffre; sembra in collera anche con me! Io non ho coraggio di vederla così disperata per una sciocchezza, per una debolezza!E Carolina, anche colle lacrime negli occhi per il gran bene che vuole alla padrona, non può a meno di non continuare a ridere.Emma(nervosissima) Insomma... che cosa c'è?Carolina. Badi, signora — mi raccomando! — il padrone ha minacciato di mandarmi via, su due piedi! È una sciocchezza, le ripeto!... Poi dicono, le donne! Ma se gli uomini sono in tutto e per tutto molto più donne di noi!— Che cosa c'è? Senza tante chiacchiere!— Ha tre denti finti... Ma mi raccomando, per amor del cielo! Lei deve continuare a non accorgersene!Emma fissa la Carolina come per voler intender meglio: poi passeggia per la stanza e diventa ancora più seria. La piccola ruga apparsa in quei giorni per la prima volta sulla fronte limpida, intatta dei bei vent'anni, si fa più viva e più profonda.Sì, pensa Emma fra sè, è una sciocchezza; ma come si può fingere, come si può mentire, anche per una sciocchezza, con chi si ama, a chi si vuol bene? Io non gli ho mai potuto nascondere nemmeno un punto solo, un respiro, il respiro più lieve della mia anima!Carolina. Ma perchè non ride? Si metta di buon umore! In fine, che c'è di male? È un bell'uomo; ci tiene! Mi promette, non è vero? Giura di non tradirmi col signor padrone?Emma(seriamente) Basta! Basta! So ciò che devo fare. Tu, per altro, quando ti dicono di tacere, devi tacere.Carolina(piccata) Se ho sbagliato, scusi; è stato a fin di bene! Sembrava in collera anche con me! Non mi diceva più una parola!... È naturale!... Prima lei, che è sempre stata la mia padrona, di tutti gli altri!E la Carolina se ne va, anch'essa un po' imbronciata, dopo aver augurata la buona notte alla signora.Emma(fra sè) Quando egli mi guarda, mi legge subito in fondo al cuore. Io, invece, no; capisco, non so leggere nel suo cuore; non ci vedo; èbuio, è chiuso! Dio, Dio, se non mi volesse bene Che gran dolore! Chefinedi tutto! Che morte! E che orrore! (Si copre il viso colle mani, mentre un brivido le corre per la vita. Si è data, si è abbandonata così interamente, così appassionatamente: si sforza per calmarsi: sorride, ma con molta, con profonda tristezza). Anch'io sono una gran sciocca, stasera; mi monto la testa; esagero! Ma, pure, io gli avrei detto tutto, qualunque cosa, grande o piccola; fosse pure un'inezia e anche un torto mio; fosse pure una colpa. Impossibile tacere sotto i suoi occhi. Impossibile! Impossibile! Solo a guardarmi saprebbe sempre tutto. Invece, lui, mi fa una gran commedia per una ridicolaggine inconcludente!... Un pasticcio, segreti, misteri colla Carolina, colla cameriera, che scherza poi, e ne ride! E peggio ancora! Peggio ancora!... Ha il coraggio di restare un giorno intero senza vedermi; ha il coraggio di farmi soffrire un giorno intero! È troppo! No, è troppo! (Comincia a svestirsi sempre più eccitata e vibrante: i piccoli bottoni di madreperla saltano lontani, e i cordoncini di seta si aggrovigliano fra le dita nervose). Che donna mi crede? Come mi giudica? Ha più vanità per sè stesso — sì, vanità, vanità, vanità! — che non amore per me! Una vanità piccola, meschina, ridicola. E colla cattiveria di lasciarmi sola, tutto un giorno sola, senza poterlo vedere, inventando mille bugie, mille finzioni per allontanarmi! Voleva mandarmi fuori a pranzo, a teatro collo zio, col Cogoleto, con tutto il mondo! Perchè non ho accettato? Perchè non ci sono andata?... Oh, ma un'altra volta!... Lo merita.Emma, sempre colle ciglia aggrottate, pallida,smorta, senza mai guardare verso l'uscio del numero 30, ha finito di spogliarsi. Salta in letto, spegne il lume e si caccia sotto.... voltando le spalle al numero 30!Chiude gli occhi, ma non riesce ad addormentarsi: resta immobile, rannicchiata senza voltarsi, senza distendersi, presa da un senso d'inerzia, di freddo. È tardi; lo scricchiolìo dei passi e le voci lungo il corridoio si fanno più rari; i rumori dell'albergo si allontanano, si perdono, e nella camera buia, silenziosa, a poco a poco, prima leggero, interrotto, poi, più forte, più lungo, entra il gran russare di Giordano, accompagnato da un sibilo, da un fischiettìo, che varia tutti i toni.Emma si rannicchia ancora di più; caccia la testa sotto le coperte, per non sentire; ma quel rumore sempre più forte, continuo, misurato, la tien desta, l'opprime, la soffoca, riempie tutta la camera... e, sembra, tutto l'albergo.Emma(sotto sotto, cacciandosi sempre più sotto) Dio, Dio, sentiranno?... Sentiranno nelle altre stanze?
IPrecursori della Rivoluzioneottengono anche alla Palombella il solito straordinario successo e il nuovo «finale», più moderno, è accolto, come l'antico, da un'imponente ovazione. Ma i giornali? — apriti cielo! — Tranne i pochissimi, prettamente ministeriali, che, per un dovuto riguardo al ministro dell'istruzione, non danno altro che un brevissimo cenno di pura cronaca, tutti gli altri, in coro, a dir le sette peste della conferenza e del conferenziere! Naturale, in tanto accanimento, c'entra, in parte, anche la politica: i giornali favorevoli al Governo, ma che non vogliono passare per ufficiosi, approfittano dell'occasione e dicono corna del nipote per affermare la loro indipendenza dallo zio, e quegli altri dell'Opposizione... seguitano a far opposizione anche alle spalle del professor Mari.
I giornali del mattino lo attaccano allegramente, ridendo:
«Dopo i viaggi delle nostre dive», comincia ilCorriere romano, «e dopo quelli dei nostri commendatori... all'estero, v'è qualcos'altro cheminaccia di diventare ricorrente, opprimente, schiacciante: le conferenze, o, meglio, la conferenza-carillondell'illustre professore — professore di che? di che cosa? — Giordano Mari. Io ho avuto la sorte invidiabilissima di trovarmi a Napoli, a Milano e a Roma nel medesimo tempo del conferenziereomnibus, e ho dovuto godermi nei tre centri intellettuali, la ripetizione fonografica dello stesso frammento, istrionicamente rimpolpettato, della prosa maravigliosa... del Taine.»
E un altro:
«Il signor Giordano Mari, arrivato a Roma preceduto dalla fama di pensatore, di filosofo e di prosatore illustre, ha dato prova soltanto di memoria, di polmoni... e di molta disinvoltura. Ippolito Taine è davvero un grande filosofo, un grande pensatore e un grande prosatore, ma il signor Giordano Mari non è altro che un conferenziere di grido... anzi,di grida.»
Poi c'era ilper finire:
«Da Aragno, a mezzanotte:
« — Sei stato alla conferenza di Giordano Mari?
« — Ne vengo via... sei mesi fa.
« — ?...
« — Ero a Torino lo scorso inverno. Cantava lo stesso pezzo... del Taine. Che bella voce!»
I giornali della sera prendono la conferenza sul serio e versano lacrime:
«Più ancora della dedizione di una coscienza è triste l'asservimento di un ingegno. Noi ricordiamo di esserci — caso raro! — sinceramente commossi allorchè udimmo Giordano Mari, a Genova, gittare ad un pubblico di anime giovanila parola fiera e ribelle della ragione in conflitto col dogma, la sfida audace dell'avvenire al passato e giudicammo quell'oratore fervido e appassionato, un uomo di convinzioni e di battaglia. Lo abbiamo udito ieri sera svolgere lo stesso argomento, o, per meglio dire, parafrasare quella che a noi era parsa una splendida improvvisazione lirica e scientifica. Uscimmo dalla sala, scrosciante di applausi, ancor più fragorosi forse della prima volta, coll'animo addolorato. L'uomo si era per noi demolito: le sue parole costituivano la più docile, la più utile, la più ammirabile delle abiure filosofiche ed estetiche. Il formidabile razionalista aveva inzuppata la sua prosa (e un maligno aggiungerebbe anche quella del Faguet, del Taine e persino della Sand) nell'acqua benedetta, e la chiave della brutta sciarada la trovammo ricordandoci dei nuovi vincoli che il filosofo opportunista ha accettato di stringere colle Eccellenze più clericaleggianti, piùconciliantiste. E, dopo tutto, perchè rattristarci? Invece di uno spostato, uno di più che si è messo a posto, e che farà carriera.»
Soltanto ilPopolodi Pietro Schiavino è rimasto muto. Non ha aperto bocca nè prima, nè dopo la conferenza. Non l'ha annunziata e non ne ha riferito l'esito, nemmeno in cronaca. E, anche di questo contegno, Giordano Mari non sa bene se godersene o dolersene. «Ricordatevi», gli aveva scritto l'Amodei, l'editore, per confortarlo, «i giornali, il maggior male lo fanno col silenzio.»
— Nemmeno una riga dopo che, in fine, gli ho fatto l'onore di una mia visita! — E, non potendopigliarsela col direttore delPopolo, ne tiene il broncio al Cogoleto. Egli ha bisogno di sfogarsi. I primi giornali gli hanno fatto rabbia; adesso, gli ultimi, lo avviliscono.
— Se tutti si mettono d'accordo per buttarmi giù, precipito!
Infatti, Giordano Mari non è salito sulla vetta a poco a poco, faticosamente, come l'alpinista che prima di fare un passo si scava da sè stesso, nella roccia, il posto sicuro dove mettere il piede, graffiandosi, scorticandosi, insanguinandosi le mani. No, egli è stato portato su, e adesso lo buttano giù. Prima, tutti i giornali, uno dopo l'altro, come le pecore, scoprono in lui il grande oratore e «l'illustre pensatore». Adesso, sempre come le pecore, uno dopo l'altro, fanno la scoperta del Taine. E il povero conferenziere, coll'angosciosa e ingenua maraviglia di una prima donna che, diventata vecchia, si sente fischiare, domanda a sè stesso:
— Ma perchè questo cambiamento? Perchè tanta ferocia? Io non ho mai fatto male a nessuno!
Giordano soffre; diventa invidioso, sospettoso, velenoso, e del suo insuccesso e di «tutta quella grande congiura montata contro di lui», quasi quasi non accusa altri che sua moglie:
— Non mi lascia lavorare! Non mi lascia studiare! Mi ha fatto perdere il tempo, la testa, l'ingegno, la memoria ed anche la popolarità con quel bel regalo dello zio Eccellenza! (sospirando) Mi han fatto venire fino a Roma per far che? Per pagare col mio nome, colla mia fama il portafogli dell'onorevole Albertoni! Emma, Emma! Tutta colpa sua. Non vede niente, non capisce niente,non pensa a niente altro che a fartoilette! E mentre io soffro, mi rodo e mi ammalo, sembra che lo faccia apposta, diventa ogni giorno più fresca e più (sta per direbella,ma cambia perchè è troppo arrabbiato) e più grassa.
Ormai egli non ha che una speranza: ottenere una rivincita col suo volume, la sua monografia, la sua «opera colossale»Ambrogio vescovo nella civiltà de' suoi tempi.
Giordano(fra sè) Ma, e quell'altro? il cugino? Il malinconico e antipatico signor Borghetti, diventato l'eroe del giorno, l'eroe di moda, il primo amoroso della compagnia, per aver preso un colpo d'aria in montagna? Ecco un uomo fortunato e che sa farsi laréclamecolle signore! Perchè mo' non è rimasto a Villach?
Giordano Mari, ormai, si era abituato a questo pensiero, cioè che il Borghetti dovesse rimanere a Villach per sempre, e aveva già ordinato telegraficamente al direttore della tipografia di sopprimere la dedica.
Invece, dopo tanto chiasso e tanto spargimento di lacrime, il Werther meneghino si è rimesso, sta quasi meglio di prima e ritorna in Italia! E a Giordano Mari pareva che ci venisse apposta per intromettersi tra lui e sua moglie, fra lui e ilsuo «Ambrogio».
Il primo telegramma del dottore da Villach, era stato un po' inquietante, ma tutti gli altri, a mano a mano, si erano fatti sempre migliori e l'ultimo annunziava appunto il prossimo ritorno di Carlo a Milano.
«Andamento regolare — prosegue periodo lento miglioramento — anche dopo secondo consultoprofessor Klebers preferibile stato attuale trasporto Milano fermandosi Tarvis, Udine, Verona.
Emma(a Giordano: appena letto il dispaccio) Facciamo trovare a Carlo un nostro telegramma a Tarvis. Vuoi?
Giordano(con un sorriso che mostra troppo i denti) Volentieri, cara.
Emma(siede e scrive in fretta) «Lietissimi felici tuo ritorno ti abbracciamo teneramente — Emma Giordano».
Giordano(studiando il dispaccio) O «lietissimi» o «felici». In un telegramma basta uno dei due. (Cancella: «felici»). Invece di «ti abbracciamo», «salutiamoti fraternamente». Non si vanta sempre di essere tuo fratello? (mentre suona al cameriere e gli consegna il dispaccio, declama ironicamente a fior di labbra) «... ti chiamerò col nome dolcissimo di sorella, e mi parrai cosa di cielo...»
Emma sorride, ma il sorriso dei begli occhi innamorati ha qualche cosa di diverso nell'espressione. Vi comincia forse a trasparire un primo barlume di quell'indulgente umorismo ambrosiano, così pieno di acutezza e di buon senso. Resta l'amore, ma l'orgasmo, lo stordimento della passione si calma ed Emma osserva, studia suo marito, non più dal basso in alto, tenendolo sollevato fra le nubi, ma guardandolo vicino, faccia a faccia.
— È geloso, gelosissimo, sì; ma perchè soltanto di Carlo? E perchè diventa tanto più geloso dopo che i giornali hanno detto male deiPrecursori? — I giornali? — ha detto il Mari a sua moglie fin dal primo giorno dopo la conferenza. — Tutti d'accordo! Mi fanno scontare... tuo zio! — Tiprego, e se non basta, ti comando di non leggerli.
Ed Emma, sdegnosa e orgogliosa dell'ingegno e della fama di suo marito, non se n'è curata, disprezzandoli; ma poi viene a saper tutto lo stesso, dal Cogoleto che, furibondo, le riporta i punti più salienti, soffiando come un gatto e schizzando bile dagli occhietti bigi e dai baffi verdi incerati, e dallo zio Albertoni che ne ride scetticamente. E pensa fra sè:
— Io gliel'ho detto: «Siamo a Roma e non si scherza. Se non ti senti, se non sei ben sicuro, se ti manca il tempo necessario, rispondi di no. Prima o dopo non importa. Ma per Roma devi preparare una conferenza nuova e bellissima: la più bella di tutte». Ha voluto ostinarsi, e adesso si arrabbia anche con me perchè la chiamano la conferenza-carillon!
Emma è sempre buona, cara, affettuosa, amorosa, innamoratissima...; pure succede adesso questo fatto curioso: che il grand'uomo le sembra più grande quanto più è lontano, e che suo marito torna ad essere il suo «Nino» dell'Argentera soltanto quando egli non è presente. Tutta la poesia, tutto l'incanto sembrano dileguarsi e tutto lo slancio del suo cuore sembra arrestarsi di colpo, appena si trova dinanzi a quel suo viso preoccupato, torbido, imbronciato. Si sente intimidita, si sente oppressa, si sente stanca. Giordano non sorride più coi bei denti bianchi, scintillanti fra i baffi biondi; ma sogghigna soltanto. Quando parla, non è più la sua voce bella, dolce, armoniosa, insinuante, penetrante: è una voce dura, aspra, ironica. E poi... arrabbiarsi e predicare; nientealtro! Predica la mattina, in letto, appena si sveglia; predica a tavola appena ha finito d'ingozzarsi di rosbiffe e di bile, e continua qualche volta a predicare anche quando dorme. Predica contro la musica di Mascagni e contro l'espansione africana, contro la Duplice, la Triplice e la guerra greco-turca; contro «l'asservimento» della magistratura e il «turpiloquio» della stampa venduta; contro la malafede, l'ignoranza «di una critica sgrammaticata» e contro il Taine: sopra tutto contro il Taine!
Un dopo pranzo:
Emma e Giordano sono stati invitati dallo zio nel suo quartierino elegante e lussuoso dei ricevimenti ufficiali. Giordano Mari, che ci ha presa confidenza, e che in buona fede lo crede l'origine di tutti i suoi guai, predica, s'intende, e tanto di più anche dinanzi al ministro Albertoni, il quale, durante le sfuriate, guarda sospirando la bella nipotina, per farle capire che le sopporta per amore di lei. E, infatti, egli diventa tutti i giorni più paziente, più tollerante, più arrendevole.
Giordano(rosso, invasato: hanno pasteggiato collo sciampagna) Il Taine! Sempre il Taine! Come se io fossi un ammiratore del Taine! Altro favolista! Secondo la sua teoria dell'ambiente, io dovrei essere... un rigattiere! E, secondo la sua politica, dovrebbe esserci ancora la Repubblica di San Marco! Egli disprezza nei popoli latini precisamente tutte quelle doti che sono le mie. Già, Robespierre è uno scrivano di notaio, Danton un facchino e Bonaparte è la reincarnazione spiritica di Cesare Borgia! E costoro, questi supercritici, a corto di sintassi,ammirano l'Intelligence: un libro bellissimo... perchè non si capisce. E il Taine, che trovava i precursori a Shakespeare e a Michelangelo, non ne ha mica avuto lui dei precursori? Hanno letto il Taine... questi imbecilli: ma se sapessero un po' l'inglese! Che cosa avrebbe potuto fare il Taine se non avesse saputo l'inglese?...
Emma, in grandecolleté, per fare onore a Sua Eccellenza, ridente e rosea, colle gemme che le sfavillano sul collo e fra i capelli, e lo sciampagna che le brilla negli occhi, sta imparando — è lo zio che le dà lezione — a fumare le sigarette e a farle da sè. Ciò le occupa il dopo pranzo, la diverte e le fa piacere.
Giordano(continua masticando un grosso avana) E adesso, quando uscirò col «mio» Ambrogio, mi par già di sentirli: diranno roba da chiodi! Tutti contro! Quasi che, per aver la disgrazia di essere nipote del ministro dell'istruzione pubblica, non si possa più, non dirò aver diritto, ma nemmeno aspirare ad una cattedra!
Sua Eccellenza(sorridendo) Consolati: uno zio ministro è un male che dura poco. Piuttosto... (s'interrompe: prende una sigaretta, che Emma è riuscita finalmente ad arrotolare colle piccole dita inesperte, l'accende: poi, dopo una boccata di fumo deliziosa, ripiglia lentamente, facendo l'occhiolino alla nipote e inviandole sospiri e tenerezze dietro una nebbietta leggera, vagante, odorosa) piuttosto... dimmi la verità: questa volta... sei ben sicuro?
— Di che?
— È tutta roba tua?
Giordano(offeso) Credo bene!
— E allora... chi sa? Potremo fare qualche cosaanche da ministro. (Sua Eccellenza, colla punta del piede, cerca il piedino di Emma e lo trova, ma Emma gli sfugge subito e, pur continuando a sorridere, si alza e va a sedersi più lontana sul canapè).
L'Albertoni ha inteso il latino senza aversene a male, e continua a parlare con Giordano, occhieggiando sempre la bella nipotina attraverso il fumo della sigaretta:
— E poi... Perchè questoAmbrogio? Questo Ambrogiovescovo?... Non capisco.
Giordano(scattando) Ambrogiovescovo nella civiltà de' suoi tempi!È uno splendido titolo!
— Ma non capisco il perchè di tante circonlocuzioni! Di tante ipocrisie!
Giordano(alzando la voce: sporgendo il petto impetuoso e maestoso) Ma io sono sopratutto sincero...
Sua Eccellenza(con un risolino pieno di arguzia) E allora chiamaloSant'Ambrogioe che la sia finita! I titoli a chi vanno, ti dirò con... come appunto, con quel famoso personaggio del nostro grande Alessandro! E poi... lasciati guidare da me. Adesso è troppo presto; bisogna star quieto quieto, farsi dimenticare. L'Italia è il paese del genio, delle arabe fenici; però si rinasce facilmente dalle proprie ceneri. A suo tempo, ti darò io qualche buon consiglio. (Si rivolge ad Emma per essere ringraziato da un sorriso de' suoi occhi) I giornalisti poi, generalmente, bisogna trattarli come le belle donnine. Quelli che non si vendono, bisogna comperarli facendo loro un po' di corte.
.... Ma l'Albertoni, che ha fatto la pelle dura in mezzo all'accanimento della politica, è troppoinsensibile, è troppo scettico. I giornali, colle loro botte e i loro morsi contro la conferenza e il conferenziere, hanno prodotto un grave effetto: non tanto sull'opinione pubblica, quanto certo sulla salute di Giordano Mari.
Il dolore, la rabbia, le continue irritazioni e, per conseguenza, le cattive digestioni gli hanno guastato il sangue. Comincia un fignoletto sul collo, poi un secondo, poi un terzo dietro la nuca, più grosso e più maligno, che gli mette la febbre e non viene a suppurazione nemmeno cogli empiastri e le pappe di lino.
— Bisogna chiamare il chirurgo! Bisogna tagliare.
Giordano Mari ha un po' di febbretta, ma, per non perdere nemmeno questa occasione, finge il male anche maggiore. Sfoga contro sua moglie il dispetto e la rabbia per il fiasco della conferenza, tiene il broncio allo zio ministro e geme, piagnucolando, coll'onorevole Cogoleto:
— Vedete come mi ha ridotto quella gente?... Ditelo voi, ai vostri amici della stampa!... Se, proprio, me l'hanno giurata, se per partito preso vorranno straziare, dilaniare a questo modo anche il mio poveroAmbrogio, finiranno coll'ammazzarmi!
Il Cogoleto, strizzando gli occhietti vividi sotto le sopracciglia aggrottate, lunghe come mustacchi, gira, borbottando, le redazioni dei giornali e torna all'Albergo Milanorecando proteste di stima e promesse di articoli. L'Albertoni raccomanda ilSant'Ambrogioad uno de' suoi segretari particolari, il solito che si tiene in contatto colla stampa.
L'Eccellenza diDestrae l'onorevole dell'Estremasono più che mai presi dalla bellezza giovane e gaia, dalle grazie affascinanti della moglie, e per amore di lei prendono sul serio anche i fignoli del marito, tanto più poi che donna Emma, buona e in buona fede, seconda, a meraviglia, il giuoco di Giordano. Essa è inquieta, turbata, addolorata:
— Giordano ha la febbre! Smania, soffre orribilmente! Bisogna chiamare il chirurgo!... Bisognerà tagliare!
La poveretta non sa, non pensa più ad altro. Il lieve umorismo, la punta di critica è scomparsa; l'idolo risale al terzo cielo. Il suo Nino colla febbre, che aspetta il chirurgo, il suo Nino caro, sempre buono, anche quando strapazza e brontola; il suo Nino che ha sempre ragione, anche quando ha torto; che è sempre bello, affascinante, anche colfoularddelle pappe di lino attorno al collo! Essa raddoppia le carezze ed i baci; lo veglia giorno e notte, non lo lascia un minuto. La Carolina non c'entra, non deve farsi nemmeno vedere!... La tenerezza della donna innamorata è gelosa di quelle cure. È lei stessa, Emma, colle sue piccole mani ingemmate, così bianche e così morbide, quelle piccole manine che Sua Eccellenza bacia sospirando, e il Cogoleto arrossendo fin sotto il velo dei peli irti, è lei stessa che gli fa le pappe ben calde, che le distende sulla tela, sotto la garza, che ne sente il tepore prima sulla guancia delicata, e che poi lieve lieve gli avvoltola intorno al collo.
— Povero Nino mio, ti fo male?
— Bene no, cara; grazie.
E, tra ungraziee uncara, Giordano si fa curare e si fa servire, senza riguardi, senza scrupoli,non lasciando a sua moglie nemmeno il tempo di vestirsi, di dormire, di respirare.
— Fa presto, cara; ti ho chiamata già due volte!... Grazie.
E così, sempre con una parola amara sotto la dolcezza della intonazione, come una bacca di tossico sotto una gelatina di zucchero candito, egli diventa ogni giorno più fastidioso, più permaloso, più sospettoso, più geloso. Geloso di una gelosietta acuta, certe volte, come una punta di spillo, ma senza collere, senza impeti, a estri, piena di rancori, di ironie, di bizzarrie. È geloso di un cappellino, di un vestito di Emma, soltanto perchè le stanno bene:
— Non hai altro in mente: tutto il tuo studio è di piacere... agli altri.
— Vieni via, cara, da quella finestra: tu vuoi farti vedere, si capisce, ma io piglio freddo!
— Non scherzare, non rider sempre così forte! Io, cara, ho passati i vent'anni... e anche tu!
E, nello stesso tempo, si gode, si diverte alla corte che fanno ad Emma l'Albertoni e il Cogoleto. L'uno, Sua Eccellenza, amabilmente e allegramente, con grande spreco di dolci e di fiori; l'altro, il vecchio colonnello garibaldino, furiosamente, mangiandola cogli occhi e coll'aria di volerla mangiare anche coi denti, e mettendo in fuga con le punte irte dei baffi verdi gli adoratori del seguito, il «coro di donna Emma», che si affollano al Pincio attorno alla sua carrozza, e a teatro ne riempiono il palchetto.
E si gode, si diverte alle spalle di quei due assidui e fedeli spasimanti, sfoggiando tutta la sua vanità di marito amato, adorato:
— Quella mia cara Emma, così docile, così sottomessa, così amorosa! Non vive altro che per prevenire i miei desiderii. In mezzo ai miei dispiaceri, ho almeno sempre una parola dolce, una carezza, un bacio!... È così bella! diventa ogni giorno più bella! La mattina appena mi desto.... salta in camera mia... e vi entra il sole! Ed è innamorata più ancora del primo giorno!... — Troppo. — Non glielo dite, non scherzate con lei in proposito, perchè se ne avrebbe a male. Ma... volete sapere sin dove arriva la pazzia di quella creatura?... È gelosa della Carolina!
Giordano Mari sente, per altro, una gelosia vera, profonda, una gelosia esosa come l'invidia, atroce come l'odio, per Carlo Borghetti. Sempre e soltanto per Carlo Borghetti.
Adesso, quando arrivano lettere da Milano dirette ad Emma, egli dimentica le solite professioni di delicatezza; le apre, le legge per il primo e ne riferisce alla moglie quel tanto appena che gli accomoda. Donna Fanny scrive a lungo «dell'interessante architetto»; e Giordano, subito, impone ad Emma di troncare quella corrispondenza e quell'amicizia.
— Te ne prego, cara, assolutamente. E mi farai il preciso favore, a Milano, di non salutarla nemmeno più. Col suo Guido Bardi, e compagnia, è diventata una donna, ormai, troppo, moralmente, avariata.
Ed egli sta in guardia, e ancora più attento, alle lettere del dottore. Una, anzi, la fa sparire.
Il buon dottore annunziava appunto in questa lettera la partenza di Carlo da Milano per Val d'Olona, la campagna del Borghetti, non moltodistante dall'Argentera e, dopo una lunga e fitta pagina di storia e di minuta diagnosi della malattia, concludeva «che il lentissimo e saltuario miglioramento era, pur troppo, da ritenersi più che altro apparente e momentaneo, senza il concorso di nessuna risultanza, di nessun dato favorevole che inducesse ad un pronostico soddisfacente.»
Emma, finchè Giordano è ammalato, non s'arrischia nemmeno di scrivere al suo povero cugino. Gli scriverà subito, dopo, appena Giordano sarà guarito... e non avrà più tante idee così strane per la testa.
— Adesso non bisogna inquietarlo; soffre, ha la febbre.
E Giordano ne approfitta per dire tutto il male possibile «di quel Borghetti» e per mettere in ridicolo anche il dottore:
— Credi, mia cara, il tuo illustre e straordinario cugino non è altro che un erudito. E gli eruditi, sai che cosa sono?... I nostri rigattieri. Gli ho letto qualche capitolo del mioSant'Ambrogio, e ho fatto male. Per aver ascoltato il suo consiglio ho troppo abusato di note, di documenti, di erudizione. Di primo getto mi era riuscito molto più agile! Mah! a Milano fate presto a inventare i genii!... Come, per esempio, anche quel noioso e interminabile funerale del vostro Esculapio a ripetizione!
Emma(supplichevole, colle lacrime) Il dottore, no! Il nostro buon dottore, no! Ti prego, ti prego!... Ma, pensa, quanto ha fatto per noi!... Devi voler molto bene anche tu al nostro buon dottore!
Giordano. Per noi?... Per te. Si sarebbe prestatougualmente volentieri se invece di me si fosse trattato (strizzando l'occhio) di Nino o di Carlino. Un matrimonio è quel che preme!... Per far moltiplicare i clienti!... Ma poi questo non toglie, cara, che anche il tuo dottore, per quanto di moda, non sia un grande esagerato. Tu, per esempio, a voler dar retta a quel Torquemada, dovresti esser morta e sepolta! Invece sei una bellezza! la mia bellezza cara!... La mia gioia! Vieni, dammi un bacio.
Spariscono le lacrime. Emma, ridente, salta sulle ginocchia del «suo povero Nino ammalato», e per quel bacio ch'egli le chiede essa abbandona allo strazio dei suoi epigrammi il povero Carlo e il buon dottore.
Giordano. Del resto, se non sono diventati tutti imbecilli, e se non mi vogliono veder morto per la solita invidia nazionale, — dàgli addosso a quel cane che si è innalzato sugli altri!... accoppalo!... — se non è, dico, per questo, ilmio Sant'Ambrogioavrà un successo straordinario. Me lo scrive l'Amodei.
Emma.Sant'Ambrogio?... Dunque, hai cambiato il titolo?Sant'Ambrogio vescovo, come vuole lo zio?
— No, come voglio io.Sant'Ambrogio, e basta. Io sono sopra tutto sincero e aborro i bigotti di tutte le chiese, specialmente delle chiese nuove: i più fanatici e i più ipocriti. —Santo, sicuro. Sai che cosa vuol direSanto? — Uomo giusto; nient'altro. È l'ignoranza, gioia mia, gioia cara, che impone la doppia servitù del pensiero e della parola!
I fignoletti sono scomparsi affatto, da parecchi giorni, e Giordano Mari alle dieci del mattino è già uscito, ed è già stato alla posta, ufficioPacchi postali, nella speranza di ricevere da Milano le prime copie della sua opera.
— Ancora niente.
— Niente.
Torna all'albergo brontolando contro la poca sollecitudine dell'Amodei ed entra subito al numero 31.
— Buon giorno, cara. È più tardi del solito e non hai ancora finito di vestirti?
Emma(come sempre, appena lo vede all'improvviso, correndo ad abbracciarlo con un grido di gioia) Sei già stato fuori?
— Sì. A comperarmi dei sigari.
— E il libro è arrivato?
— Che libro?
— IlSant'Ambrogio!
Giordano. Non seccarmi sempre colSant'Ambrogio! Arriverà... quando arriverà.
Emma(ancora colle braccia attorno al collo del marito, indietreggiando a un tratto per guardarlo, per osservarlo bene) Ma tu, scusa... (gli tocca leggermente una guancia colla punta del dito) Sicuro!... Sei gonfio!
Giordano. Gonfio! (corre a guardarsi nello specchio) Che mi venga qualche diavolo anche in faccia?
Emma. No, no! È un po' di gonfiezza, soltanto. Apri la bocca! Lasciami vedere in bocca!
Giordano(opponendosi vivamente) Ma no, non seccarmi! Mi secchi! (Cambiando tono, sorridendo) Bambina!... Pare impossibile!... Sempre il mio tesoro di bambina che giuoca! Adesso ti divertia giocare con me «al signor dottore». (Avviandosi verso il numero 30) Per te i dieci anni non saranno ancora passati, nemmeno quando ne avrai quaranta!
Emma(per seguirlo) Vengo io!... Hai un po' di tintura d'iodio o di laudano?
Giordano(con fermezza) Ti prego: c'è la Carolina per gli unguenti e per gli empiastri. Fammi il piacere di sonare e di chiamare la Carolina. Grazie.
Emma(suona mortificatissima e facendo il broncio).
Giordano(ritornandole vicino, accarezzandole una mano) Per un po', sta bene; ma adesso, basta. Le tue manuzzole sono troppo belle e desidero baciartele... senza sentir l'odore di seme di lino!
LaCarolina(precipitandosi in furia) Sua Eccellenza! Il signor ministro! L'ho visto adesso entrare nell'ascenseur!
Giordano(ad Emma) Ricordati che io sono ammalato e che dormo! Già, non viene per me, ma per te! (Passa colla Carolina nel numero 30, e chiude a chiave l'uscio di comunicazione).
Emma, in un attimo, finisce di vestirsi.
Sua Eccellenza(in frak, decorazioni e un grande scatolone di dolci sotto il braccio: fermandosi sull'uscio) Troppo presto?
Emma. No, no, zio! Avanti!
Sua Eccellenza. Vengo presto perchè più tardi, oggi, non posso. (Sospirando) E poi dicono che non si lavora per il nostro paese! Alle dieci del mattino, come vedi, sono già in abito di fatica!
Emma(ammirandolo). Sei magnifico!
Sua Eccellenza(avanzandosi) Tuo zio, dunque, ti piace?
Emma(birichina) Moltissimo... colla commenda!
— E allora, perchè sei brava, eccoti il premio. (Le dà la scatola dei dolci e il solito bacio, paterno, sui capelli).
Suo marito le ha ripetuto tante volte che «non c'è pericolo!» Ed Emma, ormai, chiude un occhio, e lo zio continua a prendersi qualche piccola confidenza. Suo marito le ha sempre predicato che non bisogna disgustarlo, anche per un riguardo alla mamma, ed Emma ha finito per lasciarsi fare un po' di corte, ricambiandola con molta civetteria graziosa, briosa, spiritosa. Del resto, con una lezioncina di tanto in tanto, Richelieu si tiene nei limiti, e la sua corte non ha che un eccesso di espansione in fiori, in dolci, in ninnoli. Sua Eccellenza è amabile, galante e di buon umore. È un innamorato che sospira ridendo. Ride anche donna Emma e comincia a divertirsi della corte dello zio, come si diverte e ha preso piacere alla sigaretta. L'una e l'altra, due cose che da ragazza non avrebbe nemmeno potuto provare; due passatempi da maritata e che si risolvono in un po' di fumo, che non dà la tosse a nessuno.
Emma(sdraiandosi sul canapè nel suo cantuccio solito e cominciando a rosicchiar dolci) Sai che Giordano sta poco bene?
Sua Eccellenza(con un'occhiata verso il numero 30) Sempre a cagione del Taine?
Emma(seria) Non scherzare; questo te lo proibisco. Scherza sul Cogoleto quanto vuoi, ma non su mio marito. (Ad alta voce) Ha una guancia un po' gonfia.
— È a letto? Dorme?
— Credo.
Sua Eccellenza si allunga sul canapè, avvicinandosi colla faccia, fissando Emma.
Emma. Vuoi... un cioccolatino?
Sua Eccellenza(tenendo strette le dita che gli offrono il piccolo dolce, lo avvicina alle labbra di Emma) Metà per uno.
Emma(finge di non capire, libera la mano e spezza il cioccolatino) Ecco, prendi.
— Tutti i giorni sempre più... cattiva!
— Proibito parlare sottovoce!
Sua Eccellenza(forte) Allora vengo a prenderti colla carrozza prima di pranzo e stasera ti conduco a teatro, alla prima dellaManon.
Emma gli accenna ripetutamente di no, scrollando il capo.
Giordano(dall'altra stanza, parlando colla bocca chiusa) Vieni a prenderla prima di pranzo colla carrozza; e stasera la condurrai a teatro.
Finchè la moglie è gentile, Giordano sa di poter essere sgarbato collo zio ministro, e però si sfoga, per mostrare la propria indipendenza, col trattarlo quasi arrogantemente.
Giordano(rivolgendosi dopo un istante a sua moglie, con un tono più sommesso e più affettuoso) E tu farai, almeno per questa volta, come ti dico io. Per guarir presto, ho bisogno, sopra tutto, che tu mi permetta di fare a mio modo. Ho bisogno di quiete, di silenzio assoluto, di dormire, di non mangiare e di non veder nessuno. Ti mando un bacio, cara. Buon giorno, zio!
Sua Eccellenza(subito, ad Emma, sottovoce) Allora vieni a pranzo con me!
Emma. Ti par possibile?
Sua Eccellenza. Col deputato Cogoleto, coi nostrisoliti! (nomina due o tre dei più assidui frequentatori di Emma).
Emma. Sola, senza Giordano e con Giordano che non sta bene? Mai più! Anzi, régolati: non venirmi a prendere, oggi, colla carrozza. Non voglio assolutamente.
— Hai sentito? Tuo marito me lo ha ordinato.
— Dirai a mio marito che hai avuto Consiglio, che non hai potuto.
— E... in compenso della bugia?
Emma. Verrò, forse, a teatro. (Sdraiandosi, sporgendo il piede che vede ammirato dallo zio, sul panchettino di velluto) Che cosa guardi?
Sua Eccellenza. Quel piedino! Quel piedino! (Mettendosi il pince-nez e chinandosi per ammirarlo più dappresso) Oh! il piedino delle signore milanesi!... Come il cielo di Lombardia, così bello! quando è bello!
La nipotina ha detto di no, ma Sua Eccellenza ritorna verso le sei colla carrozza: tentar non nuoce.
— Non sgridarmi! Non sono venuto a prenderti. Soltanto desidero avere le notizie di tuo marito. Come sta? (Guardandola: abbassando la voce) Hai pianto?
— No.
— Sì.
— No.
— Hai gli occhi rossi!
Emma. In tutto il giorno non ho potuto vederlo. Ecco che cos'ho! Tutto il giorno la Carolina, soltanto la Carolina!
— E tu lascialo colla Carolina, e vieni con me!
La voce di Giordano(ancora più soffocata per la pappa di lino) Sei tu, zio?
— Sì, ma... (per obbedire ai cenni della nipote) ma devo scappar subito! Abbiamo Consiglio!
— Allora, dopo. Vieni col Cogoleto! Venite a prendere Emma! Io sto meglio, grazie, ma non posso parlare e non sopporto la luce. Invitate Emma a pranzo!
Emma(rivoltandosi furente verso il numero 30) Io fuori, a pranzo, non ci vado! A teatro, non ci vado! Dici sempre che ho passato i vent'anni! Sì! Sì! Sì! Ho passato i vent'anni, sono una donna e non sono più unbabyda condurre a spasso! Voglio fare quello che voglio! Voglio restare a casa mia, a casa mia! Voglio restar sola, a casa mia!
Sua Eccellenza se ne va, in punta di piedi, sospirando, e senza sorridere. Giordano non fa sentir più la sua voce per tutta quanta la sera.
Emma, seduta, sprofondata nell'angolo del canapè, ha un libro in mano sul quale tien fissi gli occhi, senza voltar mai le pagine. Batte nervosamente la punta del piede sul palchettino, ha le ciglia aggrottate. Silenzio perfetto al numero 31: silenzio profondissimo al numero 30. Soltanto la Carolina va innanzi e indietro, e gira intorno alla padrona che non la guarda, che le tiene un muso tremendo. La Carolina soffia e sbuffa; vorrebbe forse parlare... dire alla signora qualche cosa, ma guarda verso il numero 30 e non si arrischia.
— Le fo portare da pranzo, signora? Sono le nove!
— No.
— Ma non vuol prender nulla? Ha mangiato così poco, quasi niente, anche a colazione!
— Emma non risponde: rimane immobile, gli occhi fissi sul libro che tiene in mano.
La Carolina, avvicinandosi, molto sottovoce:
— Lei, se continua così, domani sarà ammalata e, invece, il signor padrone, glielo assicuro io.... starà benissimo.
Emma, le ciglia sempre aggrottate, alza il capo dal libro e fissa la cameriera. Perchè sorride?... Che cos'ha da ridere, la sciocca?...
Carolina, in punta di piedi, va fin presso all'uscio del padrone, ascolta attentamente, poi, passo passo, si avvicina di nuovo alla signora:
— Non c'è pericolo!... Dorme a suon di musica! (Guarda fissamente Emma e torna a sorridere).
Emma(alzandosi d'un balzo e gettando via il libro). In fine, che cosa c'è?
Carolina. Per amor del cielo! Ho promesso al padrone, ho giurato al padrone che avrei sempre taciuto, taciuto con tutti, ma specialmente con lei! Si figuri se io avrei mai parlato! Ma.... è tutto il giorno che la mia signora piange, soffre; sembra in collera anche con me! Io non ho coraggio di vederla così disperata per una sciocchezza, per una debolezza!
E Carolina, anche colle lacrime negli occhi per il gran bene che vuole alla padrona, non può a meno di non continuare a ridere.
Emma(nervosissima) Insomma... che cosa c'è?
Carolina. Badi, signora — mi raccomando! — il padrone ha minacciato di mandarmi via, su due piedi! È una sciocchezza, le ripeto!... Poi dicono, le donne! Ma se gli uomini sono in tutto e per tutto molto più donne di noi!
— Che cosa c'è? Senza tante chiacchiere!
— Ha tre denti finti... Ma mi raccomando, per amor del cielo! Lei deve continuare a non accorgersene!
Emma fissa la Carolina come per voler intender meglio: poi passeggia per la stanza e diventa ancora più seria. La piccola ruga apparsa in quei giorni per la prima volta sulla fronte limpida, intatta dei bei vent'anni, si fa più viva e più profonda.
Sì, pensa Emma fra sè, è una sciocchezza; ma come si può fingere, come si può mentire, anche per una sciocchezza, con chi si ama, a chi si vuol bene? Io non gli ho mai potuto nascondere nemmeno un punto solo, un respiro, il respiro più lieve della mia anima!
Carolina. Ma perchè non ride? Si metta di buon umore! In fine, che c'è di male? È un bell'uomo; ci tiene! Mi promette, non è vero? Giura di non tradirmi col signor padrone?
Emma(seriamente) Basta! Basta! So ciò che devo fare. Tu, per altro, quando ti dicono di tacere, devi tacere.
Carolina(piccata) Se ho sbagliato, scusi; è stato a fin di bene! Sembrava in collera anche con me! Non mi diceva più una parola!... È naturale!... Prima lei, che è sempre stata la mia padrona, di tutti gli altri!
E la Carolina se ne va, anch'essa un po' imbronciata, dopo aver augurata la buona notte alla signora.
Emma(fra sè) Quando egli mi guarda, mi legge subito in fondo al cuore. Io, invece, no; capisco, non so leggere nel suo cuore; non ci vedo; èbuio, è chiuso! Dio, Dio, se non mi volesse bene Che gran dolore! Chefinedi tutto! Che morte! E che orrore! (Si copre il viso colle mani, mentre un brivido le corre per la vita. Si è data, si è abbandonata così interamente, così appassionatamente: si sforza per calmarsi: sorride, ma con molta, con profonda tristezza). Anch'io sono una gran sciocca, stasera; mi monto la testa; esagero! Ma, pure, io gli avrei detto tutto, qualunque cosa, grande o piccola; fosse pure un'inezia e anche un torto mio; fosse pure una colpa. Impossibile tacere sotto i suoi occhi. Impossibile! Impossibile! Solo a guardarmi saprebbe sempre tutto. Invece, lui, mi fa una gran commedia per una ridicolaggine inconcludente!... Un pasticcio, segreti, misteri colla Carolina, colla cameriera, che scherza poi, e ne ride! E peggio ancora! Peggio ancora!... Ha il coraggio di restare un giorno intero senza vedermi; ha il coraggio di farmi soffrire un giorno intero! È troppo! No, è troppo! (Comincia a svestirsi sempre più eccitata e vibrante: i piccoli bottoni di madreperla saltano lontani, e i cordoncini di seta si aggrovigliano fra le dita nervose). Che donna mi crede? Come mi giudica? Ha più vanità per sè stesso — sì, vanità, vanità, vanità! — che non amore per me! Una vanità piccola, meschina, ridicola. E colla cattiveria di lasciarmi sola, tutto un giorno sola, senza poterlo vedere, inventando mille bugie, mille finzioni per allontanarmi! Voleva mandarmi fuori a pranzo, a teatro collo zio, col Cogoleto, con tutto il mondo! Perchè non ho accettato? Perchè non ci sono andata?... Oh, ma un'altra volta!... Lo merita.
Emma, sempre colle ciglia aggrottate, pallida,smorta, senza mai guardare verso l'uscio del numero 30, ha finito di spogliarsi. Salta in letto, spegne il lume e si caccia sotto.... voltando le spalle al numero 30!
Chiude gli occhi, ma non riesce ad addormentarsi: resta immobile, rannicchiata senza voltarsi, senza distendersi, presa da un senso d'inerzia, di freddo. È tardi; lo scricchiolìo dei passi e le voci lungo il corridoio si fanno più rari; i rumori dell'albergo si allontanano, si perdono, e nella camera buia, silenziosa, a poco a poco, prima leggero, interrotto, poi, più forte, più lungo, entra il gran russare di Giordano, accompagnato da un sibilo, da un fischiettìo, che varia tutti i toni.
Emma si rannicchia ancora di più; caccia la testa sotto le coperte, per non sentire; ma quel rumore sempre più forte, continuo, misurato, la tien desta, l'opprime, la soffoca, riempie tutta la camera... e, sembra, tutto l'albergo.
Emma(sotto sotto, cacciandosi sempre più sotto) Dio, Dio, sentiranno?... Sentiranno nelle altre stanze?