VII.La lettera di donna Fanny.

VII.La lettera di donna Fanny.La mattina dopo. Non sono ancora le otto. Nel numero 31 le finestre sono ancora chiuse: è tutto buio. Un gran profumo dipeau d'Espagne.Emma, a un tratto, si sveglia: guarda verso l'uscio del numero 30, sospira, si volta dall'altra parte e si riaddormenta.Un'ora dopo entra Carolina, la cameriera, portando il caffè e due lettere per Emma. Carolina, come di consueto, pone il vassoio sul tavolino che è accanto al letto della padrona, poi va ad aprire la finestra.Emma(destandosi una seconda volta: rizzandosi d'un balzo a sedere sul letto e fregandosi gli occhi colle dita) È una bella giornata?— Sì, signora! C'è un bellissimo sole! Come quello di Napoli.Emma rivolge istintivamente una seconda occhiata verso il numero 30, canterella a mezza voce, tra un piccolo sbadiglio ed un sospiro:Oh, dolce Napoli!... Oh, suol beato!— Ci sono lettere?Carolina.Sissignora; due.Emma(senza prenderle in mano: guardando la soprascritta, mentre beve a sorsi il caffè) Una della mamma e l'altra... (con un sorrisetto) Ah! Ah! Quella cara Fanny.!... E il mio babbo? Niente! (Alla Carolina: ficcandosi di nuovo, in fretta, sotto le coperte) Brr! Chiudi, chiudi! Fa freddo!Carolina(ridendo) Siamo in novembre! (Chiude i vetri della finestra: prepara, accomoda la toeletta, riceve gli ordini per l'abbigliamento di quella mattina e se ne va piano, in punta di piedi, com'è venuta).Emma(continuando a guardare le lettere che sono sempre sul tavolino, senza risolversi a prenderle e leggerle) Oh, dolce Napoli!... Oh, suol beato!... (sente un movimento al numero 30) Ti sei svegliato?Giordano(dall'altra camera: colla voce grossa, rauca) No, dormo.Emma.È tardi. Sono le nove!... Io ho già preso il caffè.Giordano.Ed io, invece, ho ancora sonno. Stetti alzato tardissimo. Ho scritto molto.Emma.Non ti ho mai sentito.Giordano.Per due ragioni: la prima, perchè hai dormito sempre: la seconda, perchè a scrivere non si fa rumore.Emma.Hai finito?Giordano(arrabbiato) Finiscila tu col tuo «Finito? Hai finito?» Non sai dir altro!Un momento di silenzio; poi Emma, di nuovo:— Sei in collera?— No.— Vieni qui.— No.— Allora vengo io.— Non si può. Devo alzarmi in fretta e rimettermi al lavoro. Pensa che oggi è giovedì.Emma(arrabbiandosi e rivoltandosi nel letto) Auf! Sono stufa! Stufa di questa Roma! Ieri sera, Richelieu a tutto pasto, e stamattina.... è giovedì!Giordano(prorompendo: sinceramente, senza collera) Emma, Emma, giudizio! Mi raccomando! Ti prego, se mi vuoi bene. Ti supplico! Non ricominciare. Mi sono accorto, pur troppo, anche a Napoli, che non ho più la mia memoria di una volta. Lasciami studiare, lasciami tranquillo, o mi farai fare una figura ridicola.Emma(sempre ben sotto le coperte, conta i giorni lentamente, appoggiando le dita al nasetto) Ancora giovedì, venerdì, sabato, domenica... e poi più conferenze!Si sente un gran sospiro anche nel numero 30.Emma tace: sta tranquilla tranquilla; sempre guardando le due lettere sul tavolino, che per pigrizia non si risolve a leggere. È lì lì, quasi per riaddormentarsi.Giordano, non udendo più alcun rumore dal numero 31, comincia ad impensierirsi. Vorrebbe appunto, perchè non possa ripetersi il caso di Napoli, ripassare, studiare la conferenza: fissarsi bene in testa i tagli e le varianti... E poi dirla, ripeterla parecchie volte di seguito, per abituare e rinforzare anche la voce. Però la moglie vicina gli dà noia. Emma è ancora ingenua: non conosce le malizie del mestiere; non sa che la «maravigliosa potenza e facilità di parola» non è altro che uno sforzo paziente di memoria. E poi si accorgerebbe troppo presto che sono sempre i medesimiprecursoriche viaggiano!... E come un lampo gli torna in mente lo scherzetto dell'editore: «Sempre bella — ma sempre quella — la bandiera dei tre color!» Bisogna liberarsi di Emma; bisogna mandarla a spasso per un paio d'orette! (forte) Emma!Silenzio: nessuno risponde.— Che cosa fai? (Più forte) Emma! Che fai?Emma(imitando la voce di prima di Giordano) Dormo.— È tardi. Alzati.— Sono appena... le nove e mezzo.— Appunto; è ora di alzarsi.— Perchè? Tu lavori: io dormo.— Devi alzarti anche... per salute! Devi abituarti.Emma(interrompendolo) No, no! Ti prego! Non ricominciare coll'abituarmi!Giordano(con vivacità) Insomma, alzati! Lo voglio! Sei giovane, sei sana! È una vergogna, star a letto tutto il giorno!Emma(finge, per ischerzo, di piangere) Cattivo! Sto tanto bene qui!... Che cosa faccio poi, quando pure mi sono alzata?... Io sola?... Senza te... che devi lavorare?— Andrai un po' fuori. Andrai a far le tue spese, le tue commissioni.— Le ho fatte tutte ieri.— Va... Va a prendere il tuo anello dal Marchesini, che sarà pronto.— Mai! Mai! — Lo dichiaro: sola, sul Corso, di mattina, mai!— Prendi con te la cameriera.Emma(ridendo forte) Ah! Ah! Ah! Come aMilano! Colla Rosina! (imitando la cantilena del dindirindera) Colla Rosina che faceva la spia — la spia perchè scrivevo di nascosto ad un brutto coso — un brutto coso invisibile che non vuol lasciarmi dormire.Giordano(dopo un momento) Per esempio: perchè non andresti un po'... a messa?Emma(ridendo di nuovo) Alla messa? Tu mi mandi alla messa? Oh! Oh!... come sarà contento don Fulvio Crespi!Giordano.Perchè no? io sono sopra tutto sincero. Io posso pensare come voglio, ma mi piace che mia moglie abbia una fede: qualunque sia, ma una la deve avere.Emma(seriamente: con un altro tono di voce) Qualunque sia, no. Bisogna avere la nostra: la sola buona, la sola vera: la santa. Sì; adesso mi alzo, e andrò a fare un po' di bene. Ma, prima, senti: sii molto gentile e molto carino per un momento, solo, solo. Vieni qui per leggermi due lettere che mi ha portato la Carolina. Una è della mamma e l'altra... l'altra bisogna indovinare. È di una persona che hai molto amato, che anche presentemente... forse... chi sa?... Non giurerei!Giordano.Il leggere le lettere degli altri non mi diverte e non mi piace. Te l'ho già detto. È una indelicatezza verso chi le scrive. Finisco di vestirmi; poi verrò a sentire le notizie più importanti della mamma e di donna Fanny.Emma.Ah! Ah! Vedi come subito hai indovinato?... (mentre si tira un po' su a sedere e apre la lettera della mamma) Sul colpo: donna Fanny! La cara Fanny! Mi fa un dispetto che tu dica quel nome odioso, colla stessa bocca e colla stessavoce, come dici Emma. E mi fa sempre l'amica!... Ed io la devo sopportare per le convenienze! Come sono ipocrite le convenienze!... (facendo colle labbra un moto di sprezzo e di nausea) Peuh!...Nei primi giorni del matrimonio, Giordano ha confidato alla moglie che la Simonetti, a Milano, è stata amante anche sua, per qualche settimana. E non è stato così leggero e loquace per vanità; Giordano Mari non è d'altro vano che di sè stesso; ma solo per prudenza; per un'abile diplomazia. In tal modo spiegava ad Emma quanto solo in parte era vero: cioè, che tutte le cattiverie, le insinuazioni, le falsità, le calunnie, messe in giro sul suo conto, sul suo passato, sulla sua vita, a Padova, sui suoi debiti, sulla sua famiglia, erano quelle solite guerre di donna, lo sfogo del dispetto, della collera, della gelosia di donna Fanny, la quale si credeva ingannata e si vedeva abbandonare per un'altra. Ma s'intende ch'egli non aveva detto tutto a sua moglie: non le aveva raccontato come era stata ottenuta la tregua da quella sua nemica acerrima: anzi, più ancora di una tregua: l'alleanza!Egli aveva minacciato donna Fanny di spedire direttamente certe sue lettere divise in parti eguali, l'una all'Onorevole e l'altra a Guido Bardi.Emma(che intanto ha cominciato a leggere la lettera della signora Letizia) La mamma ti saluta.— Grazie. Sta bene?— Dice di no, ma pare di sì! Mi scrive che il dottore, «date le condizioni eccezionali della sua povera salute, è però abbastanza...contentino...».Giordano(sorridendo) Allora andiamo benone.Emma. Il babbo sta preparandoci un bellissimo regalo per il nostro salotto dell'Argentera. Il suo busto in bronzo. Poveretto, si secca due ore al giorno a posare per noi, nello studio dello scultore Quadrelli.— Gli devi scriver subito e ringraziarlo.— Ancora non lo dobbiamo sapere. È un'improvvisata!— Sarà bene che tu gli scriva lo stesso. Gli devi dire anche della Regina, che assisterà alla mia conferenza. A tuo padre farà molto piacere. Devi rispondere pure alla mamma... Quando torni dalla messa, puoi fermarti a scrivere nella sala di lettura: c'è tutto l'occorrente; ci son tutti i comodi.Emma(con uno scoppio di risa) Ah! Ah! Ah! Questa è bellissima!... È una notizia della tua Fanny! Nino Sebastiani ha scritto un dramma in collaborazione colla contessina d'Arborio, e il prefetto di Milano lo ha proibito perchè troppo immorale!... (Con un grido) Carlo Borghetti! Carlo è ammalato! Molto ammalato! (Con la voce piena di lacrime) Oh, povero Carlo!... Carlo! Carlo! Povero Carlo!Giordano. Il Borghetti? Ammalato? Che cosa ha? (È corso col suo pensiero alla sua opera: ma si è subito calmato; oramai il volume sui tempi d'Ambrogio è pressochè tutto stampato. Anzi, dato il caso di una disgrazia capitata al povero Borghetti, sarebbe appena in tempo di sopprimere la dedica, pensandoci bene, forse troppo espansiva. Chiama il Borghetti persino suo collaboratore! — Entra in camera di Emma, ancora in manica di camicia, mettendosi i bottoni d'oro ai polsini) Che cos'ha? Non è in viaggio, in Germania? in Austria?— A Villach! In Carinzia! È ammalato di pleurite! (Emma è seduta sul letto, in lacrime, tremante, palpitante. I capelli si sono sciolti, slacciati; le cadono, a ondate, sulle spalle, sul collo, sul seno, sulla faccia: la coprono tutta) Leggi! Leggi! È in pericolo! (Gli dà la lettera di donna Fanny) Oh, povero Carlo! Di'? Di'? Ma morirà? Morirà? È subito partito il dottore. Questa è una consolazione! Un po' di tranquillità! Avrà almeno il nostro buon dottore! Ma la mamma? Come mai la mamma non mi ha scritto nulla?Giordano. Tua madre è in campagna, e donna Fanny scrive da Milano. (Confrontando il timbro postale e la data delle due lettere) Questa di tua madre è stata spedita domenica o lunedì mattina; e la lettera di donna Fanny è di ieri. Appena è arrivato a Milano il dispaccio per il dottore (con un ghignetto ironico) donna Fanny lo avrà saputo subito e si è data una gran premura di scriverti!Così dicendo egli guarda, fissa sua moglie, che continua a piangere, a singhiozzare, col volto tutto nascosto dai bei capelli, e pensando che donna Fanny si è affrettata a mandare quella notizia ad Emma, per cattiveria, per vendicarsi, per la gioia di dare una ferita al cuore della sua giovane rivale, prova un senso di dispetto, un miscuglio di gelosia strana, cupida, bramosa e astiosa, un impeto di passione e di padronanza brutale per quella donna che gli appartiene, che è sua, e che piange, che smania, che si dispera per un altro!... Per quel Borghetti, per quel cugino, che l'ha tanto amata, tanto desiderata; che l'ama e la desidera tanto da ammalarsi forse per questo e forse... da lasciarci la vita.Emma. E a te? Dì'?... Dì? Ma dì? Anche per te, non è un gran colpo? un gran dolore?Giordano. Certamente, ma... copriti. Prenderai freddo.Emma. Mi alzo, mi alzo! Voglio correre io stessa a telegrafare alla mamma, a Fanny, al dottore..Giordano. Basta al dottore.Emma. Anche alla Fanny, per sapere l'indirizzo del dottore, dell'albergo, a Villach.Giordano(vivamente) Basta telegrafare al dottore, ho detto, a Milano, a casa sua, coll'ordine di far seguire.Emma. Sì! Sì! Ma anche alla mamma, anche alla Fanny per sapere...Giordano(arrabbiandosi: pestando un piede con forza) Ho detto di no! Basta al dottore! Finiamola colle esagerazioni, viva Dio! Si fa presto a far ridere la gente!— Che importa della gente quando si tratta di Carlo?— Importa, invece, perchè si tratta anche di te e di me! Ti ho dato il mio nome.— Ma non parlarmi del nome, della gente, sempre delle convenienze, nient'altro che le ipocrite, stupide convenienze, anche quando Carlo sta per morire!— Si direbbe quasi che questo signor Borghetti...Emma. (sdegnata) Questo signor Borghetti? Lo chiami adesso il signor Borghetti? Ma ciò è indegno di te! — Questo signor Borghetti? Ma io non ti riconosco più!Giordano(pallido, minaccioso) Silenzio! Finiscila! Finiscila di piangere, di gridare... di frignare!Siamo in un albergo! Tutti possono sentire!Emma(quasi impaurita, fissandolo con gli occhi smarriti, stringendosi la gola colle mani per soffocare i singhiozzi: balbettando) Ma tu... non sai... non sai tutto, povero Carlo! Non conosci tutto il suo cuore, la sua anima, non sai quanta bontà, quanta generosità, quanta abnegazione... E forse adesso, in questo momento muore, sta per morire lontano, solo... (con un grido disperato, buttandosi riversa sui guanciali e scoppiando in un pianto dirotto). E sono stata io! Per me! Sarò stata io!Giordano(si avvicina, si siede sul letto accanto ad Emma distesa, bocconi: Emma continua a sussultare per l'urto dei singhiozzi: egli la fissa a lungo, le solleva tutti i capelli per scoprirle un po' la faccia: fa per rialzarla) Voltati! Guardami!Sono stata io, hai detto? Cioè! — Su! Voltati! Guardami! E spiegati! — Che lui fosse innamorato, lo avevo capito, indovinato, e si sapeva da tutti. Ma tu... Ma che te lo avesse detto, confessato, questo no. E vorrei sapere, ho diritto di sapere fino a che punto siete arrivati.Emma(si volta, si alza d'un balzo, allontanandolo colle due braccia) Va via.Giordano(con violenza) Dunque? Rispondi! Si risponde!Emma. Io?... (Lo fissa a sua volta: tutta la massa dei capelli le ricade sulla faccia: essa scuote la testa per cacciarli indietro, poi li prende, li solleva colle due mani e li annoda fermandoli sulla nuca).Giordano. Rispondi?Emma(prorompendo) Io? Io no; tu, tu, sei tu che devi spiegare le tue parole... cattive!Giordano(con un leggero sogghigno) So io: zii e cugini... Siete così facili a prendervi certe confidenze, in casa vostra!Emma(indignata: con profonda amarezza) Oh! Oh! Hai detto? Che cosa hai detto? Dio, Dio, fino a che punto! Fino a questo punto! Giordano... Nino, il mio Nino! Io che ti credevo così buono! Che hai? Che hai? Non è più nemmeno la tua faccia! Non è più la tua faccia! (prorompendo) Sì! Carlo! Il povero Carlo, ha confessato di amarmi! Me l'ha detto! Quella sera stessa! Dopo di te! Poi non mi ha più detto una parola. Più, più; mai più! Veniva di rado in casa nostra; quasi mai. Era sempre via da Milano. Solo quando ha saputo che io avevo tanti dispiaceri, che io soffrivo, è tornato. E quando mi sono ammalata, mi ha domandato se — essendo ormai un fratello, nient'altro che un fratello — avrebbe potuto fare qualche cosa per me. Ed io, capisci, io stessa, nell'egoismo cieco, spietato del mio amore, della mia esaltazione, io che non vedevo che te, che non sospiravo altro che te, pur di poterti scrivere e di poter sapere qualche cosa, di poter avere una notizia, una parola tua, ho avuto l'ardire, la sfacciataggine di consegnargli le mie lettere per te! L'ho visto diventar bianco, allibire, tremare... pure — ero pazza! — al suo amore, al suo cuore, alla sua gelosia, alla sua dignità, al suo strazio non ci ho nemmeno pensato. Te, sempre te, soltanto te, sino alla testardaggine, sino alla cattiveria! Ecco, questo è il punto a cui siamo arrivati! (coprendosi la faccia con un senso di orrore) E tu!... Oh! Oh!... Non ti voglio più bene; non ti amo più. Va via!Giordano. Basta, adesso... calmati. (Continua a fissarla con gli occhi lucenti: ha un leggero tremito nelle mani, nelle labbra: le guance accese) Capirai, anch'io vedendoti così in disperazione per tuo cugino...Emma(con un nuovo scoppio di collera) E te l'ho scritto, anche, nelle mie lettere. Le avrai ancora le mie lettere, spero? Leggile. In una te lo devo aver detto, o fatto capire, che il povero Carlo mi amava. E quando io, quella prima sera, dopo essere stata con te sul terrazzo, gli ho risposto che «ormai era troppo tardi», che io ne amavo un altro — te — mi ha risposto colla disperazione negli occhi e colle lacrime in gola, che c'era stato, fra voi due, qualche parola, qualche malinteso, e che voleva venire a cercarti, per domandarti scusa. E in quella stessa sera, in quello stesso momento, sotto i miei occhi, ti ha domandato scusa. Ecco a che punto, fino a che punto siamo arrivati, io e Carlo. Adesso lo sai. Cioè lui no, forse. Lui è andato molto più innanzi di me. Fino al punto, povero Carlo, di ammalarsi, di morirne!Giordano. Calmati, adesso basta! (Baciandole i capelli, le mani, cercando di abbracciarla: sollevandola) Perdonami. (Colla voce sempre più alterata) Facciamo la pace.— Va via. No.— Se ho avuto un impeto di gelosia ingiusta, irragionevole, è stato perchè ti amo tanto.... sei tanto bella.... bellissima...— Va via! Va via! No.Giordano(irritato: con un riso sinistro). È per Carlo? Mi mandi via per Carlo?Emma. Sì, sì, per Carlo! Per Carlo! Ma come sei tu?... Che uomo sei? Che cuore, che anima, che amore è il tuo? (d'un tratto, all'improvviso, allunga il braccio: suona due volte il campanello accanto il capezzale: Giordano si allontana, dispettoso, con un'alzata di spalle) Dirai alla cameriera dell'albergo che mi mandi subito la Carolina. Tu hai da fare oggi. Lavora pure; non pensare a me. Mi vesto in fretta; vado a telegrafare alla mamma e al dottore, poi vado in chiesa.

La mattina dopo. Non sono ancora le otto. Nel numero 31 le finestre sono ancora chiuse: è tutto buio. Un gran profumo dipeau d'Espagne.

Emma, a un tratto, si sveglia: guarda verso l'uscio del numero 30, sospira, si volta dall'altra parte e si riaddormenta.

Un'ora dopo entra Carolina, la cameriera, portando il caffè e due lettere per Emma. Carolina, come di consueto, pone il vassoio sul tavolino che è accanto al letto della padrona, poi va ad aprire la finestra.

Emma(destandosi una seconda volta: rizzandosi d'un balzo a sedere sul letto e fregandosi gli occhi colle dita) È una bella giornata?

— Sì, signora! C'è un bellissimo sole! Come quello di Napoli.

Emma rivolge istintivamente una seconda occhiata verso il numero 30, canterella a mezza voce, tra un piccolo sbadiglio ed un sospiro:

Oh, dolce Napoli!... Oh, suol beato!

Oh, dolce Napoli!... Oh, suol beato!

— Ci sono lettere?

Carolina.Sissignora; due.

Emma(senza prenderle in mano: guardando la soprascritta, mentre beve a sorsi il caffè) Una della mamma e l'altra... (con un sorrisetto) Ah! Ah! Quella cara Fanny.!... E il mio babbo? Niente! (Alla Carolina: ficcandosi di nuovo, in fretta, sotto le coperte) Brr! Chiudi, chiudi! Fa freddo!

Carolina(ridendo) Siamo in novembre! (Chiude i vetri della finestra: prepara, accomoda la toeletta, riceve gli ordini per l'abbigliamento di quella mattina e se ne va piano, in punta di piedi, com'è venuta).

Emma(continuando a guardare le lettere che sono sempre sul tavolino, senza risolversi a prenderle e leggerle) Oh, dolce Napoli!... Oh, suol beato!... (sente un movimento al numero 30) Ti sei svegliato?

Giordano(dall'altra camera: colla voce grossa, rauca) No, dormo.

Emma.È tardi. Sono le nove!... Io ho già preso il caffè.

Giordano.Ed io, invece, ho ancora sonno. Stetti alzato tardissimo. Ho scritto molto.

Emma.Non ti ho mai sentito.

Giordano.Per due ragioni: la prima, perchè hai dormito sempre: la seconda, perchè a scrivere non si fa rumore.

Emma.Hai finito?

Giordano(arrabbiato) Finiscila tu col tuo «Finito? Hai finito?» Non sai dir altro!

Un momento di silenzio; poi Emma, di nuovo:

— Sei in collera?

— No.

— Vieni qui.

— No.

— Allora vengo io.

— Non si può. Devo alzarmi in fretta e rimettermi al lavoro. Pensa che oggi è giovedì.

Emma(arrabbiandosi e rivoltandosi nel letto) Auf! Sono stufa! Stufa di questa Roma! Ieri sera, Richelieu a tutto pasto, e stamattina.... è giovedì!

Giordano(prorompendo: sinceramente, senza collera) Emma, Emma, giudizio! Mi raccomando! Ti prego, se mi vuoi bene. Ti supplico! Non ricominciare. Mi sono accorto, pur troppo, anche a Napoli, che non ho più la mia memoria di una volta. Lasciami studiare, lasciami tranquillo, o mi farai fare una figura ridicola.

Emma(sempre ben sotto le coperte, conta i giorni lentamente, appoggiando le dita al nasetto) Ancora giovedì, venerdì, sabato, domenica... e poi più conferenze!

Si sente un gran sospiro anche nel numero 30.

Emma tace: sta tranquilla tranquilla; sempre guardando le due lettere sul tavolino, che per pigrizia non si risolve a leggere. È lì lì, quasi per riaddormentarsi.

Giordano, non udendo più alcun rumore dal numero 31, comincia ad impensierirsi. Vorrebbe appunto, perchè non possa ripetersi il caso di Napoli, ripassare, studiare la conferenza: fissarsi bene in testa i tagli e le varianti... E poi dirla, ripeterla parecchie volte di seguito, per abituare e rinforzare anche la voce. Però la moglie vicina gli dà noia. Emma è ancora ingenua: non conosce le malizie del mestiere; non sa che la «maravigliosa potenza e facilità di parola» non è altro che uno sforzo paziente di memoria. E poi si accorgerebbe troppo presto che sono sempre i medesimiprecursoriche viaggiano!... E come un lampo gli torna in mente lo scherzetto dell'editore: «Sempre bella — ma sempre quella — la bandiera dei tre color!» Bisogna liberarsi di Emma; bisogna mandarla a spasso per un paio d'orette! (forte) Emma!

Silenzio: nessuno risponde.

— Che cosa fai? (Più forte) Emma! Che fai?

Emma(imitando la voce di prima di Giordano) Dormo.

— È tardi. Alzati.

— Sono appena... le nove e mezzo.

— Appunto; è ora di alzarsi.

— Perchè? Tu lavori: io dormo.

— Devi alzarti anche... per salute! Devi abituarti.

Emma(interrompendolo) No, no! Ti prego! Non ricominciare coll'abituarmi!

Giordano(con vivacità) Insomma, alzati! Lo voglio! Sei giovane, sei sana! È una vergogna, star a letto tutto il giorno!

Emma(finge, per ischerzo, di piangere) Cattivo! Sto tanto bene qui!... Che cosa faccio poi, quando pure mi sono alzata?... Io sola?... Senza te... che devi lavorare?

— Andrai un po' fuori. Andrai a far le tue spese, le tue commissioni.

— Le ho fatte tutte ieri.

— Va... Va a prendere il tuo anello dal Marchesini, che sarà pronto.

— Mai! Mai! — Lo dichiaro: sola, sul Corso, di mattina, mai!

— Prendi con te la cameriera.

Emma(ridendo forte) Ah! Ah! Ah! Come aMilano! Colla Rosina! (imitando la cantilena del dindirindera) Colla Rosina che faceva la spia — la spia perchè scrivevo di nascosto ad un brutto coso — un brutto coso invisibile che non vuol lasciarmi dormire.

Giordano(dopo un momento) Per esempio: perchè non andresti un po'... a messa?

Emma(ridendo di nuovo) Alla messa? Tu mi mandi alla messa? Oh! Oh!... come sarà contento don Fulvio Crespi!

Giordano.Perchè no? io sono sopra tutto sincero. Io posso pensare come voglio, ma mi piace che mia moglie abbia una fede: qualunque sia, ma una la deve avere.

Emma(seriamente: con un altro tono di voce) Qualunque sia, no. Bisogna avere la nostra: la sola buona, la sola vera: la santa. Sì; adesso mi alzo, e andrò a fare un po' di bene. Ma, prima, senti: sii molto gentile e molto carino per un momento, solo, solo. Vieni qui per leggermi due lettere che mi ha portato la Carolina. Una è della mamma e l'altra... l'altra bisogna indovinare. È di una persona che hai molto amato, che anche presentemente... forse... chi sa?... Non giurerei!

Giordano.Il leggere le lettere degli altri non mi diverte e non mi piace. Te l'ho già detto. È una indelicatezza verso chi le scrive. Finisco di vestirmi; poi verrò a sentire le notizie più importanti della mamma e di donna Fanny.

Emma.Ah! Ah! Vedi come subito hai indovinato?... (mentre si tira un po' su a sedere e apre la lettera della mamma) Sul colpo: donna Fanny! La cara Fanny! Mi fa un dispetto che tu dica quel nome odioso, colla stessa bocca e colla stessavoce, come dici Emma. E mi fa sempre l'amica!... Ed io la devo sopportare per le convenienze! Come sono ipocrite le convenienze!... (facendo colle labbra un moto di sprezzo e di nausea) Peuh!...

Nei primi giorni del matrimonio, Giordano ha confidato alla moglie che la Simonetti, a Milano, è stata amante anche sua, per qualche settimana. E non è stato così leggero e loquace per vanità; Giordano Mari non è d'altro vano che di sè stesso; ma solo per prudenza; per un'abile diplomazia. In tal modo spiegava ad Emma quanto solo in parte era vero: cioè, che tutte le cattiverie, le insinuazioni, le falsità, le calunnie, messe in giro sul suo conto, sul suo passato, sulla sua vita, a Padova, sui suoi debiti, sulla sua famiglia, erano quelle solite guerre di donna, lo sfogo del dispetto, della collera, della gelosia di donna Fanny, la quale si credeva ingannata e si vedeva abbandonare per un'altra. Ma s'intende ch'egli non aveva detto tutto a sua moglie: non le aveva raccontato come era stata ottenuta la tregua da quella sua nemica acerrima: anzi, più ancora di una tregua: l'alleanza!

Egli aveva minacciato donna Fanny di spedire direttamente certe sue lettere divise in parti eguali, l'una all'Onorevole e l'altra a Guido Bardi.

Emma(che intanto ha cominciato a leggere la lettera della signora Letizia) La mamma ti saluta.

— Grazie. Sta bene?

— Dice di no, ma pare di sì! Mi scrive che il dottore, «date le condizioni eccezionali della sua povera salute, è però abbastanza...contentino...».

Giordano(sorridendo) Allora andiamo benone.

Emma. Il babbo sta preparandoci un bellissimo regalo per il nostro salotto dell'Argentera. Il suo busto in bronzo. Poveretto, si secca due ore al giorno a posare per noi, nello studio dello scultore Quadrelli.

— Gli devi scriver subito e ringraziarlo.

— Ancora non lo dobbiamo sapere. È un'improvvisata!

— Sarà bene che tu gli scriva lo stesso. Gli devi dire anche della Regina, che assisterà alla mia conferenza. A tuo padre farà molto piacere. Devi rispondere pure alla mamma... Quando torni dalla messa, puoi fermarti a scrivere nella sala di lettura: c'è tutto l'occorrente; ci son tutti i comodi.

Emma(con uno scoppio di risa) Ah! Ah! Ah! Questa è bellissima!... È una notizia della tua Fanny! Nino Sebastiani ha scritto un dramma in collaborazione colla contessina d'Arborio, e il prefetto di Milano lo ha proibito perchè troppo immorale!... (Con un grido) Carlo Borghetti! Carlo è ammalato! Molto ammalato! (Con la voce piena di lacrime) Oh, povero Carlo!... Carlo! Carlo! Povero Carlo!

Giordano. Il Borghetti? Ammalato? Che cosa ha? (È corso col suo pensiero alla sua opera: ma si è subito calmato; oramai il volume sui tempi d'Ambrogio è pressochè tutto stampato. Anzi, dato il caso di una disgrazia capitata al povero Borghetti, sarebbe appena in tempo di sopprimere la dedica, pensandoci bene, forse troppo espansiva. Chiama il Borghetti persino suo collaboratore! — Entra in camera di Emma, ancora in manica di camicia, mettendosi i bottoni d'oro ai polsini) Che cos'ha? Non è in viaggio, in Germania? in Austria?

— A Villach! In Carinzia! È ammalato di pleurite! (Emma è seduta sul letto, in lacrime, tremante, palpitante. I capelli si sono sciolti, slacciati; le cadono, a ondate, sulle spalle, sul collo, sul seno, sulla faccia: la coprono tutta) Leggi! Leggi! È in pericolo! (Gli dà la lettera di donna Fanny) Oh, povero Carlo! Di'? Di'? Ma morirà? Morirà? È subito partito il dottore. Questa è una consolazione! Un po' di tranquillità! Avrà almeno il nostro buon dottore! Ma la mamma? Come mai la mamma non mi ha scritto nulla?

Giordano. Tua madre è in campagna, e donna Fanny scrive da Milano. (Confrontando il timbro postale e la data delle due lettere) Questa di tua madre è stata spedita domenica o lunedì mattina; e la lettera di donna Fanny è di ieri. Appena è arrivato a Milano il dispaccio per il dottore (con un ghignetto ironico) donna Fanny lo avrà saputo subito e si è data una gran premura di scriverti!

Così dicendo egli guarda, fissa sua moglie, che continua a piangere, a singhiozzare, col volto tutto nascosto dai bei capelli, e pensando che donna Fanny si è affrettata a mandare quella notizia ad Emma, per cattiveria, per vendicarsi, per la gioia di dare una ferita al cuore della sua giovane rivale, prova un senso di dispetto, un miscuglio di gelosia strana, cupida, bramosa e astiosa, un impeto di passione e di padronanza brutale per quella donna che gli appartiene, che è sua, e che piange, che smania, che si dispera per un altro!... Per quel Borghetti, per quel cugino, che l'ha tanto amata, tanto desiderata; che l'ama e la desidera tanto da ammalarsi forse per questo e forse... da lasciarci la vita.

Emma. E a te? Dì'?... Dì? Ma dì? Anche per te, non è un gran colpo? un gran dolore?

Giordano. Certamente, ma... copriti. Prenderai freddo.

Emma. Mi alzo, mi alzo! Voglio correre io stessa a telegrafare alla mamma, a Fanny, al dottore..

Giordano. Basta al dottore.

Emma. Anche alla Fanny, per sapere l'indirizzo del dottore, dell'albergo, a Villach.

Giordano(vivamente) Basta telegrafare al dottore, ho detto, a Milano, a casa sua, coll'ordine di far seguire.

Emma. Sì! Sì! Ma anche alla mamma, anche alla Fanny per sapere...

Giordano(arrabbiandosi: pestando un piede con forza) Ho detto di no! Basta al dottore! Finiamola colle esagerazioni, viva Dio! Si fa presto a far ridere la gente!

— Che importa della gente quando si tratta di Carlo?

— Importa, invece, perchè si tratta anche di te e di me! Ti ho dato il mio nome.

— Ma non parlarmi del nome, della gente, sempre delle convenienze, nient'altro che le ipocrite, stupide convenienze, anche quando Carlo sta per morire!

— Si direbbe quasi che questo signor Borghetti...

Emma. (sdegnata) Questo signor Borghetti? Lo chiami adesso il signor Borghetti? Ma ciò è indegno di te! — Questo signor Borghetti? Ma io non ti riconosco più!

Giordano(pallido, minaccioso) Silenzio! Finiscila! Finiscila di piangere, di gridare... di frignare!Siamo in un albergo! Tutti possono sentire!

Emma(quasi impaurita, fissandolo con gli occhi smarriti, stringendosi la gola colle mani per soffocare i singhiozzi: balbettando) Ma tu... non sai... non sai tutto, povero Carlo! Non conosci tutto il suo cuore, la sua anima, non sai quanta bontà, quanta generosità, quanta abnegazione... E forse adesso, in questo momento muore, sta per morire lontano, solo... (con un grido disperato, buttandosi riversa sui guanciali e scoppiando in un pianto dirotto). E sono stata io! Per me! Sarò stata io!

Giordano(si avvicina, si siede sul letto accanto ad Emma distesa, bocconi: Emma continua a sussultare per l'urto dei singhiozzi: egli la fissa a lungo, le solleva tutti i capelli per scoprirle un po' la faccia: fa per rialzarla) Voltati! Guardami!Sono stata io, hai detto? Cioè! — Su! Voltati! Guardami! E spiegati! — Che lui fosse innamorato, lo avevo capito, indovinato, e si sapeva da tutti. Ma tu... Ma che te lo avesse detto, confessato, questo no. E vorrei sapere, ho diritto di sapere fino a che punto siete arrivati.

Emma(si volta, si alza d'un balzo, allontanandolo colle due braccia) Va via.

Giordano(con violenza) Dunque? Rispondi! Si risponde!

Emma. Io?... (Lo fissa a sua volta: tutta la massa dei capelli le ricade sulla faccia: essa scuote la testa per cacciarli indietro, poi li prende, li solleva colle due mani e li annoda fermandoli sulla nuca).

Giordano. Rispondi?

Emma(prorompendo) Io? Io no; tu, tu, sei tu che devi spiegare le tue parole... cattive!

Giordano(con un leggero sogghigno) So io: zii e cugini... Siete così facili a prendervi certe confidenze, in casa vostra!

Emma(indignata: con profonda amarezza) Oh! Oh! Hai detto? Che cosa hai detto? Dio, Dio, fino a che punto! Fino a questo punto! Giordano... Nino, il mio Nino! Io che ti credevo così buono! Che hai? Che hai? Non è più nemmeno la tua faccia! Non è più la tua faccia! (prorompendo) Sì! Carlo! Il povero Carlo, ha confessato di amarmi! Me l'ha detto! Quella sera stessa! Dopo di te! Poi non mi ha più detto una parola. Più, più; mai più! Veniva di rado in casa nostra; quasi mai. Era sempre via da Milano. Solo quando ha saputo che io avevo tanti dispiaceri, che io soffrivo, è tornato. E quando mi sono ammalata, mi ha domandato se — essendo ormai un fratello, nient'altro che un fratello — avrebbe potuto fare qualche cosa per me. Ed io, capisci, io stessa, nell'egoismo cieco, spietato del mio amore, della mia esaltazione, io che non vedevo che te, che non sospiravo altro che te, pur di poterti scrivere e di poter sapere qualche cosa, di poter avere una notizia, una parola tua, ho avuto l'ardire, la sfacciataggine di consegnargli le mie lettere per te! L'ho visto diventar bianco, allibire, tremare... pure — ero pazza! — al suo amore, al suo cuore, alla sua gelosia, alla sua dignità, al suo strazio non ci ho nemmeno pensato. Te, sempre te, soltanto te, sino alla testardaggine, sino alla cattiveria! Ecco, questo è il punto a cui siamo arrivati! (coprendosi la faccia con un senso di orrore) E tu!... Oh! Oh!... Non ti voglio più bene; non ti amo più. Va via!

Giordano. Basta, adesso... calmati. (Continua a fissarla con gli occhi lucenti: ha un leggero tremito nelle mani, nelle labbra: le guance accese) Capirai, anch'io vedendoti così in disperazione per tuo cugino...

Emma(con un nuovo scoppio di collera) E te l'ho scritto, anche, nelle mie lettere. Le avrai ancora le mie lettere, spero? Leggile. In una te lo devo aver detto, o fatto capire, che il povero Carlo mi amava. E quando io, quella prima sera, dopo essere stata con te sul terrazzo, gli ho risposto che «ormai era troppo tardi», che io ne amavo un altro — te — mi ha risposto colla disperazione negli occhi e colle lacrime in gola, che c'era stato, fra voi due, qualche parola, qualche malinteso, e che voleva venire a cercarti, per domandarti scusa. E in quella stessa sera, in quello stesso momento, sotto i miei occhi, ti ha domandato scusa. Ecco a che punto, fino a che punto siamo arrivati, io e Carlo. Adesso lo sai. Cioè lui no, forse. Lui è andato molto più innanzi di me. Fino al punto, povero Carlo, di ammalarsi, di morirne!

Giordano. Calmati, adesso basta! (Baciandole i capelli, le mani, cercando di abbracciarla: sollevandola) Perdonami. (Colla voce sempre più alterata) Facciamo la pace.

— Va via. No.

— Se ho avuto un impeto di gelosia ingiusta, irragionevole, è stato perchè ti amo tanto.... sei tanto bella.... bellissima...

— Va via! Va via! No.

Giordano(irritato: con un riso sinistro). È per Carlo? Mi mandi via per Carlo?

Emma. Sì, sì, per Carlo! Per Carlo! Ma come sei tu?... Che uomo sei? Che cuore, che anima, che amore è il tuo? (d'un tratto, all'improvviso, allunga il braccio: suona due volte il campanello accanto il capezzale: Giordano si allontana, dispettoso, con un'alzata di spalle) Dirai alla cameriera dell'albergo che mi mandi subito la Carolina. Tu hai da fare oggi. Lavora pure; non pensare a me. Mi vesto in fretta; vado a telegrafare alla mamma e al dottore, poi vado in chiesa.


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