III

O rose del mio volto,non appassite ancor!...

O rose del mio volto,non appassite ancor!...

Poi allungò le braccia sulla tavola, ve le incrociò, e soggiunse:

—E tu?

—Io? Non vedi? Son qui, ispettore scolastico delle vostre classi elementari. Resto a Cassino otto giorni, e poi torno a casa.

—A casa dove?

—Come dove? A Napoli. A casa mia.

—Dove abiti?

—A Forcella.

—Sempre solo?

—Sempre solo.

Vi fu un silenzio. Avevo allungato il braccio e spiegata la mano sulla tavola. Cataldo stese la sua lentamente e la posò sulla mia. Ci guardammo. Egli mormorò:

—Povero Vittorio!...

E perchè?

Che volete, il vino mi diventò triste, all’improvviso...

—Dunque partite?

—Sì... parto.

—Quando?

—Domani.

Eravamo nel giardino, Carolina ed io, soli. Perchè ci lasciava soli, Cataldo? Carolina era bruna, aveva gli occhi neri e dolci, aveva le labbra rosse come le ciliege, le mani piccole piccole, bianche come la farina del suo molino. E durante la mia breve dimora a Cassino il mio amico Cataldo non aveva fatto che parlarmi di lei. Ricordo le sue parole:Francesconeha lasciato in questo molino due pietre preziose...

E ricordo, come se ora trascorresse ancora sotto gli occhi miei, il magnifico tramonto che quel giorno imporporava le montagne cassinesi. Il loro dosso s’infiammava, e un roseo riverbero coloriva ogni cosa intorno a noi. Il giardino odorava di mentastra, e il silenzio era alto, l’ora era propizia. Io sentivo battere il mio cuore con palpito insolito. Un flutto di tenerezza mi veniva alle labbra e si voleva mutare in parole. Una interna voce mi sospingeva: Su, coraggio,parla, dille che le vuoi bene da quando l’hai vista! Chiedila al buon Cataldo! Rompi l’indugio! Seppellisci una buona volta la tua tristezza! Ma non vedi che ti vuol bene?...

La guardai, muto. Carolina abbassò gli occhi e si mise a tormentare la frangia del suo grembiale. Io non li vedevo quelli occhi—ma tutto in lei rispondeva: Sì, sì, signor Vittorio, io vi voglio bene! Chiedetemi a mio cognato! Prendete la piccola Carolina e formate la sua felicità...

Poche volte da quando esisto mi sono sentito così sconvolgere come in quel punto. Ero per afferrare il mio momento—ciascuno ha un momento decisivo della sua vita—e la mia mano s’irrigidiva! I miei occhi si velarono...

—Che avete?...—ella balbettò.

Io volevo dire: nulla, o volevo chissà che cosa dire, quando la voce di Rosa suonò dall’alto, da una terrazzetta:

—Carolina!... Carolina!...

Ella rispose:

—Eccomi.

Mi tese la piccola mano. La strinsi dolcemente e la rattenni nella mia fino a che la poverina non la ritrasse pian piano. Ella scomparve. E, come se allo stesso tempo un velario si fosse squarciato davanti agli occhi miei, mi riapparvero, in una rapida successione d’immagini, la mia triste cameretta in una delle piùmalinconiche vie di Napoli, l’affumicataTrattoria dell’Asso di fiori, la sala vasta, silenziosa e fredda della bibliotecaBrancacciana, ove il meglio della mia giovinezza era trascorso...

E il tedio di questa mia giovinezza senza coraggio, senza speranze, senza consolazioni, premette il mio spirito addolorato. Il giardinetto aveva in quel punto una voce misteriosa, vi passava, con le ombre che scendevano, come un soffio dolente: le cose attorno, oscurate, svanivano...

—Addio, dunque, Vittorio!...

E Cataldo Abbadessa, grasso, roseo, allegro, affettuoso, mi gettò le braccia al collo, presso al carrozzino che mi doveva accompagnare alla stazione.

—Caro Vittorio!...—diceva—Povero il mio caro Vittorio!

E non sapeva dire altro. La signora Rosa, fiorente come lui, fresca, d’una bellezza piena di salute e di luce, mi andava cacciando sigari in saccoccia e ammucchiava alcuni piccoli formaggi della sua fattoria sui cuscini del carrozzino.

—Perdonateci, professore... È cosa da poco... Siamo gente alla buona...

—Dunque, addio...—balbettai—Addio, Cataldo... Addio, signora Rosa...

Il carrozzino si metteva in moto.

Ebbi appena il tempo d’esclamare:

—Signorina Carolina, addio...

Ella, ritta in mezzo alla via, immota, pallida, stese la mano...

La udii mormorare:

—Addio, signor professore...

E il carrozzino partì, velocemente, tra nugoli di polvere.

Due disgrazie, una più terribile dell’altra, colpirono, tre anni fa, nel febbraio, il mio amico artista Totò Galiero. Morì improvvisamente un suo zio presso il quale Totò mangiava, beveva, e scriveva le sue poesie lagrimose, i suoi sonetti pieni d’anima, come dicono adesso, i suoi straziantissimi drammoni, brani d’un cuore esulcerato, ch’egli, con un sorriso amaro, gettava di volta in volta a quel cane del pubblico. E un male misterioso—lo scoppio, a sentire i medici, d’una latente infermità nervosa che finiva per molto stranamente esprimersi—gli annebbiava in tale maniera la vista da nascondergli a un tratto e completamente ogni miseria umana.

Gli amici, figurarsi se rimasero atterriti da questo duplice disastro! Coglieva il poeta sentimentale, il pietoso scrittore del «Calvario d’una derelitta», l’espositore commosso delle privazioni degli oppressi, Totò Galiero, il vero socialista della penna, soprannominato fra noi «Totò cuor d’oro» per le rare e nobili qualità della sua psiche.

La povertà! La cecità! Ci pensate voi? Roba da far rabbrividire, veri castighi tremendi. Ed ecco per un anno laVedetta Letteraria,L’Humanum, ilGiornale del Socialismo Artisticoprivati, deserti dei versi e della prosa del nostro buon Totò. Ed eccolo sparito, seppellito chissà dove, muto per tutti, ma impavido, stoico, certamente, e con quell’animo forte che posseggono le creature fatte come lui, ritto di fronte alle sue due immani sventure.

Dopo un anno da questi fatti dolorosi, mentre una sera leggevo tranquillamente il processo Dreyfus, la posta mi recapitò, fra l’altre, una lettera sulla cui busta era scritto, con calligrafia evidentemente muliebre, il mio nome.

Io non sono un donnaiuolo, non intrattengo corrispondenza epistolare con le ammiratrici del mio nobile ingegno, non eccito gli scambii spirituali con le letterate. Quella calligrafia donnesca mi sorprese, dunque, e m’intricò. Apersi la busta, guardai in fondo alla breve letterina e vi lessi con meraviglia non poca la firma del mio amico Totò! Lì per lì, non ricordando la sua triste infermità d’occhi, mi domandai perchè mi scrivesse a quel modo, servendosi di quellepattes de mouchecosì peculiari a un sesso che non era il suo. Poi mi risovvenni della fatale necessità ch’egli aveva di ricorrere a un’altra mano per le sue epistole, e nello spirito mi rimase soltanto la curiosità di conoscere per quale ragione egli affidasse lasua corrispondenza a una donna. La lettera, per altro, me lo spiegò subito.

«Conoscete, mio caro amico, l’ex monastero di Santa Patrizia, lì nella vecchia Napoli, ricoverante famiglie povere e vergognose della loro povertà, antichi impiegati pensionati e pinzochere e attori decaduti? Lo conoscerete certamente. Ebbene, io son lì, anzi qui, in questo decrepito locale: secondo corridoio del secondo piano, terza porta a sinistra. Vado dal medico ogni tre o quattro giorni e aspetto, pazientemente, l’operazione alla quale egli mi dovrà sottoporre e che, dice lui, riescirà completamente. Le mie condizioni finanziarie non sono, ahimè, mutate. Se spero di riacquistar la vista non così spero di potere trovar presto un posticino, un’occupazione quale che sia, tanto, insomma, che mi dia da vivere. Pazienza! Sapete d’altra parte, che cosa veramente desidero? Una vostra visita. Verrete dunque? Vi aspetta il vostro affezionatissimo Galiero. Ave!

«P.S.—La mano che vi scrive questa lettera è quella d’una buona vicina che mi fa da segretario. Il cuore è sempre quello del vostro Totò. Arrivederci!»

Povero Totò! Non misi tempo in mezzo e andai a trovarlo nel vecchio monastero di Santa Patrizia. Era una di quelle uggiose, piovigginose, grige giornate di marzo che vi mettono la tristezza in cuore e l’umido nelle ossa. Trovai Totò del suosolito umore quasi allegro e fu egli stesso, anzi, che avviò la conversazione per via non funebre.

—Guarirò—mi disse—Il dottore me l’ha proprio assicurato. L’operazione sarà dolorosa, sarà lunghetta, ma io torneròa vedere.

—Ma davvero?

—Oh! Ne sono certissimo. Lo sento, ecco. E sento che al mio cuore tormentato è riserbata la più alta, la più gentile delle soddisfazioni. Quella di potervedere, di poter ringraziare non solo col vivo della mia voce, ma col baleno del mio sguardo commosso la più santa delle creature di questo mondo, colei che durante la mia infermità non s’è mai per un momento solo allontanata da me, che m’ha prodigato tutte le sue cure, tutto il suo affetto, tutta la sua bontà! Oh! le sarò ben riconoscente, amico mio! Ora io non desidero di vedereche per lei, per leisolamente!

Parlava forte. La sua voce s’era riscaldata e tutta la sua persona vibrava.

Mi parve di udire un fruscìo di gonne, fuori la porta della celletta. Qualcuno che forse origliava lì, nella penombra, ora s’allontanava in fretta.

E Totò mi parlò della sua vicina, a lungo. Un angelo. Tutti i giorni gli portava il caffè, gli sedeva accanto, lo consolava, gli leggeva i libri e i giornali, gli scriveva le lettere, badava alla sua biancheria, gli spazzolava gli abiti...

—Dunque un idillio?

—Mah!—fece lui, sorridendo.

—Bella?

Totò sorrise ancora, amaramente. E io m’accorsi della mia storditaggine. Che poteva sapere, il povero cieco, del fisico dell’angelo? Ma egli continuava a narrarmi di tante piccole circostanze sentimentali per cui pensai che almeno nell’anima di lui, se non davanti agli occhi suoi, la figura della misteriosa benefattrice doveva essere impressa come una delle più delicate e suggestive.

—Mi scriverete ancora qualche volta?—chiesi al mio amico sul punto di lasciarlo.

—Ma certamente. Spero di potervi presto annunziare la mia guarigione.

—E la felice soluzione del vostro idillio—soggiunsi.

—Chissà?...—disse lui.

Passarono da quel giorno sei o sette mesi. Notizie di Totò, durante tutto quel tempo, io non avevo più potuto apprendere poi ch’ero dovuto partire, appena qualche settimana dopo di averlo visto, per la Germania. Lassù, di volta in volta, mi si rifaceva vivo il ricordo de’ miei amici di Napoli e spesso, nella nebbia nicotinizzata di qualche birreria di Magonza o di Heidelberg,tra’ fumi del prosciutto caldo e del saüercraut, la ideale e dolorosa figura di Totò Galiero mi appariva come quella d’un personaggio poetico e tragico, e degno di quella nordica letteratura.

Tornato a Napoli trovai, fra le parecchie che il mio portinaio aveva avuto la splendida idea di serbarmi per tre mesi nel suo casotto, una lettera di Totò. Questa volta egli scrivevamanu propria, con la sua bella calligrafia chiara e grande, indizio, come osservano i grafologi, d’unapassionalità generosa.

«Sono guarito!—annunziava la lettera—Vedo! Vedo!»

Nient’altro.

Evviva! Ma dove ottenere più precise notizie, dove potermi congratulare con quel poveretto, dove poterlo riabbracciare? Corsi all’ex monastero di Santa Patrizia, infilai daccapo quel lungo e oscuro corridoio che m’aveva guidato alla cella di Totò e con una indescrivibile emozione picchiai al numero 40.

Mi venne ad aprire un vecchietto che aveva fra mani un berrettino tondo intorno al quale egli stesso andava cucendo un nastro di felpa. Dallo schiuso della porta s’intravedevano un lettuccio basso, una vecchia sciabola e due grandi stivaloni appesi al muro, e attaccati alle pareti delle immagini sacre, delle fotografie, un ritratto di Ferdinando II. La stanzuccia mi parve quellad’un qualche militare giubilato, d’unsolitiero, come dicono a Napoli: il vecchietto aveva ancora l’aria marziale, un bel paio di bianchi baffi rialzati e addosso una giacchetta soldatesca, abbottonata fino al mento.

—Scusi, Totò Galiero?

Egli esclamò, sorpreso:

—Come! Chi?...

—Domando perdono.—soggiunsi—Galiero. Ha forse sloggiato?

—Da un pezzo!—disse lui.

—Sono un suo amico. Venivo a vederlo. A congratularmi con lui anzi, che, pare, ha riacquistato la vista... Lei... scusi, ne sa niente?... Vedo che occupa la sua stanza...

Il vecchio mi continuava a sgranare gli occhi in faccia, e taceva.

—Lo conosce?—insistevo—È pure un suo amico, lei?

—Io!?—urlò, come se gli avessi dato uno schiaffo.

Vi fu un silenzio. Ero confuso, non sapevo più che dire e quasi facevo per salutare il vecchietto e andarmene. Egli si volse addietro per riporre il berrettino e l’ago su un tavolinetto. Poi uscì nel corridoio, mi prese per mano, silenziosamente, e mi condusse rimpetto, d’avanti a un’altra porticella. Si chinò a guardare pel buco della serratura e mi fece atto perchè lo imitassi. Guardai là dentro anch’io.

V’era una giovane donna, bruttina, piccola, biondiccia, seduta per terra—al sole che la illuminava tutta—accanto a uno di que’ grossi cestoni ne’ quali le povere madri napoletane, le donne del popolo, mettono a dormire i loro piccini. La piccola bionda si chinava su quella culla e di volta in volta agitava la mano per cacciar via qualche mosca.

—Ha visto?—disse il vecchietto.

Non capivo e non sapevo che cosa rispondere. Allora egli, nel corridoio scuro, avvicinando quasi alla mia la sua faccia, mormorò:

—Il suo amico ci ha lasciato questo grazioso ricordo. Ah, non sa nulla? Bene, glie lo dico io. Partito... Il signor Galiero è partito per l’America, coi denari dell’eredità d’uno zio prete... Capisce?... E lei, non ne sapeva nulla?

Sorrideva, ma con tal sorriso che mi gelò il sangue. Le sue mani scarne tremavano.

—Totò Galiero!—esclamai—Totò ha fatto questo!...

—Già:—disse il vecchietto, continuando a sorridere e rincamminandosi verso la sua stanza—Totò Galiero ha fatto questo. Ha fatto una madre. E te l’ha piantata col figliuolo. Che? Bello! Magnifico! Grandioso! Per gratitudine, l’ha fatto. Quella è la signorina che lo ha assistito durante tutta la sua infermità...

Fece ancora due passi e si volse.

—Totò cuor d’oro, se non mi sbaglio—esclamò—Totòcuor d’oro!... Il poeta! Accidenti! Totò cuor d’oro!

Sulla soglia della sua stanza mi salutò con la mano.

—La riverisco, sa! E lei me lo riverisca!

Suonò una risata ironica, sghignazzante, terribile. Il vecchio sparve nella sua camera.

La porticina si chiuse, sbattuta forte.

Stesa supina sul piccolo divanetto della sala terrena dell’Ospedale degl’Incurabili, lì ove si fanno le immediate medicature a’ feriti che vi capitano di tanto in tanto da’ rioni popolani di Napoli, una giovane donna ripigliava i sensi a mano a mano.

Erano le dieci ore di una magnifica sera di primavera. La lampadina elettrica, che la suora di guardia aveva incappucciata con un pezzo di carta rosea, bagnava il divanetto e quella donna di un dolce lume colorito, diffuso e uguale.

In qua, presso a una tavola sulla quale era squadernato il registro per leRicezioni notturne, il medico di servizio preparava, sbadigliando, le bende e l’ovatta. Quando ebbe tutto allestito per la medicatura, sedette alla tavola, si trasse davanti il calamaio e il registro, sbadigliò ancora una volta e accese un’altra lampadina, per vederci meglio.

—Dunque?—disse, voltandosi—Voialtri, fatevi avanti.

Due guardie di pubblica sicurezza uscirono dalla penombra e si posero di faccia al medico. Il brigadiere salutò militarmente.

—Il fatto?—disse il dottore.

—Vico Astuti, sezione Porto.

—Scusi, brigadiere—corresse l’altra guardia—sezione Mercato.

Il medico scosse la testa, nervoso.

—Vi ho chiesto del fatto, non del luogo. Come è andato? Spicciatevi.

—Il fatto del ferimento?—disse il brigadiere—Ecco. Io e la guardia scelta Cosentino, qui presente, passavamo pel Vico Astuti, verso le nove e un quarto. Costei urlava, in mezzo a certe femmine. Ci siamo avvicinati al gruppetto. Be’?—dico—di che si tratta? Dice una di quelle femmine: Brigadiere, portatela all’ospedale: l’hanno sfregiata e perde sangue. E così l’abbiamo portata qui, in vettura...

Il dottore s’era levato e s’avvicinava al divanetto.

—Dove ti hanno ferita, eh, bella bimba?

La donna, che premeva sulla guancia destra una pezzuola la quale s’era tutta arrossata, ne la disgiunse pian piano. Apparve la guancia sanguinante. Ella strinse i denti, con un brivido, e tornò a chiuder gli occhi.

—Rasoio:—mormorava il medico, reclinato sulla donna—colpo scorrente dalla tempia all’angolo mascellare inferiore. Ferita abbastanzaprofonda. Aspetta... Anche qui? Anche al braccio?

Gli agenti s’accostarono per guardare.

—Ferita anche al braccio!—esclamò il brigadiere—Era per questo che mi sentivo scorrere il sangue nella manica, quando l’ho afferrata pel braccio! Vuol dire che ha parato un altro colpo e ha preso anche quello.

—Ah, Signore Iddio!—sospirò la suora.

—Come ti chiami?—chiese il dottore.

La donna balbettò:

—Sofia Ercolano.

—Soprannominatala rossa—disse il brigadiere.

—E lo vuoi dire chi è stato?

Attraverso alla pezzuola che le nascondeva quasi tutta la faccia, larossamormorò:

—Non lo so... Non l’ho visto...

—Sangue d’un cane!—esclamò la guardia Cosentino—Ma senti se non fanno tutte così! «Non lo so! Non lo conosco! È stato uno sbaglio!...». Ah, brutte bagasce!...

—Basta!—disse il dottore.

—Ma Cristo!—mormorò il brigadiere alla guardia—Vuoi star zitto? Non vedi che c’è la suora madre?

Soggiunse, levando la mano spiegata al chepì:

—Possiamo andare?

Senza badargli il chirurgo si volse alla monaca.

—La catinella.

Larossasgranò gli occhi spaventata, e tentò di rizzarsi.

—No! No!... Che mi volete fare?...

—Pazienza, bella mia. Poca roba. Ce la caveremo in cinque minuti.

Rimboccò fino a’ gomiti le maniche del lungo camice grigiastro e si mise a frugare tra’ suoi ferri. Intanto, piegato sulla cassetta ov’erano riposti, senza nemmeno voltarsi, diceva alle guardie:

—Voialtri andatevene, pel momento. Poi vi chiamerò.

—Andiamocene—disse il Guglielmi a Cosentino.

Nel corridoio incontrarono la suora che portava la catinella.

Il brigadiere le domandò:

—Scusi, resta qui larossa?

—Ma s’intende—disse la suora.

S’udì la voce dell’Ercolano, alta, squillante:

—No! No!... Ah, bella Vergine!... Ah, Madonna del Carmine!...

Ora, nello spazioso cortile tutto inondato dal chiaro lume della luna, le guardie, stanche, s’avviavano al largo sedile di marmo su cui, presso alla scala scoperta e marmorea, un gigantesco eucaliptus spandeva un’ombra nerastra.

Sedettero. Il brigadiere accese un sigaro e lanciò alla fresca e pura aria notturna una copiosa boccata di fumo.

Risuonò, ancora, più cupo, un urlo dellarossa. Si rifece il silenzio.

—Guardi che luna!—mormorò Cosentino, levando gli occhi in alto.

—Luna piena—disse il brigadiere, beatamente.—Pare giorno.

Dopo un po’, Cosentino disse:

—Ha mezzo sigaro, per caso?

Nella sala «Ramaglia», al buon sole che v’entrava pe’ larghi finestroni, le ricoverate nell’ospedale chiacchieravano. Delle frasi allegre correvano di letto in letto fino in fondo allo stanzone, ove, presso alla bella porta di marmo e accanto a una tavola coperta da un tappeto verdognolo, una suora preparava filacce. Seduto alla medesima tavola l’impiegato delleentratericopiava in un quaderno le prescrizioni farmaceutiche. Era l’ora dellavisita. I parenti delle ricoverate arrivavano a gruppi, continuamente, e si sparpagliavano intorno a’ letti e subito vi si andavano a sedere accapo o nel corsello tra muro e letto, o rimanevano davanti ad essi, impiedi, con l’aria triste e meravigliata delle persone di buona salute che si trovano al cospetto d’un qualche loro caro diventato là dentro così pallido, così triste, così sfinito! Laggiù, verso gli ultimi letti, una giovane contadina itterica baciucchiava il figliuolo che le avevano portato dal villaggio, un marmocchiettobianco e roseo il cui vivo incarnato dava maggior rilievo all’orribile color giallastro della madre. Un altro figliuoletto di lei s’era arrampicato sul letto e là dove la coltre si alzava ad angolo sulle ginocchia della mamma egli si piegava, e abbracciava ridendo quelle ginocchia nascoste e le baciucchiava.

La suora di guardia sospese la sua bisogna e mormorò all’impiegato:

—Guardi che bella scenetta per un pittore!

—Idroclorato di morfina—fece l’impiegato, con l’indice della sinistra puntato sul foglio dal quale ricopiava—Ovatta pacchi nove... Diceva, suora?... Già: difatti. Scena per un pittore. C’è la visita, oggi?

—Certo. È giovedì.

—Non ci avevo badato.

Rimasero muti per un pezzo, guardando a uno a uno i nuovi venuti dei quali qualcuno, capitato lì per la prima volta, cercava il letto che gli avevano indicato.

—Quella lì non ha proprio nessuno che la venga a trovare—osservò la suora, a un tratto.

—Chi?

—L’ottantuno. Laggiù.

—Larossa? E chi vuole che la venga a trovare? Ecco... se proprio ci volessero venire tutti quelli che la conoscono... Avremmo qui un reggimento, suora!...

—Davvero? E perchè?

—Perchè?... Perchè queste cose lei non le sa. Sono piccole miserie della vita, ecco. Quella signorina è un po’... Come devo dire? Un po’ la signorinaOmnibus.

La suora arrossì e si levò. Minacciava l’impiegato, con l’indice teso.

—Ah, quella linguaccia!

—Già, già: ha ragione.—disse quello, e si rimise a ricopiare—Ovatta pacchi nove, garza tre, bende sette...

La suora mosse dirittamente al lettuccio della Ercolano, che pareva assopita. Contemplò a lungo quel volto ancora pallido, segnato dalla tempia all’angolo della bocca dalla ferita recente, che ora s’andava rimarginando. E come l’Ercolano lasciava penzolare fuori del letto un braccio ella glie lo sollevò, dolcemente, e lo ripose sulle coltri.

Larossaaperse gli occhi e sorrise.

—Quel povero braccio!—disse la suora—Il braccio malato! E lei se lo lascia cascar giù fuori dal letto!

—È guarito.

—Ah, sì? Come andiamo dunque? Bene?

—Bene, sì, sì. E domani me ne voglio andare. Ecco già undici giorni che son qui. Ci perdo la salute, suora! Peggio d’un carcere!

—Ma dove vuole andare? Parenti ne ha lei?

—Non ho alcuno—rispose l’Ercolano, un po’ triste, un po’ impazientita.

S’era messa a sedere in mezzo al letto e lesue mani esangui e nervose tormentavano le lenzuola. Il suo sguardo errava, senza volontà. E su’ letti in fila, sul viavai della gente esso passava come quello, già abituato e senza curiosità, delle vecchie clientele dell’ospedale. A un momento, più a lungo, s’arrestò sulla cappelletta che veniva fuori da un angolo dello stanzone, nascosta da pesanti cortine a fiorami.

La suora immaginò che pregasse. Si intenerì. Stese la mano, dopo un poco, e lievemente glie la posò sulla spalla.

—A che pensa?

—Penso—mormorò l’Ercolano—al sogno che ho fatto stanotte. Ho sognato delle ciliege. E mi pareva di averne pieno il grembiale e di mangiarne tante, tante!...

—Ciliege?

—Le adoro.

S’era fatta lieta. Si dimenticava.

—Tante volte, quando mi cercano, chiedono diquella delle ciliege...

—È il tempo loro—disse la suora, arrossendo—Domani glie ne faccio avere.

—Domani me ne vado.

—Ma no!—esclamò l’altra, scotendo il capo.—Non voglio che se ne vada così presto! Ancora non siamo in gambe, figliuola!

E le carezzò i capelli, col suo solito atto materno che le ingraziava le ricoverate più difficili.

Lentamente l’Ercolano si riaddossò ai cuscinie vi affondò il capo. Sulla sua pallida faccia passò un’ombra di tedio e di stanchezza.

—Dunque si resta intese—disse la suora—Domani non si va via. E le porterò le ciliege, domani.

Larossaaveva chiuso gli occhi. Pareva assopita. La suora si chinò sopra di lei e le mormorò:

—Arrivederci, non è vero?

—Arrivederci...—balbettò la convalescente.

A poco a poco il sole risaliva su per le coltri del letto. Una chiazza ancor abbagliante dilagava sulla bianca parete, a capo; ancora gli origlieri se ne bagnavano e, come un casco dorato, lì, copiosa e lucida, la capigliatura dell’Ercolano accoglieva riflessi quasi metallici. Le coltri estive disegnavano una sagoma voluttuosa, un ricco e immoto seno giovanile.

Era terminata la visita. Dei ritardatarii s’indugiavano presso a’ letti, impiedi, con le mani ancora poggiate sulle spalliere delle seggiole dalle quali s’erano levati e dove pareva che stessero lì lì per rimettersi a sedere come per tornare a discorrere coi loro malati.

Un giovanotto piccolo, bruno, col cappello di feltro molle su gli occhi, ronzava da un pezzo attorno al letto dellarossa. Ed era adesso cosìintento a contemplare l’Ercolano, così conquistato da quella dolce immobilità sopita, che non s’accorse null’affatto di due altri borghesi che gli stavano alle costole e spiavano ogni atto di lui.

A un tratto si decise. Fece due passi verso il letto e cacciò la mano in saccoccia.

—Fermo!—urlò uno dei borghesi, ch’era il brigadiere Guglielmi.

E gli fu addosso e lo abbrancò pel colletto. La guardia Cosentino gli afferrava le braccia, di fianco.

—Che vuoi fare? Un’altra rasoiata? Fermo, corpo di Dio!...

L’uomo, agguantato così d’un subito, sulle prime non aveva opposta alcuna resistenza. Ma ora cercava di divincolarsi.

—Fermo!—gridava il Guglielmi.

Cosentino gridava anche lui, voltato alla porta:

—Qua, qua! Custodi!

E mentre di laggiù, dal fondo della sala, qualche inserviente accorreva e s’udiva gridare qua e là anche da’ letti, la rossa si svegliò, di soprassalto. Ora quel giovanotto le stava quasi di faccia.

Lo riconobbe. Gli era cascato il cappello, a piè del letto.

Mise un grido rauco:

—Tu! Tu!... Rafèle!...

—Cuccia!—le fece il Guglielmi.

Cosentino le gridava:

—Sorcio in trappola! Ora ce lo dirà lui chi è stato che t’ha sfregiata!

Lo sconosciuto mormorava, perdutamente:

—Io... sì... è vero...

Ma protesa dal letto, l’Ercolano urlava, con le braccia stese:

—No! No!... Non è stato lui!...

—Va bene!—rise il brigadiere—E ti credo, va! Parola d’onore. Vi metterete d’accordo davanti al giudice!...

Cosentino si frugava, cercando le manette, e canticchiava:

E ll’ammore è na catena,nun se po’ cchiù scatenà!...

E ll’ammore è na catena,nun se po’ cchiù scatenà!...

—Perquisiscilo—disse il Guglielmi.

L’uomo, pallido come un morto, si lasciò fare.

—Ha le saccoccie piene di ciliege—disse Cosentino.

Ne gettò sul letto due schiocche.

E allarossa, che mordeva gli origlieri e si torceva tra le coltri, gridò, ridendo:

—Toh,rossa! Le ciliege! E fattene buccole!...

Al quarto piano d’uno de’ mastodontici palazzi del Vasto, un nuovo rione risultato dalla bonifica delle paludi, rimpetto alla stazione ferroviaria, il maestro direttore d’orchestra Sponzilli—la cui moglie, scappatagli di casa con un tenore, era finita di febbre gialla in America—abitava l’interno 4 con la figliuola Sofia e una servetta, l’Emilia, che in casa chiamavano Milia—una contadinotta di Corleto Perticara.

S’era nel luglio. Presso alla finestra che affacciava sul vasto cortile del palazzo, Milia s’era posta a lavorare all’uncinetto. Le mani pienotte e arrossate che, poco prima, avevano risciacquato panni e pentole, andavan lente: di volta in volta l’uncinetto, tra quelle impratiche dita poco agili, s’arrestava e ricascava in grembo alla giovanetta. E di su ’l davanzale della finestra, tra un vaso di menta e i fascicoli d’un romanzo illustrato, il gatto di casa, che lì aveva trovato il suo posticino al sole, la contemplava, ammiccando. Un’afa sciroccale pesava sul cortile silenzioso: le ore d’un torrido pomeriggio scorrevano lente.

Improvvisamente suonò, breve, una voce. La servetta trasalì e levò il capo: si rizzò pure il gatto e fece arco della schiena, e sbadigliò. La voce veniva dalla camera da letto della signorina Sofia.

—Milia! Milia!

Il gatto scese dalla finestra e s’avviò. La servetta raccolse il merlettino, il gomitolo, l’uncinetto e ammucchiò tutto sui fascicoli del romanzo. S’alzò e scosse il grembiale.

La voce interna insisteva:

—Milia! Milia!

—Uff!—fece Milia.

E rispose forte:

—Vengo, vengo! Pronta!

Nella cameretta della signorina era buio: le imposte del balcone erano chiuse. Ma da quella commessura, avanzando fino a piè del letto, si partiva come una sottile lama d’oro. Attorno l’ombra si raffittiva.

—Dove siete?—disse Milia.

—Qui, qui. Vieni qui: senti...

E la sagoma del letto si svelò a poco a poco agli occhi della servetta. Vagamente, nella penombra, cominciarono a pigliar rilievo un tavolo tondo, il canterano, il divanetto.

—Senti, Milia, senti...

Dal letto si stese un braccio, e una mano febbrile le agguantò e strinse il polso.

—Oh, Gesù!—fece Milia, impaurita.

Di su le coltri—s’era gettata bell’e vestita sul letto—la signorina Sofia, sollevata sopra un gomito, si protendeva. Gli occhi di lei lucevano nell’oscurità e la Milia, immota, si sentiva figgere addosso quello sguardo ansioso.

—Milia, dimmi... Mi vuoi bene? E se la signorina tua ti chiede un favore... dimmi... se ti chiede un favore, che le rispondi?

—Oh, signorinella!—balbettò Milia.

—Senti, un favore da niente... Ascolta bene. Tu devi andare da Enrico... Alla ferrovia... Alle partenze, lo sai, dove si prendono i biglietti...

La signorina frugava sotto l’origliere.

—Lo farai chiamare e gli darai questa lettera.

Nella penombra la busta della lettera biancheggiava. Milia ritrasse le mani.

—Non vuoi? Non vuoi andare?...

Ora la signorina s’era levata a sedere sul letto e ricercava le piccole ruvide mani che le erano sfuggite. Le ritrovò, le strinse, dolcemente, lasciò tra quelle scivolare la lettera e le rinserrò.

—Perchè non vuoi? Di che hai paura? Tu lo sai, fino a stasera papà non torna. Nessuno saprà nulla. Su, Milia! Come te lo devo dire? Vacci! Fammi questa carità!

L’altra, irresoluta, taceva, girando e rigirando la lettera fra le dita.

—Rispondi! Che vuoi fare? Non vuoi? Dunque alla signorina tua non le vuoi più bene? Di’, non le vuoi più bene?

E a un tratto ruppe, afferrandole e squassandole le braccia:

—O vai tu, o mi levo e ci vado io!

—Date qua.—piagnucolava la servetta—Ci vado, ci vado...

La lettera era caduta a piè del letto. La servetta si chinò, sospirando, e la raccolse.

—Che gli devo dire?

—Che voglio subito la risposta. E... se è vero...

—Se è vero?...

—Se è vero quello che si dice...

—Che volete la risposta a quello che gli avete scritto e se è vero quello che si dice.

—Così. Ora va. Ti ricordi? Alle partenze. Chiamalo fuori dell’ufficio.

La servetta si ficcò la lettera nel busto e uscì. Ripassando per la stanza che poco fa aveva lasciata si fece alla finestra e guardò nel cortile. Il gran cortile era deserto: a un angolo, per una delle porte d’entrata, passava un gran chiaro e si diffondeva e dilagava sull’arido selciato. La moglie del portinaio aveva piantata al sole una seggiola e appeso alla sua spalliera un sudicio lino del suo poppante. All’opposto angolo, nell’ombra, la ruota immane per la fornitura dell’acqua gocciolava e lo stillicidio incessante turbava una pozza d’acqua, là sotto. Di fuori l’immenso rione nuovo del Vasto pareva morto: il silenzio era alto: nessun romore, nessuna voce.

Di faccia alla finestra ove la servetta s’indugiavaera quella della Marangi, la maestrina comunale. A poca distanza dal parapetto, seduta a una tavola sulla quale era pur la piccola macchina da cucire, la Marangi scriveva, piegata su un mucchio di carte. Di volta in volta, sostando, si leccava il medio della mano destra che s’era insudiciato d’inchiostro, e lo fregava a una pezzuola.

—Signorina Marangi,—disse Milia—scusate tanto se vi disturbo. Io vado per una commissione e lascio sola la mia signorina. Mi volete dare occhio alla porta?

La Marangi levò il capo. Rispose:

—Va bene.

Si rimise a scrivere. S’udì lo sbattere della porta e Milia scese le scale, canticchiando. Era così alto il silenzio che la Marangi udì, chiaramente, la voce della servetta in cortile. Milia diceva al portinaio:

—Don Angelo, non lasciate salire alcuno. La signorina è rimasta sola in casa. Io vado per un soldo d’aghi e subito torno.

La maestrina, che aveva abbandonato il braccio sulla tavola e schiuse le dita dalle quali era sfuggita la penna, sospirò profondamente. I suoi grandi e dolci occhi azzurrini si velarono, stanchi, fra le ciglia. Appena tornata dalla scuola s’era posta a rivedere i compiti delle sue scolarette: un mucchio di scritti infantili aspettava ancora i suoi segni di correzione a matita azzurra. E la notte precedente ella aveva così poco dormito!

—Pazienza!—mormorò, passando e ripassando le dita sulle palpebre grevi.

Come un’eco, dalla finestra dirimpetto, una voce ripetette:

—Pazienza!

—Oh, Sofia! Sei tu?—disse la Marangi.

Immobile, ritta presso il davanzale della sua finestra, la signorina Sofia la guardava.

—E tu che fai, Laura?

La maestrina sorrise, malinconicamente. Con gli occhi indicò gli scritti sparsi sulla tavola.

—Non vedi? Correggo compiti.

Rimasero mute per un po’ tutte e due, contemplandosi.

—Che fai?—disse la Marangi.

—Nulla.

—Nulla? Troppo poco... Tu soffri. Sofia, tu soffri, lo so. Lo vedo. Come sei pallida!

Si levò dalla tavola e venne a porsi davanti alla finestra. Mise le mani spiegate sul davanzale. E, gravemente, soggiunse:

—Senti, Sofia, lascialo! Io te lo volevo dire da tanto tempo! Pensa a te, pensa a te! Quell’uomo lì non è fatto pel tuo carattere nobile e fine. Lascialo. Egli ti lascerà, se non lo lasci. È tristo, è ingeneroso... Perdonami, sai, non ti dolere... È tristo, è tristo!...

Sofia Sponzilli tremava, bianca come un cencio. Tremavano le sue piccole mani nervose e tormentavano i fascicoli del romanzo, il gomitolo,il ricamo che Milia aveva dimenticato sulla finestra.

Rispose, piano:

—No... non posso.

—Ti lascerà! Lo vedrai.

—Ebbene... se fa questo... Vedrai, Laura!

La maestrina scosse la testa, pietosa. E si mise a riordinare, macchinalmente, i suoi compiti sulla tavola.

—Tu non hai cuore per certe cose!—disse la Sponzilli, all’improvviso—Tu non hai mai amato!

—Oh, figlia mia!—balbettò la maestrina, con tutta la commossa voce del suo cuore pieno di ricordi e di rimprovero.

E le carte le sfuggirono di mano, ed ella chinò la testa e si sentì piegare.

La Sponzilli era scomparsa. Laura Marangi scivolò lentamente lungo la tavola, tornò a sedere al suo posto, riprese la penna e contemplò, muta, meditando, i suoi compiti. Gli occhi le si erano empiti di lagrime. Bagnò due o tre volte la penna, cercò uno degli scritti nel mucchietto che se n’era posto davanti. La mano e lo scritto, rimasero lì, immoti. Ella si risovveniva, ora, di tutte le sue pene, di tutto l’amor suo finito miseramente per una volgare questione d’interessi, di denaro. Povera, anche lei: con una mamma vecchia, cieca, poveramente pensionata, con un fratello ferroviere che ora le voleva abbandonare per ammogliarsi,e senz’altro, senz’altro, che uno stipendio meschino! E senza più amore, e senza più speranza, davanti all’oscuro avvenire!

Reclinò la testa bionda sul braccio e ve la posò, e vi nascose la faccia.

Ora tornava Milia, dalla ferrovia: si udiva il romore de’ suoi zoccoletti, su per le scale. La porta di casa della Sponzilli s’aperse e sbattette con uno strepito breve. La Marangi non si mosse, non levò il capo. Piangeva piano, col volto sul braccio piegato: piangeva amaramente, senza sapere perchè.

Suonò, all’improvviso, un alto grido angoscioso. La servetta apparì alla finestra, con le mani ne’ capelli, con la faccia stravolta.

—Milia!—gridò la Marangi.

—S’è buttata dal balcone! S’è buttata giù!...—urlava Milia—Ah, Madonna del Carmine! Signorina! Oh, Dio! La signorina mia ha avuto la risposta da quel giovane e s’è buttata!...

La Marangi si coperse la faccia con le mani. Tentò di levarsi. Ricadde sulla seggiola.

Balbettava:

—Oh, Sofia! Oh, Sofia mia!... Oh, Dio! Dio! Dio!...

Milia si schiaffeggiava, pazzamente, urlando:

—Dal balcone! Dal balcone!...

Disparve. La porta di casa s’aperse con un fracasso spaventoso. La servetta si precipitò per le scale, urlando. E su per ogni pianerottolo s’aperserosubito altri usci, e nel cortile si popolarono tutte le finestre.

Una voce, dall’alto disse:

—Chi s’è buttata?

Un’altra rispose:

—La Sponzilli... La figlia del maestro di musica. Dall’altra parte. Nella via Brindisi...

E dalla via Brindisi un vocio confuso e crescente salì alle finestre. Ora la folla entrava nel cortile, e se ne udiva il mormorio. Portavano qualcuno, in cortile, un corpo immoto...

La Marangi, inorridita, si trasse addietro e s’appoggiò allo spigolo della tavola. Si sentì mancare. Si provò a chiamare la madre e la voce le venne meno.

Un prete, di furia, scendeva dall’ultimo piano. Era il fratello d’una vedova, cappellano a Santa Maria delle Paludi.

Si affrettava, pallidissimo, con la stola sul braccio, abbottonando, con le dita tremanti, la sottana al sommo del petto...

Sono sei mesi da che ho dovuto lasciare una grande città del settentrione—desidero di non additarla a nome—per un paesetto che ne è lontano quindici miglia. Il mio spirito ha bisogno di quiete. Ho bisogno di vedermi circondato da cose e da persone tranquille; le capitali sono affollate di gente trista e volgare, ciarliera, spregevole, insopportabile, che vi preme e vi disgusta, che popola i caffè e li satura di vanità, di insincerità e di oziosi vaniloquii.

Qui dove sono venuto è altra cosa. Vi rimarrò a lungo? Non so. Ma mi sono suggestionato—e la mia suggestione non s’è interrotta fino a questo punto. Sì, vi rimarrò: vi devo restare parecchio. Qui scriverò, solo solo con me stesso e coi miei ricordi che hanno bisogno di prorompere una buona volta, la storia che attingerà dai molti e profondi dolori della mia stessa esistenza la materia più sincera. Vedo che mi aiuta, con la sua fisonomia placida e serena, il luogo ove ho riparato. Lo vado ancora percorrendo, in passeggiatemattutine, che non mi stancano e che oramai me l’hanno tutto quanto svelato.

A dugento passi dalla mia casetta, sul fondo verde della montagna, si disegna con semplici linee un edificio rustico e grigio. Ove la raggiunge un parco deserto appare la sua rozza facciata, qua e là striata da bianche suture di calce. Nel parco solitario spuntano da terra, come tanti fiori mostruosi e deformati, alcune antiche erme di pietra—che il padrone di quella casa, che forse fu signorile e bene architettata e ornata, sparse una volta su per un prato muscoso, il prato arcadico del suo bel tempo, ora diventato brullo e disuguale. L’ho pur amato così, nei mesi dell’inverno, quando la pioggia lo immolla, freddo pianto del cielo. Forse perchè la natura non mi pare interessante se non quando è debole o è malata.

La prima volta in cui visitai quell’edificio fu in autunno. Mi parve subito che il tono delle cose esteriori corrispondesse al palpito che da ognuna delle creature umane raccolte in quella casa s’esprimeva come cercando di superarne i muri impenetrabili. In quel vasto manicomio la vicina e grande città industriale manda all’aria ossigenata della montagna i suoi poveri folli. Città meccanica, così pare che si liberi di tutti i guasti suoi congegni: ma ne ricominciano a stridere qui gl’ingranaggi arrugginiti e, spesso, nei giorni di tramontana, all’urlìo del vento, alsuo sibilo lacerante si mescola un suono che certo è umano, che da creature umane si parte, e nella cui scomposta e aneuritmica insistenza s’adunano come trasformati, e su d’un tono che ora sale ora scende, il pianto e la preghiera, l’imprecazione e il lamento.

Per quale ragione, dal primo giorno in cui ho posto tenda a X..., mi ha chiamato a sè quel luogo dal quale in altri momenti della mia vita avrei certo rifuggito? Non ve lo so dire: come non saprei dirvi davvero quante volte mi vi sono recato e ho poi finito col giurare a me stesso, nell’uscirne, di non tornarvi mai più. Devo credere, per altro, che quelle mie frequenti visite siano state sollecitate pur dal piacere che ho sinceramente provato di pormi in comunione frequente con la più dotta, acuta e geniale persona che là dentro,—con la scienza che lo esamina e lo sorveglia, con la pietà che lo inganna, con occhi che affisandosi su tanti poveri esseri paiono più teneramente meditativi che indagatori—presieda a quell’ignaro dolore. Non posso indicarvi a nome quest’uomo: lo chiamerò il dottor Massimo. E poi, che v’importa di sapere come si chiami? Questa è la narrazione di un fatto i cui pochi personaggi ho io soltanto il diritto di conoscere compiutamente. Quelli che abitano la triste casa di salute mi sono noti, quasi tutti. Con alcuni dei più tranquilli mi son posto, talvolta, persino a discutere, fino a quando non mi ha separato daloro quella mossa che, all’improvviso, han fatto i loro discorsi di uscire dal campo logico per appressarsi, per tornare con un’insistenza, a volte anche pacata, a un mondo di persone e di cose irreali.

Ora, una ventina di giorni fa, mentre allineavo su un pluteo della mia piccola libreria un bell’esemplare, in tredici volumi,Della vita e delle opere di Federigo il Grande,—edizione francese del 1789, che la vecchia vedova d’un bibliofilo farmacista di X... mi aveva ceduto per poco denaro—mi capitò un bigliettino del dottor Massimo, così concepito: «Ho qui del buon the, dell’autenticoHyson hayswenche mi arriva direttamente da Annam; ho per le mani un nuovosoggetto—e non ci vediamo da venti giorni!».

—Inutile scrivere al professore—dissi al vecchietto che mi aveva portata la lettera—fra mezz’ora sarò da lui.

Sulla soglia, uscendo, il vecchietto si voltò per raccomandarmi:

—Sa, signore: il paracqua! Il tempo minaccia.

Si preparava, difatti, una brutta giornata: cielo grigio, aria umida e fredda. Qualche goccia di pioggia mi colpì sulla faccia appena misi piede fuori di casa. Sulla via carrettiera mi soffermai un momento: la campagna, nel lontano, mi parvepiù deserta e malinconica del solito; una nebbiola bassa, come un fumo lieve, le stava sopra e la oscurava un poco.

Il dottore mi venne incontro nel cortile dell’ospizio. Con la sua effusione abituale m’afferrò la mano e me la strinse.

—Vi chieggo scusa se v’ho scomodato. Ma non vi vedevo da tanto tempo! Bravo, ho piacere. Ora concedetemi dieci minuti di permesso: il tempo di dare un’occhiata alle lettere che mi sono giunte adesso. Dieci minuti, e sono ai vostri ordini.

Si ficcò in fretta nel suo studiolo a pianterreno. Ma prima aveva fatto un cenno a un custode, un gigante biondo, che aspettava, col berretto fra le mani.

—Potete aprire.

Il gigante introdusse una piccola chiave nella toppa della porta ferrata che è in fondo al cortile, e quella, a un suo spintone, stridendo sui cardini s’aperse a mezzo. Passai: il custode era passato prima. La porta si rinchiuse. Eravamo nelQuadrato dei pazzi tranquilli.

Era stato forse un giardino, in origine: ora poco vi restava che lo attestasse: qualche alberello dal tronco sbiancato, il segno d’un viale, uno dei muri ancora rigato, verso la cresta, di cannucce in fila, che il giardiniere vi aveva inchiodato per favorire ascensioni di glicine o di campanule. Addossati a quel muro due freddi sedilidi marmo pareva che aspettassero qualcuno: altri ve n’erano qua e là, co’ piedi a zoccolo già conquistati da umide chiazze di musco.

Itranquillipasseggiavano, solitarii, in peripatetici soliloqui. Qualcuno, d’un subito, dopo una lunga corsa lungo il muro di cinta, s’arrestava, si premeva il petto con le mani spiegate, e ansava forte—qualche altro, in estasi davanti all’arida vasca di quella che era stata una fontana, in un angolo, non ne levava più gli occhi incantati—un altro ancora, che ora si veniva a sedere sulla panca di marmo più prossima alla porta, si voltava a interrogarla senza posa, girando e rigirando il capo, che scattava come per un congegno meccanico. Ve n’erano di quelli che si sprofondavano nelle loro meditazioni, e non ascoltavano, non vedevano che que’ loro fantasmi—e ve n’erano altri che, a due a due, a braccetto, or lentamente, ora a passi precipitosi, trascinavano, infervorati, le loro misteriose discussioni. Ove due delle pareti del recinto si raggiungevano e facevano spigolo, con la faccia al muro, con le mani sulla faccia, un poco piegato e quasi tremante, un altro singhiozzava. I compagni gli passavano davanti senza neppure guardarlo.

Spioveva, adesso. Pel fitto d’una scura nuvolaglia finalmente il sole era riescito a ficcarsi: ora quell’immane viluppo s’andava colorendo, i suoi lembi ondulanti si accendevano. Dalla terra inumidita si sprigionava un lievissimo odore chea poco a poco diventava più acre. Ma il silenzio non s’interrompeva. Vedevo venire verso di me, lenta, una coppia che a volte s’arrestava: un vecchio signore aveva passato il suo sotto al braccio di un giovane e questi, camminando, pareva che stesse ad ascoltare il suo compagno anziano. Quando si fermavano, il vecchio figgeva gli occhi ansiosi in quelli del giovane, che lo guardava come trasognato. Pian piano gli scioglieva le mani che quello s’ostinava a tenere rinserrate, e le premeva dolcemente nelle sue. L’ebete si lasciava fare, in silenzio, con un sorriso melenso, passivo alla carezza paterna. E il padre, ch’era venuto a trovarlo, e lo aveva ancora una volta rintracciato in quella folla misera, sempre allo stesso posto e assorbito dall’eterna sua meditazione sconsolata, ora, ancora una volta, e invano, gli parlava sommessamente di tutte le persone, di tutte le cose un tempo così care a lui: della casa, della famiglia, ch’egli aveva dimenticato, forse per sempre. E mentre attorno continuava il va e vieni, continuavano i soliloquii, le corse ansiose, e il pianto di quello che s’era messo con la faccia al muro, qui, a qualche passo da me, quel padre seguitava a sollecitare il figliuolo, e ora, incollerito e angoscioso, quasi lo investiva con la solita domanda che non ha mai risposta: Ma dimmi, dimmi... Ricordi? Dimmi... Ti ricordi?...

Il dottore m’aspettava, con le mani sul dosso, con l’ultimo fascicolo dellaPhrenologische Zeitschriftsotto l’ascella, appie’ della vasta scala che mena ai corridoi superiori. Ricominciammo a parlare del suonuovo soggetto: una giovane donna ch’era stata affidata alle sue cure speciali.

—Tipo non comune. Nessuna delle degenerazioni fisiche che io riscontro nelle altre ammalate di tal genere. Ecco: forse quelle iridi grige che talvolta si slargano...

S’arrestava al sommo della prima tesa delle scale e pigliava fiato.

—E di che cosa è malata?

—Ebbene, pel momento non vi saprei dire. Ha delle frenosi complicate d’isterismo e di catalessia, e una mania di pianto. Per lo più è muta e solitaria. Qualche volta l’ho udita cantare. La lascio fare, la lascio libera. Ella non farà mai male ad alcuno. Non s’agita, non urla. Nessuna irrequietezza. Per tanto è una isterica: e pure m’oppugna il Sydenam, che al cospetto di lei si troverebbe forse per la prima volta in presenza d’una di queste paranoiche la quale non ha, come lui dice, la costanza dell’incostanza. In fondo, siamo sempre lì—soggiunse il dottore, soffermandosi con me sul largo pianerottolo—le solite devastazioni di quel risvegliatore eterno, dolcissimo ediniquo, d’ogni male latente. L’amore. Dico bene? Secondo me quella poverina ama o ha amato qualcuno che non ha mai potuto raggiungere.

S’apriva davanti a noi il lungo e spazioso corridoio dalle bianche pareti, deserto. Tutte le porte delle celle erano chiuse.

—È qui, aipagamenti.—disse il dottore—Numero quaranta.

Con le nocche delle dita picchiò sulla porta e attese qualche poco. Poi ficcò la chiavetta nella toppa e la porta s’aperse.

Ora egli, di su la soglia, col cappello in mano, salutava.

—Buongiorno, signorina.

La vidi, subitamente. Era seduta presso la sponda del suo bianco letto e ci voltava le spalle. Vidi un’onda di capelli d’oro, quasi disciolti, vidi una mano, pallida e sottile, come abbandonata sulla tavola sparsa di fiori, accanto a lei; una mano che s’appressava a quei crisantemi con quel moto lievo e incerto che hanno le dita dei ciechi.

Il dottore presentava:

—Il mio amico Legrenzi.

Ella si volse, e si levò, di scatto. Con un grido, un grido che non potrò mai dimenticare! Si trasse addietro, s’addossò quasi a uno stipite della finestra. La luce della finestra la circonfuse; ma la coglieva alle spalle, e io non vedevo che un fantasma, alto, sottile, dalle braccia levate in atto di meraviglia e di terrore.

Che cosa io balbettai, che cosa feci in quel punto! Non so... M’è parso di piegarmi, di mancare. Le mie mani si sono afferrate allo spigolo della tavola, gli occhi miei fisi e spalancati hanno visto venire verso di me, lento, dal luminoso fondo della finestra, il fantasma. Ho sentito una mano che mi si posava sulla spalla. Ho visto confusamente lei, che si chinava, che mi guardava. E m’è parso che sorridesse, con gli occhi pieni di lagrime...

E ho udito poi la sua voce:

—Ti ricordi!... Dimmi... Ti ricordi!...

Ebbene, sì, ricordavo. Una intera esistenza vi può ripassare davanti agli occhi in un attimo.

Rivedevo, in quella bionda e pallida figura, mia madre, mia madre adorata, morta quando io nulla ancora potevo intendere della vita e delle sue tragedie, dei suoi profondi dolori, delle orribili amarezze che vi invecchiano di colpo e vi abbandonano, disfatti, al tedio o alla disperazione. Sì, rivedevo mia madre, in costei. Era il suo profilo puro e dolce, erano i suoi capelli d’oro che io amavo di carezzare, erano i suoi grandi occhi chiari, d’un azzurro grigiastro, pieni di lume e di dolore. E la voce! La voce ch’erarimasta nel mio orecchioda quel tempo della mia infanzia,in cui la udivo suonare melodiosa e pur breve nella triste solitudine della mia casa. Sì, sì: a che varrebbe nasconderlo? Tutto, ora, tutto ricordavo. Ricordavo che un giorno mio padre, silenzioso, mi prese per mano e mi condusse nella camera ove mia madre moriva. Da tanto tempo non m’avevano lasciato vedere mia madre! Come era bianca nel suo letto, come le sue mani sottili tremavano sulla mia testa! Che mi disse? Balbettava parole che io non potetti comprendere. Oh, Dio, Dio! E pure erano le ultime sue! E poi mio padre, che a un punto disse: Basta!—con la sua voce cupa, quasi irritata. Mi parve un sogno. E poi tutto finì. Mi trovai solo con mio padre, in un’altra casa, in campagna, molto lontano dalla città. Tutto sparito: i servi, il mio precettore, la cameriera di mia madre, e quella bambina bionda, Federica, mia sorella, alla quale mio padre non aveva mai parlato, che non aveva carezzata mai. E poi... e poi venticinque anni della mia vita trascorsi in un baleno, i miei studii, i miei viaggi, la morte improvvisa di mio padre.... E quella sera, a Bamberga, al ballo dellaCroce rossaove dopo tanti anni rividi e riconobbi a stento un signore ch’era stato amico di lui, qualcosa come un diplomatico, freddo, compassato, di poche parole. La figlia no: la figlia ch’egli v’accompagnava non gli somigliava che nella bella statura, soltanto. Dopo la prima contradanza, mentre ella mi parlava, sommessamente, nel vanod’una finestra, e io bevevo il suo sguardo e le sue parole, il vecchio le si avvicinò e le disse qualcosa, sottovoce. Ella mi stese la mano.

—Arrivederci—mormorò sorridendo—mio padre vuol rincasare.

E da quella sera, non la rividi più...

La pazza continuava a guardarmi, immobile, assorta.

Mi pareva che si sforzasse anche lei di penetrare le nebbie d’un passato confuso e incerto, di ricordar qualcosa, qualcuno...

E fra tanto mi sentivo trascinare addietro, pian piano, dal dottore. Subitamente egli rinserrò la porta. Un grido, ancora un grido risuonò nella celletta, un ultimo grido straziato. E un nome—il mio nome.

—Livio!

Il dottore, sul corridoio, si volse a me, stupefatto.

—Ma come?... Vi conosce?...

—No!—esclamai—No!... Non so... Ma chi è costei?... Come si chiama?...

Egli, un po’ stranito, rispose:

—Federica Vossler.


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