Tutto era fatale! Tutto era irreparabile! Bisognava aspettare, rassegnarsi e soffrire. Ed egli s’abbandonò intero al suo dolore, come un naufrago, allo stremo delle forze, si concede alla corrente impetuosa che lo travolge. Seduto sul divano, con la testa, che ardeva, stretta tra le palme gelide, pianse, pianse a lungo, senza più saperne il perchè; cercandolo dove non era, nei tristi ricordi, nelle delusioni patite, negli sconforti che l’avvenire gli riserbava. Poi non avendo più lacrime, si mise a singhiozzare, a ripeter forte il nome adorato, a invocare come un bambino smarrito la madre assente — quella povera creatura omai sorda e muta che rantolava lassù tra gli ultimi spasimi d’un’agonia senza coscienza.
Rimase così non seppe quanto, avvolto nell’oscurità che i baleni a intervalli debolmente rischiaravano. Un brontolìo di tuono lontano, qualche rovescio veemente di pioggia o di grandine rendevano il silenzio più sensibile e più pauroso. D’un tratto una finestra si spalancò con un fragore formidabile, e una folata di vento invase la sala, sollevando tende e tappeti, trascinando a terra alcuni giornali spiegati che parvero alla luce d’un lampo pallidi spettri fuggenti. Aurelio si alzò di sbalzo, in preda all’orrore; ricadde tosto sul divano, senza poter fare un passo, imprigionando ancora disperatamente il capo tra le palme.
Fu scosso dal romore della porta che s’apriva. Flavia apparve livida, convulsa, agitatissima, con il lume stretto in pugno.
— È mezz’ora che la cerco, — disse con la voce alterata. — Mi ha tenuto tanto in pena!...
Poiché il vento minacciava di spegnere la fiamma, ella depose il candelliere su la tavola e corse a richiudere la finestra.
Aurelio non s’era mosso, non aveva levato la testa: l’aveva riconosciuta e, supponendo ch’ella venisse a comunicargli la cosa tremenda, era rimasto con il viso nascosto, con l’anima chiusa come per difenderli da un colpo mortale.
Flavia ritornò indietro, venne presso di lui, gli si fermò d’innanzi, più calma, fissandolo con uno sguardo umido di pietà.
— Ma perché fa così, signor Aurelio? — disse dolcemente, dopo una pausa. — Perchè scoraggirsi a questo modo?
— È morta? Dica: è morta? — egli chiese d’improvviso con la voce rôca, senz’alzare il capo dalle mani.
— Ma no, Dio mio, no! Dorme, dorme sempre. È tranquilla. Ciò che più m’addolora è veder lei così debole, così afflitto, così disperato! Son giorni terribili, lo so; ma passeranno, vedrà, passeranno. Donna Marta guarirà, tornerà sana e lieta; si stenderà un velo d’oblio su queste tristezze. Ma se lei non reagisce, se s’abbandona così allo sconforto, finirà per ammalarsi a sua volta, e darà altri giorni d’ansie e d’apprensioni alla sua nonna e.... a chi le vuol bene!.... Su via, mi guardi! Mi lasci veder la sua faccia!...
Il giovine sentì le dolci parole passar su l’anima assiderata, perduta nelle nebbie alte del dolore, come un soffio tepido di primavera che disciolga i ghiacci d’una vetta. Il singhiozzo rincominciò più fitto, irresistibile. Un nodo dicommozione gli strozzò la gola, ed egli ruppe di nuovo in pianto, violentemente.
— Ma no!.... Perchè piange, adesso? Ma perchè? Mio Dio! Non faccia così!... Aurelio!... La supplico.... Aurelio! Aurelio!...
Ella lo chiamava, ella lo pregava inutilmente. A ogni sua esortazione, il singulto aumentava, le spalle sussultavan più forte negli spasimi del convulso; e le lacrime in tanto continuavano a sgorgare copiose di tra i cigli, scendevano a rivi per le gote, piombavano a una a una su la terra nuda, come gocce di sangue.
— Aurelio, per pietà, m’ascolti! — ella gridò, con un brivido di tenerezza irresistibile; e non sapendo che fare, si chinò, si protese verso di lui, e gli afferrò con ambo le mani gli òmeri sussultanti.
Il singulto cessò d’improvviso. Egli scoperse la faccia tutta madida, solcata dai segni delle dita, sformata dalle sofferenze atroci, con la bocca viscida, con le palpebre gonfie e infiammate. La guardò come non la riconoscesse, attonito e smarrito come uno che abbia portato a lungo la benda su gli occhi.
Ella era china su lui, appoggiata alle sue spalle, e gli sorrideva dall’alto tenuamente, con un sorriso ambiguo di pena e di beatitudine, tra materno e inamorato, insostenibile e affascinante come un bagliore. Si fissarono così un tempo indefinito senza muoversi, senza parlare, comunicandosi con le pupille i loro pensieri ch’erano immensi e ineffabili, tendendo le loro anime su cui pesava tutta la mestizia e tutto il mistero delle umane miserie. Nello sguardodella donna era come una promessa, e nello sguardo del giovine era quasi un desiderio. E a grado a grado il dolore dell’uno divenne il dolore dell’altra; e la pietà di questa divenne la pietà di quello; e le loro due vite segrete, sempre disgiunte, aderirono, si sciolsero, si confusero in un sentimento unico d’una grandezza muta ed esclusiva. Essi rimasero soli, in una solitudine senza confini, fuori del tempo e dello spazio, fuori della realità, nel nulla.
E d’un tratto ella piegò, come vinta da un languore subitaneo, cadde con i ginocchi a terra, e s’abbandonò tutta quanta sul petto di lui, singhiozzando. Aurelio sentì il contatto molle del suo corpo, sentì il profumo sottile de’ suoi capelli, vide qualche cosa oscura passar d’avanti ai proprii occhi. E senza poter parlare, soffocato da un accesso violento di commozione, s’aggrappò a lei con le braccia disperatamente per il bisogno istintivo di vivere, di salvarsi, d’uscire alfine all’aria libera da quell’onda mortifera che lo sommergeva e l’annegava... E così stretti, mescolarono insieme le loro lacrime, piangendo in vano su la sorte di colei che si dipartiva e fors’anche su quella più triste di coloro che dovevan venire!
Egli primo si rialzò; egli primo riebbe negli occhi la luce e fece attenzione alle cose circostanti. La candela ardeva su la tavola, e la fiamma era immobile, acuta come una punta d’oro. La pioggia pareva cessata; nel silenzio imperturbato dell’alta notte il suo orecchio percepì il lamento lontano d’un gufo nella pineta. Egli contemplò per alcuni istanti la fanciullaprostrata a’ suoi piedi, che ancora qualche raro singulto scoteva; e poi d’improvviso le strinse la testa fra le mani, glie la rovesciò indietro, le soffiò in volto l’impeto folle della sua passione:
— Ma tu mi ami, dunque? Tu mi ami? — le domandò, investigandola da presso nelle pupille lacrimose.
Ella esitò un poco, con la fronte corrugata, come chi considera e risolve rapidamente. Poi agitò il capo, parve illuminarsi tutta nel supremo abbandono, e rispose forte e sicura:
— Ti amo! Ti amo! Darei la vita per vederti felice!
— Ma se tu mi ami.... — egli gridò con un accento indefinibile di strazio, di desiderio e di terrore, insortogli chi sa da quale profondo abisso dell’anima.
Non potè proseguire con le parole. Ma gli occhi espressero bene con il loro lampo bieco, selvaggio, terrifico il suo pensiero disperato di felicità e d’oblìo: «Se tu mi ami, porgimi la tua bocca, cingimi con le tue braccia, fammi dimenticare tutto in un tuo bacio! Prendimi e fammi felice, poichè il dolore è inutile, e questa vita miserabile non merita che si soffra un’ora pe’ suoi destini!»
La donna da quel lampo intese l’invito fatale, e si sgomentò.
— Andiamo, Aurelio! — disse ritraendosi dolcemente, ritornata padrona di sè stessa, già fatta cauta e previdente dal pericolo, già sorretta da un intuito chiaro della propria convenienza. — Andiamo di sopra! Se la mamma si sveglia e non ci trova... Vieni!
Si rialzò, gli offerse sorridendo la mano. Egli la prese, e si lasciò trascinare da lei passivo e taciturno, quasi caduto in uno stupore profondo. Così la Coppia novella, legata dal nodo simbolico d’Amore, s’avviò lenta nella oscurità, avvolta come da un nimbo irreale, verso la stanza funesta dove la Morte aspettandola indugiava.