III.I fantasmi e le idee.
Dopo avere accompagnato l’amico alla stazione, Aurelio Imberido ritornava solo, a passi solleciti, verso casa lungo la viottola alpestre, che costeggiando il lago s’inerpica su per i dirupi scoscesi, quasi impercettibile tra le fittissime macchie dei noccioli e dei castagni. La mattina era monda, soffusa di luce, dominata dal silenzio. Su i giovini rami le foglie scintillavano al sole, ancor madide di rugiada. Di tratto in tratto un merlo si levava strepitando da una frasca, passava come una freccia nera a traverso il sentiero, scompariva sùbito nel verde. Poco appresso lo si udiva gittare un fischio da lontano, come un saluto di scherno.
Tra i prestigi mattutini Aurelio percorreva la via solitaria, chiuso e indifferente al maraviglioso paesaggio che gli si spiegava d’innanzi. Com’era solito nelle sue passeggiate meditative, egli avrebbe voluto concentrarsi tutto per riafferrare il corso delle sue idee, interrotto da quella seratae da quella mattinata d’ozio obbligatorio; egli avrebbe voluto raccogliere la mente sul tema del suo lavoro, per poterlo riprendere dove l’aveva lasciato il giorno innanzi, appena di ritorno a casa. Ma ogni sforzo di volontà era inutile; l’imagine dell’amico, i ricordi dell’incontro con le signore Boris, i discorsi fatti con Flavia gli s’imponevano con insistenza, rievocati dall’ultimo colloquio con lo Zaldini.
Questi, durante l’intero tragitto in barca e nella lunga aspettazione della partenza a Laveno, non gli aveva parlato se non della bionda Luisa, comunicandogli il suo dialogo sommesso della sera prima, confidandogli le speranze ch’egli nudriva d’un prossimo accordo sentimentale con lei. E si sarebbe detto dall’espressione del suo volto che la Felicità gli avesse sorriso dagli occhi di quella fanciulla, una felicità piena e senza fine alla quale egli correva incontro come a una madre. Ancora dal finestrino della carrozza, quando il treno era già in moto, egli aveva voluto sporgere un’altra volta il capo per ripetere all’amico d’aspettarlo presto, ché non avrebbe tardato a farsi rivedere in Cerro, dove omai tendevano ansiosamente tutti i suoi desiderii.
Ripensando ora a quelle parole e all’espressione con cui erano state proferite, Aurelio provava un senso di turbamento, d’inquietudine e quasi di rancore al quale invano cercava di sottrarsi. — Lo Zaldini, quella mattina, non si era mostrato più gajo e più vivace del giorno precedente; soltanto, una nuova cagion d’esultanza aveva preso il posto d’onore dentro all’animosuo, ed egli, nella perpetua vicenda di illusioni gradevoli cui fatalmente propendeva, l’aveva accolta come l’unica, come la precipua origine del suo benessere ostinato. Per tal modo egli ora credeva d’amare, sperava d’esser riamato, edificava su le basi di questo amore imaginario un ipotetico avvenire di gioja; e in siffatto sogno trovava l’energia salutare che lo avrebbe sorretto fino all’aurora d’un altro sogno. Con ogni probabilità il sogno presente sarebbe stato effimero; egli non sarebbe più ritornato a Cerro; avrebbe tra poco dimenticato e la bionda Luisa e la casa ospitale. Non importa: nella sua sostanza era radicato il prisco senso gaudioso della vita; e tutte le realità come tutte le illusioni dovevansi offrire a servigio della sua letizia.
Così Aurelio giudicava l’amico con limpidezza e rigorosa equità mentali; e pure sentiva in fondo a sè un gorgoglio di pensieri ingiusti, un movimento cieco d’antipatia contro di lui, che a tratti interrompeva o deviava lo stesso filo delle sue considerazioni. Avveniva nel suo spirito, come sempre nei momenti di debolezza, un dissidio aperto tra le idee e i sentimenti; le idee che objettivamente cercavano d’analizzare un dato fenomeno per ricollegarlo allo schema delle sue teorie generali; i sentimenti che s’appigliavano in vece agli effetti immediati del fenomeno, degenerando in commozioni piacevoli o ben più spesso dolorose, nel raffronto spontaneo delle altrui con le sue proprie condizioni d’animo.
Già il giorno prima, durante la colazione, egli aveva provato un movimento consimile d’antipatiaper lo Zaldini; ma, più assorto nel suo ragionamento, non l’aveva avvertito. Questa volta l’impulso fu più vivo e definito poi ch’egli sùbito se ne accorse, e fu dall’intima scoperta profondamente turbato e contristato.
Egli pensò, accelerando il passo: «Io non sono a bastanza forte se mi lascio sorprendere da un sentimento così indegno di me! Invidiare costui?! E perchè?... Forse ch’io sarei felice come lui se anche mi sorridesse l’amor verace d’una donna?... L’Amore, sempre l’Amore,» egli disse a voce bassa, sogghignando, «l’eterno inganno, l’incantesimo della Natura bruta per conservar la razza, l’umiliante connubio di due corpi che l’animalità più inconscia infiamma e fa delirare!» Pensò: «Io ho rinunciato alle consolazioni dell’Amore, ho rinunciato alle torbide gioje della folla, alle basse ebrietà del senso! Debbo potere assisterne allo spettacolo senza rimpianti e anche senza sdegni.»
Era giunto Aurelio alla estrema punta del golfo, dove il pendìo d’un tratto s’addolcisce e si spiana in ombrosi boschi di querce e in fresche praterie, assiepate da bassi roghi, declinanti con lenta ondulazione verso le rovine del Fortino. S’arrestò, udendo un approssimarsi di voci femminili dalla parte di Cerro.
Alla svolta della strada un cane irsuto e nero s’avanzò primo, scodinzolando, incontro a lui; poi, lentamente, seguirono una dietro l’altra tre vacche corpulente, brucando sul terreno, fiutando a intervalli l’aria, sbirciando in torno con i grandi occhi oscuri; poi, improvvisamente, apparvero le due fanciulle che guidavan lapiccola mandria al pascolo. Usciron queste dal folto, ridendo forte e rincorrendosi per il prato, inconsapevoli d’esser vedute: biondicce entrambe, esili di forme, con le impronte delle privazioni sul viso magro e pallido, ma così agili nelle movenze, così liete e spensierate che ricordarono al giovine il giocondo mito pagano delle Driadi.
Egli non volle disturbare il loro giuoco leggiadro. Trovandosi presso un muro diroccato, vi si nascose dietro rapidamente, e aspettò che le fanciulle fosser passate. Il cane irsuto e nero, che lo aveva visto, venne a fiutarlo con diffidenza, e, come rassicurato, riprese il suo cammino, senz’abbajare; egli udì i passi grevi e cadenzati delle tre bestie batter su i ciottoli della strada vicino a lui e allontanarsi. Le risa delle fanciulle risonarono in fine più prossime, stridule, acutissime, strozzate dall’affanno della corsa.
— Sì, sì: lo so, — una diceva, fuggendo: — Tonio è il tuo amoroso!
— Stupida! Stupida! — gridava l’altra che la rincorreva.
— Io lo so. Il mio fratellino m’ha detto d’avervi incontrati soli, sul tardi, vicino al camposanto....
— Stupida! Non è vero!
— È vero! E m’ha detto che vi siete baciati....
— Non è vero!
— E che avete preso la strada dei monti....
— Stupida! Stupida! Se ti piglio....
Le grida si confusero, s’affievolirono, si spensero presto nel silenzio del bosco.
Quando fu sicuro di non esser veduto, Aurelio uscì dal nascondiglio, e riprese la sua viaa passo più veloce, quasi volesse sottrarsi al fascino della scena inaspettata. Le parole audaci di quelle fanciulle, il suono delle loro voci, i loro scoppii nervosi d’ilarità, quella fuga ninfale su l’erba fiorente tra i fusti muscosi delle querce, gli avevan dato un senso d’ebrezza, che non gli era del tutto ignoto e lo sgomentava. Dentro di lui la scena aveva risvegliato il ricordo d’un’altra somigliante: la prima improvvisa apparizione di Flavia e di Luisa su la scalea marmorea, negli estremi chiarori del vespero, e la fantastica fuga nella pineta. Anche la commozione provata allora rassomigliava assai a quella da cui si sentiva posseduto in questo momento: una specie d’alterazione indefinibile, una violenza di cose soffocate, come un vaneggiamento leggero che non gli permetteva di distinguer nettamente dentro né intorno a sè. Ma questa volta la commozione era men chiara, più complessa, più aspra: pareva avvelenata da alcunchè di sgradevole e quasi di doloroso.
«L’Amore, sempre l’Amore!» egli si ripeteva cercando di dominare la strana inquietudine dello spirito, mentre camminava a grandi passi tra le siepi arborescenti della via. E le due visioni l’accompagnavano ostinate e moleste, come un profumo troppo forte che lo avesse investito.
Più d’una volta rimase.
Nulla omai si moveva nella selva: saliva il romore delle onde morte sul greto, simile a un lento respiro affannoso; e qualche fronda alta stormiva.
Ah, quella solitudine e quel silenzio e quellamitezza di clima e di paese! Ah, l’implacabile educazione dell’eterna Natura, che seducendo ordina e impera!
«Io sono infelice!» mormorò d’un tratto il giovine, arrestandosi attonito, girando gli occhi intorno a sè per le vòlte capricciose del bosco, dove il sole irrompeva a fasci, a sprazzi, a scintille, dispensatore di vivido oro su le foglie polite e su i rami vellutati di muschi e di licheni. La frase gli era misteriosamente sgorgata dalle viscere profonde, ed egli l’aveva detta senz’averne coscienza, per un bisogno irresistibile quasi di liberazione. Non l’anima sua l’aveva suggerita; aveva parlato in lui l’oscuro Genio della Specie; ed era, la sconsolata frase, una delle innumeri espressioni di lamento delle creature che si senton sole e sterili e vane, il grido d’angoscia che l’Avvenire strappa a queste reclamando le sue vittime in pericolo di non essere. Non diversamente il cervo solitario gitta al silenzio della foresta il suo triste bramito; non diversamente dall’eccelse vette degli alberi l’usignuolo, alato poeta della notte, piange e chiama la compagna lontana e sconosciuta.
Aurelio alzò lentamente le spalle, parve riflettere un poco; poi ripetè una seconda volta, con tutt’altro accento: «Io sono infelice!» Sogghignò, per irridere a sè medesimo, e riprese al passo concitato di prima il suo cammino.
Il sentiere, dopo essere alquanto disceso, usciva alfine dalla boscaglia e costeggiava la spiaggia del lago, a pena protetto da una siepe di mori prugnoli che i fanciulli avevan qua e là abbattuta. Il sole lo inondava tutto di luce, un belsole estivo non ancora alto, non ancora cocente, sospeso in un cielo opalino, d’una singolare purità. Una calma estatica teneva il lago; avevan le acque tal lucidezza che ripetevan con perfetta similitudine qualunque imagine. Le montagne della riva di Piemonte, popolate di villaggi, s’ergevan nette, gaje, luminose, come spiccando da un tersissimo specchio.
Uscendo dall’ombra a quella luce suprema, parve al giovine di sottrarsi a un malefizio e di riprendere d’un tratto la sua personalità. Il turbamento s’acquetò; il suo cuore riprese a pulsare con la regolarità consueta; le torbide visioni, che lo avevano occupato, a poco a poco si dissiparono; ed egli potè novamente impadronirsi del governo del suo pensiero. Senza indugio, per natural reazione dello spirito violentato, egli sentì il bisogno di formular da capo il suo grande principio di condotta, d’enunciare a sè stesso il programma della sua vita com’egli voleva che fosse, d’affermare con una sintesi stringente la solidità del suo piano e la forza della sua volontà.
«La vita è breve», egli pensava; «occorre affrettarsi. Occorre sviluppare la propria individualità in tutta la sua potenza; allargarla fin dove le resistenze esterne lo concedono; giungere possibilmente fino al punto lontano che gli occhi del pensiero vedono e segnano come una mèta. Ecco dunque il dovere: non distoglier mai lo sguardo da quel punto; non deviare mai dal diretto cammino che conduce a quel punto.» — Poichè il Destino non aveva voluto ch’ei possedesse terre, servi e cavalli,doveva per altra più ardua via (ed Esso glie ne aveva fornito i mezzi e le attitudini), raggiungere un alto fine vitale. Gli uomini della sua stirpe, anche nei tempi meno propizii, non erano stati a nessuno secondi: l’avolo suo Gian Franco, nell’amor della patria; il padre Alessandro, nello splendore del fasto e dell’eleganza. E lo sventurato esule, morto nelle prigioni dello Spielberg, sognando in una estrema visione profetica l’Italia liberata, doveva nel mondo delle ombre tendere pietoso la mano al figliuolo demente che, negli anni torpidi della pace, aveva cercato di salvare il lustro del Nome, sacrificandogli la fortuna e la salute. Egli veniva terzo: egli, povero e oscuro, sentiva pur sempre nel sangue lo stesso sfrenato orgoglio, che aveva già trascinato in turbini diversi le anime de’ suoi maggiori. Compire e coronare l’opera iniziata dall’avolo, ecco il suo grande disegno; ed egli, per affrettare l’evento favorevole, sognava a sua volta, per la patria ormai risorta e già minacciata da ruina, un dominio d’uomini nobili e possenti, che ne rialzassero e assicurassero le sorti maravigliose, mostrando al mondo l’indistruttibile preminenza del più puro sangue latino. «Un popolo fedele, guidato da un’aristocrazia degna, attiva e sapiente», egli pensava, «ha nell’età nostra, tra popoli inquieti retti dal malgoverno plebeo, tutte le probabilità di trionfare e d’imporsi.»
E Aurelio Imberido si sentiva pronto e capace di mettersi alla testa d’un’agitazione schiettamente aristocratica nel grigio e turbolento diluvio delle odierne democrazie. Egli, liberoda ogni giogo, forte d’un’antica eredità d’ambizioni, sorretto da una vasta dottrina positiva, avrebbe trovato, nella lotta viva contro i preconcetti politici e morali del tempo, il mezzo più sicuro e più nobile per dare alla sua esistenza un particolare significato e uno scopo superiore; per estendere la sua personalità oltre i limiti ristretti e oscuri che s’impongono ai più; per divenire un uomo, nel senso più alto della parola, e tentare anche l’erta della Grandezza. «Combattere per un’idea, o, sia pure, per un sogno,» diceva l’Imberido: «ecco l’opera che sola affranca dall’umiltà delle nostre origini, e fa men grave la coscienza della nostra vita precaria.» Ma, perché potesse egli attuare il suo programma, era necessario che ad esso consacrasse intera la propria attività, era necessario che facesse a sua volta una rinunzia suprema: non certo quella vile dell’individualità e d’ogni sano impulso agonistico, che le presenti ambigue tendenze spirituali tristamente sembrano esaltare; ma bensì quell’altera rinunzia d’ogni sentimento volgare e d’ogni timida fede e d’ogni morbosa pietà, che inizia l’uomo all’esercizio delle più feconde virtù e lo dirige sicuro alla prova delle imprese più memorabili.
Così il giovine, meditando sotto il sole benefico, si tracciava novamente la prediletta linea di condotta, e ritrovava a poco a poco la sua volontà adamantina e insieme con questa il geloso tesoro delle sue speranze di gloria. L’opera futura, ch’egli avrebbe dovuto compire, gli si veniva per tal modo disegnando e precisandodentro al pensiero nelle sue diverse possibili estrinsecazioni, — opera di franca propaganda per mezzo del libro, del giornale, della parola, anche, se fosse occorso, dell’azione diretta. E le due formule rigorose su cui poggiava l’edificio della sua concezione riscintillavano d’avanti a lui, come fossero incise a lettere di fuoco dovunque il suo sguardo cadeva. «L’umanità resta e progredisce, non ostante ogni scempio più doloroso de’ suoi individui.» E l’altra: «L’unico ideale degno d’un uomo intelligente è l’aspirazione a un’umanità superiore, a un’evoluzione della Specie spinta più che sia dato verso il cielo. Fermarsi a rendere felici quelli che esistono non è e non può essere che un ingenuo e vano desiderio sentimentale.»
Un improvviso entusiasmo l’assalì. Dov’erano omai tutti gli sbigottimenti e le ansie e le fosche imagini che lo avevano prima oscurato? Dov’erano gli obliqui desiderii e i disgusti e le insidiose memorie? Egli non si ricordava più di nulla. Il suo spirito erasi liberato dai fantasmi, aveva disperso le nebbie che l’attorniavano. Pareva che un altro principio di vita fosse entrato in lui; pareva che qualcuno fosse uscito da lui, segretamente, e avesse portato seco il triste fardello dei dubbii, degli scoramenti, delle debolezze. Egli riacquistava la fiducia in sè stesso.
A capo alto e raggiante nel viso, Aurelio rientrò in Cerro. Sotto l’arco caliginoso, che sta in guisa di porta all’inizio del villaggio, trovò Camilla, frettolosa, tutta rossa e con gliocchi gonfii, la quale gli venne in contro singhiozzando, coprendosi la faccia col fazzoletto.
— Che c’è di nuovo? — egli chiese stupito.
— La signora.... La signora.... — balbettò a stento la ragazza, e non potè continuare, interrotta come fu da uno scoppio di pianto.
— La signora?... Ebbene?... Che è avvenuto?...
Aurelio cominciava a inquietarsi. Sempre in timore per la salute della nonna, egli supponeva già ch’ella avesse avuto un attacco più atroce del suo male; e un leggero tremito aveva per il corpo e nella voce, mentre interrogava la cameriera che muta e a viso coperto gli singhiozzava d’innanzi.
Poi che questa non accennava ancora a rispondere, egli richiese più vivamente, quasi con ira:
— Ebbene?... Che è avvenuto?.... Parla in nome di Dio!
— Io non ho colpa.... Io non ho fatto nulla.... Pretendeva che avessi percosso il bambino del guardiano, e non era vero.... Non era vero, glie lo giuro, signor Aurelio! Il bambino è caduto per caso.... Io non l’ho visto cadere.... E la signora m’ha licenziata in malo modo....
— Ah, è per questo che piangi? — fece Aurelio, senza lasciarla continuare, dopo aver tratto un gran respiro.
Ella affermò a pena, col capo.
— Sempre la stessa storia! — mormorò il giovine, stringendosi nelle spalle. Poi si rivolse ancora a lei: — E dove te ne andavi or ora con tanta fretta?
— Andavo a Laveno.
— A Laveno? E per che fare?
— Per cercarmi un posto....
— Così sùbito?!.. Via, non far sciocchezze, Camilla! Adesso torna a casa: avrai tempo più tardi per pensare ai fatti tuoi.
E s’incamminò, sorridendo con un poco d’amarezza, verso il palazzo.
Presso la porta il guardiano, un vecchio robusto e sanguigno dalla folta capigliatura grigiastra e dagli occhi di volpe, era seduto sopra una delle lastre di granito infisse nella parete, intento ad affilare il falcetto, e fischiava allegramente.
— Olà, Giuseppe! — gli gridò Aurelio, salendo i gradi del rialto. — È vero che il vostro piccino s’è fatto male?
— Oh, signor conte, una cosa da nulla! Il monellaccio è ruzzolato mentre correva per il cortile.... Che vuole? Non può stare un momento quieto! Lo si sorveglia tutto il santo giorno; ma non serve. Egli sa trovar sempre il momento buono per farne qualcuna delle sue!...
— Voi, Giuseppe, eravate presente quando è caduto?
— Sicuro! Era anch’io in cortile con lui.... Fortuna volle che questa volta non si sia fatto quel male che avrebbe potuto! Una leggera ammaccatura su la testa.... cosa da nulla, le dico, signor conte.
— Tanto meglio! — concluse il giovine e, salutato il guardiano, entrò risoluto in casa.
La sala da pranzo, con le persiane chiuse, era avvolta in una mezz’ombra glauca, appena rotta qua e là da alcune lamine sottili di sole,a traverso le quali i pulviscoli dell’aria si vedevano incessantemente roteare. In un angolo, presso l’ultima finestra, donna Marta era seduta, come d’abitudine, sul suo seggiolone d’avanti al tavolino da lavoro tutto ingombro di fili, di gomitoli, di ritagli, di minuti arnesi muliebri.
Il giovine s’avvicinò lentamente a lei. Ella, il capo arrovesciato su la spalliera, le mani penzolanti dai bracciuoli, giaceva abbandonata e inerte, come affranta da un immane sforzo; e ansimava. I suoi lineamenti alterati dalla collera e dal dolore avevano l’immobilità, la rigidezza, il pallor d’un cadavere: e gli occhi, quei grandi occhi giovenili, saettavano in giro sguardi sinistri, all’ombra delle sopracciglia irte e aggrottate.
— Mamma, che hai? Sei così pallida... — mormorò il giovane con la voce dolce, quando le fu presso.
— Che ho? — ella proruppe. — Sono stanca, capisci? Non ne posso più! Finirò per commettere una follia, se si continua così. Intanto t’avverto che ho messo alla porta quella tua serva esemplare, ed era tempo, per Dio!
— Tu l’hai messa alla porta...?
— E come! L’avessi sentita...! Che lingua! M’ha risposto in un tal tono che per poco non m’ha spinta all’estremo di cacciarla a ceffoni!.. E tutta la colpa è tua, perchè sei stato tu a non volere ch’io me ne liberassi a Milano, prima di partire per la campagna.
— Ma infine, mamma: che è successo? Che cosa ha fatto costei?
— Ah, che cosa ha fatto?... Ha percosso a sangue il povero piccino del guardiano...
— Non è vero, — asserì Aurelio con la stessa voce dolce, fissando l’avola negli occhi.
Ella ebbe un sussulto repentino. Quasi per un prodigio, parve che il suo corpo esanime ritornasse d’un tratto alla vita. Si levò ritta a sedere e, affrontando violentemente lo sguardo di lui:
— Come, non è vero? — gli gridò con tutta la sua forza. — Oseresti anche smentirmi per difendere quella sguajata?!
— Mamma, via, non arrabbiarti così, — Aurelio s’affrettò a soggiungere in tono anche più blando, persuasivo: — non è proprio il caso. Parliamo un poco con calma. Si tratta d’assodare un fatto; non di discutere. Ora tu affermi, che Camilla ha battuto quel bambino. Lo affermi forse perchè l’hai sentito piangere. Ebbene, credimi, t’inganni: il guardiano stesso, ch’era presente, m’ha assicurato che suo figlio è caduto mentre correva nel cortile. E nota che Camilla non l’ha visto neanche cadere!
Donna Marta ascoltò queste parole, contenendo a stento l’ira che le bolliva dentro. In verità, ella era così certa della sua supposizione che ogni più valida prova negativa non sarebbe riuscita a insinuarle la punta d’un dubbio. Abituata sin dai tempi di suo marito a un imperio incontrastato su tutti quanti l’avvicinavano, resa anche più irritabile dai nervi impoveriti di sangue, ella non poteva ormai tollerare una contradizione, sotto qualunque forma le venisse rivolta; e s’adombrava, e inviperiva, e perdeva, nello sdegno per l’offesa, ogni senso d’equità e di misura. Quando poi l’opposizionecontro di lei partiva proprio da suo nipote, che ella considerava come un vassallo per tema di dover sopportare come un padrone, la rivolta del suo spirito indisciplinato era così folle e veemente che l’ultimo bagliore di ragione andava nel tumulto miseramente perduto.
— Tu dunque l’hai vista? — ella disse, mordendosi le labbra. — Tu hai parlato con lei?...
— Sì, mamma. Ho parlato anche con lei.
— Capisco. Hai voluto ricever l’imbeccata!... E, come sempre, hai preferito credere a una serva che non a me...
— Oh, Dio, mamma... — esclamò Aurelio, che cominciava a impazientirsi. — Se debbo parlarti schietto, ti dirò che non ho creduto né all’una né all’altra. Si trattava di sapere se una cosa fosse avvenuta o no. Capirai bene che non era il caso di far distinzioni di grado o d’autorità o di merito tra le persone che contendevano. Ho ricorso alle testimonianze e mi son persuaso che non era avvenuta. Vuoi forse che ti affermi ora il contrario, per compiacerti?
Donna Marta ebbe un sogghigno, e disse con sarcasmo feroce, sillabando quasi le parole:
— Peccato davvero che tu non abbia fatto l’avvocato.... ma non di queste cause, s’intende!... All’enfasi che metti nel difendere la tua protetta, si direbbe...
— Che cosa? — interruppe con forza Aurelio, guardandola fissamente.
— Oh! Oh! Credi forse di farmi paura con quegli occhi?
— Ti prego di spiegarti, mamma. Che hai voluto dire?
Ella non rispose sùbito; alzò sdegnosamente le spalle, mentre il sogghigno di prima le ritornava anche più mordente su le labbra. Il giovine fece un passo avanti, e ridomandò quasi per violenza:
— Via, rispondi, mamma. Lo esigo! Che hai voluto dire?
— Ebbene: ho voluto dire che al tono, con cui tu ora mi parli, si crederebbe che costei sia la tua amante!
Aurelio illividì. Benchè alla prima reticenza avesse già imaginato il pensiero dell’avola, l’enunciazione aperta e brutale di questo lo colpì atrocemente quasi un colpo di maglio nel mezzo del petto. Insulto più grave non gli si sarebbe, no, potuto scagliare; egli, il puro, il casto, l’insensibile era d’un tratto accusato d’amoreggiare trivialmente con la propria cameriera. Il giovine non ebbe tempo per riflettere; sentì il soffio ingiurioso passar su la fronte, e la vista gli si ottenebrò.
— Come sei volgare! — disse sordamente, stringendo i pugni e atteggiando il volto a un’espressione di profondo dispregio. Poi, per non aggiungere altro, con un moto subitaneo volse le spalle a donna Maria, e uscì correndo dalla stanza.
Udì dietro di sè un urlo soffocato, quindi un fiotto impetuoso di parole aspre, terribili: «Infame! Infame! Egli osa anche insultarmi! A questo si doveva giungere... Io vado via sùbito... Caschi il mondo, non mi vedrà più...!» Attraversò in fretta il cortile, ascese rapidamente le scale, entrò nella propria camera e vi si rinchiuse a duemandate di chiave, come se la vecchia avesse potuto inseguirlo con le sue minacce.
Poi che fu solo, sottratto alla presenza impositrice dell’avola, nel luogo dedicato agli studii, la sua eccitazione, invece di scemare, aumentò. Tutti i pensieri, che già durante la scena eran passati per la sua mente, gli tornarono alla memoria; tutte le parole che per prudenza o per rispetto aveva dovuto reprimere, tutte incominciarono di nuovo a fluirgli alle labbra con insolita irruenza. Ed egli, con una specie di amaro sorriso interiore, si piacque di ricostruire il diverbio, aggiungendo quello che avrebbe voluto dire, i ragionamenti e le objezioni e le proteste sdegnose, senza più blandizie, senza più eufemismi, senza rispetto o prudenza alcuna.
Così rievocò l’intera scena, accompagnando le parole con una mimica vivace, percorrendo la camera per il lungo e per il largo a grandi passi. Quando però giunse all’ingiuria, che l’avola gli aveva lanciata, ristette perplesso, come se ne avesse afferrato per la prima volta il senso preciso; e la risposta violenta, che poc’anzi aveva taciuta, non venne.
Un nuovo ordine di pensieri, più calmo ma non meno ingrato, si svolse allora nel suo cervello: perchè sua nonna lo aveva tacciato di essere l’amante di Camilla? Come, come aveva potuto imaginare una simile assurdità? Non certo perchè egli, col suo contegno e anche con le sue difese, le avesse mai dato un appiglio per sospettarlo. Non certo perchè la possibilità di una siffatta tresca fosse una sola volta balenata nella mente di lei che conosceva troppo bene lesue idee in proposito e il suo rigido orgoglio e le sue «abitudini d’orso», come celiando si compiaceva di chiamarle. Doveva esser dunque un’altra intenzione nella calunnia sanguinosa. Or quale poteva essere questa intenzione?... Era chiaro: ella lo aveva voluto affliggere, offendere, umiliare, anche a prezzo d’una bugìa. Inviperita contro il nipote, perchè era sorto in difesa altrui a ribattere le sue accuse, ella aveva opportunamente usato di un argomentoad hominemper liberarsi con un sol colpo del molesto contradittore. Il fatto in sè non era grave, ma pur troppo non era nuovo né raro: quasi ogni giorno, o per un motivo o per un altro, ella trovava il modo di rivolgergli frasi consimili, in cui sempre l’identico sprezzo insisteva, come una nota tenuta a fondamento d’accordi diversi. Aurelio ne rammentava ora una serie innumerevole; anche Aurelio rammentava che quelle frasi tendevan tutte a colpirlo dove più delicata era la sua sensibilità: ne’ suoi ideali, nelle sue predilezioni, nelle sue stesse virtù, nelle sue stesse rinunzie. Si sarebbe detto ch’ella traesse dalle mortificazioni a lui inflitte, una specie di strazio divinamente piacevole; o, meglio, che una volontà superiore, in mano della quale ella non era se non lo strumento doloroso, glie le suggerisse per uno scopo oscuro e fatale. Ma, quale scopo?
«Ah, le donne! Le donne!» esclamò il giovine improvvisamente, tratto come di consueto a generalizzare le sue considerazioni. «Madri, sorelle, mogli, amanti, esse non si smentiscono mai, mai! Che cosa sono per esse i nostri sogni, le nostre speranze, i nostri sacrifici, la nostracoscienza, in somma tutta l’anima nostra? Nulla, meno che nulla. Esse non comprendono che gli uomini comuni, mediocri, normali, quegli uomini che lavorano indefessamente per vivere, generano figliuoli, li allevano, e lasciano a questi il posto, quando il loro malinconico cammino è giunto alla mèta. Gli altri tutti, sono per le donne altrettanti mostri paurosi, che bisogna distruggere, redimere o avvilire; ed esse li distruggono, li redimono o li avviliscono, perchè tale è il loro dovere. Non hanno esse forse, nel misterioso equilibrio della Natura, la missione di conservare le tradizioni della razza? di mantenerla strettamente legata alle origini? d’impedire che i caratterismi del tipo umano si perdano o si trasformino? Non sono esse le sacre custodi della essenza prima di nostra Specie? Vigilare affinchè questa non traligni, non strisci o non voli: ecco il segreto potere della anima loro, ecco la base di tutta la loro psicologia.» Egli soggiunse: «Liberi, liberi dunque bisogna essere dalla tirannia di queste vilificatrici d’ogni personalità, di queste nemiche implacabili d’ogni tendenza elevata e d’ogni slancio sublime! Liberi bisogna essere, per divenire qualcuno e poter fare qualche cosa — prima della morte!»
Egli si mosse, di nuovo; andò alla finestra, l’aperse, lasciò ch’entrasse la trionfante luce del giorno.
Il giardino splendeva nel sole, con le sue bianche scalee, con le sue statue bianche, come intagliate nel verde cupo della pineta. Il poggio, sopra, aveva un chiarore metallico, come fosse tutto cosperso d’una polvere d’oro.
Quella visione, dopo lo sfogo benefico, gli ricondusse lo spirito alta calma, gli ridiede la coscienza piena di sè stesso. Valeva forse la pena di crucciarsi per quelle futili questioni? Non aveva egli altro di meglio e di più serio da pensare o da fare? Egli richiuse le persiane, e venne a sedersi d’avanti alla scrivania. Molti fogli vi erano sparsi in disordine, quasi tutti vergati, per intero o in parte, a caratteri grandi, decisi, piuttosto oblunghi, un po’ inclinati da sinistra verso destra: le cancellature frequenti e risolute mettevano sul nitor della carta vaste ombre oscure. Tra quella moltitudine di fogli, dov’egli era solito d’abbozzare i suoi lavori o di fermare le idee utili, emergevano qua e là alcuni grossi libri aperti e le pagine fitte di qualche rivista nostrale o forestiera. Sul piano del palchetto eran poi raccolti i frammenti delle sue tre opere in corso: un enorme fascio di carte, chiuso in una custodia di pergamena su cui si leggeva il titolo in inchiostro rosso:L’avvenire delle società umane; un altro fascio meno voluminoso, rattenuto da un semplice foglio piegato a mo’ di busta, sul quale era scritto:La Morale dell’Evoluzionismo, critiche all’opera di Erberto Spencer e conclusioni; e infine un terzo fascicolo, alquanto esiguo, con la dizione:Socialismo e Cristianesimo.
Aurelio prese quest’ultimo dal palchetto della scrivania, e se lo pose dinnanzi. Era uno studio sintetico e impressionante su le comuni aspirazioni delle nuove idee sociali e della vecchia morale cristiana, il quale tendeva a dimostrare come la fusione delle due teorie non potesseesser lontana, e voleva mettere in guardia gli studiosi e i pensatori contro le fatue lusinghe e i gravi conseguenti pericoli che un siffatto connubio avrebbe portati con sè. L’Imberido s’era accinto a scriverlo nell’ultimo mese passato a Milano, avendo intenzione di pubblicarlo in diverse riprese su la sua Rivista; poi, siccome dal suo arrivo a Cerro s’era immerso totalmente nella grande operaL’avvenire delle società umane, lo aveva abbandonato, e, sebbene fosse già presso a concludere, non s’era più dato pensiero per ultimarlo. In quel momento, forse perchè ricordava le sollecitazioni che lo Zaldini gli aveva fatte la mattina precedente, o perchè non si sentiva di riprendere un lavoro troppo intenso e faticoso, Aurelio fu spinto involontariamente a continuare il breve studio interrotto.
Egli sfogliò il fascicolo lentamente, scorrendo con lo sguardo su le pagine, già fatte giallognole dal tempo, quasi volesse risvegliare la memoria precisa di quanto aveva scritto. Come giunse alla interruzione, indugiò alquanto per rileggere attentamente gli ultimi periodi; e li rilesse a voce alta, ascoltandosi.
«E questi saranno gli estremi e i più fervidi adoratori di Cristo, non forse molto dissimili da quelli che primi lo adorarono. Così le Scritture saranno compite, e così la parabola terminerà com’era incominciata.
«L’attacco sarà certo formidabile. Il fanatismo dà un coraggio che le persone calme non hanno e non possono avere. Se dalla parte dei Ribelli non ci sarà un soverchio equilibrio morale,ci sarà per compenso il Genio nelle sue più acute manifestazioni. Uomini grandi, uomini terribili sorgeranno in questa sollevazione disperata, da questo ibrido connubio di misticismo e d’animalità: spiriti tumultuosi, dotati d’un potere magnetico irresistibile, dominatori e affascinatori delle masse, i quali troveranno vie insospettate per trascinarvi perdutamente i cervelli e i cuori. E a questi s’uniranno con entusiasmo tutti gli spostati dalle assurde e magiche idealità, e le anime guaste dall’odio o dalla cupidigia, e i perpetui adolescenti, e i perversi e i degenerati e i pazzi!
«Con queste bandiere, con queste reclute, con questi capitani, la parte inferiore della Umanità insorgerà contro la superiore, tenterà lo sforzo supremo per arrestare il fenomeno fatale della civiltà e dell’evoluzione. Chi trionferà nel gigantesco cimento?»
Così il manoscritto bruscamente s’interrompeva.
Aurelio Imberido, dopo esser rimasto alcuni minuti pensieroso, fissando lo spazio d’avanti a sè, prese con un atto improvviso la penna, e continuò.