IX.Il Sogno.

IX.Il Sogno.

E il gran Sogno fatalmente si svolse.

Il padre Boris era ritornato a Milano; gli ospiti eran partiti. La solita pace regnava nel palazzo antico, mentre in torno l’opera alacre degli agricoltori ferveva, ornando i campi rasati d’accese frange d’oro, empiendo la purezza degli spazii di strepito giulivo. Dall’alba all’imbrunire, le canzoni della mietitura, disperse di qua e di là su i colli ubertosi, ondeggiavan nel silenzio, e davano all’orecchio che le ascoltava un senso di vastità singolare; il buon odor cereale e l’olezzo del fieno fresco imbalsamavano alternativamente l’aria, assumendo negli aridi meriggi intensità quasi d’essenze. La festa dell’ultima ricolta si celebrava così sotto il sole benefico d’agosto, tra gli inni, tra i profumi, tra i colori smaglianti, in una semplicità solennemente primitiva di riti e di costumi. E gli inni eran d’amore, e i profumi eran di vita, e i colori eran di gioja.

Aurelio, dal balconcino della sua camera o nel parco o durante le peregrinazioni su le colline circostanti, assisteva al grandioso spettacolo, commosso, attonito, maravigliato. Non mai come in quei giorni egli s’era sentito così posseduto dal fascino della Natura feconda; non mai come in quei giorni s’era sentito legato da vincoli così stretti alla grande madre Terra. Egli, atomo d’un tutto, pareva fondersi e confondersi tra quelle manifestazioni vaste e benigne, dimentico d’ogni cosa, conscio soltanto della sua piccolezza e della sua vanità in un mondo attivo e produttivo, dove la vita si svolgeva gloriosamente sopra una distesa senza confini. Il suo corpo illanguidito dalla canicola, il suo spirito ottuso dal desiderio, si sottraevano ogni dì più al dominio della ragione e della volontà. Egli non poteva più fermare a lungo la sua attenzione su i soggetti dei propri studii: appena faceva uno sforzo mediocre d’applicazione, una stanchezza dianzi sconosciuta gli pesava sul cervello, ed egli doveva arrestarsi d’un tratto nel suo lavoro, come chi si trovi d’improvviso su la soglia d’una stanza buja. Passava perciò lunghe ore nell’inerzia più assoluta, distratto, vuoto, come estatico, seguendo con l’orecchio il ritmo d’un qualche canto campestre, o accompagnando con gli sguardi il fumo d’una sigaretta che si smarriva sottilmente nell’aria cristallina.

Una moltitudine di sensazioni minute, spontanee, incoscienti componeva in quei giorni l’esistenza materiale di lui. Il suo essere era simile a una pagina bianca su cui una penna segnassea caso piccoli segni indecifrabili: si difformava e s’alterava continuamente alla minima impressione d’un soffio, d’un profumo, d’un suono, d’un bagliore. D’avanti a un prato raso di fresco, macchiato dai cumuli più smorti del fieno, d’avanti a un campo popolato di spigolatrici chine in fila su le glebe, d’avanti a un albero carico di frutti, al gorgheggio d’un uccello tra il fogliame d’una siepe, alla voce d’un bambino in una cascina solitaria, egli si soffermava attento e turbato, come al cospetto d’un fatto straordinario o d’una cosa supremamente mirabile. Le imagini delle sembianze esteriori si succedevano per tal modo inattese nella sua mente, senz’ordine e senza logica, convertendosi in idee fuggevoli, in confuse astrazioni, in pallidi raziocinii che non duravano un attimo e si disperdevano. E sotto questa sorta di velario sensibile e sempre mutabile, ch’era come la superficie della sua anima, una calda corrente di tenerezza passava, profonda, invisibile, violenta, — il bisogno istintivo e fatale di pace, di felicità, d’amore.

Dalle campagne, illustrate magnificamente dal sole, animate dall’opera umana, gli veniva assai di sovente l’esempio seduttore: era la Terra stessa, sgravata, nuda e come distesa per un nuovo amplesso ferace, la quale descriveva alla sua fantasia con muto languido atto l’insuperabile voluttà del creare; era quella gente umile e travagliata da ogni tristizia, che gli gittava sul viso l’alito ardente della sacra febbre, il soffio infocato dell’immortale desiderio. Talvolta, percorrendo le viottole perdute, egli aveva sorpreso,nascosto in una macchia, qualche ruvido idillio; talvolta aveva sentito nel silenzio, dietro una fitta cortina arborea, il susurro di due voci diverse, interrotto a tratti dai baci; talvolta aveva visto nei campi, integre nella luce, due alte figure, prossime e sole, esprimere con gli sguardi l’impazienza della loro mutua simpatia. Il giovine osservava e ascoltava con l’avidità d’un sitibondo che oda il croscio d’un’acqua sotterranea. E torbide visioni gli si levavano nello spirito, mentre un’angoscia soffocante agitava tutti gli elementi della sua sostanza; poichè egli intendeva di trovarsi in fine d’innanzi al segreto del suo scontento e della sua fragilità.

A quelle sollecitazioni della Natura imperiosa, il cuore pareva gli divenisse gonfio e convulso; il sangue gli affluiva a fiotti al cervello; l’anima gli si ammorbidiva e si scioglieva come fusa da un calore supremo. Alcune frasi liriche, inaspettate, s’abbozzavano nel suo pensiero, illuminandolo con la fugacità frenetica di lampi: «Avere una donna propria, un’amante.... Smarrire ogni senso nella contemplazione de’ suoi sguardi inamorati.... Perdersi con lei in quelle selve folte e mute, che ammantano le valli.... Amare, amare molto, fino alla stanchezza, fino all’esaurimento, fino alla distruzione, fino alla morte!» Era il gran Sogno che si svolgeva, il Sogno dell’eterna passione vitale. Era una brama indomabile d’integrazione, di struggimento, di congiunzione che lo accendeva, ch’esaltava la sua anima per modo che ogni imagine vi si riproduceva alterata sotto forma di poesia. Omai egli si sentiva languire nella solitudine, spasimavadi desiderio, agognava febbrilmente a utilizzare la sua effimera giovinezza, a crescere, a fruttare, a concedersi e a possedere, in un immenso slancio verso la Voluttà che integra e che crea. E l’imagine di Flavia, della Donna conosciuta e vicina, gli sorgeva alta e fulgida nella mente come un sole nel cielo del suo Destino.

Dalla sera del pranzo in casa Boris, nuovi impulsi eran sopravvenuti a spingere irresistibilmente il giovine verso la fanciulla: innanzi tutto, la gelosia viva contro il pretendente noto e disprezzato; poi, la curiosità di sapere s’ella accettava quest’uomo e se accettandolo lo amava; in fine, l’ambizione virile di contenderla a questo, di strappargliela, di trionfare su lui con le proprie qualità e i proprii meriti. L’impresa gli si presentava oltremodo facile e d’esito quasi sicuro: il rivale era partito, era lontano, probabilmente senza alcun rapporto epistolare con Flavia; e non sarebbe riapparso a Cerro che tra una quindicina di giorni al più presto. Durante la sua assenza, egli era bene il padrone incontrastato della situazione: avrebbe potuto agevolmente insinuarsi nelle grazie di lei, vincerne le solite ritrosie, cancellarle dalla memoria gli ingrati residui del loro breve passato. Sarebbe certo riuscito, con la sua esperienza psicologica e le virtù della sua persona, a insignorirsi del cuore ancor titubante della giovinetta, e a scacciarne ogni altra imagine, ogni altro ideale, ogni estranea speranza. Non era ella forse già sul punto di cedere, prima ch’egli avesse deliberato d’evitarla e di fuggirla? E quella sera sul lago deserto, quando gli aveva stretto con tanta effusionela mano, non aveva ella confessato in modo indubbio la sua nascente simpatia per lui? Bastava dunque ch’egli si riaccostasse con una mossa abile a Flavia; bastava che sapesse riprendere il filo degli avvenimenti da quell’ultimo tenero colloquio avuto con lei in solitudine, ed era sicuro che ogni causa di dissidio sarebbe d’un tratto venuta a mancare ed egli l’avrebbe avuta di nuovo pienamente in suo potere.

La preoccupazione di questo disegno astuto, la speranza ambigua di poter contrastare al rivale quel bene a cui egli volontariamente aveva rinunciato, permanevano costanti nel fondo della sua anima, dove l’azione della coscienza non giunge che a lunghi intervalli e sotto forma di rimproveri fievoli e inerti. A volte, com’era tratto a riflettere su qualche atto preciso dalla sua vita indisciplinata, Aurelio riusciva bene a intendere la bieca intenzione del suo piano, la slealtà de’ suoi propositi di conquista; riusciva a intendere ch’egli agiva sotto l’impulso d’un sentimento invido e geloso e che di là della vittoria sul rivale egli non vedeva e non considerava mai la conseguente necessità d’una riparazione verso la fanciulla. Allora aveva momenti terribili di rammarico e di rivolta morale: come un peccatore credente che si confessi, egli esagerava il rilievo della sua colpa, e giurava a sè medesimo di mutar linea di condotta, e s’imponeva, convinto d’eseguirle, penitenze e rinunce esemplari. Ma il vento della passione si riversava fulmineo sul suo capo, dissipando in un colpo le nebbie momentanee delle riflessioni, dei rimorsi e dei buoni proponimenti.Quella specie di sovreccitazione inconscia e impaziente, ch’era in quei giorni lo stato abituale del suo spirito, s’impossessava novamente di lui. Egli ricominciava a sognare, a correre verso la mèta oscura, contro la quale si sentiva spinto come da una volontà estranea alla sua, a inebriarsi di frasi sonore, di morbide fantasticherie, d’imaginose aspettazioni di felicità.

Per tre giorni egli non poté avvicinar Flavia se non alla presenza delle altre signore, in giardino o sul rialto. Nell’impossibilità di parlarle da solo a sola, d’investigare il mistero dell’anima sua, Aurelio sofferse veramente torture senza nome. Seduto un po’ lontano dal crocchio, come per il passato, egli rimaneva intere ore fermo e silenzioso al suo posto di guardia, osservando con occhi distratti le cose circostanti o fingendo d’ascoltare i discorsi interminabili delle quattro donne. Nulla nel suo aspetto che indicasse un turbamento, un’angustia, la più leggera impazienza; eppure dentro di lui ferveva una continua tempesta d’idee oblique e di sentimenti dolorosi. Talvolta era una malinconia profonda, che lo prendeva durante quei ritrovi, come un desiderio tragico di riposo e di morte; talvolta era un’irritazione maligna, come una smania di vendetta e di crudeltà contro la fanciulla che pareva incurante di lui, o contro le estranee che gli paralizzavano ogni tentativo; talvolta in vece era un senso gelido di apatia e di malessere, che gli rendeva intollerabili e quasi odiose tutte quelle donne e tutte quelle ciance.

Flavia d’altra parte, forse consapevole del suo nuovo valore e delle mutate intenzioni del giovine, sembrava che si piacesse di fomentare la sua ansietà e d’esasperare per gusto felino i nascosti tormenti del suo cuore. Sempre appostata accanto alla madre o alla cugina, non gli si rivolgeva che assai di rado, e solo per indirizzargli fuggevolmente un’insipida domanda o per lanciare qualche frizzo mordace contro le sue teorie su la donna e su la società. In verità, ella poteva dirsi maestra nell’arte d’usare l’ironia e il sarcasmo: sapeva cogliere ogni più vaga occasione nel discorso comune per colpire direttamente dove voleva; sapeva dare a una semplice frase un senso recondito e affatto diverso dal letterale, con un gesto, con un atteggiamento del viso, con un’inflessione della voce; sapeva trovare l’epiteto pungente e cortese, che, mentre passa per gli astanti inosservato, fa impallidire colui al quale si rivolge. E i suoi dileggi maliziosi venivan sempre accompagnati dal sorriso più dolce e più benigno.

Sotto le sferzate subitanee che lo ferivano nel più vivo della sua sostanza, Aurelio, costretto a tacere o a ricercare una difesa blanda e rispettosa, fremeva di rabbia e di dolore; ma provava anche, al risveglio de’ suoi istinti pugnaci, un sollievo particolare, una specie di scossa violenta e non disaggradevole, come chi esca da una camera afosa all’aria gelata della via. Più che le irrisioni, più che gli scherni, più che le ingiurie, egli aborriva il contegno freddo e indifferente di Flavia: eran la gioconda loquacità di lei, la calma imperturbabile della suafaccia, sopra tutto il suo riso schietto e squillante che provocavano in lui i più lividi rancori, le più fosche idee, i più desolati abbandoni, spingendolo talvolta fin sul confine della demenza.

La pena era così amara ch’egli pensava di non poterla oltre tollerare. Ma omai egli era già al punto in cui l’amarezza sprona, in cui l’ostacolo cimenta, in cui la passione si pasce sia pur di strazii, di ripulse, d’umiliazioni. Egli partiva da quei convegni stanco, tediato, oppresso, ma sempre più infervorato del suo piano, sempre più acceso dal desiderio e dalla gelosia. Tutte le forze del suo orgoglio s’erano omai concentrate in una mira unica e costante. Le grandi indignazioni generavano le maggiori tenerezze. L’odio medesimo non serviva se non a inasprire l’avidità del sentimento, a rendergli più attraente la visione prossima della preda. E il pensiero del tempo perduto lo faceva perseverare e ostinarsi nella sua impresa, come il denaro divorato dalla Fortuna trascina fatalmente dietro di sè il giocatore che spera di riaverlo.

Quel giorno, dopo la colazione, Aurelio era salito nella sua camera in balìa d’un’inquietudine straordinaria. Dopo aver tentato in vano di continuare la lettura d’un libro, che nei dì precedenti lo aveva molto appassionato, era uscito all’aperto sul balconcino, e v’era rimasto a lungo, magnetizzato dalla gran luce del pomeriggio. Il suo cervello aveva vibrazioni continue, pareva còrso da brividi infocati; i palpiti del suo cuore eran lenti e faticosi, come trattenuti nello sforzo da una difficoltà. Un sentimento inafferrabileteneva tutto il suo essere, il sentimento d’una necessità urgente, d’un’imminenza assai grave, d’un’occasione propizia, sospesa sopra di lui, che il minuto fuggevole avrebbe potuta irremissibilmente distruggere per la sua felicità.

Quando udì salire dal basso un suono di pianoforte, Aurelio si mosse. L’intenzione oscura che lo agitava si dichiarò su l’istante. Egli voleva veder Flavia nel giardino, in quell’angolo romito al rezzo degli ultimi abeti, dove l’aveva trovata sola la prima volta; voleva confidarle tutti i suoi pensieri, tutte le sue pene, per strappare a lei una confessione esplicita che in un qualunque modo mettesse fine alla crescente angoscia del suo spirito.

Discese precipitosamente le scale. Salì in corsa a traverso il bosco senz’incontrar nessuno. L’affanno l’obbligò a sostare qualche attimo al crocicchio delle due viottole, d’avanti all’antica erma dal volto corroso e dai seni intatti, come gonfii d’un desiderio immortale. — Oh, le memorie di quel calmo giorno lontano! Dov’era mai la sua pace? Dove, la sua gagliarda indifferenza? Dove, i suoi puri sogni di gloria? — Procedette poi a passo anche più spedito verso l’altura, quasi lo chiamasse, da quell’ombra, il vivido raggio di sole che illuminava a traverso un pertugio la sommità del sentiere.

Flavia era là, seduta sotto i pini, un po’ abbandonata su sè stessa, tenendo su le ginocchia un ricamo che osservava con intensa attenzione. D’innanzi a lei era disteso l’ampio scialle a mo’ di tappeto, tutto coperto di scatole, scatolette, astucci, astuccini, e d’un’infinità difascetti colorati. Un’altra sediuola portatile all’opposto lembo dello scialle indicava il posto di Luisa, discesa per l’esercizio quotidiano di pianoforte.

Vedendola così vicina e così sola, sembrò al giovine che la sua mente per prodigio si vuotasse e ogni sua energia venisse d’un tratto a mancare. Rimase immobile allo sbocco del sentiere, incerto ancora se dovesse avvicinarlesi o retrocedere rapidamente prima d’essere scoperto. — Perchè era salito lassù? Che cosa avrebbe potuto dire a Flavia? Con che parole avrebbe incominciato? Egli s’era lasciato trasportare da un cieco impulso; e non aveva avuto il tempo di prepararsi al difficile colloquio, di concretare un abile pretesto di discorso o una qualunque giustificazione della sua presenza a quell’ora, in quel luogo! Egli si trovava di fronte a lei, dubbioso, inetto, disarmato, come un capitano che non abbia preveduto l’incontro d’un nemico formidabile! Che fare? Come presentarsi? E come allontanarsi? — Nella sua grande confusione, la fuga gli sembrava impresa quasi più ardua dell’attacco.

Ella alzò per caso gli occhi dal telajo, e lo scorse.

— Signor Aurelio! — esclamò, piacevolmente stupita.

— Buon giorno, signorina, — egli disse, levandosi il cappello e avanzando. Poi chiese con atto di maraviglia: — Sola?

— Sola, lo vede. Luisa, come sempre a quest’ora, è alla tortura dell’odioso strumento.

— Difatti..... — egli mormorò.

Voleva dire: «Difatti l’ho sentita studiare dalla mia camera.» Ma si trattenne in tempo, con il lieve tremito di chi stia per tradirsi o per isvelare un interno segreto. In vece domandò, concitatamente:

— Ella non ama dunque la musica, signorina?

— Poco. Almeno amo poco la musica ch’io debbo eseguire: al contrario in teatro mi piace assai, forse perchè mi piace molto il teatro. Se sapesse quanto han fatto la mamma e il babbo per invogliarmi a imparare il pianoforte! Essi mi avrebber voluta una grande pianista; io però li ho scoraggiti presto con la mia inettitudine e con la mia negligenza.

— E ora, non suona mai?

— Mai, mai!... Ma prego, conte, s’accomodi, — ella aggiunse con cortesia, indicandogli la sediuola disoccupata, d’onde tolse un pajo di forbici e un rocchetto di filo d’oro.

Aurelio sedette, dopo un’esitazione breve.

Egli era alfine presso di lei, solo, assolutamente libero, come aveva desiderato, come aveva voluto. In torno, il bosco d’abeti si piegava discretamente in arco, formando una profonda nicchia verde, una specie di parete alta e opaca, che s’apriva soltanto da una parte quasi per ricevere i riflessi aurei del poggio ammantato dal sole. Il silenzio della campagna circostante proteggeva il luogo nascosto, che pareva creato per un qualche alto mistero. Su le vette degli alberi e sul culmine del colle si distendeva l’etereo manto azzurro, il muto e deserto paese dell’Eternità e della Gloria,a cui volano disperdendosi i sogni dell’umanità insodisfatta. — Egli era alfine presso di lei, solo, assolutamente libero, come aveva desiderato, come aveva voluto!

Perchè dunque temeva? E da che proveniva l’angustia del suo cuore? E perchè non osava? perchè lasciava trascorrere inutili quegli istanti preziosi di solitudine? Ohimè, la sua mente era vuota, la sua volontà assopita! Egli s’abbandonava alla corrente come un uomo che disperi di salvarsi!

Parlarono un tempo incalcolabile di cose indifferenti, con lunghi intervalli di mutismo. Flavia gli mostrò, perchè l’ammirasse, il suo ricamo, una combinazione a bastanza armonica di tinte languide, di viola smorto, di verde smorto, d’oliva smorto, disposte a fiamma e orlate d’oro. Egli, confuso e timido, teneva gli occhi fissi sul lavoro paziente, e, per dire qualche parola, chiedeva spiegazioni su lo stile, sul tempo che occorreva per compirlo, su l’uso ch’ella ne avrebbe poi fatto. In tanto dentro di lui, i rimproveri sorgevano, a uno a uno, implacabilmente, a similitudine di spettri maligni che uscissero alla luce da una porta misteriosa; e una voce corrucciata ripeteva ognor più forte la sollecitazione: — «Agisci! Spiègati! Domanda! Il tempo fugge, e tu non sai se domani ti sarà concessa un’occasione altrettanto propizia. Puoi tu sopportare oltre la tortura che ti ha dilaniato in questi giorni passati? Puoi tu vivere di timori e non di speranze? Pensaci: meglio, mille volte meglio lo schianto della più cruda certezza all’angoscia del dubbio semprecrescente. Quando tu conoscerai tutta la verità, allora soltanto potrai trovare la via di scampo, che ora la tua vista ottenebrata non discerne.»

Il giovine ascoltava e fremeva. Durante un silenzio più prolungato, gli parve alfine di poter sciogliere la lingua, d’aver trovato un appicco facile per il discorso che voleva tenere; credette che un’ispirazione buona fosse venuta a scuotere il torpore del suo spirito. Egli non sapeva ancor bene quale fosse questa ispirazione; ma sentiva che il momento era giunto per tentar la sorte e si diceva che una volta gittato il dado la partita sarebbe stata senz’altro risolta. Alcune parole si precisarono nella sua mente; egli le ripetè più volte con il pensiero, senza poterle pronunciare. — E poi? E poi? — In fine, con la voce tremante, abbassando gli occhi, mormorò:

— Signorina, avrei bisogno di parlarle.

Flavia, intenta al suo lavoro, alzò lentamente il capo e fissò Aurelio con aria sospettosa, interrogando.

— Dica pure, — fece ella dopo una pausa, poi ch’egli non accennava a proseguire.

Un nuovo e più grave eclisse oscurò per qualche istante lo spirito di lui. — Che cosa dire? Come incominciare? Era dunque necessario rispondere? Egli non sapeva più nulla, nulla; ignorava per fino dove e con chi fosse; egli pensava a cose estranee; egli ora era tutto occupato a considerare attentamente il disegno d’un gran fiore giallo, che s’ergeva alto su l’erba del prato. Come staccare gli sguardi da quel fiore? Come concentrare la mente sopra un determinato soggetto?

Gli occhi di Flavia, che lo fissavan sempre con un’espressione acuta d’impazienza e d’interrogazione, l’obbligarono a troncare quell’indugio ingiustificabile. Egli parlò pianamente, cercando le parole, arrestandosi a ogni frase, quasi aspettando da lei un’interruzione che gli risparmiasse lo sforzo supremo di concludere.

— Signorina — incominciò — ella deve scusare la mia curiosità... È stata lei a risvegliarla... con la sua schiettezza, con la sua espansività, con la fiducia di cui si compiacque d’onorarmi fin dai primi tempi della nostra conoscenza.... Io vorrei farle una domanda.... una domanda forse un poco indiscreta.... forse inopportuna... e forse no... Ma desidererei, prima di rivolgergliela, una promessa da parte sua... desidererei ch’ella m’assicurasse di rispondermi francamente, senza timori e senza reticenze... perchè dalla sua risposta può dipendere... io saprei... In breve, signorina, mi permette di farle questa domanda?

Flavia, rassicurata dal lungo preambolo, lo ascoltava sempre più indulgente nell’aspetto, sempre più benevola, con un lieve sorriso di sodisfazione su le labbra. Ella aveva in quel momento la coscienza della sua superiorità di fronte a quell’uomo forte, intelligente e coltissimo, che balbettava con lei come un bambino; e cedeva senza riflettere al sentimento insidioso di pietà e di condiscendenza, che suscita assai di sovente nelle donne l’omaggio timido o servile. Rispose:

— M’interroghi pure quanto vuole; io cercherò d’esser più franca che m’è possibile.

Il giovine, osservandola di sottecchi, s’avvide del suo mutamento e fu investito come da un soffio subitaneo di speranza e d’audacia. Rialzò con un moto brusco il capo e rivolse sicuro gli occhi verso quelli di lei.

— La porta del suo cuore, — egli domandò, con accento leggero, — è dunque sempre chiusa, anzi murata, come due mesi or sono?

Il dado era gittato. Ogni ansietà non aveva più ragion d’essere: Aurelio si sentiva calmo, sereno, quasi indifferente, pronto a sopportare qualunque più fiero colpo. E la fanciulla, offesa dalla forma della richiesta e ancor più dalla espressione con cui era stata proferita, aveva cessato di sorridere e sosteneva gagliardamente lo sguardo di lui.

Si fissarono così un poco senza parlare, in atto di sfida. L’eterno odio dei sessi, fatto di diffidenza, di paura e d’orgoglio, irritò e disgiunse le loro anime, le quali un istante prima eran già in atto di fondersi. Parve che ciascuno di essi volesse penetrare con gli occhi nell’intimo dell’altro, senz’esserne a sua volta investigato; parve, come in un duello, che ciascuno, raccolto nella posizione forte di guardia, indugiasse a muoversi per la tema di scoprirsi o nella speranza di sorprendere l’avversario con una botta fulminea.

Ella in fine si risolse a parlare.

— Io le risponderò, — disse con la voce grave, — come lei ha già risposto a una mia domanda altrettanto indiscreta: schiettamente, più che mai.

Aurelio la guardò, impassibile. Le parole crudelinon gli suscitarono in quel momento nessuna commozione: le ascoltò sorridendo, e concluse in tono scherzoso, ironicamente:

— Me ne rallegro molto con lei, signorina. E le chiedo perdono d’aver dubitato della sua coerenza.

Più tardi però, quando fu solo, quando l’imagine dell’amata si sostituì alla sensazione e la fantasia smussò gli spigoli pungenti della realità, egli, ripensando a quell’ultimo colloquio avuto con Flavia, ebbe le ore più torbide e più agitate della sua vita. L’idea d’aver sciupato un’occasione favorevole, d’aver distrutto con un movimento brusco e temerario l’incanto che stava già per avvolgerli entrambi, lo rese folle d’ira, di rimorso, di dolore. Il flutto di tenerezza e di passione, ond’era invaso, sommerse i piccoli rancori, gli impulsi vendicativi, le ribellioni dell’amor proprio; ed egli non sentì più se non lo schianto atroce della delusione, l’angosciosa tristezza del suo povero amore incorrisposto e spregiato.

Su le prime accettò senza discutere il senso letterale delle parole di Flavia, e giudicò irreparabile e definitivo uno stato di cose che era fuori del suo potere e della sua volontà. «Ella non l’amava; lo aveva respinto: ogni speranza dunque era omai perduta per lui.» Egli si vide, per il capriccio d’una sorte cattiva o per una tragica disposizione della Natura, perennemente solo e abbandonato tra esseri estranei o nemici. Pensò che la vita a tal prezzo non valeva la pena d’esser vissuta; pensò che la gloria era vana, l’umanità era trista, l’avvenireincommutabile o non meritevole d’esser commutato. Uno scontento immane del mondo e di sè stesso s’impadronì di tutte le sue facoltà. Egli rimase soffocato nella stretta di tanta desolazione, maledicendo all’esistenza e alle sue miserie, anelando inutilmente a un Bene, ch’era l’Amore e poteva anche esser la Morte.

Ma una reazione benefica, il ritorno spontaneo e naturale dell’illusione dopo lo scoramento supremo, non tardò a risollevare il suo spirito e a infondervi di nuovo il soffio vivificatore della speranza. Le sue abitudini di riflessione e d’analisi lo spinsero in buon punto a ricercare sotto il velame delle parole il loro senso recondito e a costruire pazientemente quelle ipotesi ch’eran per lui meno avverse e meno scoraggianti. — Era dunque ben certo che Flavia non l’amava? La sua ripulsa sdegnosa non poteva esser dettata da un tardo desiderio di rivincita, dall’istinto femminile di difendersi con la bugia, con l’astuzia, con l’offesa? E non l’aveva egli forse provocata e meritata quella ripulsa, con la sua domanda importuna e piena di sarcasmo? — Aurelio ricordò il sorriso che aveva a grado a grado modificato l’espressione della fanciulla, mentr’egli parlava a frasi interrotte e la corda della tenerezza vibrava ancora nel suo balbettìo confuso: Flavia certamente in quell’attimo aspettava da lui una qualche appassionata rivelazione, e l’aspettava palpitando d’impazienza e di piacere. S’egli, in vece d’inorgoglirsi e di reprimersi, avesse aperto con lealtà il suo cuore, probabilmente ella non avrebbe mutato contegno e non gli avrebbe risposto intal guisa. «Ella dunque lo amava; ella non aveva inteso di respingerlo; ella poteva sempre divenire, quando egli lo volesse, la donna tua.» Un impeto folle di gioja trasportò la sua anima dagli abissi della disperazione al colmo della fiducia in sè stesso e nel suo destino. Egli tremò di soavità, pensando d’essere amato. Egli, imaginando l’avvenire, credette che la sua vita interna acquistasse d’improvviso un’accelerazione prodigiosa. La gloria era in lui; il trionfo della sua persona empiva di letizia l’universo. Ogni cosa si rischiarava; ogni ostacolo cedeva, come disperso dalla passione soverchiatrice. Gli passava da presso la Felicità, ed egli udiva bene nel silenzio il rombo delle sue ali; egli sentiva l’aria scossa e turbata dall’eterna Chimera proteiforme, dietro cui gli uomini volan travolti, come foglie nel vento d’un traino impetuoso.

Ma i dubbii e i timori lo circuirono da capo, appena l’analisi si spinse un poco oltre lo scopo per cui era fatta. Chi cerca il conforto negli artifizii del raziocinio corre gli stessi rischi di colui che cerca un tesoro nascosto nel fondo d’una palude. Il pensiero, nella sua indagine, non può d’un tratto arrestarsi contento alla migliore ipotesi, e trova sempre accanto a questa un’interpretazione contraria che ne abolisce ogni valore di certezza e ogni virtù di consolazione. — L’imagine del pretendente venne a frammescolarsi allora alle sue considerazioni, e distrusse con il suo solo apparire tutto l’edificio delle liete aspettative. Non era dunque possibile che il sorriso di Flavia fosse dedicatoa costui? Non era possibile che un’analogia di situazione o di parole le avesse risvegliato nella mente il ricordo del fidanzato lontano, illuminandole il volto di dolcezza e di bontà? E l’ultima sua risposta non poteva essere in vece una superba menzogna, ch’ella aveva detto volontariamente, per nascondere a un estraneo il geloso segreto del suo cuore? Tutto ciò era possibile, ed era più disperante d’ogni altra supposizione! La gelosia rinasceva; l’odio contro il rivale noto e disprezzato saettava dentro di lui; il desiderio della fanciulla, inacerbito da quell’odio e da quella gelosia, diveniva uno spasimo inumano, una follia cupa e maligna che fomentava nel suo spirito i più temerarii e i più obliqui divisamenti.

Nei dì successivi il dibattito continuò viepiù fiero: ogni frase, ogni gesto di Flavia assunse nella sua imaginazione due sensi contradittorii, ai quali egli rimaneva a lungo aggrappato come agli orli d’una voragine. «Ella lo amava? Amava quell’altro o rimaneva fedele al primo che aveva amato?» Egli rispose mille volte, successivamente, a queste diverse domande con la stessa affermazione convinta, interpretando una parola di lei scelta a caso nel corso d’una conversazione indifferente, una sua occhiata fuggevole o un tremito delle sue palpebre, un sospiro, un sorriso o un silenzio.

Non si eran più trovati soli dopo d’allora. Aurelio per una settimana non aveva osato ripresentarsi a lei in quel luogo determinato, a quell’ora fissa del giorno. Si vedevan dunque, come per il passato, ai convegni comuni, dovenon riuscivano a scambiare che qualche breve discorso o di quando in quando qualche sguardo eloquente. Una mutazione sensibile era però avvenuta nel contegno di Flavia: ella aveva deposto la sua maschera sarcastica e lo trattava ora con la massima cortesia, sempre un po’ fredda nell’aspetto ma con inflessioni di voce sottilmente insinuanti e con una certa gravità di linguaggio che dimostrava una deferenza insolita per lui, un rispetto nuovo per i suoi principii e per le sue ambizioni. Una sera che donna Marta si lagnava del nipote e delle sue trascuratezze verso di lei, ella disse inaspettatamente, senz’ombra d’ironia:

— Per carità, contessa, non si lamenti! Io so che il signor Aurelio le vuole molto bene. E poi, creda a me, noi donne non abbiamo il diritto di pretendere dagli uomini, che hanno un ideale e interamente vi si consacrano, più di quanto essi ci possono concedere. Se noi vogliamo esser per loro un appoggio e non un ostacolo, è giuocoforza che ci pieghiamo alle loro esigenze e accettiamo senza protesta il posto ch’essi ci assegnano nella loro vita. Il signor Aurelio avrà certo uno splendido avvenire; farà un grande onore al suo casato: ella dovrebbe esserne superba e non chiedergli di più.

E un’altra sera che tutte a vicenda avevan pianto su la loro sorte, ella disse anche, rivolgendosi a lui direttamente:

— Chi proprio deve esser felice tra noi è lei, conte; lei, che non ha pensieri, non soggiace alla comune debolezza dei sentimenti, e vive una vita speciale, tranquillo, sereno, appartatoin mezzo alle sue idee, come in un mondo creato a sua imagine e somiglianza. Ella non sa quanto io la invidii, certe volte. Se fossi nata uomo, avrei voluto essere come lei, forte, solo, libero e sdegnoso d’ogni giogo.

Non sospettava dunque ancora la fiamma divoratrice che gli ardeva nel cuore? O diceva queste cose per accertarsene, per studiare sul suo viso l’effetto che avevano dentro di lui?

Così passò un’altra settimana, e il piano di conquista imaginato da Aurelio rimaneva tuttora allo stato di mera intenzione, sempre più incerto e più difficile. Le sue speranze s’estinguevano, progressivamente; il suo sogno di felicità andava avvolgendosi ogni dì più in cupe ombre, da cui l’imagine di Flavia usciva a pena visibile, tentatrice e irreale come un’apparizione d’incubo. Tutta la sua giornata non era omai che una lunga agonia. Egli, come pensava al giorno in cui il rivale sarebbe ritornato, si sentiva morire d’ansia e di raccapriccio. E quel giorno era vicino; e ogni ora inerte, anzi ogni attimo, che il suo cuore pulsando annunziava perduto, lo approssimava di più! Che fare adunque? Che tentare? Eppure qualche cosa ancora bisognava fare e tentare, prima di risolversi all’ultima rinuncia, prima d’abbandonare il campo all’odiato vincitore.

In tanto, l’ora era giunta per lui del grande verace amore di sua vita. Pareva che sotto l’azione del fuoco violento, tutto il suo essere si fosse trasmutato, dilatato oltre i limiti consueti, alleggerito, e arricchito di nuove e sconosciute proprietà. Pareva che fosse sopravvenuta in luiun’altra anima in luogo della sua propria, un’anima sensitiva e imaginosa che, avendo a sdegno le nozioni precise e le fredde astrazioni, amava appassionatamente le cose incerte, mobili e colorite, i facili errori della fantasia, i trepidi voli dell’idea nell’aria crepuscolare dei sogni e delle leggende. Egli si rinnovava; egli aveva cessato d’essere pensatore per divenire artista. Egli sentiva ora il bisogno d’adornarsi, d’abbellire tutto ciò ch’era intorno a lui, di vivere una vita estetica, composta di sensazioni armoniche e ritmate.

La sua squallida camera, già ingombra di libri e di fogli gittati qua e là in disordine, s’assestò, si trasformò, apparve sotto un aspetto nuovo, femminilmente gradevole. Egli prese dalle stanze superflue alcuni tappeti, un grande specchio e due o tre quadri, e ve li dispose con cura, quelli sul suolo e questi su le pareti; con un drappo, scoperto nella chiesuola annessa al palazzo, si foggiò un ricco padiglione sopra il capezzale del letto; discese in giardino, e colse molte rose, alcuni mazzi di fiori campestri, alcune fronde d’edera per riempire i vasi polverosi e ornare con essi la tavola da lavoro, il vecchio canterano e la specchiera. Persino nel suo modo di vestire e d’atteggiarsi, egli dimostrò una sollecitudine non mai avuta, una preoccupazione assidua e intensa di piacere, un gusto raffinato nella scelta delle forme e delle sfumature, il cui segreto non avrebbe mai sospettato di poter conoscere. E per occupare i suoi ozii agitati, si fece mandare dalla città diversi libri di liriche, che lesse per la primavolta, fremendo, esaltandosi, spasimando, quasi gli rivelassero nel loro linguaggio poetico e ardente l’ardore e la poesia de’ suoi sentimenti inesprimibili.

Alte idee, in vero, sorgevan nella sua intelligenza, mentr’egli compiva inconscio la profonda metamorfosi. «Perché non debbo io amare?» egli si domandava. «Perché questa rinuncia, questa mortificazione, questa restrizione? Non sono io giovine? Non son forse degno del supremo godimento della vita? L’attimo è fuggevole; e dopo l’attimo vengono ininterrotte le tenebre del nulla. Posso io sacrificare questo attimo a un avvenire, di cui non avrò mai più visione, nè coscienza? Posso io ragionevolmente opprimere e disconoscere i diritti di questa carne mortale, cheforseè tutta quanta la mia sostanza?» Egli anche pensava: «Io ho saputo fino a oggi trionfare de’ miei sensi, per esser libero e consacrarmi interamente alla preparazione d’una vasta coltura e d’una chiara comprensione della vita. E per trionfare de’ miei sensi, ho giudicato l’Amore un’inferiorità, una bruttura, un pericolo. Ma se mi fossi ingannato? Se le commozioni dell’Amore, ch’io non ho voluto conoscere, fossero diverse da quelle che ho supposte, e rafforzassero in vece il carattere e sollecitassero l’ingegno alle imprese memorabili?»

Dai libri di poesia, ch’egli continuamente leggeva, saliva al suo cervello, come un profumo inebriante, il culto fanatico, la glorificazione, l’apoteosi della grande passione, che l’Arte ha generato e cui l’Arte filialmente venera. Perquei poeti, gente nobile e illustre, l’Amore era tutto: era l’armonia dell’universo, la fiaccola del genio, era la gioja, era l’ideale, era la divinità. Senza l’Amore, il mondo non aveva più sole; senza l’Amore, la pace, la gloria, le ricchezze, la stessa fede non eran se non parole vuote di senso, ornamenti derisorii gittati sopra un corpo piagato e difforme. — Perchè vivere se non per amare? — si chiedevan quei poeti, volgendo in torno gli sguardi assetati di felicità. E il cuore del giovine ripeteva profondamente, come un’eco fedele: «Perchè, perchè vivere se non per amare?»

In quegli ultimi giorni, ispirato da quelle voci fascinevoli, sospinto dal pensiero che l’altro stava per ritornare, Aurelio divenne ardito, risoluto, intraprendente, non trascurando mezzo alcuno a fin di raggiungere il suo scopo nel termine prefisso. Ormai nessuna incertezza rimaneva in lui su quanto avrebbe dovuto fare per costringere Flavia a una risposta sincera e decisiva: occorreva parlarle a cuore aperto, dichiararle senza ambagi il suo sentimento, chiederle con lealtà se lo potesse ella, ora o in un giorno non lontano, contraccambiare; bisognava abbandonare i piani lenti e astuti per appigliarsi alle risoluzioni rapide ed energiche. Ma come trovarla sola? Con qual pretesto domandarle un colloquio in disparte? Ed era forse possibile ottenere un risultato da una conversazione a bassa voce in cospetto delle altre donne?

La migliore occasione per trovarla sola era irremissibilmente sfumata. Dal giorno, in cuiegli s’era spinto fino al sommo della pineta, Luisa aveva pregato la zia di trasportarle l’esercizio di pianoforte alla mattina, e non aveva più lasciato Flavia durante l’intero pomeriggio. Aurelio, risalito là per ben due volte pien di speranza, aveva dovuto ritornarsene deluso e scorato in palazzo, dopo aver passato un’ora di supplizio ineffabile accanto alle due giovinette.

Egli procurò dunque di farsi intendere da lei a sguardi, a reticenze, ad allusioni velate durante i ritrovi comuni sul rialto; si diede a corteggiarla nettamente e volgarmente, sedendole con ostentazione sempre vicino, cercando di trascinarla per gradi ad appartarsi dal crocchio, a discorrere con lui solo di cose intime, discrete, confidenziali. Più volte, nella mezz’ombra dei crepuscoli caduchi, sdrajato al suo fianco su l’erba dello scalere, egli, approfittando d’un momento opportuno, riuscì a parlarle del mutamento avvenuto in lui negli ultimi tempi e ad accennarle i suoi nuovi desiderii; anche tentò, con qualche inchiesta astuta, d’investigare a fondo nel mistero della sua sensibilità. Ma le presenze estranee esercitavan pur sempre sul suo spirito una bizzarra influenza: egli, per sottrarsi alla loro soggezione, doveva dare alle sue frasi sentimentali un tono fatuo e giocoso; egli doveva discorrere scherzando, a similitudine d’un balbuziente che, per vincere la difficoltà di parola, bisogna che canti.

Flavia, d’altra parte, pareva che si prestasse amabilmente a quel giuoco: lo ascoltava con visibile piacere, e gli rispondeva a tratti ridendo, schermendosi dalle celie con altre celie più leggere.

— Via, signor Aurelio, — gli diceva talvolta, oppressa dalla sua insistenza: — sarebbe tempo di finirla con questa burla. Io non posso credere a una sola dalle sue parole. Non posso credere ch’ella parli da senno; e, le confesso, non mi garba d’esser burlata.

— Ma io parlo da senno, signorina, — egli affermava, cercando d’atteggiare il viso a una espressione più seria.

— Lei? con le sue idee? con il suo orgoglio? con le sue belle opinioni su le donne?... Ma mi stima dunque così ingenua e, diciamolo pure, così sciocca da credere cecamente a tutto quanto mi si racconta? Ella, caro signore, vuol divertirsi un poco alle mie spalle; ma io, benchè non sia che un povero essere inferiore, ho però almeno tanta intelligenza quanta ne occorre per intenderlo.

Altra volta, gli chiedeva anche con voce grave, quasi malinconica:

— Perché mi dice queste cose, signor Aurelio? Se scherza, ha torto di scherzare. E se parla sul serio, ho torto io d’ascoltarlo.

E il giorno ultimo venne, inaspettato, senza che Aurelio avesse potuto effettuare anche in minima parte il piano di conquista, che gli era già sembrato così agevole e d’esito quasi sicuro!

Ritornò il padre Boris, ritornarono gli ospiti, riapparve il pretendente basso e tarchiato, dalla pelle olivastra e dagli occhiali d’oro. Venne anche a sera lo Zaldini, più fresco e più giocondo che non mai, essendo stato chiamato per lettera dall’Imberido in sèguito alle preghiere insistenti di Luisa.

La comitiva a bastanza numerosa, divisa in tre imbarcazioni, lasciò il villaggio verso le cinque del pomeriggio per passare la notte a Baveno ed esser pronta, la mattina dopo per tempo, a intraprender l’ascensione del monte. In una lancia erano l’ingegnere Boris, il Siena e le due fanciulle; in un’altra la signora Teresa, sua cognata e Giorgio Ugenti; e nella terza infine, donna Marta accompagnata da Camilla, e Aurelio e Luciano ai remi. La vecchia quantunque indisposta e sofferente, aveva voluto seguire la comitiva almeno fino a Baveno, dove sarebbe rimasta con la fantesca in aspettazione, per far ritorno a Cerro insieme con gli altri nella sera successiva.

Una grande tristezza occupò l’anima del giovine durante la lunga traversata e durante il pranzo interminabile alla tavola rotonda dell’Hôtel Belle-Vue. Nel silenzio del lago, battuto da un sole bianchissimo, nella gran sala oblunga, popolata d’Inglesi impassibili e di Tedeschi ciarlieri, il pensiero di Flavia non lo abbandonò un solo istante, e la presenza del rivale, sempre accanto a lei, non cessò di martoriarlo, come un cancro ostinato che gli rodesse il cuore. In vano lo Zaldini tentò più volte di farlo sorridere con le sue storielle e il racconto grottesco d’una sua recente avventura d’amore; Aurelio rimase pertinacemente muto e grave, finchè questi, tediato dalla sua indifferenza, si risolvette a volgergli le spalle e ad appiccar discorso con un vecchio signore inglese, suo vicino di mensa. Ora Luciano chiacchierava allegramente e senza ritegni con il nuovo suo amico, decantando nelpiù pretto idioma britannico la bellezza incomparabile dellemissese l’eccellenza del gin e delwhiskycome eccitanti delle più pazze fantasie.

— Io, se per avventura m’ammoglierò, — diceva lo Zaldini a voce alta, — sarà senza dubbio con una signorina del vostro felice paese, perchè adoro il biondo dei capelli e delle sterline. E voglio, la sera delle nozze, rinnovare il celebre aneddoto del campanello elettrico, che voi probabilmente conoscete, poichè l’eroe ne fu un vostro compatriota, anonimo ma non per questo meno degno di memoria...

Il vecchio accennava di no col capo, incoraggiandolo a continuare con un’occhiata piena di curiosità lasciva. E il giovine infatti, senza farsi pregare, raccontava l’aneddoto salace, piegando il capo verso di lui, soffiandogli le parole fioche all’orecchio, scoppiando a tratti in una risata sonora, che trasfigurava per incanto il viso terreo e severo dell’ascoltatore.

Nulla irritava di più lo spirito ansioso dell’Imberido che il cicaleccio frivolo e ininterrotto de’ suoi due vicini. A intervalli, tra lo strepito dell’acciottolìo e delle conversazioni diffuso per la vasta sala, giungeva a lui, come un avvertimento di sventura, la voce fessa e nasale dell’avvocato, seduto al fianco di Flavia a quattro posti in distanza dal suo. Egli, roso dalla gelosia, aguzzava l’udito a quel suono sgradevole, che pareva per poco dominare ogni altro romore; a volte, credeva di comprendere qualche frase inconcludente, un’affermazione, un ringraziamento, il nome dell’amata proferito dalle labbra odiose; ratteneva profondamente ilrespiro per afferrare il senso dell’intero discorso. Ma uno scroscio d’ilarità si levava d’improvviso presso di lui, e tosto la voce si disperdeva nel clamore, vinta e soffocata.

Aurelio doveva fare un enorme sforzo di volontà per contenere il suo dispetto contro l’amico e vincere l’impulso cieco di levarsi in piedi e allontanarsi da quella sedia di tortura. Almeno gli fosse toccato in sorte un posto di fronte a Flavia e al rivale! Avrebbe potuto scrutarli, spiare i loro movimenti, i loro sguardi, le loro espressioni! Avrebbe potuto leggere su le loro facce il sentimento che li occupava! In vece, da quel posto, non gli era dato nè di vederli nè d’ascoltarli! Egli, anche sporgendo il capo in avanti, non riusciva a scorgere se non le loro mani, così prossime che parevan toccarsi, così mobili nella comune bisogna, che tal volta egli non sapeva distinguere le une dalle altre!...

Dopo il pranzo, la comitiva uscì dall’albergo per fare una breve passeggiata prima di coricarsi, e si diresse a piccoli gruppi verso Stresa su la gran via provinciale che costeggia il lago fino ad Arona. Il vespero era chiaro, pallido, còrso come da un brivido voluttuoso. I vasti boschi di castagni, che avvolgono le falde del Motterone, piovevano su la strada polverosa una frescura umida, un profumo penetrante di terra e di vegetazione. Dal lago, a pena increspato presso le rive, saliva un odor caldo di pesci e d’erbe fracide. L’isola Superiore, sola su le nebbie delle lontananze, spiccava nitida dalle acque, con le sue case fitte e inghirlandate, con il bianco campanile della chiesuola acuminato verso il cielo, come un ideale.

Le donne procedevano insieme; poi venivan gli uomini in due file: il Boris d’avanti tra l’Ugenti e il Siena; e Aurelio e Luciano in coda. Luisa, accanto a Flavia, accennava a mezza voce, malinconicamente, l’aria preferita delFaust; donna Marta, eccitata dalla novità del luogo e dalla compagnia numerosa, parlava forte, con animazione quasi febbrile, al braccio della signora Teresa e della sorella dell’ingegnere.

L’Imberido, che si sentiva più calmo e come rassicurato, domandò sorridendo all’amico:

— Perchè hai tardato tanto a ritornare a Cerro? Hai dunque sùbito dimenticato la signorina Luisa e i tuoi entusiasmi sentimentali per lei?

— Dimenticata? non del tutto. Ma, che vuoi? appena giunto a Milano fui travolto in quell’avventura eroica, che t’ho narrata e tu non hai avuto la bontà d’apprezzare. Ho corso due volte serio pericolo di vita; ho passato intere ore rinchiuso in un armadio, come un vecchio soprabito; ho visto un marito passarmi d’innanzi col lume in una mano e un’enorme mazza ferrata nell’altra. Capirai: le commozioni violente esercitano una certa influenza su la memoria: ed io per il momento ho scordato la bionda incantatrice e l’innocente idillio campagnuolo. Però, come vedi, al solo nome di lei apparso in una tua lettera d’invito, io non ho esitato a lasciar Milano, ed ora sono qui. Che puoi pretendere di più dalla mia fedeltà?

— E... come hai trovato Luisa al tuo ritorno? — ridomandò Aurelio con ironia.

— Ah, per questo, mutata, molto mutata! Forse, te lo confesso, mi son lasciato troppo desiderare. Ma... e tu, tu come te la sei passata in questi due mesi di convivenza con l’altra, con la bruna, nel palazzo fatato, tra i boschi maravigliosi? Sarei curioso d’accogliere oggi le tue confidenze: credo che ne sentirei di carine. L’eremita mi ha l’aria d’essersi fatto diavolo. M’inganno?

— Assolutamente, — rispose sicuro l’Imberido, fissando gli occhi a terra. — La signorina Boris è in teneri rapporti con quel signore dagli occhiali d’oro, che ci precede. Si parla anzi d’un prossimo matrimonio con lui.

Lo Zaldini parve molto maravigliato dalla notizia.

— Davvero? Ma ella sarebbe fortunatissima, caro mio! — egli esclamò. — Io conosco il Siena da molti anni. È un giovine coltissimo e simpaticissimo! Uno degli avvocati più apprezzati e meglio retribuiti di Milano! E poi, è molto ricco: figùrati che ha ereditato, or non è un anno, cinquecento mila lire da uno zio di Ferrara. E sua madre è nata di casa Orbetello, figlia del celebre banchiere di Roma, arcimilionario. Se è vero quanto mi racconti, la signorina Boris fa uno dei più splendidi matrimonii che si possano imaginare.

Aurelio ascoltò, contenendosi a stento, l’elogio del rivale aborrito, detto senza malizia da una bocca fraterna. Non ebbe un gesto di protesta; non una contrazione di spasimo, non un tremito delle mani, non un battito delle palpebre. Ammutolì, si fece smorto in viso, sentendopenetrare nel cuore a una a una le parole dell’amico, come trafitture di spillo. Gli parve che tutto crollasse intorno a lui. Gli parve di udire la sua condanna mortale pronunciata da un giudice inappellabile. — Che valeva omai resistere? Che valeva lottare? A che servivan la sua ostinazione e il suo orgoglio? Costui era il preferito, era il vittorioso, era il più forte. Costui era l’invincibile, d’avanti al quale bisognava per necessità cedere o soccombere. Una divina speranza si spegneva, troncata da quelle affermazioni, irreparabilmente. La luce non era più luce, la vita non era più vita!

Nel ritorno egli non parlò più.

Scendeva la sera e il vento aumentava su la montagna oscurata. Dalla gola di Mergozzo, già invasa dalle tenebre, venivano a intervalli i soffii striduli e subitanei, si riversavano scrosciando su le acque, giungevan senza freni alla terra, e quivi, irritati dall’ostacolo, imperversavano contro la foresta, che si piegava e si torceva con un fragor formidabile di ruina. E l’anima del giovine avvizzita e divelta dal dolore, pareva seguire travolta il cammino della corrente aerea, anelando alla distruzione, alla dispersione, all’annientamento totale di sè stessa, tra il folto di quegli alberi conquassati, verso le lontananze misteriose, dove le raffiche ululando s’inabissavano.

La notte era ancora profonda, quando la comitiva lasciò l’albergo e s’incamminò al lume fioco delle lanterne su per le falde boscose del monte. Durante un lungo tratto nessuno parlò per il calle aspro e angusto, serpeggiante sottola verzura profonda: procedettero tutti, uno dietro l’altro, in silenzio, ancora un poco ottusi dal sonno bruscamente interrotto, intenti con gli sguardi al suolo, che le sporgenze delle radici e delle rocce rendevano insidioso. A metà della selva per la prima volta riposarono: le donne più affaticate sedettero su i macigni o su l’erba, gli uomini rimasero in piedi vicino a esse, in aspettazione.

L’aria era fresca e ancor buja: il vento, alquanto scemato di forza, stormiva tra le fronde, spostando i brani di cielo visibili in cui palpitavano gli astri. Verso l’oriente l’azzurro incominciava a impallidire.

Si scambiarono poche parole durante la sosta, che fu assai breve: le signore, assalite dai brividi, si lamentarono del freddo e sollecitarono la partenza. Ripresero tutti insieme il cammino, nel medesimo ordine di pocanzi, con la stessa svogliatezza muta, con una maggiore preoccupazione del terreno. Man mano che salivano, il sentiero si faceva più ripido e più scabro, l’ànsito dei viandanti, più frequente e più grave. E il bosco si diradava, e i castagni immiserivano tra la ghiaja, e il cielo costellato si schiudeva più libero sopra le loro teste. Si udiva solo, nel silenzio antelucano, il ticchettare monotono dei passi contro le pietre mobili del calle, si scorgeva omai là, lontano sotto di loro, il lago, simile a una vasta distesa di pece brunastra, simile a un immane stagno limaccioso in mezzo alle incerte forme delle montuosità.

La comitiva, un poco avvivata dall’aria più leggera, giunse al confine della selva e in vistadella vetta, quando l’alba imperlava già l’orizzonte sopra i colli di Lombardia. Gli ultimi alberi crescevano sul ciglio d’uno sprone scosceso, al sommo del quale l’erta d’un tratto s’addolcisce larghe praterie irrigue s’incurvano mollemente, appoggiate a una tenue concavità e quindi al pendìo terrigno del monte. Nel chiaror livido dell’ora, quei prati avevano una tinta cupa e unita, d’una inimitabile morbidezza; e qua e là, di tra l’erbe, balenavano foscamente le grandi pozze degli abbeveratoi o spiccavano le macchie nere delle stalle e delle capanne pastorizie. Un tintinnìo languido di campani e qualche sordo muggito venivan dall’alto, dove una mandria usciva in quel punto per il pascolo.

Come la viottola si stendeva più larga e più agevole, la comitiva ruppe per ragunarsi l’ordine primiero di marcia, e le conversazioni non tardarono ad accendersi. Camminavano tra i prati, quasi su un piano, disposti in due schiere, stretti gli uni agli altri, rinvigoriti e imbaldanziti dalla brezza e dalla vision della mèta. L’Ugenti e lo Zaldini apparivano allegrissimi, e gareggiavano in dir motti e sciocchezze, che sollevavan l’ilarità delle quattro donne; e il Siena a volte li secondava, con la sua flemma mordace e quasi maligna. Ma Aurelio seguiva astratto e taciturno i compagni, volgendo gli occhi inquieti su la severa maestà del paesaggio.

Era in lui, dal momento in cui aveva lasciato l’albergo, una perplessità strana e confusa, che era andata a grado a grado addensandosi finoa opprimerlo come un’angoscia. Aveva passato una notte insonne, sprofondando gli sguardi nel vortice della sua infelicità; aveva sentito più volte morire le sue speranze e risuscitare per novamente morire; aveva singhiozzato come pazzo nelle tenebre, immemore dell’amico che dormiva tranquillamente accanto a lui. Ma poi, quasi per un prodigio, appena su la via, ogni triste ricordo s’era spento, ogni doloroso residuo erasi dileguato nel suo pensiero; ed egli era caduto in una specie di torbida incoscienza animale, rotta da fuggevoli proponimenti e da incerte fantasie. Ora egli seguiva i compagni astratto e taciturno, occupato tutto da un pensiero ignoto, da un’ignota volontà, da un’intenzione che rimaneva occulta nei recessi impenetrabili dell’essere.

Il pianoro fu ben presto attraversato. Il calle per giungere alla cima si drizzò più arduo che non mai, lungo il dorso eretto, sdrucciolevole per le infiltrazioni delle acque, che costituisce la mole centrale della montagna. La comitiva dovette sbandarsi di nuovo, e ciascuno separatamente intraprese l’ultima ascensione, chi seguendo il cammino più comodo tra i margini del sentiere, chi cercando il tramite più diretto su le zolle madide del prato.

Un superbo spettacolo si svolse frattanto, da ogni parte, intorno a loro. La luce aumentò con rapidità, come regolata da una mano impaziente: l’erbe splendettero, si copersero d’innumerevoli fiori; le pozze degli abbeveratoi si rischiararono; le stalle e le capanne pastorizie spiccarono con le loro forme pittoresche tra ilverde uniforme delle praterie. Di qua e di là, su la frescura dei pascoli, apparvero distintamente le mandrie e i greggi, che si udivan prima tintinnare, muggire e belare nell’ombra. Quando il chiarore si diffuse più crudo, le catene dei monti, abbraccianti il Verbano, si fecero tutte palesi nella loro ricca vegetazione fino alle estreme punte settentrionali, si propagarono come un’immensa successione di gigantesche onde impietrite rimaste a vestigio d’una qualche primordiale fluttuazione tellurica. E, in basso, il lago opaco e inerte si mostrò lucido e bianco nell’alba, simile a un bel fiume di latte, simile a una favolosa lama d’argento piombata dall’alto e affondatasi per la sua gravità nelle onde della terra molle.

In fine l’aurora venne a tinger di rosa l’orizzonte lontano. Sul monte Nudo, sul Sasso del Ferro, su i colli di Mombello, lungo la linea quasi diritta delle campagne d’Ispra e di Ranco, una zona di luce rancia si prolungò in guisa d’un nastro serico che orlasse per vaghezza i capricci del litorale. Quasi sùbito, alcune strisce di vapori si formaron per incanto nell’aria pura; parvero imbeversi, come spugne, delle tinte calde dell’aurora; s’accesero, fiammeggiarono preannunziando l’avvento glorioso del sole. E questo maravigliosamente comparve, fuor del dosso precipitoso che incombe sopra Laveno, prima come un punto incandescente e poi come una gran bolla di fuoco espressa dalle viscere del monte. Le vette s’imporporarono; i raggi discesero a grado a grado per le chine, cospargendole d’oro; avvolsero in una nebbia adamantina lefalde boscose; s’infransero in ultimo su la superficie delle acque, provocando nell’urto l’accensione subitanea d’infinite scintille.

Il nuovo giorno era fatto. Le campane dei villaggi squillarono a festa, in segno di saluto.

La comitiva fu sbandata e dispersa dalle difficoltà sempre crescenti dell’ascesa. I più giovini e i più validi, procedendo lunghesso i prati, s’allontanarono dagli altri che rimasero in basso, trattenuti dall’affanno e dal calore. L’Ugenti e lo Zaldini, offrendo le mani a Luisa, trascinandola a forza su per l’erta, scomparvero primi alla vista dei compagni in una valluccia angusta, avvivata da un ruscello garrulo e schiumeggiante. Il Siena più cortese restò sul sentiere tortuoso con la signora Boris, l’ingegnere e sua sorella, per soccorrerli nei passi disagevoli. Aurelio e Flavia si trovarono d’un tratto soli e liberi, come smarriti nel monte deserto, su una piccola prominenza erbosa a metà della china.

Quando il giovine se n’avvide, volgendo gli occhi in torno, ebbe un sussulto improvviso e violento in tutto l’essere. — Flavia era là, d’avanti a lui, come in quel giorno lontano sul minuscolo prato al sommo della pineta! Ella saliva pianamente per quella distesa inclinata, tra l’intonsa verzura, lasciando dietro di sè un mobile solco di fili prosternati. Portava ancora, come in quel giorno, l’abito grigio, attillato, senza guarnizioni, che una cintura d’un color di lilla pallido avvinceva strettamente sopra i fianchi sobrii e a pena arcuati. E recava in testa il cappellaccio di paglia dalle tese larghee convesse, su cui risaltavan due tulipani sanguigni in un ciuffo di foglie e di spiche.

Oh, le memorie, le memorie! — Aurelio si volse, fissò gli sguardi laggiù verso il lago, all’opposta riviera dove biancheggiava il villaggio solitario. Era là, sotto di lui, remotissima, la pineta del palazzo, simile a un ammasso di cose oscure, indefinibili; era là il luogo nascosto e favorevole, dov’ella aveva per la prima volta incantato la natura e la sua anima. Ancora ella lo incantava; ancora e più, ella con la sua grazia annobiliva e irraggiava le apparenze per mezzo a cui passava. Eretta su lo sfondo verde e fiorito, come in quel giorno lontano, ella era simile a un’imagine immortale e immutabile. Anche una volta il giovine, contemplandola, non vide in lei la fanciulla ch’egli ben conosceva: vide l’arbitra del suo destino mortale, la custode della sua felicità, l’incarnazione portentosa del suo più schietto Sogno di giovinezza; vide l’Unica che avrebbe potuto far di lui un essere giojoso.

Con un impeto subitaneo, come spinto a tergo da una forza esteriore, accelerò il passo sul pendìo; e, giunto presso colei che lo precedeva, disse:

— Flavia, m’ascolti. È la prima volta, dopo molti giorni, che ci troviamo soli. Io ho passato due settimane di tortura ineffabile, cercando un mezzo per poterle liberamente parlare..... Oggi finalmente il caso mi ha favorito.... Ho bisogno di farle una confessione assai grave e di chiederle un consiglio.

— A me? — ella domandò con un accentoambiguo, d’incredulità e d’ironia, volgendo a pena il viso verso di lui.

— A lei, Flavia, a nessun altri che a lei.

Poi, dopo una pausa in cui parve ch’egli ascoltasse i palpiti accelerati del suo cuore, soggiunse:

— Ella mi troverà molto mutato; si stupirà del mio cambiamento radicale da un mese a questa parte. Io non ne ho colpa alcuna; ho fatto il possibile, signorina, per soffocare i nuovi desiderii e le nuove commozioni del mio spirito, per esser forte, per riprendermi e per dominarmi. Tutto fu inutile. Dirò meglio: ogni sforzo della mia volontà ribelle non riuscì che ad accrescere i miei turbamenti e le mie angosce. Io sento oggi che una sola via di salvezza mi rimane: quella di rivolgermi con tutta franchezza a lei, e di rimettere fiduciosamente nelle sue mani il destino della mia vita.

— Mio Dio! — esclamò la fanciulla, tentando di sorridere. — È una responsabilità troppo grave ch’ella mi vuole addossare! Io non credo d’esser da tanto, signor Aurelio.

Il viso del giovine si coprì di pallore; le sue mani tremarono; i suoi occhi si volsero inquieti in torno, come se un passo estraneo fosse risonato d’improvviso dietro di lui.

— Per carità, Flavia, non rida, non scherzi! — egli riprese a dire, rassicurato dalla solitudine; — ella deve comprendere ch’io parlo ora con tutta l’anima mia; ella da molto tempo deve aver compreso ch’io la cerco, ch’io la seguo, ch’io non perdo un’occasione di potermi avvicinare a lei. Ricorda, Flavia, quel giorno cheson salito lassù, sapendo di trovarla sola, e l’ho interrogata? Ricorda il mio sgomento, la confusione delle mie parole? Ricorda bene la mia ultima domanda? Già fin d’allora avrei voluto confidarmi a lei interamente.... Era salito per questo, ella deve averlo compreso... E m’ha dato una risposta così fredda, così crudele!

Ella, che sempre camminava, sorrise.

— Crudele, ma meritata, — mormorò con un fil di voce, senza levar gli sguardi dal prato.

— No, meritata, no. Forse, prima; ma poi, poi.... e in quel momento!.. Ebbene, Flavia, ella non sa, non può sapere quanto io ne soffersi. Ella non sa ch’io ho passato giorni e notti intere, meditando quella risposta, analizzandola, rivolgendola dentro di me, cercando sotto le parole i sentimenti che potevano averla dettata.

— E perchè? — ella domandò, interrompendo, con un tono forte di voce e un atto superbo della testa, che diedero al semplice motto una significazione profonda.

Egli anche si eresse; egli anche per poco la fissò, sicuramente. Ma lo sguardo di lei dal basso in alto, uno sguardo armato, turbinoso, pieno di mistero, lo vinse, obbligandolo ben tosto a distoglier di nuovo gli occhi dal suo viso. Egli rispose dunque, umilmente, a capo chino:

— Perchè io l’amo, signorina Flavia.

La fanciulla non si scosse alla grande confessione. Si fermò, in aspetto indifferente, e mormorò dopo una pausa, abbassando le palpebre:

— Fermiamoci qui. Aspettiamo gli altri.

— Oh, Flavia! Flavia! — proruppe egli conimpeto, irritato da quella freddezza, esaltato dalla sua audacia, deciso a combattere fino all’estremo. — Ella non mi risponde? Non ha nulla da dirmi, almeno per cuore, per pietà? Ella mi respinge dunque così....?!

— No, io non la respingo, — disse Flavia tranquillamente, rimanendo ritta di fronte a lui. — Non è ch’io la respinga. M’aveva chiesto un consiglio, e volevo pensare coscienziosamente prima di risponderle, appunto perchè le sue parole m’hanno colpita e il suo sentimento non mi può che insuperbire. Essere prescelta da lei, nobile, intelligente, coltissimo: è certo l’ideale sognato da una donna. Ma io ho sofferto, signor Aurelio; le tristi vicende della vita m’hanno resa cauta e diffidente.... Io so, io sento che, secondando l’impulso momentaneo, preparerei la mia, la nostra sventura avvenire... E questo non voglio.

— Oh, Flavia....

— Ricordo bene le sue parole, — ella continuò, senz’interrompersi, con un accento vibrato e sicuro, sempre ritta, sempre immobile di fronte a lui. — «L’uomo deve rimaner solo, libero, senza impegni, senza legami, se vuol riuscire nel suo intento, se vuol vincere e dominare.... L’amore è un’umiliazione... La donna è una ruina, un essere inferiore che affascina e che distrugge!...» Ella vede, Aurelio, io le ricordo tutte; e le ricordo perchè le ho a lungo considerate e meditate. Ho creduto allora a lei, come credo adesso; ma devo alle prime parole prestare una fede maggiore, perchè quelle eran dette pacatamente, risolutamente, senza influenzadi commozione o di sentimentalità. Ora, pensi, pensi, Aurelio: come potrei, con la memoria lucidissima delle sue massime sconfortanti, abbandonarmi, spensierata e fiduciosa, all’illusione presente, al fascino ingannevole d’un sentimento, che in lei non può durare?...

— Oh, Flavia, ella dubita di me? — egli chiese, con la voce strozzata dall’affanno.

— Dio me ne guardi! Ma anche lei oggi si illude; anche lei s’inganna, in preda a un’esaltazione passaggera, che basterà la più piccola contrarietà a calmare e a disperdere.... Se io poi le intralciassi il cammino? Se io potessi un giorno esserle d’ingombro? Se in avvenire le dovessi costare il sacrificio de’ suoi ideali e delle sue giuste ambizioni? Ella avrebbe pure il diritto di rimproverarmi questo momento di debolezza e di malintesa condiscendenza; ed io avrei segnata per sempre la mia condanna!

— Le mie ambizioni! — egli esclamò, con doloroso sarcasmo. — I miei ideali! Io non rammento più neppure d’averli sognati!...

— E questo è appunto ciò che più mi sgomenta. Perché un giorno ella potrà dire con uguale sincerità: «Il mio amore! Io non ricordo più neppure d’averlo supposto!» E in quel giorno, gli ideali e le ambizioni si saranno di nuovo impadroniti di tutta la sua anima, come e forse più che in passato!... Ah, no, no, rifletta bene, signor Aurelio: è impossibile, impossibile! A lei è riserbato un avvenire di gloria, ben diverso dal mio. Ella deve restar solo. Alle sue idee predilette, alle grandi battaglie della vita, ella deve consacrare tuttoquello che v’ha di alto, di buono, di nobile nel suo intelletto e nel suo cuore. Solamente così potrà vedere giorni felici; poichè il sogno, che ella ha accarezzato dai primi anni di sua giovinezza, è ben di quelli che si realizzano o rendono intollerabile qualunque altra realità.

Ella parlava con una tale sicurezza e una tal limpidità, che le sue affermazioni assumevano su l’animo dell’ascoltatore un’irresistibile virtù persuasiva. Egli non osava più interromperla; egli la guardava con un’indicibile angoscia, sentendo a poco a poco passare nell’anima sua le idee ch’ella gli veniva esponendo e impossessarsi contro ogni volontà della sua ragione. E vedeva l’ostacolo crescere tra loro, salire a mano a mano come una nebbia densa, dividerli per sempre e respingerli indietro, sempre più indietro, verso due plaghe remote, inaccessibili l’una per l’altra.

— Pensi poi al mio passato, al mio tristissimo passato, signor Aurelio! Esso pesa sopra di noi non meno grave del suo lieto avvenire. Pensi alla delusione, ch’io ho sofferta e m’ha distrutto ogni ingenuità del cuore, ogni fede, ogni entusiasmo! Che cosa potrei darle io oggi, in cambio del suo affetto? Un povero fiore, sì, ancora, ma senza profumo e che la bufera ha già fatto baciar la terra!.. Ella vede dunque: è meglio, è necessario per entrambi che questa follìa non continui. Lasciamoci da buoni amici, che si conoscono e si stimano. E proseguiamo senza rimpianti le nostre due vie, che son diverse e non possono confondersi. Più tardi, creda, ella penserà a me con riconoscenza; piùtardi mi saprà grado d’essere stata forte e riflessiva in un momento in cui ella non lo era.

Flavia s’arrestò, calma, pensierosa, un poco triste, e lo fissò negli occhi intensamente.

— Ella, in cuor suo, già m’approva, non è vero? — chiese, con un pallido sorriso. — Addio, dunque. E... grazie!

Disse anche, dopo un silenzio:

— Si ricordi di me come d’un’amica sincera, devota, immutabile. Io non dimenticherò quest’ora della mia vita mai, mai...

E gli stese con un atto franco la mano.

Aurelio, passivo e attonito, la prese nella sua, la strinse con forza.

Si udivan da lontano le risa della bionda echeggiare contro il monte solitario; si udivan di qua e di là tintinnare i campani delle mandrie e dei greggi su i pascoli.

Il Sogno pareva disperdersi, e il risveglio era assai desolato. Egli era solo, senza più una speranza, senza più un’illusione. Egli sentiva nell’anima la necessità fatale d’esser solo, «per riuscire nel suo intento, per vincere e dominare.» Qualcuno aveva affermata questa necessità; ed egli se n’era persuaso. Su, su, sempre più in alto, egli sarebbe dovuto andare, continuamente andare, portando la croce della sua sapienza, anelando affaticato alla sommità del suo Golgota, dove avrebbe trovato ad aspettarlo la Morte. Quale forza terrena sarebbe riuscita a opporsi a una disposizione superna? «Chi, chi può dunque mutare il destino?»

Così era e così doveva essere. Le gioje dei mortali non eran per lui, non eran per quelliche son destinati a sacrificarsi a un Ideale, a versare il loro sangue più puro per fecondar la terra o per imbevere le sabbie. Su, su, sempre più in alto, egli avrebbe dovuto andare, continuamente andare, chiudendo gli occhi agli spettacoli giocondi della vita, per non morire lungo il cammino d’invidia e di desiderio!

Ma non gli era dunque riserbato un conforto, un unico conforto nella sua gloriosa sventura? Egli cercò avidamente nel suo cuore se un conforto esisteva. E l’imagine sparuta della nonna gli sorrise benigna di tra le tenebre, come la prima e l’ultima dolcezza del suo infinito abbandono.


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