XII.Il Poema eterno.
Notte d’autunno calma, lucida, benigna come una notte d’inoltrata primavera.
Nell’antico parco è il silenzio: qualche fievole fruscìo di piante, qualche gemito alto di gufi, qualche sospiro, qualche fremito, qualche brivido, ignoti....
In quel silenzio la luna, saliente per l’arco del cielo, dispensa pallidi baci di luce e cupe carezze, d’ombra....
Cadono i baci, strisciano le carezze ma non sembran toccare che il tenue velo di vapore, che avvolge tutte le apparenze come per custodia.
Solamente i vertici degli alberi nella pineta, sopra il velo, sentono i timidi contatti e rispondono: le fronde eccelse son madide di rugiada, e le innumeri gocce scintillano al chiarore, quasi piccole iridi tremanti, inumidite da lacrime di tenerezza.
Il luogo par deserto.
Ritte su gli stalli muscosi, le statue rigide e tristi aspettano, stendendo i loro monconi verso un fantasma invisibile....
E le grandi scalee biancheggiano, a pena turbate qua e là dalla macchia di qualche foglia vizza caduta.
Un profondo incantesimo sembra pesare su la stabilità di tutte le cose presenti....
Non un soffio di brezza attraversa a intervalli la notte: il fogliame della selva stanco riposa; i crisantemi restano fermi e diritti su i loro steli, come chiusi in un cristallo diafano; e nei cespi delle ortensie ramificano ombre immutabili....
Perfin dai tralci delle rose rampicanti, dove gli estremi fiori pendono moribondi, non un petalo solo si distacca e vola oscillando nell’aria.
Tutto è muto e tutto è stabile.
Tutto pare stabile e muto da tempo infinito.
Si direbbe che, senza cessare, la vita del parco sia stata arrestata da una volontà misteriosa in una immortale compostezza d’arte. Si potrebbe credere che a un cenno di questa volontà, non solo gli alberi e i fiori dovessero muoversi, ma le statue medesime discender vivificate dai loro stalli e avviarsi sollecite verso il fantasma che invocano.
Una campana batte l’ora, da presso....
Squilla lentamente, come per riprender lena a ogni rintocco, e poi si tace.
Mentre l’ultimo suono vibra ancora nell’aria, alcune frasche lassù, al sommo della scalea, si piegano, scricchiolando forte; e una piccola ombra si sposta....
Che avviene? È il vento della valle che sorge?...
No: una figura, prima invisibile dietro i fusti d’un oleandro, s’avanza a passo furtivo verso i balaustri....
Entra nella luce....
S’appoggia con le braccia al marmo....
Affonda intenta gli sguardi al basso, verso l’oscurità del pertugio....
Come partecipe dell’incantesimo, la figura rimane là lungamente, rigida, immota nell’immobilità del parco favoloso.
Un’altra volta, dopo una pausa, la campana batte la stessa ora con uguale lentezza. Ahi, quanto scorre tardo il tempo nell’aspettazione! L’uomo non ha un gesto d’impazienza; ma i suoi occhi, sempre fissi, lampeggiano e il suo petto si gonfia a un respiro profondo. Sul suo pallido viso, rischiarato dal plenilunio, è impressa un’ansietà mortale: forse, egli pensa che ogni attimo scoccato è un attimo perduto in eterno per la Felicità che egli aspetta.... Ed è veramente un’apportatrice di Felicità, ch’egli aspetta là, al sommo della scalea; un’apportatrice fragile e segreta, che gli correrà incontro tremando, ansimando, paventando come lui a traverso i misteri della notte. «Se non venisse?..» si domanda a ogni tratto il giovine, mentre i suoi sguardi non si stancano d’interrogare le tenebre dell’andito, sempre chiuse e sempre avare. «Se non venisse?!...» Ogni volta, la richiesta dubbiosa apre nella sua anima abissi senza fondo. Ogni volta, per soffocarla, egli deve riandare le memorie di quel giorno e ripetere a sè stesso le parole precise che stabilirono il convegno. — È stato dopo il pranzo, sulrialto. Parecchie persone vi stavan raccolte, gli ospiti dei vicini, per la più parte a lui sconosciuti; e l’ebreo era tra questi e guardava a tratti lui o la fanciulla, con aria sospettosa. Essi parlavan piano, di cose indifferenti, in un angolo, presso il sedile di pietra infisso nel muro. Egli era calmo, quasi felice: aveva dimenticato i mutamenti terribili ch’eran sopravvenuti; credeva che tutto fosse come per il passato, e aveva quasi la coscienza che la povera nonna fosse presente. La sera scendeva in fatti tepida e mite, tra i noti rossori del cielo sopra le Alpi; l’odor di pesci e d’alghe fracide saliva blandamente dal lago, odore acre ma pieno di soavi rimembranze per lui; le vacche traballanti, le pecore mute, i pescatori tardivi passarono su lo spiazzo d’avanti a loro nell’ordine consueto, come ogni sera, un tempo. Ed egli d’improvviso la interrogò: — Perchè non hai risposto all’ultima mia lettera? — (È la domanda che l’aveva torturato durante tutta la notte, durante tutto il viaggio, la domanda che in vano aveva cercato di rivolgerle sùbito, al suo arrivo, nel salutarla). Ella è impallidita, s’è turbata, s’è guardata d’intorno timorosa come se qualcuno li dovesse spiare. — È impossibile che ti risponda, qui, — ha detto in fretta, con visibile concitazione, così piano che a stento egli la udì. E poi, dopo un silenzio, in cui parve profondamente riflettere: — Tròvati stanotte in giardino. Quando tutti si saràn ritirati, io verrò. Aspettami. Ci parleremo.
Queste sono state le sue precise parole. Il giovine ricorda persino il suono basso e unpo’ rôco della voce e il tremito continuo, che agitava le belle labbra nel proferirle. Oh, sopra tutto quelle labbra egli ricorda, egli rivede d’innanzi a sè in imagine allucinante.... quelle tumide e fresche labbra, su cui le più semplici parole acquistano il valore d’una rivelazione o d’un enimma!
Ella gli ha dato convegno in quel luogo; ella non può mancare.
Ma il tempo fluisce, e nulla si muta nel parco deserto e silenzioso: le statue stendon sempre, infaticabilmente, le braccia mutilate a un fantasma increato, ed egli fissa sempre, infaticabilmente, gli sguardi alle tenebre dell’andito, dove la sua accesa imaginazione dipinge talvolta il gesto repentino d’un altro vano fantasma!... Tormento fiero dell’attesa, in cui la mente si perde nelle ipotesi più assurde e i sensi troppo vigili riempion l’anima d’illusioni e di delusioni fulminee!
La campana da presso, a tocchi lenti come per un’agonia, batte l’ora successiva, e poi si tace.
L’aspettante di sbalzo si solleva ritto in piedi: il dubbio si ripete più forte dentro di lui e l’impazienza si fa manifesta. «Se non venisse?... Dio, se non venisse!...» Il suo cuore non regge più all’ansietà che lo sprona; i suoi polsi hanno palpiti affrettati e sonori come in un accesso di alta febbre. Un solo pensiero lo tiene, un solo pensiero lo tormenta: ch’ella possa mancare. E non mai una possibilità in vita gli ha dato un’ambascia e un’inquietudine maggiori! Egli ha la certezza assoluta, limpida, evidente che senza lei quella notte non debba avere un termine.
E la solitudine incomincia già a turbarlo, equella luce uniformemente bianca lo agghiaccia, e le apparenze irreali che lo avvolgono nel loro incantesimo, infondono in lui a poco a poco una strana temenza superstiziosa.
Allora tutto il suo essere si scioglie in un’invocazione suprema: «O Flavia, vieni, vieni! Non farmi soffrire così; non prolungare oltre questo mio supplizio!... Come, come ti desidero!... M’intendi? Voglio vederti, parlarti, accarezzarti: vieni! Voglio morire a’ tuoi piedi di tenerezza e di passione! Vieni, anima, vieni!» E, con uno sforzo cerebrale a lungo insostenibile, egli lancia le parole infocate nel vuoto, lontano lontano, oltre le cose presenti, oltre la massa nera che chiude e adombra il parco laggiù, come se l’assente dovesse raccoglierle per qualche occulto senso e commuoversi e accorrere affascinata al suo richiamo.
È un abbaglio?... Uno scalpiccìo lievissimo s’ode ora nell’andito.... Qualche cosa si muove veramente sotto la grotta tenebrosa, che mette in comunicazione il giardino con il cortile del palazzo. Non è più un abbaglio; no, no, no, non è più un’illusione!... Una figura alta e velata di donna appare su la soglia del pertugio e si ferma un attimo sospesa, forse maravigliata dal superbo spettacolo notturno.
Il giovine si scuote, accenna con un braccio dall’alto.
Ella lo vede, attraversa a passi celeri lo spianato delle statue e s’avvia su per la scalea bianca, in corsa.
— Finalmente!... — esclama il giovine, quand’ella gli è vicina, stendendole ambo le mani.
Il suo volto s’è trasfigurato: un rossor vivo ne tinge le guance; gli occhi raccolgono nelle pupille dilatate il più fulgido raggio lunare. Tutta l’onda di felicità, che l’ha investito d’improvviso, passa nella sua voce maschia e sonora.
— Perdonami. T’ho fatto aspettar molto... — mormora la donna, agitata, rauca, convulsa. — Ma che vuoi? La mamma è alzata ancora adesso: il babbo s’è sentito male, d’un tratto... Non sapevo come lasciarlo...
Aurelio è felice, indicibilmente felice. Ogni ansietà è scomparsa; ogni temenza, fugata; ogni nube, dispersa. La guarda con occhi intenti, e a pena ode il murmure delle sue parole. Ella ha il viso mezzo nascosto in uno scialletto nero, che le cade a punta su la fronte e si piega in doppio giro intorno al collo fino a coprirle il mento e le orecchie. La sua bellezza appare più regolare, più pura, quasi mistica in quel contorno oscuro e fittizio; e gli occhi come la bocca hanno un’espressione nuova e complessa, insieme di sgomento e di volontà tenace, che il giovine, senza interpretare, contempla e ammira.
— Vieni, dolcezza, — le dice amorosamente.
Circonda i suoi fianchi con un braccio e la trascina, passiva e quasi inerte, su su per il viale ombroso, nella pineta.
— Dio, che imprudenza mi fai commettere! — continua Flavia con la voce sommessa, sempre più affannata e più convulsa. — Pensa: per liberarmi, ho detto alla mamma che avevo l’emicrania e che andavo a coricarmi sùbito. Ma il babbo era ancora sofferente, ed ella mi ha guardata con certi occhi pieni di rimprovero!...S’ella mi venisse a cercare nella camera e non mi trovasse! Dio, sarei perduta, perduta... Non verrà a cercarmi, non è vero? Di’, Aurelio: non verrà a cercarmi?
— Ma no! Tranquillizzati. Non verrà. Perché dovrebbe venire?
— Non so, non so... Sono così inquieta, così nervosa; ho come il presentimento d’una disgrazia. Tutte le paure son dentro di me, stasera; non ho più una goccia di sangue nelle vene. Senti, senti come son fredda, — ella soggiunge, prendendogli la mano che le cinge il fianco, gelida quanto la sua.
— Povero amore!
— E quanto sono stata in pena per te, Aurelio! Sapevo che tu eri qua ad aspettare, e non potevo muovermi e vedevo là, sul caminetto, la sfera dell’orologio che correva, correva senza misericordia, con una celerità non mai avuta! Imagina, Aurelio, il mio tormento. Imagina: ho temuto di non poter venire...
— Guai, guai se non fossi venuta! — egli prorompe, rabbrividendo al ricordo della lunga aspettazione, esaltandosi al pensiero della gioja presente, provando un bisogno folle di travolgere, di confondere nel suo sogno di felicità colei ch’è sempre trepida e smarrita al suo lato. — Sarei morto d’angoscia! Sarei morto di desiderio! Credo che non avrei potuto veder l’alba di domani.
Son giunti nel folto della selva, dove l’ombra è più fitta e il silenzio più misterioso.
Gli alberi li circondano da ogni parte, neri e profondi; è impossibile distinguerne le forme dei tronchi e dei rami.
Tutto si ammanta nell’oscurità, e a pena qualche livido raggio di luna occhieggia qua e là, insinuandosi tra le fronde più alte, senza illuminare.
I pini odorano di resine.
Un uccello notturno si lagna ostinatamente sopra una vetta.
In basso, al termine del sentiere, un brano della balaustrata s’intravede ancora, candido e funereo come una pietra cimiteriale.
Il giovine si ferma. Non regge più all’émpito della commozione, e sente sgorgare dall’intimo del cuore un fiotto incontenibile di parole dolci e appassionate.
— Flavia! — esclama con una voce nuova, tremula e bassa, infinitamente carezzevole.
Tenendola sempre stretta con un braccio, le appoggia l’altra mano su la spalla e l’attira lentamente a sè.
— Flavia, — egli prosegue, — tu non sai, tu non puoi imaginare da quanto tempo io sogno quest’ora di solitudine e d’abbandono. Nessuna, nessuna ansietà mai nella vita ho provata simile a quella che m’ha tenuto e torturato mentre t’aspettavo. Era una febbre, un delirio, una sofferenza così forte che mi toglieva il respiro, m’opprimeva il cuore fino a fermarlo, mi faceva barcollare come ebro a ogni passo!... Son pochi mesi che ti conosco: mi sembrano anni ed anni che ti amo e ti sospiro. La mia giovinezza è così piena della tua imagine che per quanto affondi gli sguardi nel passato non trovo che te, te sola, padrona e arbitra d’ogni mio momento. Non sei tu quella che ho sognata nellemie prime fantasie d’adolescenza? Non è per te che ho avuto un giorno il desiderio della gloria? Non è per te che ho studiato, ho scritto, ho voluto esser qualcuno?.... Perchè, perchè avrei sacrificato i miei più begli anni su i libri e con le vane meditazioni, se non per te, per attenderti e per riserbarti intatto il fiore della mia anima?.... Tu non mi credi, forse; lo so, altri, prima di me, ti ha insegnato a diffidare di tutto e di tutti; altri ti ha detto le stesse parole e ti ha delusa; ma io voglio oggi ridarti la fede, io sento oggi d’averne in me tanta che non mi sarà difficile d’infonderne una parte nel tuo cuore... Ti ricordi tu i primi tempi della nostra conoscenza? Hai tu compreso allora il perchè della mia continua, crescente malinconia?... Io ti posso dire che un’ora innanzi ch’io ti vedessi la prima volta, qui appunto nel giardino, ero sfiduciato, accasciato, triste da desiderar la morte, e che la tua sola apparizione è bastata a ricrearmi, a ridonarmi il desiderio della vita, a rendermi d’un tratto consapevole del mio lungo errore passato. Da quel momento io credo d’averti amata; certo, da quel momento avrei dovuto abbandonarmi lieto e fiducioso all’incanto che da te mi veniva. Eppure no, non è stato così. Ho lottato contro di te, ora per ora, come tu fossi la nemica mandata a mio danno da qualche Genio malefico. Ah, sciocco, illuso, misero! Tu eri la gioja, ed io non ti vedevo. Tu, diletta, mi movevi incontro, e l’essere fittizio, che viveva in me, mi gridava: «Fuggila!» ed io ti fuggivo! No. Ora, ora che son tuo (perchè son tuo, Flavia, losenti? tutto tuo), ora maledico me stesso per aver ritardato questo istante divino; ora che ho aperto gli occhi e visto la luce, io ti dico: «Flavia, Flavia mia, perdona! Io ti amo!» Mi credi, Flavia? Di’: mi credi?
Ella è sempre passiva, sempre inerte. Cede a ogni suo minimo impulso, come una cosa morta. Attratta, gli si è abbattuta sul petto, con l’atto di chi sta per cader bocconi, pesantemente. Avvinta tra le sue braccia, rimane immobile e taciturna, con le mani pendule lungo i fianchi, con il capo reclinato su la spalla di lui. Ascolta ella le parole appassionate e dolci? Si direbbe che queste passino sopra di lei inavvertite, come il gemito del gufo in alto della pineta, come il fruscìo leggero che suscita ora nei rami un primo soffio di brezza.
— Non rispondi? — prosegue il giovine, oppresso d’un tratto da un vago senso d’inquietudine. — Non hai nulla da rispondermi?... Non mi credi da vero, dunque! Tu temi ch’io t’inganni o pensi ch’io m’illuda, parlandoti così in quest’ora fuggevole d’abbandono... Oh, dovresti rammentare, Flavia, il dramma terribile a cui abbiamo assistito insieme; dovresti rammentare le mie lacrime e le mie disperazioni, che non ho cercato di nasconderti; dovresti rammentare l’ultimo gesto della mia povera mamma, quando morendo riunì le nostre mani sul suo cuore.... Non sono, lo sai, nè un uomo perverso nè un fanciullo esaltato. Quei lugubri ricordi, a cui si lega indissolubilmente il nostro amore, ti dovrebbero persuadere ch’io non posso illudermi e non saprei ingannarti. Son solo, schiacciato ancorasotto il peso d’un lutto tremendo, in un momento assai grave e penoso della vita.... Come non credermi? Come puoi tu, Flavia, diffidare di me?
Egli pronunzia le ultime frasi con una voce più debole e più incerta, in cui si sente palese lo sforzo per contenere i singhiozzi. L’evocazione della sciagura recente ha riaperto la piaga profonda della sua anima, e l’ha fatta sanguinare. Una grossa lacrima discende per le sue gote, si stacca e piomba su la testa china di Flavia.
— Ti credo, sì, ti credo..., — mormora ella, scotendosi vivamente, sollevando il volto incontro al suo, cercando di scorgere tra le tenebre gli occhi che l’hanno bagnata.
— E mi ami?
— Aurelio!... Sarei qui, se non t’amassi?
— Flavia, mia consolazione, mia vita, mia gioja!... — grida il giovine, con un brivido di ebrezza suprema, stringendola più forte più forte tra le braccia.
Le loro teste si toccano: le loro bocche son vicine; egli sente l’alito di lei sfiorare la sua pelle come una carezza infinitamente leggera. Un attimo d’indugio; un lampo, un vero lampo visibile, negli occhi; una breve esclamazione, e il suo viso si piega e le sue labbra cercano il caro viso, lo percorrono tutto in un bacio lungo e molteplice, s’accostano alla bocca, alla divina bocca sospirata, e vi si arrestano umide e protese come per ferirne il mistero. Ella, sotto la furia improvvisa, sembra smarrita e sgomenta: non parla, non si muove, non cercadi sottrarsi al suo ardore e neppur lo seconda. Fredda, rigida, scossa tutta da un tremito, riceve la pioggia dei baci senza rispondere e si abbandona a lui come soggiogata dalla paura.
D’un tratto, un singulto profondo sale dalle sue viscere e un pianto dirotto le si sparge a rivi caldi su le guance.
— Anima, tu piangi! — le susurra all’orecchio l’amante, beato, immemore di tutto, avviluppandola più forte, vie più forte nella sua stretta. — Perchè piangi, ora? Perchè?...
— Anche tu piangi, Aurelio...
In fatti anch’egli piange; anch’egli ha la faccia inondata dalle proprie lacrime. Entrambi piangono insieme, come già nella tragica notte spasimosa; piangono avvinti, inconsci, disperati, — disperati come se sentissero l’ombra della Morte sempre presente tra le loro due beatitudini.
— Dio, Dio, mi par d’impazzire! — ella prorompe, sciogliendosi con un movimento brusco dall’amplesso, indietreggiando un poco, passandosi una mano nei capelli, che lo scialletto cadendo ha scoperti. — Andiamo avanti. Qui fa troppo bujo. Andiamo, Aurelio!
E sola, d’innanzi al giovine, s’interna per il viale, con un passo più celere.
Egli la segue in silenzio, turbato da una folla di pensieri inquietanti. Dopo il distacco repentino, si è fatta dentro di lui un’oscurità imperscrutabile; egli s’è svegliato come da un sogno luminoso e s’è trovato d’improvviso nel più fitto d’una notte. Non riesce a spiegarsi il contegno di lei, quello smarrimento pertinace,quel mutismo opaco mentr’egli le parlava, quella passività gelida e quasi repugnante tra le sue braccia. — Che pensa ella? Che teme? Che vuole? — Egli lo ignora, egli non sa, egli s’interroga in vano; e pure, in confuso, intende che nell’animo di lei si cela qualche cosa indubbiamente avversa al loro amore e minaccevole per la loro felicità.
Così procedono uno dietro l’altra, disgiunti da un ostacolo misterioso, lungo il sentiere che monta ora un po’ ripido a traverso la pineta.
Le tenebre son sempre densissime, rotte soltanto qua e là da qualche bolla di luce che filtra dagli interstizii e piomba sul verde cupo delle conifere.
I soffii lievi di brezza, passando tra i rami, agitano a intervalli quelle bolle livide, che salgono, scendono, si spostano, si gonfiano, si restringono con una irrequietezza nervosa di cose viventi.
Al sommo però, un fascio compatto di raggi precipita sul viale, e pare in distanza un’immane colonna bianca e diafana, che sorga dalla terra tra il nero dell’ombra circostante.
In silenzio essi raggiungono il luogo rischiarato dalla luna.
Sono al crocicchio delle due stradette, dov’è un sedile, dove sta custode impassibile l’antica erma dal viso corroso e dai seni intatti, come gonfii d’un desiderio immortale.
— Sono stanca! — ella mormora, fermandosi di fronte a lui. — Vuoi che sediamo, un poco?
Siedono entrambi, alquanto discosti sì che l’ombra dell’erma si compone sul suolo tra le loro due ombre.
Tacciono.
Ella tiene il capo reclinato sul petto e le palpebre socchiuse; egli in vece guarda d’intorno curiosamente quasi distratto dallo spettacolo, ma ha una lunga ruga pensosa, su la fronte, tra ciglio e ciglio. In fine si volge a lei e con accento d’indifferenza simulata:
— Vuoi dirmi ora, — le chiede — perchè non hai risposto all’ultima mia lettera?...
— Perchè non ho risposto...?! — esclama Flavia concitatamente, rialzando di scatto la testa come sbigottita dal suono della sua voce. E gli occhi, ancora umidi di lacrime, le si dilatano esprimendo un’ambascia profonda. — Ah, è vero: debbo dirti perchè non ho risposto, perchè non ho più scritto... Ora ricordo: è stato per questo che t’ho dato convegno qui, non per altro, non per altro...
Pronunzia le ultime parole con una voce spenta che non par più la sua. Poi, dopo una pausa di raccoglimento in cui gli occhi si son per poco sottratti all’investigazione acuta del giovine, lo fissa di nuovo deliberatamente, con una specie di violenza spasmodica; e riprende:
— Ebbene, Aurelio, giacchè vuoi sapere.... io non voleva più scriverti, ero decisa a non scriverti mai più...
— E perché?
— Perché... Perché credevo che non saresti più ritornato, credevo che le abitudini cittadine ti avrebbero ripreso interamente a me, facendoti sentire tutto il peso e l’impaccio del legame che si era stretto tra noi in un momento di comune debolezza. Che vuoi? Mi parevache il nostro amore non fosse che un sogno, un bel sogno che, come gli altri tutti, non si sarebbe mai realizzato!... E ancora adesso, vedi, io non so convincermi che possa essere una cosa durevole, seria, resistente agli attacchi del tempo e degli eventi. Mi amerai tu sempre come oggi dici di amarmi? Non verrà un giorno in cui ti sarò d’ingombro nella tua via e sarà troppo tardi per potertene liberare? In quel giorno che sarà di noi?... Tu non hai mai considerato questa possibilità; ma io, intendi? io, qui sola, da che sei partito, non ho pensato ad altro. E, certo, se tu m’avessi dimenticata, se avessi cercato in qualunque modo d’allontanarti da me, credi pure che non avrei fatto un passo per richiamarti, non avrei scritto una riga per rammentarti ch’io t’amava e ti aspettava.
Egli l’ha ascoltata a testa bassa, guardando la terra, senza fare un atto di protesta. Le tre ombre vicine, ch’egli vede sul suolo, sembrano attirare tutta la sua attenzione; e in verità egli sente, sente che qualcuno estraneo sta tra loro in quel momento, a dividerli e a spiarli.
— O Flavia, — egli dice con voce dolente, poi ch’ella non accenna a proseguire: — e così tu mi parli ora, dopo quel che hai udito dalle mie labbra, uscendo appena dalle mie braccia, ancor bagnata dalle mie lacrime e da’ miei baci?...
— Aurelio, per carità, non fraintendermi! Non credere ch’io non t’ami; non credere neppure che dubiti del tuo amore. Ci amiamo, lo so. Pur troppo, so che io, io t’amo comeuna pazza. Ma, vedi, temo.... penso che non potrò mai renderti felice; ed è questo che mi spaventa, questo che mi fa guardare l’avvenire con una specie di terrore, come vi vedessi scritta la nostra condanna sicura!... Sai tu che non ho avuto un momento di pace, con questo pensiero sempre fisso in mente? Sai tu che ho letto le tue lettere appassionate, tremando d’angoscia per me, per te..? Sai, sai che son giunta perfino a desiderare che tu, tu per il primo non mi scrivessi?...
— Anima sublime! — egli esclama, con accento d’amaro sarcasmo, alzandosi in piedi, non per allontanarsi da lei ma per togliersi alla visione molesta delle tre ombre vicine. — Intendo: l’idillio t’ha già stancata. Vuoi che ci lasciamo? Lasciamoci.
— Oh, Aurelio!
È un grido che è uscito dalla gola di Flavia, un grido di dolore, di stupefazione, d’implorazione disperata; e le due mani si son levate con un atto istintivo verso il giovine, come per trattenerlo.
— Quanto sei ingiusto e crudele! — continua ella, dopo un silenzio, scotendo mestamente il capo. — Come mi tratti male!... Dimmi, dimmi tu, Aurelio; che fiducia posso io avere in te, quando mi parli così?... E tu non puoi giudicarmi; tu non sai le torture ch’io ho sofferte in questi giorni per causa tua, mentre tu eri lontano e tranquillo, torture d’ogni genere, torture che mi venivano da ogni parte come una persecuzione! Se fossi libera della mia volontà come tu sei, se potessi liberamente disporredella mia vita, forse avresti ragione di sospettare di me, di rimproverarmi questi scrupoli, queste paure, queste esitazioni... Ma io, lo sai, non sono sola, io vivo in famiglia, e molte volte debbo seguire la volontà altrui più che la mia, debbo pensare agli altri più che a me stessa. E non ho il diritto di rendere infelici i miei cari, di sacrificarli leggermente al mio egoismo, di ricambiare il loro affetto con la disobbedienza e con l’ingratitudine...
— Flavia, — egli interrompe, mettendosi in faccia a lei con le braccia conserte, fissandola violentemente come per penetrare a forza nel fondo della sua anima, — tu mi nascondi qualche cosa...
— Ma no... voglio dire...
— Sì, sì, tu mi nascondi qualche cosa!
Una breve pausa, in cui i loro respiri affannosi s’alternano, in cui i loro sguardi s’interrogano reciprocamente, avidi e sospesi....
E poi, d’improvviso, un’esclamazione rauca di lui, l’urlo breve e soffocato d’un uomo colpito a morte.
— Ah, ho compreso!... So, so di che si tratta!
— Che cosa sai?
— So tutto!
— Aurelio?...
— Tutto, tutto. Nega, se puoi: tu devi sposare l’avvocato Siena!
— Chi ti ha detto...?
— Ah, lo confessi?... È vero, dunque?
— Ma chi ti ha detto questo?
— Presto, rispondi: è vero? È vero?
Ella sùbito non risponde. Appoggia i gomiti alle ginocchia e nasconde il viso tra le palme, in un atteggiamento di prostrazione suprema. Piange?
Il suo corpo reclinato non ha un fremito: la sua ombra è immobile, accanto all’altra ombra immobile dell’erma.
— È vero! È vero! — ripete il giovine nel silenzio, come un’eco fioca e lontana.
Lascia cader le braccia lungo i fianchi, e rimane a lungo attonito, in contemplazione della donna così prostrata e quasi vergognosa d’avanti a lui.
— Ascoltami, Aurelio. Ormai è necessario ch’io ti dica tutto... perché tu possa giudicarmi, e al caso anche consigliarmi. Sì, è vero: l’avvocato ha chiesto la mia mano e mio padre glie l’ha accordata... senza chiedere un mio cenno d’assenso, puoi imaginare, perché, se l’avesse fatto, avrei risposto senz’altro con un rifiuto aperto e decisivo. È inutile che ti racconti ora le scene che son successe in quest’ultima settimana tra me, il babbo e la mamma, quando poi ho cercato di ribellarmi, di far prevalere i diritti del mio cuore su le dispotiche pretensioni della loro esperienza e della loro autorità. Il babbo ha gridato, ha imprecato, ha detto che aveva impegnata omai la sua parola per concludere ogni volta con la stessa terribile frase: «Devi sposarlo e lo sposerai»; e la mamma, poveretta, non ha fatto che piangere, supplicarmi, dimostrarmi tra le lacrime e le carezze ch’io respingeva per un capriccio la fortuna della mia vita, infliggendo un doloreimmenso e immeritato a loro due che in fine non volevano se non la mia felicità!... Tu, tu, Aurelio, eri lontano.... Se fossi stato qui a sostenermi nella lotta, a consigliarmi, a infondermi la fede nel tuo amore, oh, non avrei ceduto.... Ma tu non arrivavi mai, mai.... e i dubbii nel mio cuore, quei dubbii che tu conosci, divenivan sempre più forti, mi circondavano, mi schiacciavano, mi toglievan forza e coraggio assai più delle rampogne del babbo, assai più delle preghiere della mamma!.. Quando io mi rifugiavo nella mia camera per sottrarmi alle pressioni dell’uno o dell’altra, i dubbii, vedi, incominciavano ad assalirmi da ogni parte; ed io, affranta, smarrita, sfiduciata mi chiedeva se non sarebbe stato meglio anche per te che accettassi, se non avrei fatto sopra tutto il tuo bene, liberandoti da ogni legame con me.... Jeri, proprio jeri, poco prima che l’avvocato giungesse, la mamma mi chiamò a sè e, implorando, singhiozzando, ricorrendo a ogni mezzo di persuasione, riuscì a trascinarmi vinta e rassegnata d’avanti al babbo!.... Ora che si fa, Aurelio? Che posso fare? Che debbo fare?... Consigliami tu, dimmi, ordinami tu quel che debbo fare ed io, lo giuro, ti obedirò a costo di qualunque follìa!
Ella ha parlato calma, senza un gesto, con un’espressione di serietà ferma e misurata, tenendo continuamente fissi gli occhi, che sono asciutti e solo un po’ rossi per le lacrime di prima, in quelli intenti d’Aurelio.
— Flavia, — dice questi, dopo un’esitazione cupa, — non bisogna che t’illuda: io sono povero,molto povero. L’agiatezza, di cui la mia povera mamma ha potuto fortunatamente godere fino all’ultima sua ora, ella la traeva da un vitalizio... Io sono povero; e costui in vece è ricco; egli può assicurarti un’esistenza felice, senza privazioni di sorta e senza preoccupazioni per il domani. T’amo troppo, Flavia, per esigere da te un sacrifizio di questo genere: se tu credi di potermi lasciare senza grande dolore, io mi rassegnerò, m’eclisserò, andrò lontano e, t’accerto, non sentirai mai più parlare di me in vita. Vuoi che ti consigli, come un amico, come un fratello?... Sposa quell’uomo e dimenticami.
— Anche tu! Anche tu m’abbandoni!.... — ella grida esterrefatta, congiungendo le palme come in atto di preghiera. — Ma non capisci, Aurelio, ch’è impossibile? Non capisci che non l’amo, non l’amo e mai non potrò amarlo? Non capisci che non potrò mai esser felice, insieme con un uomo che mi spiace e mi ripugna?.... Oh, è con un senso d’orrore indicibile ch’io penso al giorno in cui sarò sua, in cui dovrò appartenergli tutta, anima e corpo, per sempre!...
Ella s’interrompe, senza respiro: ha un sussulto violento, un moto istintivo di raccapriccio, quasi avesse già visto la mano del tiranno avvicinarsi sicura e audace alle sue carni. Si passa le dita nei capelli, e soggiunge con un accento di disperazione infinita:
— Dio, o mio Dio, quanto sarò infelice!
— Ed io, Flavia, ed io?!.... Io, che non ho nessuna persona cara vicina a me? Io, che non ho altri che te al mondo e, perdendoti, non posso sperare in una parola di conforto e d’incoraggiamentoda nessuno, intendi? da nessuno....?! Pensa, pensa quando ritornerò solo nella mia casa deserta e dirò a me stesso: «Tutto, tutto è finito!» Che sarà poi? Dove porterò il mio dolore? Come potrò trovare un mezzo, se non di vincerlo, di lenirlo, di renderlo sopportabile al mio povero cuore ancora affranto dall’altra terribile sciagura?... Oh, la morte, Flavia, non c’è che la morte che possa sorridermi, quando ti avrò perduta.
— No, la morte no! Non la morte! — esclama ella, precipitosamente, poichè vede le palpebre del giovine gonfiarsi di nuovo e luccicare.
Qualche cosa d’oscuro passa come un fulmine ne’ suoi occhi. Ella sembra concentrarsi tutta in un suo pensiero, come chi riflette e delibera su l’istante. Poi scrolla il capo, il suo viso fiammeggia d’una gioja selvaggia, e, inchinandosi verso di lui:
— Ascoltami, Aurelio, — dice. — Ho un’idea pazza, pazza come sono io in questo momento. Un solo rimedio c’è omai per salvare te, me, la nostra vita, il nostro amore!... Dopo che t’ho visto, dopo quel che ho udito dalle tue labbra stanotte, io sento che non potrò mai esser d’altri che tua.... e tua sono da questo momento, pronta a offrirmi a te così, tutta quanta, appena tu lo voglia!... Nessuno sa che sono uscita di casa; le notti son lunghe, ora, e l’alba è lontana:... se mi vuoi, Aurelio, (bada: se mi vuoi) stanotte stessa abbandono la mia famiglia, ti seguo, fuggo con te.... Sarà un colpo tremendo per il babbo, e sopra tutto per la povera mamma.... Non m’importa: sono essi che l’hanno voluto.... E, non temere,Aurelio; più tardi essi medesimi finiranno per cedere, per acconsentire alla nostra unione e perdonarci..... Al punto in cui siamo, soltanto una follìa, una grandissima follìa ci può salvare!
Straordinario è lo slancio di passione e di volontà, che ha rialzato la voce, tutta la persona di Flavia in quel momento. Una nuova creatura è apparsa in lei d’improvviso e s’è rivelata all’amante in tutta la sua magnificenza: una creatura superbamente bella, sostanziale, foggiata per l’esperienza d’amore, maturata dalla avversità, forte, pugnace, sicura del suo scopo, schiusa a tutte le sensazioni e pronta a tutti gli ardimenti.
Il giovine la guarda stupito, incerto, come sopraffatto da tanta bellezza e da tanta energia morale. Ma la sua esitazione non dura che un attimo. Anche il suo capo si scuote, anche i suoi sguardi fiammeggiano, anche la sua persona s’aderge fiera e possente nella notte come la figura d’un eroe.
— Vuoi? — egli chiede.
E la sua voce è dolce, serena e pur risoluta.
— Aurelio?!
— Vuoi? — egli ripete, stendendole la mano con un gesto semplice e solenne.
— Oh, grazie!
È un grido, ma un divino grido d’ebrezza, di gratitudine e d’abbandono. Ed ella di sbalzo s’è levata in piedi per gittarsi perdutamente tra le sue braccia. E le labbra hanno cercato spontanee quelle di lui, si sono unite con queste, si son fuse insieme in una prima concordia divoluttà furiosa, quasi frenetica, come labbra arse dalla sete che suggano l’acqua d’una sorgente impreveduta.
— Grazie, Aurelio! — ella prosegue, staccandosi dal bacio, interrotta a tratti da un breve riso nervoso. — Tu m’hai ridato la forza, m’hai ridato la vita, la fede, la felicità!... Ora, vedi, non son più sgomenta, ora non tremo più... Qui, tra le tue braccia, mi sento così sicura che sfiderei il mondo.... Oh, il dubbio, l’orribile dubbio che tu avessi a sdegno il mio amore e provassi onta del tuo!... È finito, è finito, non c’è più!... Dio, mi sembra di morire, tanto sono beata! Mi sembra d’esser divenuta un’altra donna.... Non temo più nessuno, non temo più nulla.... Sono tua, tua, tua.... a dispetto di tutti, a costo di qualunque felicità che non sia la nostra!... Vedi, Aurelio: adesso sento che potrei anche affrontare il babbo e farlo piegare alla mia volontà.... In fine, perchè dovrei aver paura di lui? Che mi può fare? Sono io dunque la sua schiava? E il nostro amore è forse un delitto, chè noi per difenderlo si debba fuggire?... Grazie, Aurelio, mille volte grazie! Tu sei buono.... e mi ami.... ora son certa che mi ami.... Una tua parola è bastata a rischiararmi tutta l’anima; è bastata a ridonarmi la ragione e la calma, a indicarmi la via migliore per raggiungere il nostro intento.... Io resto, ora, io resto qua.... Non bisogna più fuggire.... Ieri ho detto: «Sì»; ebbene domani dirò: «No, no, no», e il mio rifiuto sarà irremovibile.... Oh, Aurelio, amore, mio amore!...
E, con un moto languido e felino, si raccogliepalpitando sul suo petto, umile d’un tratto, tanto debole e sottomessa quanto le sue ultime frasi sono state energiche e risolute.
Il giovine non pensa più, non considera più. Estatico, travolto da quell’onda improvvisa di passione, egli segue e rispecchia ogni atto di lei, ogni moto delle sue labbra, ogni capriccio della sua volontà, come se tutto si fosse annullato nella sua mente. Una cosa egli intende, una sola cosa, questa: la donna ch’egli ama è lì, avvinta a lui, fiduciosa, inebriata dal suo bacio, tutta sua alfine; è l’ora suprema delle delizie e degli oblii; e in torno si distende una notte profonda, piena di segreti e d’incanti. Bisogna amare, inebriarsi, sognare.
— Vedi, anche la mia stanchezza è passata! — ella continua, scossa sempre da quel breve riso spasmodico. — Vuoi che ci muoviamo? che andiamo più in su, verso l’orto (ti ricordi le ciliege, quel giorno?), verso il mio nascondiglio, dove tu venivi a trovarmi, forse troppo di rado?... Chi sa che effetto farà con questa luna!... Sarà bello! Se andassimo là?...
— Andiamo, sì, andiamo....
Ella è, questa volta, che lo spinge; ella che lo guida su per il sentiero un po’ ripido, a traverso la pineta in cui le tenebre si son di nuovo addensate. Tenendolo stretto a sè e sollecitandolo, ella gli parla senza tregua all’orecchio con quella voce che vien di lontano, trepida, un po’ affannosa, indefinibile. Ed è palese lo sforzo ch’ella fa per distrarlo, per dissipare in lui qualunque ombra, nella sua animazione eccessiva, nell’alterazione nervosade’ suoi movimenti, nell’incoerenza delle sue parole. Le ricordanze, le più fioche ricordanze del loro amore passano così a una a una su la sua bocca, evocate in confuso, trasformate dal suo sentimento nascosto, dalla confessione dei suoi intimi pensieri, che il giovine conosce per la prima volta, estasiandosi, maravigliandosi.
— Ti ricordi, nell’orto? — ella mormora: — tu mi raggiungesti, io ti caddi tra le braccia, e mi parve di morire, non so se per la gioja o per la vergogna.... Ti ricordi? Io t’amava già e ho cercato d’interrogarti: tu sei stato scortese, molto scortese con me, quella sera in barca.... non puoi imaginare il dolore che mi hai dato.... Rammenti? Oh, che rivelazione sono state per me due lacrime, due goccioloni tremanti ne’ tuoi occhi sempre serii, sempre aridi, sempre attenti e così freddi!... E quel giorno, su al mio rifugio? Io ho voluto vendicarmi con le tue stesse armi; ma che forza ho dovuto fare su me stessa per non saltarti al collo e non coprirti la faccia di baci.... E quella mattina, sul Motterone, quando ci siam trovati soli e m’hai parlato? Io mi sono fermata, ho detto: «Aspettiamo gli altri!»; ero così commossa, così confusa, così turbata dalla tua dichiarazione improvvisa! Se non avessi preso tempo, mi sarei tradita!... Tu non crederai, Aurelio, tu non potrai credere a quanto sto per dirti; e pure quella sera lontana, la stessa sera, in cui t’ho raccontato il mio primo amoretto infantile, io simulavo un rammarico enorme, soltanto perchè temevo che tu e Luisa mi leggeste in volto la nuova passione, che già mi infiammava. La memoria dell’altro era giàmorta e avvizzita; io era già tutta piena di te, come adesso, intendi, come sempre.....
Così arrivano al limite più alto della pineta, leggeri, stretti, come volando sul suolo. E Flavia parla sempre, non altro forse che per affascinar l’amante con la musica della sua voce. E Aurelio obedisce, sempre docile e rapito, alla minima pressione del braccio che lo circonda.
La cerchia degli alberi si rompe; l’oscurità li abbandona, rifugiandosi dietro le loro spalle; il chiarore li riprende, li avviluppa, li divinizza, arrestandoli attoniti e maravigliati su la soglia tenebrosa della selva.
Allora, istintivamente, Aurelio e Flavia levano la testa. Di fronte a loro il prato dalle erbe intonse, l’orto lussureggiante di piante fruttifere, il colle coltivato a vigneti fin quasi alla sommità, si ergono pallidi per nuova luce, trasfigurati da nuove ombre, nell’inondazione dei raggi lunari. Il prato sembra scosceso come un bastione tappezzato dal muschio; nell’orto, le diverse forme degli alberi si fondono tutte insieme in un’unica massa porosa e fiorita, su cui ondeggia un fluido grigio e iridescente; e gli scaglioni petrosi risplendono nitidi e ben definiti tra il bruno della terra, simili a lunghe strisce candide distese per uno strano ornamento su i fianchi della collina. Ogni colore è scomparso; ogni rilievo, spostato. Tinte, linee, contorni, sporgenze, sinuosità, tutto resta vago, trasparente, fantastico, come languente sotto una carezza diffusa che prostra, snerva, dissangua, disanima ogni apparenza.
— Osserva! Che maraviglia!... Un sogno! — ella esclama.
Egli ripete, come un’eco:
— Un sogno!
Ella domanda:
— Credi tu che riconosceresti il luogo, se t’avesser condotto qui con gli occhi bendati?... Io, no: io credo che non lo riconoscerei.
Poi, dopo una pausa, aggiunge sorridendo, abbracciando il paesaggio con un gran gesto circolare:
— Tutto nostro, non è vero? Tutto nostro!...
— Oh, Flavia! — egli prorompe con un singhiozzo violento di commozione, quasi oppresso e sfinito dal peso di tanta felicità.
Le sue braccia si aprono, si chiudono di nuovo sopra Flavia, ch’egli afferra come una preda, preme contro il suo petto con tutta la frenesia de’ suoi muscoli. E la sua bocca si attacca a quella di lei in un secondo bacio più lungo, più profondo, e pure infinitamente men dolce del primo. Così intensa è la sensazione di quel contatto, e pure così smaniosa e imperfetta, che le sue mani s’aggrappano alle spalle di lei, ed egli crede di cadere come se la terra gli mancasse sotto i piedi. La vista gli si offusca; il battito delle arterie diventa insostenibile. È il delirio che lo prende; è l’eterna fiamma della sessualità che si sprigiona da tutto il suo essere, investendo impetuosamente la donna che gli sta vicina. Un flutto bruciante di parole, l’invito inconscio e fatale alla dedizione, sale fino alle sue labbra e si disperde senza suono, vaporando, nel vuoto. Egli la stringe più forte a sè; le accarezza le guance, il collo, le vesti; la bacia ancora; le soffia inviso il suo desiderio ineffabile, non sapendo più che fare, non sapendo più che dire, esultando di piacere e spasimando d’un’ansietà senza nome....
— No, Aurelio, lasciami! Mi fai male!... — ella dice d’un tratto; e si scioglie dall’abbraccio con un respiro profondo.
Accesa, anelante, con gli occhi semichiusi, ella sembra risvegliarsi da un letargo malefico: si guarda d’intorno con un’espressione angosciosa di smarrimento; si passa le palme su le tempia, su i capelli omai disciolti e sparsi; si piega convulsamente su le reni, quasi curvata in dietro dalle gravità delle folte trecce cadenti.
Poi prende una mano di lui, e se la porta sul seno.
— Senti il mio povero cuore!... Quasi si spezzava nella stretta... Credevo di morire... Oh, dimmi, Aurelio, se fossi morta tra le tue braccia?
— Anch’io sarei morto tra le tue, — risponde il giovine, con un pallido sorriso. — Saremmo morti insieme, avvinti, immemori, felici....
— Felici!... Forse era meglio, non è vero?
— No, — egli esclama con forza, ergendosi di tutta la persona, mentre il suo volto si rischiara come alla visione prossima d’una gioja anche più grande.
Ella sùbito ha inteso; ella sùbito approva con il capo, ripetutamente, senza poter parlare. Ambedue, senza poter parlare, si comunicano ora con gli occhi lo stesso pensiero inebriante: «È vero! Non bisogna morire! Guai, guai se fossimo morti! Bisogna vivere, vivere moltoper amarci, per provare ogni gaudio, per conoscere ogni segreto, per vedere tutte le forme, udire tutte le armonie, aspirare tutti i profumi. La vita è bella, maravigliosamente bella; e noi abbiamo le mani colme de’ suoi doni più preziosi: la giovinezza, la libertà, l’amore. Di che temiamo? Tutto il male che abbiamo sofferto non era in noi, era fuori di noi; non traeva origine dalla nostra sostanza, ma ne veniva dalle cose estranee che ci toccavano. Conviene adunque che ciascuno di noi faccia scudo all’altro della propria persona; conviene che ci chiudiamo nella nostra realità, come in una rocca impenetrabile, non accettando dall’esterno che quelle sole comunioni le quali possan rendere più gradevole la nostra gelosa dimora. Abbiamo con noi il favore della Fortuna; e la Felicità ci parla dai nostri occhi, dove si riflettono e si moltiplicano senza fine le stesse nostre imagini. L’Universo è in noi, poichè noi siamo un universo. Viviamo per intensamente amarci, per sfruttare ramo per ramo l’albero fecondo della nostra giovinezza, per provare ogni gaudio e conoscere ogni segreto.»
Rimangono così lungamente taciti, tenendosi per mano, guardandosi, sorridendosi.
E la luna, come in un sogno, li avvolge nel suo pallido incantesimo.
— Vieni, — ella mormora in fine con una voce morbida e insinuante, in cui trepidano tutte le promesse. — Andiamo alla mia casa, nel mio nido... Bisogna rivederlo questa notte... È là ch’è nato veramente il nostro amore... Vieni!
E s’avvia prima, la faccia mezzo rivolta in dietro verso di lui, traendolo per la mano.
Attraversano il breve prato senza sollevare il minimo strepito, più leggeri delle loro ombre; s’affacciano al luogo memore e s’arrestano ancora su la soglia, trattenuti da un nuovo stupore, come da un sentimento religioso, da un timore oscuro di profanazione.
Nell’ombra densa della notte, che il riflesso del colle a pena addolcisce, il piccolo spiazzo tondo pare un tabernacolo misterioso, creato per qualche antico culto silvano nel cuore di un bosco sacro. In torno gli abeti venerabili si piegano discretamente in arco, riparandolo da ogni lato, non lasciandovi penetrare un sol raggio di luna. E un languore d’alcova, un silenzio di solitudine non mai turbata, un profumo complesso d’essenze selvagge native, stagnano nell’immobilità dell’aria, che non un fremito muove. Tutto è chiuso, raccolto, nascosto in quella nicchia vegetale. Perfino il brano d’aperto cielo, che si stende su le vette degli alberi, dà l’illusione d’una cupola, dipinta in tempi assai remoti, su cui le figure siano a poco a poco svanite, lasciando solo nel fondo azzurro l’oro delle stelle, onde le loro vesti splendevano.
— Entriamo. Che si aspetta? — ella dice, esultante ma con la voce sommessa di chi sta per varcare la soglia d’un tempio.
— Entriamo.
Ella s’avanza cautamente, d’avanti a lui.
— Oh, Dio, guarda! — esclama d’un tratto, accennando verso il suolo. — Giuseppe stasera s’èdimenticato di portar giù le sedie, i miei scialli, i miei arnesi. Guarda!
Entrambi sorridono alla scoperta; entrambi si stringono la mano con la medesima intenzione. A entrambi la presenza di quegli oggetti in tal momento pare un segno straordinariamente favorevole alla loro felicità; pare la conferma sicura che ogni loro desiderio abbia a essere in ugual modo esaudito.
— Si direbbe ch’egli abbia preveduto la nostra visita — ella soggiunge. — Tutto è come doveva essere. Tutto è come tu ricordi.
E, staccandosi da lui, s’avvicina con aria di malizia infantile a uno degli sgabelli, vi siede e, a testa china, un po’ abbandonata su sè stessa, finge di riprendere con grande alacrità il suo paziente lavoro di ricamo.
— Eccomi al posto. Ora io t’aspetto.
— Anima! — mormora l’amante affascinato da quel giuoco, con un brivido di gioja orgogliosa, mentre tutte le memorie dell’incerto passato si accumulano nell’anima sua e si disperdono a brani, nebbie dissolte dal sole.
Barcollante in guisa d’un ebro, egli s’accosta all’incantatrice; si gitta alle sue ginocchia, le mette supino la testa nel grembo e, con un gesto tremulo d’invocazione le tende in dietro le mani aperte per un invito d’amplesso delirante.
Non è che un attimo.
Ella si solleva ritta sul busto e rimane seria e immobile a osservarlo dall’alto con un’espressione dura e quasi ostile di penetrazione. Su la sua fronte, dove i capelli più brevi insorgonocome i raggi d’un barbaro diadema, un pensiero cupo e profondo si disegna nella profondità delle rughe. Pare che la sua fisonomia si complichi, s’oscuri fino a divenire enimmatica....
Poi d’un tratto il suo capo si scuote vivamente ed ella, come vinta da un languore repentino, piega sopra di lui e gli si concede sospirosa tra le braccia.
— Flavia, — egli implora sommessamente, non potendo dal basso vederla, non potendo sentirla bene contro il suo cuore, non riuscendo a incontrare con la sua bocca le labbra desiderate — Vieni, vieni qui più vicina.
— Dove vuoi, — mormora ella come in sogno.
E, attratta con dolce violenza dalle mani del giovine, scivola senza resistere giù dalla sediuola per cadergli mollemente al fianco su l’ampio scialle disteso al suolo a mo’ di tappeto.
L’oscurità del luogo li assorbe; taciti, confusi in gruppo, invisibili nell’ombra, essi restano là protetti dalle ali della notte clemente, mentre nel cielo la luna incomincia a dichinare verso i monti occidui e su la terra i primi segni antelucani si manifestano di qua e di là, perduti nell’infinita calma, come timide inascoltate sollecitazioni all’alba che indugia.
Lo strillo acuto d’un gallo ha già risonato d’improvviso, simile a un grido guerriero, là su i colli, in lontananza; sùbito dopo, un altro strillo solitario ha risposto da presso, sotto la chiesa, men forte, meno libero del primo, rauco e come soffocato in gola dal sonno bruscamente interrotto. E già a più riprese il brivido del gelo crepuscolare ha percorso il giardino, turbandola quiete della selva e del prato, diffondendo intorno un susurro fioco di vita che si ridesta, preannunziando alle cose tutte il termine delle tenebre e del silenzio. Ma gli amanti, chiusi e isolati nel cerchio del loro gaudioso mistero, non sentono, non odono, non vedono più nulla. In vano il soffio della brezza bisbiglia alle loro orecchie il suo gelido ammonimento; in vano gli abeti s’agitano in giro con un fragore sordo di minaccia; in vano trepidano sgomente l’erbe ai loro piedi; in vano su le loro teste intona una capinera il melodioso inno mattutino. Nulla vale a vincere la potenza fatale ed esclusiva del Sogno! Essi non sentono se non il tepore delle loro carni; non odono se non i sospiri delle loro bocche; non vedono se non la luce delle loro anime, dove l’eterno fuoco brilla e avvampa, omai inestinguibile. Qualunque comunicazione con l’esterno è rotta; il mondo delle apparenze è scomparso; il passato è abolito; l’avvenire non è che un velo opaco e fluttuante su cui l’attimo fuggevole projetta il bagliore della sua bellezza. Essi son soli, assolutamente soli, in uno squallore senza confini, fuori del tempo e dello spazio, fuori della realtà, nel nulla. E vivono, vivono, e son felici di vivere, ignari di tutto e di tutti, immemori forse anche di sè medesimi, sconosciuti, umili, abjetti; vivono, paghi di quell’attimo più che d’una eternità, contenti del palmo di terra, che li raccoglie, più che d’un immenso magnifico impero.
È l’ora delle delizie e degli oblii, supremi. — Esiste un’umanità? Esistono altri esseri su la Terra? Non son plaghe ignote e deserte quelleche si distendono nell’ombra oltre la spira avvolgente delle loro braccia intrecciate? Non bastan forse le loro due vite ad animare tutto l’universo? — Certo, entrambi hanno in quel breve lasso di tempo la ferma convinzione d’una assoluta solitudine intorno a essi, il sentimento netto e definitivo della loro sufficienza in una assoluta solitudine. E ciascuno, inconscio e risoluto, prova il bisogno imperioso d’unirsi all’altra creatura superstite d’un mondo inutile e distrutto, di sentirla, di mescolarsi perdutamente con essa in un abbraccio quasi cruento, in una congiunzione così intima da divenire insieme un solo unico essere.
— Flavia!
— Aurelio!
— Anima mia!
— Mia vita!
— Amore! Amore! Amore!.....
Essi si chiamano a vicenda, continuamente. Essi si allettano piano, senza voce, soffiando le proprie parole più che non proferendole, bevendo le parole altrui più che non udendole. E tutte le dolcezze, tutte le tenerezze, tutte le delicatezze del linguaggio umano rampollano dai loro labbri, spontanee e vive come le stelle dal cielo in un vespero sereno; e tutte le eloquenze parlano nelle loro anime, tutti i gaudi sospirano, pregano tutti i fervori, osannano tutti gli entusiasmi che nessun linguaggio mai riuscì a esprimere. È l’estro oscuro della Specie che stimola e infiamma le loro facoltà liriche, quell’estro medesimo onde sono ispirati i canti maravigliosi degli uccelli nel tempo sacro allenozze. È l’eterno Poema della Passione che si svolge impetuosamente dentro di loro, attingendo i culmini dell’estasi e dello spasimo. È il turbine della Felicità creatrice, che li avviluppa, li acceca, li inebria, ne precipita i corpi avvinti in fondo agli abissi della materia per sollevarne gli spiriti fusi in alto, sempre più in alto, verso le magiche regioni invocate dal loro desiderio, là dove non dominano nè orgoglio nè vanità nè convenienza, là dove è sola realità il Sogno, sola e suprema legge l’Istinto.
— Flavia, ti amo!
— Ti amo, Aurelio! Ti amo!
«Amore! Amore! Amore!» La più che dolcissima parola ritorna a ogni tratto nel loro bisbiglio continuo, come il motivo dominante d’un’irrequieta e sublime polifonia; si ripete senza fine, sempre la stessa e sempre nuova, — sintesi insuperabile d’ogni loro pensiero, di ogni sentimento, d’ogni sensazione, — sovrano Verbo che tutto significa, tutto spiega e giustifica.
— Sei felice? — egli domanda, stringendosi più forte a lei, come se un dubbio improvviso l’avesse turbato.
— Son tua, tua, tua.... — ella risponde con la voce rauca, follemente, smarritamente.
E gli afferra il capo nelle mani, gli avventa in faccia la sua intenzione disperata d’ebrezza e d’oblio:
— Son tua, tua tutta quanta, anima e corpo.... non d’altri che tua, perché io voglio così, intendi? da ora, per sempre... Amo te, amo te solo, non ho amato che te in vita, lo giuro, lo giuro....Per accontentarti, son pronta anche a sacrificarmi, anche a perdermi, anche a morire.... Fa ciò che vuoi di me, Aurelio.... Prendimi, soffocami, uccidimi, se ti piace.... Il tuo piacere è tutta la mia felicità!
Un attimo d’esitazione nel giovine; e poi l’effetto d’un impulso oscuro, selvaggio, irresistibile. Ella si abbandona a lui quasi senz’anima, supina, inerte, con due lacrime fisse negli angoli degli occhi come due gemme, trasfigurata.
...... E il tempo vola. Il tempo si precipita nel nulla inavvertito, sopra la loro letargica voluttà. Quanti istanti ha battuto il palpito dei loro cuori? Quante ore son passate? Quanti secoli?....
..... D’improvviso ella riapre gli occhi faticosamente, come destandosi da un sopore mortale, come tornando alla vita da un’altra vita increata e divina, di cui non serba nella memoria che un rammarico immenso e confuso. — Mio Dio, che freddo! Che chiaror livido! Che strani suoni dispersi nell’aria!.... Dove si trova ella mai? D’onde proviene quell’umido gelo che tutta la intirizzisce? Chi le opprime il respiro? Chi bisbiglia, chi si muove, chi fugge intorno a lei?... — Passano alcuni minuti in cui ella lotta in vano contro la nebbia che le offusca il cervello; in cui cerca inutilmente di coordinare i suoi pensieri, di rendersi conto delle sensazioni inesplicabili ond’è sorpresa.... Finalmente con uno sforzo enorme, solleva un poco il capo e si guarda in giro, smarrita.
È l’alba.
È la fredda livida alba che succede alla benigna notte lunare.
È la realità che succede al Sogno.
È la luce nemica e beffarda che fuga trionfando la coorte delle Tenebre e sembra disperdere con queste l’incanto breve che esse hanno tramato. Per sempre? Forse, per sempre!...
— Aurelio! — ella chiama, invasa dall’orrore, con un fioco grido. — Lévati! È giorno.
— È giorno? — domanda il giovine, aprendo a sua volta gli occhi, balzando fresco e agile a sedere, mentre un vasto sorriso illumina la sua faccia a quel risveglio inaspettato.
Una profonda gioja è dentro di lui: nessuna nebbia offusca il suo cervello; nessuna paura turba il suo spirito. Egli vede, ode, respira liberamente. E l’aria del mattino lo delizia come un elisire; e il frullo d’ali, il cinguettìo dei passeri su gli alberi, gli strilli dei galli sparsi per la campagna gli accarezzano dolcissimamente l’udito come una musica; e quel cielo pallido pallido, dove qualche raro astro tremula ancora, quel paesaggio raccolto, vergine, un po’ nebbioso, affascinano la sua vista e lo rapiscono. Egli esce dall’estasi e rientra nella vita col sentimento orgoglioso e sereno di chi ritorna in patria dal paese della Fortuna. — È giorno? È un nuovo giorno che s’avanza? E benedetto sia questo giorno che lo ridesta alfine tra le braccia della Felicità!
— Flavia, ti amo — egli esclama, volgendo le pupille piene di luce verso di lei, prendendole la mano come per esprimerle tutta la gratitudine che gli fluttua nell’animo.
Ella arrossisce, si turba, si svincola tremante e inquieta dalla sua stretta. Lo sgomento, ondefu assalita, in vece di diminuire, sembra che aumenti sotto lo sguardo beato e riconoscente che tutta l’avvolge.
— Dio mio, che ho fatto! — mormora, coprendosi il viso colle palme, rabbrividendo forte al ricordo del fallo irreparabile. — Che penserai tu di me, ora?
— Penso che tu sei lamiadonna e che nessuno omai mi ti può contendere, perchè sei mia, interamente mia.
Ella gli gitta un’occhiata obliqua e paurosa, e s’avvicina un poco a lui, timida, umile, sottomessa come una schiava.
— Oh, Aurelio, — continua con la voce implorante: — tu non devi pensar male di me, non devi accusarmi.... Sei tu che l’hai voluto, tu che m’hai inebriata, tu che m’hai resa folle... Ora tu devi amarmi molto, soccorrermi, salvarmi, perchè, lo vedi, io son debole e non ho più che te solo al mondo.... Puoi far di me ciò che tu vuoi... Io sono una cosa tua, io t’appartengo....
— Tu m’appartieni ed io pure t’appartengo, Flavia, — egli interrompe, sorridendo, rassicurandola con un gesto calmo e affettuoso. — Se tu temi, se dubiti di me, sei ingiusta. Quest’ora di beatitudine che m’hai data, è la prima ora felice della mia vita, ed anche la prima sincera. Io non potrò dimenticarla mai, intendi? mai, ed essa mi lega a te più di qualunque giuramento, di qualunque rito, di qualunque legge.
— Bisogna ch’io discenda, adesso, — ella prorompe d’un tratto, concitata, scrollando la testa, distogliendo gli occhi da quelli di lui. — Forse è già troppo tardi!.. Ah, che imprudenza! Che imprudenza!
Fa l’atto di levarsi bruscamente in piedi, ma le forze l’abbandonano ed ella ricade di peso su la terra.
— Lo vedi? Son morta!... Ajutami, per piacere.
Il giovine di scatto s’è alzato. Sembra che sia più grande, più valido, più forte che non mai, tanto energico e fiero è il suo portamento. Offrendole le due mani aperte, egli l’attira a sè e la solleva ritta senza il minimo sforzo, come una piuma.
— Addio, Aurelio, — ella dice freddamente, sotto voce, senz’osare di guardarlo, arrossendo di nuovo poi che si trova in piedi d’avanti a lui.
— Non vuoi che t’accompagni?
— No, no! È meglio che tu resti qui, è meglio ch’io discenda sola.... Posso incontrare qualcuno in giardino....
— A più tardi, dunque!
La riprende con dolcezza tra le braccia e soggiunge con un accento teneramente carezzevole:
— A più tardi, anima, e.... per sempre!
— Oh, sì, per sempre, Aurelio! Per sempre!
È questo l’ultimo fuggevole lampo di passione in lei — il primo dopo il risveglio.
Ella lo bacia su le labbra con un furore disperato; si scioglie immediatamente da lui; tenta di ricomporre un poco il disordine dei capelli e delle vesti; poi, senz’altro, gli volge le spalle ed esce in corsa dal nascondiglio.
— Ti amo! Ricordami! — le grida dietro il giovine, che il suo sgomento e la sua confusione sembrano aver reso anche più sereno e più grato.
Ella non fa cenno d’averlo udito.
Attraversa il prato a brevi passi assai rapidi; giunge all’imbocco oscuro della pineta e, senza più rivolgersi, s’occulta d’un tratto in questa, — anzi meglio è dire, per esprimere la sensazione ch’egli n’ha avuta, vi si sprofonda.
Rimasto solo, Aurelio s’incammina lentamente verso il poggio, sospinto da un bisogno intenso di spazio e di frescura. Persiste dentro di lui quel sentimento di placida allegrezza, che l’ha invaso destandosi dal suo sogno di delizia, riprendendo la coscienza della vita al fianco d’una donna amata, nei limpidi prestigi mattutini. Pare a lui in quel momento che tutta la bellezza dell’Universo gli si spieghi d’avanti agli occhi soltanto per festeggiare la sua presenza. Pare a lui che la luce della propria persona sia quella che illumini con palpito crescente le cose circostanti e la vólta del cielo. Un’onda di poesia gli scorre nel sangue; i polmoni gli si dilatano ai sapidi effluvii della campagna; le idee gli balzano dalla mente agili e leggere, ciascuna portando in sommo l’imagine incantatrice; e una rifioritura di giovinezza gli si schiude nel cuore, come un’aspirazione possente alla semplicità originaria, ai salubri esercizii corporali, a una vita di piacere quasi selvaggia, alla grande e spensierata e primitiva libertà degli infimi o degli eroi.
E la sua anima dice, esultando: «Ah, finalmente: anche la mia festa è incominciata! Finalmente: anche per me è battuta l’ora divina della rivelazione! A che soffrire? A che combattere? Perché inseguire affannosamente unaChimera, che sfugge a ogni presa e, anche raggiunta, non lascia tra le mani se non un cencio vacuo e inutile? Amare! Magnificamente amare! Ecco il segreto della gioja di vivere! Ecco la causa suprema e il supremo scopo d’ogni esistenza creata!»
Egli vuol rivolgersi in dietro ancora una volta verso il Dolore e verso l’Ideale; ma non riesce più a scorgere nè l’uno nè l’altro. La Donna è venuta; e con essa il riposo, l’oblio, l’umiltà, l’acquiescenza beata all’eterna incommutabile legge che regola nell’infinito spazio il trasmutare della materia organica.
Così egli sale, solitario tra i mobili rossori dell’aurora, la dolce erta impressa dalle orme di mille passanti, verso un’altura limitata perduta tra altre innumerevoli alture.
Intorno a lui, i rami degli alberi vacillano a pena a pena, abbandonando al vento qualche foglia vizza o qualche stilla di rugiada. Nella calma pallidezza dell’aria un nuvolo di passeri mette un cinguettìo vivace; i galli, delle fattorie sparse su le colline, mettono i loro gridi spavaldi; e le pecore dai chiusi, qualche tenero belato; e le giovenche, qualche profondo cupido mugghio; e un asino dalla valle, il suo immenso singhiozzo, unico lamento nell’universale gajezza delle cose.
Egli è giunto al sommo dell’altura e deve sostare, sconosciuto pellegrino stretto intorno dall’umile giogaja, avendo a tergo, invisibili, le creste alpestri baciate dal cielo.
D’innanzi è la natività del sole, e in questa s’affissa ebro il suo sguardo. Da un mare dinebbie quasi sanguigne si libera un gran disco vermiglio e s’estolle con lento moto fatale verso l’alta purezza degli spazii.
L’Illuso leva le due braccia trionfalmente e lo saluta, come l’apportatore d’un giorno senza tramonto.
Cerro Verbano, luglio 1894.
Quinto al Mare, dicembre 1896.
FINE DELA SIRENA.