XXI.

—Oh, non faccia questo viaggio senza visitar le rovine di Babilonia e di Ninive!—interruppe lo spagnuolo giramondo.—Quello è uno spettacolo mirabile, fecondo di commozioni, in mezzo alle quali l'antiquario diventa poeta.

—Certamente farò com'Ella mi consiglia, e vedrò anche Balsora e Bagdad, la città del califfo Arun Al Rascid, la culla meravigliosa delleMille e una notti; poi m'imbarcherò per Bombay.

—Benissimo, e le raccomando, quando sarà a Bombay, di dare una scorsa fino ai templi d'Ellora. Felice Lei, signor dottore! Se le mie faccende non mi tenessero ancora per qualche mese in Europa, chi sa? mi salterebbe il ticchio di partire con Lei. Sono due anni da che ho lasciato que' paesi, e mi paion già mille.

—L'aspetterò a Madras, sulla costa del Coromandel;—rispose Guido che provava un amaro diletto a parlare di quel suo viaggio imminente, natogli pur dianzi nel cervello.

—Sta bene, siamo intesi. Io già ho sempre avuto in pensiero di tornarvi, e la sua presenza sarà un incentivo di più.

—E' pare—disse Luisa,—che nasca una grande amicizia tra il signor di Marana e il signor Laurenti!

—Sotto gli auspici di Vostra Mercede, come no?—rispose con galanteria il Marana.—Il dottore è un giovinotto come me, sebbene io ci abbia qualche anno più di lui; egli è un dotto, ed io un dilettante di scienze; ecco dunque pareggiati i conti fra noi due. Abbiamo, da quanto ho potuto intendere, i medesimi gusti, e perchè, se egli l'accetta, non gli profferirei la mia schietta amicizia?

—Grazie, signor di Marana!—soggiunse Guido commosso, mentre si alzava per stringergli la mano.—Quando Ella vorrà, vogliamo correre l'India da cima a fondo.

—Dalle vette nevose del Davalagiri fino al capo Comorino! rispose lo spagnuolo.—A Lei il viaggio riuscirà certamente più profittevole che non a me; ma che importa? Ella sarà il capitano ed io il sopraccarico; imparerò comodamente quello che avrà studiato Lei, e le insegnerò quel poco che so per esperienza, cioè dove si trovano le più belle tigri e i più sperticati boa.

—Che orrore!—gridò la donna gentile.—Dunque ella, signor dottore, ci ha portato questa bella novità da Milano?

—Non da Milano signora; da Torino, dove ho passato questi ultimi giorni.

—Questi ultimi giorni!—pensò Luisa.—Il disegno è dunque nato qui aGenova… dopo la sera di lunedì.

La signora Argellani si tenne naturalmente queste considerazioni per sè, e proseguì a voce alta:

—Anch'io ho in animo di viaggiare, ma non andrò così lontano. Poichè la salute m'è tornata, piglierò il bordone di pellegrina e andrò, secondo l'antica usanza, a sciogliere il voto a qualche santuario famoso.

—Davvero… Ella partirà?—chiese turbato il Percy, che fino a quel punto era stato tranquillo e sorridente vicino a lei.

—Sì, partirò; ma non si ponga in mente, per carità, che io voglia andar molto lunge. L'Oberland della Svizzera e le sponde del Reno avranno pure qualche eremo dove io possa andarmi a rinvigorire le membra affralite.

—L'Oberland! il Reno!—pensò il bruno Percy.—Anch'io potrò andare da quella parte quando mi aggradi.

Questo pensiero gli restituì la calma e gli fece rifiorire il sorriso arrogante sulle labbra.

A Laurenti, in quella vece, il cuore si stringeva, si gelava sempre più. Se egli rimaneva ancora dieci minuti nel salotto della signora Argellani, certo schiattava, non potendo contenersi più oltre.

Si alzò allora per accomiatarsi da lei.

La signora Luisa, turbata anch'essa, si alzò del pari; gli porse la mano, che egli toccò a mala pena, e guardandolo in viso con una cert'aria ansiosa che il Percy non poteva scorgere, seduto com'era dietro di lei, ma che bene notò il duca di Marana, gli disse:

—Ci vedremo?

—Sì;—rispose asciutto Laurenti.—Verrò di questi giorni a ricevere i suoi riveriti comandi.

E inchinatosi a lei, stretta convulsivamente la mano al duca di Marana, salutato severamente quell'altro, uscì con rapido passo dal salotto.

Il giovine addolorato non vedeva nemmanco la strada; le lagrime, non potendo uscire, per la vergogna, dagli occhi, gli offuscavano la vista. Come fu a casa, nella solitudine della sua camera, si lasciò andar bocconi sul letto, mormorando tra i singhiozzi che gli facevano gruppo alla gola:

—Oh, mio povero cuore! mio povero cuore!

Io non ho l'animo crudele di uno sgherro o d'un giudice del Sant'Uffizio, da compiacermi a noverare i patimenti di Guido in quella brutta giornata. E v'hanno poi di cotali dolori che non si possono descrivere e che non intende neppur bene colui che li prova; dappoichè essi, per la loro intensità medesima, gli tolgono la coscienza dell'essere.

Egli fu nella notte, in mezzo al silenzio di ogni cosa creata, che Laurenti cominciò a leggere nella sua anima afflitta, a raccogliere i suoi dolori e ordinarli in forma di pensieri. La mezzanotte era suonata, quando egli, che ancor non era uscito dalla sua camera, sentì il bisogno di muoversi e di respirare un'aria manco soffocata di quella. Aperse la finestra, e la brezza notturna e l'azzurro del cielo stellato, parvero chetargli un tratto lo scompiglio della mente.

Dalla finestra della signora Argellani si scorgeva un po' di lume che trapelava dalle stecche della persiana.

«Non dorme ancora;—pensò Laurenti—che fa ella? Ricorda le gioie della sua bella giornata, rinnova nel suo cuore le fiamme che vi accesero i lunghi sguardi del suo innamorato Percy! Io ho lavorato per gli altri, mi sono affaticato per gli altri, ho messo per altri il cervello a partito…. Gran colpo che ho fatto! gran vittoria che ho riportato! Ma forse non lo avrei fatto, forse non mi sarei affaticato del pari, sapendo che doveva tornarmene questo premio? O si ha da far il bene solamente per l'utile che se ne spera? Guido Laurenti sarebbe egli diventato un'egoista?»

Mentre egli così pensava il lume si spense nella camera della donna gentile.

«Dormi, dormi, e ti consolino i sogni, le immagini leggiadre delle feste a cui torni fidente e serena. Va, dove certo ti aspettano i sogni del tuo Percy; senti la stretta del suo braccio che poderoso ti sostiene, mentre i vostri piedi si aggirano in cadenza nel vortice della danza e il suo alito infuocato ti bacia i capegli. Egli così tenero non pensava a te, egli non ti faceva argomento de' suoi sogni, allorquando tu ti spegnevi a poco a poco nella solitudine del tuo dolore. Allora, chi sedeva al tuo capezzale, chi interrogava ansioso le lievi pulsazioni del tuo cuore, chi persuadeva la vita all'anima tua, mentre la infondeva nelle membra, chi viveva della tua esistenza e ti faceva partecipe alla sua, era un ignoto, era Guido Laurenti, il quale aveva giurato di restituire i bei colori della salute e della giovinezza al tuo volto e morire egli di poi; imperocchè egli ti amava e il cuore gli diceva che, risanata, non avresti più dato il cuore a nessuno.

«Morire! Aveva giurato di morire per lei…. pazzo, tre volte pazzo! A che terrei la promessa? a chi dunque! Si muore, quando non si ardisce dire alla donna salvata: amatemi in ricompensa del benefizio; l'amore vi ha fatto male, che importa? tornate a patire per me. Ma questa donna oggi ama un altro; anzi riama l'antico. Che altro significa il rinato desiderio delle feste? che altro il ritorno del Percy ai piedi di lei? Ed ella che lo comporta e sorride!….

«Dio santo, avete voi così plasmata di fango la più bella delle vostre creature, ch'ella abbia senza vergogna e senza rimorso da ricader nelle braccia all'uomo che l'ha abbandonata, e ritorna a lei per amore di novità, senza avere patito con lei? Cosiffatti amori, accesi soltanto dalla vista di due labbra vermiglie, che sfuggono il sudario della morte e tornano colla risurrezione della carne, sono invero una profanazione della dignità e della logica. E perchè non ha inteso ella cotesto? Perchè!…. La è stoltezza, la mia, a domandarlo. C'è forse mai stata virtù di logica, o senso di dignità, nel cuor vostro, o figlie di Eva? O non siete voi piuttosto quelle che noi vi andiamo immaginando, noi adoratori degl'idoli fatti colle nostre mani, e di attributi scaturiti dal vaneggiamento delle nostre contemplazioni? Il camaleonte muta i colori secondo che la luce percuote il suo tenue involucro di membra; noi vi illuminiamo coi raggi della nostra mente, vi coloriamo coll'iride delle nostre passioni, e voi risplendete. Uno spensierato gaudente che passi da vicino, vi scorge suffuse di roseo, irradiate di splendori, opera tutta dell'amore di un artefice affettuoso. Ed egli allora, che non ha fatto nulla per voi, che non ha sudato all'opera, che non vi ha neppure guardato quando giacevate smorte e dimesse, egli allora si fa innanzi sollecito, si pone fra il disgraziato artefice e voi, si piglia egli la luce, si beve egli il calore.

«Ed io ho studiato tanto, senza sapere tutto ciò? Povero uomo, suda sui libri, rapisci i segreti alla terra ed al cielo! Ma che dico io di libri? E l'esperienza dolorosa del passato! Mio povero cuore, viscere smemorato che sei, o non ti valse a nulla aver patito gli aspri tormenti una volta? Tu sei ricaduto stupidamente nell'inganno; hai soffocato nel tuo profondo il primo suono di quella corda già offesa da un antico strappo, la quale avrebbe potuto con le sue stridule vibrazioni dare il segnale d'allarme alla ragione dormente. Va; se non fosse che Laurenti non dee morire pel signor Percy, saprei soffocarti ben io in una violenta affollata, in una mareggiata improvvisa di sangue».

Così pensando, si tolse dal vano della finestra, ov'era rimasto fino a quel punto; corse allo stipo, e aperto un cassettino, ne cavò una boccetta che gittò sdegnosamente a terra. Il cristallo si ruppe, e quelle poche goccie di liquore che v'erano rinchiuse, spruzzarono il pavimento.

«Va, disperditi, veleno che dovevi uccidermi, senza che rimanesse traccia di te, così ch'io rimanessi fulminato, senza che altri, anco a spararmi le membra, potesse ascrivere la mia morte a disperato proposito! Va, disperditi; io non farò altro che castigare il mio cuore, flagellare, rompere per sempre la malaugurata corda dell'amore. Andrò in India…. partirò subito… due o tre giorni basteranno per dar sesto a tutte le cose mie…. Buon padre! egli mi ha fatto il triste dono della vita, ma egli mi ha lasciato altresì la ricchezza, per custodirmi contro i mali della turpe necessità. Io non sarò un Prometeo incatenato sullo scoglio; io correrò lontano lontano, dove non vedrò, dove non udrò nulla, più nulla!…

«È egli vero che si possa dimenticare, come asserisce il duca di Marana? Gli amori di vent'anni, sì certo; ma gli amori di trenta….. gli ultimi….. che! che! troppo profondo è lo schianto. Si cancella il solco; ma il vallo romano di Caledonia, ma il canale di Neco nell'istmo egiziano, si scorgono ancora dopo diecine e diecine di secoli. No, io non la dimenticherò; ma ella almeno non mi vedrà a patire, e il suo Percy non avrà a sorridere di compassione. O potrei io rimanere vicino a lei, spettatore dolente, e spregiato? O forse potrei vivere qui solo, a nutrirmi di memorie, a contemplare quel mazzolino di fiori secchi che ella un giorno mi ha dato, e che hanno aria di deridermi al capezzale?…..»

A quel povero mazzolino, già i lettori lo vedono, era minacciata la sorte del veleno. Laurenti si mosse per ispiccarlo dalla parete; ma appena lo ebbe afferrato, gli caddero le forze e lo sdegno, e così, coi fiori tra mani, si lasciò andare su d'una scranna, dove rimase a contemplarli malinconicamente.

«Fu un bel giorno, o divina, quello in cui mi avete donato questi fiori salvatici, dimezzando il mazzolino che vi aveva offerto la vecchia contadina. «Siete voi, mi diceste, che mi avete condotta lassù, dov'è incominciata davvero la mia guarigione ed è giusto che ne abbiate la parte vostra.» Sì, l'ho avuta la parte mia, e con buona misura eziandio! Poveri ramoscelli di timo e di sermollino, voi soli direte come io l'ho amata, e come sarei stato felice se il vecchio suocero di Maddalena si fosse apposto al vero, quando ebbe a credere che Luisa fosse mia…… mia…..»

Il ricordo di quell'errore del contadino condusse l'addolorato giovane nella regione dei sogni. Vivere con quella donna, anco a patto di dover comandare agli impeti della passione, sarebbe stato il colmo della umana felicità. Ed egli, forte dell'amore di quella donna, la rapiva agli sguardi, alle adorazioni profane del volgo. Quelle regioni lontane dov'egli andava per disperazione, gli profferivano un asilo pe' suoi amori felici, E già si vedeva colà, a mutare i passi lenti con lei in una di quelle grandi foreste, dove un largo padiglione di musacee e di liane intrecciate non lasciava penetrare la sferza del sole. Le ancelle, vestite dei variopinti tessuti di Madras e Mazulipatnam, uscivano dallochattiramcon larghi ventagli di acacia per venirle a rinfrescar l'aria sul viso, mentr'ella se ne stava adagiata nel suo letto pensile, saldato ai noderosi rami di due alberi di mangifere. Ed egli, seduto daccanto a lei, le stava leggendo un dramma di Calidasa o un canto del Ramayana, nella lingua sacra dei Bramini, che essi avevano imparata per loro diletto e ad inganno del tempo. Per vivere in quella guisa, che non avrebbe fatto egli? Come Visvamitra, il gran re penitente, di cui narra Valmiki nel suo immane poema, egli si sarebbe rassegnato a mille e mille anni di ascetismo, pur nella speranza di essere innalzato dalla virtù della sua contemplazione al triplice regno di Indra, al firmamento azzurro de' suoi desiderii.

Un dolore immenso, profondo, senza speranza di tregua, ha pure di simiglianti allucinazioni, come la sete prolungata ha i suoi miraggi nelle arene del deserto. Spaventose allucinazioni, quando svaniscono; dolorosi miraggi, quando il pellegrino trafelato giunge al luogo dove la fata morgana gli aveva fatto scorgere il pozzo di Nachor.

Fu un triste svegliarsi, quello di Guido! Ripose nel suo luogo il mazzolino, mentre le lacrime gli innondavano le guancie, e recatosi allo scrittoio, cominciò una lettera per quella donna da cui voleva accomiatarsi senza pure vederla.

«Luisa,

«Vi ho amato; ho sognato. Vi amo ancora, ma il mio sogno s'è dileguato ed ho scorto la dolorosa verità. Povero stolto, che volevo risanar gli altri, e sono caduto infermo io medesimo! Ma io porterò la pena dell'errore; amate, siate felice, io mi allontanerò dagli occhi vostri per sempre.

Non vengo a prender commiato da voi; chè non potrei vedervi contenta e sorridente a fianco del Percy, dell'uomo che riamate, e per contro mi riuscirebbe troppo gran peso il mesto addio, consigliato al vostro cuore da una sterile pietà….»

Qui Laurenti si fermò per rileggere lo scritto; ma com'ebbe scorso il foglio, gittò la penna con atto di sdegno, e fece la carta in pezzi.

—Che Percy! Debbo io scrivere quel nome? E debbo mandare una lettera che la faccia ridere di compassione? Scriviamone un'altra, e il cuore si tenga in disparte.—

«Signora,

«Il bisogno di provvedere alle cose mie per un viaggio così lontano come ebbi l'onore di annunziarle, non mi consente di venire a rassegnarle gli atti del mio profondo ossequio, siccome sarebbe debito insieme e desiderio per me. Poi, debbo dirle ogni cosa? Si prova rammarico a dipartirsi dagli amici, a il commiato è sempre un doloroso momento per tutti. Non si è buoni medici, senza affezionarsi un pochino ai clienti; non si è veduta una gentile inferma tutti i giorni, senza pigliare quella tal simpatia che deriva dalla intrinsichezza. Ecco perchè….»

—Perchè… perchè coteste sono fanciullaggini, e coll'aria di voler nascondere il vero, farò ridere due volte, in cambio di una. Un nobile dolore ha egli da aver vergogna a mostrarsi? Percy vedrà la lettera! La veda pure. Io starò disgraziatamente ancora parecchi giorni a Genova. Venga egli a sorridermi sul viso, e vedrà, in fede mia, che bel giuoco! Suvvia, un'altra lettera, e sia l'ultima.

«Signora,

Perdonatemi! Io partirò senza venire a dirvi addio. In verità, non mi sento di rimetter piede in quella palazzina gialla dove ero entrato come un amico, e dove sono rimasto come un innamorato. Perchè non ardirei confessarvelo? Vi ho amato, sì, vi ho amato, e voi forse ve ne sarete avveduta. Voi non amate me, e di cotesto mi sono accorto ben io. Donna gentile, perchè verrei io a piangere a' vostri piedi, cagione di rammarico per la vostra anima pietosa? Noi non possiamo comandare al nostro cuore; nè voi voltarlo ad un affetto che non era spontaneamente venuto, nè io a soffocarvi il mio, nato vigoroso, ribelle ad ogni argomento della ragione.

Perdonatemi dunque, o signora, e siate felice. Un giorno, pensando allo scomparso amico, non ricorderete ch'egli…. che il suo affetto vi abbia mai cagionato un dolore….

—Legga pure il Percy questa frase, e sorrida, se gli dà l'animo! gridò il giovine; quindi seguitò a scrivere:

«La è questa, l'unica consolazione che porterà seco, in terrelontane, il vostro

Alla dimane, quando la lettera fu al suo ricapito, Guido ebbe dolore d'averla scritta. Ora gli pareva di soverchio patetica, ora troppo compassata; ad ogni modo poi gli pareva che in cambio di scriverla, avrebbe saviamente e cortesemente operato ad andare in persona a licenziarsi dalla donna gentile.

Tutti ragionamenti dettati dall'agonia del non doverla vedere più mai, quella bellissima che lo aveva ridotto a quel punto. Ma la era fatta, e non c'era rimedio.

La giornata passò non affatto male, tra per l'operosità concitata degli apprestamenti di viaggio e per le corse che ebbe a fare fuori di casa.

C'è sempre un mondo di nonnulla a cui provvedere, innanzi di cangiar paese. C'è, verbigrazia, da pensare alle cose che si porteranno seco, e a quelle che si lasciano: c'è da ordinare le sue carte, bruciare le inutili e quelle segnatamente che risguardano altrui. E qui, fermate, commozioni ad ogni tratto! In que' foglietti che vengono tra le mani, foglie disperse della Sibilla, v'hanno pensieri fuggevoli che fanno ricordare con amarissima voluttà il giorno in cui furono scritti; v'hanno lettere che bisogna rileggere, fragranze del passato che si aspirano più e più volte, quasi per provare da capo sensazioni lontane; v'hanno di certi fogli, di certi ricordi che non si ardisce distruggere così sui due piedi, epperò si ripongono sull'orlo del tavolino, per modo che abbiano ad essere gli ultimi sacrificati, quasi che nel tempo che gli altri si mutano in cenere, dovesse sopraggiungere tal cosa che li avesse a scampare dal fato comune.

Fornita quella mesta bisogna, che si portò via tutto il mattino, Laurenti uscì di casa per andare dal suo banchiere a metter sesto alle cose sue, la qual cosa non riuscì punto difficile, dacchè tutto l'avere di Guido era posto a frutto nei banchi, o nelle cartelle del debito pubblico. Rimaneva la casa col giardino, dov'egli abitava; ma per questo negozio il giovine stava appunto accarezzando un disegno che vedrete di poi.

Venne quindi la volta dei servi da congedare e da consolare nel tempo istesso, poichè erano gente buona e molto affezionata a quell'ottimo padrone ch'egli era. Guido li accomiatò da gran signore, lasciando a tutti larga memoria di sè.

In queste ed altre faccende giunse la sera. Tornandosene a casa, trovò il giardiniere della signora Argellani, che lo aspettava sull'uscio.

—Buon giorno, ed anzi buona sera a Vossignoria!—disse il Giacomo levandosi il cappello.

—Oh, Giacomo,—rispose Laurenti, facendo uno sforzo grandissimo per sorridergli—che buon vento vi mena quassù?

—Buono? Chi sa? Vossignoria ne fa di belle, in fede mia!

—Io? che cosa?

—O che, le pare? andarsene così, senza dire: addio bestia!…..

—Giacomo, gli è necessario.

—Necessario un….. presso che nol dissi! la mi perdoni, veh! Sono un uomo troppo vecchio per potermi cangiare. Chi l'ha nell'ossa lo porta alla fossa. Che Vossignoria se ne vada, s'intende; ma non dire neppur crepa al povero Giacomo….

—Ma sono ancora qui;—rispose Laurenti—voi mi vedete, ed io posso stringervi la mano….

—Sì, ma non già per grazia di Vossignoria, sibbene perchè la signora me lo ha detto. Ma che? e' sembra proprio che si siano dati la posta! anche la signora se ne va….

—Davvero, Giacomo? e dove?

—A Firenze; così ha detto stamane, e lascio pensare a Vossignoria che pianti in casa!

—Ma non voleva andare in Isvizzera?….

—Oh, io non so nulla di cotesto. Ha detto Firenze…. per ragioni di famiglia…. Pare che la ci abbia un'eredità da raccogliere…. delle liti, e che so io! Poi, ha detto che vuol cambiar aria per compiere la sua guarigione…..

—Ella fa molto bene;—soggiunse Laurenti.—Io stesso le avevo consigliato di andare a passare qualche mese fuori di Genova.

—Qualche mese! Altro ci è; vuole andarsene del tutto.

—Ma come? perchè!

—Che vuole che ne sappia io? Ci ha da esser qualcosa nell'aria, che diventano tutti matti; la signora…. Lei, con sua licenza….

—Oh dite pure, io non me ne reco; matti dunque?….

—Sicuro, ed io, scusi se ardisco mettermi nella brigata, io sono il terzo matto.

—O come?

Così dicendo, Laurenti stette a guardare attentamente il giardiniere, che si faceva grave, sostenuto, come chi si appresta a fare un discorso di molto rilievo.

—Signor Laurenti, ho a dirle una cosa; ma non rida per carità.

—No certo; non è mio costume neppure.

—Bene! Come Vossignoria sa, il povero Giacomo è solo…..

—Lo so.

—Non ha parenti; i suoi vecchi sono tutti iti; non ha moglie, grazie al cielo, nè figli per conseguenza; non ha altra affezione che per la sua signora, e la sua signora se ne va…..

—Orbene?

—Mi lasci dire! Avevo cominciato a voler bene a qualcheduno….. da povero villano, s'intende; ma insomma, anche l'amore della povera gente vale qualcosa…. e questo qualcheduno se ne va anco lui! Che cosa resta il povero Giacomo? Un vecchio ceppo di castagno, buono da grattargli il fradicio per far la terra alle camelie, e da buttare il rimanente sul fuoco!… Mi stia a sentire! Il Giacomo ha pensato una cosa, con licenza di Vossignoria…..

—Dite, dite!

—Vossignoria se ne va laggiù alle Indie, a fare il naturalista. Il Giacomo, non fo per dire, è un giardiniere che sa il fatto suo, e qualcosa ha pure imparato, in cinquant'anni di vita; è robusto; gli piace la fatica; ama vedere un po' di paese anco lui…

—Ho capito, Giacomo, ho capito…..

—No, non basta! Il Giacomo può essere buono ancora a qualcosa, come aiutante, come servitore, come….. e perchè no? come padre. Senta, ho venticinque anni più di Vossignoria….. Chi la aiuterà come il Giacomo, quando correrà la campagna? Chi avrà cura di Lei, come il Giacomo, quando le verrà un po' di male? Sì, l'ho detto e lo sostengo, come un padre…. come un padre….

E le lagrime gocciolavano a quattro a quattro sulle guancie abbronzate del vecchio giardiniere.

—Giacomo! gridò Laurenti, abbracciandolo—voi siete il più brav'uomo che io mi conosca. Qua la mano, e contratto fermato! Ma la signora lo sa?

—Sì, gliel'ho detto.

—E che cosa vi ha risposto ella?

—Che faccio bene, e che se Vossignoria mi piglia con sè, sarà un gran piacere per lei, che in tal modo sarà più certa di avere notizie di Vossignoria.—

Stranezze del cuore umano! In fondo a quello di Laurenti cominciava come un barlume di speranza, un punto di luce, pari a quel lumicino dei racconti della nonna, fievole ancora, che non lasciava indovinare se fosse di castello lontano, o di tugurio, o di carbonaia boschereccia, ma che pure facea rinascere da morte a vita l'eroe disgraziato della favola.

—Orbene, Giacomo—disse Laurenti—preparate le cose vostre; noi partiremo posdimani a sera per alla volta di Corfù.

—È lontano Corfù?

—Sì, di là dall'Italia, e ci andremo sull'Amerigo Vespucci. A Corfù troveremo un'altra vaporiera che ci porterà in Alessandria d'Egitto.

—E avanti sempre!—gridò il giardiniere.—Ma se lo dicevo io, che sono il terzo matto! chi non le fa in gioventù le fa in vecchiaia, e nessuno ne scampa.—

Il giorno seguente, Guido vedeva giungere il Giacomo con tutte le sue carabattole in una piccola valigia che depose in anticamera.

—Già fatto?

—Sì; io non ho come Vossignoria da provvedere a tante cose, Sono come la chiocciola che ci ha addosso ogni suo avere.

—Vi siete già congedato dalla vostra padrona?

—No, ci torno stassera, poichè ella non partirà fino a domattina.

—Così presto?

—Sì; la dice che egli è un negozio di molta urgenza, quello che la fa andare a Firenze.

—E la sua casa, chi ne avrà cura?

—Oh per questo la ci ha il suo notaio, un fior di galantuomo…..

—Chi è costui?

—Il signor Marinasco; non lo conosce Vossignoria?

—Sì, un'ottima persona davvero! E poichè mi fate ricordare che debbo andare da un notaro per certe faccende, mi recherò appunto da lui.—

Un'ora dopo, Laurenti entrava nello studio del notaro Marinasco, a fare un atto di donazione della sua casa.

Il notaro fu un tal poco maravigliato quando udì il nome del donatario.

—Questo ragazzo è nato vestito,—mormorò egli tra i denti.—E' non avrà neanco a piatire coi vicini di sotto, per ragion di confini.—

Io spero che l'avveduto lettore avrà capito la cagione di questa maraviglia del notaro, e perchè borbottasse di confini, e di ragazzi che nascevano vestiti.

Fu triste, assai triste, l'ultima notte che Laurenti passò nella solitaria dimora. La sua anima sconsolata, posta nel giorno a continua tortura dalla fretta degli apprestamenti e da tutte le altre cure della partenza, era caduta in una specie di rilassatezza, nella quale c'entrava anco per molto la prolungata insonnia di quei giorni, così tristamente fecondi d'ogni maniera di dolori.

Scese a passeggiare in giardino. La notte, stellata, azzurra, trasparente, sembrava irridere colla sua imperturbabile calma alle procelle del cuore di quel giovine che stava ritto presso il muraglione, vero simulacro della pochezza umana al cospetto dell'infinito. Guidato dall'invisibile auriga, il Carro seguiva l'eterno viaggio; Cassiopea, i Gemelli, la cintura d'Orione, splendevano colle loro forme più ricise in mezzo a quelle miriadi sterminate di corpi celesti nelle profondità dello spazio. Il firmamento era muto, tranquillo, come l'immensità di cui esso appare unica forma visibile ai mortali; ed egli, povero microcosmo, agitato, sconvolto da violenti uragani, non contava nulla in quel gran mare dell'essere.

«Addio, mia povera casa! addio, lembo di cielo che sorridi a questa conca di terra popolosa, dove ho vissuto così tranquillo tanti anni come in mezzo al deserto. Ah, fossi rimasto mai sempre intento a guardarvi, o stelle del mio cielo, a indagare i vostri segreti, o fiori del mio giardino!

«Nulla! nulla! nemmeno un saluto! Ella parte dimani…. questa mattina, anzi; chè oramai sono le tre dopo la mezzanotte. Ma che cuore ha costei, che non sente neppure il bisogno di dire all'amico, all'uomo che l'ama e che ella non vedrà mai più: perdonate, io non posso amarvi, ma sono triste del vostro dolore?

«Forse ha ragione; forse nel suo cuore di donna ella ha sentito essere manco acerbo fuggire, che darmi un ultimo addio, nel quale io non avrei scorto che un atto cortese di pietà, di quella pietà che io ricuso!»

Questi erano i pensieri di Laurenti. Dopo aver corso da capo a fondo il viale, dopo essersi fermato più volte a contemplare la palazzina Argellani che appariva opaca nel fondo, e cercato di ricreare una forma bianca sotto l'albero di pino, il cui ombrello si dipingeva foscamente riciso nel primo strato azzurro che lasciassero discoperto le digradanti colline, l'assiduo evocatore di amare ricordanze andò a fermarsi presso il noto sedile di pietra, accanto ai rami dell'olmo.

Ella non era per fermo venuta a salutare quel punto estremo della sua villa, innanzi di partire! Che cosa doveva importarle degli amplessi tenaci dell'edera, di quell'idillio di piante nel quale egli, ebbro d'amore, aveva raffigurato un idillio di cuori, il sogno della sua vita?

Diede un lungo sguardo di malinconia a quelle nozze verdeggianti, un lungo sospiro a quelle ricordanze amarissime; spiccò una fogliolina d'edera, in forma di cuore, poi un'altra, e le ripose ambedue tra le faccie del suo taccuino; quindi si lasciò andare sul sedile, spossato di membra e di anima, senza volontà, senza pensieri.

La natura, così a lungo dimenticata, voleva la parte sua. Guido cadde in un sonno profondo, tosto visitato da un sogno che io chiamerò sogno di prigioniero, imperocchè l'uomo privo di libertà, impedito da catene, sogna sempre l'aria aperta, i viaggi, l'uso infine di tutti quei diritti che gli sono menomati dal chiavistello e dalle sbarre del carcere; e Guido, abbandonato dalla donna gentile, sognò che essa gli era daccanto, e che ambedue adagiati in una nuvoletta rosea veleggiavano verso l'orizzonte lontano, in mezzo a soavi splendori di cielo, le mani nelle mani, gli occhi amorosamente fisi negli occhi, e mormorandosi a vicenda: ti amo!

Quando si svegliò, il sole era già alto e scottava la lavagna su cui egli s'era sdraiato. Intorno a lui stavano rispettosamente aspettando, e vigilandolo che non cadesse a terra, i servi e il buon giardiniere.

—Ma che diamine è saltato in capo a Vossignoria di dormire qui all'aria aperta, per buscarsi qualche malanno? O non sa che la rugiada è tanto veleno che si filtra tra carne e pelle a chi sta smemorato a pararla?

—Sì, sì, ma che volete? Ero stanco e mi sono addormentato qui, senza pure avvedermene. Che ora è?

—Sono le dieci suonate da un pezzo.

—Ah, gli è troppo tardi, ed ho ancora molte cose da fare!—

Gli era venuto in mente di chiedere al Giacomo se la signora Argellani fosse partita, e se gli avesse lasciato qualche cosa da dire a lui; ma si ritenne, parendogli poco conforme alla dignità del momento. Si vergognava anzi d'essersi lasciato cogliere in quel luogo, dando argomento a sospetti, e mostrando la sua debolezza alla gente.

Questo pensiero lo raffermò nel proposito di non chiedere nulla al Giacomo e di mettersi in mare senza parlargli di lei. Ella era partita senza mandargli un saluto; buon viaggio! Ella non si curava punto punto di lui; così doveva finire! Insomma, e' flagellò il suo cuore, lo stritolò, se mi è consentita la frase, sotto il martello della logica, e pari al fanciullo spartano a cui la volpe nascosta sotto la tonaca addentava le carni, compose il suo viso a noncurante alterezza.

Dopo essersi convenevolmente rassettato, uscì di casa per andare a salutare due o tre amici, i soli che s'avesse, e il lettore che rammenta il cominciamento di questa storia ricorderà, chi fosse uno tra essi.

—Dunque, te ne vai?

—Sì, parto stassera.

—Guido, gli è un acerbo dolore quello che ti spinge così lontano da noi…..

—Che!….. Parto perchè ho desiderio di vedere un po' di mondo.Dolori, io? E per che cosa? Per chi?—

E tirò giù per cinque o sei minuti su questo metro; ma poi, tanto era l'affetto suo per l'amico, finì a confessare ogni cosa.

Quell'amico e gli altri più intrinseci che vide, gli tennero compagnia a pranzo. Ei non era più il Guido Laurenti de' tempi andati, severo ma tranquillo, pensieroso ma cortese negli atti e nelle parole. Tranquillo era in apparenza, ma il viso sparuto accennava i patimenti dell'anima; per consolare gli amici che erano tristi della sua partenza, rideva a sbalzi e celiava fuor del costume; ma la celia e il riso gli erano spesso interrotti da subitanei stringimenti di cuore, e allora gli si scombuiava il volto e pareva che tutte le facoltà vitali si raccogliessero di dentro, a soffocare, se pur veniva fatto, una cura, un'angoscia che voleva sopraffarlo.

Anche ildulcis amor patriaeparlava in que' momenti supremi più forte nel cuor di Laurenti che non avesse mai fatto da prima. Ad ogni piè sospinto gli accadeva di fermarsi per raccogliere i suoi pensieri; ogni piazzetta, ogni crocicchio, dimandava un lungo sguardo di affetto; perfino certe faccie di viandanti, che gli erano un po' più dimestiche, gli facevano rallentare i passi. Persone e cose alle quali per lo innanzi non usava badare più che tanto; persone e cose che lo commovevano allora, come quelle che gli davano imagine della sua terra, della sua terra da cui si allontanava per sempre.

Finalmente giunse la sera. Gli amici, dopo un'ultima libazione, per render propizio Nettuno, e dopo lunghi e ripetuti abbracciamenti, si separarono da Guido sulla calata del porto. Egli scese col Giacomo in un canotto, che si allontanò subito dalla riva a furia di remi, poichè l'ora era tarda, e la caldaia dell'Amerigo Vespucciaccennava coi suoi nuvoli di fumo di non aver tempo da perdere.

Intenderà l'agonia di Guido Laurenti colui il quale s'è violentemente strappato dalla sua terra, col duro proposito di non tornare mai più.

Triste cosa, acerbo strazio dell'anima sferrare dal lido e dover dire: ecco, è l'ultima volta che io vedo tutto ciò! La rondine lascia per terre lontane il nido saldato con tanta assiduità di cure al trave della casa ospitale; ma come l'anno è trascorso, la rondine torna a pispissare, con l'ali aperte e ferme, dintorno al nido abbandonato. L'uomo che lascia la patria, a lui cara per le consuetudini della vita, cara per la ricordanza dei dolori, l'uomo che rompe di tal guisa la trama sottile de' suoi affetti, soffre, io mi penso, come la pianta che, divelta dal suolo, lascia nel profondo le sue più dilicate radici. Il cuore sanguina, e il patimento non si disacerba col piangere; regna anzi sul volto una calma severa, ma dentro ribolliscono, lava ardente, le collere tutte, i rancori, i furori dell'anima.

La notte era alta, e la vaporiera s'innoltrava brontolando nella fosca distesa del mare. I passeggieri, gente assai tenera della propria salute, erano scesi nel salotto per non buscarsi infreddature. Guido solo rimaneva sul cassero di poppa, seduto, colla testa sprofondata nel cavo degli omeri, che si appuntellavano forte al capo di banda del piroscafo, e cogli occhi aggrondati, che guardavano verso terra.

Genova, quantunque vicina, non si vedeva già più. I contorni della montagna erano spariti, confusi nel buio dell'atmosfera, e in cambio di quel mirabile anfiteatro di palazzi e di case variopinte che è così bello a vedere di giorno, si scorgeva un fantastico anfiteatro di bagliori, disposti a capricciosi scaglioni in un fondo d'azzurro cupo. Parevano stelle, fuochi fatui, sospesi a centinaia sulla superficie del mare.

Qualcheduno dei passeggieri radunati nella sala di prima classe, si dilettava a suonare il cembalo, e le gaie battute di un valzer giungevano fino agli orecchi di Guido. Ma quali pensieri danzavano nella sua mente, al suono di quella musica? Tristi pensieri; danza turbinosa.

Dov'era in quel momento Luisa? Egli non ne aveva più chiesto al Giacomo: ma certo ella era sulla via di Firenze. Non voleva pensare a lei, e ne discacciava sdegnosamente l'immagine; ma quella immagine, figlia del suo spirito infermo, gli tornava a balenare negli occhi, ed egli invano tentava di chiuderli, come il fanciullo allo spesseggiare dei lampi in una notte tempestosa, dappoichè la luce penetrava le palpebre e gli ripeteva quella sensazione molesta.

Fu una notte tormentosa, a gran pezza peggiore delle altre, come quella che gli recava i primi dolori della disperazione. Tutto era finito; gli ultimi stami erano recisi: nè più speranza, timidamente vagheggiata nel profondo del cuore, di mutate venture; nè più agio a pentimenti della sorte capricciosa; la sentenza era irrevocabile, chiuso il libro dei fati.

Giunse l'alba, e il povero condannato era tuttavia seduto al suo posto, cogli occhi sbarrati, ma senza veder punto quel miracolo di bellezza che è lo spuntar dell'aurora in alto mare.

Il cielo s'imbiancava man mano; poi di temperanze in temperanze, riusciva di un azzurro carico, simile a quelle dipinture cinesi, fatte di turchiniccio, a vaporosi contorni, una fusione insomma di cielo e di mare. Ma l'aurora dalle rosee dita, come l'hanno chiamata i classici, cominciava a spargere il suo color prediletto dal balzo d'oriente; i vapori si diradavano, le leggi della prospettiva incominciavano a trionfare. Le nuvole, allungate in cirri fantastici, risaltavano tinte di rosso sulla linea dell'orizzonte, donde emergevano, nereidi mattiniere, le isole e le coste del Tirreno.

L'Amerigo Vespucci, come la nave di Giasone, s'innoltrava baldanzoso in mezzo a quel risveglio di deità marine; ma Guido, ben diverso dagli argonauti, non vedeva nulla, nè splendori di cielo, nè luccicar d'onde guizzanti, nè variopinti sereni in lontananza. Tutto chiuso nella sua cupa tristezza, egli non badava a quella grandiosa veduta. Le maraviglie della natura, come quelle dell'arte, vogliono mente calma e serena; colui che ha l'anima oppressa, non dà retta alle esterne sensazioni, legge senza intendere, guarda senza vedere. Egli badò soltanto ad alcuni viaggiatori i quali uscivano dai camerini, per venire a godersi la prima frescura, e pensò che se gli altri uscivano, egli doveva andarsi a rinchiudere, poichè non voleva farsi scorgere, così rabbuffato e sciatto com'era.

Ma in quella che si alzava per scendere, vide comparire dall'orlo del cassero di poppa la testa del Giacomo, il quale saliva la scaletta per venire da lui.

—O come?—gridò il giardiniere, vedendo sulla persona di Laurenti e sul viso i segni della insonnia prolungata.—Non ha dormito, Vossignoria? Male, male! Se la va di questo passo quando saremo laggiù, non vuol durarla di molto.

—Tanto meglio, Giacomo, tanto meglio! La vita non franca davvero la spesa di essere vissuta. Ma vedete un po' che stupendo mattino!

Era il primo sguardo che Laurenti volgeva a quel risveglio della natura.

—Mattino! mattino! altro che mattino!.. borbottava tra i denti il giardiniere.

—Che paternostri dite voi ora?

—Oh, lo so io, quello che dico. Il viaggiare è assai bello, e contemplare il levar del sole piace anco ai cacciatori di pernici; ma sarebbe assai meglio dormire nelle ore del sonno. Se Domineddio ha fatto il giorno e la notte, gli è segno che ci aveva le sue gran ragioni.

—Che cosa volevate da me, Giacomo?

—Ah, ora che ci penso…… ma in verità non ardisco parlarne…… Si figuri Vossignoria che ho fatto la più grande bestialità del mondo, e bisogna che Ella me la perdoni.

—Che cosa?—gridò Laurenti turbato.

—Vede? Vossignoria si riscalda già il sangue.

—Ma che cosa, in nome di Dio, che cosa?—incalzò Guido spazientito, il quale indovinava che nell'errore del Giacomo si trattava della donna gentile.

—Vossignoria mi perdonerà? ripetè il Giacomo.

—Sì, sì, vi perdono. La fatalità mi perseguita, ed io non darò cagione a voi dei colpi ch'ella mi avventa. Suvvia, dite, che cosa avete fatto di male?…

—Ecco! avevo una lettera fin da ieri mattina, per consegnarla a Vossignoria; ma Ella è stata sempre fuori; alla sera poi tutti que' bravi signori, amici di Vossignoria, mi hanno fatto alzare il gomito un po' troppo. Lo sciampagna non è acqua…. ed io, oltre a quello che mi mettevano nel bicchiere, ho trincato anche quello che Vossignoria non voleva mai bere.

—Giacomo, non mi tenete in aria coi vostri racconti! Quella lettera…..

—L'ho giù nel camerino, e se Vossignoria la vuole.

—Se la voglio! Andate, correte a pigliarla!

L'accento di Guido era cosiffattamente imperativo, che il Giacomo non istette a baloccarsi più oltre, e scesa la scala a precipizio, disparve nel vano della boccaporta.

Laurenti avea la febbre addosso. Che cosa era scritto in quella lettera! Che fatalità pesava su lui, da farlo partire senza che il Giacomo si ricordasse di dargli quel foglio, nel quale certamente v'era la sua vita o la sua morte?

Così pensando, rimase inchiodato sul sedile, ansante, sgomentito, ad aspettare che il Giacomo tornasse. Questi venne finalmente venne con aria contrita, il manigoldo, tenendo la lettera tra le mani.

Guido gliela strappò dalle dita; ma come l'ebbe afferata, non gli diè l'anima di rompere tosto il suggello. Guardò il cielo con atto disperato, come per accusarlo, nella piena del suo dolore, di quel calice d'amarezza ch'egli era forse sul punto di bere; quindi, scuotendo il capo, aperse la lettera e lesse:

«Guido,

«Bisognerà dunque cadervi a' piedi e gridar mercè? Voi temete di porre a risico la vostra dignità, parlando; e quando parlate, siete già lontano, come se aveste paura dell'effetto delle vostre parole.

«Vi amo; vi ho sempre amato, fin da quel giorno che mi avete condotta al camposanto, o per dire più veramente, egli fu in quel giorno che mi accorsi di amarvi. Che? credete voi forse che alla margheritina io dimandassi soltanto se sarei risanata?

«V'hanno di tali cose che non si può, non si ardisce, non si dee dirle a voce. Ma pensateci un tratto voi stesso e poi giudicate. Poteva io operare diverso con voi? Potevate voi fraintendermi a quel modo? Io, povera donna abbandonata da tutti, dovevo andare incontro alle vostre mezze confessioni? La passione di un gentiluomo par vostro, so di meritarla; ma un giorno sarebbe pure venuto che voi avreste pensato a quello stato di cose nel quale vi eravate per la prima volta imbattuto in me, e Luisa non poteva correre il risico dei vostri pentimenti.

«Ecco perchè ho riconquistato il mondo, innanzi di dirvi una parola, o di udirne una simigliante da voi. Ho veduto molti a' miei piedi, e vi giuro che ad ottenere cotesto non mi bisognarono lusinghe. Direte che fu vanità, o non crederete piuttosto che la dignità mia voleva così?

«Intanto, vedete quello che ho fatto. Quel regno che mi tornava in balìa, io l'ho rispinto, non esso me. Io esco regina, regina per tutti, salvo per voi che avete voluto vedermi ginocchioni, udire la mia confessione, in quella che io avrei avuto il compenso di molti patimenti ad udire la vostra. Ora tutti sanno che sono partita da Genova, dove non tornerò. Ho annunziato che andavo a Firenze, dove non mi troveranno di certo. Che importa a me? Vo a vivere una vita nuova, e per viverla debbo dimenticare affatto la prima.»

Una vita nuova! Dove? La lettera non diceva altro, si fermava a quel punto.

Guido non intendeva nulla di quel mistero. La confessione di quella divina lo aveva commosso per modo che non sapeva più dove fosse, se in terra o in cielo; la chiusa poi lo teneva sospeso nell'abisso, tra il cielo e l'inferno.

Il vecchio Giacomo era sparito, mentre egli leggeva. Si alzò agitato per andarlo a cercare, ma non potè fare un passo verso la scala. Dall'altra banda del cassero e' vedeva comparire il giardiniere, che col suo cappello in mano aiutava una signora a salire lassù.

Quella signora era vestita di seta cenerognola, a larghe pieghe; portava uno sciallo rosso di Persia mollemente raccolto intorno alla vita, e sulla bruna capigliatura aveva posato un cappellino di velluto alla foggia garibaldina, colle sue tre penne rosse nella risvolta della fronte.

Il cuore di Guido Laurenti fu per rompersi a quella vista, e le sue labbra mormorarono un nome: Luisa!

La donna gentile che già era salita sull'ultimo gradino, volse gli occhi sfavillanti verso di lui, gli sorrise, e si pose un dito sulle labbra, accennandogli che si volesse chetare.

Giacomo rideva di sottecchi, il susornione!

Allora Guido ricadde sul sedile, sopraffatto dalla gioia improvvisa; e come poco innanzi aveva mormorato il nome di Luisa, così mormorò ancora quest'altre parole:—regina delle donne!

Il sole in quel punto usciva radiante sul mare, e un lungo sprazzo di luce inondava la tolda dell'Amerigo Vespucci, che parea navigare in un oceano di splendori. La costa e le isole vedute in distanza, circonfuse di azzurro e di ranciato, non avevano apparenza di terre conosciute, ma piuttosto di regioni fantastiche alle quali due anime innamorate andassero a chiedere l'oblio del volgo umano e l'ombre propizie al più verecondo, al più nobile affetto che mai infiammasse creature mortali.


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