CAPITOLO IX.Un dietroscena politico.

CAPITOLO IX.Un dietroscena politico.

Ruggeri ebbe un pentimento di aver insistito per la partenza immediata.

Il diretto Roma-Firenze-Milano lo lasciava a Piacenza, ove, dopo lunga attesa, un treno misto lo avrebbe condotto a Miralto alle tre dopo la mezzanotte.

I trasbordi notturni invernali, le continue interminabili fermate a tutti i punti neri della carta geografica ferroviaria, lo squallore delle stazioni secondarie deserte, l’aggirarsi silenzioso, come di ombre, de’ guardafreni muniti di lanterne, i bagliori intermittenti delle torcie a vento dalle fiamme rossiccie, la lentezza del treno, hanno qualche cosa di funereo; un supplizio orribile per chi è afflitto dalla febbre dell’impazienza di giungere alla meta.

L’orario prometteva l’arrivo per le tre; Ettore scese di carrozza alle quattro.

Qual vantaggio su Giuliano, che sarebbe giunto alle dieci del mattino?

Alle quattro di notte, a Miralto, in novembre, perfino i lucignoli delle lampade a petrolio dormono avvolti nel lenzuolo di nebbia, che tutti gli Edison del mondo non riuscirebbero a rendere trasparente. I due alberghi, ilLeone di San Marco, e laCroce di Malta, a quell’ora, certamente chiusi; non un facchino per portare la valigia, e la stazione immediatamente chiusa appena ripartito il treno; una lunga infilata di carrettoni funebri,simili a quelli dell’ospedale; fra il rosseggiare delle torcie a vento, un grandioso funerale di miserabili.

Ettore, trovatosi solo sul piazzale della stazione, si dolse di averne lasciata chiudere la porta. Meglio avrebbe fatto chiedendo ospitalità per qualche ora. Solo, in quella immensità di bujo e di nebbia non avrebbe mai potuto orizzontarsi per quanto pratico dei luoghi... Un gran piazzale fiancheggiato da due allee di alberi, due ripide scarpe a destra ed a sinistra senza parapetto, e più innanzi lo stradone provinciale, una specie di argine più alto di parecchi metri del fossato delle antiche mura, parallele alla strada, e dei prati svolgentisi sulla destra, poi ancora una svolta a mano manca per giungere alla porta di San Valerio, tagliata nello spessore degli enormi muraglioni medievali. Entrato in città, meno male! tastando le muraglie, colla scorta dei radi bagliori dei fanali, affogati nell’atmosfera fumosa, viscida e nera, avrebbe forse potuto raccapezzarsi. Ma come giungere fino alla porta, lontana più di un chilometro?

— Decisamente Giuliano aveva ragione. Meglio era partire col diretto... Ma, in provincia, i duelli, come nei romanzi, si fanno pur sempre all’alba; necessario quindi, per impedirlo, giungere prima del giorno.

«Il giorno? Quando verrà? Con questa maledetta nebbia sarà notte anche a mezzodì.

«E quel signor sottoprefetto che non si è neppur degnato di mandarmi ad incontrare? Scommetto, Giuliano si è dimenticato di telegrafargli!

Ettore calunniava il degno funzionario, troppo cortese per non aver dato ordine a due agenti di incontrare l’ex-deputato e di scortarlo in città.

Anche il proprietario dellaCroce di Maltaera stato prevenuto dell’arrivo di Ruggeri; ma, meno previdente,l’albergatore non si era curato di mandare alla stazione.

Ruggeri, nel più grande imbarazzo, si accingeva ad affrontare il bujo, tentando la traversata.

— Sarò guardingo per non precipitare nel fossato... Per altro, come imboccare lo stradone?

Mentre in pensiero si proponeva la soluzione del difficile problema, sentì rumore di passi e credette intravedere a pochi metri un barlume.

— Chi è là?

Una voce rispose interrogando:

— L’onorevole Ruggeri?

— Sì. E voi, chi siete?

— Mi manda il commendatore Cerasi.

— Perchè non eravate all’arrivo del treno?

— La nebbia è tanto densa, che io ed il mio compagno ci siamo smarriti. Non abbiamo avuto mai un nebbione tanto fitto. Mi sono orizzontato soltanto quando sentii il fischio della locomotiva. Ho lasciato il mio compagno sullo stradale; rispondendo al mio richiamo, ci indicherà la direzione che dobbiamo seguire.

I due interlocutori si distinguevano appena ai bagliori della lanterna.

— Avviamoci!

La guardia di pubblica sicurezza, perchè tale era la guida dell’ex onorevole, impossessatasi del leggiero sacco da viaggio di Ettore, gli consegnò la lanterna, che, pur non servendo a indicare la direzione da tenere, gettava luce sufficiente a rischiarare il terreno sul quale i due viandanti posavano il piede.

Ettore che approssimandosi a Miralto, col treno funereamente procedente fra l’oscurità e la nebbia trovata a Piacenza, era stato invaso dalle idee tristi, opprimenti,accolse con animo lieto la distrazione di quella notturna esplorazione.

Una scena da cospiratori, colla complicità della questura, pensava Ettore al luccichìo de’ bottoni di metallo del suo compagno, che tratto tratto emetteva un fischio acuto, cui rispondeva il fischio lontano del questurino posto di piantone sulla strada.

— Siamo nella buona direzione, disse la guardia. Eccoci agli alberi che fiancheggiano il piazzale. Ormai non abbiamo che da seguire l’indicazione di queste robinie, e fra due minuti saremo sulla strada provinciale. Gli alberi ci accompagnano fino al ponte della porta San Valerio. Di là altri cinque minuti e saremo all’albergo dellaCroce di Malta.

— All’albergo dellaCroce di Malta? riprese Ruggeri, meravigliato.

— Il signor sottoprefetto ha fatto prevenire l’albergatore del di lei arrivo.

— Sta bene! disse Ettore un po’ contrariato, chè in cuor suo avrebbe preferito l’altro albergo.

— Siete poi sicuro che l’albergatore sia stato avvertito?

— Sicurissimo! Ne fui incaricato io. Con una notte simile sarebbe stata imprudenza grave mandare l’omnibus od una carrozza qualunque. Chissà quante disgrazie stanotte ai poveri carrettieri.

Giunti sulla strada, il piantone si unì a loro senza scambio di parole, e tacitamente continuarono con circospezione il loro cammino.

***

LaCroce di Malta, il grande albergo miraltese, instituzione secolare, celebre stazione delle diligenze defunte e delle sedie di posta leggendarie de’ leggendariinglesi, aveva la virtù su Ruggeri di suscitare tutto un mondo di ricordi giovanili, cari e dolorosi.

Era là, nel 1860, ad un ballo patriottico di beneficenza, ch’egli aveva conosciuto la morta, la sua povera morta, ritrovata vent’anni dopo in tutto lo splendore della inalterata giovinezza, la notte di San Giovanni.

Ma Ettore avrebbe voluto evitare quella locanda per altra più grave ragione. Le finestre dell’albergo dellaCroce di Maltaprospettavano l’appartamento abitato da Stella e dalla madre di lei, ed Ettore si era proposto di non rivederla nel breve soggiorno a Miralto. Egli tentava strapparsi dal cuore la fatale, insensata passione, da insuperabili ostacoli inceppata. Egli invocava eroicamente l’oblio della giovinetta, pur provando le più feroci torture della gelosia nella volontaria lontananza da Miralto. In lui due esseri, due volontà, due desiderî ardenti ed opposti. La ragione e la passione; ma, troppo spesso questa aveva il sopravvento sull’altra; l’innamorato cedeva, si arrendeva.

Ritornato a Miralto per poche ore, nell’intenzione di lasciare ignorare a Stella la propria venuta, ora, al pensiero di dover abitare ad essa tanto vicino, era combattuto da mille opposti pensieri...

— Decisamente, ebbi torto di partire... Avrei fatto meglio a lasciare che Giuliano si sbrogliasse come avrebbe potuto.

Ipocritamente, Ruggeri tentava mentire a sè stesso, alla propria coscienza. Si sarebbe tanto facilmente arreso al desiderio dell’amico, se Stella non fosse stata a Miralto? Non voleva incontrarla; ma, rivederla sperava... Fosse solo per un istante, da lontano... senza essere avvertito.

— Potrò forse scorgerla, non visto, dietro le cortine delle finestre dell’albergo... Avrò poi la forza di non rivelarmi?

Frattanto, colle sue guide, Ettore era giunto alla locanda ove, atteso, trovò meglio di una buona camera, un’eccellente cena, servita da un cameriere assonnato, ma premuroso per l’ospite illustre.

A Miralto Ruggeri era una illustrazione davvero. Le campagne, i viaggi, le sue idee democratiche, la deputazione, sì nobilmente abbandonata a protesta della politica austro-germanica dei governi di Sinistra, le lunghe assenze dal paese nativo, avevano pure contribuito a fare di lui, nell’imaginazione de’ popolani suoi concittadini, una specie di mito eroico, a rovescio delle leggi d’ottica, ingrandito a distanza.

Il commendatore Cerasi gli aveva scritto un bigliettino onde prevenirlo che sarebbe stato a sua disposizione, dal mattino alle sette in poi, alla sottoprefettura. Era tardi, se il duello fosse già stato deciso. Interrogò quindi il cameriere per conoscere le voci correnti in paese.

— Ah, onorevole, uno scandalo mai più veduto! Non si parla d’altro a Miralto. L’autore dell’articolo, appena sconfessato dal signor Bertasi, il nostro ex deputato, è scomparso, ed il signor Guglielmi, segretario del sottoprefetto, ha presentato le dimissioni, perchè, dicono, avrebbe saputo che l’avversario sparito è un agente della polizia, pagato direttamente dallo stesso commendatore Cerasi. Non so quanto vi sia di vero; ma lo dicono tutti.

— Sembra incredibile. Da chi l’avete voi saputo?

— Noi camerieri sappiamo molte cose che nessuno ci dice. A questa stessa tavola pranzavano oggi diversi professori, col sindaco ed il dottore Bartoldi. Non hanno discorso d’altro tutto il pranzo.

«Il sindaco era il più arrabbiato, perchè, continuamente attaccato dalVentriloquo, ha scoperto che l’autoredegli articoli stampati contro di lui era appunto quel galantuomo agli stipendî del sottoprefetto.

«Bene spesi i danari del Governo!

«IlVentriloquo, uscito oggi per annunziare la sospensione delle pubblicazioni, dice che la maggior parte dei sequestri toccati si devono al traditore, ch’era il più arrabbiato dei redattori.

— In tal caso non vi sarà duello, osservò Ruggeri.

— Con chi? se l’avversario è partito. Si dice che il sottoprefetto sarà obbligato di andarsene. L’indignazione contro di lui è universale.

— E come si chiamava la spia?

— Della Giovine; ma si suppone non sia il suo vero nome.

La lettera del commendatore a Giuliano, il consiglio di presentare come documento alla giunta delle elezioni il giornale diffamatore, erano spiegati. Il cameriere porse ad Ettore ilVentriloquo. L’ultimo numero del valoroso giornaletto era tutto una protesta indignata della redazione. Il miserabile che l’aveva tradita, minacciato, prima di partire aveva commesso un nuovo tradimento, consegnando documenti irrefragabili, provanti la complicità del commendatore.

— Miseri governi quelli che ricorrono ad arti sì infami, pensò Ettore. Non io mi recherò domattina dal lungo Tartufo.

«E l’ingenuo Giuliano mischiato a tanto fango! Trista elezione!

Dopo poco, Ettore saliva alla camera assegnatagli. Appena solo, ad onta del freddo intenso, aperse le imposte tentando fendere la nebbia collo sguardo. Nulla potè discernere della casa di Stella; le ondate di vapore acqueo entravano dalle finestre abbuiando la camera, intridendo ogni cosa. Chiuse le imposte nell’attesa del mattino.

— La nebbia si diraderà, e forse mi sarà dato vederla... Poverina, anch’essa insultata da quel furfante!

«Sono le cinque; fra due ore il giorno; chissà non ci si possa vedere attraverso la nebbia maledetta!

«Bel clima! E viaggio allegro, il mio.

Si coricò senza speranza di dormire, ad onta della stanchezza.

Il pensiero della vicinanza della fanciulla adorata gli impediva il sonno. Gli sembrava impossibile che una voce arcana non l’avesse avvertita del suo arrivo...

— Il cuore deve averle detto ch’io son qui... a pochi passi da lei.

E tendeva ansioso l’orecchio nella illusione di una voce che lo chiamasse.

Balzò ripetutamente onde affacciarsi. Il silenzio e l’oscurità erano profondi.

La corda sensibile del cuore di Stella non aveva vibrato, i presentimenti erano rimasti muti, la giovinetta dormiva inconsapevole dell’arrivo dell’amico.

Forse la facoltà di sperare si era attutita nelle lunghe attese sempre disingannate; le illusioni, farfalle dorate che allietano i sogni della giovinezza, non svolazzavano più intorno all’origliere della fanciulla, più spesso bagnato di lacrime, che confidente di ridenti speranze.

Ettore, febbricitante, a poco a poco cadde in preda a sopore quasi simile al sonno. Sognava ad occhi aperti; gli oggetti che lo circondavano, rischiarati dalla luce fioca della candela, sonnolenta anch’essa, assumevano aspetto e forme di esseri fantastici. Le cortine, le tende, i mobili gli sembrava si agitassero muti agli sprazzi intermittenti di luce. Le ombre si allungavano e si ritraevano a seconda delle agitazioni della fiamma rossiccia.

L’imaginazione di Ettore, non guidata dalla ragione,evocava bizzarra società di personaggi, viventi e defunti, come gli abitatori delle tombe, silenziosi.

Stella e la Morta, nella loro assoluta identità, stavano incurvate sul suo capezzale simmetricamente atteggiate, pallide nei candidi abbigliamenti, come due ombre raffigurate nel marmo bianco dallo scalpello dello scultore, piangenti su di un sepolcro.

Egli sentiva il loro alito carezzargli il viso; gelido quello della morta, caldi, voluttuosi i sospiri della rinata.

Tutto un mondo all’intorno di esseri umani, atteggiati e tratteggiati come i dannati nelle tenebrose scene infernali di Gustavo Dorè.

Tutti gli episodî dell’avventurosa esistenza di Ettore eran ricordati da quei fantasmi. Fantasmi di persone care o indifferenti, di conoscenti e di ignoti, tutti, a guisa di automi, silenziosamente gesticolanti.

Poi, come nei quadri dissolventi di una lanterna magica, confondentisi insieme... poi un incendio... poi nulla. Passato l’accesso di febbre, il sonno profondo senza sogni.

Al mattino, quando Ettore fu svegliato dell’insistente bussare di un importuno all’uscio della sua camera, non sapeva rendersi conto della realtà, che nella sua mente si confondeva alle visioni notturne; gli parvero sogno la partenza da Roma, gli episodi del viaggio, la propria presenza a Miralto, le rivelazioni del cameriere, come sogno erano stati i fantasmi della febbre.

La camera d’albergo, vasta e nuda, era inondata di luce; i raggi di un sole splendido vibravano giulivi tutto intorno, allietando ogni cosa.

Un soffio di tramontana aveva spazzata la nebbia.

San Martino aveva vinto la battaglia contro il precoce inverno usurpatore, e l’estatella, sacra al santo guerriero, brillava di splendori primaverili... ultimi bagliori dell’anno morente.

— Onorevole Ruggeri, gridava il cameriere dietro l’uscio socchiuso, il commendatore Cerasi chiede di lei. Gli abbiamo risposto che ella dormiva... Volle assolutamente ch’io venissi a svegliarla.

— Hai fatto bene! Di’ al commendatore che pazienti qualche minuto. Il tempo di vestirmi.

Si allacciò al balcone; le imposte dell’appartamento di Stella erano tuttavia ermeticamente chiuse.

— Si dorme ancora in quella casa, pensò con un sentimento di dispetto...

L’orologio segnava le otto. Ho dunque dormito appena tre ore! Avrei creduto fosse mezzogiorno, tanto mi parve lunga la notte. Giornata magnifica! E Stella che non è ancor risvegliata! Il commendatore ne sentirà di belle da me!

Frattanto si affrettava ad abbigliarsi, spiando la casa vicina, nella speranza sempre di veder apparire la cara visione; ma le finestre rimanevano ostinatamente chiuse.

Ettore, deluso, scese alla così detta sala di lettura, senza libri e senza giornali, ove l’attendeva il sottoprefetto; in tutta la sua babelica altezza, stava appoggiato al caminetto, nel quale avvampava un incendio, riguardo speciale del camerierefrondeurper la prima autorità governativa di Miralto, odiata sì, ma servita con speciali riguardi.

Il commendatore fece un passo verso Ettore, stendendogli la mano. Questi finse non avvedersene ed offrì cerimoniosamente una sedia al funzionario, ed avvicinatosi egli pure al caminetto si pose a sedere.

Un istante di silenzio, finchè il commendatore, saltando i complimenti d’uso, avvedendosi sarebbero stati male accetti, si decise a parlar primo.

— Troverà un po’ troppo mattutina la mia visita;mi premeva informarla al più presto de’ nuovi incidenti sopravvenuti nella deplorevole vertenza che ha motivato il di lei viaggio. In paese le dicerie sono molte; corrono esagerazioni d’ogni sorta, perfino calunnie. Ma ho diritto e dovere di sbugiardarle, non solo a difesa mia; anche del prestigio della carica ch’io onoratamente copro da tanti anni.

L’esordio troppo lungo prometteva una dissertazione proporzionata. Ettore, che a stento conteneva l’impazienza, interruppe:

— Inutile, signor commendatore. Il mio viaggio non aveva altre ragioni che il desiderio mio di impedire un duello. Ormai di duelli non è più il caso, perchè mancano i duellanti. La missione è finita. Fra due ore arriverà il conte Sicuri; a lui, più direttamente offeso dai libellisti di polizia, ella potrà dure le spiegazioni che vorrà.

Il tono secco, reciso, sprezzante di quella replica turbò il fine burocratico, che perdette per un minuto le staffe. Si riebbe subito, e riprese:

— Si sbaglia, onorevole. Il conte Sicuri non è partito. Fui io a telegrafargli che, ormai, la di lui presenza a Miralto era più che inutile, perchè si sarebbe prestata a nuovi commenti, a nuovi pettegolezzi.

«Sventato il duello, il di lui intervento avrebbe dato maggiore attendibilità alle calunnie.

— Calunnie pagate coi fondi segreti di palazzo Braschi! replicò interrompendo vivacemente Ettore, alzatosi in atto di congedarsi.

— Signor Ruggeri, sclamò grave l’imponente funzionario... Ella, male informata, vien meno alla consueta cortesia. Non sono venuto per confessarmi e neppure per giustificare la mia condotta, bensì per informarla dell’accaduto, nell’interesse di un amicocomune. Batta, ma ascolti, riprese sorridendo, onde tentare di dar indirizzo più cordiale alla conversazione.

Ettore si sentì vinto dalla calma del suo interlocutore. Sorrise a sua volta, e rimettendosi a sedere, soggiunse:

— Parli! Ascolterò senza battere.

— Così mi piace. Entro quindi in argomento senza preamboli. Ella ha letto l’ultimo numero delVentriloquo: informato da una sola delle parti, è male informato, quindi deve essere prevenuto contro l’altra, che sono io. Ahimè! La guerra non si fa senza armi omicide; così la politica non si può fare senza servirci di istrumenti dai quali i gentiluomini rifuggono, senza ricorrere a mezzi poco confessabili.

«Gli avversarî non hanno nulla di sacro; come mai il Governo, a sua volta, potrebbe opporre armi cortesi agli agguati di ogni sorta e di ogni momento?

«Le spie, i confidenti, suprema necessità nella monarchia come nella più liberale delle repubbliche, non abbiamo bisogno di cercarli. Si propongono.

«Non io ho corrotto quel miserabile di Della Giovine; si offrì spontaneamente nel caldo della lotta elettorale. Gli avversarî corrompevano o convertivano gli impiegati nostri, i nostri agenti, fra i quali hanno legioni di aderenti; il Governo non avrebbe dovuto difendersi? Se l’eccesso di zelo di quel giornalista di ventura ha nuociuto a qualcuno, fu a me, non ad altri. Perchè, mentre tutti sanno che i governi stipendiano spie, mentre a tale uopo i Parlamenti votano fondi segreti, che non sono un segreto per nessuno, quando se ne scopre una tutti gridano al sacrilegio, alla immoralità. Come presso gli Spartani, il furto non era vietato, ma punito il ladro colto in flagranza.

«Le vittime siamo sempre noi funzionarî, capriespiatorî anche delle colpe non nostre, ma del sistema. Havvi un solo governo che potrebbe reggersi senza polizia segreta? senza agenti nei campi nemici?

Il sottoprefetto, compiaciuto della sua dimostrazione, allungò le gambe che lo imbarazzavano, si lisciò la barba ed attese la risposta con aria soddisfatta.

— Sarà come ella dice. Ma certo non è nè ammissibile, nè perdonabile che i denari dei contribuenti siano spesi per calunniare i galantuomini, per insultare donne, per vituperare le autorità.

— Spero non vorrà credere che io sia stato l’eccitatore della trista polemica. Pur troppo gli arnesi dei quali qualche volta siamo costretti a servirci, ci pigliano la mano. Ammonii spesso il Della Giovine ad essere più misurato; egli si sentiva sospettato dai colleghi che tradiva, e per dissipare i dubbî eccedeva in violenza. L’imbecille attaccò anche il mio segretario, al quale, conosciuto l’autore dell’articolo da noi deplorato, fu facile, negli uffici miei, per le indiscrezioni di qualche altro impiegato, sapere ch’esso era inscritto sul libro nero dei confidenti. Guglielmi, invece di chiedermi consiglio, aggravò lo scandalo provocando la catastrofe. Fortunatamente il male non viene tutto per nuocere. L’onorevole Sicuri può consolarsi, pensando che ilVentriloquo, che gli diede tanto filo da torcere, ha finalmente cessate le pubblicazioni.

Il sottoprefetto tacque, in attesa di una replica; ma Ruggeri, che si era imposto di non trascendere, continuava a stuzzicare colle molle il ceppo ardente nel caminetto... Il sottoprefetto fu costretto a continuare nelle confidenze. Ormai, era davvero una confessione, colla riserva però di dir solo ciò che gli sarebbe convenuto.

— A lei posso dirlo, a lei momentaneamente ritirato dalla politica attiva. Crede che l’elezione del suo amicosia stata cosa facile? Dovevo lottare contro tutti e tutto, specialmente contro il mio candidato stesso; contro le titubanze, le incertezze, le timidità sue, gli scoraggiamenti. Ad ogni attacco, ad ogni fischio, ad ogni dimostrazione, ad ogni opposizione nelle assemblee elettorali, si sentiva perduto e dichiarava di voler rinunziare alla lotta. Ed io a sorreggerlo, a stimolarlo; ma la mia influenza era spesso, troppo spesso, vinta da ben altra: da quella della contessa, che non voleva saperne della deputazione di suo marito.

«Il conte Giuliano ha gli occhî azzurri, d’un azzurro speciale, ed io su quegli occhî ridenti e piangenti insieme, dallo sguardo vago e timido, ci ho la mia teoria. Una lunga esperienza degli uomini mi ha edotto su quella qualità di occhî. Timidità, indolenza, incertezza. Tre qualità negative, fatali!

«Ho avuto torto! Ma, d’altronde, continuò il commendatore, come se parlasse a sè stesso, non avevo la scelta!

«Quante contrarietà in questa lotta elettorale! Per fortuna avevano inventato ilegalitari: presentai il mio candidato come radicale ai repubblicani, come conservatore ai moderati, come ministeriale ai ministeriali, come monarchico ai clericali, che non sono quelli di Roma: i nostri sono moderati dinastici... Abbiamo vinto; ma non è finita. Ora siamo davanti alla giunta delle elezioni; processo di esito sempre incerto. Se sopravvenisse una crisi, che Dio noi voglia! tutto il nostro lavoro andrebbe all’aria, come un castello di carte ad un soffio di vento.

«Ed io? Io, allo sbaraglio in ogni modo, colla spada di Damocle sospesa sul mio capo, di un decreto che mi mandi a casa del diavolo o in pensione. Per questo ultimo scandalo ormai sono incompatibile a Miralto.Dopo tutto, ella vede che non merito il biasimo ch’ella voleva infliggermi.

L’abile diplomatico, vedendo rasserenarsi la fisionomia di Ruggeri, sorridendo finamente, con una punta di sarcasmo e d’ironia, terminò dicendo:

— Il curioso ed il deplorevole in tutto questo disgraziato pasticcio si è che quel miserabile di Della Giovine era pagato coi denari del conte Giuliano... Vede come siamo serviti dai nostri confidenti?

A tale considerazione, Ruggeri non potè trattenersi dal sorridere anch’egli.

— Curioso infatti; ma doppiamente deplorevole... Ed ora che c’è da fare?

— Nulla, qui. Essendo cessate le pubblicazioni delVentriloquo, fra una settimana non si parlerà altro dell’accaduto... A lei, che ha tante relazioni alla Camera, il fare in modo che questa ultima tegola non sia micidiale per me.

— Tutti i salmi finiscono in gloria, pensò Ruggeri... Tacque, senza aver l’aria di assentire o di negare.

Il commendatore si alzò, non senza difficoltà, per la sproporzione del sedile troppo basso colla lunghezza delle gambe, e congedandosi se n’andò, sempre più convinto di essere un grand’uomo.

— Ho fatto un vero miracolo, ho domato il leone!

Ruggeri, a sua volta impietosito, ma non convinto, pensava:

— È un furfante; ma un furfante simpatico. In parte ha ragione. Le colpe sue sono colpe del sistema. E quel disgraziato di Giuliano, pagava di tasca sua i libelli che gli scrivevano contro. Un colmo!


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