CAPITOLO XV.La farmacia.
— Sai, diceva l’onorevole Lastri a Ruggeri nella farmacia della Camera, che il tuo pupillo in tre mesi ha fatto molto cammino?
— Troppo, rispose Ettore in tono secco, come per avvertire l’amico di mutar discorso. Questi non comprese o non volle comprendere, e continuò.
— Ho visto oggi la sua nuova pariglia, è veramente magnifica. Non vi sono cavalli di egual prezzo che nelle scuderie del barone Michelini.
— Se si trattasse soltanto di cavalli non sarebbe nulla...
— Oh! in quanto al resto io sono di manica larga... Amori di giovinotti. Capisco che nella sua condizione di ammogliato dovrebbe curare un po’ più le apparenze... E quella benedetta ragazza, che si direbbe faccia di tutto per compromettersi e per comprometterlo?
Tale discorso era tenuto a bassa voce fra Lastri ed Ettore, mentre un crocchio di deputati in circolo lambiccava fra i motti di spirito, le osservazioni argute, le dichiarazioni ciniche, le maldicenze spietate, tutta la politica parlamentare.
La farmacia della Camera è ormai una istituzione quanto gli ufficî e le commissioni. Sola differenza che alla farmacia tutti i deputati possono essere ammessi e partecipare alle maldicenze senza bisogno di specialeelezione, senza differenza di cariche. Per altro vi sono i maggiorenti anche là, i quali tengono il mestolo o la corda; vi sono gli assidui, anzi gli immancabili ed i dilettanti periodici; vi sono i membri temporarî ed ileadersdi tutti i partiti, quantunque nella farmacia, nella grande fratellanza della maldicenza, non vi siano partiti.
Vi si cospira anche, alla reciproca demolizione od al mutuo incensamento, vi si combinano ministeri e vi si fabbricano crisi, ma ciò in momenti eccezionali e neglia parte.
La farmacia può dirsi in permanenza; funziona dal mattino alle undici fino a mezzanotte, ora nella quale la politica parlamentare si riversa al caffè Aragno, ove i giornalisti corrispondenti aspettano in agguato i deputati per avere l’ultima notizia, compensata col fervorino, colla noticina speciale, redatta per edificare i lontani elettori sulle eminenti qualità del loro eletto.
La farmacia propriamente detta è un salotto che sta fra le due grandi sale di lettura e scrittura, a pian terreno, prospicienti sulla piazza di Montecitorio.
La chiamano farmacia, non già perchè nei tempi andati, quando Montecitorio era un ospizio di carità, vi si distribuivano i farmachi ai poveri... La tradizione ne è spenta; bensì per la ragione che, come nelle farmacie di villaggio, le notabilità vi si raccolgono a crogiolare la politica ed il pettegolezzo, lo scandalo della giornata.
Nell’aula di Montecitorio vi è sempre un ordine del giorno, la grossa legge, la importante interpellanza, la urgente questione, così nella farmacia. Colla differenza che l’ordine del giorno non è a stampa, e le norme regolamentari non sono osservate nella discussione. Vi è un presidente virtuale, il quale, cresimato alla vicinafiaschetteria del Parlamento, intona, ma non dirige le discussioni.
Libertà di parola; nei momenti gravi parecchî oratori possono parlare contemporaneamente e, non essendovi votazioni, possono anche non essere ascoltati.
In quel giorno vi si sussurrava di una grossa calunnia... Si narrava di un deputato che avrebbe avuto rapporti coi briganti, agenti elettorali influentissimi nel di lui collegio, e di un probabile processo. Di un altro onorevole si annunziavano le dimissioni imminenti per bancarotta fraudolenta; e per associazione di idee e di malfattori si parlava di un altro, da tempo dimissionario, autore di cambiali false, il tutto condito da epigrammi e da motti. Si rivangava l’anticocracksardo, mormorando che non tutti i colpevoli eran stati condannati dalle Assise di Genova, eminente notabilità parlamentare il più compromesso.
L’enorme principe di Sant’Alessio si scagliava invece contro il Senato, a difesa del Governo, per l’invalidazione di alcune nomine di senatori, scandalosa rivolta contro i diritti della Corona. Gli si replicava che uno dei rejetti era stato nientemeno che un agente borbonico torturatore di patrioti; l’altro, lo si affermava a bassa voce, direttore di un grande istituto di emissione; avrebbe fabbricato moneta per proprio conto, emettendo molti milioni di carta falsa.
Altri asseriva che le nomine senatoriali erano state messe a prezzo dal Governo, per sopperire alle ingenti spese elettorali.
Qualche deputato novellino meravigliava incredulo; gli anziani ne ridevano; altri, i ministeriali, negavano risolutamente, gridando alla calunnia.
Tra questi, due ex preti, che la infedeltà al dio del seminario compensavano, parlamentari influenti, collaloro fedeltà ad ogni ministero, dal giorno della nascita a quello della caduta.
Ruggeri si interessava mediocremente a tali discussioni, cui Lastri, per la incorreggibile loquacità, partecipava con calore, esprimendo il proprio disgusto.
— Mio caro, a che riscaldarti, gli rispondeva con bonarietà l’onorevole di Sant’Alessio; tutti i parlamenti hanno camminato e procederanno sempre così. Non si governa colla moralità.
Poi il pettegolezzo. Qualcuno meravigliava del treno di casa tenuto da un ex presidente del Consiglio, che, essendo ormai ritenuto impossibile al potere, aveva tutta la maldicenza contro...
— Qual mistero! Un po’ li guadagna, un po’ li ruba, un po’ li deve e non li rende.
La risata fu unanime!
Ruggeri non resse più; era venuto per cercarvi Giuliano, irreperibile al suo appartamento. Chè Giuliano l’aveva affittato, l’appartamento; ma la contessa attendeva invano il richiamo del marito. Ettore, acceso un sigaro, per ingannare l’impazienza che lo rodeva si mise a passeggiare a passi rapidi il lungo ambulatorio del pian terreno.
— Alla Camera ci deve venire. Si discute oggi in giunta la sua elezione. Non è possibile che manchi.
Numerosi deputati eran sparpagliati, a gruppi, isolati, alcuni seduti sui canapè cospiravano a bassa voce, o tenevano conferenza con visitatori estranei alla Camera, elettori o clienti, uomini d’affari, banchieri, costruttori, appaltatori, giornalisti. La gran pentola bolliva con animazione insolita.
Passò il ministro del tesoro, coll’interimdelle finanze. Fu tosto circondato... Il Dio dell’or... ormai della carta. Strette di mano, mezze parole, sorrisi,promesse o dinieghi, fra il buon umore, i motti, le risate.
— Oh, Ruggeri! Qual miracolo alla Camera?
— Miracolo davvero... Aspetto qualcuno...
— L’onorevole Sicuri, ne son sicuro, disse il ministro sorridendo del bisticcio.
— Appunto!
— È oggi la sua giornata campale... Ma si può esser certi della convalidazione. Fu da me jeri con...
Il ministro si morse le labbra, non pronunziando il nome.
— Mi sono informato, soggiunse, e non vi sarà neppure discussione. Gli avversarî si sono dimenticati di far autenticare le proteste e, quindi, sono nulle.
— Ah, nulle? sclamò Ruggeri senza mostrare il minimo compiacimento.
— Giovinotto di merito!
Ed il ministro passò ad altri, con aria affaccendata... parlando non più ad alta voce.
Si prevedeva un voto nella giornata; gli occorreva abboccarsi con molti, onde impartire ai ministeriali istruzioni, raccomandazioni; assumendo cogli avversarî inconvertibili l’aria di vittima, il contegno di annojato, stanco della rovinosa e non ambita situazione di ministro.
Nel frattempo qualcuno andava demolendolo, narrando aneddoti, in apparenza fantastici; fra gli altri di un ingente mutuo imposto ad una banca e della senseria toccata... Una forte somma; per di più il regalo di due morelli ungheresi...
— Che! Un equipaggio completo. E intanto che noi si discorre, l’eccellenzina ereditaria, scarrozza nel cocchio di babbo.
— C’è dell’altro... La Corte de’ conti continua a respingeredecreti; sono nomine e promozioni di funzionarî, tutti mariti di belle mogli.
— Oh, questa è una indegnità!
— Indegnità o no, è un fatto! Sarà una combinazione; ma il fatto sta. I decreti respinti vengono registrati con riserva; i funzionarî entrano in carica e toccano lo stipendio, a dispetto della Corte...
— Dei conti.
— S’intende.
— Ma c’è la commissione parlamentare per i decreti registrati con riserva, disse un novellino.
L’ingenua interruzione fu accolta fra le risa ed i sorrisi di compassione...
— La commissione! Non si raduna da anni.
— Ma, allora, a che cosa serve la Corte dei conti? replicò il novellino imbarazzato.
— A nulla! decretò solennemente il presidente virtuale della farmacia. Signori, sono le due. Gli uscieri ci chiamano nell’aula. Oggi seduta importante; il deputato Istriani ci costringerà certamente ad un appello nominale. Accidenti alla Estrema Sinistra! Sono quattro gatti e non v’è seduta senza scandali.
— La colpa è della Destra, che, di soppiatto, li appoggia.
Le sale e gli ambulatorî andavano sfollandosi lentamente; pochi onorevoli rimasero ai tavoli, leggendo, scrivendo.
Il duca di Sant’Alessio, rimasto solo in farmacia, approfittò del silenzio per ajutare il chilo della copiosa colazione dormendo, sicuro che in caso di voto gli uscieri lo avrebbero chiamato.
L’onorevole Lastri raggiunse Ruggeri nell’ambulatorio.
— Ancor qui, Ruggeri?
— Aspetto Sicuri.
— Dimmi un po’, che c’è di vero in ciò che momenti fa si susurrava in farmacia di una grossa perdita fatta al giuoco?
— Anche il giuoco! sclamò Ettore allarmato.
— Lo diceva il duca di Tarsi. Giuliano avrebbe perduto più di centomila lire, in poche sere, in una bisca molto nota anche alla polizia e dalla polizia rispettata per l’autorità dei personaggi che la frequentano e per l’onnipotenza degli anonimi che la tengono.
— È la rovina completa! Mortelli, l’agente di cambio, mi avvertì stamattina che nella liquidazione di borsa di jeri l’altro, Giuliano c’è rimasto per somme enormi... E ciò che mi stupisce è come abbia potuto liquidare regolarmente, passando per più di trecentomila lire alla banca del barone Michelini. E non sarebbe tutto, perchè avrebbe in riporto una massa di titoli.
— Bisogna fermarlo.
— Ci penso. Ma in qual modo? Quel miserabile di Ferretti lo ha ipnotizzato. Come strapparlo alle grinfe rapaci?
— Come mai Giuliano potè avere a disposizione somme sì grosse?
— Deve aver fatto qualche operazione a Milano, durante le ferie parlamentari. So che la dote della contessa è liquida in gran parte. Circa mezzo milione. Egli non possiede che stabili e terre.
— Sarebbe un’infamia! sclamò indignato il vecchio Lastri. Rovinarla mentre la tradisce.
— Oh, i miei presentimenti!
— Ed i miei? mormorò Lastri. Forse non è irreparabile. Bisogna vederlo, parlargli, convincerlo.
Chiamato un usciere, il deputato gli diè ordine disalire in giunta delle elezioni per vedere se vi fosse l’onorevole Sicuri...
— Cercatelo dappertutto. Ditegli che è aspettato qui nell’ambulatorio... Mandate anche nell’aula...
In quel mentre Giuliano entrava dalla porta posteriore del palazzo di via della Missione.
In pochi mesi si era completamente trasformato. Non più la timidità che gli attirava le simpatie protettrici dei vecchi parlamentari. Aveva assunto, con un’eleganza alquanto pretensiosa, un po’ dandinesca, ciò che i francesi chiamano l’à plomb, un fare disinvolto, un zinzino impertinente; impertinenza mitigata dallo sguardo azzurro, sempre benevolo nella sua incertezza vaga.
Scorgendo Ruggeri gli si fece incontro, tentando nascondere le preoccupazioni che lo turbavano.
— Come va, Ettore? Non ti si vede più. Bisognerà andare alla stazione per cercarti... Fai sempre i tuoi viaggi in ispirito?
A Lastri porse la mano sorridente:
— Sai, la giunta propone la convalidazione. Domani uscirò dal limbo... Era tempo!
— Devo parlarti a lungo, Giuliano, gli disse Ettore con dolcezza, come avrebbe fatto con un fanciullo che si vuole ammonire e persuadere ad un tempo...
Lastri fece atto di andarsene.
— No! rimani, non sei di troppo.
Giuliano non seppe nascondere la contrarietà provata a quell’esordio.
— La seduta è aperta, devo recarmi nell’aula... Sarà per più tardi. Stasera, dopo la seduta, disse quasi invocando.
— Nell’aula non ci hai nulla da fare, soggiunse severamente Ruggeri. Si discute il bilancio dell’istruzione... Le interpellanze verranno in fine di seduta.Avrai tutto il tempo di votare per il tuo Governo, se voto vi sarà.
— Sia... Dimmi almeno di che cosa si tratta. Hai un’aria tanto solenne, che mi impensierisci...
E volle ridere, ma fingere non sapeva; levatosi la maschera, con voce tremante soggiunse:
— Lettere da Miralto?
— Non ancora, per fortuna... Tentiamo di prevenirle... se pure siamo in tempo.
Giuliano impallidì.
— Colla tua solennità mi spaventi; sarebbe avvenuta qualche disgrazia?
— No, tranquillizzati... Ma non rimaniamo qui. Nella sala là in fondo, a sinistra, saremo soli ed in piena libertà.
La sala indicata è storica per essere stata abitata dal compagno di Garibaldi, Nicola Fabrizi, il cui ricordo è tutta una requisitoria contro gli attuali nababbi politici, truffatori e non eredi delle glorie dei grandi defunti.
Ruggeri, quantunque preoccupato di ben altro, come se avesse pensato, ad alta voce rivoltosi a Giuliano:
— Ne’ suoi ultimi anni abitò qui il sublime bohème, ospite della presidenza della Camera; aveva dato tutto, nulla serbando per sè, gloriosamente povero come Cristo. La gloria, nè lui, nè Garibaldi non la potevano dare perchè apparteneva alla storia; ora la si svaligia per glorificare i viventi.
Giuliano, poco compreso di ammirazione, specie in quel momento, vagava al soffitto cogli occhi blu di malumore, non dandosi cura di nascondere la contrarietà dispettosa per quella chiamata all’ordine, che presentiva si sarebbe risolta in una nojosa paternale.
Si sedettero in silenzio, colla gravità di padrini che si accingano a discutere una questione d’onore.
— Ora siamo soli; potrò finalmente sapere di che si tratta, disse Giuliano simulando indifferenza, smentita dal tremito della voce.
— Caro Giuliano, riprese Ettore con affabilità, io non ho veste per farti da mentore, nè autorità, nè diritto di sindacare le tue azioni. Tuttavia l’amicizia ha i suoi doveri, sacri doveri, e la differenza di età che passa fra noi mi impone quelli di un fratello maggiore. La tua inesperienza, la tua natura onesta ed entusiasta, ti additarono facile preda agli imbroglioni. È vero che operi in borsa, che hai subìte perdite gravi e che mantieni in sospeso operazioni ingenti, le quali nell’alea terribile potrebbero assorbire tutto il tuo patrimonio?
Giuliano, non osando mentire, non rispose; abbassò lo sguardo, assentendo in silenzio.
— Oggi ricevetti lettera dal notajo di Miralto, che è pure il tuo notajo. Egli amministra il mio piccolo peculio e, rendendomi conto della sua gestione, si lascia sfuggire un grido di allarme per te, quantunque egli non sappia il peggio. Vecchio amico di tuo padre, mi prega di consigliarti, non osando egli stesso.
«L’elezione ti costò circa settantamila lire, ed in cinque mesi da che sei a Roma ne hai prelevate altre settantamila, circa. Alle tue perdite in borsa, agli svaligiamenti perpetrati nelle bische contro di te, come hai provveduto? Ove hai trovato le quattrocentomila lire occorrenti, quasi la metà del tuo patrimonio?
Giuliano non rispondeva; Ruggeri si era alzato e passeggiava concitato. La scena diveniva imbarazzante... Lastri si sentiva di troppo ed avrebbe voluto andarsene. Ruggeri lo pregò collo sguardo di rimanere.
— Dillo, in nome di Dio! Dillo! Hai firmato delle cambiali?
Giuliano accennò col capo di no.
— Come hai fatto?
— Un conto corrente all’Istituto Romano.
— Un conto corrente? In qual modo l’hai ottenuto?
— Hanno esagerato... Le perdite non sono quali le supponi. Te lo proverò.
— Il conto corrente?
— Ho depositato una somma...
— Di’ la verità... La dote della contessa?
Giuliano tacque.
Ruggeri era impallidito per lo sdegno. Pure, essendosi imposto la calma, dopo breve pausa:
— Disgraziato! Non pensavi che quei danari sono sacri, che non sono tuoi, che sono di tuo figlio, di quella povera donna, che, fidente in te, nel tuo amore, ti darebbe la vita? Giuliano, quale demonio ti ha invaso?
Avvicinandoglisi, gli prese le due mani, e con affetto, quasi supplicante:
— Dammi almeno parola che liquiderai la tua posizione in borsa, che rinunzierai alla rivincita. Sarebbe il disonore colla rovina completa.
Giuliano aveva le lacrime agli occhî, l’angoscia lo strozzava; mormorò più che non dicesse un sì, assentendo del capo. Poi soggiunse:
— Avevo già pensato di dare ipoteca ad Adele su i miei stabili.
— Bisognerà farlo subito...
Intervenne Lastri:
— L’importante è di rompere ogni rapporto con quel furfante di Ferretti, di non mettere più piede nelle bische, delle quali egli ed il suo avversario... politico, il noto giornalista Moisaici, sono i cointeressati biscazzieri. È notorio. Si susurra perfino che un nostro collega e, parlamentarmente parlando, non l’ultimo venuto, vi abbia lo zampino.
— Non è possibile! scattò a dire Giuliano.
— Te lo proverò, figlio mio. È il segreto di Pulcinella...
Giuliano, ad un tratto, come sovvenendosi improvvisamente di un impegno urgente, si alzò dicendo:
— Vi ringrazio, amici! Farò tutto ciò che vorrete. Lo prometto! Ci rivedremo stasera, qui, alla Camera...
E, senza lasciar tempo a Ruggeri di insistere per trattenerlo, se ne andò frettoloso. Ettore e Lastri rimasero di fronte, scoraggiati.
— Non vi è nulla da fare, sclamò Lastri. La complicazione della donna guasta tutto... Sai quale affare urgente lo chiama? Va nell’aula per vedere se la marchesa è nella tribuna: fa un segno; essa scende, ed entrambi in carrozza, nella carrozza di Giuliano, che aspetta, ne son sicuro, qui sulla piazzetta della Missione, vanno alla campagna a filare idillî fra le rovine o sulle alture dei colli. Archeologia amorosa!
— Se non possiamo salvare lui, l’imbecille, salviamo almeno la sua famiglia. Tu che sei giureconsulto, dammi un consiglio.
— Un’ipoteca.
— È affar lungo...
— Un sequestro conservativo...
— La contessa non si deciderà mai a volerlo. D’altronde, bisognerebbe dirle tutto. Quale schianto in quella casa!
— Presto o tardi verrebbe a conoscenza d’ogni cosa... Meglio ora, che siamo ancora in tempo per evitare una catastrofe completa.
«Non è nell’interesse soltanto della contessa; anche di suo figlio. L’amore di madre dovrebbe prevalere.
— Tu conosci la marchesa Fiori, replicò Ettore; se la facessimo intervenire... Che donna è?
— È... E chi potrebbe dirlo? Buona certo. Ma un cervellino bizzarro, come la sua bellezza. La credo capace delle più nobili azioni; lo ha provato di fronte a quel miserabile di suo marito. Ma se la passione se ne immischia, chi può prevedere di che cosa sia capace anche nel male?
«Poi c’è quella zia! Un’intrigante per istinto; affarista per avarizia. Si buccina abbia delle intelligenze con Ferretti; l’hanno visto spesso uscire dal villino Marcellin all’Esquilino; ed un giornale d’affari e di scandali, ilBoulevard, stampò in proposito insinuazioni molto trasparenti, passate quasi inavvertite, per il silenzio successivo. Evidentemente, silenzio non del tutto gratuito.
— Prima di prendere una risoluzione, aspettiamo la confessione generale di Giuliano. Ha promesso di venire stasera; dopo, ci appiglieremo al partito che ci parrà migliore.
— Credi che verrà? chiese Lastri.
— Oh, certamente!
— Io ne dubito...
Lastri ebbe ragione; alla sera il bel Giuliano brillò per l’assenza, e i due amici lo aspettarono inutilmente.