CAPITOLO XVIII.I due voti di Stella.

CAPITOLO XVIII.I due voti di Stella.

Solo chi fu colpito dai più grandi dolori morali può farsi idea della terribile notte passata da Giuliano.

Rincasando un nuovo colpo l’aspettava. Non avrebbe dovuto essere impreveduto; ma nel disordine della mente agitata, nelle emozioni divoranti, aveva perduto la nozione del tempo.

Sul suo scrittojo un modulo a stampa, riempito a mano dall’impiegato dell’Istituto Romano, lo preavvisava della scadenza di diversi effetti per la somma di settantacinquemila lire.

Bisognava dunque pagare o rinnovare.

Per procurarsi la somma gli sarebbero occorsi parecchî giorni. Rinnovare! Come rinnovare le cambiali nello stesso giorno nel quale si doveva svolgere alla Camera l’interpellanza Collani contro gli uomini politici che all’Istituto Romano avevano attinto, o col quale avevano affari? Sarebbe stato ribadire la propria compromissione, firmare la propria condanna.

— Perduto senza remissione... mormorò. Non c’è via di scampo! Disonorato!

Le notti romane sono brevi nel tepente mese di giugno. Quattro ore dopo, i primi bagliori illuminavano la camera da letto di Giuliano, contrastando sinistramente colle fiamme rossiccie delle candele quasi intieramente consunte. L’alba radiosa è conforto ai disgraziati afflitti d’insonnia; l’alba confortatrice per tutti,per lui, come per il condannato a morte, sorgerà annunziatrice del supplizio.

Le finestre dell’appartamento di Giuliano prospettavano sulla Piazza Termini, la vista spaziava fino alla stazione. Panorama variato e ridente in un mattino estivo.

Il giardino pubblico, tutto fiori e profumi, contrasto alle nere rovine delle terme di Diocleziano, i viali verdeggianti, glichalets, caffè rumorosi la notte, ma in quell’ora mattutina silenziosi come tombe; il biancheggiare delle costruzioni moderne, l’azzurro del cielo, la perenne colonna d’acqua della fontana di Termini, soffiante come getto della respirazione affannosa di enorme cetaceo, il pulvischio acqueo iridescente ai primi saluti luminosi del sole presentavano una scena forse un po’ teatrale per le inverisimiglianze edilizie, sì frequenti in questa strana Roma tutta anacronismi architettonici e contrasti fra il vecchio e il nuovo, fra il grandioso ed il meschino, fra il sontuoso ed il lurido; una scena teatrale, ma superba.

Giuliano, arso dalla febbre, si affacciò per respirare la fredda brezza confortatrice...

Uno strillone passava gridando alle vie deserte ed alle case addormentate l’Ordinee loSvegliarinoe annunziava le notizie. «L’assassinio di questa notte al ponte di Ripetta. — Le coltellate di via dei Serpenti. — L’orribile fatto a Prati di Castello. — L’interpellanza Colanni, nomi e cognomi dei deputati compromessi nelle ladrerie dell’Istituto Romano.»

— Nomi e cognomi! Vi sarà anche il mio!

Si ritrasse come se avesse temuto di essere riconosciuto dallo strillone, che andava distribuendo numeri delloSvegliarinoai cocchieri assonnati, di stazione sulla piazza.

— A chi rivolgersi? pensava Giuliano disperandosi, per far fronte alle scadenze d’oggi?

Egli, all’infuori di Ruggeri e di Lastri, non aveva amici. Se, almeno, avesse potuto vedere la sera innanzi il commendatore Cerasi! Gli avrebbe dato consiglio... Nè Ruggeri nè Lastri sono ricchi... Poi Ettore è a Miralto...

— Scriverò al direttore dell’Istituto di sospendere gli atti per pochi giorni... Ma se l’inchiesta sarà votata, a che gioverà? Non vi è che Ferretti il quale mi possa salvare... Ferretti! Si parla di un imminente mandato di cattura contro di lui... Avere nuovi rapporti con quel miserabile, causa di ogni mia sciagura?... D’altronde, rapporti ne devo avere per forza... La liquidazione di domani!... Almeno, come si annunziava jeri, fosse favorevole!... Troncherei ogni operazione... i corsi... vediamo i corsi della chiusura di Parigi...

Premette convulsamente il bottone elettrico; dopo qualche minuto di attesa apparve sulla soglia, mezzo svestito, il cameriere.

— Presto... scendi! Va a comperare l’Ordinee loSvegliarino; recali subito.

Il domestico non si moveva...

— Signor padrone, si sente male?

Infatti, Giuliano era irriconoscibile; le sofferenze di quella terribile notte lo avevano sfigurato... pareva invecchiato di vent’anni... Gli abiti scomposti, i capelli arruffati rendevano ancor più evidente la trasformazione.

— Male? Io, no... Sì, un po’... Portami delcognac... una tazza di caffè... E presto, presto, i giornali!

Il domestico uscì. Dalla strada il grido stentoreo dello strillone: «coi nomi e cognomi dei deputati compromessiiii nelle ladrerie dell’Istituto Romanoooo...»

— E Giulia? Che penserà di me, confuso coi ladri... Disonorato! Non la rivedrò più!... Non oserei dirle tutta la verità. Scolparmi sarebbe inutile, essa non mi crederebbe... Disprezzandomi, mi metterà a pari col marito.

«Non rivederla, impossibile... Partire? Dove e come? Le calunnie si aggraverebbero contro di me... Direbbero che sono fuggito non potendo difendere il mio onore... In Francia, Reinach si è ucciso... Passerò anche per vile. Morire! Sarebbe il miglior scioglimento, il più logico... Ma io non so, non oso, mi ripugna morire! Non mi vi sono deciso stanotte, non saprò decidermi mai più... Il tragico scioglimento non salverebbe il mio onore, ch’io devo difendere anche nell’interesse di mio figlio... Oh! Adele, quanto avevi ragione di vestirti a lutto il giorno della mia partenza! Il povero angelo mio divinava l’avvenire... Eravamo tanto felici!

Il domestico col vassojo del caffè recò i giornali.

Giuliano, trepidante, ne scorse le rubriche, i titoli degli articoli... L’interpellanza era la minuta del giorno, articoli, commenti, notizie... Ma i nomi dei deputati non vi erano. Respirò, alquanto sollevato; l’ora della gogna allontanata, sperava... Il listino di Borsa segnava nuovi rialzi, forse una nuova ironia del destino, una nuova illusione; la speranza gli sorrise, ma di un ben pallido sorriso; volle illudersi.... Se Ruggeri arrivasse!

Si affacciò nuovamente. Una giornata radiosa, la natura festante. Nessun più gajo risveglio della città, nessun più ridente mattino! L’allegro brulichìo della vita rinascente: le carrozzelle riprendevano le loro rapide corse allo schioccare delle fruste de’ cocchieri, i carrozzoni del tram si succedevano al suono rauco delle cornette de’ conduttori, ed un affluire di gente affrettata verso la stazione, dalla quale uscivano stridenti i barriti delle locomotive, tutt’intorno un affaccendarsiallegro degli insetti umani, sorvegliati gravemente dal maestoso pizzardone... A frotte i bambini condotti dalle loro governanti s’avviavano al giardino pubblico, spingendo innanzi i cerchî, o carichi di quinterni e di libri movevano un po’ a ritroso alle scuole gesuitiche del palazzo Massimo.

La giornata si annunziava calda, e quiriti e buzzurri eran quindi solleciti a godere la frescura del mattino.

Nella serenità del cielo, nei palpiti giulivi della terra, l’allegrezza umana!...

Dello spettacolo lieto nulla vedeva Giuliano, quasi sonnambulo, appoggiato al davanzale collo sguardo fisso alla stazione.

— Lastri ha detto che Ettore sarebbe di ritorno stamani... Il diretto deve arrivare a momenti!

Ed egli era là intento, come il naufrago dallo scoglio, frugando l’orizzonte, nell’attesa ansiosa della vela salvatrice.

Dalla stazione un via vai di vetture, ma nessuna si arrestava all’abitazione di Giuliano, e nella strada i venditori di giornali ad urlare l’interpellanza contro le ladrerie dell’Istituto Romano.

Rientrò... la luce gli offendeva la vista; chiuse le imposte, e affranto si gettò su d’un divano cadendo in sopore febbrile...

Le fiamme rossiccie delle candele ardevano rischiarando appena il disordine di quella camera; la si sarebbe creduta il teatro di un delitto. Giuliano, bocconi sul divano, col capo nascosto fra i cuscini, la vittima.

***

Ruggeri era ritornato da Miralto, ove era accorso per salvare l’amico, e dove un triste dramma l’attendeva.

Ettore, dopo il convegno mancato, disperando ricondurre alla ragione il giovine amico, lo evitava anzichè ricercarlo.

Lo evitava riprendendo le antiche abitudini di esistenza misantropica, di fantasticherie solitarie, interrotte alla venuta di Giuliano, cui erasi proposto mentore e guida nel pandemonio parlamentare.

Aveva ripreso le passeggiate notturne, le mattutine visite alla stazione, più puntuale degli stessi impiegati di servizio, che s’eran congratulati del suo ritorno fra loro.

Lo chiamavano l’onorevole Ferroviomane, ed avevano creata la leggenda che, abbandonato dall’amante, nell’attesa dell’infedele, ogni giorno andasse ad incontrarla.

Ettore sapeva e lasciava credere, poco importandogli i commenti suscitati dalle sue abitudini bizzarre.

Cessate le distrazioni, se non le preoccupazioni, procurategli dalla venuta dell’amico, era nuovamente piombato nella malinconia del suo pazzo amore senza speranza...

Ma, un mattino, con sorpresa, gli impiegati della stazione non videro il ferroviomane...

— Sarà malato.

— Sarà ritornata la bella.

— In diligenza forse... Perchè ancor jeri ha aspettato inutilmente.

La ragione vera, un biglietto del commendatore Cerasi il quale diceva:

«Onorevole signor Ruggeri,«Avendo gravi comunicazioni da farle riguardanti l’amico comune, le sarò grato se vorrà fissarmi un ritrovo.«Se non le sarà troppo grave disturbo, l’aspetterò domattina nel mio ufficio a palazzo Braschi, altrimenti altrove, all’ora ch’ella si compiacerà designare.«Colla massima stima«DevotissimoCerasi.»

«Onorevole signor Ruggeri,

«Avendo gravi comunicazioni da farle riguardanti l’amico comune, le sarò grato se vorrà fissarmi un ritrovo.

«Se non le sarà troppo grave disturbo, l’aspetterò domattina nel mio ufficio a palazzo Braschi, altrimenti altrove, all’ora ch’ella si compiacerà designare.

«Colla massima stima

«DevotissimoCerasi.»

Ruggeri alle otto antimeridiane del giorno seguente saliva non senza ripugnanza la magnifica scalea del ministero dell’Interno.

Sorprendente opera d’arte quello scalone! Capriccio architettonico, ci si meraviglia come l’architetto di Pio VI, Cosimo Morelli, abbia potuto tradurlo in atto senza il concorso magico di una fata. Fantasia d’artista, meritava destinazione più degna.

Ingombro giorno e notte di poliziotti in divisa, di bravi proteiformi, di spie. Per quello scalone, colle eccellenze del giorno, passano richiedenti d’ogni specie e condizione, senatori, deputati, giornalisti, cavalieri, dame e straccioni. Quante speranze ascendono, quanti disinganni ne discendono! Le coscienze corrotte salgono per toccare il prezzo della prostituzione, coscienze ingenue ne scendono corrotte. Palazzo Braschi è il grande lazzaretto degli appestati politici, che ormai infettano l’Italia intiera. I fondi segreti, le cariche, le croci, i favori d’ogni sorta sono compenso ad ogni sorta di favori. A palazzo Braschi si organizzano le eroicomiche cospirazioni di polizia, che finiscono sempre tragicamente in repressioni cruente, negli scandalosi processi: disonore dei governi, spesso della magistratura.

Palazzo Braschi, guardato dal portiere di sasso, il mutilato Pasquino, è il perno su cui si aggira tutta la corruzione italiana... La sontuosa scalea ne è la cloaca massima.

Ruggeri aveva varcato vergognoso la soglia... guardandosi d’attorno come liceale contumace che, per la prima volta, passi il limitare di una casa infame... Ma i passanti di quell’ora non sanno di politica...

D’altronde nulla di strano, anche in quell’ora mattutina, la visita di un ex deputato al palazzo di Pio VI; tutti gli interessi politici, anche i più onesti e confessabili, vi mettono capo.

La gogna sono le anticamere del ministro, ove tutta l’insalata sociale ha ritrovo.

Ettore non cercava di ministri, quindi non subì la penitenza delle anticamere ministeriali; fu subito introdotto nell’ufficio del commendatore Cerasi, il nuovoDeus ex machinadella pubblica sicurezza.

Il lungo funzionario, ch’era curvo sullo scrittojo, compilando circolari segrete ai mille subalterni, ordigni della gran macchina costituzionale, all’entrare dell’ex deputato si drizzò in tutta la sua inverisimile longitudine, gli si fece incontro e stendendo un braccio semaforico porse la mano al visitatore, per il quale ebbe il suo più cordiale sorriso.

— Mi perdonerà, onorevole Ruggeri, se non venni io da lei. Fu per guadagnar tempo, perchè l’affare di cui devo intrattenerla è della massima urgenza.

Ettore rispose freddamente alle cortesie dell’alto-funzionario ed approfittando dell’invito sedette, in attesa delle preannunziate confidenze. Il commendatore entrò immediatamente in materia:

— Ella sa, signor Ruggeri, quanto io mi sia interessato al nostro povero amico Sicuri... Oggi ho il rimorso di essermi interessato troppo. Forse sarebbe stato miglior consiglio lasciarlo nella sua oscurità a Miralto. Ora il male è fatto, inutili i pentimenti miei e le recriminazioni da parte sua, soggiunse sorridendo il commendatore;il male è fatto! L’onorevole Sicuri è compromesso, bisogna salvarlo!

«La manìa imitatrice degli italiani ha creato lo scandalo dell’Istituto Romano; senza il Panama di Parigi, nessuno si sarebbe preoccupato della nostra banca.

«Si rifriggono cose vecchie e notorie da anni, e si lanciano al pubblico come scoperte recenti. Tutti sapevano, dai ministri in giù, in quali condizioni versasse l’istituto, tutti vi attingevano senza curarsi di conoscere se i biglietti riscossi fossero di doppia o triplice emissione, se fossero autentici o falsi... Senza il Panama, la catastrofe sarebbe venuta, ma col giudizio universale.

«Ora è inevitabile. Per quanto faccia il Governo, onde impedirlo, lo scandalo scoppierà irreparabile.

«Ho qui la nota dei personaggi politici che ebbero affari colla Banca, e dei maggiormente compromessi. Mi fu consegnata, non dagli impiegati dell’Istituto, ma dalla Banca concorrente, la quale esercita attivissimo spionaggio negli uffici dell’istituto rivale.

Sì dicendo, il commendatore s’alzò per cercare sullo scrittojo il documento.

Dopo breve ricerca lesse:

«Deputato Giuliano Sicuri, debitore di lire duecentomila in cambiali non scadute.

«Il suo deposito alla Banca, di lire cinquecentomila, è esaurito. Le cambiali furono presentate allo sconto dal signor Ferretti, direttore dell’Ordine, e portano avalli di impiegati subalterni a quel giornale.»

— Indispensabile ritirare al più presto quegli effetti, soggiunse il commendatore, dopo breve silenzio, nell’attesa vana che Ruggeri parlasse.

«Il conte Giuliano non è in nulla e per nulla colpevole; si è rovinato spendendo del proprio... Ma in questi giorni di sospetti, innocente e vittima, sarebbe messo afascio cogli altri... Chissà quale clamore susciteranno le rivelazioni... Bisogna intervenire subito.

— Subito! Come? osservò Ettore. La somma è enorme... La povera contessa sarebbe rovinata... Ah commendatore! Cattivo servigio ha reso alla famiglia Sicuri coll’elezione di Giuliano!

— Pur troppo! Dovevo prevederlo!

«Il cuore me lo diceva! La mia teoria non falla... Quegli occhi blu mi avevano messo in sull’avviso. Ma chi poteva prevedere? Io non ero a Roma. Quel furfante di Ferretti, cui bisognò ricorrere per la convalidazione, l’ha divorato, come il gatto un topolino.

«Noti poi che Ferretti non fece nulla presso la giunta delle elezioni... Senza di me l’onorevole Sicuri non sarebbe stato convalidato... Ho dovuto intendermi coll’avvocato del competitore Bertasi, perchè mandasse i reclami degli elettori avversarî non autenticati.

Alla smorfia di Ruggeri per la ingenua confessione del reato, il commendatore soggiunse:

— Buona guerra! Senza strattagemmi non si vincono battaglie.

— Strattagemmi!? replicò Ettore in tono di protesta.

— O Dio! In politica non si va pel sottile. Se gli avversarî avessero potuto fare altrettanto contro di noi, non sarebbero stati trattenuti dagli scrupoli.

— Diceva, dunque? soggiunse Ettore per tagliar corto alle dissertazioni del commendatore.

— Che è urgente togliere di mezzo le cambiali del conte Giuliano.

— Posso tentare; ma, davvero, non so se potrò riuscire... Per mio conto metterò a disposizione il mio piccolo patrimonio, fortunatamente liquido; col notajo Invernizzi vedremo di provvedere al resto... Pure non so se sia doveroso; per salvare quell’imbecille, derubiamola contessa... Una martire, che, pur sapendo tutto di suo marito, anche la fatale relazione colla marchesa, darà fin l’ultimo spicciolo.

Il commendatore stette pensoso, quasi titubante:

— Ha ragione, signor Ruggeri, lei è un uomo di cuore. Lo sapevo, ed oggi ne ho la prova... Il caso della povera contessa è compassionevole; per altro, non vi è scelta... O prima o poi bisognerebbe ritirarle quelle maledette cambiali; meglio ora che poi, quando non saremmo più in tempo di salvare il nostro deputato.

— Il suo!... protestò Ettore...

— Il mio, sia! Pur troppo... Volevo farne qualche cosa... Almeno un sottosegretario di Stato... Invece ne ho fatto un fallito... Quegli occhî azzurri furono funesti...

«Nè consistenza, nè volontà. Come l’acqua, di cui gli occhi hanno il colore, si lascia scorrere a caso verso la foce che non sa; serpeggia per girare gli ostacoli. Vi opponete? precipita... Sulla china nessuno la ferma; retrocedere, impossibile, impossibile risalire.

«Colla sua elezione ho fatto un buco nell’acqua.

— Peggio! ha scavato un abisso.

«Ha dato un giocattolo pericoloso ad un fanciullo che l’ha spezzato ferendosi a morte.

— Ne convengo. Ed ora concludiamo... Ella spera ottenere la garanzia della contessa? La somma potremmo trovarla anche qui.

— Immischiare la contessa negli avalli alle banche? Mai!... Cercheremo a Miralto... o a Milano.

— Il tempo stringe... L’interpellanza Collani è fissata per martedì, abbiamo soli quattro giorni davanti a noi...

«Il Governo si opporrà all’inchiesta, pure dagli umori della Camera prevedo che sarà in ogni modovotata... Oh, se non ci fosse stato il Panama, sarebbe messa subito a dormire... La mania d’imitazione ci perde. Dio mio, quale scandalo! Ed anche il governo ne sarà travolto.

«Parta, parta presto! Una volta ritirate le cambiali sarà facile provare che l’onorevole Sicuri non ha lucrato, ma si è semplicemente rovinato per eccesso di buona fede... diciamo meglio per minchioneria.

Ruggeri si levò per andarsene, meno prevenuto contro il commendatore, per il quale ebbe una stretta di mano ed un ringraziamento...

Uscendo, mormorò:

— Per poliziotto, non c’è male. È vero che ciò che voleva ottenere l’ha ottenuto... Venire a Roma...

Queste le ragioni del nuovo viaggio di Ruggeri a Miralto.

***

Partito immediatamente, senza aver potuto prevenire Giuliano, la sua prima visita a Miralto fu per il notajo Invernizzi che trovò recisamente contrario a consigliare nuovi sacrificî alla contessa.

— Valeva la pena di averle salvata la dote due mesi fa per riperderla ora?

«Il conte Giuliano è pazzo; se l’onore è in pericolo, peggio per lui... S’abbia il destino che merita.

— Signor dottore... tale pensiero l’ebbi anch’io; una considerazione del commendatore Cerasi mi ha vinto.

«Presto o tardi bisognerà pagare; la contessa si rovinerebbe mille volte piuttosto di lasciare insaldati i debiti del marito. I nostri consigli non sarebbero ascoltati.

Il notajo, sospirando, ne convenne...

— Ebbene, faccia lei, signor Ruggeri... Come cercarei denari? Di liquido non c’è più nulla, duecentomila lire non si trovano mica per le strade, come torsoli di cavolo.

— I miei titoli... si potrebbero dare in pegno...

— Lei vorrebbe?

— E perchè no!

— Sa che gli amici della sua sorta sono rari?

— Mio Dio, se non ci fosse l’amicizia a questo mondo, che ci rimarrebbe, quando cogli anni l’amore se ne fugge?

Il vecchio notajo tossì con ostentazione, quasi avesse voluto insinuare un dubbio e sbirciò stranamente Ettore, scotendo il capo, come per sollevare dubbî sulla credibilità dell’affermazione:

— Amore o no... è un fatto che per la generalità, la migliore e la più sentita amicizia è l’egoismo, l’amicizia per sè medesimi. Ella vuole... Sia! Ma in ogni modo la somma non sarebbe sufficiente; nella migliore ipotesi ci mancherebbe sempre una cinquantina di mila lire.

— Quelle le anticiperà lei, signor dottore.

— Io! sclamò il notajo, facendo un balzo...

— Certamente! soggiunse Ettore... Poi prenderà tutte le garanzie onde assicurare il suo credito; ora non abbiamo tempo da perdere...

— Cinquantamila lire! Fa presto lei... Non sono un soldo...

— Lo so, ed è per questo, ch’io non so chi altri potrebbe in Miralto snocciolarle lì, su l’unghia, all’infuori di lei.

— Già, mi hanno fatto la nomea di milionario... Non dico di essere un disperato; cinquantamila lire sulla mano... da un minuto all’altro?...

— Non dico questo, per domani basta... Oggi mi rechereia Milano per depositare alla Cassa di risparmio i miei titoli, la somma mancante me la darà lei domani. Dopo domani a Roma ritirerò le cambiali e noi diverremo creditori del conte e della contessa per la somma corrispondente. Ella poi stipulerà il contratto in piena forma e noi avremo fatto una buona azione senza il minimo sacrificio, senza il più piccolo rischio.

— Come ci va lei! Ella è proprio del secolo del vapore e del telegrafo... Mi stipula i contratti, senza neppure l’assenso dei contraenti... In affari si deve camminare a piedi di piombo.

— Per carità, signor dottore... Non facciamo teorie... Quale documento più valido delle cambiali del conte? Abbiamo noi bisogno di altri atti notarili?

— Non dico di no... Ma...

— Lasciamo i ma. Ella avrà la compiacenza di darmi quei quattro stracci di titoli miei... Le rilascierò ricevuta in piena regola...

«Mi recherò a Milano stasera, domattina al più tardi sarò di ritorno colla somma, ch’ella completerà. Domani stesso ripartirò per Roma, non senza aver ottenuto l’assenso della contessa... Dopo domani ritirerò le cambiali ed avremo salvato un galantuomo senza perdere un centesimo, senz’altri fastidî e noje...

— Farò com’ella vuole, replicò il notajo, mal rassegnato sospirando profondamente... Le dico in verità però che non mi è mai capitato di trattare affari in tal modo.

Ed a ritroso, di malumore, si alzò dirigendosi alla cassa forte. Un gigantesco mobile medioevale in ferro, tutto catenacci e bulloni, che con gran fracasso di chiavistelli si spalancò cigolando, quasi a protesta, ancor più di mala voglia che non l’aprisse il notajo, il quale dal grosso mazzo di chiavi sceltane una piccinaaperse un cassetto interno, ferrato anch’esso come un lanzichenecco. Ne estrasse un grosso pacco tutto coperto di suggelli, colla scritta: «Titoli di proprietà dell’onorevole Ettore Ruggeri.»

Consegnò il plico ad Ettore, dicendogli:

— La nota dei titoli è in doppio, una la conserverò io, l’altra è acclusa coi valori.

— Sta bene... le rilascio ricevuta dell’intiera somma...

— Bisogna che sia in regola; farò stendere la minuta dai miei commessi; ritorni fra un’ora e sarà pronta.

— Fra un’ora? Vuol dunque farmi perdere il treno? Una ricevuta provvisoria... Domani legalizzeremo la definitiva...

Nuovo sospiro del notajo, il quale, vinto, non osò protestare, e facendo segno ad Ettore di sedersi allo scrittojo, scrollando il capo, soggiunse:

— No! no! gli affari non si trattano così.

Quando Ettore ebbe finito di scrivere, lesse e rilesse attentamente la ricevuta:

— Sta bene! Domani la rifaremo...

Ettore respirò...

— Ed ella prepari la somma... Dalle cinquanta alle sessantamila...

— Mi ha fatto promettere, non dubiti...

Quando furono sulla soglia, il burbero legulejo si rabbonì e quasi commosso, serrando la mano ad Ettore gli disse:

— Lei è un cuor d’oro... Fortunati coloro che l’hanno amico... Io posso esserle padre, mi permetta quindi un consiglio... La cinquantina l’ha toccata anche lei. Non sarebbe bene rinunziare a certe fisime, a certe velleità che non sono più de’ suoi anni?

— Che dice? chiese Ettore meravigliato ed impallidendo.

— Noi notaî siamo come i preti... Il nostro studio è un confessionale; molte confidenze, molti segreti, molti dolori vi fanno capo, chiusi gelosamente nel nostro petto, come i danari e i titoli in quello scrigno di ferro... Non le posso dire di più... In Transilvania una provvida legge vieta il matrimonio fra due persone la cui differenza d’età raggiunga i trent’anni... Noi non l’abbiamo, quella legge, ma dovrebbe essere legge morale, rispettata da tutti.

— Signor Pietro, io non la comprendo... balbettò Ettore, che aveva troppo compreso...

— Via, Ettore... pensaci e mi comprenderai! soggiunse paternamente il notajo, ritornando al tu antico, col quale aveva trattato Ruggeri quand’era fanciullo.

Ettore non insistè e salutando affrettato col pretesto dell’ora, andò alla ferrovia, senza neppur passare dalla contessa, senza chiedere notizie di Stella, che pur stavagli in cuore, assai più delle cambiali di Giuliano.... La rivedrò domani!

Ben triste domani!

Al ritorno da Milano, assestato ogni affare col notajo, Ettore si recò dalla contessa per narrarle lo scopo del viaggio suo e gli espedienti cui si era appigliato per salvare Giuliano.

— La contessa non c’è, gli fu risposto dal domestico... La madre della signorina Stella è aggravata, e da tre giorni la contessa non rientra che per vedere il bimbo e mutarsi d’abiti. Le notti le passa al capezzale della malata.

Ruggeri, fulminato da quella notizia, corse alla casa di Stella... la porta dell’appartamento era spalancata, nessun domestico nell’anticamera in disordine. Retrocedette fin sul limitare per suonare il campanello. Alla chiamata nessuno rispose. Si inoltrò ansioso verso lecamere di servizio del noto appartamento; nella cucina trovò i due vecchi domestici in pianto.

— Oh, signor Ruggeri, sclamò l’Antonio, ha fatto bene a venire... Quale disgrazia... È morta stamattina la nostra signora... Passi, la signorina colla contessa sono di là, soggiunse additando; di là a vegliare...

Scotendo il capo in atto di sconforto, si rimise a pregare.

Ettore procedette attraverso l’appartamento; la porta della camera funebre era aperta, chiuse le imposte delle finestre, i ceri ardenti la lasciavano nella penombra.

Ettore, al fioco chiarore dei ceri non distinse che l’eburneo pallore del volto della defunta. Era stesa sul letto coperto di fiori, composta a pace serena, sonno profondo senza sogni.

Ristette dinanzi la solennità paurosa della morte. Abituandosi alla semi oscurità, scorse due suore, bisbiglianti preghiere, ai lati del capezzale; più lontano, adagiata su di una poltrona, la contessa Adele piangente sulla testa bruna di Stella, che singhiozzava inginocchiata a suoi piedi.

— Benvenuto, Ruggeri, mormorò la contessa, scorgendo Ettore ritto sul limitare... È Dio che l’ha mandato!

Al nome di Ruggeri, Stella sorse in piedi e correndo ad incontrarlo, non curando i testimonî:

— Sapevo che saresti venuto, il cuore me lo diceva. Ti aspettavo! Ho promesso alla povera mamma, per non turbare i suoi ultimi istanti... Non sarò tua! Ma, lo giuro nuovamente, qui davanti a lei, che con Dio mi ascolta: non sarò d’altri. Fidanzati nella morte, ci incontreremo nuovamente e la Provvidenza non ci negherà la felicità che ci è vietata su questa terra.

Rompendo in singhiozzi, si gettò fra le braccia di Ettore atterrito.

Le veglie, le emozioni strazianti dell’agonia materna, lo schianto inenarrabile, infinito, per la perdita della madre adorata, la promessa giurata nell’angoscia, il terrore dell’avvenire nella solitudine, avevano affranta la fibra della fanciulla, che alla nuova emozione non resse più. Le braccia, che convulsamente avevano allacciato il collo dell’amico, si allentarono. Stella si ripiegò su sè stessa; sarebbe stramazzata al suolo se Ettore ed Adele non l’avessero sorretta.

Accorsero le suore... Stella fu portata nella sua cameretta verginale, adagiata sul lettuccio. Priva di sensi, pareva morta... morta anch’essa...

Le suore ed Adele si affaccendavano nelle cure, sciogliendo frettolosamente i ritegni degli abiti, spruzzandole il volto, approssimandole alle narici impallidite una boccetta di sali. Stella non rinveniva e si disperavano nel terrore.

Ettore instupidito era caduto ginocchioni a’ piedi del letto, colla mano inerte di Stella fra le sue, incapace a nulla nel terribile dubbio... Avrebbe urlato nella disperazione, se la voce gli fosse uscita dalla strozza; anch’egli si sentiva morire, soffocato dall’angoscia.

Pallida come cera, ancor più bella, il volto dimagrato dalle sofferenze, sembrava veramente morta... Mai come in quell’ora, perfetta la identità coll’altra, la fidanzata perduta dalla morte rapitagli.

Se l’ansia fosse più lungamente durata, Ruggeri sarebbe impazzito.

Quando Stella diede un primo segno di vita, un grido di gioja gli uscì dal petto...

— È viva! È viva!

La più anziana delle suore, che con pietosa indulgenza erasi commossa allo strazio di Ettore, senza averdiviso i suoi allarmi per un semplice svenimento, gli si avvicinò dicendogli:

— Signore, ora tocca a noi infermiere; la signorina fra poco sarà pienamente ristabilita... È bene lasciarla sola con noi. Non tema! Noi che viviamo fra i dolori e le miserie, assistiamo spesso a simili strazî. I grandi dolori morali sulle fibre delicate producono eguali effetti delle eccessive, intollerabili sofferenze fisiche, la momentanea cessazione della vita. È forse provvidenziale! Momento di sollievo, per chi soffre, nella insensibilità della morte.

Ettore ringraziò collo sguardo la suora pietosa, e, baciata la manina fredda di Stella, che increspò le pallide labbra ad un sorriso, si ritirò mormorandole all’orecchio:

— Stella, ci rivedremo fra poco.

Adele baciò con affetto materno l’amica e seguì Ruggeri.

Anch’essa, Adele, era trasformata; la sua bellezza calma e serena aveva attinto nel dolore una nuova espressione di energia, lo sguardo soavemente dolce brillava come illuminato dalla febbre, più bella nello sdegno maturato nei disinganni e nelle rivolte dell’abbandono.

Nella tristezza solenne e profonda di quella casa visitata dalla morte, Adele aveva accolto il fido amico come angelo confortatore; ma nella riflessione divinò che non il caso lo avea mandato in quell’ora di sventura, qualche nuova follìa del marito, dal cuore in rivolta, ripudiato per l’offeso amore, per la fede tradita, per il nome onorato compromesso.

Adele precedette Ettore in un salotto attiguo alla camera ardente, e fattogli segno di sedersi, gli disse:

— Signor Ruggeri, è Giuliano che lo manda?

— No, signora... Venni io spontaneamente. Giuliano da molti giorni non l’ho riveduto. Però venni per lui...

— Ancora nuove dilapidazioni?

— No... La conseguenza delle antiche.

Ed Ettore le narrò brevemente della bufera parlamentare che stava per scatenarsi. Delle ultime cambiali di Giuliano, del pericolo di uno scandalo irreparabile, del disonore che l’avrebbe colpito. Narrò le sue intelligenze col notajo Invernizzi, la gita a Milano, soggiungendo che sarebbe ripartito la sera in tempo per ritirare le cambiali prima che l’inchiesta fosse decretata dalla Camera.

Quando ebbe finito, la contessa ringraziò con effusione.

— Il notajo Invernizzi assesterà le questioni di interesse; io non dimenticherò mai ciò che ella ha fatto per noi... Così Stella potesse dimenticare... la simpatia che lei le ha inspirato, soggiunse la contessa arrossendo... La sua povera mamma al letto di morte, con ostinazione inconcepibile in quell’ora suprema, volle la promessa formale dalla figlia che avrebbe rinunziato ad ogni rapporto con lei... signor Ettore. Stella ha giurato! Entrambe siamo infelici; io abbandonata dal padre del mio piccolo Giorgio, essa legata da un giuramento solenne a non essere mai dell’uomo che ama, cui si ritiene avvinta da un voto egualmente indissolubile. Alla sua generosità, signor Ettore, il tranquillare la coscienza allarmata di Stella, restituendole quella libertà ch’essa crede di non avere... Col tempo, chi sa? si cicatrizzano tante ferite! riprese la contessa sospirando...

— Non le ferite mortali! sclamò Ettore.

E dopo un lungo silenzio:

— Stella non è in alcun modo legata a me... Io sonoun grande colpevole perchè non avrei dovuto fomentare una passione insensata, per la differenza d’età. A me non rimane che rivarcare l’Oceano, sopprimermi... Sperando nel tempo, non per me che da anni non spero, illudendomi appena qualche volta per rendermi sopportabile la vita.

«L’amicizia per Giuliano, per lei, contessa, l’amore per Stella, un amore pazzo, erano le ragioni della mia esistenza... Ora tutto è spezzato... Domani, quando avrò restituite le cambiali a Giuliano, il mio compito sarà finito... Per lei, contessa, la venerazione come di una santa, ed il voto che il suo Giuliano possa ritornare guarito dalla terribile lezione nel seno della famiglia, amoroso e riamato come un tempo.

— Impossibile! sclamò Adele con energia che Ettore non avrebbe mai supposto in quella soave e mite creatura. Impossibile! Il mio amore offeso, il mio orgoglio calpestato potrebbero perdonare; non perdonerò mai a Giuliano di aver spogliato suo figlio... che ormai è tutto il mio amore, tutto il mio orgoglio. Compio con entusiasmo quest’ultimo sagrificio che lei mi chiede, ma più nulla di comune io posso avere con quel disgraziato, che abbandono al suo nuovo amore, al suo destino senza rimpianto.

«Il notajo Invernizzi, che incaricherò di assestare quest’ultima pendenza, è pure incaricato delle pratiche per la nostra separazione... Tutto è finito! Felice se mi rimarrà la di lei amicizia, signor Ettore, mi dedicherò tutta al mio bambino, a Stella; della quale devo essere pure il conforto e la guida... Questi sette mesi di sofferenze e di umiliazioni mi hanno invecchiata di dieci anni. Sarò una mamma giovane, disse sorridendo melanconicamente, ma assennata.

— Signora Adele, ella spera nel tempo per me e perStella; lasci ch’io speri nel tempo per lei e per Giuliano...

— Il tempo? Chi sa? Forse... Quando avremo i capelli bianchi... Ella deve partire. L’avrei voluto qui per giovarci in queste ore tristi, nelle quali la sventura si è scatenata con tanta furia contro di noi tutti, ma è bene ch’ella parta; la sua presenza è necessaria a Roma per quel disgraziato...

— E devo dirgli?

— Nulla!

— A quando i funerali?

— Dopo domani. Le permetto di ritornare per la mesta cerimonia... Poi sarà bene non rivedere Stella...

Ettore stette muto...

— Me lo promette?

— L’ho promesso e terrò... Ma non è giusto che la morte invada la vita, che i morenti ci leghino imprescrittibili volontà, e si erigano arbitri dei nostri affetti, delle nostre azioni dalla tomba... È contro natura!

E sorto da sedere passeggiava concitato nel ristretto salotto, rompendo in esclamazioni di protesta:

— No! no! non è giusto!

Adele, sorta anch’essa a corrergli incontro, e prendendogli la mano:

— Per carità, signor Ettore, non bestemmiamo la morte in quest’ora solenne, il cadavere è nella camera attigua... le ultime volontà dei morenti sono sacre.

— Perdoni, contessa... Perdoni! Sono un infelice condannato al supplizio, e non oso, non so strapparmi il cuore dal petto... Stella le dirà il nostro amore... È la seconda volta che la perdo, rapitami dalla morte, ora mi è dalla morte contesa.

Adele credette che fosse impazzito...

— Partirò! Pure come pretendere, contessa, ch’iosubisca rassegnato la mia sorte? È tutta una gioventù di lacrime e di rimpianti che oggi, nella sventura stessa che ha colpito Stella, avrebbe trovato compenso nella nostra unione ridicola, forse agli occhî del mondo per la sproporzione degli anni, ma che ci avrebbe egualmente reso felici, perchè nella gioja del presente non avremmo curato l’avvenire...

«Ed invece più assoluta separazione...

«Tra noi si frappone il veto della morta; la nostra unione non sarebbe soltanto ridicola: sacrilega...

Le lacrime dei fanciulli e delle donne commuovono, quelle degli uomini bruciano... Il volto virile e abbronzato di Ettore era rigato di pianto...

— Signor Ruggeri!

— È vero, è vero... Sono un grande fanciullo... Sia, contessa, mi farò animo... Partirò, ritornerò per i funebri... E darò l’arrivederci a Stella in un’altra vita, se pure non è un inganno... Contessa, perdoni... Sarò ragionevole... no, meglio, sarò eroico.

— Così la volevo, disse Adele serrandogli con riconoscenza la mano.

— Ella è un angelo, rispose Ettore, baciando la purissima fronte di quella santa, che non si ritrasse alla casta carezza dell’amico, sorridendo di un sorriso di riconoscenza.

— Andiamo a salutare la povera Stella... Le annunzii il suo prossimo ritorno, e della partenza definitiva non le dica nulla... La saprà anche troppo presto.


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