CAPITOLO XX.La bufera.
La discussione dell’interpellanza bancaria si protrasse tre giorni, fra i tumulti di un’assemblea sovraeccitata al parossismo. Alle passioni politiche di partito si aggiungevano interessi personali, di attacco, di difesa.
Vendette elettorali, rivincite, sfide latenti per inveterate inimicizie; antipatie in lotta, rappresaglie di abbandoni, di diserzioni e tradimenti.
Ed ancor più appassionante la manìa dello scandalo, malattia inguaribile, ereditata colla condanna ai lavori forzati ed a morire, dai nostri genitori per il primo fallo di Eva.
Le passioni che agitavano la Camera si erano propagate sui fili telegrafici per l’Italia intiera. I giornali non si occupavano d’altro, riboccanti di particolari sulle sedute parlamentari, di rivelazioni, di accuse.
Il sentimento di moralità di un popolo intiero era in rivolta; la curiosità, curiosità febbrile, si associava allo sdegno.
— I nomi! I nomi dei concussionarî! si gridava da ogni parte... I colpevoli alla berlina!
Il Governo, sostenuto da una maggioranza formidabile, si opponeva recisamente alla domanda di una inchiesta parlamentare; ma l’opinione pubblica lo travolgeva.La difesa era ostinata, pure ad ogni attacco dell’opposizione perdeva terreno. Tutte le arti di seduzione, tutti gli strattagemmi parlamentari furono esauriti. Dovunque si voleva la luce... I fogli degli scribi stipendiati, l’Ordinedell’onesto Ferretti, ilParlamentaredel gentiluomo Mosaici, in testa, invano proclamavano carità di patria, nell’intento di sopire lo scandalo, onde salvare all’estero l’onor nazionale, quasi che potesse essere compromesso da pochi individui, qualunque sia la loro posizione sociale e politica.
Asserragliato nell’ultimo riparo, il presidente del Consiglio capitolò, promettendo un’inchiesta governativa. La maggioranza l’accettò.
Il Governo sperava, sottraendosi al controllo parlamentare, assopire fatti inoppugnabili compromettenti tutti i poteri dello Stato; ma alle prime indagini dell’inchiesta, le risultanze apparvero talmente enormi, che l’intervento dell’autorità giudiziaria fu inevitabile.
Il minuto del terrore!... Un direttore di banca fu arrestato per l’appropriazione indebita di due milioni, dei quali non sapeva render conto... La voce si propagò di incredibili brogli all’Istituto Romano per più di trenta milioni di lire. Tutte le voci le più pessimiste si avveravano. L’opposizione trionfava.
Un mattino, Roma, attonita, vide sfilare per le sue vie un lungo corteo di carrozze, guardate da un nugolo di guardie e carabinieri, dirette alle carceri di oltre Tevere... a Regina Cœli... Direttore, cassiere, alcuni impiegati, perfino l’elegante banchiere Michelini, alcuni funzionari dello Stato componevano il triste convoglio... E la folla crudele ad insultare gli arrestati, in attesa del turno dei ministri, dei senatori, dei deputati ritenuti complici.
L’ora pareva vicina... Nelle carte degli arrestati compromissioniinsospettabili. Correva voce di domande del procuratore generale alla Camera per autorizzazione a procedere contro alcuni deputati; affermavasi che il Senato stava costituendosi in Alta Corte di giustizia, per giudicare alcuni de’ suoi membri accusati.
La febbre dello scandalo, della pubblica curiosità, al delirio.
Dai banchi della Camera partivano accuse e denunzie formali, ed i gabinetti dei giudici istruttori si erano trasformati in bocca di leone, ufficî di informazioni, vere e false, per la stampa assetata di notizie. Ognireporterfaceva bottino di nomi e di documenti onde metterli a disposizione del proprio giornale, il quale, a seconda del partito politico, delle sue attinenze e delle influenze, ne usava a proposito ed a sproposito. Miscela di verità e di calunnie, di esagerazioni e di pietose o interessate soppressioni. La confusione degli innocenti ai colpevoli giovava al Governo, che frattanto sopprimeva nomi, sottraeva documenti, a beneficio de’ suoi, o per ricattare gli avversari più temibili, col silenzio momentaneo, forte della minaccia di rivelazioni successive...
Giuliano, il quale, assestati i suoi affari coll’Istituto Romano, munito della dichiarazione del saldo completo d’ogni suo conto col detto Istituto, si credeva ormai al sicuro da ogni accusa, vedeva invece ogni giorno il proprio nome correre su per i giornali, con quelli dei più compromessi fra i malfattori politici.
Nelle liste, astutamente divulgate dai magistrati, il suo nome compariva pur sempre fra i debitori... Una sua dichiarazione formale, stampata sull’Ordinee sulParlamentare, non servì. Ormai lo si accusava di aver offerti servigi politici al direttore dell’Istituto, e lo si additava come uno fra quelli contro cui l’autorità giudiziaria avrebbe proceduto.
Giorni terribili quelli, di umiliazioni, di agitazioni, di terrori...
Ruggeri nell’ora triste era ritornato, e Lastri non abbandonava il giovane amico.
Ma, pur troppo, l’autorità giudiziaria nelle lettere di pura cortesia dell’on. Sicuri si ostinava a trovare un reato... L’intervento dell’onorevole Lastri non aveva servito... Le vittime si volevano, per poter salvare i rei influenti, altolocati, potenti... L’opinione pubblica era assetata di riparazioni, di soddisfazioni... Nel 93 la ghigliottina, ora la morte civile.
La marchesa Giulia, vera eroina, per salvare l’amante aveva messo in gioco tutte le influenze della contessa Marcellin, non risparmiandosi per proprio conto.
Avvocato difensore irresistibile per la bellezza affascinante, il casato illustre, le ricchezze, era corsa per tutti i ministeri, aveva perorato presso tutti gli alti magistrati, aveva bussato a tutte le porte di personaggi politici, non chiedendo grazia, invocando giustizia.
Giuliano, incapace alla lotta, si era ripiegato su sè stesso, chiudendo gli occhî, come i bambini per non veder la folgore, turandosi gli orecchî, impaurito dal fragore del tuono.
Spinto alla Camera dalla volontà di Ruggeri, alla quale non sapeva resistere, sotto la rispettata protezione dell’onorevole Lastri, occupava ogni giorno il proprio banco di deputato, nell’atteggiamento di colpevole piuttosto che di innocente.
In quel mattino correva voce che alla presidenza fossero giunte le domande a procedere contro alcuni deputati.
Giuliano, pallido come cadavere, stava assiso al suo banco, straziato dal dubbio d’essere compreso fra gliaccusati... Gli sembrava che tutti gli sguardi fossero rivolti su di lui. Per nascondere il proprio turbamento fingeva scrivere, ma in realtà non tracciava che parole senza senso... Non udì una sillaba della lettura del verbale, gli pareva sognare... il sogno tormentoso della notte del suo primo viaggio di deputato da Miralto, la stessa visione, le risa ed i cachinni dei colleghi, che lo beffeggiavano, la stessa apparizione; là in alto, come in una nube, Adele e il suo bimbo!...
La carta su cui la mano inconsciente tracciava i caratteri era bagnata di lacrime...
L’onorevole Boemi, brav’uomo, vicino di banco a Giuliano... a susurrargli all’orecchio:
— Coraggio, Sicuri... Tutti ti rendono giustizia... Via! Sii uomo!
Giuliano, richiamato alla realtà, si asciugò frettolosamente gli occhi, serrando riconoscente la mano al collega...
Un silenzio di tomba s’era fatto nell’aula affollata... I deputati, scesi nell’emiciclo, all’invito del presidente ritornavano ai loro posti, compresi della gravità della situazione sentendo tutta l’importanza delle comunicazioni preannunziate.
Le tribune erano gremite. Pure sarebbesi detto che gli spettatori rattenessero il respiro per meglio udire, tant’era il silenzio.
Spettacolo imponente, solenne, emozionante quanto quello di una degradazione militare.
Un colpo di campanello, ed il presidente annunziò essergli pervenuta, inviata dall’autorità giudiziaria, la domanda di autorizzazione a procedere contro un deputato.
La comunicazione era aspettata, pure un bisbiglio si sollevò dall’assemblea, bisbiglio subito represso daglizittìi universali e da un rintocco del campanello. Udite! Udite!
Per nessuna catastrofe di dramma, a nessuna Corte d’Assise, nell’imminenza del verdetto, l’ansiosa aspettazione del pubblico fu maggiormente tesa.
La lettera del procuratore del re al presidente della Camera particolareggiava minutamente le prime indagini della giustizia dopo l’arresto degli imputati appartenenti all’Istituto Romano e complici. Dalle deposizioni degli accusati, dai documenti sequestrati appariva che ingenti somme di danaro furono spese dall’Istituto nell’intento di ottenere l’approvazione della «legge per la proroga del privilegio della emissione dei biglietti di banca», legge dal Parlamento votata infatti.
Giuliano, ricordando di aver appunto scritto qualche cosa in proposito al direttore dell’Istituto, non dubitava più di essere compreso fra gli accusati; si sentiva morire, avrebbe voluto essere cento metri sotterra.
Nella tensione d’animo in cui si trovava, tanto apparsagli chiara la propria compromissione, sarebbe svenuto, se, in quel mentre, un usciere non gli avesse recato una lettera dai noti caratteri... L’aperse e, con difficoltà per la vista ottenebrata, potè decifrare:
«Giuliano,«Ritorno ora dall’ufficio del procuratore generale. Nessuna accusa contro di te.«L’inchiesta trovò regolarissimi i tuoi conti... Le tue lettere inconcludenti... Salvo! Ed io, nella felice certezza, ti amo ancor più.«Giulia.»
«Giuliano,
«Ritorno ora dall’ufficio del procuratore generale. Nessuna accusa contro di te.
«L’inchiesta trovò regolarissimi i tuoi conti... Le tue lettere inconcludenti... Salvo! Ed io, nella felice certezza, ti amo ancor più.
«Giulia.»
L’onorevole Sicuri non credette a’ suoi occhî... Rilesse nuovamente per convincersi di non aver errato... Alzòlo sguardo alla tribuna della presidenza, come per aver un’affermazione di quella notizia che poteva essere una pietosa bugia; riconobbe l’amica, indovinò il di lei sorriso... Giulia salutava scuotendo leggermente il fazzoletto, raggiante di gioja.
La lettura del presidente continuava nel più profondo silenzio, appena turbato tratto tratto da qualche bisbiglio... Il nome del deputato accusato, De Respi, era stato pronunziato, e il documento assumeva il carattere d’una fiera requisitoria, che non doveva essere l’ultima, perchè il magistrato preannunziava nuove procedure contro altri deputati.
Gli articoli invocati del Codice penale erano il 168, il 63, il 171, il 172 ed il 204; ognuno dei quali comminava più anni di carcere.
Come un brivido di terrore, forse di pietà, corse per l’assemblea. Impressione profonda, terribile.
Terminata la lettura, i banchi, le gallerie si spopolarono.
Scena indimenticabile... Il deputato De Respi, il colpito dall’accusa giudiziaria, era rimasto solo al suo banco, in atteggiamento in apparenza impassibile, quasi sorridente. Si alzò, con mano ferma raccolse le carte, e fattone un plico, che mise sotto braccio, si dispose ad uscire. Ristette; nella di lui mente d’artista balenò forse un ricordo, come al narratore, che assisteva dalle tribune pubbliche a quel dramma: il plotone di fucilazione del maresciallo Ney, rappresentato dal pennello di Gérome... I soldati guidati da un’ufficiale, i quali, ad eccidio compiuto, se ne vanno riguardando con pietà paurosa la vittima inanimata, stesa al suolo bocconi. Così gli onorevoli, uscenti a frotte dall’aula, si volgevano al colpito dalla morte civile con sguardo pietoso ed impaurito... La solennità dell’esecuzione li aveva commossi.
Nessuno dubitava della di lui reità, per il rapido patrimonio ammassato, per la nomea di audace affarista; ma il collega così ucciso dalla spada della giustizia, che lo coglieva al sommo della popolarità, alla vigilia di afferrare l’ambito portafogli, era sì miseranda catastrofe, che atterriva... I complici suoi, minacciati anch’essi dal rigido magistrato, s’eran dileguati esterrefatti.
L’onorevole De Respi ristette e, portata una mano al cuore, come per uno spasimo improvviso, ricadde a sedere. Un coraggioso collega accorse a lui, l’esempio fu imitato da altri e, l’infelice, nell’ora fatale dell’espiazione, ebbe il conforto della generosa pietà anche di qualche avversario.
Di tutto ciò nulla aveva notato Giuliano, che, abbandonata l’aula, saliva alla tribuna della presidenza, onde ringraziare Giulia, ed effondere tutta la riconoscenza per l’amica devota, tutta la gioja per lo scampato pericolo.
L’emozione aveva spezzata la debole fibra. La lieta notizia, giuntagli tanto improvvisamente, il repentino passaggio dai dubbî accascianti alla consolante certezza della propria innocenza riconosciuta, avevan potuto più del supplizio sì lungamente durato; quando fu al limitare della tribuna, non resse e svenne stramazzando a terra, mal sostenuto dall’usciere, che, vedendolo barcollare, gli era accorso in ajuto.
Dai pochi presenti nel corridojo fu scambiato per il deputato De Respi... l’accusato.
La marchesa Giulia gli prestò le prime cure nell’appartamento della presidenza. Appena potè reggersi, Giuliano, ospitato nella carrozza della marchesa, fu ricondotto al di lui appartamento, preceduto da Ruggeri, avvertito dell’accaduto.
Divorato dalla febbre, fu posto a letto delirante. Febbre cerebrale, avea dichiarato il medico, sollecitamente chiamato.
Al capezzale, silenziosi, Giulia ed Ettore, che, avversarî fra loro, dall’amicizia e dall’amore erano stati riuniti nella stessa opera di carità. Entrambi testimonî dei vaneggiamenti del povero naufrago, da entrambi, con affetto sì diverso, egualmente amato.
Dei due afflitti, in quei momenti di ansia, sarebbe stata Giulia la più infelice, non udendo mai il proprio nome pronunziato dal febbricitante, il quale nel delirio non invocava che Adele; più infelice sarebbe stata, se Ettore non avesse portato in cuore ben altro tormento.
L’ultimo addio a Stella era stato dato sulla bara della madre.
Ultimo addio, senza speranza di ritorno. La morente aveva ribadito nel testamento il divieto alla figlia. Per ciò il notajo Invernizzi erasi mostrato a conoscenza dell’amore di Ettore, che avrebbe già portato oltre l’oceano la propria disperazione se l’amicizia per Giuliano non gli avesse imposto di rimanere, guida ed ajuto, nelle disastrose peripezie.
Dissi avversarî, Giulia ed Ettore... Non per antipatie personali. Ettore era l’amico della famiglia Sicuri; Giulia l’intrusa, che la felicità di quella famiglia aveva distrutta.
Giulia istintivamente indovinava tutta l’avversione che Ruggeri doveva nutrire per lei e lo detestava, protesta perenne contro l’amore di Giuliano, ad essa perenne rimprovero.
Entrambi al letto del delirante, egualmente solleciti nel soccorrerlo, non avevan discorso che a monosillabi e sempre per cose attinenti al loro mandato, alla loro missione di infermieri.
Il medico era ritornato a sera; la febbre era aumentata, il pericolo si aggravava. Giulia non si era allontanata dal capezzale che alla venuta del medico; quando se ne fu andato, rientrò nella camera del malato per chiedere premurosamente notizia del responso della scienza.
— Giuliano è sempre più aggravato; a me incombe l’obbligo di avvertire la contessa Sicuri... Sarà bene, quindi, ch’ella lasci il posto di suora a chi ha il dovere ed il diritto di occuparlo.
— Mi scaccia? chiese quasi supplicante Giulia.
— Non lo dica... La parola è dura e non risponde alla verità. Vi sono esigenze più forti della nostra volontà... Sarà mia cura mandarle notizie replicatamente ogni giorno. Ella deve comprendere che la contessa, già abbastanza infelice, non deve incontrarla qui.
Giulia non rispose; non aveva argomento da opporre. Solo argomento il suo amore, la ragione appunto per cui la di lei presenza in quella casa diveniva incompatibile. Lo comprese e chinò il capo rassegnata.
— Quando verrà la contessa? chiese, gli occhî pieni di lacrime.
— Non so... Le telegraferò ora... Domani certamente.
— Dunque fino a domani? Acconsente?
— Dovrei dirle di no. Fra poco la notizia della malattia di Giuliano sarà divulgata... I visitatori affluiranno... Ho data la consegna di non lasciar passare alcuno, eccezione per l’onorevole Lastri; ma una indiscrezione dei domestici... Se la contessa venisse a sapere che il suo posto era preso da lei...
Giulia asciugò gli occhî e lentamente, a ritroso, raccolse i suoi oggetti sparsi per la camera, il cappello, i guanti, l’ombrellino, l’enorme portafogli in lampasso antico trapunto, con lentezza, per ritardare diqualche minuto la sua andata; assestò il cappello davanti lo specchio. Quando non ebbe altri pretesti a ritardare, posò sul tavolino da notte del malato una boccetta d’oro da sali, ricordo, della visita sua, e fattasi incontro a Ruggeri, il quale, ritto, ai piedi del letto, la considerava commosso, gli porse la piccola mano inguantata:
— Conto sulla sua parola, signor Ruggeri; mi mandi notizie tre o quattro volte al giorno... E... e, soggiunse, se la contessa non venisse, mi richiami.
Ettore promise... Giulia, riavvicinatasi al capezzale del caro malato, inchinatasi graziosamente, depose un lungo bacio sulla fronte infocata... Il malato si scosse, aperse gli occhî, fissò attonito Giulia, un sorriso gli sfiorò le labbra, e ricadde nel sopore.
— Mi ha riconosciuta, mormorò ad Ettore raggiante di speranza... Il medico si è ingannato... Si ricordi! Se non venisse, mi richiami... Il cuore mi dice che non verrà.
— Impossibile, replicò Ettore.
La marchesa uscì mandando ancora un saluto al suo povero Giuliano.