V.L'HUMORISMO LO VENDICA

V.L'HUMORISMO LO VENDICAAllora, riuscito dolorosamente dalla tempesta, per fortuna sua, ferito ma non sconciato, mentre altri coetanei, troppo ammalati del morbo del secolo, si erano lasciati sommergere dai flutti, o vi si erano abbandonati, mal vivi, alla deriva; Carlo Dossi riguarda a torno; ripensa e commemora il suo menegmo Alberto Pisani scomparso; numera ed appostilla quanto si trova vicino, volti d'uomini, aspetti d'animali, presenze di cose, avvicendarsi di gesti e di fenomeni, la cronaca morale del paesaggio cotidiano, la pratica utilitaria condecorata dal titolo di virtù cui la società ne richiede per il comodo della ipocrisia, pel vantaggio dei privilegi, per la facilità di sopportarci a vicenda, in bilancia, sull'odio e la paura reciproca, con urbanità, verso il nostro prossimo.Sì, egli è salvo; ma tutte le sue illusioni erano naufragate, asfissiandosi nell'acque salse e putride, miste di lagrime, di sangue, nel pantano termale e solfureo della comunione umana, chiamatasocietà. Alla prima tappa, lasciata a pena la mano preveggente e consolatrice della madre e la protezione della malinconia, che lo fa schivo e selvaggio, s'imbatte nell'Amore, e in un altroamoreche non fu mai quello per cui Alberto si era sacrificato. Egli lo aveva già chiesto come una necessità di estetica: «Non vi ha poeta senza amore»; e, se non aveva composto versi, aveva pianto delle elegie in prosa. L'amore dozzinale l'avevano cantato tutti, dai petrarchisti ai manzoniani; e tutti avevano dimenticato di dipingerlo doppio, Eros ed Anteros, a mo' de' Greci, ed a loro non erano giunte, per la strada lunghissima del tempo, le parole sane e naturali di Dafni e Cloe, perchè intiero potessero rievocarlo. Angiolo di crudeltà, leali rosse, e non bendato ma reggente, crudele, esasperato, le freccie incoccate alla corda dell'arco, divinità aggressiva e deliberata, di lui, Carlo Dossi, rinnova il vero ritratto, senza pudori. Chi per eccesso di idealismo, si applicò a descrivere non l'Amoremaquesto attuale amore, come un padre riformatore di costumi per la sincerità, può come Rops formar col disegno le lussurie, non il piacere, per flagellare il Bastardo nato dal Satiro e dalla Ipocrisia, nuda pandemia, le natiche ricoperte a scherno da una maschera di velluto nero.Ed eccone i fiori di bragia e di cenere; i fiori che sono in mostra sopra di un cestello di vimini intrecciati e politi e coprono un groviglio verminoso ed avvelenato di ceraste e di aspidi africani: ecco, le bende intessute di seta e d'oro, che fasciano lo piaghe purulente; i veli candidi, che vestono una sposa non più intatta. Le venerabili, sacrosante e formidabili apparenze non lo arrestano col loro parere, che sembra, a tutti una realtà; egli immette le mani deliberate nella millantata lussuosità dell'apparato di grazia, di ricchezza, di verginità. Il dolore gli ha fatto svellere le zone proteggenti e menzognere, considerare l'abito e l'apparecchio come la più grande menzogna; anzi, le foglie provvidenziali di fico, posticcie sopra le così dette vergogne delle statue, reputò ingombrante ruffianesimo, perchè alla santità della natura si innestano come un riparo, che meglio richiama a supporre la perversità della cerebrazione, donde ilVizio.La delicatezza squisitissima, feminea, quasi permalosa della estetica di Carlo Dossi non era disposta a resisterein armoniacolla grossolana bestialità di quelle soddisfazioni; non ne sopporta l'atmosfera lutolenta e soffocante; come Baudelaire, al quale per un lato assomiglia, l'autore diDesinenza in Aha bisogno di convalidarsi nella amara ironia della necessità. L'altro aveva pur compostoLes Fleurs du Mal, che la sciocchezza comune del secondo impero pretese pornografia,mentre lasciò sfoggiare, per Compiègne, lecaccie imperiali alle nude dame di Francia, alla Montijo facili adulterii ed il figurino delle mode accreditate presso una Cora Pearl e Nana. Identica fortuna: il ribrezzo ed il disgusto, in Italia ed in Francia, presero il nome di turpitudine letteraria; così, per Carducci, perchè tornò a chiamare «barba la barba e non l'onor del mento»; così per chi disse: «J'appelle chat un chat!»; così, nella pudibonda e presbiterana Inghilterra, contro Swinburne, che veniva dannato come l'introduttore, nella moralissima isola di Regina Vittoria, della scuola spumante della carnalità.Carlo Dossi, innamorato delle pure e naturali grazie d'amore, trovò la femina; — innamorato della gloria, cui sente aver diritto, s'imbatte nella indifferenza, quando non sia l'astio; — innamorato della vita sana e gagliarda, ha con sè la malattia, coi tormenti della carne, coi dubi angosciosi della mente, colla rivolta dello spirito superiore e vittorioso della fralezza del corpo: — innamorato della bellezza d'arte incontra i truffatori delle arti ben rimunerati e vantati dalla terza Italia ufficiale, mentre li artisti geniali stentano il frusto di pane giornaliero e sono derisi; — innamorato di tutto l'ideale bellissimo e dominatore, lo vede, così, in mente; lo sente schiavo, nel mondo. — È egli veramente ammalato e debole? «egli, la cui[60]vita intellettuale è uno sforzo, e la materiate uno stento!» Non può? Che gli dice lo specchio, l'arte sua? Riproponiti in una serie di imagini; popola il mondo di te stesso; giudica da queste tue imagini: Hegel gli aveva passato la definizione: «L'humorismo è attitudine speciale dell'intelletto e del carattere, per cui l'artista pone sè stesso al posto delle cose». Sostituire il fattoreale, col fattovero, sino a quando? ridere riconfortarsi nella propria onestà; dileggiare altrui, manifestarsi lieto, non concedere al mondo la trista gioja d'esporglile proprie sofferenze, che appunto il mondo gl'impone? Certo, quel modo di vivere, secondo le leggi artefatte sulla natura, secondo l'abnorme golosità dei sensi e dei sessi, che trovan pretesto di farsi chiamare piaceri onesti e civili, secondo le prove quotidiane dell'egoismo, che passano per utili e progressivi aumenti sociali, non lo compiace, se ne scansa, lo rifiuta, si mette in grado di non subirne i contatti; e, — quando lo attenta, — lo rimuta, lo foggia come vuole. Desidera che, intorno a lui, lo scenario sia completo, lo incornici bene; doni al suo volto ed al porgere della sua persona: non altrimenti l'anima estremo-orientale dei Nipponici, prima che la civiltà europea l'avesse violentata colle necessità commerciali, politiche ed imperialiste dello «struggle for life», si comportava nell'arte di fabricarsi i proprî oggetti ed i proprî paesaggi, intonandoli al loro stato morale.Questo è difendersi; questo è opporre violenza a violenza, volontà testarda a volontà incosciente; quali armi, il ridicolo, la satira, la falsa commiserazione, l'elogio a doppio taglio, come una bipenne, l'incenso affatturato da suffumigi d'ospedale, il ghigno, che sembra sorriso, la risata del disprezzo irrefrenato e convulsa, come una bestemia!L'arte personalissima di Carlo Dossi ha assunto per carattere specifico,l'humour: l'istrumentista, che intonò, in sordina, l'orchestra delli archi e dei legni, che amò i passaggi bemolizzati, pastosi e caldi di velluto e di ciniglia, la patetica lenta e sognatrice, rialza la gamma alli acuti, assume il crescendo rossiniano, il fragore wagneriano. Dalla psicologia garbata, a tenerezze degradanti e tenue a sfumature iridate, a compatimenti misericordiosi, diGoccie d'inchiostro— che sono meno nere di quanto non appajano a prima vista — alli schizzi, tra la caricatura ed il grottesco, — così li usò il Callot, il Goya, il Sattler, dai quali la vita si sforma in una gajezza macabra — dai segni impressionisti di matita — Odilon Redon li prescelse per le pagine martoriate delle sue acqueforti — dal bozzetto chiazzato di ombre e luci, tra ilgiallo ed il violaceo — così procede il Conconi; — erano riuscite le figure di Madama Ciriminaghi e della sua amica, le macchiette avvisatrici della signora Isar e del suo degno figliuolo, il professore Proverbi, quella povera vittima del maestro Ghioldi, i musini bianchi e rosei, come mele appiole de' condiscepoli diL'Altrieri. Ma altra torna ad essere qui l'appostazione; qui, doveva rovesciarsi, tumido e violento, nell'esercizio incondizionato delle sue facoltà intellettuali,il suo modo; fortuna a pochissimi accordata. L'iniziale romanticismo si travolge, in una specie di rammarico, di rancore, contro la vita che deve sofrire e questa accusa di non essere stata per lui perfettissima; se ne ribella: scatta l'humour. — Poco dopo, può dire di sè stesso: «Vi è un Dossi buono ed un Dossi cattivo; donde due opere: il romanzo della bontà il romanzo della malvagità». Poteva dire invece: «Vi è un Dossi che vede le cose buone ed un Dossi che avverte e addolora per quelle cattive. Verso le prime, accorre, si compiace, concorda, continua l'armonia; colle seconde si irrita, discorda, interrompe i rapporti. Con quelle, la placida comunione si distende in bellezza, sorride, determina il piacere; per queste spasima, combatte, deforma e l'humorismo ghigna stridulo e beffardo, altro sforzo e migliore, per i caratteri idealisti, con cui tentano di ristabilire l'equilibrio. — Corre, in fatti, ai ripari, si prova a colmare le soluzioni di continuità apertesi nell'ordine e nel ritmo. Le lagrime ne approfondirebbero le ferite sanguinose; il sorriso accoglie una benda leggiera e profumata di balsami sopra le labra aperte e gementi di quella carne intagliata, che piange. Ed, intanto, l'operatore vedesi in uno specchio colle sue smorfie comicamente dolorose; sogghigna e singhiozza, perchè l'interruzione del riposo, della compostezza della fresca attitudine serena è caratteristicamente brutta, esteticamente suggestiva. Egli, che tenta guarire ed evadere dalla malattia non può: l'humorismo, in eccesso, dà dei risultati identici all'eccesso di amare: odia. — Carlo Dossi, che odia il deforme, lo pratica per ragion d'arte e persuggerirvi l'opposto: donde i suoiSaggi di critica nuova, — I Mattoidi al primo concorso pel monumento in Roma a Re Vittorio Emanuele.L'accomanda al patrocinio dell'amico illustre Cesare Lombroso; gli domanda perchè, «nessuno dei critici[61]nostri si occupò del contingente enorme, che il cretinismo e la pazzia hanno dato al primo concorso pel monumento al defunto Sovrano». Se ne imbizzarrisce. «Per quanto non appresi[62]mai scienze mediche, nemmeno insegnai in alcuna Università, nè, a disposizione de' miei sperimenti psichici, tengo alcun manicomio, salvo quello de' libri; — nel silenzio de' dotti è permesso, presumo, ad un ignorante di avventurar la sua voce, il suo «aqua alle corde». Questo strazio della plastica, del disegno, della architettura, questa ingiuria al buon senso, questi «poveri bozzetti[63]fuggiti od avviati al manicomio, dinanzi ai quali, chi prende la vita sul tragico, passa facendo atti di sdegno a chi la prende, come si deve, a giuoco»; questo oltraggio alle buone lettere, che accompagna la prova della demenza artistica colla grafomania delle leggende che la vogliono spiegare, non rappresentano il fior fiore dell'ingegno europeo, balzato fuori alla grida di un concorso per onorare colui che chiamano il Padre della Patria? Italia dà questa ricolta d'arte; essa, la madre autentica e pura delle Arti e delle Grazie? Questa è la espressione più genuina e maggiore della sua potenza creatrice, nel terzo suo risorgimento; con questi aborti, con queste pseudologie, con questi deliri in gesso, con questi incubi segnati a carboncino, a matita, all'acquarello, con tutti i mezzi grafici a disposizione delle due mani, o zampe, dell'uomo? Quale indice di coltura e di buon gusto! «Senonchè, l'imperizia della mano, quando è accoppiata alle incongruenze della mente, o ad altri disordini cerebrali, concorre ad accentuare le caratteristiche della pazzia». Carlo Dossi le raccoglie,le enumera, le distende in rassegna, ne riproduce le parole, i disegni, li atteggiamenti, le ripropone chiare alla scienza: «Voi, insigne Lombroso[64], qual tema più eternamente attuale della follia?» Prorompe in uno scoppio di risa echeggianti: erasmiane.Nè si accheta; la sua indagine continua serrata; avviluppa in una rete di riprove capziose, tira il cappio al nodo scorsojo della domanda suggestiva. Ne risultaOna famiglia de Cilapponi; dove, la catastrofe di una stirpe di nobili lombardi è ridicola, tra l'ignoranza e la cattiveria; e vi regnano:la Marchesa Matriggiani-Andegari, di ottant'anni,cialla, superba e tegnonna, marchesa Travasa in diminuzione, collo sfarzo fesso e slabrato della decadenza; suoi figliuoli,el Cavalier Telesfor, maggior general, ciall resios e doppi — Don Eleuteri, deputaa, cial, baloss e che voeur parì foin — el Marches Calocer, ciall, bon e sempi;— e la nidiata implume e piumata dei nipoti vanitosi, bugiardi, sciocchini, falsi e poltroni.Si svolgonoI Bigottoni; dove la satira non è per la religione, ma se la dividono coloro, che, suoi ministri e pinzocchere e praticanti e nonzoletti ortodossi esemplari, vanno giornalmente denigrando, colle loro azioni, ogni e qualunque fede, avvilendone i nomi sacri sulle labra, nomi di scongiuro formidabile, coi quali il sentimento e la passionalità s'ajutano a vivere alla meno peggio. Perchè, se il Dossi ammira ed invidia, alcune volte, il sincero fervore ascetico e mistico di razza — vi prego di non confonderemisticismo, che è una sintesi razionalista, conascetismo, che è una iperestesia di sensualità religiosa; — e può entusiasmare per i fervori e la poesia del delirio di Santa Teresa e di Santa Caterina; odia e dirige l'accusa contro i bigotti —Tartufe, le laïque d'Eglise— che ripullulano assolutisti nelle loro convinzioni più del prete, che cedono e si ripiegano sopra tutti i punti, nella vita, nelle opere, nei bisogni fuorchè sul dogma di cui si sostituisconogianizzeri e pretoriani. Egli scoperse cheTartufenon è l'ipocrita, ma èlui, categoria: scorse, sotto la sua maschera, preannunciando, un Longinotti legislatore, un Meda rappresentante di seminarii, un Cameroni deputato di varazzini salesiani: questi, iTartufesinceri; questi, i bigotti reali e maggiori nella comedia sociale; iTartufedelle banche agricole, delle deputazioni provinciali bergamasche, dei cinematografi istruttivi e comodamente oscuri al palpeggiare; i politici amanti del Giolitti. Anche ilTartufegentiluomo e gentildonna;Tartufedi cui l'innata fierezza, o l'atavica spilorceria, si trattengono compunte in sulla buja prescienza di un peccato, in sul timore del castigo; si che cattolici e nobili, o grassi borghesi nobilitati, il che fa lo stesso, stanno in una umiltà che non impedisce l'esercizio de' loro privilegi, per quanto recitino l'Officio pro defunctise l'altroalla Vergine, rimanendo calmi, tirchi, in albagia, ultimi venutiraillésai Savoja nel trapasso della monarchia verso il socialismo, — ultima tirannia — per poter ricondurre a Roma li Scioani del Brembo ad instaurarvi, compiacente Enrico Ferri, il Papa-Re, s'egli darà un bajocco di più all'ora alli operai evoluti ed organizzati da' parroci democristi e dalleCamere del Lavoro, dimentiche d'ogni patriottica italianità.Quindi, troveremo ne' suoi ineditiIl libro delle bizzarrie. dove sarà condensato il triplo estratto e la quinta essenza dell'arguzia e del pensiero dossiano, riposta nel barattolocolor di cielo sudicio, dall'epigrafe «Filosofia». Preziosissima conserva di esperienza, su cui il paradosso regna sovrano: il male ed il bene vi si innestano a vicenda; si fecondano, aprono la cataratta al vaso di Pandora; partoriscono le cose, li uomini e li avvenimenti; si determinano, dalle categorie, i gradini e nulla appare dannoso «nè dannosa la malattia[65]nè la Farmacia e nemmeno la malattia, che fa pregiata la sanità». Leggendo, voi sapete, che, come Erasmo lodòLa Follia, egli inneggeràal Colera; che, come von Grabbe, goticamente, rimisein discussione il Demonio con Dio, egli li riporrà di fronte; che, come Hoxmann fu il demiurgo di pupattole mecaniche ed originalissime, e Gustavo Kahn rivide ilPuppen-Fée, a delizia dei bambini grandi; egli, memore di Condorcet, per il ridicolo delli uomini politici, scriverà una petizione al Parlamento Nazionale, di un mecanico, colla quale propone a re costituzionale un suo fantoccio contrafatto, a viti d'orologio ed a vita d'automa, che, ricaricato nelle solenne adunanze, faccia, con maggior compitezza, l'ufficio di quest'altro di carne e vivente.La piacevolezza stampata lo fece richiamare da un procurator generale, che videsi comparir davanti un alto funzionario decoratissimo della Consulta; donde la meraviglia. Che, se Alberto Pisani ha dovuto servire alla Nazione, passando sotto i lavorini monarchici della uniforme diplomatica, ha pur sempre permesso a Carlo Dossi il piacere della ribellione, quando risponde alla costituzionalità in questo modo:[66]«Il re costituzionale può essere paragonato ad una meretrice, che è, per così dire, proprietà di chi lo paga, ossia del ministro al potere. — Cambia il ministro, ed egli cambia di gusti, di idee, di desideri, fossero pure contrari al programma precedente. Liberale-clericale-socialista, volta a volta, anarchico, se occorra, il re costituzionale è sempre passivo, vigliacco sempre» Ma se questi sceglie, dimostra la sua mentalità: ed allora: «Ogni[67]sovrano scelse sempre presso di sè consiglieri condegni del suo cuore e del suo ingegno. Trajano ebbe Plinio e Nerone Sejano: Napoleone I, una plejade di illustri: Vittorio Emanuele II, Cavour: Vittorio Emanuele III, Giolitti ed altriejusdem farinae;» sì che data la terribile necessità di uno Stato, di un Governo, dentro cui la libertà di ciascuno è dimezzata, egli sceglie il meglio amministrato. «Io griderò[68]sempre con Napoleone:viva l'Impero!col Senato di Roma:viva la Repubblica!».Sfoggia, così, una mirabile galleria di contemporanei, versocui intende la nostra malignità divertita, la malignità sana dell'uomo moralmente costituito, perchè rispetta i termini. Vi ammireremo:La Desinenza in A, che illustra il feminismo eterno,Ritratti umani, che riproducono volti di malati, di medici, di seccatori, d'impertinenti e di canaglie... oneste. «Il colore imperante di questi ritratti è la privazione d'ogni colore, cioè il nero — un gran malumore, contro gli individui di quella razza, alla quale, pur io ho il disonore di appartenere. Del che mi si fa grave carico. I signori uomini e, specialmente, le signore donne, si sarebbero oggi, a quanto contano i turiferari del loro amor proprio, così insaponati, da non serbare più traccia del preistorico cannibalismo e vivrebbero in una idilliaca comunanza pecorelle di candido zucchero, con roseo nastro, sui prati di felpa verde... Sarà benissimo, nel contesto; ma, intanto, la storia, anche contemporanea dell'umanità, è tutto un cibreo di delitti impastato col sangue e tale rimane, benchè l'assassinio sia chiamato eufonicamente valor militare, conquista il furto, colpo di stato il tradimento, esperienza parlamentare la truffa politica[69]». — Uditelo a ghignare: gorgogli e scoppi repressi di risa ben modulate sopra le dieresi ottative della sobbillazione estetica: «Oh, queste, no, non sono delle canaglie autenticate dal codice penale — il quale, del resto, ha rotto molte maglie alla sua rete, donde riescono i più malvagi-ben-vestiti —: oh, questi sono solamente que'malvagi-ben-vestiti, di cui sopra, nella libera circolazione della società, nel libero flusso e riflusso delle passioni». Tutti i giorni ne ha incontrato una dozzina; mentre discorrevano, ne schizzò il profilo intenzionale e saporito, caricatura ingrossata a punta secca di Holbein, acquarello disinvolto e libero di Hogarth.Inoltre, la sua erudizione, che aveva riburattato il grano, il loglio e la segale cornuta del torbido e pregno secentismo,aveva scoverto, ne' più secreti ripostigli, ne' più salaci cantucci, l'armamentario delle fattuccherie, delle superstizioni, delli scongiuri, de'recipefarmaceutici, di tutta la congerie ridicola, spaventosa, revulsiva delle pratiche e delle opinioni per cui un Mora illustrò di sè stessoLa Colonna infamemilanese in sullaPiazza della Vetra. Suggerimento manzoniano, diretta osservazione, a Carlo Dossi, avevano persuaso un indagine curiosa ed insistente sulla psiche delle sue macchiette plebee e meneghine, che stanno a fondo mobile delli altri suoi eroi di mista razza. In quelle, scorse corrispondenze ataviche, ritorni di gesti, di credenze, involuzioni di costume, che gli indicavano l'origine spagnolesca inveterata ed incrostata sopra il carattere del popolino; focolari mal spenti di sporadici ed interruttivi contagi presti a fecondare leggende di fantasime, di rumori, a condecorar case, appartamenti, camere, con una fiaba d'intricate avventure tra l'amore, la crudeltà, e di morti che ritornano e sifanno sentire. Quanti elementi per il grottesco, quanti motivi alle risa ed alla commiserazione in tali sciocchezze, cui la plebe si fabrica e dalle quali è suggestionata! Carlo Dossi le saggia colla scienza mirabile della ignoranza fastosa e torbida del seicento: a lui apparivael sur Dianzen benedettdel Porta; beffando, in un mistero bigio, appostilla significazioni strane alle cose: ecco, unlettomonumentale, per calcare il quale la paura bisogna che gli guardi sotto: ecco, le grinte delle imagini inquadrate, che dicono qualche cosa di più che non voglia il grossolano profilo della stampa: ecco, il canto lento e rituale della bàlia che sembra profetizzare in una oscurità, tra il magico ed il contadinesco: ecco, quell'incoscienza astrusa ed astratta per cui domandano oggetti enormi e foggiano maravigliose filosofie i suoi bambini; ne' capricci de' quali, nelli strilli e nel pretendere de' mimmi s'agita unquiddi diavolesco, di involontariamente perverso, di subcosciente, che suggerisce una serie di acute riflessioni, per cui si risale all'origine animale dell'uomo, camuffata nella predestinazione fattucchiera. E leprime pagine dell'Altrierisi svolgono tra la leggenda, le paure reali ed imaginarie; eLa Casetta di Gigioè costruita dalla pura fantasia che connette un grande sistema filosofico vissuto; e de' periodi dettagliano le ambiguità senza grazia, le malodorose ovatte sudicie, i gesti lubrici, li attorcimenti tentaculari di molti uffici comuni e schivati, di alcune funzioni di spazzini sociali e comunali; il necroforo, la mammana, lapoveretta de la giesa, el giovin de macellar, el perrucchée, il cenciajuolo, la minuta straccioneria urbana. — Sì; egli ama il secentismo, le sue parole biscornute e ravvoltolate, i suoi pensieri doppi e confusi, dentro cui si pescano le doppie e antieretiche verità della vita, ama quella sua scienza polverosa e strana, fatta di metafisica e di speculazione, la sua fisica che è ancora un'alchimia, il suo viaggiare che è sempre una scoperta. Ama lo stipite dell'Humorismonostro secentesco. Giordano «per quelle sue paginecosì genialmente mal scritte, nelle quali chiamala divinità: anima dell'anima». Sente codesto Bruno ben diverso dalla comune de' suoi contemporanei anticlericali; l'avverte come un autore ineffabilmente barocco, irto di angoli ed involuto di cornici, gonfio di panneggi, profondo ed ingannatore: Bruno, che ha ridotto ad idee ed a pensieri le sue emozioni, le sue impressionabilità squisite, la sua vertigine di novità e di indagini eccezionali; Bruno, che è stipite di un complesso e nascente romanticismo ghibellino, il meno costituito per servire di spunto moderno alla democrazia ed all'ateismo militante.Accorre Carlo Dossi verso codeste grandi qualità mistiche ed al fascino torbido ed ambiguo del suo stile; il nome del valoroso ricorrerà spesso sotto la penna di lui. Un'altra affine genialità discorre quell'opera essenzialmente critica e religiosa, che, prima d'ogni altra, ha saputo svincolare ilsenso di fede, la sensazione di confidenza, dalle forme canoniche, dai dogmi freddi, terribili, sterili, personalizzandoli nella coscienza dell'Unicoa mo' di uno Stirner religioso. DalCandelajo, dalloSpaccio della Bestia trionfante, dalli altriscritti bruniani, dispillano quell'humorismo che l'autore diRitratti umaniripropone, i motivi che svolge di nuovo, compiacendosi quasi, in uno stesso stile scomposto, personale, saporitissimo.Che s'egli va ricercandosi e foggiandosi bizzarre imprese, e l'una descrive:una palla di gomma in rimbalzo dal suolo alla palma della mano tesa ed aperta che ne corregge e ne rinnova l'elasticità, parlando: «Repulsa adsurgo» — e l'altra:un razzo d'oro in un cielo di notte: «Brevis sed splendens»; accoglie, definitivamente, la terza da Giordano Bruno: «In tristia hilaritas, in hilaritate tristis». — «Perchè[70]gli umoristi, in generale, dicono cose fuori della comune sentenza, ma in modo da colpire la intelligenza con un lampo di persuasione, che, spesso, si perpetua in duraturo chiarore: cioè, dicono cose savie vestite di pazzia e pazzie vestite di saviezza: però che ad un discorso fatto di ragione chiunque può opporre: ad uno di cuore nessuno». Infatti, riflettendo sopra sè stesso, si determina a paragone: «Satiricamente, Manzoni corrisponde ad Orazio, Rovani a Giovenale, Dossi ad Ovidio;» — ma definisce: «Il riso[71]di Manzoni era ironia, quello di Rovani sarcasmo; il manzoniano umorismo spira la pace, il rovaniano battaglia»; questo di Carlo Dossi è un singulto che sorride, un desiderio che lacrima, una gioja sciupata, una rosa, che, ancora sullo stelo e non completamente fiorita, vien maculata nel cuore da un verme roditore; è pure una corazza d'acciajo brunita ed oscura, una conchiglia funerea ed infendibile di bronzo, dentro cui la polpa dei nervi e del cervello delicatissimo si rifugiò; donde, dalla difesa combatte e vince. L'humorismo è sempre un'amara vendetta vittoriosa: «e la satira»[72]torna a dirsi «che è la forma letteraria della malvagità, gli è necessaria espulsione per conservarglila morale salute», quando gli basti e non soggiunga: «Nella[73]satira si trova, è vero, una delle fonti dell'umorismo, ma l'umorismo non è tutta satira: essa trae anche la sua origine da quella parte di letteratura semisconosciuta dagli antichi, benché corrispondesse ad un affetto che naturalmente dovevano anch'essi sentire, ilpathos:» — per cui, se «il comico[74]è riso, — l'umorismo è sorriso».È ancora «la malinconia di un'anima superiore che giunge a divertirsi di ciò che lo rattrista», spiega Gian Paolo Richter: «è la perfezione del genio poetico», insiste Carlyle: «chi ne manca, sian pur grandi le sue doti, è un ingegno incompiuto; avrà occhi per vedere all'in su, ma non per vedere intorno a sè e sotto». — Addison desidera darcene la palingenesi, facendolo discendere dalVero, dalBuonsenso, da cui nacque loSpirito, che sposò una collaterale di nomeAllegria.Fruttarono le nozze l'Humour, il più giovane della illustre famiglia, erede di esseri, di caratteri e di abitudini diverse e multiformi; perciò, era procede «leggiero spigliato, con abito bizzarro e fantastico, ora in veste nera, o togato come un medico od un giudice, ora in giornea pezzata ed a sonagliuzzi d'argento, tintinnabulante come l'Arlecchino, pirotecnica umana di lazzi, risa, sgambetti, scatologie.Dal novissimo testamento della moderna ironia, Taine estrae l'epigrafe imperfetta: «L'Humourè unquiddi acre, di amaro, di oscuro, che nasce nei freddi cieli settentrionali». Scherier lo vuole, secondo Leibnitz buon tedesco ripieno di salsiccie, di birra, «wrüst mit salkraut», la gaiezza dell'uomo allegro ed ottimista: — Stapler lo arma cavaliere della trista figura, bel-tenebroso, ritornato da tutte le gioje del mondo e da tutti i dolori, un idealista dissoluto — Lo encomia Teofilo Gautier in sulla contradizione delle stravaganze; e Luigi Pirandello nostro definisce: «Un vero umorista dovrebbe dirsi solamente chi ha il sentimento del contrario,chi ha cioè una filosofica tolleranza spinta fino a tal segno da non saper più da che parte tenere; donde la pietà del contrasto»; sì che Spencer può dire: «Io rido, se nel massimo della mia attività, mi trovo nel vuoto; rido, se aspettandomi moltissimo, ad un tratto, non stringo nel mio pugno che ilmagnifico nulla». Carlo Dossi dunque ride, fa ridere, sorride e fa pensare, appassionato, se, al saggio del suo pensiero, se davanti al suo sogno entusiasta di bellezza, d'amore, di onestà, ritrova ilmagnifico nulladella vita moderna, nuda di tutti questi attributi, ricchissimamente vestita di tutte le altre virtù negative delle menzogne; e non usa la satira, la caricatura, la farsa, l'epigramma, ma una vera e propria sua arte di caratteristiche speciali, che si giova di satira, di caricatura, di farsa e di epigramma rifusi in una unità propria per una sequenza sentimentale, genuina e triste e lieta e rissosa e pacifica ad un tempo: arte, che ogni qual volta ci si presenta con opere degne di lei, anche vecchia par nuova, mentre ogni qualunque metodo scientifico, per quanto freschissimo, ci puzza sempre di cadavere quatriduano. Perciò Carlo Dossi non vi definirà l'humorismo, ma praticandolo, ne darà a noi la sensazione e quasi il gusto dolce-amaro di morso e di bacio, incidendo sopra il suo libro più doloroso: «Un'oncia meno di sangue, un libro di più».Comunque, è dote squisitissima, rara e permalosa, che sfugge la nostra diretta conoscenza; noi la avvisiamo, la sentiamo, non possiamo dettagliarla e catalogarla secondo una norma scientifica: in casa nostra si acclimatizza a stento e nelle più alte figure letterarie. Ama climi poveri, inospiti, aspri, desidera l'inclemenza; è un'altra forma sotto cui si manifestanoi dolori innominati; in cui questi stessi tentano di riflettersi, per fotografarvisi, perchè projettati, in fine, ne sappiano la propria fisionomia. Viene dal Nord, viene dal romanticismo; precede ed accenna le ore critiche di patema sociale, di trasformazione psichica. Il serpente della Bibbia, — e Luca di Leida lo raffigura colle zampe di gatto ed unghiato,il volto antropoide, orecchiuto, il resto del corpo peloso, ravvolgendo, a spira, l'albero fatale — determina, grottescamente, l'incoscienza animale che sta per dar luogo alla coscienza umana.Socrate, che ironeggia neiMemorabilidi Senofonte, presente la voce di Thamos pilota egizio, che ridirà, a tutto il mondo pagano, la menzogna: «Il gran Pan è morto!» Se Petronio, tutto riso e cachinno, fa portare a Trimalchio la larvetta d'argento nel triclinio, gliela fa giuocare, disarticolata, nelle mani, e sul marmo della tavola del banchetto, per cui lo scheletro assume ogni più ridicola posatura, mentre canta: «Ahi, ahi, noi miseri, che omiciattolo vile è mai l'uomo!» insegna che la potenza romana sta per annullarsi nella istoria ventura. Luciano, il classico dell'humorismo producePeregrino, L'Elogio alla Mosca, ilPirgopolinice, laDescrizione di Jerapoli, le inversioni già cristiane sopra le sciocchezze pagane: attesta che si avvicendano i concilii di Nicea e di Alessandria, che lo stato rimuta religione, che li Arabi stanno per conquistare l'Asia-Minore, che il Medio-evo è alle porte; in bilancia, sulla croce, è la mezzaluna.Il Medio evo, epoca di crisi ininterrotte, si svolge dal grottesco necessariamente spettacoloso, munificente: la Messa nera, il Sabbato, il dì di San Giovanni, iMisteri, declamati e cantati nelle absidi abbaziali, i tornei, i buffoni, la Fiammetta ariostesca, i nani, la Feudalità. Intanto, all'ombra delle torri gotiche, sui campanili trinari e chiamanti al fuoco, alle tempeste, alla nascita ed alla morte, Quasimodo, campanaro del cielo e dell'inferno si arrampica; Gilles de Rais, il Barba-Bleu delfolk-loreindo-europeo, sfoggia la sinfonia satanica e lussuriosa: da Victor Hugo all'Huysmans, la fabrica dei nostri divinatori è meravigliosa: daNôtre-DameaLà-Bas. — Impero indiscusso del dualismo, Dio e il Diavolo reggono l'umanità, sulla formola manichea, poichè il cattolicesimo in quell'epoca, fu sicuramente settatore di Manete e ne ha conservato, nel grembo romano, il lievito. Ne riuscì una filosofiavolgare per tutti, contadini, monaci, artisti e principi, percossi e doloranti dalla apparente confusione contradittoria del bene e del male, senza saperne le sottili rispondenze; da questa formola inimica la scienza e la fede mistica di Spinoza non avevano ancora estratta l'intima comunione delmonismo, che è la maggior vittoria dello spirito moderno illuminato contro le categorie senza rispondenza d'Aristotele. Donde, l'antitesi estetica del grottesco; poichè il senso del bello, tranne nelle precoci figurazioni italiane, in Europa, era capovolto nel concetto medio-evale.Dissonanze importano lo squilibrio; un'altra volta interviene lacallida iunctura; la imprestano dalla formola di Orazio, là dove parla della Sirena; la pupilla stessa della umanità e la sua fantasia eccitata vedono i mostri, che l'uomo romano, nella stasi felice delle sue attribuzioni, aveva relegati nel Hades. Ed il Medio-evo, per distendere i propri nervi, esagitati sino alla pazzia demonologica, stiracchiati tra l'inferno ed il paradiso, doveva cambiar tono ed epoca, chiamarsi Rinascimento; e, dopo aver ritrovati l'Iddii immortali, ricantarli sotto il cido rappacificato ed azzurro.Nelle patrie del Nord, Chauser, Rabelais, che immerge nelleEaux de JouvencePantagruel, prototipo delPère Ubue diRoi Bembance; — Shakespeare, che sotto li acanti di Grecia, fa passeggiare Bottom e Flute, borghesi d'Inghilterra, comedianti improvvisati, e, tra te Fate classiche, Fior di Cece, Tela di Ragno, Granellin di Mostarda, e Titania regalar una testa d'asino a Bottom, ed Oberon fa sedere e comandare sul trono d'Eolo; — Villon, ladro e letterato, esprimono la loro fioritura classicheggiante ed humorista.Un'altra crisi. Un'altra ancora, quando Bergerac si farà condurre alla luna sopra uno stelo di rapa gigante; Le Sage inventerà Asmodeo, diavolo sciancato; Wieland rinnoverà un Aristippo; Goethe risusciterà un'altra e più bionda Elena; Cazotte un Diavolo innamorato in Ispagna; Hoffmann popolerà di ombre le camere, darà vita alle bambole, farà parlareun gatto, Schnürr; — farà sapere ai Tedeschi che Napoleone ha vinto a Jena, fu vinto a Leipsick. — Massimo, Don Quixote, conserverà, sotto la magra e trista figura d'hidalgospiantato, il cuore di Amadigi di Gaula; avrà per scudiere Sancio Pancia, cavalcator di un asino al suo fianco; assalterà mulini e greggie; distruggerà, di passata, la Cavalleria, per sempre. La sua persona bizzarra segna la fine della grandezza spagnuola; dentro la sua armatura, il monco di Lepanto, Don Miguel Cervantes de Saavedra, enumererà le ore di vita dell'istituto feudale; incomincierà la rivoluzione, che incoronerà la ghigliottina del '93, prevedendo e predicando la nuova istoria.Il giorno in cui Swift, cappellano di lord Berkeley, torna dalRacconto di una botte, dove se la prende col Papa, Lutero e Calvino, canaglie e bestie ecclesiastiche ed eretiche, per mettersi a viaggiare, sotto l'abito di Gulliver, il paese di Laputa, la sua misantropia satirica, che non risparmia Walpole e il Re, morti e coetanei, indica che l'Inghilterra trabocca sopra i suoi confini d'isola europea, si distende e sta per fondare più grande patria, oltre li oceani, cui riempie delle sue armate, che assorgono il commercio e sostituiscono, alPariatoavventuroso, laGentrysedentaria delle banche. Ma quando Sterne, col sorriso pallido e doloroso, con accento purgato di arguta proprietà di lingua e di una sottile percezione d'innominate sfumature sentimentali, riavvolto in una urbanità fredda, dignitosa, presbiterana ed ecclesiastica viene tradotto da Foscolo; Napoleone sfolgora in tutta la sua insolenza col blocco continentale contro le colonie dell'India, donde essa soffoca di pletora e necessariamente strema la madre-patria; l'autocrata ostenta la sua potenza in Italia, la suddivide, le impone principati di sua famiglia, ma non sa raffrenare e teme la libera voce del poeta immortale.Se appare Carlo Dossi, ammonisce che la Terza Italia incomincia; «calano[75]i numerai, nelle cui vene scorre sanguedarwiniano di scimmia; men persone che cifre e, delle cifre, zeri». Ingannano la patria colle loro non controllabili celebrità; e si dicono scienziati, insegnano non la scienza, ma l'isterismo scientifico: son tedeschi ed imitano la Germania, che ha, fin qui, mancato di Archimede, di Galilei e di Gorini; vogliono strappare le piante nostrane per allevare le esotiche, dar la stricnina ai nostri figliuoli per, farci adottare i loro. «Unni nuovi! fuori», egli grida; l'impeto suo uguaglia a quello di Carlyle e di Stendhal contro i bottegai, i manifatturieri, i contabili: «O Muse, o, Amori[76]restate!». Ma tutta la grettezza delle fabriche e delle industrie ci assale, il listino di borsa numera, col rialzo ed il ribasso, il palpito dell'innamorato, la tariffa all'amore: ed egli, che di tutto questo sofre, ne rappresenta l'avvento, che rifonde ed incomincia pure riconoscendone la necessità. Ha riconosciuto, nell'ora psicologica in cui l'Italia si rivolgeva alli istituti politici e costituzionali ed al machinismo del nord, quale parte la sua letteratura deve giuocare nel complesso classico, funzionante tuttora sotto la vernice romantico-manzoniana. Egli si sentì invaso da questa corrente diGoulf Streamassiderato, pungente e rovente della ironia, accolse la malattia endemica anglo-sassone, le aperse il passo, nel frangente della crescita politica tra noi, attestando, col suo fatto, un altro sintomo della pubertà, della espansione della gioventù, che sembra decadenza; avvalorando, un'altra volta, il concetto ch'io già esposi dellageniale ebefrenia.Sono, in fatti, li adolescenti, le donne nei travagli catameniali, i casti per regola monastica, le monache continenti per regola deprimente, le epoche ibride ed in isvolgimento, che, nelle inquietudini crepuscolari, pei cieli tenerissimi della primavera incipiente, nel volo delle nuvole marzoline, nell'urto de' venti propagatori di polline, nell'espressione sbocciante del virgulto, che inverdisce, nell'urgere dell'erba sui prati, nei misteri della fecondazione, trovano le figure mistiche, mitiche,sacre, demoniache, le rappresentazioni della Natura. Le Streghe appajono; sono il grottesco delle Ninfe; le Fate caprioleggiano i loro giuochi e discendono, cariche di doni, benigni e maligni; sono l'humorismo vivo delle Grazie. In un punto, nord e sud si trovano, si riabbracciano, oriente ed occidente, Cristo ed Heracles, Jehova ed Odino; Attila, daiNiebelungen, sporge la destra ad Ettore dellaIlliade; le razze scompajono, rimangono ilpoemaed ilpoeta, che le riassumono nella totalità semplice ed umana: ridono e piangono insieme. Allora rigurgita il troppo pieno cerebrale, non utilizzato, non polarizzato dalle epoche basse e grettamente egoiste: si riversa; ghirigori di letteratura, anfratti profondi, preziosità oscure ed intense manifestazioni attestano che molta energia giovane è trascurata, che il governo di un popolo è non tale quale la ragion sociale del popolo stesso richiede; che esiste una soluzione di continuità tra il cittadino e le leggi; che vi è qualche cosa che incomincia e qualche cosa che termina, che tutti sono malcontenti. Nelle giornate epiche, il classicismo impera; la retta è norma; la risposta breve e monosillabica, concione: qui, tutti hanno uno scopo diretto ed evidente, per cui consuonano in bellezza glabra, sommaria e stilizzata il gesto del soldato, la prosa del legislatore, la poesia di vittoria e di orgoglio: la pienezza si risolve in giuste membra alacri e forti. Chi opera e fabrica è asciutto, proporzionato ed elegante; l'obesità marchia il sedentario cabalatore di cifre, di sentimenti, di sofisma, di inquietudini astruse, dentro cui si perde, gioisce e addolora.Così, Carlo Dossi, a richiamo de' suoi fratelli d'oltr'Alpe ed Oceano, popola la sua biblioteca; voi ne vedrete i suoi più cari volumi dentro li scaffali e si chiamano:Saggid'Emerson,Operedi Carlyle, quelle di Shelley, le altre di Gian Paolo Richter, a costa a costa, conDon Chisciotte, I Promessi Sposi, I Cento Anni, Pantagruel, laRaccolta completadei nostri poeti meneghini, da Carlo Maria Maggi, al Raiberti, leTragediedi Shakespeare. Questi formano il perno della sua dottrinae del suo credo estetico. A traverso le pagine de' suoi pari, egli si riconosce meglio; opera in modo che il suo sangue, fondamentalmente latino, ma ringiovanito dalli innesti barbarici, la sua mente italiana moderna, ma in giornaliero contatto colle opinioni, i tentativi, le esperienze e la saggezza straniera, il suo organismo sinceramente costituito di creta patria, ma imbevuto di più sottili ragioni internazionali, si inlievitino al contatto della vita contemporanea e si commuovano simpaticamente, producendo, a somiglianza di quelle letterature straniere, una loro espressione, che non ne deriva, ma le avvicina avendo, per specifico motivo:rendere una personalità in un'epoca di transazione e di aumento fisico e morale. Riconosceva egli discendenza barbarica nella sua famiglia? Se ne sentiva intimamente persuaso? Rosalia de Holly, la figlia del colonnello tedesco, discesa per altro sangue materno dai Beccaria di Montecalvo — per cui s'innestava tenacia lomellina a germanica fantasticheria — la bisnonna biondissima, Rosalia, della cui madre Carlo Dossi adorò «quel[77]fazzoletto dagli stemmi tarmati, che evaporava quasi ancora il profumo acre delle lagrime, piovute dai neri ed alteri occhi della trisavola Maria Lucia, piangenti il fulvo marito trafitto sull'ucciso cavallo nei campi di Slesia, la corazza lucente ai raggi, invano pietosi, della luna»; — Rosalia de Holly moglie a Gelasio Pisani gli aveva legato necessità di rifusione ghibellina, nordica, metafisica, rinnovatrice, per estetica, in un bisogno passionale di specificarsi. Certo è che, biologicamente, l'arte sua veniva secreta, spontanea e limpida in modo tale da riempire la lacuna, a lungo rimasta aperta, delle lettere nostre; che produde, sullo stesso suolo della valle padana, di sulle colline orobiche, sulle balze prealpine, genialità di mista composizione, come Parini, Manzoni, Rovani, Carlo Dossi: i quali orientano diversamente l'indirizzo della letteratura, ne rivoluzionano la forma, ne rimutano l'espressione.Perchè egli ci ha dato una novissima, e, prima di lui, ineditapresentazione dell'humorismo, nel senso in cui noi oggi lo accettiamo, come nessuna opera classica l'accolse, per quanto vanti, e li ripeto, i nomi di Aristofane, Petronio, Luciano, l'Ariosto ed il Berni, Voltaire compreso, che pur esclamava: «Chi ci libera dai Greci e dai Romani», mentre rimase uno degli assertori più costanti della formola tradizionale, paziente osservatore dei costumi e delle bizzarrie del suo secolo. Se, nel caso dossiano, ancora l'ordine e la disciplina romanica gli fanno evitare l'eccesso della abbondanza delle risa e delle lagrime, non per ciò cessa l'acutezza del suohumour, anzi se ne avvantaggia.L'humoursia dunquelo stato costante dell'animo suo: uscire con uno slancio, dal lettore non preveduto, nel meraviglioso, dopo la calma descrizione delle attualità: esagerare, nel rendere la sensazione e il sentimento: assumere, da una funambolica associazione di idee passionali, una sintesi; dall'uso concomitante della scienza e dell'ascetismo, una verità. L'humorista ritrova, nella sequenza della vita cotidiana, nella nenia odiosa della pratica, il fiore strano di una bellezza d'antinomia; lo coglie e se lo appunta alla bottoniera, ve lo conserva anche appassito. L'humorista ride e non vorrebbe; piange e nasconde le proprie lagrime quasi se ne vergogni; è un faceto che ricasca nella filosofia trascendentale; è un sentimentale che vuol essere logico; un espositore di paradossi, di imagini, di similitudini eccezionali freddo e metodico come un professore d'algebra; dalle premesse vere conduce il ragionamento ad una pazza deduzione, in apparenza, concordante; da un fatto singolo, si inalza ad una universalità dubia; col gioco del sillogismo e colle dichiarazioni sofistiche, mette da parte la realtà e vi sostituisce la verità. L'humorista è un realista che nota i fatti, col rammarico di non poterli descrivere com'egli vorrebbe che fossero, ma come pur troppo sono; vive di osservazione diretta e minuziosa ed inneggia commosso: ama lacontradictio in terminis. Perchè sta nella vita corrente e la conosce a fondo, sa che questa è unacontinua contradizione, che il miglior modo di renderla, coll'arte, è foggiarne una di contrasti, di subite apparizioni, di impreveduti fenomeni, di lagrime e di risa insieme; già che singhiozzi di pianto e di riso provengono dalla stessa vibrazione del diaframma. Al qual proposito, preponendo unaAvvertenzaai quattordici calepini delleNote, azzurri ed inediti, dove Carlo Dossi ha riposto il sale secretissimo e l'essenza delle essenze della sua mente e de' suoi ricordi, entro i quali più scavi e frughi e più il piccone e la pala ti estraggono fuori ricchezze insospettate e qui sepolte generosamente; egli si rivolge al letterato che andrà leggendoli per renderne conto ad altrui, e gli dice: «Se vuoi avere la giusta idea d'un concetto, cerca questo sotto la parola naturale e comune che lo determina; ma cercalo pure nella sua opposta, e nella sua inversa. Per esempio; se vuoi sapere sullagioja, qui guarda ed anche quanto si enumera sottodolore: sullaluce, va a vedere sottoombra; intorno asottigliezze filosofiche, riscontra confilosofiche sottigliezze». Ultimo motto a rischiarare tutto l'anfigorigo avvolgimento del suo paradosso.Donde, noi veniamo a sapere come i fatti ch'egli racconta sono, propriamente, i gesti della sua mente che vuol conoscersi in azione; così operò, alcune volte, il misticismo esasperato di Villiers de l'Isle-Adam, se si trovò in contatto colle platealità borghese — e ne riesce ilBonhometcacciatore di cigni; — così predilesse Novalis; così perfece Gian Paolo Richter. Sembra a noi ch'egli apra una parentesi, per nascondervisi, quando sospende il racconto, vi immette, a tarsia ed a mosaico, le mirabili novelle come una minuta e scintillante gioielleria di pensieri e di rappresentazioni. L'azione, sotto via, si svolge meglio, sostenuta appunto da queste interruttive apparizioni; i cardini principiali, illeit-motivvi continuano, direi, ipogei; li Apologhi, le Parabole sono le prove provate della attività delle sue emozioni, la dramatica dei suoi sentimenti figurati e messi ad agire, in sulla ribalta della sua letteraria sincerità. Perchè Carlo Dossi parla aduna turba dinon iniziatii suoi lettori di ventura; come Cristo ha predicato ai Gentili; e tutti e due si fanno parabolani per esporre,in fatto, l'idea. Se viene interrogato può rispondere con Rimbaud, un altro Cristo di terrene passioni rosso fiammante: «Io[78]divenni un melodramma». Melodramma di entità psicologiche, di sottili astruserie, di legami più intimi, ch'egli ha scoperto e che, invano — si tentò celare nel nesso, tra la natura ambiente, così detta[79]«morta», — da chi non ha fino intuito, colla storia, il carattere il «momento» degli attori, che ne sono circondati. Chi conosce il segreto dei pinti romanzi di Hogarth comprenderà le mie scritte pitture. Il mobile la tappezzeria la pianta, vi acquistano un valore psichico, vi completano l'uomo, e, da semplici attrezzi teatrali, vengono a far parte integrante nel ruolo dei personaggi. Gli è il coro della antica tragedia ridotto a forma moderna».Con lui e per lui li oggetti, i mobili, le piante, i fiori, li animali, i fenomeni, tutti parlano e sentono, odono e rispondono. Egli adorale cose, perchè queste nascono e vivono e muojono con noi, come noi, e sono il prolungamento di noi stessi. Noi, colla nostra vicinanza, le influenziamo ed esse ricevono da noi: un certoanimismoper simpatia, già che il nostro linguaggio, per necessità logica ed umana, le regala di un antropomorfismo, donde piangono e ridono con noi. — Egli, forse, abusò di questa proprietà di esteriorizzazione; ma la sua abbondanza animica sta bene coi fenomeni della materia che inzuffla di spirito. Grande dote questa di non potersi mai credere in solitudine: chè la solitudine sua, subito, si popola: le cose gli si rivelano, gli si confidano: sarebbero così inerti di non comprenderlo, di non confessarglisi?Tutte le cose vivono ed hanno anima. Il ferro vibra di movimenti molecolari, nasce, invecchia, ha un destino. Le pietre preziose si allevano da sè, lentamente, per germiniastrusi: il topazio e lo zaffiro s'ammalano e smuntano. La calamita attrae, obbliga a sè, invita: il ferro percorre uno spazio per raggiungerla: la elettro-chimica ci spiega a sufficienza la reazione del ferro-magnete indotto? Il radio, che è sempre identico a sè, non trasforma il suo ambiente?Per Carlo Dossi, come per qualunque altro grande poeta di pensiero o di forma personale, tutte queste domande hanno una risposta affermativa dalla passione. Le cose inanimate rivaleggiano, nel suo amore, colle animate personalmente, le quali pretestano una loro individualità forse appena di superficie, mentre le altre attestano leggi indefinite, mecaniche, fisiche, chimiche. Ma, per Carlo Dossi, come per ogni altro poeta originale, non servono le apparenze; egli non si illude sul valore dei movimenti che si chiamanovolontari: sa che è un modo di dire e di pensare comune, ma che, del resto, lanostra umana volontà non ha presaa determinare le oscillazioni del nostro pensiero più che non possa il nostro vivere sopra il Sole, sopra la temperatura diSirio. Così, è questa stessa convinzione, fatta da appositino, da razionali impotenze, che lo rende compreso della corrispondenza tra l'animo suo e l'animo fraterno delle cose, che lo fa centro di un giuoco curioso ed involontario per cui deve, nelliAmori, manifestaresè stessoa traverso lecose, specialmente nelPrimo Cielo.Così, egli vive di più, perchè a ciascunoggetto suggestivopresta parte della sua propria vita. Vivere, in fatti, significa conoscere le apparenze e le sostanze secondo le loro differenze; significa essere sopra a tutto sensibile. Più si è sensibile, meglio si vive; meglio si è poeta, cioè si crea quanto maggiormente si sente con sensibilità attuale ed in azione che reciprocamente si determinano autenticandosi. La riflessione su questo punto d'incidente metafisica (è davvero metafisica?) se va cogliendone il nocciolo di sotto le rifuse contradizioni, si chiama anchehumorismo;e Carlo Dossi riflette spesso in questo modo profondo ed originale.L'opera che riesce assomiglia al mobiglietto industriato dalla pazienza giapponese, stipo da rinchiudervi meraviglie di giada, oro, avorio e porcellana. Schiudetene i brevi battenti; ecco una cassettina di ferro, incisa a grandi volute, a mascheroni, a trifogli, a bruchi ed a serpenti lunghi ed aggrovigliati, fatica perfezione di aggemmina e di variopinta ferruminazio: alzatene il coperchio, che scivola sulla cerniera, sericamente; due uccelli si volano incontro tra due rame di fiori fantastici; eccone un'altra più piccola di lacca, aspra d'oro in rilievo; ma, una terza, quindi, una quarta; l'ultima d'argento tutta con quattro rubini, quattro macchie di sangue alli angoli. Dentro, la preziosità riposa sopra un letto di velluto, riparato da una guaina di seta ricamata. Toglietele l'ultima veste; mostrate nuda la bellezza; un idolo: se svitate la mano destra, erta in segno di benedire; vi ritrovate, nel cavo, un anello massiccio d'oro scolpito; porta un corpo di donna straziato dall'amore di una piovra, divinità del mare; nasconde, in una voluta della figura, una impercettibile fialetta di vetro, la quale conserva la morte sotto forma di una goccia di curaro: la difesa, l'offesa, la liberazione.Sovente udii da Carlo Dossi magnificare i libri che apprestano, ad ogni nuova e ripetuta lettura, un motivo non prima scoperto a tutto profitto delle nostre insistenze. Arte psicologica, in cui egli eccelle; che mi si rappresenta in uno schema eguale alle circonvoluzioni del cervello, anfratti, in dedalee insenature, in meandri sinuosi della materia grigia; pura arte cerebrale. Magnificenza della energia dell'anima, unquidinispiegato ancora, come la scintilla elettrica; immensa potestà, chiusa nel breve e piccolo corpo fragile, ma che ascende l'infinito, rimanendo pacifica e perscrutando, in sè stessa, l'altitudine e la profondità della materia e della forza: pensiero divino. — In fine, la facoltà di vedere e di giudicare la vita, da un punto personale di vista e dal suo opposto, nello stesso tempo, è l'humorismo, pel quale Carlo Dossi ha l'acuto potere di scrivereRitratti umani; che sono l'espressione dellasua utile cattiveria e mattia.Pagina mea sapit hominem, porta, in fronte da Marziale, la copertina diCampionario;sacioèha sapor d'uomo, lo ha mangiato, lo ha digerito, se ne è nutrita; lo conosce per il palato e per il ventre; lo ha scomposto, ridotto ai minimi, termini, ai più brevi cristalli, come una esperienza chimica, come in un lavoro biologico e necessario dell'organismo; la pagina miaha evacuato l'uomo, come è: non quello che vediamo intorno a noi, tutti i giorni, vestito come conviensi, ripassato dalla convenzionalità del galateo; colui che non sai vantaggi della ineducazione, ma sfoggia le inciviltà della fondamentale ignoranza laureata; la pagina mia è la pietra di paragone;così ha saggiato l'uomoe ne dà il titolo esatto secondo la mia norma.Paginaeguale adArte: l'ironista sa che l'arte, per sè stessa, è serena, è una certezza; non un dubio; non una disputa; ch'essa non si inganna, non si illude, credendo alla assoluta bontà, o cattiveria dell'uomo, senza confonderle; ma lo rivede, nè buono, nè cattivo, come è, a servirla bellamente, come funziona utilmente nella vita. L'ironista sta alla finestra; guarda nella piazza, giù, ove si avvicendano le beghe de' suoi simili; è lo zoologo, che, sul margine di una foresta, si attarda a descrivere i costumi delli animali in libertà, lontano dal pericolo delle zanne e delli artigli. L'ironista è per ciò un moralista della semplice, della pura morale, di quella che ogni organismo ben nato e ben costrutto esercita, coll'istinto e colla ragione, se vuol vivere in modo di non danneggiarsi nel contatto delli altri suoi pari. E l'uno e l'altro adunque si dilettano, quando vogliono divertirsi, a raccogliere le impronte, le orme delli uomini e delli animali, a delinearne le forme e li aspetti, a scriver loro sotto un cartellino mnemonico: «questo mi piace, questo no; questo mi conviene, questo ributto, questo mi è utile, questo dannoso; qui ho la gioja, qui il dolore».L'humorista, per intanto li accetta in fascio; usa di una sola etichetta complessiva: «Ecco la Vita» — Musei anatomici, Teatri di scimmie, Circoli equestri, Fiere di beneficenze e diegoismo: tutt'uno — Il lupo mangia il montone; la scimmia inganna il cacciatore; la tigre ha mascelle enormi ed i muscoli del corpo ubbidienti, rattratti in tensione della sua volontà, scatta, azzanna, lacera, uccide nel balzo, cacciando: i conigli fuggono; le anatre schiamazzano, i pipistrelli volano in sul crepuscolo; le formiche, come le api, sono socialiste; il fringuello canta meno bene dell'usignuolo, ed il pavone è uno smeraldo tiepido, rutilo, e sfoggiato, stride ingratamente come una giovanetta dilettante cantatrice: l'aquila vola sola incontro al sole e non si abbacina. Vi imbattete, così, anche nellianimali della gloria, Animalia Gloriaedi Tertulliano, nelli enormi organismi di preda e di vanità che insanguinano e sconvolgono il mondo, Cesare o Napoleone; quindi nella divinità eroica, come Garibaldi. L'humorista conosce tutte queste varietà di esseri, ne cava la maschera rispettiva; ma per consolarsi meglio, per sentirsi più intima, guancia a guancia, seno a seno, nuda e tiepida ia sua fondamentale onestà, si procaccia — e ne trova dovunque a schiere — dei modelli più brutti di lui, li mette in bacheca, li sciorina ed indica: «Ecco la Società!» Sono iRitratti umani.La serie incomincia dalCampionario, per quanto ultimo uscito in ordine cronologico; un'altra e più saporita zoologia. Il suo procedimento è classico, perchè si svolge per prosopopea come nelle satire oraziane, ma il modo di riferimento è modernissimo; vi rientrano la fisiologia e la psicologia sperimentale, il termine netto e schietto anatomico; qui, non si ha vergogna di nulla, nè meno della vergogna, che è un sintomo d'inferiorità ed una espressione di rimorso; non si ha rispetto di nessuno, nè meno della realtà, che è l'apparenza più ovvia e menoveradi vivere. Giù le maschere, uomini cittadini veramente serii ed importanti; o, meglio: «Qui le vostre maschere; ne abbiamo preso il calco di lontano, per miracolo di plastica telepatica, come i maghi moderni di nostra conoscenza. È inutile che vi nascondiate: il nostro obbiettivo, che lavora coiraggi xpenetra oltre ogni schermo,cartone, legno, muro, impudente impostura, maestra nel costruire facciate impermeabili, opache, refrattarie ed incombustibili. Noi vediamo il flusso ed il riflusso del vostro sangue, la sistole e la diastole, i moti peristaltici, il giuoco delle articolazioni lubrificato dalle sinovie e tutto il mecanismo del vostro corpo, come dietro un cristallo limpidissimo: così, il vostro pensiero, prodotto dalla batteria elettrica dei gangli e dei nervi; il pensiero che è poi la vostra malvagità. Dipinti, sopra le lastre di vetro della lanterna magica, le lenti, la luce ed il riflettore vi rifrangono all'ingrosso ed al minuto, sopra il bianco e vasto diaframma delle projezioni».

Allora, riuscito dolorosamente dalla tempesta, per fortuna sua, ferito ma non sconciato, mentre altri coetanei, troppo ammalati del morbo del secolo, si erano lasciati sommergere dai flutti, o vi si erano abbandonati, mal vivi, alla deriva; Carlo Dossi riguarda a torno; ripensa e commemora il suo menegmo Alberto Pisani scomparso; numera ed appostilla quanto si trova vicino, volti d'uomini, aspetti d'animali, presenze di cose, avvicendarsi di gesti e di fenomeni, la cronaca morale del paesaggio cotidiano, la pratica utilitaria condecorata dal titolo di virtù cui la società ne richiede per il comodo della ipocrisia, pel vantaggio dei privilegi, per la facilità di sopportarci a vicenda, in bilancia, sull'odio e la paura reciproca, con urbanità, verso il nostro prossimo.

Sì, egli è salvo; ma tutte le sue illusioni erano naufragate, asfissiandosi nell'acque salse e putride, miste di lagrime, di sangue, nel pantano termale e solfureo della comunione umana, chiamatasocietà. Alla prima tappa, lasciata a pena la mano preveggente e consolatrice della madre e la protezione della malinconia, che lo fa schivo e selvaggio, s'imbatte nell'Amore, e in un altroamoreche non fu mai quello per cui Alberto si era sacrificato. Egli lo aveva già chiesto come una necessità di estetica: «Non vi ha poeta senza amore»; e, se non aveva composto versi, aveva pianto delle elegie in prosa. L'amore dozzinale l'avevano cantato tutti, dai petrarchisti ai manzoniani; e tutti avevano dimenticato di dipingerlo doppio, Eros ed Anteros, a mo' de' Greci, ed a loro non erano giunte, per la strada lunghissima del tempo, le parole sane e naturali di Dafni e Cloe, perchè intiero potessero rievocarlo. Angiolo di crudeltà, leali rosse, e non bendato ma reggente, crudele, esasperato, le freccie incoccate alla corda dell'arco, divinità aggressiva e deliberata, di lui, Carlo Dossi, rinnova il vero ritratto, senza pudori. Chi per eccesso di idealismo, si applicò a descrivere non l'Amoremaquesto attuale amore, come un padre riformatore di costumi per la sincerità, può come Rops formar col disegno le lussurie, non il piacere, per flagellare il Bastardo nato dal Satiro e dalla Ipocrisia, nuda pandemia, le natiche ricoperte a scherno da una maschera di velluto nero.

Ed eccone i fiori di bragia e di cenere; i fiori che sono in mostra sopra di un cestello di vimini intrecciati e politi e coprono un groviglio verminoso ed avvelenato di ceraste e di aspidi africani: ecco, le bende intessute di seta e d'oro, che fasciano lo piaghe purulente; i veli candidi, che vestono una sposa non più intatta. Le venerabili, sacrosante e formidabili apparenze non lo arrestano col loro parere, che sembra, a tutti una realtà; egli immette le mani deliberate nella millantata lussuosità dell'apparato di grazia, di ricchezza, di verginità. Il dolore gli ha fatto svellere le zone proteggenti e menzognere, considerare l'abito e l'apparecchio come la più grande menzogna; anzi, le foglie provvidenziali di fico, posticcie sopra le così dette vergogne delle statue, reputò ingombrante ruffianesimo, perchè alla santità della natura si innestano come un riparo, che meglio richiama a supporre la perversità della cerebrazione, donde ilVizio.

La delicatezza squisitissima, feminea, quasi permalosa della estetica di Carlo Dossi non era disposta a resisterein armoniacolla grossolana bestialità di quelle soddisfazioni; non ne sopporta l'atmosfera lutolenta e soffocante; come Baudelaire, al quale per un lato assomiglia, l'autore diDesinenza in Aha bisogno di convalidarsi nella amara ironia della necessità. L'altro aveva pur compostoLes Fleurs du Mal, che la sciocchezza comune del secondo impero pretese pornografia,mentre lasciò sfoggiare, per Compiègne, lecaccie imperiali alle nude dame di Francia, alla Montijo facili adulterii ed il figurino delle mode accreditate presso una Cora Pearl e Nana. Identica fortuna: il ribrezzo ed il disgusto, in Italia ed in Francia, presero il nome di turpitudine letteraria; così, per Carducci, perchè tornò a chiamare «barba la barba e non l'onor del mento»; così per chi disse: «J'appelle chat un chat!»; così, nella pudibonda e presbiterana Inghilterra, contro Swinburne, che veniva dannato come l'introduttore, nella moralissima isola di Regina Vittoria, della scuola spumante della carnalità.

Carlo Dossi, innamorato delle pure e naturali grazie d'amore, trovò la femina; — innamorato della gloria, cui sente aver diritto, s'imbatte nella indifferenza, quando non sia l'astio; — innamorato della vita sana e gagliarda, ha con sè la malattia, coi tormenti della carne, coi dubi angosciosi della mente, colla rivolta dello spirito superiore e vittorioso della fralezza del corpo: — innamorato della bellezza d'arte incontra i truffatori delle arti ben rimunerati e vantati dalla terza Italia ufficiale, mentre li artisti geniali stentano il frusto di pane giornaliero e sono derisi; — innamorato di tutto l'ideale bellissimo e dominatore, lo vede, così, in mente; lo sente schiavo, nel mondo. — È egli veramente ammalato e debole? «egli, la cui[60]vita intellettuale è uno sforzo, e la materiate uno stento!» Non può? Che gli dice lo specchio, l'arte sua? Riproponiti in una serie di imagini; popola il mondo di te stesso; giudica da queste tue imagini: Hegel gli aveva passato la definizione: «L'humorismo è attitudine speciale dell'intelletto e del carattere, per cui l'artista pone sè stesso al posto delle cose». Sostituire il fattoreale, col fattovero, sino a quando? ridere riconfortarsi nella propria onestà; dileggiare altrui, manifestarsi lieto, non concedere al mondo la trista gioja d'esporglile proprie sofferenze, che appunto il mondo gl'impone? Certo, quel modo di vivere, secondo le leggi artefatte sulla natura, secondo l'abnorme golosità dei sensi e dei sessi, che trovan pretesto di farsi chiamare piaceri onesti e civili, secondo le prove quotidiane dell'egoismo, che passano per utili e progressivi aumenti sociali, non lo compiace, se ne scansa, lo rifiuta, si mette in grado di non subirne i contatti; e, — quando lo attenta, — lo rimuta, lo foggia come vuole. Desidera che, intorno a lui, lo scenario sia completo, lo incornici bene; doni al suo volto ed al porgere della sua persona: non altrimenti l'anima estremo-orientale dei Nipponici, prima che la civiltà europea l'avesse violentata colle necessità commerciali, politiche ed imperialiste dello «struggle for life», si comportava nell'arte di fabricarsi i proprî oggetti ed i proprî paesaggi, intonandoli al loro stato morale.

Questo è difendersi; questo è opporre violenza a violenza, volontà testarda a volontà incosciente; quali armi, il ridicolo, la satira, la falsa commiserazione, l'elogio a doppio taglio, come una bipenne, l'incenso affatturato da suffumigi d'ospedale, il ghigno, che sembra sorriso, la risata del disprezzo irrefrenato e convulsa, come una bestemia!

L'arte personalissima di Carlo Dossi ha assunto per carattere specifico,l'humour: l'istrumentista, che intonò, in sordina, l'orchestra delli archi e dei legni, che amò i passaggi bemolizzati, pastosi e caldi di velluto e di ciniglia, la patetica lenta e sognatrice, rialza la gamma alli acuti, assume il crescendo rossiniano, il fragore wagneriano. Dalla psicologia garbata, a tenerezze degradanti e tenue a sfumature iridate, a compatimenti misericordiosi, diGoccie d'inchiostro— che sono meno nere di quanto non appajano a prima vista — alli schizzi, tra la caricatura ed il grottesco, — così li usò il Callot, il Goya, il Sattler, dai quali la vita si sforma in una gajezza macabra — dai segni impressionisti di matita — Odilon Redon li prescelse per le pagine martoriate delle sue acqueforti — dal bozzetto chiazzato di ombre e luci, tra ilgiallo ed il violaceo — così procede il Conconi; — erano riuscite le figure di Madama Ciriminaghi e della sua amica, le macchiette avvisatrici della signora Isar e del suo degno figliuolo, il professore Proverbi, quella povera vittima del maestro Ghioldi, i musini bianchi e rosei, come mele appiole de' condiscepoli diL'Altrieri. Ma altra torna ad essere qui l'appostazione; qui, doveva rovesciarsi, tumido e violento, nell'esercizio incondizionato delle sue facoltà intellettuali,il suo modo; fortuna a pochissimi accordata. L'iniziale romanticismo si travolge, in una specie di rammarico, di rancore, contro la vita che deve sofrire e questa accusa di non essere stata per lui perfettissima; se ne ribella: scatta l'humour. — Poco dopo, può dire di sè stesso: «Vi è un Dossi buono ed un Dossi cattivo; donde due opere: il romanzo della bontà il romanzo della malvagità». Poteva dire invece: «Vi è un Dossi che vede le cose buone ed un Dossi che avverte e addolora per quelle cattive. Verso le prime, accorre, si compiace, concorda, continua l'armonia; colle seconde si irrita, discorda, interrompe i rapporti. Con quelle, la placida comunione si distende in bellezza, sorride, determina il piacere; per queste spasima, combatte, deforma e l'humorismo ghigna stridulo e beffardo, altro sforzo e migliore, per i caratteri idealisti, con cui tentano di ristabilire l'equilibrio. — Corre, in fatti, ai ripari, si prova a colmare le soluzioni di continuità apertesi nell'ordine e nel ritmo. Le lagrime ne approfondirebbero le ferite sanguinose; il sorriso accoglie una benda leggiera e profumata di balsami sopra le labra aperte e gementi di quella carne intagliata, che piange. Ed, intanto, l'operatore vedesi in uno specchio colle sue smorfie comicamente dolorose; sogghigna e singhiozza, perchè l'interruzione del riposo, della compostezza della fresca attitudine serena è caratteristicamente brutta, esteticamente suggestiva. Egli, che tenta guarire ed evadere dalla malattia non può: l'humorismo, in eccesso, dà dei risultati identici all'eccesso di amare: odia. — Carlo Dossi, che odia il deforme, lo pratica per ragion d'arte e persuggerirvi l'opposto: donde i suoiSaggi di critica nuova, — I Mattoidi al primo concorso pel monumento in Roma a Re Vittorio Emanuele.

L'accomanda al patrocinio dell'amico illustre Cesare Lombroso; gli domanda perchè, «nessuno dei critici[61]nostri si occupò del contingente enorme, che il cretinismo e la pazzia hanno dato al primo concorso pel monumento al defunto Sovrano». Se ne imbizzarrisce. «Per quanto non appresi[62]mai scienze mediche, nemmeno insegnai in alcuna Università, nè, a disposizione de' miei sperimenti psichici, tengo alcun manicomio, salvo quello de' libri; — nel silenzio de' dotti è permesso, presumo, ad un ignorante di avventurar la sua voce, il suo «aqua alle corde». Questo strazio della plastica, del disegno, della architettura, questa ingiuria al buon senso, questi «poveri bozzetti[63]fuggiti od avviati al manicomio, dinanzi ai quali, chi prende la vita sul tragico, passa facendo atti di sdegno a chi la prende, come si deve, a giuoco»; questo oltraggio alle buone lettere, che accompagna la prova della demenza artistica colla grafomania delle leggende che la vogliono spiegare, non rappresentano il fior fiore dell'ingegno europeo, balzato fuori alla grida di un concorso per onorare colui che chiamano il Padre della Patria? Italia dà questa ricolta d'arte; essa, la madre autentica e pura delle Arti e delle Grazie? Questa è la espressione più genuina e maggiore della sua potenza creatrice, nel terzo suo risorgimento; con questi aborti, con queste pseudologie, con questi deliri in gesso, con questi incubi segnati a carboncino, a matita, all'acquarello, con tutti i mezzi grafici a disposizione delle due mani, o zampe, dell'uomo? Quale indice di coltura e di buon gusto! «Senonchè, l'imperizia della mano, quando è accoppiata alle incongruenze della mente, o ad altri disordini cerebrali, concorre ad accentuare le caratteristiche della pazzia». Carlo Dossi le raccoglie,le enumera, le distende in rassegna, ne riproduce le parole, i disegni, li atteggiamenti, le ripropone chiare alla scienza: «Voi, insigne Lombroso[64], qual tema più eternamente attuale della follia?» Prorompe in uno scoppio di risa echeggianti: erasmiane.

Nè si accheta; la sua indagine continua serrata; avviluppa in una rete di riprove capziose, tira il cappio al nodo scorsojo della domanda suggestiva. Ne risultaOna famiglia de Cilapponi; dove, la catastrofe di una stirpe di nobili lombardi è ridicola, tra l'ignoranza e la cattiveria; e vi regnano:la Marchesa Matriggiani-Andegari, di ottant'anni,cialla, superba e tegnonna, marchesa Travasa in diminuzione, collo sfarzo fesso e slabrato della decadenza; suoi figliuoli,el Cavalier Telesfor, maggior general, ciall resios e doppi — Don Eleuteri, deputaa, cial, baloss e che voeur parì foin — el Marches Calocer, ciall, bon e sempi;— e la nidiata implume e piumata dei nipoti vanitosi, bugiardi, sciocchini, falsi e poltroni.

Si svolgonoI Bigottoni; dove la satira non è per la religione, ma se la dividono coloro, che, suoi ministri e pinzocchere e praticanti e nonzoletti ortodossi esemplari, vanno giornalmente denigrando, colle loro azioni, ogni e qualunque fede, avvilendone i nomi sacri sulle labra, nomi di scongiuro formidabile, coi quali il sentimento e la passionalità s'ajutano a vivere alla meno peggio. Perchè, se il Dossi ammira ed invidia, alcune volte, il sincero fervore ascetico e mistico di razza — vi prego di non confonderemisticismo, che è una sintesi razionalista, conascetismo, che è una iperestesia di sensualità religiosa; — e può entusiasmare per i fervori e la poesia del delirio di Santa Teresa e di Santa Caterina; odia e dirige l'accusa contro i bigotti —Tartufe, le laïque d'Eglise— che ripullulano assolutisti nelle loro convinzioni più del prete, che cedono e si ripiegano sopra tutti i punti, nella vita, nelle opere, nei bisogni fuorchè sul dogma di cui si sostituisconogianizzeri e pretoriani. Egli scoperse cheTartufenon è l'ipocrita, ma èlui, categoria: scorse, sotto la sua maschera, preannunciando, un Longinotti legislatore, un Meda rappresentante di seminarii, un Cameroni deputato di varazzini salesiani: questi, iTartufesinceri; questi, i bigotti reali e maggiori nella comedia sociale; iTartufedelle banche agricole, delle deputazioni provinciali bergamasche, dei cinematografi istruttivi e comodamente oscuri al palpeggiare; i politici amanti del Giolitti. Anche ilTartufegentiluomo e gentildonna;Tartufedi cui l'innata fierezza, o l'atavica spilorceria, si trattengono compunte in sulla buja prescienza di un peccato, in sul timore del castigo; si che cattolici e nobili, o grassi borghesi nobilitati, il che fa lo stesso, stanno in una umiltà che non impedisce l'esercizio de' loro privilegi, per quanto recitino l'Officio pro defunctise l'altroalla Vergine, rimanendo calmi, tirchi, in albagia, ultimi venutiraillésai Savoja nel trapasso della monarchia verso il socialismo, — ultima tirannia — per poter ricondurre a Roma li Scioani del Brembo ad instaurarvi, compiacente Enrico Ferri, il Papa-Re, s'egli darà un bajocco di più all'ora alli operai evoluti ed organizzati da' parroci democristi e dalleCamere del Lavoro, dimentiche d'ogni patriottica italianità.

Quindi, troveremo ne' suoi ineditiIl libro delle bizzarrie. dove sarà condensato il triplo estratto e la quinta essenza dell'arguzia e del pensiero dossiano, riposta nel barattolocolor di cielo sudicio, dall'epigrafe «Filosofia». Preziosissima conserva di esperienza, su cui il paradosso regna sovrano: il male ed il bene vi si innestano a vicenda; si fecondano, aprono la cataratta al vaso di Pandora; partoriscono le cose, li uomini e li avvenimenti; si determinano, dalle categorie, i gradini e nulla appare dannoso «nè dannosa la malattia[65]nè la Farmacia e nemmeno la malattia, che fa pregiata la sanità». Leggendo, voi sapete, che, come Erasmo lodòLa Follia, egli inneggeràal Colera; che, come von Grabbe, goticamente, rimisein discussione il Demonio con Dio, egli li riporrà di fronte; che, come Hoxmann fu il demiurgo di pupattole mecaniche ed originalissime, e Gustavo Kahn rivide ilPuppen-Fée, a delizia dei bambini grandi; egli, memore di Condorcet, per il ridicolo delli uomini politici, scriverà una petizione al Parlamento Nazionale, di un mecanico, colla quale propone a re costituzionale un suo fantoccio contrafatto, a viti d'orologio ed a vita d'automa, che, ricaricato nelle solenne adunanze, faccia, con maggior compitezza, l'ufficio di quest'altro di carne e vivente.

La piacevolezza stampata lo fece richiamare da un procurator generale, che videsi comparir davanti un alto funzionario decoratissimo della Consulta; donde la meraviglia. Che, se Alberto Pisani ha dovuto servire alla Nazione, passando sotto i lavorini monarchici della uniforme diplomatica, ha pur sempre permesso a Carlo Dossi il piacere della ribellione, quando risponde alla costituzionalità in questo modo:[66]«Il re costituzionale può essere paragonato ad una meretrice, che è, per così dire, proprietà di chi lo paga, ossia del ministro al potere. — Cambia il ministro, ed egli cambia di gusti, di idee, di desideri, fossero pure contrari al programma precedente. Liberale-clericale-socialista, volta a volta, anarchico, se occorra, il re costituzionale è sempre passivo, vigliacco sempre» Ma se questi sceglie, dimostra la sua mentalità: ed allora: «Ogni[67]sovrano scelse sempre presso di sè consiglieri condegni del suo cuore e del suo ingegno. Trajano ebbe Plinio e Nerone Sejano: Napoleone I, una plejade di illustri: Vittorio Emanuele II, Cavour: Vittorio Emanuele III, Giolitti ed altriejusdem farinae;» sì che data la terribile necessità di uno Stato, di un Governo, dentro cui la libertà di ciascuno è dimezzata, egli sceglie il meglio amministrato. «Io griderò[68]sempre con Napoleone:viva l'Impero!col Senato di Roma:viva la Repubblica!».

Sfoggia, così, una mirabile galleria di contemporanei, versocui intende la nostra malignità divertita, la malignità sana dell'uomo moralmente costituito, perchè rispetta i termini. Vi ammireremo:La Desinenza in A, che illustra il feminismo eterno,Ritratti umani, che riproducono volti di malati, di medici, di seccatori, d'impertinenti e di canaglie... oneste. «Il colore imperante di questi ritratti è la privazione d'ogni colore, cioè il nero — un gran malumore, contro gli individui di quella razza, alla quale, pur io ho il disonore di appartenere. Del che mi si fa grave carico. I signori uomini e, specialmente, le signore donne, si sarebbero oggi, a quanto contano i turiferari del loro amor proprio, così insaponati, da non serbare più traccia del preistorico cannibalismo e vivrebbero in una idilliaca comunanza pecorelle di candido zucchero, con roseo nastro, sui prati di felpa verde... Sarà benissimo, nel contesto; ma, intanto, la storia, anche contemporanea dell'umanità, è tutto un cibreo di delitti impastato col sangue e tale rimane, benchè l'assassinio sia chiamato eufonicamente valor militare, conquista il furto, colpo di stato il tradimento, esperienza parlamentare la truffa politica[69]». — Uditelo a ghignare: gorgogli e scoppi repressi di risa ben modulate sopra le dieresi ottative della sobbillazione estetica: «Oh, queste, no, non sono delle canaglie autenticate dal codice penale — il quale, del resto, ha rotto molte maglie alla sua rete, donde riescono i più malvagi-ben-vestiti —: oh, questi sono solamente que'malvagi-ben-vestiti, di cui sopra, nella libera circolazione della società, nel libero flusso e riflusso delle passioni». Tutti i giorni ne ha incontrato una dozzina; mentre discorrevano, ne schizzò il profilo intenzionale e saporito, caricatura ingrossata a punta secca di Holbein, acquarello disinvolto e libero di Hogarth.

Inoltre, la sua erudizione, che aveva riburattato il grano, il loglio e la segale cornuta del torbido e pregno secentismo,aveva scoverto, ne' più secreti ripostigli, ne' più salaci cantucci, l'armamentario delle fattuccherie, delle superstizioni, delli scongiuri, de'recipefarmaceutici, di tutta la congerie ridicola, spaventosa, revulsiva delle pratiche e delle opinioni per cui un Mora illustrò di sè stessoLa Colonna infamemilanese in sullaPiazza della Vetra. Suggerimento manzoniano, diretta osservazione, a Carlo Dossi, avevano persuaso un indagine curiosa ed insistente sulla psiche delle sue macchiette plebee e meneghine, che stanno a fondo mobile delli altri suoi eroi di mista razza. In quelle, scorse corrispondenze ataviche, ritorni di gesti, di credenze, involuzioni di costume, che gli indicavano l'origine spagnolesca inveterata ed incrostata sopra il carattere del popolino; focolari mal spenti di sporadici ed interruttivi contagi presti a fecondare leggende di fantasime, di rumori, a condecorar case, appartamenti, camere, con una fiaba d'intricate avventure tra l'amore, la crudeltà, e di morti che ritornano e sifanno sentire. Quanti elementi per il grottesco, quanti motivi alle risa ed alla commiserazione in tali sciocchezze, cui la plebe si fabrica e dalle quali è suggestionata! Carlo Dossi le saggia colla scienza mirabile della ignoranza fastosa e torbida del seicento: a lui apparivael sur Dianzen benedettdel Porta; beffando, in un mistero bigio, appostilla significazioni strane alle cose: ecco, unlettomonumentale, per calcare il quale la paura bisogna che gli guardi sotto: ecco, le grinte delle imagini inquadrate, che dicono qualche cosa di più che non voglia il grossolano profilo della stampa: ecco, il canto lento e rituale della bàlia che sembra profetizzare in una oscurità, tra il magico ed il contadinesco: ecco, quell'incoscienza astrusa ed astratta per cui domandano oggetti enormi e foggiano maravigliose filosofie i suoi bambini; ne' capricci de' quali, nelli strilli e nel pretendere de' mimmi s'agita unquiddi diavolesco, di involontariamente perverso, di subcosciente, che suggerisce una serie di acute riflessioni, per cui si risale all'origine animale dell'uomo, camuffata nella predestinazione fattucchiera. E leprime pagine dell'Altrierisi svolgono tra la leggenda, le paure reali ed imaginarie; eLa Casetta di Gigioè costruita dalla pura fantasia che connette un grande sistema filosofico vissuto; e de' periodi dettagliano le ambiguità senza grazia, le malodorose ovatte sudicie, i gesti lubrici, li attorcimenti tentaculari di molti uffici comuni e schivati, di alcune funzioni di spazzini sociali e comunali; il necroforo, la mammana, lapoveretta de la giesa, el giovin de macellar, el perrucchée, il cenciajuolo, la minuta straccioneria urbana. — Sì; egli ama il secentismo, le sue parole biscornute e ravvoltolate, i suoi pensieri doppi e confusi, dentro cui si pescano le doppie e antieretiche verità della vita, ama quella sua scienza polverosa e strana, fatta di metafisica e di speculazione, la sua fisica che è ancora un'alchimia, il suo viaggiare che è sempre una scoperta. Ama lo stipite dell'Humorismonostro secentesco. Giordano «per quelle sue paginecosì genialmente mal scritte, nelle quali chiamala divinità: anima dell'anima». Sente codesto Bruno ben diverso dalla comune de' suoi contemporanei anticlericali; l'avverte come un autore ineffabilmente barocco, irto di angoli ed involuto di cornici, gonfio di panneggi, profondo ed ingannatore: Bruno, che ha ridotto ad idee ed a pensieri le sue emozioni, le sue impressionabilità squisite, la sua vertigine di novità e di indagini eccezionali; Bruno, che è stipite di un complesso e nascente romanticismo ghibellino, il meno costituito per servire di spunto moderno alla democrazia ed all'ateismo militante.

Accorre Carlo Dossi verso codeste grandi qualità mistiche ed al fascino torbido ed ambiguo del suo stile; il nome del valoroso ricorrerà spesso sotto la penna di lui. Un'altra affine genialità discorre quell'opera essenzialmente critica e religiosa, che, prima d'ogni altra, ha saputo svincolare ilsenso di fede, la sensazione di confidenza, dalle forme canoniche, dai dogmi freddi, terribili, sterili, personalizzandoli nella coscienza dell'Unicoa mo' di uno Stirner religioso. DalCandelajo, dalloSpaccio della Bestia trionfante, dalli altriscritti bruniani, dispillano quell'humorismo che l'autore diRitratti umaniripropone, i motivi che svolge di nuovo, compiacendosi quasi, in uno stesso stile scomposto, personale, saporitissimo.

Che s'egli va ricercandosi e foggiandosi bizzarre imprese, e l'una descrive:una palla di gomma in rimbalzo dal suolo alla palma della mano tesa ed aperta che ne corregge e ne rinnova l'elasticità, parlando: «Repulsa adsurgo» — e l'altra:un razzo d'oro in un cielo di notte: «Brevis sed splendens»; accoglie, definitivamente, la terza da Giordano Bruno: «In tristia hilaritas, in hilaritate tristis». — «Perchè[70]gli umoristi, in generale, dicono cose fuori della comune sentenza, ma in modo da colpire la intelligenza con un lampo di persuasione, che, spesso, si perpetua in duraturo chiarore: cioè, dicono cose savie vestite di pazzia e pazzie vestite di saviezza: però che ad un discorso fatto di ragione chiunque può opporre: ad uno di cuore nessuno». Infatti, riflettendo sopra sè stesso, si determina a paragone: «Satiricamente, Manzoni corrisponde ad Orazio, Rovani a Giovenale, Dossi ad Ovidio;» — ma definisce: «Il riso[71]di Manzoni era ironia, quello di Rovani sarcasmo; il manzoniano umorismo spira la pace, il rovaniano battaglia»; questo di Carlo Dossi è un singulto che sorride, un desiderio che lacrima, una gioja sciupata, una rosa, che, ancora sullo stelo e non completamente fiorita, vien maculata nel cuore da un verme roditore; è pure una corazza d'acciajo brunita ed oscura, una conchiglia funerea ed infendibile di bronzo, dentro cui la polpa dei nervi e del cervello delicatissimo si rifugiò; donde, dalla difesa combatte e vince. L'humorismo è sempre un'amara vendetta vittoriosa: «e la satira»[72]torna a dirsi «che è la forma letteraria della malvagità, gli è necessaria espulsione per conservarglila morale salute», quando gli basti e non soggiunga: «Nella[73]satira si trova, è vero, una delle fonti dell'umorismo, ma l'umorismo non è tutta satira: essa trae anche la sua origine da quella parte di letteratura semisconosciuta dagli antichi, benché corrispondesse ad un affetto che naturalmente dovevano anch'essi sentire, ilpathos:» — per cui, se «il comico[74]è riso, — l'umorismo è sorriso».

È ancora «la malinconia di un'anima superiore che giunge a divertirsi di ciò che lo rattrista», spiega Gian Paolo Richter: «è la perfezione del genio poetico», insiste Carlyle: «chi ne manca, sian pur grandi le sue doti, è un ingegno incompiuto; avrà occhi per vedere all'in su, ma non per vedere intorno a sè e sotto». — Addison desidera darcene la palingenesi, facendolo discendere dalVero, dalBuonsenso, da cui nacque loSpirito, che sposò una collaterale di nomeAllegria.Fruttarono le nozze l'Humour, il più giovane della illustre famiglia, erede di esseri, di caratteri e di abitudini diverse e multiformi; perciò, era procede «leggiero spigliato, con abito bizzarro e fantastico, ora in veste nera, o togato come un medico od un giudice, ora in giornea pezzata ed a sonagliuzzi d'argento, tintinnabulante come l'Arlecchino, pirotecnica umana di lazzi, risa, sgambetti, scatologie.

Dal novissimo testamento della moderna ironia, Taine estrae l'epigrafe imperfetta: «L'Humourè unquiddi acre, di amaro, di oscuro, che nasce nei freddi cieli settentrionali». Scherier lo vuole, secondo Leibnitz buon tedesco ripieno di salsiccie, di birra, «wrüst mit salkraut», la gaiezza dell'uomo allegro ed ottimista: — Stapler lo arma cavaliere della trista figura, bel-tenebroso, ritornato da tutte le gioje del mondo e da tutti i dolori, un idealista dissoluto — Lo encomia Teofilo Gautier in sulla contradizione delle stravaganze; e Luigi Pirandello nostro definisce: «Un vero umorista dovrebbe dirsi solamente chi ha il sentimento del contrario,chi ha cioè una filosofica tolleranza spinta fino a tal segno da non saper più da che parte tenere; donde la pietà del contrasto»; sì che Spencer può dire: «Io rido, se nel massimo della mia attività, mi trovo nel vuoto; rido, se aspettandomi moltissimo, ad un tratto, non stringo nel mio pugno che ilmagnifico nulla». Carlo Dossi dunque ride, fa ridere, sorride e fa pensare, appassionato, se, al saggio del suo pensiero, se davanti al suo sogno entusiasta di bellezza, d'amore, di onestà, ritrova ilmagnifico nulladella vita moderna, nuda di tutti questi attributi, ricchissimamente vestita di tutte le altre virtù negative delle menzogne; e non usa la satira, la caricatura, la farsa, l'epigramma, ma una vera e propria sua arte di caratteristiche speciali, che si giova di satira, di caricatura, di farsa e di epigramma rifusi in una unità propria per una sequenza sentimentale, genuina e triste e lieta e rissosa e pacifica ad un tempo: arte, che ogni qual volta ci si presenta con opere degne di lei, anche vecchia par nuova, mentre ogni qualunque metodo scientifico, per quanto freschissimo, ci puzza sempre di cadavere quatriduano. Perciò Carlo Dossi non vi definirà l'humorismo, ma praticandolo, ne darà a noi la sensazione e quasi il gusto dolce-amaro di morso e di bacio, incidendo sopra il suo libro più doloroso: «Un'oncia meno di sangue, un libro di più».

Comunque, è dote squisitissima, rara e permalosa, che sfugge la nostra diretta conoscenza; noi la avvisiamo, la sentiamo, non possiamo dettagliarla e catalogarla secondo una norma scientifica: in casa nostra si acclimatizza a stento e nelle più alte figure letterarie. Ama climi poveri, inospiti, aspri, desidera l'inclemenza; è un'altra forma sotto cui si manifestanoi dolori innominati; in cui questi stessi tentano di riflettersi, per fotografarvisi, perchè projettati, in fine, ne sappiano la propria fisionomia. Viene dal Nord, viene dal romanticismo; precede ed accenna le ore critiche di patema sociale, di trasformazione psichica. Il serpente della Bibbia, — e Luca di Leida lo raffigura colle zampe di gatto ed unghiato,il volto antropoide, orecchiuto, il resto del corpo peloso, ravvolgendo, a spira, l'albero fatale — determina, grottescamente, l'incoscienza animale che sta per dar luogo alla coscienza umana.

Socrate, che ironeggia neiMemorabilidi Senofonte, presente la voce di Thamos pilota egizio, che ridirà, a tutto il mondo pagano, la menzogna: «Il gran Pan è morto!» Se Petronio, tutto riso e cachinno, fa portare a Trimalchio la larvetta d'argento nel triclinio, gliela fa giuocare, disarticolata, nelle mani, e sul marmo della tavola del banchetto, per cui lo scheletro assume ogni più ridicola posatura, mentre canta: «Ahi, ahi, noi miseri, che omiciattolo vile è mai l'uomo!» insegna che la potenza romana sta per annullarsi nella istoria ventura. Luciano, il classico dell'humorismo producePeregrino, L'Elogio alla Mosca, ilPirgopolinice, laDescrizione di Jerapoli, le inversioni già cristiane sopra le sciocchezze pagane: attesta che si avvicendano i concilii di Nicea e di Alessandria, che lo stato rimuta religione, che li Arabi stanno per conquistare l'Asia-Minore, che il Medio-evo è alle porte; in bilancia, sulla croce, è la mezzaluna.

Il Medio evo, epoca di crisi ininterrotte, si svolge dal grottesco necessariamente spettacoloso, munificente: la Messa nera, il Sabbato, il dì di San Giovanni, iMisteri, declamati e cantati nelle absidi abbaziali, i tornei, i buffoni, la Fiammetta ariostesca, i nani, la Feudalità. Intanto, all'ombra delle torri gotiche, sui campanili trinari e chiamanti al fuoco, alle tempeste, alla nascita ed alla morte, Quasimodo, campanaro del cielo e dell'inferno si arrampica; Gilles de Rais, il Barba-Bleu delfolk-loreindo-europeo, sfoggia la sinfonia satanica e lussuriosa: da Victor Hugo all'Huysmans, la fabrica dei nostri divinatori è meravigliosa: daNôtre-DameaLà-Bas. — Impero indiscusso del dualismo, Dio e il Diavolo reggono l'umanità, sulla formola manichea, poichè il cattolicesimo in quell'epoca, fu sicuramente settatore di Manete e ne ha conservato, nel grembo romano, il lievito. Ne riuscì una filosofiavolgare per tutti, contadini, monaci, artisti e principi, percossi e doloranti dalla apparente confusione contradittoria del bene e del male, senza saperne le sottili rispondenze; da questa formola inimica la scienza e la fede mistica di Spinoza non avevano ancora estratta l'intima comunione delmonismo, che è la maggior vittoria dello spirito moderno illuminato contro le categorie senza rispondenza d'Aristotele. Donde, l'antitesi estetica del grottesco; poichè il senso del bello, tranne nelle precoci figurazioni italiane, in Europa, era capovolto nel concetto medio-evale.

Dissonanze importano lo squilibrio; un'altra volta interviene lacallida iunctura; la imprestano dalla formola di Orazio, là dove parla della Sirena; la pupilla stessa della umanità e la sua fantasia eccitata vedono i mostri, che l'uomo romano, nella stasi felice delle sue attribuzioni, aveva relegati nel Hades. Ed il Medio-evo, per distendere i propri nervi, esagitati sino alla pazzia demonologica, stiracchiati tra l'inferno ed il paradiso, doveva cambiar tono ed epoca, chiamarsi Rinascimento; e, dopo aver ritrovati l'Iddii immortali, ricantarli sotto il cido rappacificato ed azzurro.

Nelle patrie del Nord, Chauser, Rabelais, che immerge nelleEaux de JouvencePantagruel, prototipo delPère Ubue diRoi Bembance; — Shakespeare, che sotto li acanti di Grecia, fa passeggiare Bottom e Flute, borghesi d'Inghilterra, comedianti improvvisati, e, tra te Fate classiche, Fior di Cece, Tela di Ragno, Granellin di Mostarda, e Titania regalar una testa d'asino a Bottom, ed Oberon fa sedere e comandare sul trono d'Eolo; — Villon, ladro e letterato, esprimono la loro fioritura classicheggiante ed humorista.

Un'altra crisi. Un'altra ancora, quando Bergerac si farà condurre alla luna sopra uno stelo di rapa gigante; Le Sage inventerà Asmodeo, diavolo sciancato; Wieland rinnoverà un Aristippo; Goethe risusciterà un'altra e più bionda Elena; Cazotte un Diavolo innamorato in Ispagna; Hoffmann popolerà di ombre le camere, darà vita alle bambole, farà parlareun gatto, Schnürr; — farà sapere ai Tedeschi che Napoleone ha vinto a Jena, fu vinto a Leipsick. — Massimo, Don Quixote, conserverà, sotto la magra e trista figura d'hidalgospiantato, il cuore di Amadigi di Gaula; avrà per scudiere Sancio Pancia, cavalcator di un asino al suo fianco; assalterà mulini e greggie; distruggerà, di passata, la Cavalleria, per sempre. La sua persona bizzarra segna la fine della grandezza spagnuola; dentro la sua armatura, il monco di Lepanto, Don Miguel Cervantes de Saavedra, enumererà le ore di vita dell'istituto feudale; incomincierà la rivoluzione, che incoronerà la ghigliottina del '93, prevedendo e predicando la nuova istoria.

Il giorno in cui Swift, cappellano di lord Berkeley, torna dalRacconto di una botte, dove se la prende col Papa, Lutero e Calvino, canaglie e bestie ecclesiastiche ed eretiche, per mettersi a viaggiare, sotto l'abito di Gulliver, il paese di Laputa, la sua misantropia satirica, che non risparmia Walpole e il Re, morti e coetanei, indica che l'Inghilterra trabocca sopra i suoi confini d'isola europea, si distende e sta per fondare più grande patria, oltre li oceani, cui riempie delle sue armate, che assorgono il commercio e sostituiscono, alPariatoavventuroso, laGentrysedentaria delle banche. Ma quando Sterne, col sorriso pallido e doloroso, con accento purgato di arguta proprietà di lingua e di una sottile percezione d'innominate sfumature sentimentali, riavvolto in una urbanità fredda, dignitosa, presbiterana ed ecclesiastica viene tradotto da Foscolo; Napoleone sfolgora in tutta la sua insolenza col blocco continentale contro le colonie dell'India, donde essa soffoca di pletora e necessariamente strema la madre-patria; l'autocrata ostenta la sua potenza in Italia, la suddivide, le impone principati di sua famiglia, ma non sa raffrenare e teme la libera voce del poeta immortale.

Se appare Carlo Dossi, ammonisce che la Terza Italia incomincia; «calano[75]i numerai, nelle cui vene scorre sanguedarwiniano di scimmia; men persone che cifre e, delle cifre, zeri». Ingannano la patria colle loro non controllabili celebrità; e si dicono scienziati, insegnano non la scienza, ma l'isterismo scientifico: son tedeschi ed imitano la Germania, che ha, fin qui, mancato di Archimede, di Galilei e di Gorini; vogliono strappare le piante nostrane per allevare le esotiche, dar la stricnina ai nostri figliuoli per, farci adottare i loro. «Unni nuovi! fuori», egli grida; l'impeto suo uguaglia a quello di Carlyle e di Stendhal contro i bottegai, i manifatturieri, i contabili: «O Muse, o, Amori[76]restate!». Ma tutta la grettezza delle fabriche e delle industrie ci assale, il listino di borsa numera, col rialzo ed il ribasso, il palpito dell'innamorato, la tariffa all'amore: ed egli, che di tutto questo sofre, ne rappresenta l'avvento, che rifonde ed incomincia pure riconoscendone la necessità. Ha riconosciuto, nell'ora psicologica in cui l'Italia si rivolgeva alli istituti politici e costituzionali ed al machinismo del nord, quale parte la sua letteratura deve giuocare nel complesso classico, funzionante tuttora sotto la vernice romantico-manzoniana. Egli si sentì invaso da questa corrente diGoulf Streamassiderato, pungente e rovente della ironia, accolse la malattia endemica anglo-sassone, le aperse il passo, nel frangente della crescita politica tra noi, attestando, col suo fatto, un altro sintomo della pubertà, della espansione della gioventù, che sembra decadenza; avvalorando, un'altra volta, il concetto ch'io già esposi dellageniale ebefrenia.

Sono, in fatti, li adolescenti, le donne nei travagli catameniali, i casti per regola monastica, le monache continenti per regola deprimente, le epoche ibride ed in isvolgimento, che, nelle inquietudini crepuscolari, pei cieli tenerissimi della primavera incipiente, nel volo delle nuvole marzoline, nell'urto de' venti propagatori di polline, nell'espressione sbocciante del virgulto, che inverdisce, nell'urgere dell'erba sui prati, nei misteri della fecondazione, trovano le figure mistiche, mitiche,sacre, demoniache, le rappresentazioni della Natura. Le Streghe appajono; sono il grottesco delle Ninfe; le Fate caprioleggiano i loro giuochi e discendono, cariche di doni, benigni e maligni; sono l'humorismo vivo delle Grazie. In un punto, nord e sud si trovano, si riabbracciano, oriente ed occidente, Cristo ed Heracles, Jehova ed Odino; Attila, daiNiebelungen, sporge la destra ad Ettore dellaIlliade; le razze scompajono, rimangono ilpoemaed ilpoeta, che le riassumono nella totalità semplice ed umana: ridono e piangono insieme. Allora rigurgita il troppo pieno cerebrale, non utilizzato, non polarizzato dalle epoche basse e grettamente egoiste: si riversa; ghirigori di letteratura, anfratti profondi, preziosità oscure ed intense manifestazioni attestano che molta energia giovane è trascurata, che il governo di un popolo è non tale quale la ragion sociale del popolo stesso richiede; che esiste una soluzione di continuità tra il cittadino e le leggi; che vi è qualche cosa che incomincia e qualche cosa che termina, che tutti sono malcontenti. Nelle giornate epiche, il classicismo impera; la retta è norma; la risposta breve e monosillabica, concione: qui, tutti hanno uno scopo diretto ed evidente, per cui consuonano in bellezza glabra, sommaria e stilizzata il gesto del soldato, la prosa del legislatore, la poesia di vittoria e di orgoglio: la pienezza si risolve in giuste membra alacri e forti. Chi opera e fabrica è asciutto, proporzionato ed elegante; l'obesità marchia il sedentario cabalatore di cifre, di sentimenti, di sofisma, di inquietudini astruse, dentro cui si perde, gioisce e addolora.

Così, Carlo Dossi, a richiamo de' suoi fratelli d'oltr'Alpe ed Oceano, popola la sua biblioteca; voi ne vedrete i suoi più cari volumi dentro li scaffali e si chiamano:Saggid'Emerson,Operedi Carlyle, quelle di Shelley, le altre di Gian Paolo Richter, a costa a costa, conDon Chisciotte, I Promessi Sposi, I Cento Anni, Pantagruel, laRaccolta completadei nostri poeti meneghini, da Carlo Maria Maggi, al Raiberti, leTragediedi Shakespeare. Questi formano il perno della sua dottrinae del suo credo estetico. A traverso le pagine de' suoi pari, egli si riconosce meglio; opera in modo che il suo sangue, fondamentalmente latino, ma ringiovanito dalli innesti barbarici, la sua mente italiana moderna, ma in giornaliero contatto colle opinioni, i tentativi, le esperienze e la saggezza straniera, il suo organismo sinceramente costituito di creta patria, ma imbevuto di più sottili ragioni internazionali, si inlievitino al contatto della vita contemporanea e si commuovano simpaticamente, producendo, a somiglianza di quelle letterature straniere, una loro espressione, che non ne deriva, ma le avvicina avendo, per specifico motivo:rendere una personalità in un'epoca di transazione e di aumento fisico e morale. Riconosceva egli discendenza barbarica nella sua famiglia? Se ne sentiva intimamente persuaso? Rosalia de Holly, la figlia del colonnello tedesco, discesa per altro sangue materno dai Beccaria di Montecalvo — per cui s'innestava tenacia lomellina a germanica fantasticheria — la bisnonna biondissima, Rosalia, della cui madre Carlo Dossi adorò «quel[77]fazzoletto dagli stemmi tarmati, che evaporava quasi ancora il profumo acre delle lagrime, piovute dai neri ed alteri occhi della trisavola Maria Lucia, piangenti il fulvo marito trafitto sull'ucciso cavallo nei campi di Slesia, la corazza lucente ai raggi, invano pietosi, della luna»; — Rosalia de Holly moglie a Gelasio Pisani gli aveva legato necessità di rifusione ghibellina, nordica, metafisica, rinnovatrice, per estetica, in un bisogno passionale di specificarsi. Certo è che, biologicamente, l'arte sua veniva secreta, spontanea e limpida in modo tale da riempire la lacuna, a lungo rimasta aperta, delle lettere nostre; che produde, sullo stesso suolo della valle padana, di sulle colline orobiche, sulle balze prealpine, genialità di mista composizione, come Parini, Manzoni, Rovani, Carlo Dossi: i quali orientano diversamente l'indirizzo della letteratura, ne rivoluzionano la forma, ne rimutano l'espressione.

Perchè egli ci ha dato una novissima, e, prima di lui, ineditapresentazione dell'humorismo, nel senso in cui noi oggi lo accettiamo, come nessuna opera classica l'accolse, per quanto vanti, e li ripeto, i nomi di Aristofane, Petronio, Luciano, l'Ariosto ed il Berni, Voltaire compreso, che pur esclamava: «Chi ci libera dai Greci e dai Romani», mentre rimase uno degli assertori più costanti della formola tradizionale, paziente osservatore dei costumi e delle bizzarrie del suo secolo. Se, nel caso dossiano, ancora l'ordine e la disciplina romanica gli fanno evitare l'eccesso della abbondanza delle risa e delle lagrime, non per ciò cessa l'acutezza del suohumour, anzi se ne avvantaggia.

L'humoursia dunquelo stato costante dell'animo suo: uscire con uno slancio, dal lettore non preveduto, nel meraviglioso, dopo la calma descrizione delle attualità: esagerare, nel rendere la sensazione e il sentimento: assumere, da una funambolica associazione di idee passionali, una sintesi; dall'uso concomitante della scienza e dell'ascetismo, una verità. L'humorista ritrova, nella sequenza della vita cotidiana, nella nenia odiosa della pratica, il fiore strano di una bellezza d'antinomia; lo coglie e se lo appunta alla bottoniera, ve lo conserva anche appassito. L'humorista ride e non vorrebbe; piange e nasconde le proprie lagrime quasi se ne vergogni; è un faceto che ricasca nella filosofia trascendentale; è un sentimentale che vuol essere logico; un espositore di paradossi, di imagini, di similitudini eccezionali freddo e metodico come un professore d'algebra; dalle premesse vere conduce il ragionamento ad una pazza deduzione, in apparenza, concordante; da un fatto singolo, si inalza ad una universalità dubia; col gioco del sillogismo e colle dichiarazioni sofistiche, mette da parte la realtà e vi sostituisce la verità. L'humorista è un realista che nota i fatti, col rammarico di non poterli descrivere com'egli vorrebbe che fossero, ma come pur troppo sono; vive di osservazione diretta e minuziosa ed inneggia commosso: ama lacontradictio in terminis. Perchè sta nella vita corrente e la conosce a fondo, sa che questa è unacontinua contradizione, che il miglior modo di renderla, coll'arte, è foggiarne una di contrasti, di subite apparizioni, di impreveduti fenomeni, di lagrime e di risa insieme; già che singhiozzi di pianto e di riso provengono dalla stessa vibrazione del diaframma. Al qual proposito, preponendo unaAvvertenzaai quattordici calepini delleNote, azzurri ed inediti, dove Carlo Dossi ha riposto il sale secretissimo e l'essenza delle essenze della sua mente e de' suoi ricordi, entro i quali più scavi e frughi e più il piccone e la pala ti estraggono fuori ricchezze insospettate e qui sepolte generosamente; egli si rivolge al letterato che andrà leggendoli per renderne conto ad altrui, e gli dice: «Se vuoi avere la giusta idea d'un concetto, cerca questo sotto la parola naturale e comune che lo determina; ma cercalo pure nella sua opposta, e nella sua inversa. Per esempio; se vuoi sapere sullagioja, qui guarda ed anche quanto si enumera sottodolore: sullaluce, va a vedere sottoombra; intorno asottigliezze filosofiche, riscontra confilosofiche sottigliezze». Ultimo motto a rischiarare tutto l'anfigorigo avvolgimento del suo paradosso.

Donde, noi veniamo a sapere come i fatti ch'egli racconta sono, propriamente, i gesti della sua mente che vuol conoscersi in azione; così operò, alcune volte, il misticismo esasperato di Villiers de l'Isle-Adam, se si trovò in contatto colle platealità borghese — e ne riesce ilBonhometcacciatore di cigni; — così predilesse Novalis; così perfece Gian Paolo Richter. Sembra a noi ch'egli apra una parentesi, per nascondervisi, quando sospende il racconto, vi immette, a tarsia ed a mosaico, le mirabili novelle come una minuta e scintillante gioielleria di pensieri e di rappresentazioni. L'azione, sotto via, si svolge meglio, sostenuta appunto da queste interruttive apparizioni; i cardini principiali, illeit-motivvi continuano, direi, ipogei; li Apologhi, le Parabole sono le prove provate della attività delle sue emozioni, la dramatica dei suoi sentimenti figurati e messi ad agire, in sulla ribalta della sua letteraria sincerità. Perchè Carlo Dossi parla aduna turba dinon iniziatii suoi lettori di ventura; come Cristo ha predicato ai Gentili; e tutti e due si fanno parabolani per esporre,in fatto, l'idea. Se viene interrogato può rispondere con Rimbaud, un altro Cristo di terrene passioni rosso fiammante: «Io[78]divenni un melodramma». Melodramma di entità psicologiche, di sottili astruserie, di legami più intimi, ch'egli ha scoperto e che, invano — si tentò celare nel nesso, tra la natura ambiente, così detta[79]«morta», — da chi non ha fino intuito, colla storia, il carattere il «momento» degli attori, che ne sono circondati. Chi conosce il segreto dei pinti romanzi di Hogarth comprenderà le mie scritte pitture. Il mobile la tappezzeria la pianta, vi acquistano un valore psichico, vi completano l'uomo, e, da semplici attrezzi teatrali, vengono a far parte integrante nel ruolo dei personaggi. Gli è il coro della antica tragedia ridotto a forma moderna».

Con lui e per lui li oggetti, i mobili, le piante, i fiori, li animali, i fenomeni, tutti parlano e sentono, odono e rispondono. Egli adorale cose, perchè queste nascono e vivono e muojono con noi, come noi, e sono il prolungamento di noi stessi. Noi, colla nostra vicinanza, le influenziamo ed esse ricevono da noi: un certoanimismoper simpatia, già che il nostro linguaggio, per necessità logica ed umana, le regala di un antropomorfismo, donde piangono e ridono con noi. — Egli, forse, abusò di questa proprietà di esteriorizzazione; ma la sua abbondanza animica sta bene coi fenomeni della materia che inzuffla di spirito. Grande dote questa di non potersi mai credere in solitudine: chè la solitudine sua, subito, si popola: le cose gli si rivelano, gli si confidano: sarebbero così inerti di non comprenderlo, di non confessarglisi?

Tutte le cose vivono ed hanno anima. Il ferro vibra di movimenti molecolari, nasce, invecchia, ha un destino. Le pietre preziose si allevano da sè, lentamente, per germiniastrusi: il topazio e lo zaffiro s'ammalano e smuntano. La calamita attrae, obbliga a sè, invita: il ferro percorre uno spazio per raggiungerla: la elettro-chimica ci spiega a sufficienza la reazione del ferro-magnete indotto? Il radio, che è sempre identico a sè, non trasforma il suo ambiente?

Per Carlo Dossi, come per qualunque altro grande poeta di pensiero o di forma personale, tutte queste domande hanno una risposta affermativa dalla passione. Le cose inanimate rivaleggiano, nel suo amore, colle animate personalmente, le quali pretestano una loro individualità forse appena di superficie, mentre le altre attestano leggi indefinite, mecaniche, fisiche, chimiche. Ma, per Carlo Dossi, come per ogni altro poeta originale, non servono le apparenze; egli non si illude sul valore dei movimenti che si chiamanovolontari: sa che è un modo di dire e di pensare comune, ma che, del resto, lanostra umana volontà non ha presaa determinare le oscillazioni del nostro pensiero più che non possa il nostro vivere sopra il Sole, sopra la temperatura diSirio. Così, è questa stessa convinzione, fatta da appositino, da razionali impotenze, che lo rende compreso della corrispondenza tra l'animo suo e l'animo fraterno delle cose, che lo fa centro di un giuoco curioso ed involontario per cui deve, nelliAmori, manifestaresè stessoa traverso lecose, specialmente nelPrimo Cielo.

Così, egli vive di più, perchè a ciascunoggetto suggestivopresta parte della sua propria vita. Vivere, in fatti, significa conoscere le apparenze e le sostanze secondo le loro differenze; significa essere sopra a tutto sensibile. Più si è sensibile, meglio si vive; meglio si è poeta, cioè si crea quanto maggiormente si sente con sensibilità attuale ed in azione che reciprocamente si determinano autenticandosi. La riflessione su questo punto d'incidente metafisica (è davvero metafisica?) se va cogliendone il nocciolo di sotto le rifuse contradizioni, si chiama anchehumorismo;e Carlo Dossi riflette spesso in questo modo profondo ed originale.

L'opera che riesce assomiglia al mobiglietto industriato dalla pazienza giapponese, stipo da rinchiudervi meraviglie di giada, oro, avorio e porcellana. Schiudetene i brevi battenti; ecco una cassettina di ferro, incisa a grandi volute, a mascheroni, a trifogli, a bruchi ed a serpenti lunghi ed aggrovigliati, fatica perfezione di aggemmina e di variopinta ferruminazio: alzatene il coperchio, che scivola sulla cerniera, sericamente; due uccelli si volano incontro tra due rame di fiori fantastici; eccone un'altra più piccola di lacca, aspra d'oro in rilievo; ma, una terza, quindi, una quarta; l'ultima d'argento tutta con quattro rubini, quattro macchie di sangue alli angoli. Dentro, la preziosità riposa sopra un letto di velluto, riparato da una guaina di seta ricamata. Toglietele l'ultima veste; mostrate nuda la bellezza; un idolo: se svitate la mano destra, erta in segno di benedire; vi ritrovate, nel cavo, un anello massiccio d'oro scolpito; porta un corpo di donna straziato dall'amore di una piovra, divinità del mare; nasconde, in una voluta della figura, una impercettibile fialetta di vetro, la quale conserva la morte sotto forma di una goccia di curaro: la difesa, l'offesa, la liberazione.

Sovente udii da Carlo Dossi magnificare i libri che apprestano, ad ogni nuova e ripetuta lettura, un motivo non prima scoperto a tutto profitto delle nostre insistenze. Arte psicologica, in cui egli eccelle; che mi si rappresenta in uno schema eguale alle circonvoluzioni del cervello, anfratti, in dedalee insenature, in meandri sinuosi della materia grigia; pura arte cerebrale. Magnificenza della energia dell'anima, unquidinispiegato ancora, come la scintilla elettrica; immensa potestà, chiusa nel breve e piccolo corpo fragile, ma che ascende l'infinito, rimanendo pacifica e perscrutando, in sè stessa, l'altitudine e la profondità della materia e della forza: pensiero divino. — In fine, la facoltà di vedere e di giudicare la vita, da un punto personale di vista e dal suo opposto, nello stesso tempo, è l'humorismo, pel quale Carlo Dossi ha l'acuto potere di scrivereRitratti umani; che sono l'espressione dellasua utile cattiveria e mattia.

Pagina mea sapit hominem, porta, in fronte da Marziale, la copertina diCampionario;sacioèha sapor d'uomo, lo ha mangiato, lo ha digerito, se ne è nutrita; lo conosce per il palato e per il ventre; lo ha scomposto, ridotto ai minimi, termini, ai più brevi cristalli, come una esperienza chimica, come in un lavoro biologico e necessario dell'organismo; la pagina miaha evacuato l'uomo, come è: non quello che vediamo intorno a noi, tutti i giorni, vestito come conviensi, ripassato dalla convenzionalità del galateo; colui che non sai vantaggi della ineducazione, ma sfoggia le inciviltà della fondamentale ignoranza laureata; la pagina mia è la pietra di paragone;così ha saggiato l'uomoe ne dà il titolo esatto secondo la mia norma.

Paginaeguale adArte: l'ironista sa che l'arte, per sè stessa, è serena, è una certezza; non un dubio; non una disputa; ch'essa non si inganna, non si illude, credendo alla assoluta bontà, o cattiveria dell'uomo, senza confonderle; ma lo rivede, nè buono, nè cattivo, come è, a servirla bellamente, come funziona utilmente nella vita. L'ironista sta alla finestra; guarda nella piazza, giù, ove si avvicendano le beghe de' suoi simili; è lo zoologo, che, sul margine di una foresta, si attarda a descrivere i costumi delli animali in libertà, lontano dal pericolo delle zanne e delli artigli. L'ironista è per ciò un moralista della semplice, della pura morale, di quella che ogni organismo ben nato e ben costrutto esercita, coll'istinto e colla ragione, se vuol vivere in modo di non danneggiarsi nel contatto delli altri suoi pari. E l'uno e l'altro adunque si dilettano, quando vogliono divertirsi, a raccogliere le impronte, le orme delli uomini e delli animali, a delinearne le forme e li aspetti, a scriver loro sotto un cartellino mnemonico: «questo mi piace, questo no; questo mi conviene, questo ributto, questo mi è utile, questo dannoso; qui ho la gioja, qui il dolore».

L'humorista, per intanto li accetta in fascio; usa di una sola etichetta complessiva: «Ecco la Vita» — Musei anatomici, Teatri di scimmie, Circoli equestri, Fiere di beneficenze e diegoismo: tutt'uno — Il lupo mangia il montone; la scimmia inganna il cacciatore; la tigre ha mascelle enormi ed i muscoli del corpo ubbidienti, rattratti in tensione della sua volontà, scatta, azzanna, lacera, uccide nel balzo, cacciando: i conigli fuggono; le anatre schiamazzano, i pipistrelli volano in sul crepuscolo; le formiche, come le api, sono socialiste; il fringuello canta meno bene dell'usignuolo, ed il pavone è uno smeraldo tiepido, rutilo, e sfoggiato, stride ingratamente come una giovanetta dilettante cantatrice: l'aquila vola sola incontro al sole e non si abbacina. Vi imbattete, così, anche nellianimali della gloria, Animalia Gloriaedi Tertulliano, nelli enormi organismi di preda e di vanità che insanguinano e sconvolgono il mondo, Cesare o Napoleone; quindi nella divinità eroica, come Garibaldi. L'humorista conosce tutte queste varietà di esseri, ne cava la maschera rispettiva; ma per consolarsi meglio, per sentirsi più intima, guancia a guancia, seno a seno, nuda e tiepida ia sua fondamentale onestà, si procaccia — e ne trova dovunque a schiere — dei modelli più brutti di lui, li mette in bacheca, li sciorina ed indica: «Ecco la Società!» Sono iRitratti umani.

La serie incomincia dalCampionario, per quanto ultimo uscito in ordine cronologico; un'altra e più saporita zoologia. Il suo procedimento è classico, perchè si svolge per prosopopea come nelle satire oraziane, ma il modo di riferimento è modernissimo; vi rientrano la fisiologia e la psicologia sperimentale, il termine netto e schietto anatomico; qui, non si ha vergogna di nulla, nè meno della vergogna, che è un sintomo d'inferiorità ed una espressione di rimorso; non si ha rispetto di nessuno, nè meno della realtà, che è l'apparenza più ovvia e menoveradi vivere. Giù le maschere, uomini cittadini veramente serii ed importanti; o, meglio: «Qui le vostre maschere; ne abbiamo preso il calco di lontano, per miracolo di plastica telepatica, come i maghi moderni di nostra conoscenza. È inutile che vi nascondiate: il nostro obbiettivo, che lavora coiraggi xpenetra oltre ogni schermo,cartone, legno, muro, impudente impostura, maestra nel costruire facciate impermeabili, opache, refrattarie ed incombustibili. Noi vediamo il flusso ed il riflusso del vostro sangue, la sistole e la diastole, i moti peristaltici, il giuoco delle articolazioni lubrificato dalle sinovie e tutto il mecanismo del vostro corpo, come dietro un cristallo limpidissimo: così, il vostro pensiero, prodotto dalla batteria elettrica dei gangli e dei nervi; il pensiero che è poi la vostra malvagità. Dipinti, sopra le lastre di vetro della lanterna magica, le lenti, la luce ed il riflettore vi rifrangono all'ingrosso ed al minuto, sopra il bianco e vasto diaframma delle projezioni».


Back to IndexNext