V.
La contessa Elisa Serramonti aveva, lo sappiamo, molti amici. Il migliore fra questi era indubbiamente Marcello Plana.
Meglio di ogni altro, egli conosceva ed apprezzava quella donna. La sua ammirazione era più sagace di quella degli altri. Sapeva di lei qualcosa che essi e lei stessa ignoravano. La trovava troppo perfetta, troppo satura di saggezza e di ragione. Una volta le aveva detto ch'ella soleva esser giusta per tutti, meno che per una persona, la quale un giorno o l'altro avrebbe potuto vendicarsi. Elisa non era mai riescita a fargli dire chi fosse questa persona.
Marcello Plana ed Elisa Serramonti non erano sempre d'accordo. Forse era provvidenziale per la prospera sorte dell'amicizia loro che non abitassero nello stesso luogo.
Avrebbero finito col fraintendersi.
Egli era talvolta pungente nei suoi apprezzamenti, mordace nei suoi giudizi; la singolare sua penetrazione rendeva formidabilmente indovino il suo spirito.Aveva per quella donna, che tanti invidiavano e che conduceva un'esistenza sì consona ai propri gusti, una specie di bizzarra pietà, ch'ella avvertiva bene spesso, provandone una vaga irritazione intima. Non amava d'essere compatita.
Su un punto, più specialmente, s'accentuava il loro disaccordo. Egli la consigliava a rimaritarsi. Ma ciò per l'appunto, ella non voleva. Adduceva a sua difesa cento e una ragioni, tutte stimabilissime e molto logiche. La litania cominciava e finiva invariabilmente con una nota antifona: «Ho trentasette anni. È troppo tardi per ricominciare la vita».
Ma anche in altri argomenti erano spesso di opinione opposta. Ed Elisa, seduta al suo scrittoio, una bella mattina, sulla fine del dicembre, mordeva lievemente la punta del suo artistico portapenne di tartaruga, pensando che ora doveva pure mantenere la sua promessa e parlargli di Roberto.
L'argomento era ingrato. Ella non sapeva come dirgli, nè come celargli che il giovane, da qualche tempo in qua, non aveva fatti grandi progressi nella perfezione, anzi.... Aveva lasciato apposta poco spazio nel foglio per non poter dilungarsi sul soggetto.
Depose la penna e sospirò.
Che peccato!... Non era un cattivo giovane. Non si poteva chiamarlo corrotto, nè perverso. Buono, dopo tutto, senza boria, franco, con una certa disinvolturae molta semplicità. Si vestiva meglio assai, ora, aveva perso subito, comprendendone tosto il ridicolo, alcune abitudini di vita di piccolo centro. Dimostrava un certo tatto, non aveva fatto passi falsi. Nella cricca esclusiva, diffidente, della gioventù dorata, aveva incontrate amicizie ed il minor novero possibile delle prove inevitabili ad un novellino. Era presto diventato uno dei loro. Pietro Galigay gli dava deltu, Cosimo Acciajoli lo aveva raccomandato al suo sarto di Londra e Dino Follemare faceva spesso colazione con lui da Giacosa, dietro quella grande invetriata che dà sulla via Tornabuoni, di faccia a palazzo Strozzi, il che significava a tutta Firenze come Roberto Rescuati fosse stato giudicato favorevolmente dal più schizzinoso e serenamente medioevale di tutti i gentiluomini fiorentini. Di Rescuati si parlava con simpatia, senza derisione. Uomini e donne avevano poi espresso con mirabile accordo l'opinione che Elisa aveva sì coscienziosamente combattuta quando l'aveva udita esternare da Marcello Plana.
Tutti e tutte opinavano che Roberto era un bellissimo giovane.
Questa bellezza, sulla quale alcune signore trovavano argomento di profonde osservazioni estetiche, non colpiva guari la Contessa. Non negava nè l'armonia delle fattezze, nè quella delle forme; pensava talvolta, vedendolo, ch'egli avrebbe potuto servirdi modello per qualche statua di Antinoo, per qualche ritratto di Narciso al fonte. Cioè, no... Narciso era vano e Roberto no... Questo no! decisamente no! Bisognava rendergli giustizia.
Riprese la penna e scrisse a Marcello Plana, come aveva promesso di fare, cioè sinceramente, sul conto di Rescuati. Gli disse che lo vedeva meno da qualche tempo, ch'egli frequentava molto la società dei giovani, poco quella delle signore, che, quanto al noto progetto, per ora non si potevano far pronostici.
Chiuse così il paragrafo riguardante Roberto. Avrebbe potuto prolungarlo, riferire una vaga diceria sul conto del giovane, e di una stella d'operette... diceria che qualcuno si era preso il divertimento di riferire a lei. Ma ella non l'aveva creduta e perciò non si credeva in obbligo di citarla. Oh Dio! una delle rondinelle dell'Augellin Bel Verde!... al Politeama. Impossibile!
Non accennò dunque all'Augellin Bel Verde, nella sua lettera a Plana, e credette di cader dalle nubi, quando nella pronta risposta dell'amico trovò una lontana sì, ma non dubbia allusione alledistrazionimusicali e drammatiche che il giovane provinciale aveva subito saputo trovare a Firenze. Ah! era vero, dunque!...
Ebbe un sorriso triste. Oh, ella non si era ingannata giudicandolo tanto fanciullo, tanto: come gli altri!
Pensò a Tecla, e sospirò. Povera donna... povera madre! L'Augellin Bel Verde!E Marina Negroni? e tutti i suoi progetti, i suoi sogni? Invece, l'Augellin Bel Verde!... Non già che si meravigliasse tanto... Un po' di vita la conosceva, e la dimora in Firenze è piuttosto atta a capacitare anche le anime più ingenue di quanto esse potrebbero forse ignorare altrove. Ma così, per l'appunto...
Un giorno, da Vieusseux, s'imbattè colla duchessa d'Accorsi, che cercava una pubblicazione d'arte industriale del 700, per certi suoi mobili d'un nuovo salotto. Le due signore non si vedevano da qualche tempo e la Duchessa ne espresse cortesemente il rammarico ad Elisa.
— Sempre occupata, mia cara? E neppure quel caro Rescuati non si fa vivo! Gli ho fatto le più commoventiavancesper onorare la sua raccomandazione, ma mi ha dimostrata una nera ingratitudine. Peccato! un carissimo giovane. Ma una vera Pelle Rossa, per la sociabilità. Dovrebbe sgridarlo un tantino lei, Contessa... che ha tanta influenza sull'animo suo.
La Duchessa non era di buon umore quel giorno. Quei terribili nervi agivano sì direttamente, talvolta, sulla sua lingua.
Ma Elisa invece era molto calma e sorrise serenamente.
— Infatti, Duchessa, il conte Rescuati è colpevoledi molte negligenze. È ancora un po' selvaggio forse e stenta ad orientarsi. Bisogna perdonarlo.
— Oh! — interruppe la Duchessa, — è imperdonabile, con una stella polare come quella che il destino ha messo a capo della sua vita!...
Il complimento era detto con molto garbo; pure Elisa ebbe il senso di una puntura.
Guardò in volto, fissa, la Duchessa.
— È molto giovane — rispose con dolcezza — e in questi giorni sta organizzando la sua nuova dimora. Io stessa lo vedo assai poco.
— Male, — disse la Duchessa ridendo. — Mi hanno detto ch'ella ha molto a cuore l'avvenire di quel giovane.
— È vero — rispose Elisa. — È il figlio della mia migliore amica.
— Oh! naturalissimo che abbia dell'interessamento per lui. Ebbene, giacchè è così, mi permetta un consiglio. Lo esorti a frequentare la buona società. Ciò lo salverà forse dai pericoli della cattiva. Pare, che sia già un pochino sulla via di questa. Noi, naturalmente, ignoriamo tutto ciò, e parlarne a lei è una vera profanazione; ma ho sentito da questi scioperati... Carina, sa... oh! ha buon gusto il suo protetto, una colonna della Compagnia Scalvini! Una cosa da nulla, s'intende! Questione di un po' di tempo e di quattrini sciupati. Il suo protetto se la caverà benissimo come gli altri e tornerà, da buon figliuol prodigo...all'ovile. Ma bisogna proprio che scappi, ho fatto tardi. Come son contenta d'averla veduta! Un amore quel suo mantello. Laferrière, nevvero? Si capisce lontano un miglio. Marina l'aspetta pel concerto martedì. Cara Contessa...
Le strinse la mano calorosamente, e se ne andò contenta. Stava meglio, ora, dei suoi nervi.
***
Ah! quell'orribileAugellin Bel Verde! Non solo dovette udirne parlare quella povera Contessa, ma un giorno fu proprio costretta a vederlo.
A tutt'altre sorti era stato predestinato quel giorno. Elisa lo aveva scelto, fra tanti, per la sua famosa gita a Vincigliata.
Conosceva personalmente il proprietario dell'antica dimora medioevale, da lui ritornata, con sì profonda e splendida intelligenza della storia e dell'arte italiana, all'antico essere. Non aveva d'uopo, per penetrare in quella splendida residenza, del permesso, limitato pel volgo dei curiosi ad un solo giorno della settimana. Il proprietario di Vincigliata si reputava fortunato, quando poteva farne personalmente gli onori, alla contessa Serramonti ed a quanti amici suoi ella volesse far partecipi del privilegio. E di questi amici ella aveva fatto stavolta un'accuratissima scelta.
Tre signore e quattro uomini. Lei, Marina Negroni e mad.eCholet, la sapientissima moglie di un arcisapiente professore belga, venuto a Firenze per certe ricerche sui fasti Medicei e raccomandato alla Contessa da un vecchio collega del padre suo. Il comm. Gerra, il duca di Sant'Eremo e Roberto Rescuati.
A questo ella aveva già fatta la proposta della gita il giorno prima. Roberto, preso così all'improvviso, accettò l'invito, senza però dimostrare un soverchio entusiasmo. Breve, non osò ricusare, benchè ne avesse una voglia terribile, che la Contessa o non ravvisò o coraggiosamente neglesse.
Il convegno era per le otto in casa Serramonti. Si giungeva a Vincigliata alle nove e mezzo. Visita,lunch, due ore. Il ritorno poteva esser effettuato per il mezzodì.
Ell'era molto fiera di aver combinato tutto ciò. Era riescita finalmente a riunire, per quella geniale trottata, Marina e il suo protetto. Possibile ch'egli potesse sottrarsi completamente al fascino della bellezza di lei? Già parecchie volte i due giovani s'erano incontrati in casa sua o nel suo palco alla Pergola e non parevano trovarsi male quand'erano insieme. Marina sapeva qualcosa dell'arte ippica, non era mai noiosa, non sfoggiava cognizioni inquietanti. Era seria, con una semplicità di modi e di frasi che parevano far fede d'una mente solida, scevra dapreoccupazioni personali. Ella non pareva mai in causa. In realtà aveva un'unica, suprema preoccupazione: sè stessa e il suo avvenire; non si perdeva di vista, neppur per la frazione di un secondo. Aveva immediatamente subodorati i progetti della Contessa sul suo conto e sul conto di Roberto. Ma serbava accuratamente per sè quella cognizione. Istruita da una amara sequela di esperienze, non si faceva illusioni, ma stava in agguato degli eventi. Non aveva la fede, quella che salva, ma faceva lo stesso, coraggiosamente, il suo dovere.
Il che è ammirabile, come sapete.
La Contessa s'era alzata alle sette, ed era già pronta quando le recarono una letterina, testè consegnata ai suoi dal domestico di Roberto. Il conte Rescuati, dolentissimo, si scusava. Un violento raffreddore lo obbligava a letto. Mille scuse. Oh, un profluvio di scuse!
Dolente, ma soprattutto inquieta, la Contessa volle interrogare il domestico latore del biglietto. Un fiorentino puro sangue, raccomandato a Roberto da Neri Speroni. Corretto, inappuntabile, con un par d'occhi scintillanti, che dovevano averne viste di vario colore. Aveva profittato dell'occasione per condurre a spasso Arnetto, il cane lupetto, tutto bianco, del suo padrone.
Rassicurò rispettosamente la signora che lo interrogava.
— Il signorino era venuto a casa per tempo la sera prima, e s'era coricato con un forte dolor di capo. Gli aveva detto di svegliarlo per tempo la mattina; poi quando si doveva alzare... insomma... non aveva potuto, per il grande raffreddore. Ma cosa da nulla. Un po' di letto e tutto passerebbe.
Elisa congedò il domestico colla sua solita affabilità e rimase impensierita e mortificata. Che contrattempo per tutte le sue combinazioni!... E purchè davvero non fosse nulla quel raffreddore! A volte cominciavano così alcune malattie.
Volontieri avrebbe rimessa la gita ad un altro giorno. Ma era tutto combinato e non si poteva. Chiamò Pietro, il suo vecchio domestico, e gli raccomandò che andasse verso le undici e mezzo a prender notizie del conte Rescuati. Le avrebbe così, recentissime, al suo ritorno.
Gli altri invitati, non essendo stati colti dal menomo raffreddore, giunsero tutti all'ora indicata e udirono imperterriti l'annunzio dato loro dalla Contessa del mancato intervento del giovane Rescuati. La coppia esotica non lo conosceva. Gerra e Sant'Eremo non avevano per lui una simpatia molto pronunziata e Marina non parve affatto turbata da quell'annunzio. Sperò colla Contessa che fosse cosa da nulla.
La comitiva si mise in moto, con tutta la buona voglia immaginabile di godersi la gita. La mattinataera freddina ma bella e nei duelandeauxla conversazione non languiva. Nulla avrebbe potuto far sospettare le materne apprensioni della Contessa e l'acerbo, il cocente disappunto di Marina Negroni.
L'arrivo, la visita al Castello, illunch, tutto ebbe luogo felicemente e nel modo più indicato. La coppia forestiera fu al colmo dell'ammirazione e dell'entusiasmo e tutti lasciarono quella strana e splendida dimora colla solita dose di trasporto per la bellezza delle cose vedute e per l'intensità dell'impressione generale. Al ritorno, la Contessa ebbe un'idea, anzi, ne ebbe due. Volle percorrere la strada dei Colli, per farne ammirare le bellezze ai suoi ospiti forestieri. La mattinata era sì bella che tutti ebbero voglia di una passeggiata. Scesero dalle carrozze e camminarono sino al Belvedere, ove fecero sosta per ammirare quella infinita vaghezza di prospettiva, quello spettacolo del quale sembra non potersi mai saziare l'occhio e l'animo di chi lo contempla.
Ma, mentre s'indugiavano lassù, alla Contessa parve vedere un po' di pallore sul volto di Marina. L'interrogò con premura... Si sentiva male?... — Ma no... tutt'altro!... Era un po' di appetito.
Si constatò il fatto, ridendo. Si constatò pure che, per una strana coincidenza, esso si riproduceva in varie proporzioni su parecchi fra i componenti la brigata. Illunchera stato copioso, ma un'ora e mezzo di trottata, quel po' di moto fatto a piedi, l'arietta frizzante...
— Se si facesse colazione qui? — suggerì a un tratto la Contessa.
La proposta fu accolta ad unanimità di voti. Solo si trattava di trovare un luogo atto a realizzare il progetto sì bene accolto.
Il viale dei Colli è poco frequentato durante l'inverno.
Bello, ideale qual'è, oggetto d'ammirazione e d'invidia pei forestieri che lo visitano, non gode, quanto meriterebbe di goderle, le simpatie dei Fiorentini. Per questi l'attrazione delle Cascine è tuttora senza rivali, poi non amano stancare, sulla lunga salita dei Colli, le loro celebri pariglie di cavalli. Neppur durante l'estate quest'incantevole passeggiata riesce ad accaparrare gran concorso di gente. I non molti caffè,restaurants, birrarie che si trovano sul suo percorso, fanno affari discreti, ma nell'inverno sono chiusi quasi tutti. Sant'Eremo rovistò alquanto nei suoi ricordi del luogo, poi si offerse quale esploratore. Si assentò per un quarto d'ora e tornò trionfante, gridando da lungi:Eureka!Aveva trovato. Un piccolorestaurantcivettuolo, a foggia dichâlet, nicchiato in una specie di giardino. Un'abbondanza d'edere, di ligustri, di lauri, alternati a fitte e spesse macchie di bambù, davano a quel luogo una falsa, ma invitante apparenza di episodio estivo, in mezzo alla nudità jemale della campagna circostante. Perennemente aperto, quel piccolo stabilimento, filialedella casa Doney e nipoti, gode di una certa riputazione gastronomica, ed è spesso fatto scopo delle gite di gaie comitive fiorentine.
Quella della Contessa fu premurosamente accolta dal personale disoccupato, nella vasta sala pressochè deserta, dove alcuni tavolini soltanto erano occupati da qualche esotica figura di touriste inglese o tedesco. Il duca di Sant'Eremo assunse la direzione degli eventi, e fece preparare un tavolo in disparte, in una specie di recesso, davanti ad una larga porta a vetri, che permetteva la vista del giardino e della vaghissima prospettiva sottostante. La colazione fu tosto imbandita, e già le chiacchiere s'incrociavano, quando un piccolo avvenimento venne a distrarre per un istante l'attenzione della comitiva. Un allegro schioccar di frusta echeggiò sul vialetto che faceva capo alrestaurante subito si vide avanzarsi con trionfale rapidità un drag a quattro cavalli con un carico di giovanotti, Neri Speroni e consorti, fra i quali spiccavano duetoilettesfemminili. Una di questetoilettessfoggiava tutti i suoi pregi di vistosità sgargiante sull'alto seggio del legno, a fianco dell'auriga. E l'auriga era Roberto Rescuati Melli.
La contessa ravvisò tosto il suo «figliolo.» Indovinò (forse non era difficile il farlo, neppur per lei, tanto n'erano caratteristiche la bellezza e l'acconciatura) chi fosse quella specie di signorine ch'egli conduceva lassù, in sì gaia comitiva. Non era nèabbastanza giovane, nè inesperta del mondo per dare soverchia importanza a un fatto che l'amabile disinvoltura della gioventù fiorentina le aveva messo qualche altra volta sott'occhio! Pure, provò un senso impetuoso e indicibile di pena.
Pensò a Tecla. Oh s'ella vedesse suo figlio così. E quella menzogna, così inutile, così bassa, del biglietto inviatole! Un violento rossore le salì alle gote, volse il capo con un atto involontario, affatto istintivo. Marina represse l'ombra di un sorriso e non battè palpebra. Gli uomini scambiarono un rapido sguardo d'intesa che si ripetè parecchie volte, quando Neri Speroni, recatosi a terra d'un salto, invitò con molta galanteria la bella compagna di Roberto a volersi gettare nelle sue braccia, se aveva la menoma idea di scendere e di far colazione. La signorina faceva delle difficoltà e mandava degli strillini da pavoncella spaventata, ma poi si decise e calò con mirabile arditezza, al conseguimento della quale non doveva essere estranea una certa abitudine dei ponti sospesi e d'altri praticabili della scena. Capitò dall'alto, come una vera rondinella ch'ell'era, mentre l'altra signora, evidentemente un olocausto al decoro della famiglia, fu laboriosamente calata a braccio da un domestico, in mezzo agli evviva incoraggianti di quei signori.
La lieta brigata fe' irruzione nella sala delrestaurant, dirigendosi verso un tavolo poco lontano daquello ove la Contessa presiedeva tranquillamente al suodéjeuner; ma, giunto presso a questa, Roberto ed i suoi compagni si arrestarono... e un momento di visibile imbarazzo si produsse nel gruppo. Una vampa di fuoco salì alle gote di Rescuati. Esitò, incerto, se dovesse salutare; poi salutò, ma, subito, mutando bruscamente direzione, condusse il suo drappello quanto più lungi potè, all'altra estremità della sala, dove l'Augellin Bel Verde cominciò tosto a discutere, a voce molto alta, ilmenu.
La Contessa aveva già ripreso la sua conversazione con Madame Cholet sulle impressioni di Vincigliata. Donna Marina intratteneva gli uomini colla sua solita grazia riposata e la colazione procedeva tranquilla, nella serena ignoranza della più effusiva allegria, che si andava suscitando all'altra estremità della sala. Laggiù le risate echeggiavano, ildiapasondelle voci si alzava alquanto; ad ogni minuto si andava producendo lo strepito caratteristico dello stappare d'una nuova bottiglia, benchè Neri Speroni dichiarasse, senza complimenti, di non aver mai visto così ingrullito quel caro Bertino.
Finita la colazione, Sant'Eremo ebbe una idea felice. Chiamò uno dei camerieri, e fece aprire l'invetriata che metteva nel giardino. E di là, senza traversare la sala, abbreviando piacevolmente la via, escirono all'aperto la Contessa e i suoi amici.
Il ritorno si effettuò felicemente e la brigata sidivise col solito scambio di congratulazione per la riescitissima gita.
La Contessa era appena rientrata nella sua camera, quando Pietro, fedele alle istruzioni ricevute, venne rispettosamente a darle conto della sua missione. Era stato, alle undici e mezzo precise, a prender notizie del signor conte Rescuati. Aveva parlato col suo cameriere, quello stesso ch'era venuto alla mattina. Il signor Conte era tuttora coricato, ma stava meglio e si alzerebbe per il pranzo. Faceva mille ringraziamenti.
— Sta bene — interruppe tranquillamente la signora e congedò Pietro.
Quando fu sola, si sentì, a un tratto, côlta da una grande malinconia. La volgarità brutale di quell'episodio le aveva fatto male. Oh lo sapeva bene che accadeva così... quasi per tutti: ch'era l'aria, l'atmosfera, l'immensa contagione della vita. Quelle piccole farfalle variopinte dall'esistenza effimera, quello sciametto di gaie tarme sotto il cui lievissimo morso, ripetuto all'infinito, finiva collo sbriciolarsi non ferito, no, solamente intignato, il cuore della gioventù!... Una passione, un'illusione, sincera per quanto errata, pazienza! Ma così!... E intanto, dall'altro lato, la schiera tacita, malinconica dei cuori condannati alla vana attesa, i poveri cuori assetati d'amore delle fanciulle, di quelle che vivono scordate, trascurate... a cagione delle altre! Ah! povera Marina! E sarebbestata così adatta per lui!... Stavano così bene assieme!... Facevano una sì bella coppia! Bellissimi entrambi.
Qui, un pensiero nuovo, inatteso, s'imbrancò fra quelli che irritavano la sua mente, e la fece sorridere. Si ricordò di ciò che le aveva detto Marcello Plana: lo troveranno bello e vi darà del filo da torcere.
A proposito, doveva mantenere la sua promessa. Scrivergli di lui. Lo aveva fatto già, qualche volta... due, tre. Ma sempre con un lieve senso di contrarietà. Poichè, in coscienza, non poteva dargli splendide nuove del successo della sua missione. Ed egli rispondeva in un certo modo, così curioso! Stavolta però ella provò un subito desiderio di scrivere a Marcello Plana, di parlargli a lungo di quel suo indocile, ricalcitrante pupillo. Pensò a scrivergli dell'episodio del mattino. Si accinse a farlo, ma s'accorse, non senza una specie di sorpresa, che, mentre cercava il modo spiccio, geniale, svolazzante della relazione, questo modo per l'appunto pareva sfuggire di sotto alla sua penna. Provò, cancellò, tornò a provare... niente. Diventava una storiella daVie Parisienne. Per scriver bene quelle storielle, bisogna ridere di cuore, scrivendole, ed ella non poteva.
Tra lei e il suo solito buon umore c'era il pensiero di Tecla e quello di Marina... il senso, la pietà degli affetti condannati all'inerzia, il disgusto delle piccolecause, delle piccole volgari tentazioni, della strettissima gora d'acqua stagnante, in cui affondano talvolta, incoscienti, noncuranti le non forti anime.
— Non posso — disse. — Scriverò un'altra volta. — E lacerò il foglio. Prese laRevue des Deux Mondes, si adagiò nella sua favorita poltroncina di velluto di Genova, e cominciò a tagliare i fogli di uno di quegli strani, dolci articoli di Renan sulle tradizioni bibliche e sulla vita degli Apostoli, quelle pagine ove l'autore sembra avere intinta la penna nella tavolozza sì umana e sì mistica a un tempo, del nostro Morelli.
Ma due o tre volte, dallo sfondo luminoso del grande paesaggio orientale, balzò fuori insistente, importuna, come un moscherino che penetri nell'occhio, l'immagine di una personcina snella, di una faccetta pallida diveloutinee di bianco mal tolto, con un cappellone impossibile e due immensiaccroche-cœursche tracciavano sulle tempie come due gran punti d'interrogazione. E l'Augellin Bel Verde calava, ridendo e strillando, dall'alto del drag, dove se ne stava Roberto colle quattro redini in mano e col gaio sguardo chinato su di lei.