VIII.

VIII.

Elisa scriveva a Don Marcello Plana.

Non cercava le espressioni stavolta e mentre la penna correva veloce riempiendo un foglio dopo l'altro, un sorriso buono e lieto errava a sua insaputa sulle labbra di lei.

«Lo vedo più di frequente; credo ch'egli cominci a provare ormai la reazione della febbre di divertimento che l'aveva colpito nei primi mesi del suo soggiorno a Firenze. Del resto, era tanto naturale, alla sua età, nevvero? E poi, immaginate che cosa curiosa! Mi ha detto che i primi tempi gli mettevo tanta soggezione... Ho fatto finta di credere, ma credo che fosse semplicemente perchè si trovasse meglio altrove che in casa mia. Se vogliamo esser sinceri, un po' di colpa l'ho avuta io. Avevo delle idee troppo ambiziose, volevo avviarlo a modo mio. Ora mi limito a procurare che non si annoi, quando è con me; mi studio di parlargli di coseche possano interessarlo. Sulle prime duravo una certa fatica e dovevo fare dei grandi sforzi d'immaginazione, ma a poco a poco mi sono abituata e adesso ridereste sentendomi parlare animatamente di cavalli, di mode, anche di pettegolezzi. Roberto non ha una conversazione brillante nè profonda, ma un buon senso, raro alla sua età, non gli permette mai di dire nè una sciocchezza, nè una cosa urtante. Forse perciò è ben voluto da tutti e ha tanti amici. Infatti è sempre di buon umore. Credo che un po' si lasci vivere. A volte m'impazienta e a volte mi riposa stranamente lo spirito quella specie di spensieratezza gaia, irresistibile. Penso che dopo tutto è la gioventù, la sacra, la sincera gioventù!...

«Penso alla mia ch'è passata da tanto tempo e che è sì lontana, ormai, che non mi par quasi neppure d'averla vissuta!... E (vedete che sciocchezza) mi par quasi, quando sono con Roberto, ch'essa ancor si ricordi di me e mi saluti da lungi.... Direte che faccio delle digressioni, nevvero?... Infatti; è assurdo. Forse m'indugio apposta, per parlarvi il più tardi possibile di ciò che mi avete chiesto nell'ultima vostra, del mio famoso progetto per Marina. Ecco qua: un altro fiasco.

«Non mi canzonate, non sarebbe generoso. Ne soffro già abbastanza. Fra quei due giovani nonesiste simpatia di sorta. Invano ho tentato, con tutta la sincerità del mio buon volere...

Si arrestò, mordicchiando l'estremità del portapenna. Ma subito proseguì:

«Roberto non potrebbe in questo momento offrire a Marina un cuore degno di lei. Speriamo che si tratti di un capriccio passeggero, che più tardi, forse... Ma intanto io amo troppo Marina per non rinunziare provvisoriamente al mio sogno. Se foste qui, mi dareste ragione, ne son certa. Perchè non sarebbe decoroso, non sarebbe onesto! Nevvero ch'è impossibile, affatto impossibile?...

«Firenze comincia a farsi animatissima. Ci sono molti forestieri. I ricevimenti sono cominciati dovunque. Non vi faccio l'elenco, lo conoscete e sapete che dovunque si vorrebbe vedere la vostra altiera figura di conte di Saint Bris. Io non esco molto alla sera. Ho sempre i miei soliti e in prima sera qualche volta Roberto mi sacrifica una mezz'ora. Si è un pochino abituato ai miei fedeli, ma è molto più carino quando è solo...»

Si arrestò, udendo nelle sale vicine accostarsi un passo spedito, ch'ella conosceva ormai... tanto bene!

Depose la penna e sollevò lo sguardo sul grande specchio inclinato che poggiava sulla caminiera di fronte all'uscio d'entrata. Colà vide riflettersi lo scompiglio della portiera, sollevata da una mano impaziente, poi sbucar fuori la testa giovanile, sorridentedi un uomo che recava fra le mani qualche cosa di roseo e di bianco. E un olezzo delizioso si fe' strada nella sala, assieme a Roberto.

Il giovane presentò alla Contessa un grosso mazzo di giacinti rosa e bianchi.

— Per me?... — disse la Contessa attonita, ma con un'aria sì lieta ch'egli si mise a ridere.

— Sì, signora, per lei. Li ho visti or ora, uscendo dal Club e mi son rammentato che un giorno mi disse che le piacevano. Non si sono sciupati... no? Tanto meglio. E adesso: un momentino e poi scappo.

— Come, senza neppur lasciarmi il tempo di ringraziarvi, senza sedere?

Egli sedette, ma senza lasciare il cappello.

— No, no! ho premura! — Contuttociò, le lasciò il tempo di dir grazie e in modo ch'egli fu convinto d'averle fatto un immenso piacere. Sollevò verso di lei quel suo bellissimo volto, ove brillava la contentezza del suo successo e in pari tempo il convincimento della penetrante bontà di lei, quella bontà che aveva avuta, che serbava tanta pazienza, tanta tolleranza.

Ed essa gli sorrise colla lieve emozione della sua sorpresa pel delicato pensiero. I giacinti avevano un olezzo acuto, di una freschezza inesprimibile!

Egli non accennava ad andar via colla fretta preannunciata. Rovistava qua e là fra i gingilli, le mille bazzecole del tavolino, sfogliava i giornali, specialmente se illustrati.

— Oh! — disse a un tratto, con evidente piacere, — l'ultimoFliegende Blätter.

Erano la sua passione le caricature delFliegende Blätter, e la Contessa s'era abbonata a quel giornale e lo teneva sul tavolino per lui, per obbligarlo, senza parere, a fare un po' d'esercizio di tedesco. Quando la leggenda era troppo difficile, gliela spiegava lei e insieme ridevano di quelle scene sì umoristiche, sì finemente trattate e che hanno talvolta un senso squisitamente sagace della vita. Ella coglieva a volo la segreta filosofia di quei frizzi; egli non cercava tanto e si contentava dell'impressione piacevole, del senso comico, quale balzava di scatto allo sguardo e al pensiero di lui, ma entrambi si divertivano colla stessa freschezza d'impressione, benchè Roberto, per farla arrabbiare, dicesse di preferire di gran lunga laVie Parisiennea quelle pappolate tedesche.

Stavano chinati entrambi ridendo, su una delle centomilionesime satire a matita contro la troppo calunniata istituzione delle suocere, quando l'annunzio repentino di una visita li fece trasalire come due colpevoli. Nientemeno che: Monsieur Cholet.

Berto aveva avuto un'espressione di sgomento così palese, quando la Contessa s'era lasciato sfuggire: «Oh Dio! viene a leggermi dei brani del suo lavoro sui Fasti Medicei!» ch'ella dovette assolutamente dare in uno scoppio di risa! E l'entrata del Professore col suo scartafaccio fra le mani, con quel suofare impacciato e un po' pedantesco e quella sua faccia da scienziato rischiarata dal sorriso amabile di chi si ripromette una delle più delicate soddisfazioni di amor proprio che possa capitare ad un autore, faceva un tal contrasto colle loro chiacchiere, coll'ambiente del momento prima, che pareva impossibile non dovesse palesarsi agli occhi stessi del sopraggiunto. Il quale dal canto suo trovò assolutamente intempestiva, pei suoi progetti, la presenza di quelgamin. E quando ilgaminsi affrettò, pretestando un urgente impegno, a declinare l'invito di trattenersi, perfidamente fattogli dalla Contessa con un crudele e birichino ammiccare degli occhi, M. Cholet si sentì sollevato da un gran cruccio!

Erano soli ormai, ella e l'illustre scienziato belga. Il Professore era troppo grande e grosso per sedere ad agio nella poltroncina che aveva avuta l'inavvertenza di scegliere quando la Contessa gli aveva fatto cenno di sedere, una galanteria dipeluchee di raso, ricamata a punto e fiamma, a tinte deliziosamente smorzate. E a farlo apposta, la poltroncina favorita di Roberto!

Nel silenzio tepido e profumato del salottino suonava monotona ed istancabile la voce di lui, narrando dei Fasti Medicei. S'era agli inizi del pontificato di Leone X e la Contessa, che aveva dato pochi giorni prima una ripassatina al suo Roscoe, si attendeva a sentirsi straordinariamente attirata. Amava ellaquel tipo e quei tempi sì splendidamente lumeggiati dallo splendore d'un torrente di luce artistica. Pure, cosa strana, quel giorno doveva fare uno sforzo intimo per applicarsi interamente all'audizione.

Il Professore leggeva senza interrompersi, senza essere interrotto; i grandi eventi e i grandi nomi sfilavano altisonanti nel suono monotono delle sue parole. Ma un grande mazzo di fiori, di un bianco tenero, di un rosso languido, fresco come una epidermide di fanciullo, giaceva sciolto sul tavolino. Elisa era distratta dall'aspetto di quei fiori. Erano troppo vicini, troppo belli, così accatastati uno sull'altro, chiamavano irresistibilmente il suo desiderio e la sua mano! Avevano un'attrazione ineffabile di bellezza, erano così squisiti nell'arricciatura delicata delle pendule testine digradanti sino ad un voluttuoso morire del colore sui tessuti carnosi dei petali!... E dalle bocche misteriose celate nel cuore d'ogni fiore esalava un alito inebbriante, d'una violenza spietatamente suggestiva di sensazioni, che colla storia fiorentina non avevano assolutamente nulla a fare! Era un non so che d'aperti cieli, di calda primavera, di giardini ridenti. Era una carezza allo sguardo, una blandizia all'odorato, un senso indicibile di dolcezze vaghe ed indeterminate, così acute, così assorbenti, che la Contessa chiuse vagamente gli occhi in una specie di piccola estasi nervosa, senza avvertire che proprio in quel puntoMonsieurCholet, giunto allafine del capitolo iniziatorio, si arrestava per riposarsi (ne aveva il diritto, poveretto!) e un poco anche nell'attesa di quelle fine parole di commento e di elogio che avevano bene spesso nelle pause delle precedenti letture sì dolcemente solleticato il suo amor proprio di autore.

A farla apposta, il capitolo era veramente interessante, uno dei migliori dell'opera. Ma che volete?... era così acuto l'odore dei giacinti, era così grata la Contessa al pensiero delicato del suo figliuolo!

Gli elogi ed i commenti, vennero, oh se vennero! E furono intelligenti, come il solito; anzi più del solito.MonsieurCholet se ne andò; beato dei fatti suoi e veramente entusiasta di quellaétonnante Comtesse!... Alla quale, però, per essere perfetta nell'estimazione dell'illustre autore dei «Fasti Medicei» (opera coronata dall'Accademia di Bruxelles), mancò da quel giorno in poi una cosa soltanto... ch'ella non patisse di distrazione. Oh, delle lievissime distrazioni... nulla più.

***

Nella corrente generale di simpatia che l'alta società fiorentina aveva sì prontamente manifestata a Roberto Rescuati, si andava da qualche tempo accentuando un'eccezione. Sacha Dzworoff non poteva soffrire il nostro eroe.

Il giovane russo era anch'egli, e da più antica data, ben visto e careggiato nei circoli eleganti. Ma la cosa era affatto diversa. Da Sacha si tollerava moltissimo, cose da far strabiliare; frizzi sanguinosi, capricci ed esigenze, che avrebbero bastato all'espulsione di qualunque altro frequentatore di quegli stessi salotti. Una intelligenza vivace ed originale, uno spirito pungentissimo e una straordinaria attitudine a braccare il ridicolo, dovunque stesse rintanato, rendevano talvolta pericoloso l'accordo di tacita indulgenza onde tutti erano prodighi per Sacha, indulgenza le cui fonti risalivano però ad una pietosa considerazione. Egli era malato di petto, condannato dai medici a corta scadenza e conscio della sua condanna.

Egli, che scherzava su tutti e di tutto, non risparmiava sè stesso nè il proprio destino. N'era un parlante programma il solo suo aspetto, la persona ridotta ai minimi termini, il pallor cereo della sua faccetta, la perpetua tosse che dilaniava l'esilissimo torace, la febbriciattola che lo assaliva ogni sera e che egli portava invariabilmente in piedi, colla reazione di un'altra febbre, quella d'un volere indomabile, ribelle ai consigli ed agli ammonimenti, sprezzante delle cupe minaccie di un peggioramento delle sue grame condizioni. Della sua prossima fine egli parlava con una disinvoltura canzonatrice, che aveva talvolta un valore di stoicismo filosofico e talvolta una grazia quasi cinica. Viveva frattanto intensamente, con unafuria di attività, che palesava una lotta intima e disperata. Tornava dunque impossibile giudicare quel gaio infelice alla stregua universale. Era ricchissimo e le favolose ricchezze profondeva in ogni specie di modi, buoni e cattivi, in bagordi ed elemosine, ora con profonda intelligenza, ora con una carità inconsulta, senza fermarsi a discernere i parassiti dagli amici veri. Era così riboccante di vita il suo essere morale che la morte gli pareva nella sua minaccia un assurdo inammissibile e le immense ricchezze, un controsenso di più nella farsa tragica del suo destino. E così egli, motteggiandola di continuo, ne sfruttava la tetra anormalità. E nessuno osava punirlo, ed egli era a volte esasperato da quella pietà che invano cercava stancare ed in cui andava leggendo la conferma della sua condanna.

Roberto non gli era mai andato a versi.

Sacha aveva avuto, sulla visibile benevolenza che il giovane Rescuati ispirava alle signore, dei giudizi di un'acerbità squisita. Il Club tutto quanto aveva echeggiato a lungo delle risa ch'egli aveva suscitato, parlando dell'infelice foggia di vestire che Rescuati aveva poscia saputo abbandonare. Nessuna delle piccole inavvertenze commesse da Roberto per la mancanza di pratica in una società della quale egli cominciava a diventar famigliare, era sfuggita all'osservazione e ai mordaci commenti del Sacha.

Più volte aveva apertamente preso di mira Robertocoll'insidia di equivoche osservazioni, tentando di trascinarlo verso un terreno di motteggio, sul quale Rescuati avrebbe probabilmente toccata la peggio. Ma questi si difendeva a furia di semplicità e di cautela astensiva, attenendosi con fortuna a quel sistema di indifferenza dei fatti altrui che gli consigliavano del pari la bonarietà e l'egoismo dell'indole sua.

Sin dai primi tempi della sua dimora in Firenze e di fronte allo spettacolo di incredibile impertinenza che perennemente offriva Sacha Dzworoff, Berto Rescuati aveva candidamente espressa a Neri Speroni la sua meraviglia che nessuno avesse ancora trovato il tempo di dare un salato memento a quel piccolo calabrone nordico. Udito il perchè dell'indulgenza generale, non insistè sull'argomento e uniformandosi al prevalente andazzo, lasciò dire il piccolo russo, evitando di entrare con lui in polemiche o discussioni e non mostrando di avvertire la bizzarra antipatia che l'altro pareva invece farsi premura di addimostrargli in ogni plausibile e decente occasione.

Forse quell'antipatia aveva le sue fonti segrete appunto nel contrasto fondamentale di quelle due nature, nell'intima ribellione che eccita talvolta nell'animo del malato e del debole, l'aspetto di un vigoroso rigoglio di forza fisica. La manifestazione di questa forza era spiccata, marcatissima nella persona del giovane Rescuati. Egli era, a ventitrè anni, nelfiore di una splendida gioventù virile. In mezzo ai tipi effemminati, troppo raffinati dei suoi nuovi compagni, prodotti di una razza esautorata dalla mancanza d'incrociamenti e dall'inerzia dalla molle vita fiorentina, il nostro marchigiano spiccava assai favorevolmente, esemplare raro e non dubbio di una razza più resistente. In lui la visibile gentilezza del sangue non andava disgiunta dall'integrità di un vigoroso temperamento.

Si pensava involontariamente, vedendolo, ad uno di quei giovani Pari che cavalcavano al seguito di Carlomagno, sui campi da conquistarsi, e destinati ad esser guiderdone della forza di quei giovani prodi, ricompensa delle vittorie vinte in una lotta corpo a corpo, a colpi di spadoni giganteschi e di mazze ferrate, sotto il peso di quelle montagne di ferro che si chiamavano armature! E quando Sacha Dzworoff, quel gingillo di omiciattolo, sempre al tu per tu colla minaccia della bara, quel giovane che rideva, che mordeva per non pensare, si trovava accanto a quell'uomo sì bello, sì pieno di vita e di affidamento alla vita, a quell'uomo, la cui vecchiezza giungerebbe sì tarda e durerebbe sì lunga, mentre egli, suo coetaneo, sarebbe da tanti anni scancellato dal novero dei viventi, egli sentiva quasi di odiarlo, soffriva di un doloroso bisogno di tormentarlo. Provava un continuo sospetto della calma e dell'ostinato buon umore col quale Rescuati evitava ogniurto di parole, ogni occasione di discussione. Fosse pietà?... la terribile pietà ch'egli trovava sempre, così tenace, così insultante attorno a sè! Vedendolo, provava delle orripilazioni nervose, che Roberto ignorava serenamente.

Quella moderazione non era stata fraintesa dagli amici di Roberto e tutti l'approvano in lui, benchè alcuni maligni pretendessero, sotto voce, che molti dei frizzi di Sacha, Roberto li tollerasse anche perchè non gli apprezzava sufficientemente. Era, per gli sfaccendati, un vero divertimento il vieppiù stuzzicare i sentimenti di Sacha su quel proposito! La duchessa d'Accorsi poi, pareva essersene fatta una missione speciale. Al sarcasmo esacerbato di Sacha univa talvolta il suo, più moderato e più ambiguo. Per Sacha era un immenso conforto ogni visita in casa d'Accorsi. Di raro vi incontrava Roberto e sempre poteva sparlare di lui.

Una sera capitò, giubilante.

Gliel'aveva fatta a colui! Portata via, soffiata, proprio sotto il naso, una stupenda cagna Newfoundland... oh una bestia enorme, gigantesca, adorabile!

Per un caso provvidenziale aveva saputo che colui, l'Adone, si struggeva di comperarla. Figurarsi! Come se una bestia così intelligente dovesse aver l'umiliazione di appartenere ad un padrone così sciocco! Fortuna che quel tirchio era stato a tirardi prezzo e aveva indugiato un giorno. E lui... s'era preso il gusto di fargli trovare, l'indomani, un bel pugno di mosche!

A dir vero, oltre il gusto d'averla fatta all'Adone, Sacha s'ebbe quello d'esser bellamente giuntato dal canattiere che aveva odorato il puntiglio e vendutagli la cagna pel valore circa di un discreto cavallo. Nè questo fu il solo profitto di Sacha, il quale, volendo far stizzire «colui», annunziò che avrebbe trionfalmente fatta alle Cascine la presentazione ufficiale della cagna, da lui battezzata Vittoria. Ma giunto il giorno prefisso, il tempo era pessimo, pioveva e una tramontana orribile scuoteva le cime delle alte piante con dei lugubriouh!... ouh!... Certo, il medico non permetterebbe a Sacha, di uscire quel giorno, al più verrebbe nel suobrougham. Ma che! All'ora fissa apparve la solita vittoria di Sacha coi cavallini bai. All'interno, al posto della signora, stava, tutta avvolta in un gualdrappone di piuma, la cagna, enorme davvero e bellissima, e al suo fianco il padrone infagottato in non so quante pelliccie di volpe azzurra, frammezzo alle quali sbucava fuori la faccetta pallida e maliziosa illuminata dalla gioia della celia.

Giunto al Piazzone, con quel po' po' di vento e di fresco, egli fece fermare la carrozza, presentò Vittoria agli amici, poi condusse tutti da Doney per unlunchd'onore alla cagna. Al trionfo non mancòche la presenza dell'umiliato avversario, Berto, il quale avendo dei polmoni modello, non s'era curato quel giorno di andarli a compromettere alle Cascine e si era invece tranquillamente recato a far visita alla contessa Elisa.

Sacha si divertì immensamente in quell'occasione, ma tornò a casa colla febbre e stette a letto quindici giorni. E Vittoria, ch'egli frustava a sangue per insegnarle delle grazie bojarde, gli scappò un bel mattino e il cocchiere, che sapeva dov'era, le serbò il segreto e la vendette poi ad un americano di passaggio a Firenze.

Ma il cattivo esito della prova non scoraggiò l'animosità di Sacha. Quand'anche avesse voluto mitigarla nell'animo suo, c'era sempre la Duchessa a rinfrescargli la memoria con mille punzecchiature.

— E così, Sacha... la vostra simpatia? Decisamente vi credevo più immaginoso! È vero che siete diventati Damone e Pizia, o i due fratelli siamesi?

E ciò indifferentemente, a quattr'occhi, o davanti alla gente, tanto che Sacha si arrovellava sempre più e avrebbe dato dei tesori per poter dar sfogo alla stizza che lo rodeva e che tutti si divertivano a fomentare.

Un giorno la duchessa si trovò sola con Sacha.

Egli era in uno di quei momenti d'estrema irritabilità nervosa che in lui solevano avvicendarsi a lunghi periodi di prostrazione. Stava muto, accigliato... soffriva.

— Ebbene, — diss'ella sbadatamente. — Cosa ne fate del vostro caro amico Rescuati?

Sacha scattò sulla seggiolina.

— Non me ne parlate. È un essere impossibile. Non c'è modo d'irritarlo. Quasi, quasi...

— Rinunziate? — interruppe Ginevra con una intonazione sì sottilmente beffarda che egli trasalì, come se avesse toccato un colpo di scudiscio.

— Non credo — disse poscia, con accento di assunta indifferenza. — Aspetto soltanto.

— Oh! aspettate! E cosa di grazia?

— Un'occasione. Ma non vorrei che arrivasse in ritardo per me. Ciò farebbe il giuoco di quell'imbecille.

La Duchessa alzò le spalle.

— Non dite corbellerie, Sacha. Volete invece un consiglio? Il consiglio di una buona amica?

Egli ebbe un moto del capo sì espressivo, uno sguardo sì vivace, sì pieno di comica malizia interrogativa, che la Duchessa non potè reprimere uno scoppio di risa.

— Grazie! — esclamò. — Ma ho voglia di consigliarvi e se il consiglio non vi pare da vera amica, non lo seguirete, ecco tutto. Ci tenete realmente a dar sui nervi a Roberto Rescuati?

Un eloquente scintillar dello sguardo di Sacha fu la sua risposta.

— Ebbene, udite. Avete portato via a quel giovineuna bestia ch'egli voleva comprare, poi, mi fu detto, un appartamento che desiderava prendere a pigione. Non c'è male. Ma non avete pensato a un'altra cosa... qualcosa di molto più elementare.

Egli non comprendeva ancora.

— Sarebbe?... — chiese ansiosamente.

Ella rise in modo bizzarro. — Andiamo, via. Che proprio, colla vita che avete fatta, non abbiate a supporre ciò che può premere ad un giovane, oltre i cani e la casa...

Non essa, ma un lampo del suo occhio grigio completò la frase.

— Ah, triplice imbecille che son io! — sclamò Sacha balzando in piedi. — Non averci pensato prima! Ma certo! l'Augellin Bel Verde!

Ella assunse un'aria scandalizzata. — Oh... oh... Sacha! — Ma rovesciò il capo sul cuscino della poltrona, ridendo sonoramente.

***

— Ebbene? — gli chiese quindici sere dopo, quando furono soli per un momento nel palco di lei, al Niccolini.

Egli era trionfante.

— Colpo riescito! — rispose più drammaticamente dell'attore che agiva sulla scena in quell'istante. — Ma ce n'è voluta dell'eloquenza! Figuratevi; sostenevad'esserne innamorata! E poi, vedete, credo che trovasse la mia proposta non troppo vantaggiosa, viste le probabilità di pronta recessione nell'avvenire. Ed io ho sì bene compresi i suoi sentimenti che le ho fatta una modesta rendita per clausola testamentaria. Ciò l'ha decisa e ora siamo eccellenti amici.

— Sacha! — disse la Duchessa quasi severamente.

Egli inarcò le ciglia, con una maligna aria ingenua.

— Oh Duchessa! Siate giusta, mettetevi nei panni di quella povera ragazza!...

E s'interruppe, come colpito dal suono di una enormità.

— Ah! — s'affrettò poi a scongiurare — per pietà, Duchessa, non rilevate quest'atroce bestialità che mi è sfuggita. Perdonatemi e non avvelenate la gioia che provo pensando alla faccia che farà colui domani quando troverà vuota la gabbia e volato via l'Augellin Bel Verde. E se sapeste, Duchessa, che lettera commovente gliabbiamoscritta!

Ella non avvelenò la gioia di Sacha. Lo guardò bensì con una bizzarra, indefinibile espressione. Ma non ebbe tempo di dirgli nulla. Il Principe di Hetzengenfeld sollevava la portiera del palco e veniva a far visita alla duchessa d'Accorsi.

***

Gli amici comuni erano naturalmente informati della nuova trovata di Sacha, il quale però non credettenecessario, parlandone, di palesare che gli fosse stata suggerita da altri. C'era un'attesa, più o meno dissimulata, delle conseguenze di questo fatto. E Neri Speroni, punto scoraggiato dall'insuccesso della sua missione presso Dino Follemare in una circostanza non priva di analogia col caso di Berto Rescuati, non credette doversi privare del piacere di far qualche indagine presso l'amico marchigiano.

Con garbo però, con una certa cautela. Lo aveva visto a un'accademia di scherma e doveva avere un polso... colui! Trattandosi poi di una personcina quale era Madamigella Augellin Bel Verde, l'argomento era meno difficile a intavolare e Neri non ebbe a pentirsi d'aver toccato quel tasto con Roberto. A dir vero questi non s'era dilungato in grandi spiegazioni e si vedeva che aveva presa la cosa in modo splendido, con filosofia non solo, ma con spirito.

Qualcuno sostenne che quest'ultima espressione fosse un pochino arrischiata trattandosi di Roberto, ma Neri Speroni mantenne l'integrità del significato con spirito. Berto aveva mirabilmente celato il suo sdegno, dicendo con una frase felicissima, che il fatto accaduto era stato per lui un vero sollievo, visto il carattere e i capricci della bella infedele. Insomma, aveva perfettamente dissimulato il suo dispetto. Sacha aveva fatto un bel buco nell'acqua, malgrado la celebre clausola testamentaria e Berto era decisamente, assolutamente un ragazzo di spirito!

No, Berto non era un ragazzo di spirito. Ma aveva avuta una grande accortezza, l'accortezza che più giova a burlare gli scettici e gli indiscreti, quella cioè di dire semplicemente la verità.


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