XII.
La voce prendeva molta consistenza; non si poteva fare una visita, nè frammettersi in un crocchio, senza udir parlare di quel benedetto matrimonio... Non era per anco dichiarato ufficialmente, ma si dava per certo. Marina Negroni era fidanzata al principe di Hetzengenfeld.
La duchessa d'Accorsi era portata a cielo. Un coro frenetico di entusiastico plauso si elevava da mille bocche, fatte turiboli. Poichè, indubbiamente, il merito della felice manovra era tutto suo. Marina non avrebbe mai saputo da sola, col suo mediocre fascino, tentare una impresa sì incredibilmente audace, raggiungere una sì portentosa fortuna. Ovvero ella aveva ingannati tutti quanti colla sua finta freddezza, colla sua calma imperturbabile. Si era abilmente riserbata per la sorte sognata dalla tacita ambizione. E se l'aveva raggiunta, buon per lei. Il mondo è di chi lo sa prendere.
Se qualche timida voce si alzava per trovare che, dopo tutto, l'immensa ventura di Marina sarebbestata più completa se si fosse trattato di uno sposo meno avanzato in età e di aspetto più aggradevole, la piccola nota andava tosto schiacciata nella sonorità incalzante del plauso generale e incondizionato. Fanciulle giovani, boccioli di rose appena sbocciate, invidiavano sinceramente Marina.
Non parlo dell'immensa invidia che le madri stesse di quelle fanciulle portavano alla duchessa d'Accorsi.
Pure, avrebbero dovuto tacere. Poichè sanno... le madri! Ma più di loro la sa lunga il criterio del mondo, la sua equità di estimazione dei sentimenti e dei fatti.
Contuttociò, la notizia trovò un'incredula, una donna che si ostinava a dire, pensando ai venticinque anni di Marina e ai sessanta del principe: — È impossibile.
E questa bizzarra ostinata era la contessa Elisa Serramonti.
Aveva una specie di terrore di quell'idea, una confusa apprensione di un male cagionato da lei, dalla fiacchezza del suo operato, dalla sua mancanza di coraggio e di perseveranza. Un picciol verme rodeva forse celato, in non so quale ripostiglio della sua coscienza?
Una mattina, dopo una notte insonne, Elisa s'alzò con un'idea fissa. Venire a capo del vero, a qualunque costo.
Marina Negroni aggrottò forte le ciglia quandoudì dalla sua cameriera che la contessa Serramonti chiedeva di lei e saliva per l'appunto le scale che conducevano al suo piccolo appartamento di signorina. Poi disse a sè stessa: — Meglio così — e si preparò a ricevere l'inattesa visitatrice. E quando questa coll'accento affettuoso, colla libertà a cui le davano pieno diritto l'antica amicizia e le prove di reciproco interessamento, le chiese semplicemente se avesse fondamento la voce che correva, Marina rispose, senza imbarazzo, senza ambagi, un semplice: Sì.
— Da ier l'altro soltanto — proseguì poscia Marina — girando sull'anulare un grosso rubino contornato di brillanti di uno splendore degno di una fidanzata regale. — Non è ancora ufficialmente annunciato, ma la mamma le avrebbe scritto certamente quest'oggi. Il matrimonio si farà presto; Enrico desidera di ritornare in Germania.
Parlava disinvolta e senza il menomo imbarazzo, come se tutto ciò fosse la cosa più semplice, più ovvia di questo mondo. Nè la fisonomia, nè l'accento tradivano la menoma emozione: la sua bellezza glaciale pareva già educata all'impassibilità serena di una sovrana. Non era mai stata molto espansiva, neppur con Elisa; ma Elisa, guardandola ora e udendola, provava come uno stringimento al cuore. Quell'immensa calma non era nuova in Marina; ma in quella novità di circostanze, nell'entità dell'avvenimento,pareva ad Elisa ch'ella assumesse un significato strano e inammissibile. Nel cuore suo era una indefinita tormentosa lotta d'incertezze; ma non mai, neppur pel più lieve spiraglio, Marina, nel corso della conversazione, diede campo ad una spiegazione, ad una domanda. Solo quando fu in piedi per accomiatarsi, Elisa trovò ad un tratto, in un parossismo di angoscia che si tradiva nel tremito della voce, nell'alterazione della fisonomia, il coraggio di una domanda: — Sei felice? — Colta all'improvviso, Marina trasalì. Un lampo d'ira passò nei suoi occhi, qualcosa come un odio, una bieca meraviglia. Ma subito si spense. — Si, — disse ad alta voce.
— Lo ami? — insistè Elisa — lo ami? — sempre con quel cieco istinto didoverdire, premunire. Una immensa pietà di quella fanciulla s'era levata impetuosa, risoluta, nel suo cuore.
— Certamente, lo amo — ribattè Marina con una quieta determinatezza. Ma la menzogna appariva visibile nel moto stesso delle labbra. Con un vago senso di terrore Elisa pensò al suo passato, al giorno in cui s'era fatta sposa al conte Serramonti, alla strana realtà che aveva ad un tratto squarciato il velo delle sue caste ignoranze, e che non aveva ad ausiliario, a scusa... a ragione nulla più del convincimento del dovere ed un ragionato senso di stima e di omogeneità intellettuali. E ora, ora soltanto intuiva, comprendeva che tutto ciò era stato un sacrilegio e stavaper compierlo anche Marina, quell'inconscio sacrilegio.
— Marina, — le disse, con intensità profonda di sentimento — sei risoluta, lo vedo... Ma pensaci, per pietà, pensaci ancora. A un'altra non direi così... Ma io ti voglio bene... ti ho sempre voluto bene, ho sempre desiderato la tua felicità.
— Lo so, — interruppe tranquillamente Marina — più volte mi ha dato prove del suo interessamento. Si è adoperata anzi più volte per procacciarmi un collocamento. E allora... non le pareva necessario che io ci pensassi tanto per prendere una risoluzione, nevvero?...
Sotto l'ironia crudele di quell'allusione, Elisa si sentì di fronte ad un nuovo, inatteso ostacolo. Marina le appariva sotto un nuovo aspetto... un aspetto che non aveva mai sospettato in lei.
— Marina, — le disse, con la serietà dolorosa di un animo che si sente ferito a un tratto da un'ingiustizia e da un'ingratitudine — in tuttiqueicasi... tu avresti potuto amare. E ora? interroga il tuo cuore, Marina, interroga tutta te stessa.
Davanti al puro e chiaro sguardo di Elisa si abbassò quello audace e aggressivo della fanciulla. Ella non osò ripetere la sua menzogna.
— Ora, — disse tranquillamente, — la cosa è decisa, io ne sono contentissima... Non sia in pena per me, Contessa; questo matrimonio colma tutti i mieivoti, e quelli di mia madre. Tutto a questo mondo non si può avere. E l'amore. Oh! l'amore!...
Ebbe un bel riso perlato in cui suonava un amarissimo scherno.
— Ci crede, lei, all'amore? — soggiunse poi accostandosi ad Elisa, e piantandole in faccia uno sguardo quale Elisa non aveva mai conosciuto nell'occhio di quella fanciulla. Qualcosa, un impulso misterioso e irresistibile costrinse la Contessa a rispondere gravemente:
— Sì!
Di nuovo nella bocca di Marina stridette il piccolo riso cristallino.
— Ah! Contessa, meglio tardi che mai! nevvero?
Un grande pallore coperse il volto di Elisa, un pallore sì intenso che Marina stessa ne rimase un istante sgomentata.
Ma la contessa rimase immobile e quieta. Poi come dal profondo del cuore, dal profondo di un abisso di dolori e di lacrime, la risposta venne involontaria, precisa:
— No, Marina, meglio mai che tardi!....
················
Marina non replicò. Stettero mute un istante, raccolte ognuna nell'intensità delle proprie angoscie. Così erano state un'altra volta nel salotto della Contessa, quel giorno in cui Marina era venuta a chieder ragguagli sul duello di Roberto. Ma allora non sapevano!Ora sì, sapevano, e forse in quel momento ebbero pietà l'una dell'altra!...
Quando ricominciarono a parlare, il colloquio parve avere ad un tratto ritrovate le antiche basi calme e cordiali. Elisa non reiterò i suoi consigli e nessuna allusione venne fatta agli intimi sentimenti di entrambe. Marina diede tranquillamente le notizie di quanto si atteneva alla circostanza, ai progetti di viaggio, ecc.
Nulla in Marina rivelava l'ubbriachezza del trionfo. Nulla dell'interno suo stato d'animo trapelò più in lei. Ell'era, adesso, quale era sempre stata, fredda, indifferente, intangibile..., padrona del suo destino. Senonchè, ora, nella serena normalità delle sue parole, c'era come una nuova dignità, una forma di riservatezza, unnoli me tangere, che aveva veramente qualcosa di regale, che si elevava sovrano, imperante sulle confuse rovine d'una passata debolezza, rinnegata ora e dominata, per sempre...
***
Elisa stava dinanzi allo specchio e lo interrogava. Lentamente passò la mano sui proprii capelli, sulle piccole striature bianche che li chiazzavano. Ma la capigliatura era abbondante, morbida, finissima. Le sue mani ebbero l'impressione di una carezza.
Guardò ancora attentamente, come si guarda negliocchi di un giudice. Si vide grande e snella. Le linee del suo corpo serbavano tuttora un'integrità giovanile, quasi virginea. Il collo era fresco, rotondo. Inalterato il fine ovale del volto, cesellate le fattezze. Una tinta delicata pareva dar loro un rilievo indefinito e brillante. E gli occhi suoi le parvero grandi, vivi di una luce diffusa, irradiante. Attorno ad essi le piccole rughe parevano essersi celate, fatte quasi invisibili.
Una suprema compiacenza le penetrò nell'animo, una gioia tenera di quella bellezza sua, rivelata a lei stessa, constatata in uno di quei momenti in cui l'anima a tutto s'avvinghia di ciò che può salvarla da un terrore segreto, senza nome.
— Sono bella, — mormorò Elisa, — sono bella!
Lo era in quel momento, squisitamente. Era bella del suo amore segreto, combattuto, messo alla porta da lei stessa cento volte al giorno, ma che cento volte al giorno, insidioso, prepotente tornava.
Si guardò ancora, e sorrise. Un senso di immensa gratitudine le irruppe dal cuore:
— Roberto, — mormorò sottovoce — Roberto, tu sei la mia gioventù!...
Si lasciò cadere come spossata nella poltrona e gli occhi, lentamente, si socchiusero. Una mano si levò, tremante con un inconscio gesto d'appello...
Roberto!... mormorò ancora una voce semispenta!
Ma Roberto non l'intese. Era alClubcogli amici.
***
La duchessa d'Accorsi diede una grandesoirée extraper annunziare ufficialmente le nozze di sua figlia. Passò in persona, un momento, dalla contessa Serramonti per invitarla verbalmente, e rimase molto, ma molto attonita udendo da Elisa stessa ch'ella non avrebbe forse potuto approfittare del gentile invito. Partiva.
Partire! Ma che! non poteva crederlo. Partire ora, sul finire del carnevale e nel più bel momento della stagione. Impossibile! Sarebbe un dispiacere immenso per lei e per Marina se la loro cara Elisa non assistesse a quella festa. E ora ch'era sì bella, sì brillante! Ah! non l'avevano mai vista così bella, così fresca. Era l'opinione di tutti; un vero incanto.
La Duchessa ripeteva infatti ciò che da qualche tempo era lavox Deidella società fiorentina. Ma il complimento non era giustificato in quell'istante. Elisa non era nè giovane, nè bella. Dimostrava tutti i suoi anni, forse più dei suoi anni.
— Parto, — disse ancora. — Vado da una mia zia, malata, alla quale ho da lungo tempo promessa una visita.
— Malata... molto?... — chiese la Duchessa col suo formidabile sorriso.
Elisa non sapeva mentire. Arrossì.
— Sì... piuttosto gravemente.
— Ah! davvero! Me ne spiace.
Un sorriso stranamente equivoco schiuse le labbra di Ginevra. Ella si appressò con una mossa confidenziale, di compagna, alla poltroncina di Elisa.
— Quella cara Contessa! Misteriosa sempre! sempre avvolta di un velo di poesia. Ah!... la comprendo... sa!... più di quanto ella creda. Per quanto ciò le sembri strano, forse audace da parte mia, ho sempre avuta l'intuizione, che, un giorno o l'altro, fra noi dovesse esistere un'intesa più intima, meno superficiale di quanto lo concede la nostra esistenza così agitata, così frivola... A volte, non ho mai osato dirglielo; poichè ella vive in una sfera tanto superiore alla mia. Ma se sapesse quanto ho pensato all'isolamento della sua vita, del suo cuore....
La Duchessa seguiva attentamente sul volto di Elisa le tracce delle sue velate insinuazioni. Non invano era sì subdola e sì crudele. Voleva sapere e sapere da lei.
Poichè era in dubbio; un dubbio curioso. Ella aveva bensì, senza mai formulare un'accusa precisa, scatenata la calunnia sui passi di quella donna; ma in fondo, per conto suo, non era sicura. Sapeva, lei, ciò che il mondo bene spesso ignora, cioè che si può lottare vittoriosamente anche con una passione vera, che spesso le apparenze ingannano, anche nel senso del male, che ci sono delle anime schiave di un principio, di un ideale di altera purezza, e per le quali,come per l'ermellino, l'idea della macchia è più dura... più crudele della morte stessa.
Elisa sentiva l'oppressione incalzante di quella volontà imperiosa. Un ipnotismo pareva costringerla a subire il fascino malvagio di quello sguardo.
Ginevra le si era fatta presso ora, assai presso. Il suo sguardo dardeggiava vicino, intollerabile. La mano della Duchessa accarezzava con un gesto furtivo, pieno di simpatia felina, la povera mano di Elisa. E un sorriso dolce, quasi amoroso pareva dire alla misera: — Suvvia, dunque, tradisciti; non vedi che son qui, che so, che voglio, che devi dirmi il tuo segreto?
— Ella ha sofferto!... sì, deve aver sofferto tanto! — continuò Ginevra. — Il mondo non le sa queste cose. Pure, è tanto naturale. Ci sono delle fatalità, oh... così dolci, nevvero? E la vita è così breve, così pochi i compensi delle sue amarezze. E certi spauracchi, che spaventano le anime timide, insufficienti, non bisogna curarsene... mia cara amica. La questione è tutta lì, dominare o essere dominata. E lei, dopo tutto, è libera, è uno spirito forte, superiore a tante meschine considerazioni. La società si contenta di così poco, in realtà... basta una piccola, oh... una così piccola dose disavoir faire, per assicurarsi la sua indulgenza, la sua simpatia, anche nelle questioni che riguardano noi... il nostro povero cuore.
Fu intollerabile per Elisa l'umiliazione di quell'istante.Comprese ciò che quella donna voleva dire, ciò che implicava la benevolenza del suo consiglio, l'allusione tacita che creava fra loro un'analogia... che le metteva entrambe, per un momento, allo stesso livello!
E tosto, un istinto, un orgoglio la sovvenne liberandola da quel fascino abbietto.
Non si mosse, non ritrasse la mano fredda e rigida dalla mano di Ginevra. Rialzò il capo con un moto impercettibile, che non l'allontanava più di dieci centimetri dal volto della duchessa, ma che parve ad un tratto mettere fra loro una distanza infinita. E la calma del suo sguardo parve scendere da una smisurata altezza e ricercare la mota di una bassura, mentre ella rispondeva con grande chiarezza e pacatezza di voce:
— Duchessa, che intende dire?
Per un istante, forse l'unica volta in vita, Ginevra si sentì vinta, e rimase interdetta. Ella aveva provocato un atto inconscio di debolezza, un tradimento della volontà disarmata. Voleva la confessione di una disfatta. Ma non una discussione, non quel calmo, altero sprezzo di sfida!... E la sua crudele curiosità rimaneva insoddisfatta e delusa.
— Nulla — disse ridendo. — Ella, cara Contessa, è, e sarà sempre, un angelo, e queste cose profane non la riguarderanno mai personalmente. Contuttociò, non me ne voglia se ho osato darle... oh, non osereimai dire un consiglio; e se ne rammenti, all'occasione, come io non mi scorderò certo...
S'arrestò bruscamente. Elisa non l'ascoltava più. Il suo volto, poc'anzi sì pallido, era soffuso di un rossore squisito che non si riferiva a lei, che la metteva in disparte, subitamente.
Un rapido passo virile si accostava all'uscio; la portiera si mosse, e Roberto entrò, baldo, spigliato.
La Duchessa lo apostrofò vivamente.
— Oh, Rescuati, bravo, bene ispirato! Qua subito, alla riscossa, in mio aiuto. Mi aiuti a scongiurare un grande pericolo, a convertire un'ostinata, una cattiva, che vuole, proprio alla vigilia del mio ultimo ballo, fuggire, lasciar Firenze.
Sul volto del giovine si dipinse una intensa meraviglia. Si volse verso la Contessa, e le chiese con un impeto che non pensava a celare:
— È vero, Contessa, è vero?...
— Può essere. Credo infatti di dover recarmi a Foligno presso mia zia.
— Come? perchè? — interruppe Roberto. — Ma se non mi ha detto niente!
La frase gli era sfuggita imprudente... e la Duchessa l'aveva colta a volo. Si volse verso Elisa, ridendo:
— Ha udito, mia cara Contessa? Non bisogna fare così... non bisogna mancare di confidenza verso gliamici. Vede cosa succede quando si vogliono tener per sè i segreti! Capita una stordita come me, che li tradisce ingenuamente, senza pensarci. Perchè, sicuro... non dovevate saper niente, voi, Rescuati! E adesso che ci penso... chissà che malanno ho fatto... eh, tra voi due?
— Nessun malanno — rispose tranquillamente Elisa. La Duchessa ha detto nulla più di quanto avrei tosto annunziato io al conte Rescuati, nonchè a quanti amici miei avessi veduti quest'oggi.
— Ma è deciso, proprio deciso? — chiese ansiosamente Roberto, avvolgendo la Contessa d'uno sguardo di sì calda ansietà che la Duchessa strinse alquanto, dietro le labbra sorridenti, quei tali larghi denti sì atti al morso.
— Oh non dica che è deciso — supplicò Ginevra. — Speriamo che la zia si rimetta in salute, che non si effettui questa fuga. Marina sarebbe impicciatissima se non avesse i suoi consigli pel corredo.
E s'alzò con una specie di grazia brusca, con un sorriso sagace e malizioso, come di persona memore ad un tratto che la sua presenza può essere inopportuna.
— No, cara, no! — rispose ad Elisa, che, pur alzandosi di scatto e simultaneamente a lei, mormorava qualche frase cortese. — Non posso trattenermi davvero: ho venti visite da sbrigare, s'immagini! E questo matrimonio mi dà un da fare! Marina è cosìfelice che non pensa a nulla! E potete immaginare se lo sono io! Contuttociò, pensate che fra un anno posso essere nonna. Orribile, n'è vero? Beata lei, cara Contessa, che non corre di questi pericoli, che si conserva così bella, così fresca, di persona, di cuore, di sentimenti, di affetti, di sensazioni...
Le parole piovevano alate, leggere, in un'onda di chiacchiere amichevoli, colla volubilità, la grazia di un'effusione quasi tenera. Ma così talvolta percuote la grandine, a chicchi piccini piccini, un povero fiore, e lacera i lembi delicati dei suoi petali.
Si voltò verso Roberto.
— E voi? — gli chiese a bruciapelo, — vi assentate pure?
Colto all'impensata, lì per lì, il giovine fu per tradirsi, esclamando ciò ch'era nel suo cuore. E solo un suo vago istinto salvò la donna ch'egli stava per compromettere agli occhi della sua nemica.
— No, — disse tranquillamente, — rimango.
— Ah! — disse la duchessa, dandogli una stretta di mano, che gliela lasciò indolenzita, — ecco un bravo figliuolo che non diserta al momento del pericolo.
L'ambiguità di quella frase fu subito corretta: — Parlo del mio ballo, naturalmente. E ora decisamente vi lascio. Fate le mie parti, Rescuati, presso questa bella ostinata. Ragionatele, ammonitela, esopratutto persuadetela a rimanere. La persuasione, oh... sono certa ch'è il vostro forte!
Baciò Elisa teneramente. Mentre la baciava, le sussurrò a mezza voce: Adorabile!
Elisa accompagnò la Duchessa sino all'uscio, e sostenne le sue frasi d'addio, un ultimo sforzo di lei, concretato in una rapida eloquente occhiata gettata verso il salotto ov'era rimasto Roberto, in attesa del ritorno di Elisa.
Elisa era affranta. Ma la Duchessa si mordeva le labbra scendendo le scale.
***
— Il diavolo se la porti! — esclamò calorosamente Roberto, mentre Elisa tornava indietro. — Cos'aveva in capo con tutte quelle storie? Io non ci ho capito. E lei?
— Credo, suppongo... Oh, Roberto è terribile quella donna!
— Uhm!... Certo... ha uno spirito, un brio! Ma... mi dica ora, Contessa, è vero, è vero?
Ella impallidì. — Vero? Ma cosa?
— Ch'ella parte!
Elisa ebbe un piccolo senso di spasimo — Forse... — mormorò.
Egli insistè — Ma perchè?
— Perchè? — Il perchè vero saliva impetuoso e appassionato alle pallide labbra di lei. Ma si dischiuserosolo per accampare i motivi plausibili della partenza, la malattia, l'appello della zia.
Egli disse irriverentemente: Al diavolo anche la zia!
Non era persuaso. Prese però a riflettere e si ricordò.
— Ah! — disse con accento iroso. — È stato quel giorno, quella lettera. Ho ben visto io...
Rimase pensoso, cogli occhi adombrati da una tristezza tenera.
— Quella lettera — disse Elisa — ha certamente contribuito. Ma da tempo si andavano realmente accumulando alcuni motivi e delle cause che...
Egli l'interruppe col fare nervoso che da qualche tempo pareva talvolta sostituirsi alla sua placida calma:
— Perchè non mi ha detto niente?
Ma non attese risposta e un amaro sorriso sfiorò le sue labbra. — Capisco... Non ho nessun diritto alla sua confidenza.
— Siete ingiusto... Roberto. Sapete pure quanto vi sono affezionata e il conto che faccio di voi. Vi accerto che siete nel novero... dei miei più cari amici.
— Certo! — diss'egli, con una specie di acredine — nel novero, assieme agli altri. Ma capisco. Sono così giovane, nevvero?
S'interruppe bruscamente. — È vero dunque che parte? — le chiese un momento dopo.
Ella chinò il capo, assentendo.
Roberto tacque, mordendo il pomo della sua mazza.
Poi, con un accento quasi smarrito, fioco, dolcissimo: — E io? — chiese.
La Contessa strinse le mani rigidamente. Le strinse così... per trattenerle, perchè non cingessero, appassionate, in un folle trasporto, il collo di Roberto.
Sorrise e gli disse:
— Oh! non vado mica via per sempre. Per un poco, così... Tornerò, mi scriverete... Andrò forse anche in campagna o da vostra madre e ci vedremo ancora presto.
La sua voce era tremante, ed ella cercava di farla risoluta e gaia, lottando anche contro un malessere fisico che l'invadeva.
Ma Roberto non era persuaso.. E colla crudeltà cieca, che è talvolta indivisibile dall'amore, insisteva, con quello sguardo, con quell'accento sempre più dolci, più teneri.
— Ma lo sa, lo sa pure ch'io non posso... che ho tanto bisogno di vederla!... che voglio vederla sempre; che non potrei vivere senza di lei!
Elisa volle ridere. Il riso indulgente di chi oda una gustosa corbelleria. Ma nella sua gola, subitamente stretta da uno spasimo, il riso, chiaro dapprima, assunse un suono sibilante. Si fe' persistente, convulso, mentre il corpo era scosso da violenti contrazioni ela testa si riversava come quella d'una morta sulla spalliera della poltroncina, mentre gli occhi assumevano uno sguardo fisso e indeterminato.
Roberto non aveva esperienza di ciò che era, in realtà, nulla più che un semplice attacco nervoso.
Era realmente spaventato, non sapeva che fare. Gettatosi in ginocchio al fianco di Elisa, le stringeva le mani, la chiamava, scongiurandola a dirgli cos'avesse, cosa volesse. Ma ella rideva sempre, senza udirlo, senza vederlo, dibattendosi; solo un istante fra due scoppi di quel riso pauroso, fra il gorgoglio di frasi indistinte, egli udì, mormorato come un appello, come uno scongiuro, il suo nome...
Balzò in piedi. La guardò. Erano soli, ella era incosciente. Qualcosa, un'onda di sangue parve salire alla fronte di lui, qualcosa di simile al terrore di sè stesso che l'aveva assalito durante l'ultima visita di lei in casa sua, come infermiera. Per un minuto, come allora, larghe goccie di sudore imperlarono la fronte di Roberto, una confusione, un'onda di sensazioni lo scossero profondamente, in un rimescolìo di tutti i suoi buoni e cattivi istinti. Ma non invano s'alzò suprema un'altra voce, un senso di rispetto, di gratitudine, d'onore! Non invano il sangue freddo di lui reagì alla sua volta. Egli si mosse di là, andò dov'era il campanello elettrico e premette risolutamente il bottone.
Al domestico che giunse frettoloso: — La signorasi sente poco bene. Chiamate la cameriera — disse il giovane.
Quasi subito, Elisa ricuperò la coscienza di sè stessa, e con un brusco repentino atto di volontà si riebbe. Volle alzarsi, in un impeto inconsulto, ma Roberto la trattenne.
— No, no, si riposi.. Si è sentita male, nevvero? Ma non è nulla. Ho suonato... verrà la cameriera. Non si agiti, la prego, per farmi piacere!
Ella ubbidì come una bambina a quella voce sì cara. I suoi nervi s'acquietarono. Sorrise e chiuse gli occhi, senza pensare a nulla, nel fascino di quella sollecitudine, nell'incanto di quella preghiera, in quella specie di assoluta prostrazione di forze che la toglieva tuttora alla responsabilità di sè stessa.
La cameriera entrò in fretta, sgomentata, recando dei sali. Ma Elisa s'era già riavuta, la piccola crisi era passata.
***
Due settimane passarono e la contessa Serramonti non era partita.
Aveva assistito al grande ultimo ballo in casa d'Accorsi, aveva veduta Marina, a fianco del suo fidanzato, ricevere gli omaggi di tutta la società, con una calma e una dignità che avevano formata l'ammirazione universale. Era di una bellezza squisita, più marmorea, più olimpica che mai. Il Principeera evidentemente sotto l'impero di un fascino e la sua vecchia faccia di soldato ad oltranza aveva dei luminosi riflessi di orgoglio; il suo busto si ergeva, dando alla persona una marziale rigidità di posa, quando il suo sguardo s'incontrava in quello limpido, grave della sua fidanzata. Si sussurrava di doni favolosi, di feste splendidissime che si preparavano nella piccola capitale in cui egli avrebbe condotta la fanciulla che il suo capriccio imponeva quale sovrana all'arcigna aristocrazia del suo piccolo regno.
Contuttociò, il contrasto degli aspetti era pure spiccato fra quei due, e avrebbe dolorosamente colpito chiunque avesse potuto in quella sera giudicare a mente fredda la realtà brutale o semplicemente illogica di quelle nozze. Ma chi ci pensava?... Un momento la contessa Serramonti (che tutti trovavano molto bella quella sera), si senti il cuore stretto da un senso di compassione. Ma a chi avrebbe potuto comunicarlo? E chi avrebbe compreso quel sentimento, se invano ella aveva tentato di comunicarlo a Marina stessa?
E ora, da qualche tempo in qua, non osava più giudicare, nè condannare. Si sentiva ella giudicata, malgrado il vero, dalla malevolenza, dal cinico scetticismo mondano. Indovinava la insolente curiosità dei più. Sentiva la indagatrice, la insultante nuova forma di ammirazione, tributatale da alcuni; avvertiva che le loro premure erano in realtà sollecitate daquel vago olezzo di scandalo ch'ella stessa sentiva aleggiarsi d'attorno. Capiva che le apparenze, per quanto innocue in sè stesse, militavano contro di lei, che l'accettazione universale della calunnia, sì sottilmente sparsa, la precipitava non solo dall'antico piedestallo, ma all'ipotesi della disfatta aggiungeva una spruzzatura di ridicolo per le speciali circostanze del caso, per la differenza d'età, per l'indole della missione che tutti sapevano esser stata assunta da lei... E tutto ciò gratuitamente, perchè il mondo giudica così, e se ride ha, per ridere, la ragione migliore, quella del più forte. Ed ella si sentiva in preda a questo. E sentivasi altresì ch'ella giocava ormai un gioco pericoloso e crudele, che più volte già s'era trovata bruscamente di fronte a delle eventualità, ch'ella non avrebbe certo, tempo addietro, credute possibili.
Tentava bensì per quanto era in poter suo di attenuare le conseguenze della sua passata imprudenza, dell'incoscienza assoluta colla quale ella aveva dapprima fatalmente trascurata la situazione.
Pure, non doveva dar nell'occhio questo segreto intento; l'intimità ch'ella aveva sdegnato un tempo di temere e di nascondere poi, non doveva parere alterata, bisognava continuare come si era cominciato.
Roberto aveva certo, anch'egli, sentore del sospetto appena mitigato di dubbio, che molti intrattenevano circa l'indole delle sue relazioni colla Contessa. Nonfaceva nulla per avvalorarlo e i suoi istinti di vero gentiluomo si sarebbero indubbiamente ribellati contro una palese allusione, che nessuno d'altronde avrebbe tentata, davanti alla correttezza del suo contegno e al suo fare risoluto ed indipendente. Noi sappiamo che, nel suo schietto amore per Elisa, c'era quell'elemento di rispetto per la donna amata che sembra quasi il correttivo ed il freno della passione a cui si accompagna. A questo sentimento, nonchè alla disperata risoluzione di Elisa d'ignorare l'amore di lui, egli, o meglio ella, doveva l'eccezionalità delle cose quali erano realmente. Ma con tutto ciò, Roberto era giovane, inesperto dell'incredibile attitudine umana a braccare lo scandalo, ignaro dell'arte consumata colla quale le vecchie esperienze mondane sanno decorosamente, in casi simili, dare, come suol dirsi, della polvere negli occhi.
Indifferente un po' per spensieratezza, un po' per logica naturale dienfant gâté, all'opinione altrui, egli non aveva della posizione sua in società, di fronte ad Elisa, quell'intuito preciso che avrebbe forse potuto meglio aiutare entrambi a difendere la situazione.
Nel suo carattere non entrava quel morboso terrore del ridicolo che ha talvolta sulla gioventù un'azione sì bizzarramente paralizzatrice. Prima di conoscere la contessa Serramonti, non avrebbe forse ammessa la possibilità ch'egli, a ventitrè anni, siinnamorasse di una donna che aveva sedici anni più di lui; ma dal momento che la cosa era accaduta così per l'appunto, che c'entravano gli altri? La contessa Elisa a trentanove anni era una donna che qualunque uomo sarebbe stato fiero d'amare. E se egli deplorava la differenza d'età, era solo pel timore (giustificato apparentemente dall'intuitivo sistema di difesa della Contessa) ch'ella lo trovasse troppo giovane, troppo ragazzo. Del resto, egli non pensava più che tanto; amava, semplicemente.
Gli pareva dunque la cosa più naturale del mondo di trovarsi con lei quanto più gli tornava possibile, di recarsi in tutti i luoghi ove sapeva che l'avrebbe incontrata, di rimanere, sinchè gli fosse concesso, nel raggio di quella dolce bellezza, nell'agio e nella gioia di quella simpatia, di quell'indulgenza amorosa, che non lo fraintendeva, nè lo tormentava mai.
Provava un senso di malumore quando in società la vedeva accaparrata da altri e non lo celava abbastanza, come non celava abbastanza il buon umore che susseguiva quando, poco dopo il suo sopraggiungere nel crocchio della Contessa, questo si andava talvolta gradatamente assottigliando, sino a lasciare, dopo un certo tempo, il campo libero. Tutto ciò era un poco egoista e crudele, ma in fondo non più biasimevole di quanto lo sia la contentezza di un piccolo naturalista che ha acchiappata una magnifica farfalla e la stringe alquanto perchè non gli voli via,a rischio di ammaccarle un poco le ali. E non lo ha forse detto Lafontaine:
Cet âge est sans pitié!
Cet âge est sans pitié!
***
Elisa soffriva naturalmente di tutto ciò. Era uno dei più gravi capi d'accusa che moveva a sè stessa, quello d'essersi fatta oggetto di siffatte sofferenze. E, a volte, ciò le pareva incomportabile e la causa più assoluta, più urgente della soluzione offertale... dell'unico scampo, la fuga!
Sola, non aiutata, cercava di attenuare gli effetti di quella falsissima posizione. Manovrava dunque perchè egli, in pubblico, le fosse vicino il meno possibile. A furia di ragionamenti, accampando mille pretesti, lo costringeva ad allontanarsi, ora per aiutare la padrona di casa, ora per far ballare questa o quell'altra signora o signorina... Ma quando egli, borbottando, se n'era andato, quando ella da lungi lo vedeva fatto segno alle più festose accoglienze, accaparrato alla sua volta dal più brillante elemento della festa, quando vedeva fissarsi su di lui qualche acuto sguardo di donna, una nuova forma di sofferenza si sovrapponeva a quell'altra e una specie di smarrimento si metteva nei suoi pensieri, un confuso terrore delle possibilità stesse, che a volte ella invocava, quasi imponendo al suo cuore la rude disciplinadi accettarle preventivamente!... E il suo ritorno accanto a lei, il primo sguardo in cui ella ritrovava l'imprudente passione, la prima parola che glielo rendeva premuroso, suo, come prima, le parevano una visione, una musica celeste, gettavano nel suo cuore un'intensità sì acuta di gioia che diventava un oblìo di tutto il resto!
Era riuscita quella sera, in casa d'Accorsi, a tenerlo quasi sempre lontano. Non aveva ballato che due contraddanze e un lanciere, e non con lui. Era andata albuffetcol Conte e con Serristano, s'era trattenuta a lungo con alcune vecchie signore, e ora prolungava un fine colloquio con Sacha Dzworoff più tisico e più maligno che mai, e sempre incorreggibile nella sua antipatia per Roberto. Appunto in omaggio alla tenacità di questo sentimento, egli si era deliberatamente schierato fra gli ammiratori della contessa Serramonti.
Ciò aveva fatto rider molti. Egli che l'aveva sempre chiamata il Polo nord!... Ma se lo faceva, era, a detta sua, solo per far dispetto a quel ragazzaccio, del quale diceva con sottilissima ironia:
Aux innocents les mains pleines!
Aux innocents les mains pleines!
Strano davvero. Ora Sacha trovava dello spirito in quella donna, un fascino che non aveva mai avvertito e che accendeva in lui delle bizzarre fantasie.
Godeva, come si è detto, di una specie d'impunità.Ed egli usava, abusava anzi, dei suoi privilegi di eterno monello moribondo. E ciò che disse quella sera, con quel suo equivoco sorriso, all'orecchio della contessa Elisa, mentre la riconduceva al suo posto dopo il secondo lanciere, fu abbastanza ardito perchè un senso d'indignazione intima facesse salire alla fronte di Elisa una subita vampa, perchè ella, senza esitare, con una breve, ma non dubbia frase, con un lampo fiero dei suoi splendidi occhi, rimettesse a segno la mala ispirata audacia del giovane. E fu così bella, così nobile, così signora nel suo sdegno che la faccia, già sì pallida, del Russo assunse una tinta livida, ed egli dovette attendere un momento perchè il suo spirito gli suggerisse qualcosa di simile alla solita imperturbabile disinvoltura. Ma non fu un tratto di spirito ciò che gli salì alle labbra, fu una sola, sincera, profondamente detta parola:
— Perdonatemi.
Elisa abbassò su di lui la subita pietà del suo sguardo. Lo vide, qual era, coi segni della morte sul volto, si rammentò essere ormai poco lungi il termine che la scienza presumeva fissato ai giorni di lui. Ed egli disse ancora:
— Perdonatemi. Sapete che muoio e siete così belle, la vita e voi!
La salutò e se ne andò bruscamente. Ed Elisa non la vedrà mai, mai più quella pallida faccia, sullaquale ella sola, Dio sa da quanto tempo, aveva letta poc'anzi la espressione di un sentimento vero, di un sincero rammarico, non camuffato di sarcasmo mendace.
Poichè egli morì quindici giorni dopo, quasi inaspettatamente e con moltissimo spirito!
Ella era rimasta sola per un momento al posto dove Sacha l'aveva lasciata. La sua fisonomia recava visibile la traccia della recente eccitazione. Ma le parve ad un tratto d'essere investita da una corrente d'aria fredda. Si voltò e vide che l'aveva raggiunta la padrona di casa.
Ginevra pareva contemplarla ironicamente.
— Ebbene — le disse — ha messo in fuga anche il mio povero Sacha?...
Era una sofferenza quasi intollerabile, per Elisa, il suono di quella voce stridente. E il solo aspetto di quella donna pareva fugare, irridere quanto nel cuore era il senso esclusivamente suo della vita, del dolore, di tutto ciò che è umano.
Stava per rispondere, ma Ginevra non gliene lasciò il tempo.
— Ah! come è stata carina di non mancarmi stasera; non me ne sarei mai data pace. Ecco Berto Rescuati che viene in cerca di lei.
Il giovane veniva infatti in cerca di Elisa, e la Duchessa, con un sorriso discreto, si mosse per andar via. Ma tornò indietro un momento solo per dire:— A proposito, cara Contessa, la zia è completamente ristabilita, nevvero? Quanto ne sono lieta!
Poi se ne andò, ridendo.
***
Elisa rientrava dopo una delle sue lunghe passeggiate mattutine.
Aveva scelte in quel giorno le Cascine, ove non andava più da parecchie settimane, per non incontrarsi con Roberto, il quale soleva recarvisi ogni giorno a cavallo. Nei tempi «inconsci» erano stati per lei uno dei migliori momenti della giornata quegli incontri non concertati nei grandi viali così diversi, nella loro solitudine mattiniera, dell'ingombro chiassoso della passeggiata propriamente detta. S'era attardata laggiù... piena il cuore dell'immagine di lui, memore dell'intuito che, sollecitando i battiti del suo cuore, l'avvertiva quale fra i vari passi di cavalli, ch'ella udiva echeggiare nei viali laterali, fosse per l'appunto il passo diThor, il cavallo favorito di Roberto. Sentiva quel passo farsi più veloce, ad un tratto, quando Roberto l'aveva ravvisata. In un attimo le era accanto, ed era una piccola fermata di chiacchiere. Quando egli ripartiva, faceva impennare il cavallo, lo costringeva a degli scambietti, si compiaceva di tutto ciò che lo faceva figurar bene in sella, nella vanità dolce d'esser così visto da lei, bensapendo ch'ella gli terrebbe dietro collo sguardo... ma non sapendo ancora quanto ella mettesse, in quello sguardo, della illusa anima sua! A volte, egli mandava ad aspettarlo colà il suo palafreniere, e, raggiunta la Contessa, scavalcava e, affidato il cavallo all'uomo, veniva compagno ad Elisa pel resto della passeggiata. Ed ellaalloranon sapeva, non temeva, credeva di poter vivere così nella gioia cieca e pura di quelle ore sì belle, in cui il solo accento delle parole di lui bastava per dare al suo orecchio la percezione di una ignota scienza, di tutto quanto havvi di bello, di gentile, di sacro nella primavera dell'umana esistenza, la gioventù!
Ora, la lunga passeggiata l'aveva compita sola. Egli non era accanto a lei, si trovava con tutto il fiore della società mascolina di Firenze ai funerali di Sacha Dzworoff. Elisa rincasava col senso invano combattuto di un indefinibile vuoto, di una lassezza cagionata non solo dal lungo tratto di via percorso, ma anche dall'impressione deprimente della primavera che già si spiegava, mettendo nell'aria dei vaghi effluvi di campagna, degli olezzi indefiniti, che davano al corpo dei piccoli brividi nervosi, e alla mente una specie di assorbimento, d'inerzia, di disarmo. Sceglieva pel suo percorso, anche a costo di prolungarlo, le vie più isolate, per un istinto di solitudine, coll'idea che forse così potrebbe facilmente concretare la forma della decisione ch'essadovevaprendere di fronte a sè stessa a qualunque costo!
Dalla piazza degli Zuavi, costeggiò il viale Principe Umberto, poi si mise per via Luigi Alamanni. Senonchè, presso allo sbocco di questa sul Piazzale della Stazione, s'arrestò ad un tratto, e si ritrasse. Una musica funebre riempiva l'aria di note lamentose, una sfilata di persone vestite a bruno passava, formando corteo ad un carrozzone mortuario, sul quale, completamente affondata in mezzo ad una piramide di mazzi e di ghirlande di fiori freschi, stava la bara di Sacha Dzworoff. Davanti al carrozzone camminava il pope della sua chiesa, seguita da due accoliti e dai simboli del culto greco. Quando passò il feretro davanti allo sbocco della via Alamanni, un venticello fresco spinse in quella direzione un'acuta folata dell'olezzo di quei fiori, e quell'olezzo investì Elisa come se il povero Sacha volesse così, trovandola sul suo ultimo passaggio, salutarla ancora, fare omaggio di ammenda a quella donna che egli aveva offesa, ma di cui aveva sì umilmente implorato il perdono, dicendole ch'egli moriva e che erano così belle... lei e la vita.
Gli occhi di quella donna si velarono di lacrime, ed ella ebbe un pensiero d'infinita pietà per quel morto, che stava per cominciare il suo lungo viaggio verso la Russia, verso il grande sepolcreto di famiglia, ove lo voleva vicino, a portata del suo disperato dolore, la donna che lo aveva partorito! Gelata dietro un crocchietto di popolane, ammirate dello spettacolo,Elisa assistè a tutta quanta la sfilata. E finalmente, quasi in coda al corteo, assieme ad altri giovani, ravvisò Roberto.
Egli non la vide dapprima. Camminava grave, decoroso, col corretto contegno della circostanza. Ma di subito, per un impaccio di carrozze avvenuto alla testa del corteo, questo si fermò... e Roberto svagato, chiamato forse magneticamente dall'appello, dalla fissità rapita dello sguardo di Elisa, mosse il proprio verso di lei, e nel suo quasi nascondiglio... la ravvisò.
Non si mosse, non la salutò. Parve intendere ch'ella non volesse essere avvertita da altri. Scambiò solo con lei un sorriso furtivo d'intesa, così luminoso, così pieno di gioconda sorpresa, di tenerezza, d'ardore che Elisa si sentì penetrata di una dolcezza ineffabile, di un senso folle di letizia cieca, assorbente, irresistibile. E nello sguardo col quale rispose a quello di Roberto... ella... obbliando per un secondo tutto ciò che era l'impressione del momento, mise tutta la sorpresa anima sua... tutta l'inconscia dedizione di sè stessa in un trasporto d'amore vittorioso, senza limiti...
Roberto ebbe come un abbagliamento, le sue palpebre si socchiusero.
Ma la sfilata ricominciava in quel punto, ed egli dovette rimettersi in via senza voltarsi. Dietro quel feretro, camminava lento, grave, colla gioia senza freno di ciò che gli era parsa una rivelazione suprema... una confusa, una appassionata confessione!...E Sacha se ne andava davanti a lui, verso il sepolcro che aveva tanto paventato, nel gelo eterno che fiamma d'amore non discioglie!... E la contessa Elisa, nel suo nascondiglio, palpitava smarrita... inebbriata, con un solo pensiero, un solo istinto!... Roberto.
Collo sguardo folle, inebbriato anch'esso, seguiva nella sfilata il passo di Roberto. Di Sacha, morto, non si ricordava certo, in quell'istante, ma ancora alle sue orecchie, come un inno sonoro di gioventù, di felicità, vibravano quelle parole giustificatrici... assolvitrici di tutto: Siete tanto belle voi e la vita!
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Quando giunse a casa, erano le undici e mezzo. Appena entrata udì una novità. Che, in assenza sua, un'ora prima, era giunta una signora che il portinaio, nuovo di casa, non conosceva.
La signora aveva detto di mandare alla stazione a ritirare due bauli. Intanto aspettava in sala.
Elisa, entrando, si trovò davanti a zia Balbina.
— La montagna non veniva verso di me, ed io son venuta verso la montagna, — le disse tranquillamente la degna signora. — Spero che andremo subito a far colazione. Ho un appetito formidabile, mia cara Elisa!