XVII.

XVII.

Sulla piattaforma interna della stazione Elisa aspettava il diretto che, proveniente da Milano, doveva portarla a Firenze. Le pareva che non giungesse mai, benchè solo di tre minuti, quando giunse finalmente, fosse in ritardo dell'orario. Seguita da un domestico di Tecla, che l'aveva accompagnata alla stazione e recava il suo piccolo bagaglio, ella stava in attesa della discesa dei passeggieri dai carrozzoni di prima classe, sperando di scoprirne uno vuoto per compiervi sola, possibilmente, il suo viaggio, quando, dall'interno per l'appunto di uno dei carrozzoni, udì una esclamazione di grata sorpresa, e il suo nome pronunciato da una nota voce.

Quasi in pari tempo, un viaggiatore balzò a terra. Era Marcello Plana.

— Oh Contessa! che sorpresa, che piacere!

— Andate a Firenze?

— Certo. E voi?

— Io pure. Volete salir qui?

Senza rispondere, Elisa fece un cenno al domesticoche depose la valigietta nel vagone. E dieci minuti dopo, Elisa e Don Marcello stavano seduti di fronte in quella carrozza, mentre il treno filava diritto verso Firenze. Erano soli, e Marcello guardava Elisa sorridendo, con quel suo inesorabile scrutinio dello sguardo.

Elisa rideva, conscia, con dei rossori, cercando invano di negarsi a quella divinazione che la perseguitava.

— Ebbene, cos'è avvenuto? Perchè siete così bella? Cosa c'è nell'animo vostro per avervi fatti sì splendidi gli occhi?

Questo dicevano i suoi, mentre la voce aveva accenti e parole quasi indifferenti. Sotto l'insistenza di quell'intima indagine ella sentiva ricercato l'animo suo; era un appello diretto, giustificato dall'antica confidenza reciproca, ma Elisa provava in quel momento una strana sensazione. Quella, cioè, che del suo amore fosse più facile il viverne che il parlarne.

Per qualche tempo, seguitarono così, con un battibecco di sorrisi, di parole, in cui penetrava una sottile incertezza di frasi accuratamente scevre d'ogni possibile appiglio alla non voluta interpretazione...

Poi, a un tratto Elisa bruciò le sue navi.

— Non mi chiedete da dove vengo?

— Lo vedo. Da ***, una bella cittadina, n'è vero?

— Sì, credo, non l'ho vista. Sono stata da...

Si arrestò bruscamente. Marcello non sorrideva più. Sapeva.

— Siete stata da Tecla Rescuati, nevvero?

— Sì.

Un filo di voce, sottilissimo per dir quel piccolo sì.

— Elisa, mia cara amica... voi avete un segreto!

Ella chinò il capo e gli occhi, come avrebbe potuto farlo da fanciulla, a vent'anni. E non era un anacronismo, non una stonatura. E c'era pure in quel moto una gravità nobile e dolce di donna matura alla vita.

Non si contraddicevano quelle due sfumature sì eloquenti d'espressione.

— Non me lo volete dire?

Attese un istante; poi proseguì, sommessamente, come un confessore:

— Volete che ve lo dica io? non volete proprio dirmelo, che io aveva indovinato?

— Indovinato?... Ebbene, sì, avete indovinato.

Il treno entrava in una galleria. Nel buio di quel transito egli le chiese:

— L'amate?

— L'amo!

Tacquero. Al primo chiarore, Elisa alzò gli occhi su di lui. Era, non era, una specie di immensa, di malinconica pietà? un'interrogazione indistinta, forse gratuitamente attribuitagli, ma il cui solo pensiero fe' salire alla fronte di lei una altera fiamma?

— Lo sposo, — disse semplicemente, come una risposta.

— Certo, — assentì Marcello.

E di nuovo, entrarono nel buio e nel silenzio delle viscere dell'Appennino.

***

Nel corso del viaggio, ella gli disse tutto. Da prima come a forza, per una violenza fattale dall'indole speciale e dal passato della loro amicizia. Poichè a lei pareva che lesueragioni, le sue incongruenze, le sue successive disfatte, dovessero parergli qualcosa di grottescamente puerile, che dovevano tornare inconcepibili al suo senno pratico. Ma, al suono della voce concitata, tremante di Elisa, davanti a quel fiore d'anima amante che sbocciava trepido innanzi a lui, si risvegliava l'attenzione tenera dell'uomo a cui sono noti, e sa quanto sono rari a trovarsi, i genuini tesori del cuore. Ogni traccia di sollazzevole celia era scomparsa dalla sua fisonomia, fatta subitamente grave e dolce, come quella di un padre. Sotto l'impero di quel mutamento s'acquietava l'indistinto timore di Tecla, la sua idea che in lui si dovesse estrinsecare lo sprezzante giudizio dei tanti che avrebbero condannata la sua felicità avvenire. Ed egli l'udì senza interromperla, e quando ebbe finito, le disse solo quasi teneramente:

— Comprendo.

— L'avevate preveduto forse? — chiese Elisa, con un'inflessione di voce che implorava l'assenso.

— Presentito piuttosto. Sapete cosa mi ha fatto pensare al pericolo? L'assoluta vostra cecità nel volerlo ravvisare. Ma ciò poteva anche essere un elemento di salvezza per voi, perciò non volli precisare il mio consiglio. Più tardi, a misura che le vostre lettere si riempivano di lui, pensai che egli andava riempiendo il vostro cuore. Cessaste poscia, nelle vostre lettere, di parlarmi di lui. Vieppiù immaginai ciò che adesso mi è noto.

— E — chiese Elisa con un piccolo riso nervoso — mi trovate una grande imprudente, un essere assurdo, illogico?

— No, trovo anzi che tutto ciò, in un certo senso, è affatto logico. Non ve ne fo taccia alcuna. Avevate un immenso bisogno d'amore!... Dovete aver molto lottato, molto sofferto!

— Molto — rispose semplicemente Elisa.

— Ebbene, Dio benedica la vostra risoluzione! A me non resta che un'attesa soltanto; ch'egli sia degno di tutto ciò.

— Oh! — disse Elisa, — il mio Roberto!

E tutta la squisita passione del suo cuore, la cieca tenerezza di tutto l'esser suo, vibrò come una nota di paradiso nell'intonazione molle, sussurrata di quella parola.

Marcello la guardava, attento. Poichè di rado nella vita è concessa questa sublime cosa, di vedere in faccia l'amore, l'amore solo, unico supremo signore di un animo!

***

Davanti all'atrio della palazzina in via S. Gallo illandaunuovo della contessa Serramonti, coi due bellissimiMecklemburghesi, stava in attesa della signora.

Con grande meraviglia di Giacomo, il cocchiere, la Contessa aveva preso uno speciale interessamento ai dettagli ed all'assieme della delicata funzione dell'attacco. Ce n'era voluto, perchè si chiamasse soddisfatta. Del resto, avrebbe potuto benissimo risparmiarsi l'incomodo. Un cocchiere fiorentino e il giorno delle Corse! Quasi personale, la questione!

Giacomo attendeva ora, e da un bel po', immobile nella maestà della sua classica posa di attesa. Un palafreniere stava ritto dinanzi ai cavalli, un po' snervati dall'indugio, e che protestavano a modo loro ora scalpicciando leggermente sul terreno, ora allungando il collo e stiracchiando i filetti. Pietro, il domestico, stava in piedi, pronto presso la portiera. In disparte, dietro una vicina macchia di oleandri, si dissimulavano le faccie curiose della moglie e della figlia del portinaio, mentre da una finestra a terreno si vedeva far cautamente capolino la berretta bianca e la faccia rubiconda del capo di cucina.

Di solito, la Contessa, non fa aspettare la carrozza. Ma oggi! L'ha ordinata per le quattro, e sono quasile cinque. Giacomo si rode un pochino in cuor suo. Ha paura di giunger tardi sul Prato, e che al suo equipaggio non tocchi un buon posto.

A un tratto, si scuote, si erige sulla persona, stringe più saldamente le redini fra le mani. L'invetriata interna dell'atrio viene spalancata da Andrea, il quale si ritrae tosto per lasciar passare la Contessa. Elisa si trattiene un istante sulla soglia per dare qualche ordine al suo vecchio cameriere. Nel piccolo gruppo di quelli che attendono non si produce il minimo atto che si permetta una qualsiasi espressione. Ma i loro sguardi tradiscono una specie di abbagliamento. Ella lo avverte, lo constata, e un assurdo lampo di gioia attraversa il suo cuore di donna. È il primo effetto ch'ella fa. Ma dunque è bella... anche per loro! dunque ha raggiunto il suo scopo!...

Lo ha raggiunto, perchè lo ha voluto, perchè, per raggiungerlo, ha riunite tutte le forze, perchè tutto ha contribuito docilmente a coadiuvarla. È bella in un modo nuovo, splendido, e pure indefinibile. La suatoiletteè un'opera d'arte, creata col concetto del genere speciale, compromesso — non sempre facile a toccare — tra latoilettedi giorno e quella di sera, quale il cielo e le consuetudini fiorentine permettono di sfoggiare alle Corse. Una raffinata poesia di tinte neutre, una squisita indecisione fra il colore della perla e quello del fior d'elitropio, su cui corre una trasparente sfumatura di trine. La sapientemaestria del taglio ha secondata amorosamente la grazia femminile ed eletta delle forme.

In capo Elisa reca un piccolo diadema di tulle della stessa tinta dell'abito, una specie di corona aerea che non cela la tinta un po' varia della capigliatura, ma che neppure adombra la purezza raggiante della fronte, la gloriosa luminosità di due occhi beati. Ogni più minuto dettaglio di quell'acconciatura è un contributo sommesso, intonato alla perfetta armonia dell'assieme: da tutta quella delicata squisitezza di foggie, di tinte d'accessori si sprigiona una seduzione vaga, irresistibile, penetrante come l'olezzo strano d'un preziosissimo fiore di serra. Sul volto di Elisa sta una misteriosa poesia, una tenerezza ineffabile di emozione velata. Poche volte nella vita la donna ha titolo ad esercitarequellaspecie d'incanto; è solo quello dei grandi momenti, delle ore culminanti del suo destino. Per Elisa è una di quelle volte, per l'appunto! Entra in carrozza, si nicchia nel suo cantuccio in quella incosciente grazia di posa che le è tutta speciale. Andrea depone sui cuscini, di fronte a lei, un leggeropardessus, un piccolo panierino di paglia pieno di gallettine inglesi, dilangues de chat, poi un grosso mazzo di vaniglia e di rose bianche. Il tempo non potrebbe essere più splendido, neppur esso, nè più complice di così. Elisa apre l'ombrellino grandissimo con un ampiofalbalàdi trine spioventi, e la testina s'incornicia adorabile sulla marcellinabianca dell'interno. Consegna al domestico il biglietto speciale per l'entrata al recinto; quello lo ripone, chiude la portiera, d'un balzo è a cassetta, accanto al cocchiere che attende il cenno della partenza... Elisa indugia per un attimo, per un secondo. Ma tosto si decide:

— Avanti, — dice quietamente al cocchiere.

***

················

Testè compiuta la terza corsa. S'è appena estinto, nell'immensa folla, il lungo mormorio di acclamazione al fantino vincitore. Un triplice rango di equipaggi signorili ingombra il lungo tratto di via, appiè dell'altissimo terrapieno che regge il viale maggiore delle Cascine. A sinistra dello sbocco, l'altura è orlata d'una bassa siepe, dietro la quale si pigia e si protende un'altra e fittissima siepe di spettatori, giudici di lassù, al fresco ed all'ombra, delle vicende e della vaghezza dello spettacolo sottostante. Un'altra ressa di spettatori pedestri si è fatta strada abbasso tra il formicolio dei legni fermi al loro posto, e fa ala lungo il lato destro di questi, costeggiando il cordone che segna il percorso dei fantini. In fondo, a capo di quell'interminabile assembramento di pedoni e di carrozze, sventolano le bandiere e gli addobbi deglisteccati eretti per la circostanza, il palco reale, le tribune dei soci, delle signore, le scuderie e il locale del Jury. Di là vengono dati i segnali, là si pronunciano i verdetti, si registrano le scommesse e si concretano le più genuine emozioni del verosportman. Colà si riuniscono attorno aidrags, aibreackso aidogcarts, dai quali sono stati staccati i cavalli, i membri più influenti della Società ippica. Quivi, all'alto di quei legni, che fanno pel momento ufficio di palchi, spiccano le più trionfanti bellezze del mondo fiorentino, le signore che più hanno o possono ostentare la passione delloSport. Quivi s'accoglie il fior fiore della società mascolina, e, fra una corsa e l'altra, allegri pasti di sandwicks inaffiati di marsala o dichampagnesi consumano a ristoro delle lunghe attese e delle varie emozioni della giornata. Alla parte opposta, al centro del tracciato della pista, nereggiano, fatte piccine all'occhio dalla distanza, le carrozze escluse dal recinto privilegiato dei soci, ed un più scarso convenire di spettatori che non hanno temuto, per trovarsi colà ad agio, quietamente, di percorrere un lunghissimo tratto di via circolare. Lontano lontano, nello sfondo dell'immensa prateria, si disegna, vaporosa, la linea ondulata delle colline, e qualche grande fienile mette isolata la sua nota di fabbricato rustico. Verso la stazione, dei rombi, dei fischi, affievoliti dalla distanza, e qualche rapido trasvolar di treni stridenti sulle rotaie, accennano, quasiimportuni, al fervere di un'altra vita. Poichè chi può pensare a lasciar Firenze quel giorno, a spiccarsi da quel luogo ove tanta e sì varia gente è felice di trovarsi, in un solo impulso di sfoggio di godimento comune del paro ai grandi e ai piccini, all'aristocrazia regnante, ai forestieri, alla folla minuta del popolino, ricco di un magnifico senso estetico di ammirazione, pago della sua gaiezza filosofica di apprezzamento spruzzato d'umorismo critico... la folla, che ancora s'inorgoglisce dello sfoggio deisuoisignori, che adora i cavalli, che si elettrizza per ogni corsa, anche se ridotta a due soli corsieri, appartenenti alla stessa scuderia?... E, sopra quello splendido spettacolo, azzurreggia uno splendido cielo: Maggio ride nell'aria. Le fioraie circolano costantemente sul luogo. Dall'interno delle carrozze, dagli occhielli de' soprabiti, una superba e delicata magnificenza di colori, un olezzo persistente ricordano il privilegio a cui deve il suo nome la città. Le Cascine verdeggiano immense, piene d'ombra. Su negli alberi, all'altezza dei nidi risuona, immemore del fruscio sottostante, una confusa dolcezza di gorgheggi e di pigolii; talvolta persino, in un momento d'attesa, quando la folla per meglio vedere sta immobile e frena le sonorità del suo alito, un lungo perlato a-solo di usignolo si fa audibile e si diffonde di lassù, chiaro, patetico, come nella mistica calma di una solitudine!

Dall'alto del suo seggio, il cocchiere della contessaSerramonti scambiava, col domestico testè balzato a terra, degli sguardi di stizzosa costernazione. Poichè erano giunti assai in ritardo, e i posti migliori, quelli a fianco del cordone, erano occupati dalle carrozze più sollecite a giungere, ed egli aveva dovuto fermarsi, ignominiosamente, in terza fila. Ciò gli amareggiava la gioia del trionfo. Era stato veramente un trionfo il suo procedere al piccolo trotto deiMecklemburghesicorvettanti, mentre il sobbalzo leggero delle molle imprimeva allandauuna mossa squisita di lieve altalena. Aveva ben visto egli, sul suo passaggio, gli sguardi ammirativi degli intelligenti, dei camerati, di quelli che possono criticare! Oh potevano guardare per l'appunto... E anche la signora non guastava.

No, Elisa non guastava. Nicchiata come la perla nell'astuccio, nell'eleganza inappuntabile del legno, consentendo la persona, con un'inconscia voluttà di abbandono, alla movenza morbidamente sussultante del carro, raccoglieva anch'ella sul suo passaggio la messe di un omaggio, che scendeva inesprimibilmente caro al nuovo orgoglio del suo cuore. Fra le molte conoscenze che, sorprese di vederla, così inattesa e così inattesamente bella, la salutavano ora, vivamente, come premurosi di ricordarsi a lei, fra i componenti di quei circoli che aveva sempre frequentati, ella passava quel giorno colla coscienza di una fiera battaglia combattuta e vinta, nell'audacia serena dellasua ribellione. Rispondeva ai saluti colla grazia sorridente di una sovrana. Un po' pallida ora, ma di un pallore rosato, che pareva anch'esso una trasfigurazione.

Ed ella si andava dicendo: — Ora, fra poco, da un momento all'altro.

Quando aveva dato ordine al cocchiere di fermarsi, era perchè aveva visto Don Marcello Plana. Appena i loro sguardi s'incontrarono, egli venne a raggiungerla. Egli l'aspettava, da tempo e ansiosamente. Per un secondo, rimase immobile, muto, sotto l'impero di quel fascino a cui nessuno poteva sfuggire quel giorno.

Elisa gli stese la mano; poi, colpita alla sua volta dall'espressione turbata del volto di lui, gli chiese affettuosamente:

— Cosa avete?

— Nulla... vi assicuro. Siete splendida. Usciste ieri? avete veduto gente?

— No, sono stata in istretto incognito come una regina.

— Ah! — fece Marcello, mordendosi le labbra.

Parve prendere a un tratto una risoluzione, e si chinò per dir qualche cosa all'orecchio di Elisa; ma Elisa si volgeva in quel momento verso l'altra portiera, alla quale s'era testè accostato, raggiante della contentezza di rivederla, il vecchio duca di Sant'Eremo.

Nè, da quel momento in poi, tornò possibile a Marcello intrattenere in disparte la contessa Serramonti. Attorno allandausi assiepò, rinnovandosi perennemente, una corte di amici e di conoscenti. Nelle carrozze vicine si ammirava, si invidiava quella signora tanto attorniata, a cui veniva offerto visibilmente l'omaggio che meritava la sua bellezza, l'incanto della sua figura, della sua conversazione. Poichè ella, conscia del suo potere, lo esercitava liberamente in quel giorno con un segreto, amoroso desiderio che anche l'amor proprio di Roberto fosse beato di ritrovarla così potente di attrattive e di fascino, prima ch'egli si sentisse dire da lei: Prendimi ora, sono tua!... E mentre rideva, scherzava, guardando, aspettando, il cuore precipitava le sue pulsazioni, e un piccolo spasimo faceva sussultanti le vene del suo collo nelle diramazioni dell'aorta.

***

Anche Pippo Gerri, nel corteo della Contessa.

Un buon figliuolo davvero quel bolognese spensierato, allegro, e che invecchia invano; sempre giovane nei gusti e nelle manìe. Fanatico diSport, ha speso in cavalli il fiore del suo patrimonio e dei suoi anni. Non gli rimane ora che una magrissima rendita, da cui ritrae a stento quanto può consacrare a dei platonici pellegrinaggi sportivi nelle città d'Italiadove hanno luogo le corse. Capita ogni anno a Firenze all'epoca consacrata, per una diecina di giorni, durante i quali rivive cogli amici fiorentini un po' della sua vecchia vita elegante e scapatina, e fa incetta di tutti i fatti del giorno, per recarli poi con sè, come un bottino, a conforto della sua morta vita di nobile spiantato e disportmana piedi.

Passando, ha trasecolato d'ammirazione davanti all'equipaggio della Contessa. Poi vedendo che anche ella è molto ammirata, si ricorda per l'appunto che da un anno all'altro ella è sempre stata gentile per lui e si reca immediatamente a farle omaggio. Ma non s'è trattenuto cinque minuti con lei che... drelin, drelin, ecco la campanella della quarta corsa, l'handicap!

Ah cieli! come farà ora Pippo Gerri per vedere, per giudicare? Nella sua angoscia avverte che è vuoto il posto del domestico a cassetta. Con uno sguardo chiede il permesso; l'ottiene, s'arrampica, lesto, e su, brandisce la suapatent lorgnette, guarda, vede, è felice.

Nell'eccitazione improvvisa del momento, il crocchio della Contessa si è sciolto attorno alla portiera; tutti si sono accostati al cordone. I fantini passano quasi paralleli nel corso frenato del primo giro, le teste si voltano, i busti si protendono nella loro direzione, si ode, nel gran silenzio generale, il passo dei cavalli sulla pista, simultaneo, rimbombante come ilbatter d'una piccola grandine, come un lungo fremito fischieggiante il fruscio dell'aria che gonfia le giubbe dei fantini. Tutti i canocchiali sono appuntati sovr'essi, li segue un lungo mormorìo della folla, le signore si alzano, stanno ritte in punta di piedi sui cuscini delle carrozze.

Ma Elisa non volge neppure il capo, non guarda alla corsa. Non è unasportwomanin quel momento. Non le par vero di poter riposare un secondo. È sola. Plana è testè andato per suo incarico a salutare un'amica comune.

Ad un tratto, con un violento sobbalzo del cuore, ella si china a destra sul passaggio di un giovane che cerca frettolosamente di farsi strada fra un legno e l'altro per recarsi verso gli steccati. Ma egli si ferma a un tratto. Elisa lo ha chiamato dolcemente per nome:

— Roberto.

Egli pare colpito, come se avesse toccata una scossa elettrica. È lei, lei ch'egli credeva lontana, immemore di lui... Lei, quella che lo ha respinto, trattato come un fanciullo e che ora lo chiama così, con un cenno, con un sorriso.

Si accosta alla portiera con un'esclamazione vaga, che gli muore in gola.

Sono isolati, in quel momento, dallo spettacolo che avvince l'attenzione della folla. S'ode da lungi il galoppo precipitato dei fantini al secondo giro. Elisasente che precipita la corsa, ormai sfrenata, del suo destino.

Ancora si china, lo avvolge d'uno sguardo sublime, in cui ha messo tutto ciò che ha sofferto, tutto ciò che ha deciso, il suo amore, tutti i suoi amori per lui, la rinunzia, la piena offerta di sè stessa.

— Venite stasera da me... Ho una cosa da dirvi.

Roberto trasalisce, il suo volto s'imporpora, fa col capo un gesto vago, che può essere un cenno di adesione; nei suoi occhi si riflette un disperato smarrimento.

È sempre bello come un Dio; ma quanto è smagrito! come son cerchiati, più di prima, i suoi occhi! Ah! grida il folle cuore di Elisa, ha sofferto dunque... anche lui!...

Di nuovo i fantini passano nella foga delirante dell'ultimo sforzo. Passano come lampi, con un violento mulinello delle braccia che sferzano i cavalli, con un rauco gridìo di bestemmie, d'incitazioni e subito dopo, da lungi, il campanello proclama l'arrivo fra le acclamazioni della folla. Attorno al cordone cessa l'assiepamento, il crocchio della contessa Elisa si ricompone attorno a lei, il suo colloquio con Roberto è interrotto.

Il giovane saluta i ritornati, cerca di prender parte ai commenti che s'incrociano vivaci sulla prova testè compiuta. Ma nella sua voce, nel suo sguardo c'è qualcosa che ispira ad Elisa un vago terrore, forsequello ch'egli possa tradire la propria intensa emozione. Non lo trattiene dunque quando egli in termini confusi, colla voce strozzata in gola, si congeda da lei.

— A rivederci — dice Elisa. E gli porge una mano.

Roberto esita un istante, poi prende quella mano, la stringe come se volesse spezzarla. Saluta profondamente e si allontana.

S'è appena dilungato di pochi passi, quando Pippo Gerri, testè sceso dal suo pinnacolo, interrompe uno squarcio di eloquenza ippica per chiedere alla Contessa, col solito suo entusiasmo, chi sia quel bel giovane che è testè andato via.

— Il conte Rescuati.

Pippo Gerri si volta, per guardarlo ancora, quel bel giovane.

— Ah! — esclama — è quello? Per Bacco! L'eroe del giorno, dunque? Eh, eh! non ha mica torto lei, quella signora. Pare impossibile! alla sua età! Saprà certo anche lei, Contessa.

Ma la Contessa lo guarda attenta, calma, non sa...

L'altro ride maliziosamente, ammiccando.

— Povero Dino Follemare. È rimasto in Inghilterra. Ah!les absents ont toujours tort, nevvero? D'altronde doveva aspettarselo di essereremplacé. Era evidente, che da tempo la seccava. E ora, vedremo se questa sarà realmente l'ultima sorpresa della Duches...

Si arresta a un tratto confuso, rammentando che la Serramonti è una signora austera, d'idee arretrate, che non ama neppur l'odore degli scandali e dei fatterelli di quel genere. Infatti ella non sorride, non chiede nulla.

Ride egli, come un monello colto in fallo e muta abilmente conversazione mentre pensa in cuor suo:

— Peccato, quella bella donnina, così elegante! Ma non all'altezza dei tempi. Con lei è inutile aver dello spirito.Che danee traa via!direbbe Ferravilla.

***

Quando Marcello Plana fu di ritorno dalla visita fatta gli bastò uno sguardo per capire a un dipresso cosa fosse avvenuto. Il mutamento di Elisa non era ancora percettibile agli occhi d'altri. Ma egli lo avvertì.

Alla prima occasione propizia, ella lo chiamò.

— È vero? — gli chiese.

— Corre voce. Forse calunnie, pettegolezzi.

Ma Elisa lo fissò in volto. Poi disse sommessamente: — È la verità?

Era la verità. — Ginevra aveva saputo cogliere il momento migliore, quello in cui l'amor proprio dell'uomo che credeva di esser trattato come un fanciullo aveva bisogno immediato di una vendetta, d'una rivincita... pur che fosse. Essa lo aveva presolà dove Elisa l'aveva lasciato. Ciò ch'era stato per la Serramonti un terrore, un ostacolo, il perchè della reazione, era stato per Ginevra semplicemente il... punto di partenza. Così l'aveva preso, così era diventato suo, così s'era fatto, come un tempo Dino Follemare, l'amico intimo di casa d'Accorsi.

Della contessa Serramonti non si parlava più. Era stato un episodio freddo, scipito, senza conclusione.

Parecchi invidiavano Roberto, altri ne ridevano. Ma tutto ciò era perfettamente accettato dalla società.

Un'altra pausa, un'altra occasione, e Marcello chiese sommessamente ad Elisa:

— Volete partire?

— No... rimango.

Ed egli non insistè. Comprendeva cosa reggeva quella donna nell'ora più crudele della sua vita.

***

Più tardi, Elisa chiese a sè stessa cosa fosse accaduto nell'animo suo, in quei momenti. Non seppe mai definirlo bene. Forse l'intensità stessa del colpo toccato le intorpidì il pensiero, la sensazione. La sovvenne forse un istinto cieco d'altera verecondia.

No! nessuno doveva sapere. Perciò non svenne, non si tradì comechessia. Così potè superare la vetta del suo calvario, il momento, cioè, in cui la Duchessa, camminando a piedi, seguita da un corteo di giovanifra i quali era Roberto, ravvisandola a un tratto, venne festosamente a salutare quella cara contessa Serramonti.

Stava ella ora alla portiera a cui s'era poc'anzi accostato Roberto, le due signore scambiavano parole cortesi e indifferenti. Elisa era bianca come il marmo di un mausoleo, ma in pieno e guardingo possesso di sè stessa.

La Duchessa aveva sdegnato in quel giorno di vestirsi come il più delle signore. Portava il vero costume di corse, inglese, di una tinta oscura quasi monacale.

Ma era d'una sfrontata audacia, il suo modo di portarlo, l'aderenza assoluta delle stoffe sulle forti anche, sul celebre busto marmoreo, sulla cui violenta bellezza il tempo non aveva avuto presa. La faccia sempre uguale, brutta, sciupata, formidabile a vedersi, e pure attirante come quella di una sfinge.

Stavano di fronte, chiacchierando come due eccellenti amiche. La Duchessa sapeva tutto ciò che quella donna aveva sofferto. Ginevra aveva saputo strappare dalle labbra di quel fanciullo le malcaute parole di confidenza in cui ella aveva indovinato ciò che Roberto stesso non aveva saputo indovinare, l'amore immenso nel sacrificio, l'immolazione nella rinunzia di Elisa. Ma essa non aveva creduto di illuminarlo su quel proposito; l'aveva solo... consolato.

Così Elisa aveva tutto perduto, la battaglia e lo scopo di essa, il frutto della prima lotta e il fiore della seconda. Ora non le restava che di stare in piedi, ritta sul campo, acciocchè non si sapesse perchè era tornata,qualiferite avesse toccate.

La Duchessa, udendo di lei, e vistala così bella, aveva provato un vigliacco bisogno di stravincere. Per ciò solo era venuta a salutarla. Ma non era contenta, non stravinceva abbastanza. Un'irrisione crudele saettava dagli occhi di Ginevra, mentre ella andava accatastando lodi delicate della bellezza di Elisa, notizie della sbalorditoia felicità di Marina, relazioni di avvenimenti mondani, frizzi e commenti sulle corse, sul concorso della giornata. Ma l'acuto sottinteso dei suoi sguardi pareva spuntarsi davanti alla serenità invincibile di quelli di Elisa, davanti all'orgoglio di quella calma, che pareva risponderle soltanto: Ti comprendo, so chi sei.

— Decisamente, — continuava Ginevra — ha avuto torto d'andar via, cara Contessa; il cielo l'ha punita della sua fuga.

— Davvero, Duchessa? E come?

— Oh! in tanti modi. Abbiamo avuto una Quaresima splendida. Mentre ella ci lasciava in abbandono, parlavamo sempre di lei, cogli amici comuni, vecchi e nuovi. Dio sa, quante volte si è sentita fischiare le orecchie! È stata in campagna, nevvero? Si vede, è fresca come una rosa. E ora si trattiene?Suppongo di no. Noi, in Svizzera, come il solito, coi nostri cavalli. Quest'anno abbiamo un rinforzo alla brigata, Roberto Rescuati colla sua quadriglia. L'ha veduta? Splendida, nevvero? Sarà piacevolissimo! A proposito, perchè non verrebbe anche lei?

Senz'attender risposta e voltandosi, con un fare negligente e pur imperioso, chiamò forte: — Roberto.

Il giovine ebbe un fremito, visibile. Ma lentamente, pallido, si accostò.

Elisa lasciò cadere su di lui uno sguardo di immensa pietà.

— Ebbene, — continuò la Duchessa, — cosa fate lì, come una marmotta? Venite ad ammirare la contessa Serramonti. Non è forse ammirabile? E voi, che foste sempre il suo beniamino, il suo protetto, fate una bella cosa, decidetela a venir con noi in Svizzera. Pensate che piacere farebbe a voi e a tutti quanti!

La sua voce strideva ora, gettando, in tuono scherzoso e disinvolto, quest'ultimo sforzo d'ironico insulto. Elisa la lasciò dire. Poi rispose a tuono, semplicemente, scusandosi, come se l'avesse ricevuto sul serio, e in condizioni normali, di non poter accettare l'invito.

E mentre così diceva, con una specie di calma quasi soprannaturale, il suo sguardo aveva ritrovata l'antica sfumatura di sprezzo quieto, triste, quasi involontario. E Ginevra fremeva, ritrovandolo in lei,intatto, malgrado l'amore, lo strazio, la disfatta! Poichè quello era il primato intangibile della donna pura e leale, il primato ch'ella serba eterno, dinanzi a quella che non lo è, qualunque sia la complicità, il favore, che la codardia dei tempi e la viltà degli uomini possano a questa prodigare!

Ginevra ebbe una magnifica trovata di ultima parola, mentre si congedava dalla sua bellissima amica la contessa Serramonti. In realtà, quello sguardo di Elisa le aveva alquanto guastato il divertimento del trionfo. Ma a ciò non pensò Elisa. E quando la vide allontanarsi ridente, gaia, seguita da Roberto, non sentì più, ella, d'aver trionfato. Sentì solo che quella donna le aveva preso Roberto, che glielo aveva portato via definitivamente, per sempre...

················

Rimase sino alla fine delle corse.

Marcello Plana le stette sempre accanto, e quando, compiuta anche la malinconica cerimonia della gara di consolazione, si produsse nell'agglomeramento degli equipaggi l'ondulamento diffuso che precede la partenza, Elisa invitò Plana con un cenno a salirle accanto. Ora, non era più costretta a parlare, e non diede neppure ordini al cocchiere.

Ma Giacomo voleva rifarsi, voleva far vedere la sua pariglia in azione. Tenne dietro all'immensa sfilata degli attacchi che si mettevano pel viale delle Cascine. Poichè la folla si precipitava ancora colà,insaziabile di vedere. Per una tacita convenzione, tutti i cocchieri facevano assumere ai cavalli un moto più rapido, più brillante degli altri giorni; era ancora una festa e una gara. Gli innumerevoli legni passavano, s'incrociavano fragorosi per tutta la larghezza del viale coi loro carichi di servidorame in gran gala, di signore eleganti, briose, eccitate dalla coscienza dei propri trionfi. A quel nugolo di carrozze signorili s'era venuta ora accomunando la squadra leggera dei veicoli d'affitto, le carrozzelle intrepide, gli svelti baroccini, mettendo una nota ippica più democratica, più chiassona nell'assieme dell'accolta, e facendo anche, col contrasto, maggiormente spiccare lo sfarzo degli attacchi signorili, il valore ed il pregio dei cavalli fini. E in quel giorno, tra le famose pariglie sì care all'amor proprio dei Fiorentini, le sfarzose daumont e i molti tiri a quattro, condotti dai proprietari, primeggiava, segnalandosi tanto per l'assoluta perfezione dell'attacco quanto pel supremochicdi quanti lo occupavano, il magnificodragdi Roberto Rescuati. Lo guidava egli, e al suo fianco stava la duchessa Ginevra. Dietro, quasi subito dopo, veniva la splendida daumont di casa d'Accorsi, che aveva condotto Ginevra sul prato, e che occupavano, soli, il duca d'Accorsi e Neri Speroni. Roberto non parlava; stava accigliato, assorto, cogli guardi fissi sulle redini. Ginevra gli torreggiava accanto, ridente talvolta quando ildrags'incrociava con altri legni siffatti occupati da conoscenti ed amici, fingendo d'aver paura, di non fidarsi dell'automedonte novellino, parodiando dei piccoli segni di croce spaventati, che provocavano le più matte risate. E così ancora, più volte, nelle vicende della corsa rapidissima, Elisa vide passare dinanzi a sè ildragdi Roberto, si vide guardata da Ginevra, così; dall'alto al basso. Ma non diede al cocchiere ordine di sorta.

Finalmente, l'ombra si mise, umida, sotto la volta del densissimo verde, e l'immensa sfilata, decidendosi al ritorno, sboccò pel Lung'Arno, costringendosi nello spazio fra i due marciapiedi destinati ai pedoni e ancor tutti neri di folla. Le finestre eran tuttora gremite di gente; agli sbocchi delle vie, dietro le spallette dei ponti, si pigiava una moltitudine borghese infronzolita e una minutaglia clamorosa di popolino. Allo scalpitio ritmico dei cavalli pareva tener bordone lo scroscio perenne della pescaja d'Arno, una sola immensa forza di impulsione pareva trascinare come una valanga verso l'interno della città quella massa enorme di cavalli, di carrozze, di gente. Dietro di essa, in una nube di polviscoli dorati, che parevano a volte velarla d'una nebbia fosforescente, il sole l'accompagnava, seguendola con gli splendori di un lungo tramonto d'oro, accendendo da tergo, nei cristalli delle finestre e dei lampioni, nella lucentezza delle vernici, nei bottoni delle assise,negli ottoni e negli argenti delle bardature un'orgia, una confusione di riflessi abbaglianti, degli incendi di luci guizzanti, che davano agli occhi un senso di ebbrezza e di vertigine. Ed era uno spettacolo unico, eccitante, che pareva volere, glorificando così la sua fine, dare allo spettatore una matta violenza d'impressioni tumultuanti d'arte, di cielo, di sfarzo moderno, ippico, mondano, un'apoteosi insomma in pieno secolo decimonono, ma quale sola, esclusivamente, possono consentirla l'ambiente, le attitudini, i gusti, l'inesauribile incanto speciale della vita fiorentina!

***

Giunsero a casa.

Marcello Plana offerse il braccio ad Elisa per salire la piccola gradinata dell'atrio. Sentì ch'ella si appoggiava a lui per non cadere. Aveva il passo fiacco, trascinato di una vecchia.

— Posso venire a prendere vostre nuove, stasera?

— Sì, certamente.

E il timbro della voce era come spezzato.

Egli le baciò la mano. Ma la sentì inerte, fredda sotto le sue labbra. E sul volto di lei la serenità voluta, ottenuta a furia di pudore e d'orgoglio, aveva dato luogo a un pallore, a un'alterazione che pareva aver subitamente disfatta la splendida e delicata visione di poc'anzi. E, mentre ella stava immobile sulla soglia, assorta nella subita visione di ciò cheaveva avuto in cuore, lasciando quella casa, di ciò che aveva in cuore, tornandoci, egli ebbe l'impressione di qualcosa che somigliava allo spettacolo di una morte.

Non fece parola, se ne andò.

Quando venne, come aveva promesso, erano le dieci. Trovò la Contessa sola nel suo salottino. Non indossava più latoilettedelle Corse, era vestita semplicemente d'un abito da casa. Sul tavolino di peluche stava la lucernetta di argento a strisce ondulate col grande paralume rosso, che, raccogliendo l'intensità dei raggi sugli oggetti immediatamente sottostanti, lasciava le cose e gli aspetti più lontani nella semi penombra rosata della sua trasparenza. Per un po', parlarono distrattamente di cose indifferenti alternando le pallide frasi svogliate a lunghi periodi di silenzio. Forse avrebbero continuato più a lungo così, se a caso i loro sguardi non si fossero incontrati su un piccolo mucchio di giornali e di lettere; il tributo, ancora intatto, della posta serale che giaceva sul tavolino al solito angolo. E quella piccola circostanza ebbe uno strano effetto. Tornò vivo, presente ad entrambi, il ricordo di ciò ch'era stato il principio di tutta quella strana, assurda storia, la sera in cui ella, tenendo in mano trionfalmente la lettera di Tecla, aveva esclamato ridendo: Ah!... il marito di Marina!

Si guardarono, memori. E sotto l'urto di quelricordo, dopo aver invano tentato di sorridere, di non parlare, ella ebbe irresistibile un'esplosione ch'egli, che pur non l'aveva sollecitata, non contradisse. Trovava anzi ch'era tempo. Lasciò ch'ella dicesse, confusamente dapprima, poi con incalzante intensità d'immagini, la intollerabile angoscia del suo cuore.

Poichè ella si sentiva in tutto colpita, oltraggiata, crudelmente punita. Poichè, dinanzi a lei, stava inesorabile la condanna di tutto ciò che aveva fatto, sentito, sofferto, la derisione irrecusabile di tutte le incongruenze e gli anacronismi dell'animo suo. Punita nella sua illusione di maternità, nella sua risurrezione all'amore, nel suo martirio, nei suoi scrupoli, nella debolezza del cedere finalmente a sè stessa, punita in tutte le contradditorie sincerità del suo cuore. E mentre ella diceva tutto ciò, Marcello l'ascoltava in silenzio, senza che un lampo di scetticismo passasse nel suo pensiero. Ah! egli sapeva la vita, egli conosceva la donna, la vera donna, quella che si serba, malgrado tutto, malgrado l'aria, il tempo, l'arte, il sangue di oggidì, oltre il livello della femmina, in un mondo che il mondo deride, che non comprende, la donna che il mondo soffoca talvolta, pur deridendola, nelle spire del suo bugiardo convenzionalismo, ma che rimane pur sempre, vinta o vincitrice, applaudita o fischiata, la donna del vero, di tutto il vero, egualmente donna, egualmente grande nel sogno, nell'errore, nella gioia, nel sacrifizio dell'amore.

Elisa difendeva Roberto:

— No — ripeteva angosciosamente, — non è colpa sua. Quando si è giovani, si può ingannarsi. Perchè avrebbe dovuto indovinare? Io, allora, quando gli scrissi, ero sicura, non sapevo di mentire a lui e a me stessa. Veramente credevo... Perchè l'amavo, l'amavo!...

— Egli non meritava quell'amore, — disse gravemente Marcello Plana. — Pensate a ciò; provatevi.

Ella si provò a pensare a questo, ad evocare il suo orgoglio, a sentirlo straziato sotto il peso di quella tremenda mistificazione.

Inabissò il volto fra le mani, e stette muta a lungo, con una piccola contrazione nervosa delle spalle.

Ma poi sollevò un volto grave, sicuro, e disse quietamente:

— Non posso, Marcello. Egli più volte è stato forte e buono!... Più volte ha avuto pietà di me! Mi ha amata, malgrado la mia età, come comportava la sua; mi ha offerto il suo cuore, la sua vita, il suo nome! La colpa è tutta mia. Io, dovevo sapere.

Il suo dolore, s'era fatto grave, tenero, indulgente, parlando di lui. Una dolcezza misteriosa di lagrime illuminava il suo sguardo.

— No, lui! — esclamò... non posso... — E se anche in questo frattempo, anche in sì breve tempo io avessi indovinata nel suo cuore una passione, unasimpatia per una donna giovane o una fanciulla, oh avrei saputo comprendere, continuare in silenzio, felice del mio sacrificio, del mio segreto non tradito, il mio primo sogno, quello della madre. Ma lei!... Marcello, lei!!...

Ebbe un piccolo grido acuto, di quelli che può strappare anche una sensazione incomportabile di dolore fisico. E le sue lagrime si asciugarono, come se, rapidamente, le fosse passato un tizzone acceso dinanzi agli occhi.

— Pensate, ah! pensate, cosa essa farà di lui, del mio Roberto! come saprà spegnere in lui ogni nobile germe, ogni aspirazione anche inconscia verso il bene, con qual cura sopprimerà nel suo cuore tutto ciò che io avrei rispettato, onorato... fatto fiorire. Essa farà di lui ciò che ha fatto di Follemare, di Carisi, degli altri, corroderà il fiore della sua gioventù nei lacci di un adulterio vile, abile, sereno, senza pericoli, come li accetta il mondo, come li approva la società. E credete forse che l'ami? che, esaurito il suo capriccio brutale, egli rimanga qualcosa per lei?... E pensate!... è vecchia, più di me! E io, io...

S'alzò, nel cieco parossismo del suo dolore, percuotendosi la fronte coi pugni chiusi.

Marcello afferrò quelle povere mani insensate, e accostando a sè quel corpo, convulso, sbattente, le piantò in volto l'austera serenità di un rimprovero.E poichè conosceva Elisa, poichè sapeva a quale altezza di sensi era nata quell'anima, egli osò, in quel momento, rivolgerle una strana domanda:

— Ebbene, Contessa, vorreste esser voi ora, al suo posto?

Sotto quello sguardo, che voleva una risposta, si calmò ad un tratto quel folle impeto di rivale sconfitta. Due correnti si urtarono un istante violentemente in lei; la carne e lo spirito. Ci fu un secondo, un lampo di lotta.

Poi, ergendo il capo, assurgendo lentamente, con tutto quanto l'esser suo:

— No... — disse tranquillamente. — Meglio così!

***

Una cosa ancora accadde prima ch'ella si allontanasse di lì, e mentre Marcello, per sorreggerla, teneva ancora strette nelle sue quelle mani tremanti. Egli sentì ad un tratto che le unghie di quella donna si configgevano penetranti nelle sue palme. Sentì (era aperta la finestra che dava sul giardino) risuonare all'uscio del cancello una breve, quasi timida scampanellata.

Il corpo di Elisa ebbe un sussulto, un violento impeto verso quella direzione. Ma, con un'altra, con una forza più forte, ella si trattenne e rimasenella stretta delle mani di Marcello. Egli pure la tratteneva. Stettero in silenzio, in attesa; ella colla bocca semi aperta, colle pupille dilatate.

Si udì il tardo passo del portiere che andava ad aprire; ci fu un minuto di conferenza con un visitatore. Il portiere aveva ordini precisi: la signora, indisposta, non riceveva. Il visitatore non insistè. Si udì un passo giovanile che si allontanava, si udì il cigolìo del cancello che si richiudeva, il passo tardo del portiere che rincasava.

Elisa non si era mossa. Solo, tre volte, con un crescendo sommesso, stridente, echeggiò nella sala un nome, un appello, un addio, disperato come quello di un'agonia:

Roberto! Roberto! Roberto!

Poi... più niente... — Finita, l'ultima primavera!

Fine.


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