Il degno rappresentante del governo in Castelnuovo Bedonia non badò neanche più a dissimulare la sua ignoranza. Quella notizia così inattesa, così stravagante, lo aveva colto in pieno, lo aveva sbalordito.
Quasi sarebbe inutile il dire che per quella sera non si parlò più dei soliti quattro salti. Gran bella quadriglia avrebbe potuto comandare il duca di Francavilla! Berta, la gentil contessina, passò davanti a quella rovina di duca e gli gettò un'occhiata di compassione; indi, tornata al cembalo, rimase là tutta sola, facendo scorrere le agili dita sulla tastiera, e cavandone accordi sommessi, mentre laggiù, presso il canapè di damasco, si faceva un chiasso indiavolato. Ve l'ho già detto, era scoppiata una bomba; bisognava raccogliere i cocci.
Quella sera, ad uno ad uno, spulezzarono tutti i convitati due ore prima del solito. Non si ballava e la partenza anticipata aveva la sua scusa. Ultimo rimase nel salotto il signor duca di Francavilla. Il sottoprefetto, anzi che doversi sorbire cinque minuti di conversazione con lui, in quella circostanza, avrebbe voluto essere dieci palmi sotterra. Ma il duca di Francavilla, o non si accorse del suo misero stato, o non volle fargli grazia; e andatogli incontro, senza far l'atto di stendergli la mano, come il sottoprefetto sperava, lo interrogò con un cenno del capo. Con un cenno uguale il sottoprefetto rispose.
—Che cos'è questa storia?
—Ne so quanto Lei.
—Ma… e i discorsi fatti col signor Prospero?
—Non erano ancora discorsi fatti con la ragazza; glielo avevo già detto, io!
—E la storiella delle gioie?
—Santi Numi! Un artifizio per pigliar tempo.—
Il duca s'inalberò.
—Troverebbero qualche cosa a ridire sul conto mio?—domandò egli, rabbruscato.
—Non credo. Che cosa potrebbero trovare? Io lo domando a Lei. Ma vorranno un po' di tempo a pensarci su. La gente che possiede i quattrini, ci ha sempre qualche dubbio, qualche esitanza…. Infine, che so io? Signor duca, si commenta Dante, che ne vale la pena, e ci fanno una discreta figura anche gli asini. A commentare i passi oscuri del signor Prospero, c'è assai meno sugo, e ci diventerebbe un asino anche un sottoprefetto.—
Ciò detto, il degno uomo si lasciò andare per morto sul canapè di damasco rosso, come un uomo che avesse risoluto di non commentare più nulla.
Il signor duca faceva le volte del leone e non accennava punto a volersene andare. Tutto ad un tratto si fermò, fissò gli occhi in volto al padrone di casa, e gli disse:
—Che cosa ne penserà il ministero?—
L'ombra minacciosa, evocata dal duca di Francavilla, si rizzò davanti agli occhi del povero cavaliere. E la sua nomina a prefetto, la commenda, la dignità senatoria? Quella triplice forma delle sue future grandezze gli fuggiva veloce dallo sguardo.Illa levem fugiens raptim secat aethera pennis, avrebbe detto Virgilio.
—Signor duca, che ne so io?—gridò il sottoprefetto, coll'ansia dell'uomo che affoga.—Vuole condannar me, per una colpa non mia? Il signor Prospero è un imbecille e non sarà mai commendatore. Quantunque, a voler esser giusti, una qualità non escluda l'altra in modo assoluto. Ma può darsi che…. Non giudichiamo senza sapere le cose. Un po' di tempo per raccapezzarci! Intanto, se permette, chiamerò il delegato di pubblica sicurezza. Ho da dargli certi ordini.—
Il duca di Francavilla se ne andò, mediocremente soddisfatto di quella proroga, e il sottoprefetto chiamò l'usciere, che a certe ore del giorno esercitava anche l'ufficio di servitore.
—Dove sarà il delegato? A letto?
—Oh, a quest'ora no, signor cavaliere. A quest'ora sarà al caffè delle Tre Rose, per far la partita a tarocchi col cancelliere della pretura.
—Andate a chiamarlo. Ho bisogno di vederlo subito.—
Il cavaliere Tiraquelli, tanto seccato durante la sera, aveva bisogno di sfogarsi su qualcheduno. E la vittima designata era il povero signor Borgnetti.
Il delegato capitò alla sottoprefettura con un'aria ilare, fin troppo ilare, che accennava ad uno stomaco pieno e ad un'anima senza rimorsi.
—Or bene, sa nulla?—gli chiese il sottoprefetto.
—Sì,—rispose il delegato, ammiccando e sorridendo con insolita familiarità.
—Dica su, dunque!
—Nel convento di San Bruno;—ripigliò il signor Borgnetti.—È andato nel convento da burla, e la sua nepote con lui. A farsi frati; anche questo da burla. Veda che razza di matti! La ragazza non troverà più marito; lo zio è un imbecille.
—Quanto al signor Prospero, è anche la mia opinione;—osservò molto giudiziosamente il sottoprefetto.—Quanto alla signorina, sappia, signor Borgnetti, che con una dote come la sua….
—Capisco; si chiudono gli occhi su molte cose.
—Del resto,—rispose il sottoprefetto,—non c'è niente di male. Non si tratta che d'un capriccio di fanciulla inesperta, e la presenza dello zio chiuderà la bocca ai maligni. Ma ora, mi dica il resto. Perchè, m'immagino, appena trovato il bandolo, Ella sarà andato sino in fondo.
—Eh, non guari più di così. L'amico non sapeva altro, e me n'ha informato pochi minuti fa. Eravamo ancora a discorrere insieme, quando è capitato l'usciere a cercarmi.
—Pochi minuti fa!—esclamò il sottoprefetto.—L'amico! Ma chi è costui?
—-Senta, non vo' fargliene un mistero. Ho saputo tutto…. dal ricevitore del registro.—
Il sottoprefetto di Castelnuovo Bedonia diede un balzo sulla seggiola, che fece balzare di contraccolpo il delegato.
—Dal ricevitore del registro!—esclamò il degno rappresentante del governo.—Dal ricevitore del registro, che lo aveva risaputo da me!
—Non da Lei, scusi;—ribattè il delegato, a cui i caldi vapori del vino avevano destato il senso della ribellione;—dalla signora contessa Gamberini. Vede, cavaliere; per saper le cose, non ci sono che le donne. In massima, le scoperte più importanti si fanno tutte a caso. La traccia misteriosa, indovinata da pochi segni fugaci, non si trova che nei romanzi. Me lo diceva appunto il questore di Rossano, da cui dipendevo, prima di venire a Castelnuovo.—Se Lei vuol far carriera,—mi soggiungeva quell'uomo impareggiabile,—lasci credere che tutto proceda dalla sua accortezza: ma in cuor suo non si vergogni di non essere accorto. In queste materie, non lo è nessuno. La fortuna è donna, ed è giusto che s'innamori di qualcheduno; ecco tutto.—
Il sottoprefetto lo avrebbe strozzato con le sue mani, quel burlone di un delegato.
—Lei ha alzato un po' il gomito, quest'oggi;—gli disse, con accento sarcastico.
—Oh, poco, assai poco;—rispose il delegato, con aria di sommo candore.—A mala pena una bottiglia di Capri bianco. Ne hanno mandato al conservatore delle ipoteche, da Napoli, dov'egli è stato cinque anni. Mi ha invitato a festeggiare l'arrivo, e si è stati due ore ingaudeamus.
—Beato Lei, che ha tempo da perdere!—esclamò il sottoprefetto con piglio severo, che contrastava con quella forma di benevolo augurio.—Vada a dormire, adesso, mentre io veglio per Lei e per tutti.—
E fatto un gesto nobilissimo, ad accompagnamento di quel nobile commiato, il sottoprefetto di Castelnuovo Bedonia volse le spalle al signor delegato Borgnetti.
—Non sapeva nulla!—disse il signor Borgnetti, mentre scendeva le scale e si stropicciava le mani,—non sapeva nulla del signor Prospero; perciò è andato in collera, vedendo che la polizia della contessa Gamberini era meglio fatta della sua. Ma badiamo, signor Borgnetti;—soggiunse egli gravemente;—la polizia della sottoprefettura di Castelnuovo siamo noi che la facciamo, e non bisogna dirne male. Baie! Alla fin fine, o che s'ha da aver l'occhio a tutte le minuzie di Castelnuovo Bedonia? E non aveva ragione il mio vecchio principale a dire che la fortuna è donna? Venga la fortuna, e terrà luogo d'ingegno.—
Abbiamo lasciato i nostri novizi al convento di San Bruno; andiamo a ripigliarli nelle loro celle. Ma non per condurli via, intendiamoci. Cotesto metterebbe conto al sottoprefetto di Castelnuovo, ma troncherebbe il filo del nostro racconto.
Frate Adelindo era rimasto un pochettino sconcertato, vedendo che la sua cella era separata da quella di frate Prospero, suo ottimo zio e compagno di clausura. Senza formarsi un giusto concetto del suo nuovo stato, il vezzoso fraticello aveva fatto assegnamento su d'un quartierino per due, e non si era appunto preparato all'idea di restar solo in un ritiro di due camerette, come un antico Camaldolese. Ma infine, ci voleva pazienza. Frate Adelindo voleva esser uomo, e con la pazienza tirò anche dentro il coraggio. L'uscio, del resto, era di quercia, salde le sbarre, e una persona sprangata là dentro poteva dormire tranquilla, specie in un luogo di pace, dov'erano tutti fratelli.
Padre Prospero batteva le labbra e tentennava la testa. Quella impresa seguitava a piacergli poco. E non gli piacevano punto punto le guardate curiose di fratel Giocondo, spartite in giuste proporzioni tra lui e frate Adelindo, ancora così poco frate all'aspetto, e così poco uomo per giunta.
A farlo parere più uomo non poteva certamente contribuire la buona volontà di suo zio. A farlo parere più frate doveva bastare una corsa di fratel Giocondo in sartoria. Si erano preparate le tonache pei cinque che si aspettavano in settimana; due potevano essere distratte da quella loro destinazione, per servire ai primi venuti. E fratel Giocondo, mentre s'incamminava alla sartoria, andava borbottando tra sè:—Quel giovinotto! Ma è troppo giovane! Pare una fanciulla.—
Lungo i corridoi, il nostro frate converso s'imbattè nel padreBonaventura.
—Or bene, fratel Giocondo;—disse l'astronomo di San Bruno;—che novità abbiamo? Son venuti i cinque?
—No, padre; sono invece capitati i due, che non appartengono ai cinque.
—Due nuovi, dunque?
—Nuovi di zecca. Uno, anzi, mi pare fin troppo nuovo, e non capisco come il priore lo abbia ammesso.
—Fratel Giocondo, non discutiamo l'autorità del priore.
—Oh, non è per discutere. Dico che non capisco. Ma già, io non ho da capire. Fo il portinaio, io, il cantiniere, il fattorino, e il cerimoniere a tempo avanzato.
—Questo cumulo di occupazioni servirà a tenervi in esercizio;—disse il padre Bonaventura ridendo.—Ingrassate troppo, fratel Giocondo!
—I dispiaceri, padre, i dispiaceri!—
E fratel Giocondo se ne andò alla sartoria, per prendere le due tonache.
La voce dell'arrivo dei due ospiti nuovi si sparse subito per tutto il convento. Quel giorno, al refettorio, ci doveva essere un gran movimento di curiosità. I frati del nuovo ordine di San Bruno vivevano bensì fuori del mondo; ma un piccolo resto della vita passata non poteva non esserci negli animi loro, come non può non esserci in fondo al bicchiere quell'ombra di rosso che è indizio del vino da poco tempo bevuto. E poi, non si è mica detto che quei bravi eremiti rinunziassero ad ogni consuetudine della vita. Si erano formato il loro piccolo mondo, ma il piccolo mondo non esclude un movimento di curiosità; specie quando questa curiosità risguarda le persone che vengono a far vita con noi.
Alle cinque del pomeriggio la campana del convento suonò l'appello al refettorio. Tosto sbucarono i frati dalle loro celle, con una prontezza e con una simultaneità, che facevano credere aver essi aspettato quel momento con la mano sul saliscendi. C'erano tutti, presenti; il padre Anacleto, priore, e i padri Anselmo, Bonaventura, Natale, Restituto, Ottaviano. E tutti, andando lungo le arcate del portico, mandavano la loro sbirciatina agli usci delle due celle, da cui dovevano escire i nuovi ospiti del convento di San Bruno.
Uno di quegli usci si aperse, e ne balzò fuori un coso tondo, un cor contento in tonaca da frate. Era il signor Prospero. Alcuni secondi dopo si aperse l'altro e ne usci un bel padrino, su cui si posarono gli sguardi curiosi di tutta la famiglia fratesca. Dio santo, che figura d'angelo fatto frate! Angeli, arcangeli, serafini, cherubini, troni, dominazioni, virtù, potenze, principati, ditelo voi, a quale dei vostri cori e delle vostre gerarchie appartenesse quel gentile padrino biondo, con que' labbruzzi vermigli, quelle guance rosse e quegli occhietti ladri. In verità, io vi dico, se non fosse stato per quegli occhi, il padrino sarebbe stato preso per una monachina. Lo avrebbero forse lasciato supporre le guance che si tingevano del "color di fiamma viva"; ma il padrino, sicuramente, si era fatto forza, si era armato di coraggio, aveva alzato que' suoi occhietti pieni di malizia, aperte le labbra ad un sorriso arguto; ed ogni sospetto era svanito.
—Così giovane e venire a rinchiudersi qui dentro!—esclamarono i padri, raccolti in osservazione davanti all'uscio del refettorio.
Il priore udì quelle parole, che potevano essere anche un mezzo rimprovero alla sua condiscendenza soverchia. E, per farla finita con ogni mormorazione, così prese a parlare, indicando i nuovi venuti:
—Fratelli, vi presento due ospiti, due compagni, il padre Prospero e il padre Adelindo. È forse un po' troppo giovane, quest'ultimo, ed io non ho lasciato di osservarglielo. Ma egli a nessun patto vuole restar diviso da suo zio, e fa nobilmente sue le tristi cagioni che allontanano il padre Prospero dalle vanità e dalle afflizioni del mondo.—
Bisognava vedere in quel momento la faccia contenta del signor Prospero Gentili. Ma andiamo avanti, senza descrivere quello che ognuno di voi può figurarsi facilmente in cuor suo.
—Non mi sono tuttavia intieramente arreso alla sua insistenza;—continuò il padre Anacleto.—Dubitando della vocazione sua, che non può essere accertata finora, come fu accertata quella di tutti noi, l'ho accolto solamente come novizio; e come novizio, per conseguenza, ho accettato suo zio, non volendo separare con una troppo sollecita disparità di promesse due congiunti di sangue. Ho fatto una cosa nuova, non conforme alle nostre consuetudini, interpretando il principio che, dove la legge tace, s'intende libera l'azione.
—In dubiis libertas;—osservò il padre Bonaventura.
—Grazie,et in omnibus charitas;—ripigliò il padre Anacleto.—Io spero adunque che voi, miei cari fratelli in solitudine, non disapproverete questa novità, badando alle intenzioni che l'hanno dettata.
Il padrino guardò in viso i suoi giudici, e comprese che nessuno avrebbe detto di no.
—Savio consiglio;—mormorò il padre Atanasio.
—Come tutto ciò che esce dalla mente del nostro degno priore;—aggiunse il padre Restituto.
—Sia dunque così, col volere di Dio;—replicò il padre Anacleto, non aspettando più altri segni di approvazione.—E adesso, miei fratelli, andiamo a vedere come ci tratta il cuoco. Vi avverto,—soggiunse, rivolgendosi ai due novizi,—che qui si mangia male.
—E si beve peggio;—-borbottò fratel Giocondo, che chiudeva la marcia.
Il padre Prospero credette obbligo suo di rispondere che egli e il suo nepote si sarebbero acconciati volentieri a tutto, pur di essere ammessi a vivere nella comunità di San Bruno. Povero signor Prospero! Ci aveva sempre addosso gli occhi del padrino biondo, che quando voleva una cosa, non c'era più verso di resistergli. Infine non si trattava più di andare al polo Artico, nè alle sorgenti del Nilo. E poi, con l'aiuto di Dio, quella pazzia del chiostro non sarebbe mica durata eternamente! Il padre Anacleto si era dimostrato veramente un buon diavolo, non accettandoli che in qualità di novizi. Ottimo padre Anacleto! Il meno che si potesse fare con lui, era di rispondergli a tono.
—Che? Anzi! Più sarà frugale il pasto, meglio sarà per la mia salute;—rispose il signor Prospero.—Ingrassavo troppo, quantunque senza mia colpa.
—Del moto, fratello, del moto!—raccomandò uno dei frati, che si trovava vicino al signor Prospero.—Bisogna combattere in tempo la polisarcia.
—Poli….—balbettò il signor Prospero, inchinandosi al suo nuovo interlocutore.
—….sarcìa;—riprese quell'altro, che era il medico della comunità.—È un composto di due vocaboli greci, polis e sarcos, e significa abbondanza di carne. Questo non sarebbe, a dir vero, un gran male; ma la parola si usa impropriamente a significare un eccesso di pinguedine, il che si esprimerebbe meglio con la parolapolipionìa, ugualmente greca, pion volendo per l'appunto dir pingue.
—Vedete mo' che diavoli ci ho in corpo!—mormorò il signor Prospero.—Polisarcia! Polipionìa! Grazie tante, padre…. Il suo nome, se è lecito!
—Tranquillo, per servirla. È il nome che ho scelto, entrando qua. E lo sono davvero, poichèinveni portum; e posso aggiungere col poeta:spes et fortuna valete; sat me lusistis, ludite nunc alios.—
Il signor Prospero amò meglio restare nella sua ignoranza, che domandare la traduzione del distico.
—Son cascato bene;—diss'egli tra sè.—Son tutti sapienti, qui dentro; ci hanno il greco e il latino sulla punta delle dita. Uno è astronomo, l'altro è chimico; un terzo archeologo; un quarto meccanico…. Ma che Iddio mi benedica, o non sono agronomo, io? Un agronomo…. agrodolce, per verità! Mi ha fatto tale il sottoprefetto di Castelnuovo. E la mia nepote mi fa frate. Si fermeranno qui l'uno e l'altra?—
Facendo queste riflessioni, il signor Prospero (anzi, diciamo a dirittura padre Prospero, per metterlo alla pari con tutti i suoi colleghi) si trovò seduto a tavola, fra il padre Tranquillo, medico, e il padre Marcellino, filosofo. Il suo nepote, o fosse caso, o fosse elezione, si trovò dall'altra parte della tavola, accanto al priore, con cui si era accompagnato, entrando in refettorio.
La sala era vasta, e lo appariva due cotanti di più, perchè bianca ed ignuda. I nuovi frati di San Bruno non avevano fatto nessuna spesa colà, non si erano incaricati di abbellire quella parte della loro abitazione. Avevano perfino lasciato in piedi un certo pulpito di fabbrica, destinato alla lettura durante il pasto. Per fortuna, lassù non si leggeva più nulla, non avendo la nuova regola di San Bruno reputato necessario di aggravare un cattivo pranzo con una uggiosa lettura. Gli antichi Camaldolesi andavano a prendere il loro nutrimento in quel refettorio una volta alla settimana; tutti gli altri giorni desinavano nelle loro celle, e la broda disciplinare passava da quelle ruote che ho detto. Poi, bevevano l'acqua in certe ciotole di terra cotta, che accostavano alla bocca, sostenendole con tutt'e due le palme. Un modo di bere piuttosto incomodo; ma era di rito. E i riformati di San Bruno, per accostarsi in qualche modo alle vecchie costumanze, avevano aboliti i bicchieri, attenendosi a certe ciotole di maiolica, che non avevano neanche il pregio di escire dalle fabbriche del Ginori.
Non l'abbiate per una ragazzata, vi prego. Il padre Anacleto, interrogato su quella stranezza apparente, avrebbe potuto darvene una ragione plausibilissima. Ciò che fa amar molto la tavola è la tovaglia, lo sfoggio del vasellame, lo scintillìo dei cristalli. Una mezza batteria di bicchieri a calice, sfaccettati, smerigliati, lucidi, opachi, quando spessi come il diamante, quando sottili come la mussolina, fanno bere tre volte più di quello che porterebbe il vostro bisogno. Provate in quella vece a bere il Reno o il Borgogna in una ciotola di terra cotta, rozzamente inverniciata. Quel vino vi parrà una povera cosa; manderete giù quel che vi occorre, non un centellino di più. Per contro, il vino cattivo vi parrà semplicemente mediocre, ed anche di quello berrete come e quanto mangiate, cioè a dire tutto quello che occorre per le ineluttabili necessità della vita.
Ammiriamo i riformati di San Bruno e lasciamo gridare i gaudenti. Anche la tavola è tra i piaceri e le vanità del mondo che lasciano tormento ed afflizione di spirito. Il pensatore è sobrio; il lavoratore non potrà sempre esser sobrio, ma non avrà mai vizi di gola.
Frate Adelindo, seduto alla destra del priore, era l'argomento della curiosità universale. Si voleva non averne l'aria, ma gli occhi correvano di tanto in tanto dal piatto a quella bionda testina, a quel collo di cigno che sbucava dall'orlo della cocolla color di tabacco.
—È molto giovane, il vostro nepote;—disse il padre Tranquillo all'orecchio del padre Prospero.—Non si adatterà alla nostra vita rinchiusa.
—Perchè?—disse di rimando il padre Prospero, che sentiva la necessità di nascondere il suo giuoco.—Sono appunto i giovani che possono adattarsi a certi sacrifizi. Ai panni vecchi non è facile far perdere le pieghe.
—Questo è vero per molti;—replicò il padre Tranquillo;—ma poichè qui ci si viene in forza di una vera e profonda vocazione, bisogna ammettere che la nuova piega sia già fatta prima d'entrare.
—Ah sì, la vocazione!—mormorò il padre Prospero.—Una gran cosa, la vocazione. Scusate, padre, la mia indiscretezza. Qual è stata la vostra vocazione?
—Seccato;—rispose il padre Tranquillo;—seccato del mondo; seccato in un modo da non dirsi. Facevo il medico, per utile del mio simile. Ed io avrò fatto male a lui; ma egli di certo ha fatto male a me. L'ho abbandonato come vedete, e me ne trovo bene. Auguro a lui altrettanto. Già, fratello mio, che serve il nasconderlo? Neanche la scienza medica può pretendere all'infallibilità. Richiede atti di fede continui; è teologia, o poco ci manca. Una cosa è certa, che la natura ha rimedi efficaci, e forze vive nell'organismo per farli operare. Noi, studiosi dell'arte salutare, non possiamo vantarci che di un po' d'accortezza nell'accomodare certi rimedi ai bisogni dell'uomo. Audacia somma nell'esperimento, audacia immensa nella dichiarazione della malattia, audacia infinita nell'attribuire alla natura gli errori dell'arte nostra e all'arte nostra i benefizi della natura; eccovi, padre Prospero, la medicina, da Ippocrate fino a Boerhaave, e da Boerhaave fino a me. Dico a me, per non far torto a nessuno;—soggiunse il padre Tranquillo, ridendo.—Empirismo che qualche volta riesce; dottrina che qualche volta azzecca giusto; dissidio quasi sempre tra la teorica e la pratica; questa è la scienza nostra. Seccato, vi dico io, padre Prospero, seccato dell'arte, seccato del mondo, seccato del resto.—
Evidentemente il padre Tranquillo non diceva tutto. Anzi, pensandoci bene, era facile di scorgere che non aveva detto nulla. Ma è questa l'arte degli uomini bene educati, che vogliono nascondere il loro pensiero, aver l'aria di prendervi a confidente e di spiattellarvi ogni cosa. Il padre Prospero fu grato di quelle confidenze al suo vicino di tavola, e gli giurò lì per lì un'amicizia eterna.
—Che bravo giovinotto!—diceva egli tra sè.—Col suo ingegno, poteva diventare un altro Galeno. Ed eccolo qua, invece, tra i giubilati, contento di averne cavato i piedi, come un altro lo sarebbe di averceli messi. In verità, non ho torto io a dolermi di essere uscito dalla via degli onori?—
Leggiadro collare della Corona d'Italia, tu danzavi sempre, immagine cara, davanti agli occhi del signor Prospero Gentili.
Di tanto in tanto quegli occhi si volgevano con paterna sollecitudine a quel biondo novizio che sedeva a fianco del priore, sostenendo abbastanza bene la sua parte di fraticello. Non arrossiva più, il serafino; continuava in quella vece a parlar poco, e quel poco con un suo accento particolare, come se le parole gli si formassero in gola, anzi che nella classica chiostra dei denti.
Nessuno, tranne il padre Prospero, doveva capire che quel vezzoso padrino si studiava d'ingrossare la voce, nel lodevole intento di parere tutt'altro da quel ch'egli era veramente. Riusciva egli nel suo tentativo? Non so. Forse ne dubitiamo noi, che siamo nel segreto, non potendo immaginare che altri non lo indovini alla prima. Comunque fosse, quello sforzo del leggiadro novizio dava al suo discorso una certa velatura di suoni gutturali, che non dispiaceva punto, anzi poteva parere una grazia di più.
—Gran diavola!—esclamava mentalmente il padre Prospero.—Che cosa si ripromette da questa sua impresa arrischiata? Spero bene che fra cinque o sei giorni si annoierà, e noi torneremo a Castelnuovo.—
Il pranzo finì e la comitiva andò a fare il chilo sotto una loggia che guardava la campagna. Il sole era già tramontato, e le ombre del crepuscolo incominciavano a salire dal burrone, nel cui fondo romoreggiavano le acque del torrente. I profili delle colline s'infoscavano sul primo piano del quadro; più lungi si tingevano di violetto e d'azzurro le vette digradanti dell'Appennino. Non gruppo di case, non traccia di campi coltivati, si vedeva d'intorno; la solitudine regnava sovrana, e nella solitudine si espandeva liberamente il pensiero.
Tutti i giorni, dopo il pranzo, i frati di San Bruno solevano dividersi in piccole brigate, ed anche in semplici coppie, per andare a diporto di qua o di là, assorti in familiari colloquii, che mutavano indirizzo secondo la composizione dei crocchi e gli umori del momento. Quel giorno, invece, dovevano raccogliersi tutti quanti sotto la loggia e star seduti a chiacchiera, come una società di buontemponi che metta in pratica ilpost prandium stabisdella vecchia scuola di Salerno.
Il padre Adelindo, che aveva preso un pochettino di confidenza co' suoi compagni di tavola, notò una cert'aria di somiglianza che traspariva da tutte quelle fisonomie. Forse era da vederci un effetto della convivenza, essendo noto che ogni persona, come ogni cosa al mondo, assume il colore dell'ambiente in cui sia rimasta a lungo, e che certi modi di essere, di atteggiarsi, di discorrere, si copiano facilmente e quasi inavvertitamente gli uni dagli altri. Tutti i frati di San Bruno avevano poi, nella loro medesima apparenza di gioventù, una balìa, una padronanza, e vorrei dir quasi un possesso di scena, che accennava ad una età più matura. E questo forse era da attribuirsi in parte alle gravità dell'abito che indossavano, in parte alle burrasche per cui erano passati, prima di giungere a quel porto di rifugio.
Perchè si fossero raccolti in quella solitudine, mi pare di averlo già detto. Ma perchè avevano adottata quella foggia di vestire? Non potevano vivere in comunità, ed anche con una certa regola fratesca, senza l'impaccio della tonaca?
Lettori miei, il vecchio entra per una gran parte nella composizione del nuovo. Si rinunzia mal volentieri a certe anticaglie, quando si vogliono rinnovate le sensazioni che solevano accompagnarsi a quelle immagini del tempo trascorso. Si direbbe quasi che l'intima virtù di certe cose è tutta nella forma di cui erano rivestite. Gli Ebrei continuarono sempre, anche dopo l'uso comunemente invalso del ferro, a sacrificare con coltelli di selce. Dite ai Liberi Muratori di rinunziare ai loro simbolici riti, che rammentano i Templarii da una parte, e le compagnie artigiane medievali dall'altra, e vi diranno che appunto in quei riti è la forza loro, perchè c'è la poesia del loro istituto. Che più? Un amico mio ha giurato fede alle staffe, fermate in fondo ai calzoni, perchè questi non salgano su. Egli dice e sostiene che ciò gli è indispensabile, per creder sempre di avere vent'anni. Ora, se ciò basta a mantenere la sua illusione, vorremo noi lesinargli le staffe?
Il convento di San Bruno, nel corso di una settimana, aveva mutato a dirittura d'aspetto. Prima, e sia detto senza ombra di mal animo, ci si dormiva molto; allora ci si vegliava, ci si viveva, ci si lavorava a gran furia. Avrete già indovinato che il gran lavoro della comunità di San Bruno era il giornale scientifico. Erano giunti i cinque nuovi colleghi aspettati; anch'essi nel vigore dell'età e pieni di buon volere. Le casse tipografiche erano state collocate a posto; il torchio egualmente; un gran disegno del padre Anacleto era sul punto d'incarnarsi, o se vi piace meglio, d'impiombarsi; perchè infatti era questione di piombo.
Di nove che erano pochi giorni addietro, i frati di San Bruno giungevano per tal modo al numero di sedici. Ed erano forse già troppi, per la quiete operosa a cui mirava il padre Anacleto.
—Fratelli,—aveva detto il priore, raccogliendo intorno a sè la cresciuta famiglia,—il nostro ordine accenna a voler prosperare velocemente. Dobbiamo rallegrarcene? Dobbiamo rammaricarcene? Certo, se ce ne rallegriamo, sarà per noi medesimi, non per il mondo, che mostra così di perdere ogni attrattiva sugli uomini. Ma anche noi dobbiamo badare ad un pericolo. L'essere in troppi nuoce, e forse sarà da pensare alla fondazione d'un nuovo convento, come fecero, per gli ordini loro, san Bruno e san Bernardo di Chiaravalle.
—Non siamo in troppi, finora;—osservò modestamente il padreMarcellino.
—Stiamo bene, così;—aggiunse il padre Restituto.
—Siamo come in famiglia;—ribadì il padre Atanasio.—Si sente una dolcezza nuova, che, per dirla col poeta, e guadagnandoci anche la rima,intender non la può chi non la prova.—
Il padre Atanasio esprimeva, assai meglio che non credesse egli in cuor suo, il pensiero di tutti. Era in tutti un sentimento di dolcezza che io non potrei significarvi appuntino, senza far capo ad un paragone di cucina. Ma badate, cucina poetica; una di quelle cucine ascose tra le gole dei nostri Appennini, cucina fuligginosa e nera, per modo che la fiammata dell'ampio cammino non disperda la sua luce benefica lungo le pareti, ma la concentri sulle otto o dieci persone beatamente sedute intorno al focolare, con la schiena protetta dall'alta spalliera delle cassapanche di quercia. Di fuori, cade a larghe falde la neve, e soffia acuto il rovaio; di dentro si prova la delizia dello stare al coperto e raccolti nella compagnia delle persone più care. La famiglia qui restringe i soavi suoi vincoli; l'ospitalità diventa amicizia; quella padellata di bruciate, che scoppiettano nel fuoco, vuol essere una cosa gustosa. Di tanto in tanto, e come per rendere più spiccato il confronto, si dà un'occhiata all'uscio, che si scuote ai buffi del vento; poi si torna a guardare la fiamma consolatrice. Dio di misericordia, per una di quelle serate sull'Appennino io rinunzierei non so che, perfino il mio ufficio di storiografo dell'ordine riformato di San Bruno. E come paiono sciocchi coloro che, avendo questa fortuna sotto la mano, si lagnano ancora e chiedono altro al destino! Ma pur troppo siamo tutti così; non intendiamo che tardi, essere le gioie della vita ristrette in poche immagini, in poche scene, quadretti di genere, anzi che di storia, e quasi sarei per dire di paese soltanto, anzichè di genere; perchè la figura non è sempre bella a vedere, e un po' di frappa con un raggio di sole attraverso può bastare alla pace dell'anima, come alla consolazione degli occhi.
Voi lo vedete, lettori; anche facendo una piccola digressione, mi trovo d'accordo coi frati di San Bruno. Poca gente, ma provata e simpatica, ecco ilnon plus ultra. Se c'è una bella figurina nel numero, tanto meglio; anzi credete pure che io la supponevo presente. È forse lei che ci fa amare le solitudini e riconoscere e abbandonare senza rimpianti le vanità' rumorose del mondo. Perchè, diciamolo pure, anche a risico di far insuperbire le donne, c'è sempre un po' di femminile nella nostra bontà. Quando c'è in noi della bontà, si capisce.
I miei monaci sentivano essi l'arcana influenza del serafino biondo? È lecito di sospettarlo. Sentite questa, che potrebbe mutare il sospetto in una mezza certezza. Il serafino, quel medesimo giorno che era entrato in convento, ricordando ciò che gli aveva detto in parlatorio il priore, si era arrisicato a toccare il tasto del giornale scientifico. E di là era subito nata tutta quella gran ressa che v'ho accennata più sopra. Perchè? I miei monaci sapevano pure che la loro rassegna non l'avrebbe letta nessuno, poichè essi non l'avrebbero mandata a nessuno di fuori via. Ma essi oramai sentivano di bastare a sè medesimi. Non se lo dicevano; forse non ci pensavano neanche; ma una nuova vena di tiepido umore era penetrata nel circolo vitale della comunità di San Bruno.
Quella medesima settimana comparvero finiti i primi saggi della operosità scientifica dei nostri claustrali. Cito ad esempio una memoriasulle stelle cadenti, del padre Bonaventura, che ne minacciava anche un'altra sulla costituzione fisica del pianeta Marte; uno studiosulla circolazione del sangue e sullo scambio molecolare, del padre Tranquillo; alcuni cenni sulla formazione geologica di Monte Acuto, del padre Ottaviano, e una dissertazioneSul passaggio di Annibale da Castelnuovo, del padre Anselmo, che nella sua qualità di bibliotecario, doveva essere l'erudito della compagnia. Padre Anacleto non voleva esser da meno de' suoi colleghi; aveva messo fuori certe note d'archeologia preistorica, raccapezzate lì per lì dopo il suo colloquio col duca di Francavilla. Ma perchè quelle note non davano ancora un appiglio ai disegni del padrino Adelindo, e perchè senza i disegni di quest'ultimo il giornale di San Bruno non poteva andarsi a riporre, il degno priore immaginò di finire i suoi studi con una descrizione degli scavi di Monte Acuto, che sarebbero stati disegnati dalla matita del serafino biondo. E perchè gli scavi in discorso erano ancora di là da venire, il padre Anacleto opinò che si procedesse immediatamente agli scavi.
La spedizione archeologica fu prontamente deliberata. Si vogava sul remo al duca di Francavilla; ma questi non era che un dilettante, e i nostri monaci volevano fare da senno. Inoltre, il signor duca faceva i suoi scavi nella caverna della Ripa; i nostri monaci scelsero un campo più lontano, sul pendìo settentrionale di Monte Acuto, nella caverna delle Streghe.
Non vi starò a dire perchè la chiamassero delle Streghe, lasciando immaginare a voi le leggende popolari che avevano assegnato quel luogo a notturno ritrovo delle amiche di Belzebù. Vi dirò invece, dando una sbirciatina nei quaderni del padre Anacleto, che il monte Acuto, studiato da quella parte, appariva incoronato da banchi di formazione terziaria, posti orizzontalmente sopra gli strati verticali della calcarea compatta giurassica, ond'era formato il nocciolo di quella catena montuosa. Quei banchi di calcarea grossolana, o meglio d'un sabbione indurito, erano tutti ripieni di gusci d'ostriche e d'altri bivalvi, come l'Arca diluvii, laVenus rugosa, laTerebratula bipartita, non senza tracce di polipi, di èchini, e d'altri resti organici poco determinabili.
La costiera del monte era brulla, o quasi; soltanto tra le fenditure della roccia spuntava qualche ciuffo d'erba, e qualche arbusto malinconico e scarno, che pareva maledire la sorte da cui era stato sbalestrato lassù. La caverna delle Streghe, vuoi per la difficoltà dell'accesso, vuoi per la tristezza del nome, non era mai stata esplorata. Soltanto poteva esserci stato qualche pastore, od anche qualche bandito, a rifugio; e delle scarse visite faceva fede una piccola traccia di sentiero, meglio intravveduta da lunge, che potuta seguitare da vicino.
Segnar meglio il sentiero e nei punti malagevoli renderlo più sicuro scavando qualche gradino nella roccia, fu la prima cura dei nostri esploratori. Intanto il priore, seguito dal serafino e dal padre Prospero, andava oltre, verso l'ingresso della caverna. Senonchè il padre Prospero, afflitto dalla sua polisarcìa che gli sembrava già due tanti più grave, dopo che il padre Tranquillo gliel'aveva battezzata col suo nome scientifico, protestò ben presto di non poter seguitare i due scoiattoli a cui si era accompagnato con una fiducia superiore alle proprie forze, e, come Mosè in vista della Terra promessa, si accasciò presso un cespuglio, in vista della buca, che gli pareva ancora troppo lontana, quantunque non ci fosse più a fare che un centinaio di passi.
—Andate, andate!—diss'egli.—Ricolgo il fiato e vi raggiungo.—
E si sdraiò su d'un lastrone, soffiando come un mantice.
Il serafino biondo sorrise, lasciò lo zio in quella postura, che aveva pure i suoi pregi, e seguitò il padre Anacleto pei meandri sassosi del sentiero fino all'entrata della caverna.
Lo spettacolo era meraviglioso. I due esploratori si trovarono davanti ad una vasta fenditura orizzontale della roccia. Più che una fenditura, pareva una corrosione, una carie gigantesca del monte. Si entrava da quell'apertura in un atrio vastissimo, la cui vôlta, di colore rossastro, era in alcuni punti tappezzata di felci, e in altri faceva mostra di grappoli quarzosi, che scintillavano alla luce riflessa del sole. Un masso enorme, piantato in mezzo all'entrata, spartiva in due quella grande apertura, e intorno a quel masso un prunaio stendeva i suoi rami spinosi, che già facevano pompa delle vette fiorite. Quell'allegria di tinte delicate, che temperava l'orridezza selvaggia del luogo, colpì l'animo del serafino e gli strappò un grido di gioia.
Gentil serafino! Com'era giovane! La vista d'un fiore lo faceva andare in visibilio. E anch'egli era un bel fiore, bianco, roseo, come quello del rovo che gli stava dinanzi. Se egli si fosse guardato allora in uno specchio, metto pegno che avrebbe gettato un altro grido; ma non di gioia, bensì di paura, al vedersi così bello, troppo bello per un padrino, che volesse rimaner tale agli occhi della gente.
Il padre Anacleto, con atto cortese su cui spero non troverete nulla a ridire, si accostò al prunaio, spiccò una ciocca di fiori e l'offerse al suo giovine compagno.
—È strano,—diceva egli frattanto, quasi per rispondere al grido di gioia che la vista di quel prunaio fiorito aveva strappato al serafino biondo,—è strano trovar de' fiori quassù, dove è già molto se si trova un fil d'erba.—
Il serafino accettò il ramicello fiorito, senza risponder parola. Povero serafino, compatitelo, perchè era tutto confuso, e dal pensiero della sua bambinesca esclamazione e dalla molto cavalleresca ma poco monastica gentilezza del priore.
—Bella quiete!—diss'egli poscia, sviando la mente e lo sguardo di là, ov'essi stavano muti, con le spalle appoggiate alle sporgenze del masso.
—Sì;—rispose il priore, crollando malinconicamente la testa;—c'è sempre un luogo più quieto della solitudine in cui si vive. A noi pareva già tanto tranquillo il convento di San Bruno, e qui si sta meglio ancora. Ma forse,—soggiunse il padre Anacleto, sorridendo,—ciò avviene perchè laggiù siamo in molti, e qui non ci troviamo che in due.
—È vero;—osservò candidamente il serafino.
E nel profferire la frase guardò involontariamente il priore. Era bello, il padre Anacleto, con la sua barba nera e lucente, i suoi grandi occhi turchini, le labbra di corallo tenero, e la pelle fine, morbida e perlata, che somigliava ad un fiore di pomo. Inoltre, parlava con un accento così dolce, e così penetrante ad un tempo! Il serafino non aveva mai osservata prima d'allora una cosa simile. E quella scoperta, e il pensiero di averla fatta, lo turbarono grandemente, senza che pure egli ne sapesse il come e il perchè.
—Dove sarà rimasto mio zio?—gridò egli ad un tratto.
E si spiccò dall'ingresso della caverna, per andare verso la china del monte.
—Vado io, se permettete;—gridò il priore, trattenendolo con un cenno della mano.—Voi siete così giovane, amico mio! Riposatevi.—
Il serafino chinò la testa e si ritrasse per lasciar passare il compagno. Nello sguardo a lui rivolto dal priore egli aveva creduto di scorgere un'aria di mezzo rimprovero, e fu quasi pentito del suo movimento involontario. Poteva anche pentirsi della piccola bugia che gli era sfuggita, anche quella involontariamente. O non lo aveva egli veduto, dov'era rimasto suo zio? Ma già, benedetti giovani, quando incominciano a confondersi!
Il padre Anacleto scendeva giù pel sentiero, e il serafino stava fermo sull'ingresso della caverna a guardarlo. Agli occhi suoi il priore non aveva più una tunica da frate, in quel punto; era un cavaliere del milletrecento e indossava il lucco fiorentino. Anche il cappuccio poteva stare, poichè era una foggia medievale comune a tutti, e monaci e cavalieri.
—Padre Anacleto!—mormorò il serafino.—Quali dispiaceri lo avranno condotto a fare questa vita solitaria? Se non avessi avuta questa sciocca paura…. avrei potuto domandarglielo. Non voglio aver paura. Non l'avrò più!—
Il padre Prospero, cercato con una premura che egli era ben lungi dal sospettare possibile, stava a colloquio col padre Tranquillo, che lo aveva raggiunto da pochi momenti. Il degno uomo si era fermato e sdraiato in quel punto della salita per ricogliere il fiato, e continuava ancora in quella rumorosa occupazione, quando gli capitò dinanzi il medico della comunità di San Bruno.
—Su, su!—gli disse il padre Tranquillo.—Queste passeggiate sono il rimedio della polisarcìa.
—Speriamolo;—rispose il padre Prospero.—Ma proprio credete che sia una cosa grave?
—Grave! Secondo s'intende. Per esempio, se non pesa a voi, tutto quel carico di oleina e di stearina che portate continuamente addosso, il male non è grave di certo.
—Ah! stearina? oleina? E poichè siamo a parlare di queste materie combustibili e illuminanti, vorreste dirmi, padre Tranquillo, che cosa potrei fare per liberarmene.
—Regime di vita! regime di vita! Da che deriva la polisarcìa, infatti? Cause remote assegnate a questo incomodo dell'umanità sono: il clima freddo e umido, che qui non c'entra affatto; il temperamento linfatico, che nel caso vostro mi pare c'entri anche meno; finalmente la vita sedentaria e l'uso di cibi in quantità soverchia e troppo nutritivi. Quale di queste due ultime cause abbia avuto maggior parte nel vostro aumento di volume, fratello carissimo, io non so, perchè da troppo pochi giorni ci conosciamo e voi non mi avete fatte le vostre confidenze; ma io sospetto che tutt'e due ci abbiano lavorato. Del resto, i rimedi son molti, e tutti adatti, qualunque sia stata la causa del male. Aria sottile e montanina…. eccola qui! Esercizi del corpo…. eccoli qui! Cioè no, non li vedo per ora, poichè siete seduto: ma per venire fin qua, e per tornare al convento, avrete fatto un bel po' di ginnastica. Vi raccomanderei inoltre l'uso dei subacidi; non già dell'aceto, che potrebbe esser cagione di flògosi.
—Flògosi!—esclamò il padre Prospero.—Di grazia, che bestia è?
—Non fate caso; è una delle nostre parole difficili, con cui si cerca d'ingrossare un pochettino le molestie dell'infermo, e le benemerenze del medico. Dite pure infiammazione; è lo stesso che flògosi. Eravamo ai subacidi; aggiungo le acque sulfureo-saline, quelle di Seltz e di Sedlitz, e segnatamente la dieta.
—Ah, sì la dieta? Mi sembra che il cuoco di San Bruno la faccia fare anche ai magri;—osservò il padre Prospero.—Del resto, meglio così; una cura fatta in comune è più tollerabile.—
Con questi discorsi il padre Prospero teneva a bada il compagno. E sapete perchè? Per non dargli il passo alla caverna. Il padre Prospero era seduto a mezzo del sentiero, e per lasciar passare il padre Tranquillo avrebbe dovuto star su; la qual cosa gli comodava poco, anzi nulla.
In quel mezzo capitò il priore. Stretto da fronte e da tergo, il povero signor Gentili doveva fare di necessità virtù e rimettersi in piedi.
—Temevo che vi fosse intervenuto qualche guaio;—disse il padreAnacleto, arrisicando anche lui la sua piccola bugia.
—Oh no, si chiacchierava di medicina con padre Tranquillo, che è veramente un pozzo di scienza. Padre, voi siete un gran medico, e se non mi guarirete di questa pappagorgia, la colpa non sarà vostra sicuramente.
—Avanti, dunque, e del moto;—concluse il padre Tranquillo.—Andiamo a vedere questa caverna.
—È stupenda;—disse il priore.
Anch'egli aveva fretta di giungere, e certo nel lodevole intento di dar principio agli scavi. Anche gli altri compagni, tracciato alla meglio il sentiero, incominciavano a venire sulle orme dei primi.
Giunta la comitiva ad una svolta del sentiero d'onde si vedeva l'apertura della roccia che formava l'ingresso della caverna, si parò davanti agli occhi dei nostri viaggiatori la bella figura del serafino, che era rimasto là, accanto al masso, nella postura in cui lo aveva lasciato il padre Anacleto.
—Miracolo!—gridò il padre Atanasio.—Un'apparizione!
—San Bruno adolescente!—soggiunse il padre Ottaviano.
—Dite piuttosto santa Teresa, o qualche altra santa claustrale;—entrò a dire il padre Marcellino.
Quel paragone femmineo, del resto naturalissimo per chiunque avesse veduto in quel punto il fraticello solitario, ritto in piedi sull'ingresso della caverna, turbò fortemente il padre Prospero, che temeva sempre di vedere scoperto il segreto della signorina Adele Ruzzani, sua bella e capricciosa nepote.
—-Sì, infatti….—balbettò egli.—Il mio nepote ha una faccia che sembra piuttosto una ragazza. Beato lui, che conserva la sua gioventù!
—Rimpiangereste forse la vostra?—domandò il priore.—Essa non vi servirebbe a nulla, nel chiostro di San Bruno.
—Eh, dopo tutto,—rispose il padre Prospero,—ed anche a non servirsene affatto, mi pare che la gioventù…. Ditelo voi, padre Tranquillo, che sapete tante cose. La gioventù è proprio così inutile, come mostra di credere il nostro degno priore?
—La gioventù,—disse il padre Tranquillo,—è uno degli elementi della salute. Direi quasi che è il solo. Almeno,—soggiunse, temperando la frase,—si potrebbe sostenerlo con qualche apparenza di verità. Infatti, tutto ciò che noi facciamo per la nostra salute, quando la gioventù se n'è andata, non è che un seguito di palliativi, più o meno felici, per dissimulare la mancanza di un elemento essenziale.—
Ne parlavano con molta tranquillità, di palliativi e di salute, essendo tutti così giovani, che il più vecchio di loro passava a mala pena i quaranta. Ed era strano il vederli, anche più strano del vedere quel biondo serafino in abito di frate; era strano, dico, di vedere tanti uomini, giovani ancora, e già stanchi delle tempeste della vita; stanchi delle tempeste, e così felici, così allegri nella piccola compagnia di naufraghi che erano riusciti a formarsi entro una piega dell'Appennino. Il contrasto tra il grande e il piccolo mondo, tra la società naturale e l'artificiale, non poteva essere più spiccato di così. E il vantaggio restava alla società artificiale, per la semplicissima ragione che la naturale si è fatta da sè, laddove l'artificiale ce la foggiamo da per noi, e ci prendiamo gusto fino a tanto che dura.
Ma in fin de' conti, o non è la medesima cosa nel gran mondo? L'umanità vive, con tutti i suoi dirizzoni e con tutte le sue tirannie; noi in quella vece passiamo. Guastarci il sangue, che giova? O non è forse meglio lasciar correre tutto ciò che vuol correre, e lasciar stare tutto ciò che vuol stare? A voler fare diverso, non si cava un ragno da un buco. Lasciate pure che gridino contro l'egoismo del piccolo mondo, e contro la stravaganza delle società artificiali. Al diritto della tirannia si contrappone il diritto della resistenza; e sono naturali ambedue.
Vi siete già accorti, o lettori, che io cedo un pochettino all'influsso dell'ambiente. Sto coi frati e zappo l'orto.
Il monachino biondo era assai lungi dallo immaginarsi d'aver fatto quella grande impressione sull'animo de' suoi compagni. La bellezza è sempre consapevole, non lo nego; ma una donna che si traveste da uomo sa anche di perdere il cinquanta per cento delle sue attrattive. E frate Adelindo non badava punto a quegl'impeti spontanei d'ammirazione che la sua faccia di serafino destava tra i riformati di San Bruno, come essi burlescamente si chiamavano qualche volta. Confidava, nella sua giovanile audacia, di non essere scoperto, e godeva la novità di quella vita, senza sapere come sarebbe andata a finire.
Ma proprio senza saperlo? S'ha a credere che il biondo monachino non avesse uno scopo? No, lettori, non lo credete. Ma, per intanto, venite con me. La miglior maniera per averne l'intiero, è quella di far procedere il racconto.
Entrati sotto l'atrio della caverna, i conventuali di San Bruno ammirarono quel saggio architettonico di madre natura e tutte le fioriture ond'era stato adornato dall'incomparabile artista. Poscia, come i visitatori d'una casa che vogliono veder tutto fin da principio, andarono ad esplorare i tenebrosi recessi del luogo. La caverna si estendeva un mezzo miglio nelle viscere del monte, ora restringendosi, ora allargandosi da capo, ma tutta d'un filo, come una grande spaccatura interna del monte. La causa di quella spaccatura? Forse era da vederci l'ultimo sfiatatoio rimasto al vulcano che aveva sollevato dal fondo dei mari antichissimi quello strato calcareo; forse era effetto più modesto e più lento di una erosione delle acque. Io non mi ci confondo, e lascio la soluzione del problema agli studi del padre Anacleto.
Qua e là i nostri esploratori si abbattevano in fantastiche vedute, che sarebbero state una vera fortuna per l'albo di frate Adelindo, se il nostro serafino pittore ci avesse avuto là dentro un raggio di sole, scambio del lume incerto d'una torcia di resina. La via in qualche punto risaliva, stretta fra due ordini di stalagmiti, che si addensavano le une sulle altre come i colonnini d'un chiostro; altrove si arrotondava la vôlta in cupolette alabastrine, o si allungava in peducci e festoni, campati in aria che era una vaghezza a vederli. Frequentissime occorrevano lungo le scabre pareti le pile dell'acqua benedetta, esempi illustrativi dell'antico adagio:gutta cavat lapidem. Ma la meraviglia più grande fu una specie di cattedra, formata su d'un rialzo dello scoglio dal largo tondeggiamento di una grossa stalagmite, e incoronata in alto da un mezzo cerchio di stalattiti, che raffiguravano un baldacchino. Il fraticello biondo, gettato uno de' suoi soliti gridi d'ammirazione ingenua, era corso a piantarsi su quella cattedra, restando là in piedi, elegante a vedersi come un santo di Donatello nella sua nicchia di marmo. E il padre Ottaviano aveva subito proposto di chiamare quel punto della caverna "il pergamo di frate Adelindo". Gli altri avevano approvato; il serafino si era fatto rosso come una fravola, e si era affrettato a saltare da quel tronco di colonna, per timore che a qualcheduno, nel lodevole intento di agevolargli la calata, venisse il ticchio di andarlo a pigliare di peso.
La ricreazione era finita e incominciava il lavoro. Vi ho già detto che il padre Anacleto era andato nella caverna delle Streghe per trovare qualche saggio d'archeologia preistorica, dei cocci, delle armi di selce, delle ossa lavorate e via discorrendo. La caverna doveva essere stata abitata, come tutte le altre degli Appennini, nei tempi in cui l'uomo non aveva ancora imparato l'arte di fabbricarsi una casa di pietra, e le capanne non offrivano bastante riparo contro le fiere dei boschi, o contro gli assalti delle vicine tribù. Le tracce dell'uomo preistorico erano evidenti anche nella caverna delle Streghe. A quell'altezza dal suolo coltivabile, in una cavità rocciosa come quella, lo strato di terriccio appariva profondo, e certamente non ci si era formato da sè, per l'azione dell'acqua sulla pietra, poichè questa era troppo salda, e quella filtrava in così poca quantità, da bastare appena al sostentamento delle felci che tappezzavano alcune parti della vôlta.
Restava un dubbio. La caverna aveva servito come abitazione, o solamente come luogo di sepoltura? Quei poveri rappresentanti della specie umana, nei primi tempi dell'epoca quaternaria, solevano vivere nelle caverne donde avevano cacciate le fiere; ma in alcune di esse, meno accessibili, o più lontane dai luoghi donde traevano il sostentamento, usavano compiere i riti funebri, dopo averci sepolti i loro trapassati. Spesso, o perchè i luoghi di rifugio fossero scarsi, o scarsa la reverenza delle tombe, una medesima caverna era abitazione e sepolcreto ad un tempo, ed il focolare destinato al banchetto funebre era lo stesso focolare domestico, che seguitava a dar fiamma sulla fossa del morto.
Il padre Anacleto si proponeva di chiarire più tardi a quale dei due generi appartenesse la caverna delle Streghe. Prima di tutto importava di rinvenire le traccie dell'uomo, di qualunque natura si fossero. E il nostro esploratore, dato uno sguardo in giro, per argomentare dalla curva delle pareti da qual lato fosse la maggior profondità del terreno, deliberò d'incominciare gli scavi poco lontano dal mezzo dell'atrio, e verso l'interno della montagna. Frattanto, nell'angolo più lontano, sotto la direzione di fratello Giocondo, e con l'assistenza del padre Prospero, s'impiantava un focolare posticcio, per riscaldare le conserve alimentari che doveano servire alla colazione.
I primi colpi di vanga furono dati alla svelta e con molta confidenza. Ma come fu scotennato il terreno, l'opera procedette a mano a mano più riguardosa, volendo il padre Anacleto por mente a tutti gli avanzi che si sarebbero rinvenuti, e sopratutto riscontrare nel taglio verticale del terreno la successione degli strati, certamente riconoscibili alla diversità di colore e di composizione, corrispondenti qualche volta ad età d'uomini, ma più spesso a gradi e a ricorsi di civiltà, presso quelle povere genti che in Italia precedettero l'arrivo e la diffusione della schiatta pelasgica.
Infatti, nei primi strati, s'incominciarono a trovare rottami di stoviglie, il cui colore rosso carico significava una diligente cottura, e le sagome tondeggianti, e qualche traccia d'ornato lineare, accennavano un certo grado di perfezione a cui era giunta l'industria figulina. E questo poteva denotare che gli abitanti della caverna, ancora mezzo selvaggi, erano in relazione con gente più civile, o abitante al piano, o venuta pur dianzi da lontano paese, presso cui le arti più utili alla vita erano già bastantemente avanzate. Proseguendo gli scavi, i cocci apparivano di forma più rozza, e di meno diligente cottura, fino al segno di parere a mala pena riscaldati al fuoco; indizio evidentissimo d'una industria casalinga, che non conosceva commerci, nè intendeva nulla di perfezionamento nell'arte. Quanto alle ossa lavorate e alle armi di selce, non se ne vedeva pur l'ombra. Cosa naturalissima, fintanto che non si scoprisse una tomba. Infatti, le armi di pietra e le ossa ridotte ad uso domestico, essendo allora preziosissime per la difficoltà del loro adattamento, erano più rare, ed era già molto che se ne mettesse un saggio accanto ai cadaveri, quasi a non privare i morti di ciò che avevano avuto di più caro e di più utile in vita.
Il padre Anacleto spiegava ad alta voce tutte queste belle cose, mentre dava occhio al proseguimento dell'opera. Gli strati del terreno si succedevano con varia vicenda di chiaro e di scuro. Tutto ad un tratto, le vanghe diedero un suono sordo, come di cosa asciutta e consistente che si sfaldi. E venne fuori una sostanza grigia, lamellare, in cui si riconobbe tosto uno strato di ceneri.
Qui per l'appunto cascava il dubbio. Erano quelle ceneri un avanzo di banchetto funebre, o indizi d'un focolare domestico? Il padre Anacleto, interrogato dal serafino biondo, che prendeva tanto diletto in quella esplorazione quanto suo zio ne prendeva negli apparecchi della colazione, mostrò di credere al banchetto funebre, anzichè al focolare domestico. E ne disse anche le ragioni; verbigrazia la postura del deposito, che non corrispondeva alla naturale collocazione d'un focolare. La caverna essendo abitata da una famiglia, o da un aggregato di famiglie consanguinee sotto l'autorità d'un capo, non era da credersi che il focolare fosse posto quasi nel mezzo, per dar noia a tutti; laddove la presenza delle ceneri, intesa come avanzo d'un banchetto funebre, si spiegava benissimo colà, portando la consuetudine che il fuoco si accendesse sulla tomba del congiunto, a cui si facevano i funerali.
Accanto a quell'ammasso di cenere si scopersero altri cocci ed ossa di animali domestici, ma rotte irregolarmente, e qua e là intaccate da solchi poco profondi. I banchettanti ci avevano di sicuro lavorato attorno coi denti.
L'attenzione degli esploratori andava a mano a mano crescendo. Ma essa arrivò al colmo, quando, a forse un metro e mezzo di profondità, le vanghe diedero un suono metallico, scoprendo la grigia e scabra superficie di una falda di sasso.
Il priore non volle che il lastrone fosse subito alzato; ma fece scavare torno torno il terreno ed allargare la buca. Mercè questa operazione, fu posto in chiaro che quel lastrone orizzontale posava su altri quattro, verticalmente piantati.
Un silenzio religioso regnava nella caverna. Qualche cosa di sepolto cinque o diecimil'anni addietro stava per ritornare alla luce.
—A voi, fratello Adelindo,—disse il priore,—copiate questa forma di sepoltura, prima che sia scoperchiata.—
Il serafino biondo mise mano al suo albo e segnò con pochi tratti sulla carta il fondo della buca, sul cui orlo si era seduto. Com'ebbe date le ultime ombreggiature al disegno, si tirò da banda e fu rimosso il lastrone.
Apparve prima di tutto…. Cioè, diciamo le cose come stanno, non apparve niente; che non poteva dirsi qualche cosa, almeno per gli occhi, il terriccio nerastro di cui era piena la buca. Ma rimuovendolo con garbo, incominciarono a presentarsi al tatto, quindi alla vista, alcuni frammenti d'ossa, in cui, e per la forma loro, e per la collocazione che avevano, il padre Anacleto ravvisò le coste di uno scheletro umano. Mescolati a questo si rinvennero parecchi ossicini di forma irregolare e di grandezze diverse, che potevano appartenere al carpo e al metacarpo delle mani. Così era difatti, e si trovarono anche le falangi delle dita; segno che il cadavere era stato composto là dentro con le mani incrociate sul petto. Proseguendo l'opera con ogni diligenza maggiore, per non iscompigliare la disposizione anatomica delle parti, si scopersero i radii e gli omeri, indi il teschio, e via via tutte le membra in quella postura di persona raggomitolata, a cui era stato costretto il cadavere, per farlo capire in quella piccola buca.
Il serafino biondo aveva ripigliato il suo albo. E quegli avanzi d'un corpo raccolto nel sonno eterno furono ritratti dalla matita sulla carta; dopo di che, pezzo per pezzo, lo scheletro fu levato dalla fossa e collocato in un canestro. Il teschio era benissimo conservato, e la bianchezza e la porosità del tessuto osseo facevano fede di molta antichità, non meno che della asciuttezza del suolo. Del resto, la sua superficie allappava la lingua; cioè a dire vi lasciava quella impressione, accompagnata da un cotale asciugamento, che fanno sulle labbra, e sul palato, certe sostanze acerbe od amare. Voi qui, lettori umanissimi, farete le maraviglie, ed anche qualche gesto di orrore, pensando che se quelle ossa allappavano la lingua, bisogna dire che qualche lingua ci si fosse accostata. Ma che volete farci? I dotti son fabbricati così, e non c'è verso di mutarli. Sanno che quel gusto d'asciutto ed acerbo nella superficie delle ossa è indizio d'antichità, e l'accertamento d'un fatto così importante val pure un piccolo sacrifizio. Del resto, o non avete mai veduto nei quadri santa Maria Maddalena al deserto? Anche lei bacia un teschio, e senza averci la scusa nell'amore della scienza. Pure, nessuno di voi inorridisce, vedendo una cosa simile. Non inorridite dunque, vi prego, se vedete il padre Anacleto accostare la lingua all'osso frontale, o al parietale d'un povero sepolto di cinquanta o cento secoli fa.
E tiriamo innanzi. Le suture del cranio, molto visibili nella loro indentatura, indicavano una persona giovane; l'altezza mediocre dello scheletro e la forma del pelvi lasciavano argomentare che fosse lo scheletro d'una donna. I denti erano piccoli, bianchi perlati, e lo smalto era integro; fatto maraviglioso, quantunque abbastanza comune in simili scoperte. Accanto al teschio, e proprio all'altezza dell'orecchio, era una piccola coppa d'argilla nera, in cui si rinvenne una sostanza grumosa e rossiccia. Era la terra d'ocra, di cui gli antichissimi nostri progenitori, non dissimilmente dai moderni selvaggi d'America, usavano tingersi le membra. Un'altra particolarità indicava che quello scheletro apparteneva ad una donna, ed era la mancanza d'armi nel sepolcro, mentre c'erano in quella vece parecchi aghi e punteruoli d'osso di cervo, quelli riconoscibili dalla cruna, questi dal capo tondeggiante. Una cinquantina di conchiglie bucate, che si raccolsero nel terriccio a poca distanza dalle prime vertebre, dimostrava che la donna era stata sepolta con la sua collana, e che essa era certamente di condizione non povera, poichè aveva un monile di quella fatta, composto di tal materia che doveva esser cavata da luogo lontano. Rammentate infatti che la caverna era sull'Appennino, e distante parecchie giornate dal mare.
Tutti quegli avanzi, raccolti con diligenza dal fondo della buca, erano a mano a mano deposti in un canestro. Il padre Anacleto ci vedeva il principio d'un museo preistorico di San Bruno. La caverna delle Streghe, vasta com'era, poteva dar tesori alla scienza; verbigrazia una cinquantina di scheletri, che, tenuti ritti con acconcie legature di fil di ferro, e disposti in bell'ordine, con tutti gli utensili, armi, amuleti ed ornamenti rinvenuti nelle tombe, avrebbero raccontata una bella pagina di storia delle prime genti italiche, e dati gli elementi ad ingegnose induzioni. Sarebbe riuscito in verità un museo da attirare molti curiosi al monastero di San Bruno. Ma, come sapete, quei bizzarri conventuali non gradivano le visite del prossimo, e la loro scienza amavano tenersela tutta per sè.
Frattanto, il monachino biondo avrebbe ricavati i disegni di tutta quella ricca collezione scientifica. Udendo i discorsi del padre Anacleto, egli si rallegrava in cuor suo di possedere quel piccolo talento del disegno, un talento che non faceva chiasso, ma che per contro era altrettanto più utile, e che tramutava lui, adolescente accettato per grazia al convento, in un personaggio necessario.
Bisognava vederlo, il nostro serafino, seduto sulla proda del fosso col suo ginocchio piegato, l'albo sul ginocchio e la matita in aria. Il soggetto dei suoi disegni era malinconico. Per la prima volta in sua vita, Adelindo Ruzzani adoperava la matita a copiare gli scheletri. Ma che cosa non si farebbe per l'amore della scienza?
E i frati gli erano tutti intorno, un po' per vedere i suoi tratti di matita, un po' per contemplare quel grazioso profilo di monachino, che somigliava tanto a quello d'una bella ragazza.—Bene, bravo, stupendo!—erano le parole con cui essi incoraggiavano il pittore. Metto pegno che Raffaello d'Urbino non ebbe tante lodi dai personaggi che andavano nel suo studio, a vederlo lavorare. Ma sono anche disposto ad ammettere che Raffaello ne avrebbe avuto altrettante, se, scambio di esser lui, fosse stato, ad esempio…. la Fornarina.