XX.

Così dicendo, additava il padre Anselmo e il padre Bonaventura.

Il padre Agapito s'inchinò. E rivolgendosi ai due che gli erano stati indicati, disse loro:

—Favoriscano intendersi coi miei padrini: il signor Pellegrino dellaRosa e il signor Ariodante Soresi.—

Indicava, così dicendo, il padre Ilarione e il padre Restituto. E questi due, fatto l'inchino di rigore, si allontanarono in compagnia degli altri, che aveva indicati il priore.

Così, per un padrino che era fuggito da San Bruno, ce n'erano quattro in moto, nel chiostro. Ma di specie diversa, pur troppo, e, sia detto senza intenzione di offenderli, assai meno belli del primo.

Al tumulto era succeduta la calma: una calma solenne, la calma dei grandi apparecchi. Il grosso dei frati bisbigliava da un lato, ma l'interesse della scena era tutto raccolto in quel crocchio di quattro, che trattavano le condizioni dello scontro. Anche essi bisbigliavano; ma il loro bisbiglio decideva un gran punto, e da esso pendevano le sorti di due uomini.

Il padre Anacleto, dopo fatta la presentazione dei suoi assistenti, era andato a passeggiare in giardino. Come fu giunto al crocicchio dei sentieri, dove la sera antecedente gli era occorso quel dialogo importante che vi ho riferito, gli parve opportuno di andarsi a posare su quel sedile di pietra che vi ho pure accennato. Ma non al medesimo posto ch'egli aveva la sera antecedente; un pochettino più in là, verso lo spigolo.

Puerilità, direte; ma di queste puerilità s'intesse la vita. Se ci pensate un tantino, se interrogate i vostri ricordi, son certo che ammetterete anche questo.

Al padre Anacleto mancò il tempo di richiamare le memorie del luogo, perchè il padre Anselmo e il padre Bonaventura gli furono quasi subito ai fianchi.

—Orbene?—chiese egli, appena li vide apparire.

—Si è combinato;—risposero.

—Ora, arma e luogo?

—Che frase alfieresca! V'imiteremo anche noi, rispondendovi: subito, spada, qui.

—Grazie!—disse il padre Anacleto.—Aspettiamoli, dunque.

—Eccoli appunto;—ripigliò il padre Anselmo, segnando col capo tra le piante, donde appariva il padre Agapito, seguito dai padri Restituto e Ilarione.

Gravi ambedue, i padrini di Mario Novelli; gravi come si conveniva alla dignità dell'ufficio e alla solennità del momento. Uno di essi, il padre Restituto, portava tra mani le due spade di Toledo, spiccate allora dalla parete, nella cella del padre Anacleto.

—Conte,—disse egli,—abbiamo scelto le vostre per una semplicissima ragione. Non ce n'erano altre abbastanza buone in convento. Del resto, quantunque voi le abbiate forse maneggiate anni fa, non ci consta che in due anni, dacchè siete a San Bruno, vi siate mai più esercitato con esse.

—Nemmeno con semplici fioretti;—rispose il padre Anacleto.—Del resto, quelle due lame non mi sono servite mai. Erano il ricordo prezioso d'un amico d'infanzia, d'un compagno d'armi, e non ho voluto separarmene.

—Benissimo;—replicò il padre Restituto.—Anche il signor Novelli dichiara di esser fuori di esercizio da un anno. Sicchè, le condizioni sembrano pareggiate abbastanza.—

Fatte queste ed altre poche parole con la fredda urbanità analoga al caso, i padrini scelsero il terreno lì presso, ed assegnarono i posti ai combattenti. Intanto il padre Tranquillo, medico e chirurgo della comunità, si giovò del sedile, per deporvi, debitamente aperta, la busta dei ferri. Il fratello Giocondo, nominato suo aiutante, era andato a prendere acqua alla fontana, e tornava con la secchia ripiena, dando occhiate in qua e in là, con un'aria melensa da non si dire.

Il padre Anselmo, come più pratico di quei negozi, fu per comune accordo dei colleghi nominato maestro di combattimento. Egli, perciò, entrando subito nella dignità dell'ufficio, prese le due spade, le misurò l'una contro l'altra, e, dopo averle poste in croce sul forte delle lame, le porse al padre Restituto. E questi, indettato dal maestro di combattimento, andò a presentarle dalla parte della impugnatura, ai due combattenti. Una ne prese il conte Gualandi del Poggio, senza badarci più che tanto; l'altra andò al signor Mario Novelli.

—Signori,—disse allora il padre Anselmo, facendosi avanti con un fioretto in pugno, come simbolo della sua autorità,—avremmo stabilito volentieri uno scontro al primo sangue, trattandosi di una provocazione fatta senz'astio, in un momento di collera, e dopo tutto in famiglia. Ma perchè l'arma, con poca varietà di colpi, ha molta varietà di conseguenze, il dire primo sangue non vorrebbe dir nulla, potendo anche darsi che una sferzata violenta, su qualche muscolo importante, riescisse più grave per la continuazione del duello che non una vera puntata, quando non penetrasse più di due o tre centimetri. Vogliano scusare questo linguaggio, poco amabile in verità, ma necessario per la chiarezza della cosa. Abbiamo dunque pensato di rimettere la cessazione del combattimento all'arbitrio del chirurgo, secondo la gravità delle lesioni.—

Il fratello Giocondo si premette il ventre con un moto involontario delle palme. Una di quelle botte, accennate dal padre Anselmo col nome generico e quasi innocente di lesioni, gli pareva quasi di riceverla lui. E frattanto seguitava a dare occhiate in qua e in là, come se aspettasse qualcuno. I carabinieri, forse?

Frattanto, i due avversarii, con le punte rivolte a terra, s'inchinavano in atto di assentimento. Il padre Anselmo proseguì in questa forma:

—Signori, voi obbedirete rigorosamente ai comandi. Vi darò l'alto, quante volte mi sembrerà che uno di voi sia ferito, o abbia mestieri di ricogliere il fiato. Siete fuori d'esercizio tutt'e due, ed anche questo vi può intervenire. Siamo intesi;—conchiuse il padre Anselmo.—Signori, rammentate questo: che combattete lealmente. A voi!—

E accompagnato il segnale con una alzata del fioretto che gli serviva come bastone di comando, il maestro di combattimento si tirò indietro d'un passo, per lasciar libero il giuoco dei ferri.

Strana combinazione! Il duello si faceva davanti a quel sedile di pietra, su cui, la sera antecedente, si era posato il monachino biondo. Dov'era, in quel punto, e che pensava il monachino? Se avesse mai potuto immaginarsi quello che succedeva per lui! Il padre Anacleto diede un'occhiata a quel posto, e gli parve di vederlo là, col suo viso d'angelo e con gli occhi intenti alla scena. Ah, monachino adorato! Per quale dei due avversarii erano i vostri sguardi più teneri? Il padre Anacleto non lo distinse bene; forse perchè, la sera antecedente, al ricordo del padre Agapito, il monachino biondo si era chiuso in silenzio diplomatico. Lo sapete pure, il proverbio: chi tace non dice niente.

Comunque fosse, il dubbio non era punto piacevole. E il padre Anacleto, o, se vi torna meglio, il conte Gualandi del Poggio, diede un'occhiata al suo avversario, un'occhiata che pareva volesse passarlo fuor fuori; ma subito dopo sorrise, come bisogna sorridere nell'atto di sbudellare il proprio simile, od anche di esserne sbudellato; stese il braccio destro, alzò il braccio sinistro, ripiegando la palma verso la testa, e cadde in guardia con una grazia, che dimostrava l'uso antico e la padronanza dell'arma.

Qui, forse, v'immaginerete, che il fratello Giocondo, non che stringersi il ventre, si dèsse a dirittura per morto. Disingannatevi; proprio in quel punto il fratello Giocondo metteva un grido di gioia, che fece voltare la testa ai due combattenti.

—Che c'è?—disse il priore.

Ma prima che il converso potesse dargli risposta, sboccarono da un viale i conventuali di San Bruno. Otto in numero, perchè gli altri sei erano già sul terreno, e i due novizi erano partiti, otto in numero, ma disposti a far chiasso per sedici. Dovevano essersi concertati per quella irruzione, ed anche essersi appiattati in tempo dietro un filare di cipressi, per saltar fuori nel momento opportuno, preparati a sentirsi dire anche delle impertinenze, pur di mandare a monte ogni cosa.

—Non lo vogliamo, questo duello!—gridarono.—Non lo vogliamo! Non lo vogliamo!—

Il padre Anacleto fece un gesto espressivo di malcontento.

—Signori, vi prego;—disse egli;—voi non avete a che fare in questo luogo; rammentate gli obblighi della cavalleria.

—Che cavalleria d'Egitto! Qui c'è frateria e non altro. I Templarii, che erano frati e cavalieri, son morti da un pezzo.

—Poi,—soggiunse il padre Marcellino, che pareva il capitano della banda,—primo debito di cavalieri è quello di saper ragionare. E voi, sia detto con vostra licenza, non sapete, o non volete, che torna lo stesso.

—Sia pure, non vogliamo;—rispose il priore.—Vedete dunque che non è il caso d'insegnarci più nulla.—

E faceva l'atto di rimettersi in guardia. Ma lo spazio tra lui e il padre Agapito era occupato. Bisognava infilzarne parecchi, prima di giungere al petto dell'avversario.

—Ad ogni modo, sentiamolo!—disse il padre Restituto, vedendo che non c'era verso di mandar via gl'importuni.

—Forse ci avrà qualcosa di nuovo;—osservò il padre Tranquillo.

—Sì, anche di nuovo;—rispose il padre Marcellino, cogliendo la frase in aria.—Siamo venuti a predicare la pace, e vi mettiamo davanti agli occhi la popolazione di Castelnuovo, che trarrà partito da questo scandalo, per dire del nostro convento tutto il male possibile.

—Dicano quel che vogliono;—borbottò il padre Anacleto;—non me ne importa un bel nulla.

—A voi, sta bene; ma non così a noi, che non abbiamo le bizze in corpo. Il convento, o signori….

—Che convento! Vada al diavolo il convento!—gridò il padre Agapito, per non essere da meno del suo avversario.

—Ah, ecco un'idea!—ripigliò il padre Marcellino.—Al diavolo il convento! Cioè, traducendo la vostra esclamazione in forma piana e cortese, sciogliamo pure la nostra comunità. Non mi oppongo al disegno. Tanto, vedete, signori miei, qui c'è entrato il demonio. La pace se n'è andata, e niente varrà a ricondurla tra noi. Inoltre, senza quella donna che è partita stamane, non c'è più vita, non c'è più luce, a San Bruno; ma tenebre, ve lo dirò col Salmista, tenebre ed ombra di morte.—

I duellanti rimasero di sasso; il padre Restituto cascava dalle nuvole.

—Voi, padre Marcellino!—esclamò.—Siete voi, che parlate così?

—Io, sì, io! E che vi credevate? che fossi di pietra? Sono, è vero, il più tranquillo di tutti noi, non escluso il padre Tranquillo, che ha messo i ferri in batteria. Ma ci ho un cuore, ci ho un cuore…. come voi, Restituto, come voi, Agapito, come voi, Ilarione, Bonaventura ed Anselmo, che siete tutti innamorati. Negatelo, sì, fate la bella figura di Pietro nel pretorio di Gerusalemme! Peccato che non ci sia un gallo, per cantarci tre volte! Ma la farò io, la parte del gallo evangelico. Voi, Agapito, ieri mattina, mentre il sottoprefetto di Castelnuovo tratteneva il priore a colloquio, eravate fuggito alle Querci, sulle orme dei novizi; e non già per amore del novizio vecchio, si capisce. E voi, Restituto, che facevate frattanto? Andavate in qua e in là, chiedendo a tutti dove fosse andato l'amico Agapito. E non già per desiderio dell'amico, si capisce anche questo. E voi tutti, Agapito, Restituto, Ilarione, con qualchedun altro di giunta, iersera, mentre il priore discorreva col padrino Adelindo, per consigliarlo a darci questa brutta mattinata, che cosa facevate, di grazia? Lavoravate a tutt'uomo per muovere lo zio Prospero, e mandarlo in giardino, ad interrompere un colloquio che vi rendeva feroci. Dite di no, se vi dà l'animo! Volevate contrariare un'opera creduta necessaria dal nostro priore, dall'unico tra noi che non avesse perduta la testa, dall'unico tra noi che non fosse cotto del monachino biondo.—

Gli ascoltatori erano rimasti scombussolati da quell'assalto oratorio. Volevano parlare, interrompere il corso delle rivelazioni, ma non ne venivano a capo. Il padre Marcellino aveva preso l'aìre e voleva giungere in fondo. Ma anche lui dovette fermarsi un istante, per riprendere il fiato. E qui lo interruppe il priore.

—V'ingannate, Marcellino;—diss'egli gravemente.—Io sono più innamorato di loro; più innamorato di voi tutti, messi insieme.

—Oh! oh!—gridarono tutti in coro.

—Non c'è oh che tenga;—ripigliò il padre Anacleto.—Innamorato morto! Il padre Marcellino ha dato l'esempio delle confessioni; ricevete la mia.—

Il padre Agapito non era rimasto maravigliato come gli altri. Che il priore fosse innamorato del serafino biondo egli lo sospettava da parecchi giorni; e da ventiquattr'ore, poi, sospettava anche dell'altro, cioè a dire che fosse riamato. Gli avevano messo quella pulce nell'orecchio certi discorsi fatti alle Querci, dond'era per l'appunto ritornato al convento con quell'aria di cattivo umore, che ho già avuto l'onore di accennarvi. Lassù, presso il romitorio, dov'erano andati a consumare la mattinata, per cansare la vista del sottoprefetto di Castelnuovo, il serafino biondo non aveva fatto quasi altro che discorrere del padre Anacleto. Sulle prime, il padre Agapito non ci aveva badato, e dava intorno al priore di San Bruno tutte le notizie che il serafino aveva l'aria di chiedergli per semplice curiosità. Ma poi, volendo egli ricondurre la conversazione in una cerchia più intima, e non venendone a capo, perchè il serafino tornava sempre sul primo argomento, si era insospettito, anzi impermalito senz'altro, e l'avere il serafino accettata la sua ghirlanda di fiammole non era bastato a rasserenare la fronte del signor Mario Novelli. Perciò immaginate di che animo fosse, sul pomeriggio, quando il priore stava a colloquio col serafino; e quanto volentieri avesse dato fuori, nella mattina seguente, fino al segno di far perdere la pazienza al padre Anacleto e di buscarsi una sfida.

Egli, adunque, non si maravigliò della confessione del priore, considerata in sè stessa, ma piuttosto della sincerità bonaria con cui era stata fatta. E volle, come suol dirsi, averne l'intiero.

—Amate?—diss'egli.—E…. siete felice?

—Non intendo la vostra domanda,—rispose il priore.

Il padre Agapito diede una crollata di spalle in segno di stizza.

—Vi domando se siete riamato;—replicò.

—Riamato? Non so.

—Come? Non sapete! È strano.

—Perchè? Non so nulla, e per una semplice ragione. Non ho chiesto nulla e non mi si è dovuto rispondere.

—Ah, questa, poi, è grossa!—esclamò il padre Ilarione.—Siete stato tre ore a confessare il monachino, e non gli avete domandato nulla?

—Vorreste dubitare della mia parola?—chiese il padreAnacleto.—Mettete che io sia stato uno sciocco, e sarete nel vero.

—Il priore ha ragione;—entrò a dire il padre Marcellino.

—Grazie!—rispose il priore, inchinandosi.

—Oh, non già per la patente di sciocco, che vi siete data da voi;—replicò il padre Marcellino;—ma per quel rispetto che merita una vostra affermazione. Voi dite che una cosa non è, e noi tutti dobbiamo credervi. Non ci avete mai dato argomento a sospettare il contrario.

—È vero! è vero!—gridarono tutti.—Anche il padre Agapito dovrà convenirne.

—Farò di più, o signori;—disse il padre Agapito, confuso.—PadreAnacleto…. conte Gualandi…. volete voi stringermi la mano?—

Il padre Anacleto gli dischiuse le braccia, fra gli applausi di tutta la comunità.

Quell'abbraccio amichevole, riscaldò il padre Agapito, al secolo MarioNovelli; l'applauso dei colleghi gli fece perdere la tramontana.Anch'egli si trovò in vena di schiettezza e di magnanimità.

—Potrei dire al priore, a tutti, a tutti voi,—cominciò egli,—che ognuno è libero di farsi avanti col serafino. Ma, ohimè, signori! Nel cuore del serafino è posto occupato. Ieri mattina, mentre io cercavo di guadagnar terreno, ho dovuto accorgermi della triste verità. Accennavo Agapito, e mi si rispondeva Anacleto; tanto che mi seccai e proposi di ritornare al convento. Priore, è una brutta cosa, la gelosia. Ma essa non farà velo alla mia coscienza. Voi siete un cavaliere, e siete anche migliore di me. Sì, lasciatemelo dire, siete migliore di me. Voi non avete parlato, e la signorina Ruzzani è partita da San Bruno. Io, invece, ho cercato di parlare…. e non sono stato ascoltato. Eccovi la mia confessione, sincera come la vostra. Restiamo in pace, signor priore?

—Restiamo;—disse il padre Anacleto.—Soltanto vi domanderò di lasciare da banda il titolo. Non voglio esser priore; voglio rimanere l'ultimo dei frati di San Bruno. Ricorderete tutti che ve l'ho detto da un pezzo.

—È un nobile atto!—gridò il padre Restituto.—Ma se accettassimo la proposta del padre Marcellino?… Se sciogliessimo la comunità?… Signori, voi tutti lo intendete, lo sentite tutti, come l'ha detto il padre Marcellino; qui c'è stato il demonio; non c'è più pace, nè felicità, dove non c'è più luce. Già, anch'io lo pensavo da tempo; abbiamo fatti i conti senza la voce di natura.

—L'undecimo comandamento!—esclamò il priore.—Anche voi?

—Che undecimo? che comandamento?

—Sicuro! Starai nel consorzio de' tuoi simili; vivrai della loro medesima vita; amerai e soffrirai con essi; perchè non ti è dato sottrarti alle legge comune. Questo è l'undecimo comandamento; mi è stato rivelato:—disse il padre Anacleto.

—Sul Sinai?—chiese il padre Ilarione.

—Sul Tabor;—disse il padre Marcellino, ridendo.—Non vedete com'è trasfigurato, il nostro priore? Infatti, egli ha veduta la verità; si è trovato a faccia faccia con lei. E adesso, signori miei, sentite. Questi conventi laici si possono istituire per chiasso, e perchè durino una stagione. Ma istituiti sul serio, perchè ci s'abbia a passare la vita, tornano uggiosi più degli antichi, dove almeno alla mortificazione della carne rispondeva la speranza di un bene immortale. Torniamo al secolo, signori; il convento di San Bruno, nostra proprietà collettiva, lo daremo alle Opere pie; il materiale scientifico alle scuole di Castelnuovo. Agli altri particolari si provvederà; intanto io vi propongo il seguente ordine del giorno: "La comunità di San Bruno è sciolta."

Un grido, un urlo di approvazione, accolse la proposta del padreMarcellino.

—È il caso di raccogliere i ferri;—disse il padre Tranquillo.

E richiuse la busta.

Il ritorno della signorina Ruzzani e del suo degnissimo zio, signor Prospero Gentili, non poteva restar celato agli abitanti di Castelnuovo. La notizia si sparse immediatamente dalla via San Michele, dove si era fermata la carrozza, a tutti i quartieri della città. I quartieri, veramente, non erano che due, cioè Castelnuovo alto e Castelnuovo basso; ma volevo dire per tutte le vie e per tutti i ritrovi della gente che suole occuparsi dei fatti del prossimo.

La mattina dopo l'arrivo, il signor Prospero fece la sua apparizione ufficiale per le vie di Castelnuovo alto, dov'era il meglio della società locale, coi palazzi più ragguardevoli, incominciando dal castello, in cui stava allogata la sottoprefettura con tutti gli uffici dipendenti, l'albergo della inevitabileCroce di Malta, la gran piazza dei Signori e il caffè dellaRosa bianca, che era il rifugio degli sfaccendati del capoluogo.

Di questi, il signor Prospero ne incontrò subito una mezza dozzina. E non gli dolse punto; che anzi! Oramai la sciocchezza era stata fatta e bisognava sostenerne le conseguenze a grinta dura. Sentite, ad esempio, questo dialoghetto ch'egli ebbe col conte Gamberini.

—Oh, signor Prospero! Ben tornato da….

—Sicuro, da…. Grazie tante! La famiglia sta bene?

—Benissimo. E la signorina Adele? Si è divertita, a…. Oh! insomma signor Prospero, si può sapere dove siete stati? A Torino, forse?

—A Torino, certamente…. A Torino e in altri siti.

—Ah! in altri siti?

—Sicuro, di qua e di là, come l'Ebreo errante. Noi si esce poco da Castelnuovo…. Io, almeno, mi allontano poco volentieri da questi quattro sassi; ma quando esco, vedete, son capace di andare in capo al mondo.

—Al polo, per esempio.

—O all'equatore; nientemeno. Ma, per questa volta, ho cansati gli estremi;—disse il signor Prospero, dando, senza volerlo, una rifiatata di contentezza.—Vi prego, Don Ettore, di presentare i miei ossequi alla contessa e alla contessina.

—Grazie, e voi ricambierete i miei alla signorina Adele. Quella cara e bella fanciulla! Si è tanto parlato di lei, in questi venti giorni!…

—Oh, lo credo, lo credo; ci amate tanto! Don Ettore, son proprio felice di avervi stretta la mano.—

E scappò via, il signor Prospero, con una leggerezza, di cui, a vederlo, così tondo com'era, non lo avreste creduto capace.

—Diavolo d'un Gentili!—esclamò il conte Gamberini, vedendoselo guizzar di mano, vispo ed allegro come un pesce, che abbia mangiata l'esca senza restare all'amo.—Non ha l'aria di canzonarmi? E dopo la bella impresa del convento dei matti! Che facce toste! Ma già, questi villani rifatti, perchè hanno i milioni, si credono lecita ogni cosa.—

Con questo ragionamento, da cui potrete argomentare che la contea dei Gamberini non valeva un milione, il signor conte si ricattò dell'aria canzonatoria del signor Prospero. Il quale, dopo tutto, non voleva canzonare nessuno, ma solamente mostrarsi tetragono agli assalti della maldicenza di Castelnuovo Bedonia.

—Se credete che mi lasci prendere in giro da voi altri!—diceva egli tra sè.—Non sono un'aquila, è vero; ma neanche uno struzzo, da mandar giù ogni cosa. Del resto, ridete pure dei fatti nostri. Abbiamo due milioni di dote, e possiamo rider noi con più gusto. Ma via, al diavolo i Gamberini, e andiamo dal sottoprefetto. Povero cavaliere! Come sarà contento di vedermi! La nostra scappata gli aveva proprio guastate le uova nel paniere. Ma ora…. Ora gli si porta una buona notizia, da rimettergli il sangue nelle vene. Notizia, veramente, no. Ma sta a lui di cavare un costrutto dal nostro ritorno. Quanto a me, gli dò il mio consensoin formis et modis. Adelina duchessa! In verità, nessuna donna porterà la corona meglio di lei. Signori, la eccellentissima duchessa di Francavilla, nepote del commendatore Gentili. Come è dolce, questo titolo di commendatore! Il cavaliere lo è meno; ha del comune, del dozzinale! Va, ecco tutto; va; e non fa fermare la gente. Signor Prospero! ehi, dico, signor Prospero, un po' di calma! Siamo arrivati.—

Il signor Prospero entrava appunto allora in castello. Giunto nell'anticamera del sottoprefetto, si fece annunziare, e potè sentire il grido di gioia, che suonò nel santuario dell'autorità politica di Castelnuovo, appena l'usciere ebbe proferito il suo nome.

—Venga qua, venga qua, signor Prospero!—disse il sottoprefetto, apparendo sulla soglia, senza dar tempo all'usciere di introdurre il visitatore.—È tornato finalmente!

—Tornato, come Lei vede.—

E interrogato dal sottoprefetto, il signor Prospero Gentili, raccontò, fin dove sapeva lui, il come e il perchè della improvvisa deliberazione di sua nepote.

—Eh! non glielo dicevo io, signor Prospero? Lasci fare a me; parlo io, a questo priore dei matti, e metto io all'ordine ogni cosa!

—Lei è un grand'uomo, signor commendatore;—rispose il signor Prospero.—Sì, me lo lasci dire, un grand'uomo. Se non era Lei, mi toccava ancora Dio sa quanto di penitenza nel deserto. Non già che la compagnia fosse cattiva; oh no! Brava gente, quei matti; e mi volevano tutti un gran bene. Conserverò buona memoria delle loro gentilezze, e regalerò alla loro biblioteca tutti i libri di casa. Tanto, io non li ho letti mai, e non comincierò adesso certamente.

—Farà benissimo;—disse il sottoprefetto, per chiudere quella digressione.—E mi dica, ora; ha già parlato pel duca?

—No, non ancora. Siamo arrivati appena iersera.

—Non perda tempo, per carità! Il momento è opportuno. Domani a sera, se crede, vengo a farle una visita. Se Lei mi strizza l'occhio, è segno che ha cominciato il fuoco.

—E Lei, allora, giù la fiancata, non è vero?

—Bravo! Ha indovinato alla prima. Commendator Prospero, vogliamo riuscire.—

Quel giorno, appena il signor Prospero se ne andò via, il sottoprefetto si pose a tavolino e scrisse al ministro degl'interni. Il tenore della lettera fu questo:

"Eccellenza,

"Non mi ero fatto vivo da qualche settimana, e il signor duca di Francavilla gliene avrà fatto conoscere le ragioni, a mia scusa. Quelle certe persone erano andate fuori, lasciandomi capire che dovevano fare alcuni apparecchi per la grande occasione. Ma a Torino cadde infermo lo zio e questo contrattempo ha fatto perdere un mese. Sono tornati finalmente ieri, ed io mi affretto ad avvisarne l'Eccellenza Vostra, bene intendendo le alte ragioni politiche e sociali che fanno rivolgere anche su questo piccolo fatto lo sguardo acuto del nuovo conte di Cavour. Mi lasci dire ciò che penso. In altri, e parlando ad altri, potrebbe parere una piaggerìa; ma il caso presente esclude il sospetto, mi sembra. Del resto, io mi fo un vanto della mia schiettezza; sebbene in altri tempi, la Dio mercè passati per sempre, questa virtù mi sia stata causa di molte delusioni.

"Ma basti di ciò, e la Eccellenza Vostra mi perdoni lo sfogo. Sono ferite che ad ogni tanto si riaprono e dànno sangue. Il nostro signor duca si è adattato a questa vita di provincia con una pazienza ammirabile, e la sua amabilità gli ha conquistato tutti i cuori."

Seguivano i complimenti e gli atti di ossequio, che per brevità si ommettono.

Per la stessa ragione vi salterò un giorno, che fu occupato dal signor Prospero a passeggiare per le vie di Castelnuovo e dalla signorina Adele Ruzzani a ricever visite. E non tutte di naturali del paese, badate! Ce ne furono, anzi, cinque o sei…. Ma lasciamo anche queste in disparte, e veniamo all'ultima, che ci deve premere assai più. Giudicatene voi.

Erano le quattro del pomeriggio. La signorina Adele Ruzzani non appariva molto contenta di sè, nè del mondo. Il mondo, si sa, è tutto ciò che abbiamo d'intorno, e si usa più spesso chiamarlo il piccolo mondo. Ma siccome anche il grande è spesso una povera cosa, lasciamo correre la frase com'è escita dalla penna. Scontenta di sè e del mondo, la signorina Adele Ruzzani prendeva un libro, per leggiucchiarne due pagine e buttarlo via; si metteva a ricamare, e si fermava ai primi punti di catenella; voleva dipingere, e le passava la voglia, prima di aver preparata la tavolozza; infine, era seccata, mortalmente seccata, e incominciava a sentire il desiderio di andarsene da Castelnuovo.

In quel punto capitò il servitore.

—Una visita, signorina.

—Chi è? Altri noiosi?

—Non so;—rispose il vecchio arnese di casa Ruzzani, trattenendo un sorriso.—Ecco il nome.—

Così dicendo, porgeva alla sua signora un biglietto di visita. Adele Ruzzani (che peccato, non poterla più chiamare il monachino, o il serafino biondo!) prese il biglietto, gli diede una rapida occhiata e mise un grido, un piccolo grido, che pareva di stupore, ma poteva essere di gioia.

Diamo un'occhiata anche noi. Sotto una corona di conte (nove perline in vista, il che significa un giro di sedici) si leggeva il nome di Valentino Gualandi del Poggio, inciso in un bel carattere italico: e più sotto, aggiunto a matita, un altro nome:Anacleto.

Il biglietto non aveva traccia di pieghe.

—Hai fatto entrare il signore?—domandò la fanciulla.

—Nel salotto, come gli altri;—rispose il servitore.

—Bene; va, ed avverti mio zio, appena sarà di ritorno, che c'è il padre…. il signor Anacleto, che desidera di vederlo.—

Il servitore uscì, e Adele Ruzzani corse allo specchio. Aveva le fiamme al viso; perciò dovette rimanere per alcuni istanti colà, aspettando che quella commozione scemasse, e cercando di comprimere con le palme i battiti del suo cuore. Sorrideva, frattanto, sorrideva d'un riso stanco e beato. La stanchezza e la beatitudine son più vicine che a tutta prima non sembri. La beatitudine non è dessa un senso di assopimento delle nostre facoltà?

Quando la signorina Ruzzani entrò nel salotto, vide il conte Gualandi ritto davanti ad una tela che posava sul cavalletto, nel vano d'una finestra. Era uno studio ben noto a lui, perchè incominciato due settimane prima nel convento di San Bruno, e rappresentava l'interno del chiostro.

Al fruscìo della veste sul pavimento, il conte Gualandi si voltò, e la signorina Adele riconobbe il bel priore di San Bruno, meno grave all'aspetto, più elegante nel portamento, ma pur sempre severo, e rispondente a quell'immagine di dignità e di forza, che non dovrebbe scompagnarsi mai dall'idea dell'uomo.

Egli, frattanto, non vedeva più il monachino, ma una bella e graziosa fanciulla. L'aria birichina dello scolaro in vacanze non c'era più, ma l'aspetto della donna che sente e che pensa, rendeva il suo volto anche più attraente che non fosse da prima.

—Come….—balbettò ella, avvicinandosi.

—Signorina…. eccomi qua;—rispose egli, dissimulando con un profondo inchino la sua profonda commozione.

Seguì una scena muta di forse un minuto; il solito minuto che parve un secolo.

—Dunque,—ripigliò, la signorina Adele,—voi siete stato così gentile da ricordarvi della vostra promessa?

—Appena ho potuto; quarantott'ore dopo;—disse il conteGualandi.—Eccomi qui senza impiego, signorina. Sono spriorato.

—Veramente?

—Verissimamente, e il convento di San Bruno soppresso.

—Povero convento! Ci si stava così bene!

—Lo rimpiangete, signorina?

—Certo; non siamo debitori di qualche gratitudine ai luoghi in cui abbiamo passato ore felici?

—Grazie!—mormorò il conte Gualandi.

—Pel convento?—chiese argutamente la signorina Adele, che ripigliava padronanza di sè.

—Pel convento e per me;—rispose il conte.—Non ne ero forse il priore? e non lo rappresentavo al cospetto del mondo? Povera comunità di San Bruno!—continuò egli, mentre si sedeva sulla poltrona che gli era accennata dalla signorina Adele, accanto al sofà su cui essa stava adagiata.—Noi l'abbiamo disciolta ier l'altro.

—Subito dopo la nostra partenza; ho bene udito,—osservò la fanciulla.

—Ah, lo sapevate? Ma allora le notizie di monte Acuto giungono a Castelnuovo con la rapidità del fulmine? E non c'è un filo telegrafico, ch'io sappia.

—Che dite mai, signor conte? Ci hanno avuto tempo ad arrivare coi pedoni. Sono i vostri frati che mi hanno dato l'annunzio, tra ieri e quest'oggi.

—Davvero? I miei frati?

—Ma sì; ieri il signor Mario Novelli, e il signor Pellegrino della Rosa; cioè a dire padre Agapito e padre Ilarione. Stamane, poi, il signor Ariodante Soresi e il signor Nello Altoviti; che sono, se non mi confondo fra tanti nomi, i padri Restituto e Bonaventura. Adesso, m'aspettavo anche il padre Anselmo, il padre Tranquillo, e quei pochi altri che hanno mostrato di non vedermi di mal occhio;—disse la signorina Adele, chinando modestamente lo sguardo.

—A questi patti li vedrete capitare tutti quattordici;—rispose il conte Gualandi.—Ma vedete che fretta! E sono certamente venuti ad ossequiarvi prima di partire dal circondario;—soggiunse, mirando evidentemente a scoprir terreno.—Il signor Novelli, a capo di lista, per rammentarvi la sua ghirlanda di fiammole….

—Già;—interruppe la signorina Adele;—proprio così.—

Il conte Gualandi stava per replicare qualche cosa; ma ne fu impedito dall'arrivo del signor Prospero. Vi lascio immaginare la festa ch'egli fece al priore spriorato di San Bruno, quantunque, a dir vero, gli tornasse piacevole lì per lì come il fumo negli occhi.

—Anche lui!—aveva borbottato il signor Prospero, udendo in anticamera che era giunto il conte Gualandi.—Che il convento dei matti voglia scaricarsi tutto in casa nostra? E noi che eravamo riesciti a svignarcela! E la mia cara nepote che aveva mostrato tanta soddisfazione di venir via!—

Questo il monologo; frattanto bisognava dire delle gentilezze; masticar l'amaro e dar fuori il dolce. Povero signor Prospero!

—Vi fermate oggi da noi, non è vero?—disse la signorina Adele, parlando volentieri in nome dello zio, poichè questi era presente.—Dove siete alloggiato?

—AllaCroce di Malta;—rispose il conte.—E capisco adesso perchè l'albergatore fosse impacciato a darmi una camera degna di me, come si compiacque di dire. I miei bravi compagni debbono essere tutti allaCroce di Malta.

—Già,—entrò a dire il signor Prospero,—chi tardi arriva male alloggia.

—Eh, non vorrei proprio che fosse così, come dice il proverbio;—replicò il conte Gualandi, con accento più malinconico che non portasse quel piccolo guaio d'albergo.

—Vorremmo offrirvi ospitalità in casa nostra;—ripigliò la signorina Adele, fingendo di non aver intesa l'allusione.—Ma veramente, un giovanotto come voi…. Va bene che noi siamo stati ospiti vostri lassù; ma le anime caritatevoli di Castelnuovo non hanno a sapere questi obblighi che abbiamo contratti con voi;—soggiunse ella con una grazia adorabile.—Però ci restate a pranzo. È detta: non vogliamo osservazioni.

—Serafino!—mormorò il priore spriorato.

Il serafino lo guardò con aria tra ridente e scorrucciata, mettendosi un dito sulle labbra. Che ditino, lettori! Il priore fece involontariamente l'atto di mordere.

Per far l'ora di pranzo, i padroni di casa condussero il loro ospite a visitare il giardino. Il palazzo Ruzzani era uno dei primi nella via San Michele, ai piedi della città alta; perciò aveva molto spazio libero alle spalle, giardino, stufa, uccelliera, ed anche uno scampoletto di bosco.

Due ore passarono via come il vento. Il padre Anacleto pensò che egli aveva dimenticato qualche cosa, nel giudicare così severamente la vita, come aveva fatto da prima, e che tutto non era afflizione, o noia, nel mondo.

Lo zio Prospero si era allontanato per qualche faccenda domestica.Adele Ruzzani e il conte Gualandi erano tornati nel salotto.

—Signorina,—disse il conte, cercando di riattaccare il discorso interrotto,—si potrebbe sapere….

—Che cosa?—disse Adele, ridendo.

—Che cosa volessero da voi tutti quei frati…. sfratati?

—Come? Non lo indovinate?

—Io no; se voi non mi aiutate….

—Aiutiamolo, dunque. Venivano l'un dopo l'altro a chiedere…. Ma no, questo non debbo dirvelo io. Dovete immaginarvelo; ed io sono un po' troppo buona a credere che voi non lo abbiate indovinato a tutta prima.

—No, vi assicuro, non lo avevo indovinato;—rispose il conte Gualandi, sconcertato da quel mezzo rimprovero.—Potevo benissimo argomentare il movente della loro calata a Castelnuovo. Se n'è parlato troppo, lassù. Ma non avrei potuto immaginare che ardissero venire a chiedere, per esempio, la vostra mano, così soli, senza la compagnia di un parente, d'un personaggio grave e ragguardevole, come vorrebbero le buone consuetudini.

—Eh, capisco, le consuetudini vorrebbero molte cose;—replicò la signorina Adele, con aria tra il serio e il faceto.—Ma forse i vostri amici hanno pensato che quelle consuetudini le aveva dimenticate per primo un certo novizio, arrisicandosi di metter piede a San Bruno.

—Perciò li avete scusati?—domandò ansiosamente il conte Gualandi.

—Proprio così; dopo aver dato quel cattivo esempio, non potevo fare diverso.—

E rideva, la birichina, dando quella notizia al povero conte. Ma a lui la notizia aveva dato un coraggio da leone. Si levò in piedi, il conte Gualandi, si tirò indietro due passi, e, facendo un amabile scorcio di vita, così parlò con cerimonioso sussiego:

—Signorina, potevo venire ieri a Castelnuovo, e mi era parso troppo presto. Dovevo venire domani, e mi pareva troppo tardi per il mio desiderio. Sappiate che appunto ier l'altro a sera avevo mandato un telegramma a Ferrara, al mio vecchio cugino, marchese Gherardo Melli, chiamandolo d'urgenza a Castelnuovo. Egli doveva esser qua domattina, ed io lo avrei pregato di chiedere la vostra mano per me. Ma poichè gli altri mettono le consuetudini da banda, e voi li scusate, spero che scuserete oggi anche me. Signorina Adele, questa mano divina….—e gli tremava la voce, parlando così, mentre cercava con atto divoto di prendere la mano della fanciulla—questa mano divina ho l'onore di chiederla io in persona.

—La mano divina si ritira…. in camera di consiglio;—rispose la signorina Adele, con un sorriso malizioso che ricordava il monachino biondo;—essa darà risposta domani al marchese Gherardo Melli, che sarà il benvenuto.—

Il padre Anacleto…. Maledetta piega dell'abitudine! mi vien sempre questo nome alle labbra. Diciamo dunque che il conte Gualandi del Poggio ebbe quel giorno una pregustazione delle beatitudini eterne.

Ciò mi dispensa dal parlarvi del pranzo, cosa tutta materiale e non degna di figurare accanto a così eterei godimenti. Del resto, se dovessi raccontarvi minutamente ogni cosa, ci avrei materia per un altro volume. E badiamo, le cose lunghe diventan serpi.

Vi racconterò invece che quella sera, mentre il signor Prospero leggiucchiava il giornale, e i nostri giovani parlavano di cose da nulla, mettendoci il senso arcano e profondo che si può mettere anche in cose da nulla, capitò il sottoprefetto di Castelnuovo; visita aspettata ma niente affatto gradita. Il signor Prospero, che rammentava gli accordi, non sapeva che pesci pigliare, e dentro di sè mandava al diavolo il conte Gualandi, il sottoprefetto, il duca di Francavilla, il ministro degli interni, le commende e i commendatori, i capricci delle nepoti, le proprie vanità e chi gliele aveva ispirate.

—Signorina,—disse il galante sottoprefetto, dopo le cerimonie d'uso,—non potevamo più vivere senza di Lei. La sua presenza è necessaria a Castelnuovo. Eravamo già per protestare contro Torino, che ce l'aveva rapita.

—Oh, non sono stata così lontano;—rispose la signorina Adele.

—Davvero? O dove allora?

—Signor cavaliere, dovrebbe indovinarlo. Non è del suo ufficio sapere ogni cosa?

—Certamente…. certamente! So tutto io;—rispose il sottoprefetto, sentendo la frecciata e volendo far l'uomo di spirito,—ma, qui, proprio, non so che cosa le piaccia che io sappia.

—Molto gentile!—replicò la signorina Adele.—Ma lei ha facoltà di sapere ogni cosa. Mi scusi intanto se io, confusa dalle sue cortesie, non ho fatto prima una presentazione. Veramente, toccherebbe a mio zio; ma Lei, che è tanto buono con me, non faccia attenzione a queste piccolezze. Signor cavaliere—soggiunse, additando con un sobrio gesto il suo giovane vicino,—ho l'onore di presentarle il conte Valentino Gualandi del Poggio, ferrarese, mio fidanzato.—

Scena muta e inarcamento di ciglia! Il conte Gualandi, primo, credette di vedere il cielo che si apriva, per rovesciargli addosso un nembo di fiori e di profumi; il signor Prospero ricordò il polo artico e l'equatore, che gli parvero una cosa da nulla al confronto di quella volata improvvisa; il cavaliere sottoprefetto vide a dirittura un abisso, in cui si sprofondava la sua commenda e la sua prefettura.

—Mi congratulo….—balbettò egli, obbedendo alla necessità del discorso.—Avevo già avuto il piacere di trattenermi con Lei, in altre circostanze, che veramente non mi lasciavano sperare…. Il signor conte è un uomo felice.

—Grazie!—esclamò il conte Gualandi, stringendo la mano del sottoprefetto.—Ella mi legge nel cuore.—

E guardò la signorina Adele, come per rivolgere a lei, in forma di ringraziamento, le parole dette al sottoprefetto. La bella birichina abbassò gli occhi e si morse le labbra, perchè aveva una gran voglia di ridere.

Prima di andarsene, il sottoprefetto trovò il modo di tirare in un angolo il signor Prospero, che tentava sempre di sfuggirgli, mettendosi al riparo dei giovani.

—Mi spiegherà poi, signor Prospero….—gli disse, fissandolo negli occhi, come se volesse conficcarlo nel muro.

—Che vuol che le spieghi?—ribattè quell'altro, annaspando.—Con la mia nepote non si sa mai quanti se n'ha in tasca. Questa, per esempio, è una tegola che cade sulla testa a me come a Lei.

—Ma lei, per tutti i diavoli….—

E stava per dire dell'altro, il nostro sottoprefetto, perchè veramente non ci vedeva più lume. Ma una voce argentina lo richiamò in carreggiata.

—Cavaliere, venga qua;—diceva la signorina Adele.—Venga a dare il suo giudizio su questo bozzetto.

—Oh, bello!—si degnò di esclamare il sottoprefetto, dopo aver dato una guardatina alla tela che stava sul cavalletto, nel vano della finestra.—Che cos'è?

—Il chiostro del convento dei matti;—rispose sorridendo il conteValentino.

—Una particolarità del nostro circondario?—soggiunse il sottoprefetto, ridendo anche lui, ma a denti stretti.

—Ahimè! Una particolarità andata a male;—replicò il conte Valentino.

—Andata a male! E perchè?

—Perchè la comunità di San Bruno è sciolta.

—La ragione?

—Eh, dovrebbe immaginarsela. Una donna, penetrata là dentro, ha mandato in aria ogni cosa, incominciando dai cuori. Non le pare un bel colpo, signor cavaliere? Lei, del resto, deve esserne contento.

—Io? E come?

—Ma sì, non era forse contrario alla nostra istituzione? Il nostro convento laico era un cattivo esempio, un tradimento fatto alla società. Son sue parole; non le rammenta?

—Sì, sì, le rammento; ed anche le sue risposte…. che le parevano di trionfo, l'altro dì.—

Il conte Valentino chinò la testa in atto di contrizione.

—Mi parevano;—rispose.—E in questo verbo è detta ogni cosa. Ma infine, io e lei si disputava di principii, si rimaneva nelle alte regioni filosofiche. Una donna animosa e gentile è venuta lassù con ben altri argomenti. Si è presentata, ed ha vinto senza combattere.

—Le faccio i miei complimenti;—disse il sottoprefetto, volgendosi alla signorina Ruzzani.—Ed anche i ringraziamenti della società vendicata.—

La masticava male, il povero cavaliere. Ma ci voleva pazienza. Con la pazienza, lo ha detto Orazio Flacco, s'impara a sopportare ciò che non è dato mutare. Il guaio grosso era questo, che bisognava rimbrodolarla con due persone ad un tempo; una meno importante, ma più vicina, che era il duca di Francavilla, pasciuto fino allora di chiacchiere; l'altra più lontana, ma collocata sul vertice dell'ordine gerarchico, e dalla quale il signor cavaliere sottoprefetto s'aspettava promozione o commenda. Ahimè! commenda e promozione si allontanavano ad occhi veggenti da lui.

Da uomo savio, che sa aspettare una buona ispirazione, il sottoprefetto di Castelnuovo rimandò al giorno seguente il discorso col duca di Francavilla; ma quel medesimo giorno scrisse al ministro, accettando l'idea che gli aveva ispirata in buon punto il fortunato priore di San Bruno.Salutem ex inimicis nostris, lo dice il testo latino.

Se il nostro ottimo cavaliere si apponesse, prendendo l'ispirazione dal nemico, giudicate voi, o lettori, da ciò ch'egli scrisse al ministro:

"Eccellenza,

"Il sogno più lieto della mia vita s'è dileguato; come tutti i sogni, pur troppo. E di ciò non mi dorrebbe molto, se non andasse anche in dileguo la cara speranza che io avevo concepita di aiutare secondo le mie umili forze un alto disegno della Eccellenza Vostra. Tutte le fila erano bene disposte pel matrimonio del duca; ma il destino le ha scompigliate ad un tratto, con uno di quei colpi impreveduti e imprevedibili, che entrano per tanta parte nelle umane combinazioni. Forse, considerando la cosa dal lato più ristretto, potremmo dire: meglio così! Ma questo potrà pensarlo il duca, a cui non mancheranno occasioni di illustri parentadi, e che ha tanti titoli a meritare la felicità della vita domestica, come ad ottenere i trionfi della vita pubblica. Io, frattanto, nella mala riuscita del nostro disegno, posso rallegrarmi di avere salvata la sua dignità. Il suo nome non è stato compromesso; questo è l'essenziale. Il degno gentiluomo è qui ben veduto, cercato, accarezzato da tutti. La società più ragguardevole di Castelnuovo sarebbe superba di imparentarsi con lui. Se la Eccellenza Vostra crede che io debba proseguire, mutando indirizzo, si potrebbe combinare con la famiglia Gamberini. C'è una figlia unica, degna di figurare alla capitale. Meno ricchezza di casa Ruzzani, è vero; ma quattordici generazioni di nobiltà. Sono conti da trecento e più anni. Un Gamberino fu tra i più reputati capitani di Braccio da Montone, e poscia di Francesco Sforza, come la Eccellenza Vostra potrà riscontrare nelle genealogie del Litta. I Gamberini hanno dato due cardinali alla Chiesa e un famoso colonnello all'Austria, nella guerra contro i Turchi, sotto gli ordini di quel fulmine di guerra che fu il maresciallo Laudon. Capisco che non sarà più l'alto concetto di Vostra Eccellenza; ma che farci? Io ci ho spesa tutta la mia buona volontà; se non ne sono venuto a capo, non è colpa mia. L'illustre uomo di Stato a cui ho l'onore di scrivere, mi conosce, sa il poco che valgo, e mi renderà piena giustizia.

"Sono stato assai più fortunato in un'altra faccenda, che non era tra le meno gravi di questo circondario, e che poteva riuscire di gran nocumento alla società civile, ove si fosse propagato l'esempio, come era a temersi. Un convento laico si era fondato da qualche anno a due ore di distanza da Castelnuovo, nell'antico monastero di San Bruno. Erano già sedici frati; tutti uomini di buon nome e di ragguardevole stato, che si erano dati pazzamente ad una vita claustrale di loro invenzione, sottraendo altrettante forze vive alla patria, e minacciando col loro esempio di sottrarne molte altre. Vostra Eccellenza non ignora come siano contagiose certe malattie morali, assai più delle fisiche. Persuaso di questa verità e compreso della grande malleveria che pesava su me, cercavo da oltre un anno di portar rimedio a questo gravissimo sconcio. Nella legge, non trovavo armi; nella filosofia non trovavo argomenti. Ho avuto ricorso alle astuzie, fin dove la lealtà della buona guerra consentiva; ho fatto operare in quella ostinata comunità di misantropi le forze irresistibili della natura. E il convento laico di San Bruno si è disciolto ier l'altro, senza che la dignità del governo ne scapitasse punto. Porgendo ascolto ai miei suggerimenti, i nuovi conventuali, nell'atto di sciogliersi, hanno deliberato di regalare il convento alle Opere pie di Castelnuovo; e appunto un'ora fa, parecchi di loro, venuti per ossequiare in me il rappresentante del governo, me ne hanno recato il gratissimo annunzio.

"Con ciò mi lusingo di avere interpretato un desiderio della Eccellenza Vostra, che io studio con riverente cura in tutti i suoi atti, improntati di quell'alto senno e di quella sottile preveggenza che mira alle cose lontane come alle cose presenti, per ottenere all'Italia il posto nobilissimo che le si addice al banchetto delle nazioni."

Perfino il banchetto delle nazioni! Il signor cavaliere aveva studiato sui buoni autori della giornata, e i ferri della rettorica gli erano assai familiari. Ma ohimè! questa volta la rettorica non doveva servirgli molto. Scritta la lettera confidenziale al ministro, ne aveva mandata un'altra al prefetto della provincia, suo capo immediato, magnificando l'impresa dello scioglimento che sapete e domandando abbastanza chiaramente una corona civica. Intendete la commenda, che è una corona da mettersi al collo. Ma Sua Eccellenza il ministro degli interni non reputò che, con lo scioglimento della comunità di San Bruno, il sottoprefetto di Castelnuovo Bedonia avesse salvata abbastanza la società, e gli decretò solamente una croce di cavaliere. Aveva già quella della Corona d'Italia; gli mandavano quella dei Santi Maurizio e Lazzaro.

Quella onorificenza che non lo alzava d'un grado nell'ordine equestre, gli venne un mese dopo le lettere su cui vi ho forse intrattenuti più a lungo del bisogno. E il signor Prospero, che non era neanche al primo scalino, ma che doveva essere almeno cavalier d'onore alle nozze della sua bella nepote, trovò il tempo per andarsi a rallegrare con lui.

—Hanno avuto torto a non mandarle la commenda;—gli disse.—Ma noi avremo se non altro la soddisfazione di chiamarlo…. biscavaliere.—

Convenite, lettori umanissimi, che la celia, quantunque detta senza cattiva intenzione, era di pessimo gusto. Il cavaliere Tiraquelli andò a dirittura fuori dei gangheri.

—Sa Lei, signor Prospero, che cosa debbo dirle?—gridò.—Vada…. vada…. dove le sarà facile di capire che io possa mandarla.—

Il signor Prospero, che era lontano mille miglia dall'idea di averlo toccato sul vivo, spalancò tanto d'occhi a quella improvvisa sfuriata.

—O che? La piglia per male? Una croce di più non è poi una bastonata da dolersene tanto.

—-La piglio come va presa. E di croci ne ho già avute abbastanza; specie, se penso a quella che m'ha dato Lei.

—Io?

—Sì. Lei. Non è forse per Lei che tutti questi malanni sono avvenuti? Il povero duca di Francavilla è partito da Castelnuovo su tutte le furie. E dire che potevano imparentarsi con la prima nobiltà d'Italia! Un Francavilla!… Altro che Gualandi del Poggio! Un Francavilla avrebbe fatto onore ai loro milioni, accettandoli.

—Grazie della sua degnazione!—disse il signor Prospero, chinando la testa.—Ma infine, signor cavaliere, se la mia nepote non ha voluto saperne, che ci posso far io?

—Già, questa è la sua scusa. Come se Lei non ci avesse la colpa maggiore, nella sua mancanza di autorità! E voleva esser fatto commendatore?

—Adagio, signor cavaliere, adagio! Non ero io che volevo; era Lei che mi aveva fatto il solletico,—replicò il signor Prospero, con molta dignità.—Io non ho domandato nulla, e, se ci penso, mi pare che non avrei avuto il diritto di domandar nulla al governo. Sa Lei, signor cavaliere? Qualche volta ci penso e me lo dico da me:—Amico Prospero, chi sei tu, di grazia, e che cosa hai fatto, per diventare ambizioso? Non sei già tra i felici della terra? Arrivato ai cinquantacinque, senza acciacchi, senza bisogni, senza moglie, e senza associazioni in corso, che cosa desideri di più, che cos'altro chiedi alla fortuna? Essere tra i felici non val meglio che essere annoverato tra i potenti? Vai, stai, ti muovi e ti fermi a tua posta; i denari che spendi sono tuoi; nè di denari spesi, nè di capricci soddisfatti, devi render conto a nessuno. No, Prospero, amico mio, tu non hai diritto a lagnarti della sorte, e molto meno di aspettarti onorificenze, pel solo fatto che Iddio t'ha posto in condizione di vivere senza difficoltà in questa valle di lagrime. Aspettare dal governo! Che cosa? Ah sì, una cosa puoi e devi aspettare da lui; che esso conservi al tuo paese una stazione di dieci carabinieri; cinque a piedi e cinque a cavallo. Ci fanno buona figura, i carabinieri a cavallo! Ecco un ordine cavalleresco che vale qualche cosa, e il governo farà bene ad esserne prodigo co' suoi amministrati. Tutto il resto è apparenza, oro falso, princisbecco. Scusi, sa, signor cavaliere; parlo come uno che non lo è. Ma le giuro che, se lo fossi, parlerei sempre egualmente.

—Bravo!—esclamò il sottoprefetto, accompagnando la parola con un riso sardonico.—Lei è un felice borghese. Ma io sono un ufficiale del governo, uno di quei poveri soldati del dovere, che vegliano alla sicurezza e alla tranquillità di lor signori gaudenti. Ho bisogno di autorità, io, di favore in alto e di prestigio in basso. E tutto ciò che è avvenuto scuote la mia autorità, scema il favore, offusca il prestigio. Potessi almeno levarmi di qui! Ma questo è più lontano che mai. Ne avrò per un altro paio d'anni, di questa sottoprefettura, se Iddio e il Parlamento non abbattono il Ministero.

—Preghiamo Dio e il Parlamento che ci facciano la grazia!—rispose il signor Prospero Gentili.—Vuole che faccia fare un triduo, secondo la sua intenzione?—

Non vi riferisco il rimanente di quella malinconica conversazione, poichè la mia storia non ne ha punto bisogno. Del resto, la mia storia è finita. Qualche settimana dopo, si celebrarono le nozze Gualandi Ruzzani, e gli sposi, felici che Dio vel dica, si disponevano ad un lungo viaggio, a mezza via tra l'equatore e il polo artico. Prima di andarsene da Castelnuovo Bedonia, vollero fare una gita. Indovinate dove? Al convento di San Bruno.

Era una bellissima giornata di settembre. Se fossimo in principio di volume, ve la descriverei. Siamo all'ultima pagina, e ciò vi salva da uno squarcio di prosa.

Il convento era deserto, ma per i nostri due protagonisti lo popolavano abbastanza i ricordi scambievoli. Del resto, c'erano essi, e per allora non si richiedevano comparse, a ravvivare la scena. I pochi parenti ed amici, che avevano accompagnata la coppia felice, erano fin troppi per l'uso.

—Cari luoghi!—mormorò lo sposo all'orecchio di lei, mentre si traversava il giardino.—In questo crocicchio, quando tu sei partito, bel serafino biondo, siamo venuti alle grosse.

—Un duello!—esclamò ella, stringendosi al fianco di Valentino.

—Quasi,—rispose il conte, stringendo a sua volta il braccio tremante del serafino biondo.

Questi, o questa, perchè gli è tutt'uno, fece l'atto di accostarsi a lui, per scoccargli un bacio; ma si trattenne a mezz'aria. Era presente un terzo incomodo, un amico, un compagno d'altri giorni, che il conte Gualandi aveva voluto testimone alla cerimonia nuziale. Mettete che fosse il narratore di questa povera storia, e non andrete lungi dal vero.

Il povero testimone, mentre gli sposi correvano di qua e di là per tutti i recessi del convento, evocandone ad una ad una le dolci memorie, era andato a sedersi sotto il colonnato del chiostro, ed era rimasto assorto in una meditazione profonda.

—Che peccato!—esclamò egli ad un tratto, senza por mente che pensava ad alta voce.—Dopo tutto, ci starei ben io, in questo bel luogo solitario, a far la vita che egli non ha avuto costanza di proseguire. E giuro a Dio che nessun monachino biondo….

—Non giurate!—interruppe una bella voce argentina.—O presto o tardi, c'è sempre il rischio di pentirsene.—

Sono stati corretti i seguenti refusi:

e sarei per dire di [piccolo] Parigi. alla mano, un principe democratico, un [feliciscissimo] i nembi di primavera; bensì i dolori [del] trenta, rimaner tale agli [occchi] della gente. [abbiamo] lavorato. Del resto, i rimedi son molti, cinquantina di scheletri, che, tenuti [riti] con acconcie poveri ufficiali preposti alla [ammistrazione] forse, avrà i suoi piccoli [dispiacerl]; vorrà anche tenebre anticipate, mentre tutto [riplende] intorno bisogna chiamarvi, [perche] questo incognito non più in là, verso [le] spigolo. —Grazie!—disse il padre Anacleto.—[Aspetttiamoli] come gli altri. Che il priore fosse [innamoraio] —Restiamo;—disse il padre [Anacheto].—Soltanto caso presente esclude il [sospetio], mi sembra.

End of Project Gutenberg's L'undecimo comandamento, by Anton Giulio Barrili


Back to IndexNext