CAPITOLO XV.Stato civile.—Professionisti.—Ozio.

CAPITOLO XV.Stato civile.—Professionisti.—Ozio.

Stato civile.—Sapendo che la cifra maggiore dei delinquenti oscilla tra i 15 ed i 25 anni, e che nelle donne la maggior quota è fornita dalle prostitute e dalle minorenni, resta ovvio il presumere che i celibi offrano una cifra massima al delitto in confronto dei coniugati.

Difatti, facendo le debite deduzioni dei celibi impuberi, troviamo:

in Italia (1869)

In Austria la popolazione criminale celibe eccede la onesta, come 50 su 37, e la coniugata è inferiore a quella della popolazione come 45 a 52; i vedovi condannati starebbero agli onesti come 4 a 9 (Messedaglia, op. cit.).

Una distribuzione, per analoghe ragioni, assai somigliante, si noterebbe negli alienati; solo i celibi vi sarebbero in minor numero. Così il Verga avrebbe rilevato:

Girard ne trovava, dal 1841-57:

e quanto al sesso, Lunier, dal 1856-62:

I pazzi celibi spesseggiano assai più dei rei celibi, perchè essi entrano in età assai più tarda nei manicomi che non i secondi nelle case di pena.

Si noti che tanto nella via del crimine come della pazzia, in confronto ai vedovi le vedove hanno sempre una grande prevalenza, la quale in Austria però viene spiegata dal Messedaglia, e in Italia dal Lolli (op. cit.), per la maggior proporzione delle vedove nella popolazione.

Si è notato in Austria, Italia e Francia[157], che i coniugati e vedovi senza figli peccano più di quelli che hanno figli; per gli alienati, invece accadrebbe l'opposto, giusta Guislain e Castiglioni; ilche, secondo Verga, spiegherebbesi per le gravi preoccupazioni e dolori che destano le cure della grossa figliuolanza (Verga,Se il matrimonio, ecc. Milano, 1870).

Professioni.—L'influenza delle professioni è alquanto difficile a cogliersi, per la disparità che si trova nella distribuzione e nella nomenclatura di alcune che possono offrire una giusta ragione di raggruppamento all'economista, quando non ne hanno alcuna davanti all'antropologo, come quando, per esempio si sommano gli osti insieme cogli altri commercianti, i militari cogli agricoltori, gli artisti metallurgici coi falegnami, o le professioni liberali colle arti belle. Impossibile poi riesce il confronto quando nelle statistiche delle leve o del censimento si trovano distribuiti gli uni in un modo, e gli altri in un altro.

Secondo le indagini del Curcio (o. c.) per es., le proporzioni dei delinquenti, per professione, da noi sarebbero le seguenti:

Dalle quali cifre, se risulta ben chiara la maggiore immunità dei contadini, e la più facile criminalità degli operai di città e delle professioni liberali, esclusane l'ecclesiastica, non ispicca però così come gioverebbe all'antropologo, l'influenza dei singoli mestieri.

Per riuscirvi, almeno in parte, ho cercato come meglio potei di ravvicinare i dati della statistica carceraria d'Italia, 1871 e 1872, a quella dei mestieri esercitati da 185,491 coscritti, di anni 20, fornitici dal generale Torre, in quel suo preziosoRendiconto sulle leve del 1870-71.

Dai risultati di tale comparazione, che riassumo in questa tabella:

parrebbe che i calzolai, gli osti o cuochi, ed i servitori diano il massimo di delinquenti in confronto alla popolazione; quasi il quadruplo ed il sestuplo, e peggio se recidivi; pressochè il doppio i muratori; verrebbero poi i lavoranti in metallo, i quali darebbero cifre maggiori degli operai in legno. Questi, i barcaiuoli e gli agricoltori darebbero le cifre minime, come pure le professioni liberali, le quali, però, siccome a 20 anni difficilmente sono comprese nella statistica, non possono giustamente compararsi, e dagli studi del Curcio vedemmo, anzi essere fra le più feconde in delitti (v. s.).

Marro (o. c., p. 350) ne trovò il minimo, a Torino, 1 su 500, fra i cacciatori, ombrellai, preti, studenti, maestri, pescatori.

Un piccolo numero, 4, fra i litografi, marmorini, carrozzieri, giardinieri, muratori, conciatori (3 omicidi).

Un numero maggiore, 7, nei sensali, scrittori, tessitori: nei parrucchieri (quasi tutti rei di libidine).

ambedue perchè ricevono paga giorno per giorno e non han bisogno di lungo tirocinio.

Le professioni che s'esercitano in città, che più espongono all'alcoolismo (cuochi, calzolai, osti), che mettono il povero a troppo continuo contatto coi ricchi (camerieri e servitori), o che facilitano i mezzi pei malefici (muratori, ferrai), dànno una quota notevole alla delinquenza, e più alle recidive (cuochi e calzolai, 6-20), il che è illustrato dalla filologia poichècoquinviene dacoquuse poicoquinus.

Le professioni che espongono a minori contatti, come i barcaiuoli ed i contadini, dànno le quote minime della delinquenza, e le minime dei recidivi (barcaiuoli).

Dopo i professionisti i più inclini ai reati di libidine su bambini furono in Francia i calzolai, al che deve contribuire, oltre l'alcoolismo, l'atteggiamento della persona che eccita gli organi genitali, e infatti i calzolai dànno anche unmaximumdi venerei (Descuret, o. c.).

Queste proporzioni trovano un riscontro in quasi tutti gli altri paesi.

In Austria su 1 milione di abitanti furono condannati per reato di sangue secondo le professioni[158]:

Il coefficiente minimo di delinquenza, fatta astrazione delle persone senza professione, trattandosi di donne e bambini, è dato dai possidenti e dalle professioni liberali.

Considerando in essi i delitti di sangue, secondo che premeditati o non, le varie professioni sono distribuite in guisa, che su 1 milione d'abitanti si trova:

In Francia i gruppi professionali nelle statistiche criminali sono disposti diversamente dagli austriaci, e sono anche meno dettagliati. Nel gruppo delle professioni liberali sono compresi l'esercito, i capitalisti erentiers(classe numerosissima in Francia); la categoria degli industriali non è notata; possidenti agricoli ed operai agricoli formano una categoria sola.

Su 1 milione d'abitanti furono per ogni gruppo condannati per reati di sangue alle Assisie negli anni 1876-80:

In tutti gli altri gruppi meno quello senza professione v'ha piena analogia colle statistiche austriache quanto alle persone di servizio, delle classi agricole, industriali e professioni liberali; onde si argomenta che le condizioni sociali analoghe nei diversi paesi producono analoghi risultati.

Secondo Ivernes (Joly,France criminelle) nel 1882 su 100 individui maschi accusati in genere in Francia:

In cui è spiccato il fatto della differenza enorme degli agrari in confronto agli urbani, certo perchè questi hanno un ambiente assai più fatale (v. s.).

In Francia gli agricoltori che costituiscono il 53% della popolazione, dànno il 32% della criminalità[159]. Ed è bello il notare a questo proposito, che mentre i servitori della campagna vi dànno appena il 4 al 5%, malgrado siano esposti alle maggiori miserie, quelli di città salgono al 7%, certo grazie ai troppi contatti colle ricchezze e cogli uomini; fornendo cogli albergatori1⁄3degli infanticidi,1⁄6dei furti,1⁄9degli avvelenamenti; forse anche vi contribuisce la perdita d'ogni senso di dignità personale che induce lo stato di dipendenza, essendosi notato, p. es., negli schiavi d'America una scostumatezza ben maggiore che non dimostrassero nella vita selvaggia, ma libera. Insisto su ciò, perchè nei domestici è scarso l'alcoolismo, e quindi mancherebbe in essi uno dei fattori precipui della criminalità.

Il Fayet avrebbe però notato come la cifra massima dei parricidi, 108 su 164 del totale, si raccoglie fra i contadini.

Egli avrebbe trovato una cifra notevole di attentati al pudore neimuratori e pittori; di stupri nei vetturali, come di infanticidio nella classe dei cappellai e lavandai (pel predominio delle femmine).

Nei commercianti abbondano i delitti contro la proprietà.

Ma dove più quest'ultimi spesseggiano è nelle classi liberali, e, quel che è peggio, sonvi in continuo aumento, specialmente nei notai ed avvocati, meno nei proprietari.

Nel 1833-39 in Francia rapportando a 100 la criminalità dei maschi di più di 26 anni contro la proprietà,

Joly giustamente nota che la conoscenza della legge, i privilegi, l'istruzione, il benessere dovrebbero assicurare ai professionisti il minimo di criminalità, ma viceversa essi sono corrotti dal successo o da un lavoro parassitario, atto meno a stimolar la professione che a sfruttarla ed egli osserva che i notai:

il che mostra una progressione continua nel delitto.

E notai e uscieri darebbero un numero superiore a tutte le proporzioni della stessa età e sesso;1⁄10degli assassini,1⁄7degli omicidi,1⁄16parricidii,1⁄8stupri violenti su fanciulle minori di 15 anni,1⁄13dei delitti contro le persone,1⁄16dei parricidi,1⁄18del totale degli altri delitti sarebbe commesso da gente ricca o di professione civile il cui totale puro non passa il1⁄18della popolazione totale (Fayet,Journ. des écon., 1847); il che prova meglio la dannosa influenza dell'istruzione e prova, anche, quanto poco serva l'intimidazione contro le tentazioni del delinquente; poiché gli avvocati e gli uscieri hanno più degli altri presenti le punizioni, che ai rei infligge la legge (Fayet, op. c.).

In Prussia le professioni liberali dànno il 2,2% della popolazione, e il 4,0% delle criminali. I servi che formano il 3% della popolazione, entrano pel 12 su cento nella criminalità (Oettingen, pag. 730).

I dati che riguardano la Russia si riferiscono a 9229 persone condannate per reato di sangue, delle quali è rimasta ignota la professione per 225 persone, e riflettono il periodo 1875-79.

Su 100 condannati di varie professioni in:

Mentre dunque in Austria in tre anni furono condannate per reati di sangue solo 4 persone di professioni liberali, in Russia, nel periodo di 5 anni, furono condannati pei medesimi delitti 165 persone, delle quali 88 impiegati governativi, 59 della classe ecclesiastica, avvocati, medici e tecnici, 19 letterati, studenti e pittori. La spiegazione di questa prevalenza di delitti di sangue fra le professioni liberali in Russia in paragone con altri paesi europei si trova nelle persecuzioni politiche, nei fanatismi settari che or le provocano or loro tengono dietro.

Venendo alle donne ree, fra noi: quelle addette alla domesticità darebbero una cifra tripla dei maschi, come pure quelle addette alle arti sedentarie mentre le campagnuole darebbero la metà[160]. Ma qui le cifre sono troppe scarse per dar conclusioni sicure, e, ad ognimodo, il gran numero delle prostitute scombuia e confonde ogni indagine, poichè è certo che una parte delle campagnuole passa al crimine per la strada della prostituzione, aperta o velata sotto il nome di domesticità cittadina. Il contatto, osserva Parent-du-Chatelet, delle grandi città è dannoso alle donne di campagna, che dalle statistiche appariscono darsi alla prostituzione in ragione diretta della vicinanza alle medesime. Una metà delle prostitute parigine è fornita dalle cucitrici, stiratrici;1⁄3dalle merciaie, modiste, pettinatrici;1⁄20dalle lavandaie e lavoranti in fabbriche; poche altre (16) comiche, 3 sole agiate.

Militari.—Importa studiare a parte la maggiore criminalità militare, che, secondo Hausner, supererebbe di 25 volte la civile[161]; ma qui vi è confusione poichè certamente egli non escluse dalle proporzioni dei civili, i vecchi, i fanciulli e le femmine. Certo in Italia troviamo delle cifre affatto differenti. Se noi contiamo la popolazione militare[162]entrata nelle Case di Pena e Bagni nel 1872, e vi aggiungiamo quella delle compagnie disciplinari, che costituisce, per1⁄5almeno, un duplicato di una pena già in corso, e quella della militare reclusione, anche se di condannati per azioni che non si potrebbero dire veramente criminose al di fuori della milizia, come propositi sovversivi, infermità simulate, indelicatezze, e che pure vanvi accomunate alla camorra, al furto, ed alla pederastia—troviamo 1 condannato ogni 112 militari in servizio attivo.

Ora, confrontando questa proporzione a quella dei condannati coetanei (tra i 21 e 31 anni), ci si manifesta peggiore sì ma non esageratamente,essendo quest'ultima 1 ogni 172 (Curcio); ma siccome in questo calcolo sono comprese anche le donne, che legalmente dànno una criminalità minore dell'80%, la differenza scema.

Che se anche vi fosse realmente un grande divario (come pare siavi in Germania), esso verrebbe spiegato dalla facilità di aver strumenti atti a delinquere, dalla età più incline alla delinquenza, dal celibato, dall'ozio e dai maggiori e più stretti contatti (onde la grossa cifra dei crimini di stupro, di pederastia, camorra); ed in tempi di guerra dall'abitudine del sangue. Holtzendorff narra (op. cit., p. 12) di un assassino che essendo stato soldato si scusava col dire, che avea, nei campi di Boemia visto nel 1866 morire tanta gente, che uno più uno meno non gli parea più gran cosa.

Vedremo più sotto come la guerra non sia che un gran delitto, ed è naturale che chi vi esplica la sua attività sia più criminale degli altri. Già disse Lucano:Nulla fides pietasque viris qui castra sequuntur.

Ed è curioso, in proposito, il fatto rivelatoci anche dalla filologia che molti uffici militari erano tanto criminosamente esercitati in addietro che assunsero la sinonimia, e il significato di delitto: così ilatroneserano una specie d'ad latus, d'aiutanti di campo del re, che pare, invece di gingillarsi come ora colle dame, si occupassero a predare tanto da restarne fuso il nome coi ladri: così è successo ai nostri giorni peipirati, che niuno crederebbe essere stati marinai da guerra; cosìmasnada, in origine non era che una truppa: cosìbriganteera una specie di bersagliere a cui davasi a cottimo l'assalto di una città.

Quanto fra i popoli guerrieri spicchi specialmente la crudeltà, lo si può vedere anche ai nostri tempi dal fatto che, come dimostrò l'Hammon in quel suo bellissimo studio sullaPsicologia militare, la crudeltà propria del soldato gli è resa più facile dal disprezzo delle altre caste non armate, che deriva forse dalle epoche antiche delle caste guerriere dominatrici, e dall'impunità. Furono innumerevoli i fatti di crudeltà specie in Germania e in Russia e da noi passate quasi impunite.

A Coblenz, un tenente uccide a sciabolate un commerciante che passava per la via, è condannato a un anno e poi graziato; e quando la madre del morto se ne lagnò con una lettera violenta, fu essa condannata ad ammenda.

A Berlino, il soldato Laerke essendo di fazione, ferisce gravemente 2 operai, i suoi superiori lo colmano di lodi, gli danno avanzamenti.

A Bologna, a Monteleone, ad Aquila, gli ufficiali assaltano a mano armata i pacifici cittadini. E questi esempi si potrebbero prolungare all'infinito.

Perfino la generosità, che si dice cavalleresca e che pretendesi propria dei militari, vi è così poco comune, come era veramente scarsa nel Medio evo, in cui se la foggiò tale solo la fantasia della scuola romantica.

Basterà a provarlo riportare il giudizio imparziale di un'osservatrice di genio, la Ouida (Fortnightly Review, août, 1852). «Dall'alcoolismo e dalla sifilide che hanno e ebbero sede e punto di partenza nelle armate, alla corruzione che prende anche i giovani onesti cacciativi dentro, sicché contadini ingenui ne escono pervertiti, il male vi predomina sempre». Io ho osservato a Torino una criminalità speciale in coloro che escono dalla milizia, e di cui la milizia è causa.

E vi hanno eccezioni, ma non meno funeste anche queste. Si tratta di individui, cui ilservizio(lo si dice tale per antonomasia) colla sua obbedienza classica rendeservili, incapaci di vita propria, senza individualità, senza originalità, bisognosi di inchinarsi a chicchessia, e ciò mentre le terre da cui escono hanno bisogno di braccia e di lavoro, e di cuori liberi e forti.

Ma più di tutto influirebbe sulla sproporzione dei rei militari la minore distanza tra la criminalità, come la chiama Messedaglia, apparente, e la reale, la facilità con cui la disciplina militare mette in luce e colpisce qualunque reato; mentre è noto come nel civile i reati denunciati o commessi non toccano alla metà degli scoperti e puniti[163].

La scarsa proporzione, poi, della criminalità militare nel nostro paese, è un fatto di cui dobbiamo andare orgogliosi.

Pazzi.—Men chiara che nei delinquenti spicca l'influenza delle professioni nei pazzi, perchè non è facile trovare statistiche che s'occupino contemporaneamente dei ricchi e dei poveri, ricoverati quasi sempre in istituti diversi. Da quelle, però, eseguite recentemente in Francia, che forse sono le più complete, vi intravvediamo[164]parecchie singolari analogie colla criminalità. Gli alienati di città vi sommano al triplo che nelle campagne, 323 a 100, e più di frequente ne sono colpiti gli uomini delle donne, 132 a 100. Gli agricoltori darebbero il minimo degli alienati, ed un massimo le professioni liberali; fraqueste gli artisti, i giuristi darebbero cifre assai più grosse che gli impiegati e gli ecclesiastici.

Gli studi di Girard ci mostrerebbero assai frequenti le alienazioni nei domestici, nei lavoranti fabbrili, nei minatori; secondo quelli del Bini e Golgi, grande sarebbene la frequenza dei calzolai, dall'1,2 all'8% dei ricoverati, e dei cuochi, 1,3%. Zani avrebbe anch'egli notata la frequenza dei domestici dal 2 al 5%, e la cifra grossa data dalle professioni liberali, 5%.

I militari pazzi, a quanto risulta dal Girard e dal Baroffio, darebbero una delle cifre più forti, 1,40% sani, e del 4 all'8% dei pazzi. Dagli studi del Lolli, gli unici comparativi su grande scala che io conosca in Italia, risulterebbe una maggior frequenza di pazzi fra i possidenti, benestanti e commercianti, che non fra le classi agricole, le quali sarebbero anche inferiori agli artigiani.

Devo infine far notare che le professioni, le quali abituano alla vista del sangue o al maneggio di strumenti micidiali, come quelle di beccai, militari, ecc. (Lasagna, Bertrand, Avinain, Legier), o ad una vita d'isolamento sociale o, sessuale, pastori, campagnuoli, preti (Dumollard, Grass, Mingrat, Leotard, Berthet, Frylay, Lacollange, Carpinteri, Crocco), specialmente se inacerbite da forzata castità, provocano tanto nei pazzi che nei delinquenti una smisurata ferocia negli atti, mista, soventi volte, a mostruosa libidine; che gli avvelenamenti si trovarono più frequentemente fra i chimici e medici, ecc. (Tayllor, La Pommerais, Demme, Palmer, Desrués, Moreau, Laserre, Buchillot).

Orrore del lavoro.—Ma quello che più importa in queste ricerche è che le professioni dei criminali sono molte volte nominali e che la vera loro professione è l'ozio.

In Torino abbiamo trovato una stranissima industria speciale ai criminali, quella del finto lavoro di falegname, di fabbro. Parecchi ammoniti cioè avevan aperto botteghe di falegname, fabbro, ecc., fornite di tutti gli attrezzi, per poter dimostrare alla questura la propria attività mentre, invece, il lavoro non era che simulato, quanto bastava per sfuggire all'ammonizione per ozio; non eran qui i mezzi e l'occasione che mancassero al lavoro, ma proprio la volontà.

Sichart[165]su 3181 prigionieri ne trovò 1347, cioè 42,3%, che avevano orrore al lavoro. Divisi per reati le cifre si ripartiscono così:

Anche più chiara parrà l'importanza di queste cifre quando si osservi come esse si ripartono tra quelli che il Sichart chiamacriminali d'occasioneecriminali d'abitudine, questi ultimi corrispondendo nella gran maggioranza a quelli che noi chiamiamo criminali-nati. L'orrore del lavoro fu trovato complessivamente in 1347 o 42,3%, di cui:

con una prevalenza più che dupla dunque tra i criminali-nati.

Da recenti statistiche del Wright (o. c.) sul Massachussetts si rileva che su 4340 condannati, 2991 ossia il 68% non avevano professione; e da altre della Pennsylvania che quasi l'88% dei condannati ai penitenziari non avevano mai avuto un mestiere; come non l'avevano il 681⁄2% dei condannati ai «countes jails» e alle case di lavoro. Riguardo più specialmente agli omicidi, risulta dalle ricerche di Federico Wines che nel 1890 su 6958 omicidi condannati, 5175 ossia più che il 74% non avevano arte o professione (Bosco).

Anche risulta questo ribrezzo del lavoro dalla specie di professione ch'essi adottano. Marro, infatti, avendo notato che i muratori davano la massima quota tra i casi dei suoi criminali, cioè l'11%, mentre il numero totale dei muratori, secondo il censimento del 1881, in Torino, non sommava che al 2,56% della popolazione si sentì spiegare questa frequenza dagli stessi delinquenti, perché, «molti di essi affermarono di avereabbandonatoaltre professioni prima esercitate eperchè ai muratori solamente si dà la paga giornalmente senza aspettare la fine della settimana o della quindicina», che è come dire adottavano quella professione saltuariamente quando loro ne veniva il capriccio.

E lo prova la grande loro mutabilità nelle professioni. Difatti, mentre su 100 normali 86 avevano sempre esercitata la stessa professione; 13 avevano cambiato una volta, 1 ne aveva esercitate tre; tra i delinquenti, invece, cambiarono la professione da 2 a 4 e più volte:

col massimo negli stupratori e truffatori.

Dai resoconti del Riformatorio di Elmira si rileva che 6635 ricoverati si dividevano così riguardo alle loro professioni:

La cifra degli oziosi vi sarebbe dunque piccolissima, ma il relatore si affretta ad aggiungere: «bisogna notare che coloro che affermavano di avere una occupazione non erano quasi mai occupati regolarmente, nè lavoratori fissi su cui si potesse contare»[166]. Il numero quindi degli uomini male adatti al lavoro che entra nel Riformatorio è molto grande; e considerevole sempre resta quello di coloro che, inadatti, rimangono non ostante tutti i complessi sistemi di eccitazione morale perché—come afferma ilGeneral superintendentZ. R. Brockway—sul 34% dei ricoverati nessuna suggestione morale riesce a attivare il loro lavoro... e nemmeno la loro attenzione»[167]. Per questo il signor Brockway patrocina l'uso della frustae in generale delle punizioni corporali, inflitte con metodo e cura, ma con rigore; affermando così senza accorgesene e con il fatto medesimo della sua proposta che questi criminali irriducibili rassomigliano proprio al selvaggio primitivo, che non si induce a lavorare se non forzato dalla violenza fisica e qualche volta ci muore sotto.

La volubilità dei mestieri da un lato, la preferenza a scegliere quelli in cui il salario è pagato giornalmente, e quindi la propria libertà è legata per un tempo minimo, ci confermano che l'orrore del criminale al lavoro non è un'assoluta incapacità di ogni genere di attività, ma un ribrezzo per ogni occupazione regolare, metodica, a periodi rigorosamente fissati. Ciò che ripugna loro è la regolarità di congegno meccanico della società moderna, quella combinazione immensa e ingegnosa per cui ogni essere umano, ad ogni momento, ha fissato il suo moto da compiere, come è fissato per le ruote dell'orologio l'urto che ad ogni istante dànno o ricevono. Essi non sono capaci di resistere ai capricci intermittenti del loro carattere inerte e impulsivo, e per questo dichiarano guerra alla società che non è fatta per l'indole loro (Ferrero,Arch. di psich., XVIII, 1896).

Ma per comprendere più precisamente in che cosa consista questa incapacità al lavoro dei criminali, sono di una grande eloquenza le cifre del Marro. Incapacità al lavoro, difatti, non significa incapacità ad ogni genere di attività, inerzia assoluta. Il criminale è capace di spiegare, a certi momenti, un'attività intensa, tanto è vero che certi generi di reato, come il furto e la truffa, richiedono molto spesso una laboriosità grande, perchè devono essere preparati di lunga mano, e mettendo in opera complessi artifici. Ciò che ripugna al criminale è il lavoro regolare e metodico, prolungato per molte ore, monotonamente ripetuto ogni giorno; onde se egli è capace di spiegare ad un dato momento, per compiere un delitto qualsiasi, uno sforzo straordinariamente intenso, si rivolta contro ogni occupazione che lo riconduca ogni giorno, alla stessa ora, al medesimo banco, innanzi allo stesso strumento a compiere, per un numero di ore eguale, la stessa operazione. Egli è un irregolare del lavoro; un capriccioso della fatica, che vuole addossarsi quando piaccia a lui e non quandopiaccia ad altri, alternando gli sforzi intensi con lunghe oziosità. In questo, il suo carattere è perfettamente identico al carattere del selvaggio che di solito inerte si scuote, di tempo in tempo, per compiere i faticosi esercizi della caccia e della guerra; al carattere degli indigeni d'America, di cui scrive Robertson: «quando intraprendono una spedizione di caccia, escono da quella indolenza che è loro abituale e spiegano facoltà intellettuali, che restavano quasi sempre latenti, diventando attivi, perseveranti, instancabili» (Vol. II, p. 559); o al Gaucho, di cui Mac Coll notò l'incapacità a lavori duri, aggiungendo però: «metteteli in sella a un cavallo e la loro resistenza alla fatica sarà senza limiti» (Ferrero, o. c.).

Noi abbiamo visto più sopra (Vol. I) che il ladro chiama sè ilpegre, il pigro: che nella vita dei più grandi criminali Lacenaire, Lemaire, Chretien, l'orrore del lavoro era maggiore dell'amore alla vita.

Più analiticamente si può studiare questo stato d'anima nelletavole psicologichecomprese nell'atlante antropologico-statistico dell'Omicidiodi E. Ferri, dove la psicologia dell'ozio è spesso accennata. Un omicida recidivo (n. 37) alla domanda «lavorate?» risponde «no, perchè il lavoro raccorcia la vita». Il n. 46 spiega i suoi delitti dicendo: «cosa vuole? voglia di lavorare, poca». Il n. 432 più francamente confessa: «lavoravo, ma poco, perchè si fa fatica a lavorare». Il 467, domandato perchè non lavori, si scusa dicendo: «non sono buono». Il 481: «voglia di lavorare non ce ne ho; dove devo prendere i denari se non li rubo?».

E Marro (Annali di Freniatria, vol. IV) giustamente notava: «Nei popoli non civilizzati si constata l'incapacità assoluta di ogni sforzo perseverante. Il lavoro continuato, duraturo, è la caratteristica dell'uomo civilizzato. Più viene egli a conservare la sua forza fisica, meglio sa renderla proficua colla sua intelligenza, e più sa egli adoperarla a benefizio comune suo e della società, meglio si accosta alla perfezione.

«Ogni progresso nell'istruzione, nella educazione, nelle leggi, nelle misure igieniche, mira a guidare l'uomo in questa direzione.

«Abbiamo per contro un'altra serie di cause che tendono ad un effetto opposto.

«Ogni lavoro regolare deve naturalmente soddisfare ai due requisiti, di riuscire cioè utile all'individuo che lo eseguisce, ed alla società in cui viene compiuto. Ogni lavoro che manca di un tale requisito segna un grado più o meno profondo di degenerazione.

«Un primo grado di questa noi l'abbiamo nei lavori semplicemente improduttivi per la società. Il vagabondaggio, la questua fra le classi povere, l'abitudine al giuoco in queste e nelle classi elevate segnano un primo grado di degenerazione in chi se ne compiace e ne vive; essi segnano al tempo stesso il passaggio alla criminalità in quanto che rendono chi li esercita veri parassiti che sottraggono altrui senza profitto alcuno i prodotti del lavoro utile.

«La criminalità consiste essenzialmente nella produzione di un lavoro che può fruttare all'individuo, ma torna nocivo alla società. La sua gravità cresce col crescere del danno che questa riceve.

«Il carattere della degenerazione pazzesca è la produzione di un lavoro inutile o dannoso alla società, senza neppure vantaggio allo individuo; e si arriva all'ultimo limite in questa degenerazione quando viene a mancare persino la possibilità del lavoro, coll'impotenza assoluta del cretino dell'idiota».

E altrettanto nota il Sergi nella sua bellaDegenerazione.


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