CAPITOLO OTTAVO.

CAPITOLO OTTAVO.

Agosto.

O novellieri antichi, ricercatori amorosi e descrittori lepidissimi di gente “semplice, grossa e di nuovi costumi„ quali tesori avreste raccolti nella carrozza di tutti se fosse stata inventata cinque secoli avanti! Ci sono sposi di campagna in viaggio di nozze, che fanno tre volte la corsa circolare dei Viali, dodici miglia a un dipresso, con l'illusione di far sempre nuovo cammino, fin che, mordendoli la fame, discendono, sbalorditi dall'immensità dì questa Torino che non finisce mai; montanari solitari che, arrivati alla barriera dov'eran diretti, salgono sur un'altra carrozza partente, credendo di continuate il viaggio, e ritornano per un'altra via al punto da cui partirono, dove si guardano intorno stupefatti, come gente piovuta dal cielo; e poveri villani che, addormentatisi durante la corsa, si svegliano a un miglio oltre il punto dove volevan discendere, furiosi contro il cocchiere,che avrebbe dovuto svegliarli, o almeno “gridar le stazioni„ come si fa sulle strade ferrate. Più amene, anche in questo, e più stranamente pretensiose sono le donne. Ho qui notata una balia che, non trovando da sedere, non vuol dare più d'un soldo, dicendo che un soldo, per stare in piedi, è già un bel pagare, e che dovevano “attaccare un altro vagone„; due contadine che, salendo, avvertono il cocchiere di fermare davanti alla casa d'unmonsú Gareto d'unmonsú Cimussa, sconosciutissimi, come si direbbe: — Fermate davanti al Palazzo reale; — e una giovane alpigiana, la quale, scendendo a Porta Palazzo con un grosso involto, prega il fattorino di aspettare, chè tornerà subito, appena portata la roba a una sua parente; e si risente della risata dei passeggieri, trattandoli di maleducati. Non c'è specola migliore del tranvai per vedere quanta ingenua ignoranza giri ancora per il mondo e comprendere perchè sia ancora tanto facile l'arte di gabbare il prossimo. E ci sono anche i timidi, gli affannoni, nuovi affatto a Torino, i quali, cercando il loro tranvai agl'incrociamenti delle linee, domandano informazioni di qua e di là ai cocchieri che passano e, non comprendendo le risposte affrettate, inseguono un carrozzone, si ravvedono, ne inseguono un altro, s'arrestano, salgono sopra un terzo, che non è quello, e scendon trafelati e disperati, maledicendo a quella confusione, a quella furia infernale di tutti e d'ogni cosa, dove un povero galantuomo perde il tempo e la testa. O povera gente, di cui il mondo ride, poveri naufraghidella città grande, come fate pietà a chi sotto il vostro affanno del momento indovina il pensiero inquieto della lite che v'ha condotti fra lecittadine infauste mura, o della moglie che v'aspetta all'ospedale, o del figliuolo che visiterete alle carceri, o del lavoro che cercherete invano, o del parente agiato, ultima vostra speranza, che vi chiuderà l'uscio sul viso!

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L'agosto cominciò lietamente con la scoperta d'un uso nuovo, a cui non avevo mai pensato che il tranvai potesse servire. Sboccando dal corso Valentino in via Nizza salii in fondo a una giardiniera, della quale occupava tutte le panche, fuor che l'ultima, una comitiva nuziale. C'eran nella prima lo sposo e la sposa, biondissima, tutta bianca, coronata di fiori e ravvolta in un gran velo; nelle altre una ventina di parenti e d'amici, donne grasse in abito di seta, uomini impomatati, con la barba fatta di fresco e un fiore all'occhiello, un vecchio con un cilindro d'altri secoli, un prete di campagna, delle ragazze in fronzoli, dei bimbi vestiti da festa. Si capiva che andavano al Municipio in quella forma economica non per tirchierìa, ma per capriccio, per un gusto originale di far mostra pubblica della loro allegria. Erano tutti allegri, infatti, come se avessero già festeggiato la coppia di prima mattina con molte bottiglie di vermut; le donne chiacchieranti, gli uomini sorridenti all'idea d'un pranzo di tre ore, i vecchiringalluzziti, le ragazze agitate. Anche il cocchiere e il fattorino, che discorrevano con l'uno e con l'altro, parevano presi da quell'allegria, come dai vapori d'un liquor forte. La bianchezza della sposa velata annunziando lo spettacolo di lontano, molti si soffermavano sui marciapiedi, uscivan donne dalle botteghe, accorrevano ragazzi; i conducenti dei carri e i fiaccherai sorridevano, passando, dall'alto della cassetta, e lanciavan degli scherzi: — Oh che bella bionda! — Tanti buoni auguri! — Salute e figliuoli! — e i cocchieri degli altri tranvai salutavano il loro collega, auriga del settimo sacramento, strizzando gli occhi e cacciando fuori la lingua, mentre i passeggieri si voltavano a guardare tutti insieme, ilari e curiosi. E la comitiva, eccitata dall'ammirazione pubblica, parlava più forte, gesticolava più vivo, rideva più alto, incitava con la voce i cavalli, che andavan di galoppo per via Lagrange, al suon dei fischi raddoppiati del cocchiere, facendo sventolare come una bandiera il velo trasparente della sposa bionda, accesa ogni tanto dai raggi di sole irrompenti dalle vie laterali, e troneggiante nella sua bianchezza come sopra un carro di trionfo. E mi pareva davvero un carro di richiamo mandato in giro da un'agenzia di matrimoni o da qualche Società di propaganda coniugale, un po' carnevalesco, ma pure gentile e simpatico; e chi sa? forse la prima forma d'un carro da nozze del duemila, quando tutto sarà servizio pubblico, e si sposeranno con la stessa pompa le figliuole degli uscieri e dei ministri....

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Da più giorni spirava aria di nozze su tutte le linee; nei discorsi delle donne e delle ragazze sentivo ogni momento deichiele deichila, pronunciati con un accento di rispetto insolito, che si riferivano tutti a una sola coppia, come ad un Adamo e ad un'Eva, dai quali dovesse discendere un'umanità nuova, e notizie vaghe e commenti fantastici sopra una bellezza femminea, che nessuna aveva vista, ma per cui pareva che tutte avessero l'animo preparato all'ammirazione. Ero una mattina sulla giardiniera della linea di Lanzo, ritto accanto al cocchiere e, stando voltato di fianco, vedevo un gruppo graziosissimo: sur una delle prime panche due giovani monache, con gli occhi bassi e le braccia strette alla cintura; dietro di loro, quattro ragazze del popolo, col grembialino di stiratrici; più in là un fattorino del telegrafo. In piazza Carlo Felice salirono accanto alle monache due signore eleganti che, appena sedute, aprirono in fretta un giornale illustrato comprato allora, e fissarono con viva attenzione la prima pagina. Voltandomi da capo un momento dopo, vidi le quattro ragazze in piedi, che sporgevano il viso, scintillanti di curiosità, piegando il capo di qua e di là per vedere il giornale, ora scoperto, ora nascosto dai cappellini delle signore. Era il ritratto della principessa Elena del Montenegro; il primo apparso in Italia, e che tutte, certo, vedevano perla prima volta. Il quadretto era curiosissimo. Gli sguardi acuti e riflessivi e le labbra strette delle due signore rivelavano un'analisi pacata e minuta, accompagnata da dubbi e da riserve di critici meticolosi; il sorriso muto e quasi risplendente delle ragazze esprimeva una curiosità ancor tanto forte da sospendere ogni giudizio; le due monache sole non avevano voltato il capo, ma non riuscivano a dissimulare il loro desiderio di vedere, e lanciavano sul giornale delle occhiatine rapide e oblique come sopra una cosa proibita; e anche il cocchiere torceva il busto indietro e adocchiava, e il fattorino, ritto sulla pedana, allungava il collo, e il telegrafista levava il viso sopra le spalle delle ragazze. A un certo punto, forse per respirare più libero, le due signore porsero cortesemente il giornale alle loro vicine, che l'afferrarono come una preda, frementi di piacere, e vi si curvarono sopra con le teste aggruppate, tirandolo di qua e di là e facendo un cicaleccio vivissimo. Il tranvai passò davanti alla stazione di Porta Nuova, donde usciva un'onda di gente, di omnibus d'alberghi e di carrozze, svoltò sul Corso di Genova in faccia alla gran muraglia azzurra delle Alpi, s'inoltrò fra i begli alberi e gli edifizi ridenti del Corso Re Umberto, e le quattro ragazze seguitavano il loro esame, senz'alzare il capo, non più chiacchierando, chè avevano sfogata la loro prima furia, assorte in una contemplazione immobile e silenziosa. Si vedevano passare nei loro occhi intenti l'ammirazione, la simpatia, il sentimento della distanza immensache separava da loro la persona effigiata, lo sforzo della fantasia con cui cercavano su quel viso i segni della predestinazione gloriosa, il pensiero del corredo mirabile, delle grandi feste, della felicità sovrumana che l'aspettavano, l'invidia timida e reverente d'una vita che esse immaginavano tutta splendori, trionfi, ebbrezze, a cui la loro speranza non s'innalzava neppure nel sogno. Ed io non potevo staccar gli occhi da loro, e al pensare che altre migliaia di ragazze come quelle, che altri milioni di creature umane d'ogni età e d'ogni stato erano in quei giorni altrettanto smaniose di veder quell'immagine, e che quell'immagine d'una fanciulla illustre e gentile, sì, ma sconosciuta fino a ieri, sarebbe stata cercata, commentata, contemplata religiosamente così, come non fu mai quella d'alcun eroe, o uomo di genio o benefattore immortale dell'umanità in alcun paese e in alcun tempo, ero preso da uno stupore profondo, come davanti a un grande mistero, come all'intuizione confusa di qualche istinto non ancora scoperto o compreso dell'anima umana. E ancora dominato da questo stupore tenni dietro con lo sguardo alle quattro ragazze che s'avviavano al sobborgo solitario della Crocetta, ragionando ancora calorosamente di quell'immagine, come se portassero via con sè la spiegazione di quel mistero.

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Due giorni dopo (ricordo ch'era il giorno della morte dellaRiforma), essendo scoppiato il settantesimo temporale della stagione, rivennero fuori i carrozzoni chiusi, ed io mi trovai il dopo pranzo, sulla linea della barriera di Casale, seduto in faccia alla studentessa di medicina, in mezzo a vari signori e signore, che l'osservavano, senza parlare. A questi, che forse non l'avevan mai vista, essa faceva la stessa impressione, m'accorsi, che aveva fatta a me la prima volta; ma su quel viso bianco e fermo, d'una purezza di vergine ideale, mi parve di veder qualche cosa d'insolito, il segno d'un pensiero nuovo e vivo, che mutava sede, mostrandosi ora negli occhi, ora sulla fronte, ora sulle labbra, come un'ombra guizzante sopra un'acqua limpida e queta. I suoi grandi occhi celesti, però, si posavano come sempre sulla gente con quella espressione vaga di chi guarda cose lontane, alle quali non pensa, e la sua bocca, col labbro di sopra leggermente inarcato, serbava quell'atteggiamento infantile, indefinibile, che attesta l'ignoranza del bacio amoroso. Con una mano accarezzava il lembo d'un nastro del cappellino che le scendeva sul petto; e vidi che parecchi guardavano attentamente quella mano lunga, bianchissima, quasi diafana, che pareva si sarebbe dissolta nel calore d'una stretta d'amante; ed era quella mano che palpava le teste tronche, che tirava via la pelle dagli arti recisisulle tavole del laboratorio anatomico e s'insanguinava cercando i muscoli e i nervi nella carne infetta dei cadaveri mutilati. Eppure quell'immagine non mi destava per quella mano alcuna ripugnanza come se nessun sozzo contatto potesse far macchia, nessun lezzo attaccarsi alla purità virginea delle sue dita, nello stesso modo che non poteva, a mio giudizio, entrare nell'anima sua alcuna bruttura della vita e del mondo. Con questo pensiero osservavo il movimento di quelle dita che parevan petali di giglio agitati dal vento, quando, nell'ultimo tratto di via Maria Vittoria, il tranvai s'arrestò al cenno d'una ragazza ritta sulla soglia d'un portone: una brunetta svelta e messa bene, con un cappellino purpureo guernito di tre impertinenti penne di gallo; la quale salì rapidamente, e sedette nell'unico posto che rimaneva, accanto alla studentessa. Ah, che imprudenza! Ecco un nuovo pericolo, prima ignorato, che presenta alle peccatrici la carrozza di tutti. Se uscendo di dove usciva, quella sventata avesse preso la strada a piedi, certo che sarebbe venuto a molti, incontrandola, lo stesso pensiero che balenò a tutti noi al primo vederla; ma, guardata di sfuggita da uno alla volta, essa non si sarebbe trovata esposta, come fu in carrozza, all'osservazione minuta d'un'adunanza d'inquisitori, in cui la comunanza visibile dello stesso sospetto mutava il sospetto in certezza. Era una novizia, si capiva bene, perchè si turbò sotto il primo fuoco degli sguardi che non aveva preveduti, e cercò di larvare il suo turbamento voltandosi versola strada, leggendo gli annunzi, guardando il ventaglio, fingendo di cercar qualche cosa nelle tasche. Ma invano, perchè, avendo fatto cinque passi, ansava come se avesse fatto una corsa, e quello che non diceva il suo respiro dicevano le pupille umide, le guancie rosse, le labbra febbrili. E c'erano ben lì delle persone delicate che sentivano la sconvenienza, la crudeltà dell'osservarla tutt'insieme e di tormentarla a quel modo; ma potendo la curiosità più della convenienza, gli sguardi insistevano, accusando il lavorìo impudico delle immaginazioni, e insistettero a segno, che sul viso di lei succedette alla vergogna l'irritazione, e poi un atteggiamento forzato d'audacia e di sfida, la tentazione visibile di dirci fuor dei denti: — Ebbene, sì! E con questo? Siete un branco d'indiscreti e d'insolenti! — e di fare una distribuzione circolare di ceffate. La studentessa sola mostrò di non vederla, di non accorgersi neppure che altri la guardasse, come se nessuno fosse entrato; non una volta essa girò lo sguardo verso di lei, non un'ombra, fuorchè quella del suo primo pensiero, passò sul suo viso bianco ed immobile; e mai non compresi, mai non sentii quanto nel confronto di quei due visi vicini la superiorità infinita dell'incanto che vien dall'anima sopra la forza che tenta i sensi. Essa acquistava dal confronto un lume maraviglioso di bellezza, di grazia e di dignità, che la faceva parere una creatura d'una razza superiore, a cui si sarebbe baciata la fronte, tirando indietro le mani.

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Dalla morte dellaRiformaalla cattura delDoelwickpassò una serie di giornate senz'incontri di personaggi della compagnia; ma non vane, poichè da tre casi nuovi dedussi tre precetti di condotta d'una utilità indiscutibile per i passeggieri dei tranvai.

Dedico il primo ai giovani. — “Quando s'è in piedi in fondo a una giardiniera, in compagnia d'un amico, non esprimere mai il proprio giudizio sulle bellezze posteriori d'una passeggiera seduta sur una delle panche davanti, perchè fra i passeggieri ritti accanto a noi c'è qualche volta qualcuno a cui la cosa può non garbare.„ — Esempio. Un giovanotto: — Guarda che bellezza di collo che ha quella donnina, la prima a sinistra sulla terza panca, con quei ciuffetti arricciolati sulla nuca! Ah, che amore di collo! Ci metterei una collana di baci.... — Un signore accanto, seccato: — È il collo di mia moglie, badi.

L'altro precetto fa per le signore. — “Stando nel tranvai quando s'entra in una piazza, non pigliar mai per sè una frase ammirativa d'un passeggiere, se in quella piazza c'è un monumento.„ Esempio. Sale una signorina in un carrozzone chiuso, in piazza Statuto, e nell'atto che entra per l'uscio davanti, il suo cappellino intercetta la visuale che dagli occhi d'un forestiere seduto in fondo va alla sommità del monumentodel Fréjus, e proprio nel momento che il forestiere dice al suo compagno: — Guarda che bell'angelo! — La signorina arrossisce, il compagno risponde: — L'ha fatto il Tabacchi, è fuso all'arsenale.... — e la signorina.... deve arrossire da capo.

Il terzo precetto si può rivolgere a chiunque. — “Uscendo di casa, non pigliar mai per le minute spese, senza previo esame, un rotoletto di soldi che trovate sul cassettone.„ — Io commisi questo sbaglio e, per disgrazia, m'imbattei sul tranvai, dove c'era altra gente, in un gran fattorino barbuto, dall'aspetto e dai modi d'un procuratore del re di malumore. Mi restituì il primo doppio soldo, dicendomi: — È argentino. — Mi restituì il secondo, con un'occhiata severa, dicendomi: — È argentino anche questo. — Mi restituì il terzo, squadrandomi da capo a piedi, e dicendomi: — È greco. — E il quarto era rumeno, e il quinto era di Pio nono.... Avevo preso un rotolo di soldi fuor di corso, stati messi in disparte per precauzione. Tutti mi guardarono; nessuno poteva pensare ch'io avessi in tasca per puro caso quella raccolta di falsità; arrossii come un gambero; la mia riputazione era perduta senza rimedio. Ah se fosse stato là il mio Guyot, come avrebbe trionfato!

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Povero Guyot! Egli si deve ancor ricordare della data della cattura delDoelwickperchè quel giorno passò un brutto quarto d'ora. Veramente,fui crudele. Ma, insomma, fu lui che la volle; doveva far la strada a piedi piuttosto di venirsi a cacciare in quel solo posto vuoto che rimaneva sulla giardiniera fra me e un giovanotto in cacciatora, che teneva spiegato fra le mani ilGrido del popolo. Data una sbirciata a me e una al giornale, si ristrinse, si fece piccolo come preso da un freddo improvviso, per evitare il nostro contatto, e fu appunto quell'atto provocante che scatenò i miei istinti feroci. Per vendicarmi raddoppiai il suo tormento cavando di tasca e spiegando laLotta di classe. Lo sentii fremere come un uomo a cui siano appuntate alle tempie due rivoltelle. Ah, fui spietato! Ma per poco. Un pensiero più alto mi sorse nella mente. Pensai che era stolto il maravigliarsi del lento cammino che fanno nel mondo anche le idee più grandi e più benefiche, poichè ne avevo accanto una ragione viva così evidente. Era un uomo che in tutta la sua vita, forse, non avrebbe mai letto nè un giornale nè un libro socialista, mai accettato nè voluto intendere una discussione su quella idea; che sarebbe passato a traverso a tutto questo gran movimento sociale con gli occhi chiusi e con le orecchie tappate per proposito, portando intatti in sè fino alla morte, come articoli di fede, tutti i pregiudizi più calunniosi e più insensati che contro la nuova dottrina e chi la professa aveva accolto alla prima senza ombra d'esame; che non avrebbe mai capito e nemmeno cercato se quella parolalotta di classepotesse avere un significato affatto diverso da quello che gli avevandato ad intendere; che avrebbe sorriso di pietà se gli avessero detto che quella era una verità d'ogni tempo, una necessità storica manifesta, un fatto che è non perchè si voglia, ma perchè dev'essere, come il corso dei fiumi al mare e l'ascensione dei vapori al cielo, e che in virtù di quella lotta appunto egli possedeva quei diritti di cittadino che i suoi padri non avevan posseduti, e che quella lotta stessa egli combatteva con tutti i suoi pensieri, con tutti i suoi sentimenti e i suoi atti da che aveva l'uso della ragione. Povero Guyot! E che colpa ci aveva lui? Era in buona fede; lo sentiva proprio in fondo all'anima il ribrezzo che gli fece porgere il soldo al fattorino, sollevando il braccio con cautela per non toccare quei due fogli esecrandi in cui pensava che si predicasse lo sterminio e l'inferno! Perchè infierire contro chi, odiando noi, crede sinceramente di odiare la perversione e il delitto? E questo pensando, mosso da un senso di pietà, ripiegai il giornale e me lo misi in tasca. Nello stesso punto il giovanotto discese, Guyot prese il suo posto subito per iscostarsi da me, e tirò un respiro di sollievo, come un crocifisso distaccato dalla croce. Non gli restava più accanto che uno dei ladroni.

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Dopo quella mattina, per tre giorni, trovai la carrozza di tutti sotto l'influsso di Venere. Come accade in certe passeggiate sul lastrico, che da quando s'esce a quando si rientra in casa ci sivede volteggiare intorno l'amore come se al mondo non ci foss'altro, così segue qualche volta nelle passeggiate in tranvai che per un certo tempo, ad ogni corsa, e più volte in ogni corsa, ci batte l'ali sul viso, come per tentare noi pure a farcicanuto spettacolo, il monello divino, che moltiplica i popoli e ingrullisce i ministri. La prima volta fu su quell'ultimo tratto del corso Casale, dove, correndo all'ombra dei grandi olmi che scendono fino alla sponda, si vede tra i fusti allineati, come per i vani d'una selva di colonne, luccicare il Po, sparso di barchette di pescatori e di birichini natanti. Qua e là, sulle panche della giardiniera, eran seduti un bersagliere, un vecchio signore arcitinto, due musicanti con le trombe fra le ginocchia, una contadina con un coniglio fra le braccia; e nel mezzo una ragazza e un giovanotto, che ai primi gesti riconobbi per sordomuti, stretti in colloquio amoroso. Amoroso, fuor di dubbio: gli occhi languidi e le guance infiammate di lei lo dicevano. Aveva l'aspetto d'una giovane di bottega: un viso largo, ma d'espressione infantile, un sorriso strano, come di chi sorrida soffrendo, ma simpatico; un busto forte e ben formato. Lo spettacolo era nuovo per me e lo potei godere a tutt'agio. Avevo osservato altre volte quella mimica misteriosa di magnetizzatori e di cabalisti, quei gesti vaghi di chi disegni nel vuoto o cacci farfalle o mova le dita sopra una tastiera invisibile. Ma non avevo idea del colorito, della modulazione singolare che a quel linguaggio aereo può dar la passione. Nei gestidi lei, in special modo, v'era non so che di morbido e di gentile, e anche negli atti improvvisi e più rapidi qualche cosa d'intraducibile a parole, che pareva corrispondere alla smorzatura, ai languori della voce, alle note argentine e quasi involontarie che sfuggono dal petto commosso d'una ragazza parlante. La sua mano si soffermava per aria, descriveva delle curve graziose, ricadeva sul ginocchio con un abbandono stanco o una vivacità capricciosa, e il suo sguardo, mentre gestiva il giovine, invece di fissarsi nel viso di lui, accompagnava i suoi gesti, come s'egli avesse gli occhi nelle mani, con una mobilità, con una vita, con un balenìo che rendeva tutti i moti dell'animo. Quella conversazione di dita e di pupille m'attraeva, mi faceva pensare a quella singolarità d'un amore che non conosce la dolcezza delle parole susurrate nell'orecchio; che nei momenti appunto in cui la passione cerca le espressioni più ardenti e pronuncia i nomi più soavi, non può più dir nulla, nemmeno a modo suo; d'un amore in cui l'amplesso tronca ogni comunicazione del pensiero e l'oscurità separa le menti, e le dolci apostrofi diangelo, cuor mio, anima miaescono dall'anima senza musica e senza tremito e non restano nell'anima che nella forma di due mani agitate. La mimica del giovane, intanto, s'accelerava, come se allo scendere dal tranvai si fossero dovuti separare e a lui premesse d'approfittar del tempo; e lei non faceva più che dei gesti radi e lenti, quasi sempre gli stessi, come la ripetizione d'una frase o d'unaparola, accompagnata da un sorriso continuo, incerto e dolce. Era una negazione? Una promessa? Un'espressione di dubbio? Tutti e due erano eccitati; ma, benchè avessero addosso gli occhi di tutti, non davano segno alcuno di timidità e di suggezione, quasi che i presenti paressero loro gente d'un altro mondo, con la quale essi non potessero avere alcuna relazione di sentimenti o di riguardi; non altro che immagini, ombre, quali erano infatti; di cui nessuna parola poteva giungere all'anima loro, come se una distanza immensa li separasse. Poi “tacquero„ a un tempo tutti e due, ed essa si rivolse a guardare prima la cascatella del Po, della quale non sentiva lo scroscio, poi gli olmi della riva, dove cantavano uccelli di cui ignorava il canto, poi le trombe dei due suonatori, che eran per lei uno strumento misterioso come un apparecchio elettrico per un selvaggio. Quando il tranvai entrò in piazza Vittorio Emanuele riattaccarono una conversazione affrettata, in cui pareva ch'egli facesse a lei una calda raccomandazione, e lei lo rassicurasse; poi, all'imboccatura di via Po, essa fece fermare, gli strinse la mano e discese, avviandosi verso i portici; ed egli si spinse all'estremità della panca e la seguitò con gli occhi, con un sorriso singolare di curiosità amorosa e pietosa, fin che disparve. Il fattorino, che stava sulla pedana accanto a lui, gli fece un cenno del capo socchiudendo un occhio, come per dirgli: — È la tua bella, eh, briccone? — Ma rimase stupefatto quanto me udendosi rispondere con voce piena e con perfettapronuncia, in accento affettuoso di compassione e di rispetto: —Povra fia!(Povera ragazza!) — Essa sola era muta.

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Amour, toujours!come dice la canzonetta. Fu questo un bel caso (non raro, mi dissero) di persecuzione amorosa in tiro a due. Sul corso Vittorio Emanuele una bella signora arresta la giardiniera con unaltimperioso, sale con impeto e siede con dispetto; e ripartiti appena i cavalli, salta sulla piattaforma di dietro un signore, col cappello d'alpinista e la lente all'occhio, e resta lì come un piolo, con lo sguardo fisso sopra la bella, da cui lo separano sei panche, aspettando che le si faccia un posto vicino. All'incrociamento dei corsi Vittorio ed Umberto, riman vuoto un posto proprio nella panca dietro la signora, e lui, lesto, con una faccia imperterrita, corre per la pedana afferrandosi alle colonnine, e si va a sedere alle spalle di lei, che lo sente, senza vederlo, e dà un guizzo come per un pizzicotto. Non passa un minuto che si vede venire innanzi il tranvai dei Viali. In quel momento appunto il persecutore cominciava a farsi avanti, dondolandosi, come chi cerca un'entratura di dichiarazione; ma ecco che la signora balza in piedi, dà uno strappo con la mano sinistra alla correggia del campanello, e con la destra, brandendo l'ombrellino, comanda al cocchiere dell'altro tranvai di fermare. Tutt'e due si fermano, l'inseguita salta giù, raggiungel'altro tranvai di corsa, vi sale come un lampo; e l'inseguitore ostinato, giù anche lui d'un salto, e via come una freccia, e su, sul tranvai della fuggitiva. La scena, osservata da tutti, suscitò un vivo mormorio di commenti seri e faceti: — Bellina! — Che sfrontatezza! — Questa è nuova. — Ma è un'indegnità! Gli dovrebbe rompere l'ombrello sul muso! — Un signore celione disse che ci sarebbero voluti dei carrozzoni di salvataggio, per signore sole, circolanti per le vie principali. Ma un mio amico, che m'era accanto, quello dei sette peccati capitali, lo Schopenhauer, gli osservò, con un sorriso sarcastico, che sarebbe stato un “servizio passivo„. E soggiunse che, secondo lui, c'era invece un altro servizio speciale di tranvai chiusi, sul modello delle carrozze cellulari, il quale avrebbe dato agli azionisti un grasso dividendo. — Carrozzoni.... a che scopo! — domandò l'altro. Ah! lingua sacrilega. Rispose: — Allo scopo.... opposto.

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E ancora l'amore. Vedo sulla prima panca due teste giovanili così vicine che mi si disegnano tutt'e due sulla schiena del cocchiere come sul fondo scuro d'un quadro: l'una bionda dorata, senza cappello; l'altra, con un grazioso cappellino da marionetta, ornato di tre cardenie; il quale lascia scoperta una salda massa di capelli bruni, lucidi e freschi, che pare un turbante di velluto nero. Dalla piattaforma in fondo,dov'io sto, non posso vedere i due giovani in viso; ma capisco dagli atti che si parlano senza dir nulla, come fanno gli amanti in ebbrezza, non per altro che per accarezzarsi con le parole e baciarsi con la voce, sorridendo alla gente, alle case, agli alberi, al sole, come per ringraziare il mondo della propria beatitudine. A un tratto la testa bionda si gira indietro, e riconosco il mio tipografo entusiasta del 1.º maggio, che, appena vedutomi, schizza via dalla panca e si slancia sulla pedana verso di me, mentre la testa bruna, voltandosi curiosamente, mi mostra un adorabile visetto di diciott'anni, tutto vermiglio di passione, nel quale par che scintillino non due, ma dieci occhi. — Eccomi qui. Buon giorno. Che bella giornata! Ebbene, che ne dice del Congresso di Londra? Ha veduto? La maggioranza, insomma, ha accettato il programma socialista.... — Ma io capii di volo che non veniva da me per gli affari dell'Inghilterra. E infatti, dopo avermi domandato chi fossero iFabiani, non stette a sentir la risposta e m'annunziò d'un colpo il suo matrimonio. Era sposo da un mese e sette giorni; non disse le ore. — Ah! ma non creda — s'affrettò a soggiungere — io sarò sempre lo stesso.... è una donnina di testa, sa. — E mi disse tutto. Era una lavorante in maglierie, istruita, che aveva fatto i primi due anni della Scuola professionale; s'eran conosciuti l'inverno passato alNazionale, dov'essa era andata con suo padre a sentire una conferenza sul lavoro delle donne e dei fanciulli; la madre di lui era stata un po' incerta,da principio, per via delleideedella ragazza; ma aveva finito con dir di sì, innamorata anche lei del visetto. Oh, egli la conosceva, e n'era ben sicuro. Non era di quelle che fanno le socialiste per il matrimonio, e poi, acchiappato il marito, ripiegano la bandiera, e addio conferenze, addio oblazioni, addio riunioni. C'erano delle idee nette e ben piantate in quella piccola testa; era una compagna di coscienza e di cuore. Se fossero state tutte così non si sarebbero visti tanti compagni che giravano nel manico dopo aver fatto il passo al Municipio. E continuò a tesserne l'elogio lanciandole delle lunghe occhiate azzurre, che la misuravano amorosamente dalle tre cardenie del cappellino ai due piccoli tacchi neri luccicanti sotto la panca. Poi, parendogli d'aver troncato troppo alla leggiera il primo discorso, si rifece serio per calcolare che al Congresso i centottantacinque delegati delleUnioni dei mestierirappresentavano su per giù ottocentomila soci organizzati, mentre gli altri trecento delegati inglesi non ne rappresentavano forse duecentomila.... Ma che! Io vedevo bene che c'era un'altraunioneche in quel momento gli premeva assai di più di quelle di cui discorreva, e, pietosamente, gli apersi la via d'uscita che cercava, avvertendolo che stavano per prendergli il posto. E in un attimo egli si ritrovò seduto accanto alla sua bella socialista, con la quale riprese a solfeggiare il duetto interrotto, sorridendo alla gente, alle case, agli alberi, al sole. Oh i buoni borghesi che guardavano con simpatia quel belragazzo innamorato e felice, erano ben lontani dal pensare ch'egli appartenesse a quella setta orribile che vuole fra gli altri istituti, com'essi dicono, quello della “moglie in comune„. Con che immonda gente ci mette in promiscuità, a nostra insaputa, la carrozza di tutti!

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All'influsso amoroso succedette sul tranvai un influsso maligno. Ahimè! S'ha un bel fuggire per le strade senza toccar la terra e non guardando da alcuna parte: la miseria, la sventura, il dolore c'inseguono, ci raggiungono anche su quelle tavole fuggenti e ci costringono a guardarli in viso. Fu come uno schianto di fulmine fra tutta quella gente allegra che riempiva la giardiniera della linea Ponte Isabella. Il povero cocchiere scherzava e rideva con un amico ritto al suo fianco quando, arrivato in piazza Carlina, nello stringere a tutta forza il freno per non urtare in un carro, si lasciò sfuggir di mano il manubrio che, girando rapidissimamente, lo colpì nel costato destro e lo gettò riverso fra le braccia dei passeggieri, bianco come un morto. Fu creduto morto, scoppiò un grido, tutti s'alzarono, una signora svenne, dei bimbi si misero a piangere, accorsero il fattorino e una guardia, alcuni passeggieri discesero, e pigliandolo per le spalle e per le gambe lo calaron giù come un cadavere e lo portarono a traverso alla piazza verso la farmacia più vicina. Il passaggio istantaneo di quell'uomodall'espressione della forza e dell'allegrezza a quella immobilità molle e cascante di tutte le membra che aveva l'apparenza della morte, destò prima nei presenti un senso di terrore che imbiancò tutti i visi, come se tutti comprendessero in quel punto per la prima volta la fragilità miseranda della vita; e poi una grande pietà, che l'accompagnò con un mormorio doloroso fin che disparve in mezzo a una folla spintagli intorno da quella curiosità frenetica delle disgrazie, che è uno dei segni più odiosi di quanto rimane nell'uomo civile della barbarie antica. Uno solo dei passeggieri, un omuccio secco e grigio, dal viso itterico, con gli occhiali affumicati, alzò la voce fra quel mormorio di pietà, sforzandosi invano di colorire di questo sentimento il dispetto messogli in corpo dalla scossa violenta che gli aveva sconvolto i nervi. O povera natura umana, quando ti cade la maschera! A sentirlo, pareva che il colpo l'avesse avuto lui. — Ci mancava questa! — esclamò con voce acre e tremola. — Un bel momento che ci fa passare! Benedetta gente, sempre sbadata, che rischia la vita.... Guardate se debbono accadere di queste cose.... Un uomo rovinato! E poi.... lo spavento dei passeggieri. Eh sì, fa pena anche a me; come no? Ma facciano attenzione, in nome di Dio, anche per riguardo al pubblico.... Pare che se le cerchino.... Un giorno è uno scontro, un altro è il freno.... Ce n'è sempre una.... Non è più un servizio.... Non è più un vivere questo.... Oh santa pazienza benedetta!... — Sopraggiunse ilcontrollore, e ritornò un momento dopo il fattorino; il quale, pigliando le redini, annunciò che il cocchiere si riaveva. Tutti respirarono, il tranvai ripartì; ma il signore dagli occhiali scuri restò imbronciato. E si capiva perchè: il triste caso l'avrebbe forse impietosito, invece d'irritarlo, se fosse seguito tre ore prima; ma era l'ora del desinare, e l'appetito, per quel giorno, era perso senza rimedio. — Ah tristo animale! — gli dissi in cuor mio. Ma queste parole mi svegliaron dentro un'eco inaspettata; l'eco d'una voce severa che mi domandava se c'era al mondo un uomo, il quale, riandando la sua vita, non trovasse d'esser stato qualche volta irritato, non impietosito dalla sventura d'un suo simile, per la stessa misera, vile, disonorante ragione.... E quella voce mi fece abbassare la fronte.

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Così è: come dalla faccia placida e azzurra del mare spuntano qua e là teste deformi di pescicani e tentacoli orrendi di polipi, così per le vie della città dalla lieta pace della vita ordinaria erompono a quando a quando improvvisi la violenza, la barbarie, il delitto, la morte, a rammentarci che sotto all'ordine e all'armonia apparente della civiltà infuria la lotta eterna delle passioni e delle forze nemiche. È l'ora della siesta; il tranvai va a rilento sotto il sole, per una strada solitaria, tirato da due cavalli in sudore, che par che s'assopiscano al suonocadenzato e pesante del proprio passo; una lavandaia tarchiata, seduta in fondo, si appisola sopra una bracciata enorme di biancheria che le preme il ventre; accanto a lei un giovanotto di dubbia eleganza, inanellato e infiorato, dorme col capo ciondoloni sul petto e la sigaretta spenta fra le labbra; tutti gli altri tacciono; il fattorino sonnecchia; parlano soltanto due vecchietti, seduti davanti a me, che commentano senza fine, con voce monotona, l'ultima estrazione del lotto. A un tratto, in mezzo a quella quiete narcotica, scoppia un grido selvaggio: — Ladro! Ladro! T'ho visto! Sei tu! Rendimi i miei danari! — e voltandoci, vediamo il giovane della sigaretta dibattersi, pallido, fra le braccia poderose della lavandaia che l'ha agguantato con una mano alla strozza e cerca di cacciargli l'altra in una tasca del soprabito, seguitando a urlargli sulla faccia: — Ladro! Ladro! Sei tu! Rendimi i miei danari! — Il cocchiere ferma, il fattorino accorre, altri s'interpongono, la donna è spinta in là, il giovane è afferrato, parecchie mani lo frugano, il portamonete vien fuori.... — Aaaaah! — grida la donna con un riso feroce di trionfo. Il ladro, col capo scoperto e i capelli arruffati, bianco e stravolto, cessata ogni resistenza, cerca intorno con due occhi stupidi il cappello caduto e con un moto meccanico della mano libera si tasta la cravatta snodata.... fin che sopraggiunge una guardia civica, che fa scender lui e la donna, e il gruppo s'allontana dalla parte opposta al tranvai, che riprende la corsa, mentre s'affacciagente a tutte le porte e da tutti i canti accorrono ragazzi. Dire che in tanti anni da che sono al mondo non avevo mai visto acciuffare un ladro in flagrante! Quello spettacolo mi rimescolò il sangue come se non mi si fosse mai presentato neppure all'immaginazione. —Baloss!— udii gridare intorno a me. — Brigante! — Canaglia! — E per un tratto di strada feci eco in cuor mio a quelle invettive; ma sempre più fiocamente, via via che la scena avvenuta mi s'andava tramutando al pensiero in un'altra; nella quale la donna era rappresentata dall'immagine dell'Italia e il giovane da un personaggio coperto di nastri e di croci; ma con queste circostanze diverse: che nella mia visione i vicini voltavano la testa dall'altra parte per non dar noia al ladro, e i lontani s'inchinavano, e la guardia gli faceva il saluto con la spada.

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E ancora il malo influsso, ancora un incontro triste, sul tranvai della linea Vinzaglio, in via Roma: il mio buon Giors, che non guarda più le botteghe dei salumai, che non fischia più l'aria dellaCarmen, che non sorride più, che ha un altro viso, ch'io non gli vidi mai, e una voce che non riconosco. Tra una fermata e l'altra, lentamente, con un accento triste e sempre eguale, come se parlasse a sè stesso, egli mi discorre di sua moglie malata che “prende una cattiva piega„ e lo tiene in affanno. Anche questamattina essa gli disse: — Va, Giors, va tranquillo, tutto andrà bene. — Ma egli non ne è punto persuaso e dice di no, con un dondolio del capo continuo. Ieri il medico fece una brutta faccia, una faccia.... che egli non avrebbe voluto vedere. — E quando penso! — esclama, voltandosi verso di me. — Una donna che non ce n'è un'altra. Non è il caso di vantarsi, capirà bene; ma quello che è giusto.... Levata la mattina alle quattro, tutta la giornata al lavoro, la sera su fino alla sant'ora, a aspettarmi con l'ago alla mano.... E mai un capriccio, mai un soldo male speso, mai un pensiero per sè, mai, mai un dispiacere che m'abbia dato. Ma che dispiacere! Mai una parola che è una parola non c'è stata fra di noi.... — E dopo una pausa: — E cosa faccio io se mi manca?

E dopo una girata di freno: — Già, e cosa faccio io se mi manca?

E non serve fargli animo; egli segue il corso dei suoi pensieri senza badare alle mie parole, esclamando di tratto in tratto, con accento di profonda pietà per sè stesso: — Ah, povero Giors! — Quello che lo tormenta di più è di dover restar lì al freno mentre essa è là, senz'assistenza, a rodersi l'anima perchè la casa è in disordine e i piccini son per la strada e lui non troverà pronta la colazione. — Eppure, come si fa a perder la giornata? Come si fa? Bisogna ben mangiare, prima di tutto! — E ripete dopo un po', come se avesse scoperto allora quella verità: — Già, bisogna ben mangiare.

E poi riprende l'elogio della moglie, ricordaatti suoi di bontà, sacrifici fatti per la famiglia. Anni sono, quando egli era senza impiego e senza aiuti, e avevano già un bimbo di due anni, che stentavano a nutrire, una sera, rientrando in casa con un po' di legna che era andata a prendere alla parrocchia, la povera donna vacillò e gli cascò quasi fra le braccia. — Cos'hai? — le domandò. Si mise a ridere: era passata da Catlinin, una sua amica che teneva un banchetto di liquori, e, invitata a bere, ne aveva mandato giù un sorso di troppo. — Ah, non è vero! — disse lui; — fa sentire il fiato. — Che! niente. — Tu hai digiunato! — E allora a lei era scappato da piangere. Non aveva mangiato in tutto il giorno per empire il marmocchio. — Ma se ci fu verso di farglielo dire!... No, non ce n'è un'altra compagna. Ah, povero Giors!

In quel punto fermò per lasciar salire un signore e rimise subito i cavalli in moto. Ma quegli strepitò e fece rifermare: — Ma non vede, corpo di...., che ha ancor da salire mia moglie! — Poi, guardatolo bene in viso, soggiunse fra i denti: — La mattina almeno non dovrebbero bere.

E Giors, con una mitezza che mi commosse più di quanto aveva detto fino allora, —Ca scusa— rispose; — non avevo proprio visto. Eh, ho la testa per aria.

E ripartito che fu, disse di nuovo a mezza voce, tentennando il capo e guardando lontano davanti a sè: — Già, e cosa faccio io se mi manca?

*

Poi, per vari giorni, trovai qualcuno dei miei attori quasi a ogni corsa, come se ci fossimo dati convegno. Trovai una mattina, sulla linea del Ponte Isabella, il fattorinomarchese, che dedicava tutte le sue eleganze e le sue grazie a una donna non più giovane, ma d'aspetto signorile, profumata come uno zibetto; la quale lo accompagnava di panca in panca con uno sguardo morente. Era una maschera variopinta di attrice smessa, di quelle donne indiavolate, in cui ricomincia con la quarantina una seconda gioventù più matta della prima, e che per un traviamento dei sensi e della fantasia cercano le avventure al di sotto della propria classe, come certi briaconi aristocratici, giunti sul pendio del vizio, precipitano all'osteria. Ah, malcauta! Io le previdi sul belletto la traccia delle cinque dita di quella terribile bruna gelosa, in presenza della quale avevo visto il signor marchese timido e contegnoso come un seminarista....

Rividi un altro giorno il “tranvaiofilo„, l'ardente paladino dellaBelga.... in qual lavoro occupato! Non avevo pensato mai che la passione per la carrozza di tutti potesse salire a un tal grado d'ardore da far discendere il dilettante a dare una mano al cocchiere per rimettere sulle rotaie la giardiniera fuorviata. E con che entusiasmo spingeva, con una spalla contro il parapetto, puntando i piedi e gonfiando il collo, nell'atteggiamento d'un prodigo dell'inferno dantesco,fiammante nel viso e superbo di faticare per una “santa causa....„

Rividi il mio persecutore sonettista, che mi si venne a sedere accanto sull'ultima panca, con un sorriso d'aguzzino; ma questa volta mi salvò un operaio, seduto davanti a noi, con una pipaccia orribile fra i denti, la quale mandava in viso al poeta dei nuvoli di fumo così pestifero che, dopo avermi tossito nell'orecchio una quartina, dovette, soffocando e sagrando, rimangiarsi gli altri dieci versi per non sputare i polmoni. O imprecata Regìa italica, tu fosti almeno una volta benedetta!

E ritrovai sulla linea di Lanzo, dopo cinque mesi, quel certo erotico sereno dalla zazzera bianca e dagli occhi azzurrissimi, arieggiante un pastore evangelico, ritto in fondo a una giardiniera occupata quasi tutta dalle alunne d'un collegio, dai quattordici anni ai diciotto, vestite di color lilla, con una mantellina minuscola di seta nera; le quali, conversando vivacemente da panca a panca e torcendo i busti snelli come solleticate da mani invisibili, presentavano ai suoi occhi il profilo grazioso dei loro nasini scolareschi e dei loro petti virginei: la sua giardiniera ideale! Oh come il suo sguardo chiaro di erotico intellettuale scorreva agile e lieto su tutte quelle spalle e su tutti quei colli adolescenti, come si tuffava in tutte quelle capigliature fresche, come nuotava in quella primavera rosata! Come si godeva i suoi dieci centesimi! Si capiva che non sarebbe disceso per cento lire. Ma, in via Milano, lo distrasse da quello un altrospettacolo anche più allettante. Mentre il tranvai andava di tutta corsa, un bel pezzo di bruna sui trent'anni, senza cappellino, con un canestro di fiori alla mano, prese l'abbrivo dal marciapiede e, adocchiato un posto vuoto in capo a una panca, spiccò un salto.... elà, ritta sulla pedana, con una mano alla colonnina e il canestro per aria, nell'atteggiamento d'una cavallerizza che, passato il cerchio, ricasca sulla sella e chiede l'applauso. Era la famosa fioraia di Porta Palazzo, nota a tutti gl'impiegati del tranvai per quella sua destrezza acrobatica. Seduta che fu, in mezzo all'ammirazione delle ragazze, parve che l'erotico raccogliesse su di lei, in un con lo sguardo, tutti i suoi pensieri, e stette un pezzo così, immerso in una meditazione profonda e tranquilla, di cui sprizzava la dolcezza dagli occhi socchiusi e dalle labbra sorridenti....

*

E rividi anche il cavalier Bicchierino, miracolo! non nella solita via Garibaldi, ma sulla linea dei Viali, più rotondo e più lustro che mai. Dovevafruired'una breve licenza estiva e far quella corsa per ricreazione, perchè non l'avevo visto mai in un atteggiamento di così placido riposo, così chiaro nel viso, così palesemente libero da ogni pensiero del “cancello„. Egli spaziava con lo sguardo sui corsi e sulle piazze, osservava i lunghi filari d'alberi, le botti inaffiatrici che passavano, gli operai occupati a sparger ghiaia e a piantare nuove acacie, edalla sua serietà abituale trapelava l'alterezza del vecchio torinese innamorato della sua Mecca, il godimento della linea retta, l'ammirazione della simmetria, la compiacenza per il buon andamento dei servizi municipali, la soddisfazione di vedere tutti i passanti che andavan verso il Po tenere la destra, e tutti quelli che venivan su, il lato opposto, come si deve fare in mia città civile, e come non si fa,dioumlo pura(diciamolo pure) che a Torino. Ma in vicinanza del Teatro Torinese la sua quiete fu turbata. Il fattorino esclamò; — Ah, eccole qui quelle dello sciopero! — e vedemmo venire dal ponte delle Benne una lunga processione di donne d'ogni età, che ingombravano tutta la strada, levando polvere come un armento, e mandavano fino a noi un mormorio sordo e confuso come d'un fiume rotto tra i sassi. Erano le operaie di non so che opificio del Parco, scioperanti da due giorni, che andavano alla Prefettura. Il cavaliere si voltò bruscamente a guardarle, ed io vidi sul suo viso un mutamento istantaneo, maraviglioso, come d'uno a cui si attorcano tutt'a un tratto le viscere. Non avrei meglio compreso quello che passava nell'animo suo se si fosse sfogato con un discorso. Compresi che quel fatto d'uno sciopero, per sè solo, astratta ogni idea di ragione o di torto che gli scioperanti potessero avere e di condotta pacifica o tumultuosa a cui fossero per attenersi, urtava violentemente tutti i suoi sentimenti e i suoi principî, offendeva in modo intollerabile tutti i suoi istinti, gli faceva l'effetto d'un abuso enorme, d'unaviolazione temeraria di tutte le leggi, d'una perturbazione criminosa dell'ordine sociale e naturale, come se avesse visto le case e gli alberi del corso rompere le file e ballare la tarantella. Il tranvai lasciò presto la processione a distanza; ma egli continuò a guardarla, voltato indietro in una positura incomoda, con una fronte così rimbrunita, con gli occhi così dilatati e torbidi, che mi fece pietà; tanto si vedeva che soffriva, che non poteva sopportare lo spettacolo di quell'“anomalia„ in quel corso così diritto, fra quelle case tutte d'un'altezza, in quella sua Torino dove tutti camminavano con quel bell'ordine per viali così ben tenuti. Povero cavalier Bicchierino! Se la vedeva così, non era già per cattivo cuore; il suo viso diceva che era uomo da comprendere e da sentire le miserie umane, da dar ragione ai deboli quando chiedevano il giusto e l'onesto. Ma occorreva che la pietà, il sentimento della giustizia e tante altre belle cose gli entrassero senza urtare quelle quattro idee piantate ai quattro canti della sua mente come i quattro soldati intorno al monumento di Carlo Alberto, ossia, che gli scioperanti scioperassero senza cessar dal lavoro, e andassero alla Prefettura a tempo avanzato, a uno a uno, in punta di piedi, per trecento strade diverse, con un bel foglio alla mano, in cui tutto fosse esposto e spiegato in ben conteste frasi d'ufficio. Senza cuore il cavalier Bicchierino! Ma per pensarlo converrebbe non sapere che di tutti i teatri d'Italia sono i torinesi quelli in cui i drammi commoventi strappanodalle tasche un maggior numero di pezzuole e dai petti ibravopiù somiglianti a un singhiozzo! E lo vidi alla prova in quella stessa corsa, allo svolto di via Vanchiglia, dinanzi al caso, non raro, d'una famiglia che dava l'ultimo addio, sul predellino del tranvai, a una persona cara, diretta alla Stazione di Porta Nuova. Era una ragazza che partiva; il suo vecchio padre e una sorella sciancata l'abbracciarono; la mamma le chinò il capo sul seno, piangendo dirottamente; il fattorino e il cocchiere non osavano di lagnarsi del ritardo; tutti le guardavano commossi. Ma il primo a prendere l'involto della ragazza fu lui, Bicchierino, e con un atto così rispettoso, con un viso così compassionevole, con un: —Ca permetta!— così tremolo e così buono, che lì per lì feci giuramento di non dargli mai più un dispiacere. — No, povero Travet, ancora così mal conosciuto in Italia anche dopo la gran commedia che t'ha dato il nome, non dirò mai più che è stretta via Garibaldi, non taglierò mai più ilPopolocon le dita, e se avrò un giorno la fortuna di conoscerti, farò uno sforzo per parlarti il più puro piemontese che sia mai risonato sul palcoscenico del Teatro Rossini, e non urterò alcuna delle quattro idee guardiane del tuo cervello, anche a costo di mettere al laccio le mie....

*

Peccato che non ci fosse lui.... Ma no, perchè forse, anche commovendosi, egli avrebbe visto in quella scena un esempio di confusione diclassi, che poteva offendere nell'animo suo il sentimento dell'ordine sociale. Ma per me fu la scena più gentile che mi fosse occorsa mai sulla carrozza di tutti. La giardiniera s'arrestò all'angolo di via Maria Cristina e di via Baretti, dove l'aspettava un vecchio muratore, con la giacchetta sulle spalle, sostenuto per un braccio da un murator giovane, che l'aiutò a salire, facendogli qualche raccomandazione, e lo salutò, dicendogli: — In gamba! — Quello sedette a sinistra d'una bella signorina bionda, un'adolescente precoce dal viso di bimba, alla quale i capelli d'oro, le carni rosee, il vestito bianco davano come uno splendore diffuso, in cui il sorriso, ogni volta ch'ella sorrideva alla cameriera seduta alla sua destra, pareva una luce nella luce, e rivelava il pensiero ancor fanciullesco. L'operaio, si capiva, era stato colto da qualche male improvviso e costretto a lasciare il lavoro: teneva ancora il cappello di sghembo sui capelli grigi arruffati, come forse glie l'avevan messo rialzandolo da terra; stava come accartocciato, col viso smorto e col mento sul petto, e i suoi occhi esprimevano quel senso di tristezza scorata e paurosa che desta ogni malore repentino in quell'età, insidiata dalla morte. Davanti e dietro di lui c'erano signore e bambini eleganti; sulle altre panche la solita gente varia; da ogni parte uno sventolìo vivace di ventagli e di cappelline. A un tratto, mentre si sboccava sul corso Vittorio, s'intese un grido. Era la signorina bionda, a cui il muratore, preso da deliquio, aveva abbandonato il capo sullaspalla. Il suo primo senso fu di sgomento, e scattò indietro; ma si riebbe nell'atto stesso per sorreggere il vecchio che cadeva, e non potendo tenerlo con le mani, lo rialzò facendo forza con tutta la persona, lo rimise nell'atteggiamento di prima e porse la spalla al suo capo morto, che vi ricadde su pesantemente, perdendo il cappello. Tutto questo in un attimo. Ah, bravatota! Com'eran succeduti pronti sul suo bel viso d'inglesina al terrore la risoluzione e al ribrezzo la pietà, e com'era angelicamente bella, così, pallida dalla commozione, ma ferma e quasi altera, con quella fronte splendida inclinata verso quella povera testa di vecchio operaio senza vita, che s'appoggiava a lei come a una figliuola! Il tranvai si fermò; accorsero alcuni per prendere il malato; ma una boccetta d'essenza, ch'era passata di mano in mano, gli aveva già fatto riaprire gli occhi e rialzare la fronte. La signorina raccolse il cappello chiazzato di calce e glie lo rimise sul capo con garbo, sfiorando con le sue piccole mani bianche i suoi capelli grigi, gli riaggiustò la giacchetta sulle spalle, lo aiutò a discendere mettendogli le palme sotto i gomiti, lo guardò mentre s'allontanava accompagnato da due passanti, e quando il tranvai ripartì, espandendo l'animo oppresso dalle commozioni diverse, prima sorrise ai presenti che la guardavano, e poi ruppe in pianto.

*

O benedetta carrozza di tutti!... Eppure c'è chi dice corna di te e ti vorrebbe a terra. Fu un atto d'accusa in tutte le forme, un vero stroncamento dell'istituzione quello che fece l'ultimo giorno del mese, in un carrozzone chiuso di via Lagrange, in cui m'aveva cacciato la pioggia, un grosso medico panciuto e arcigno, dai capelli rossi e dagli occhiali verdi. Egli si sfogava con un amico seduto in faccia; ma tutti gli altri ascoltavano e se la godevano, approvando, per eccitargli la vena. Aveva preso le mosse da un suo nipote, un giovanottone di diciott'anni, forte come un bufalo, che non era più buono a andar da Piazza Savoia a Piazza Venezia senza farsi tirare da due rozze. Era una vera epidemia di pigrizia, diceva, quella che i tranvai avevano portato nella cittadinanza. Tutti quelli che avevan dei soldi da buttar via non camminavano più. In verità. Egli conosceva centinaia di poltroni sani come lasche, per i quali il fare un chilometro a piedi era diventata una delle dodici fatiche d'Ercole. — Si sfibra la razza, positivamente; gli uni perdono le gambe, gli altri il cervello. Non vedete i due eccessi opposti? C'è una razza di vecchi matti che per far del moto si sciupano i polmoni e arrischian le ossa sulla bicicletta, e un esercito di giovani che non fanno più trecento passi al giorno coi propri piedi. È un incarognimento generale, mi scusino, è la vera parola; e lascio stare che se sispendesse in beneficenza la metà dei denari che si sprecano per farsi portare da una cantonata all'altra, si darebbe del pane a migliaia d'affamati. Ma certo. I tranvai! Ma sono un'istituzione funesta all'igiene, veicoli d'aria viziata, che hanno soppresso la passeggiata stimolante prima del pranzo, la passeggiata digestiva dopo cena, le camminate regolari da casa all'ufficio.... Non vedete quanta obesità gira per Torino da dieci anni a questa parte? Non c'è da ridere. Vi dico che cresce l'adipe in un modo spaventoso. Si vedon delle signore di trent'anni che paion palloni, degli uomini di quaranta che paion botti. Un incarognimento, ripeto. E chi vivrà fra cinquant'anni vedrà passare dei carrozzoni che parranno stie piene di galline faraone e di tacchini ingrassati per il Natale! — Tutti ridevano. E benchè ridessi anch'io, m'inquietò nondimeno un poco il timore di addossarmi col mio libro una parte anche minima di colpa della futura pinguedine d'Italia. E rimasi pensieroso davanti a quella visione comica d'un popolo di lune piene e di pancie enfiate. — Però, — pensai, — per il popolo italiano.... c'è tempo.


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