CAPITOLO QUINTO.

CAPITOLO QUINTO.

Maggio.

Una mattinata bella.... e una conversazione sciocca di benpensanti, a proposito della data del mese, sul tranvai di Vanchiglia. Eran certo di quelli stessi che, quando il primo maggio era tumultuoso, dicevano: — Facciano la loro festa pacificamente, se voglion che sia rispettata! — Diventata la festa pacifica, si facevan beffe delle riunioni private e delle passeggiate campestri dei rinsaviti, attribuendo il rinsavimento a cagioni ignobili. Non c'è gente più stomachevole dei paurosi che, appena rassicurati, scherniscono e accusano di viltà chi li ha impauriti. E ragionarono un pezzo per dimostrarsi a vicenda una cosa di cui erano già tutti convinti: l'assurdità dell'Idea che la festa esprime. Ma li ascoltavo quasi con piacere, pensando al tempo in cui sarebbero parsi altrettanto strani quei ragionamenti quanto paion tali al presente i ragionamenti opposti. Strana cosa, infatti, degnad'una favola d'Esopo: l'onda del mare che si stupisce e s'adira d'essere incalzata da un'altr'onda, e le grida: — Va indietro! — Ma quel piccolo mormorio di voci ingrate si perdette ben presto in quello grande, ch'io sentivo nella mente, d'altri innumerevoli benpensanti come quelli, dicenti le stesse stessissime cose, percorrendo sui tranvai altre centinaia di città, vicinissime e lontanissime, di là dai monti e dai mari, di cento aspetti diversi, mentre si preparavano intorno a loro, come ai loro amici ignoti di Torino, altre adunanze e feste e passeggiate campestri, nelle quali, per la seconda volta sulla terra, milioni d'uomini avrebbero espresso in venti lingue gli stessi propositi e le stesse speranze che ai miei vicini parevan follia. E mi pareva che l'aria di maggio che m'alitava in viso mi portasse un'eco vaga di quelle voci infinite, confuse in un suono solenne e dolce, come un sospiro del mondo, risvegliato dal sentimento della primavera.

Eppure ero triste; con la data del mese mi ritornava in capo di continuo il pensiero d'un edifizio, già eretto e compiuto con cinque anni di fatiche, di cure amorose e di passione ardente; il quale un giorno, in un momento di potente chiaroveggenza critica, avevo visto tutt'a un tratto, come per un crollo di terremoto, spogliarsi del suo intonaco, aprirsi dal tetto alle fondamenta e rovinare in mille frantumi. Quella data riconduceva forzatamente il mio pensiero fra quelle rovine, che non avrei più potuto ricomporre che con altri più anni di duro lavoro,e dopo che mi si fosse rifatta serena la mente per concepire un nuovo disegno; e quel ricordo d'entusiasmi vani, di speranze deluse, di veglie perdute, e il dubbio che una prova eguale si potesse ripetere con una fine egualmente miserevole, mi sgomentava come l'idea d'una condanna alla tortura perpetua.

Fui scosso all'improvviso da una voce gaia: — Primo maggio! — e, voltandomi, mi vidi accanto sulla piattaforma un viso noto, un bel giovane biondo, vestito a festa, con un garofano all'occhiello, rosso come la sua bocca di vent'anni. Tutt'i miei pensieri tristi fuggirono all'aspetto di quella gioventù sfavillante d'allegrezza. Era un tipografo, uno dei credenti più appassionati e più sereni, di natura affettuosa e ingenua, un bersagliere ardente del partito, il più svelto e fervido dei galoppini elettorali, divoratore infaticabile di scale e di strade, sempre pronto a tutti i servizi, a conciliare, a ammansire, a metter bene; non mosso da alcuna speranza di vantaggio proprio nè prossimo nè remoto, ma pago e contento di esser l'ultimo soldato dell'esercito; e altero della sua fede, compreso di un così vivo sentimento di dignità di classe da accendersi di vergogna e da patire un vero tormento alla vista d'un operaio ubbriaco; e zelante come un missionario, primo sempre ad accorrere a tutte le riunioni, nelle quali la sua testa bionda brillava fra mille come una luna d'oro, e il suo fremito e il suo riso d'assenso agli oratori si trasfondeva nei vicini come un fluido elettrico. Era felice, quel giorno;l'idea della passeggiata campestre pomeridiana lo eccitava; aveva già corso non so quante linee del tranvai per andar a sollecitare dei compagni irresoluti; sapeva quello che si sarebbe fatto nelle principali città straniere, pregodeva il piacere del leggere le notizie del dì dopo, diceva: — I compagni di Bruxelles, di Berlino, di Vienna, di Parigi, — facendosi suonar quei nomi all'orecchio con un sorriso di compiacenza, come dei nomi di amanti; e interrompeva ogni tanto il discorso per indicarmi i garofani rossi sui tranvai che passavano, come avrebbe indicato dei trofei di vittoria. In fine, mostrandomi il suo garofano, mi disse che era un regalo inaspettato che gli aveva portato a letto la mattina la sua vecchia mamma, non perchè fosse “convertita„ ah! tutt'altro; ma per fargli una sorpresa piacevole, e che prima di darglielo gli aveva fatto mille amorose raccomandazioni d'aver giudizio almeno per quella giornata, povera vecchietta! come se fosse stata una giornata di battaglia. Poi saltò giù dalla piattaforma dicendomi che andava a comprare una mezza dozzina dinumeri unicida distribuire agli amici stangati, e fattomi un saluto vivace con la mano, scappò, lasciandomi nell'anima un raggio della sua gioventù e della sua gioia.

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Ma il giorno dopo scontai la festa. Pericoloso è il tranvai per quelli a cui tocca di tanto in tanto di “correre per le bocche„ dei loro fratelliin Cristo. Non sospettava certo ch'io stessi ritto dietro le sue spalle il grosso signore brizzolato che sedeva sull'ultima panca della giardiniera di corso Vinzaglio, sulla quale ero salito con lo scultore Costa per andare all'Esposizione triennale. Aveva fra le mani laStampadella mattina, in cui era riassunto un discorso fatto da me il giorno avanti all'Associazione generaledegli operai, e, parlando con un vicino, mi tartassava in un modo barbaro, con voce lenta e pacata. Ah se si potesse intendere tutto quello che dice di noi la gente che non ci conosce, saremmo le più volte meno offesi dalle ingiurie che stupefatti, divertiti dalla stranezza e dall'assurdità delle favole, impossibili a immaginarsi. Anche il Costa tendeva l'orecchio; ma senza comprendere chi fosse il tartassato. Il buon signore spiegava al vicino il vero perchè di quella ch'egli chiamava la miarivolta(rivoltatura di giubba, voleva forse dire): egli lo sapeva di certa scienza. Perduto quel po' di ben di dio col crac della Banca Tiberina, avevo brigato, per campare, il posto di bibliotecario civico, che m'era stato rifiutato; e, ridotto al verde, invelenito, per puro sfogo di vendetta contro il mondo ingrato, avevo fatto il salto nefando. E presagiva dove sarei andato a finire: in un luogo dov'egli m'avrebbe chiuso subito, se avesse potuto. Illuminato a un tratto da una parola, il Costa mi diede di gomito, dicendo: — Senti, senti.... sei in ballo tu.... — e intesa la chiusa, ch'era un epiteto, soggiunse ridendo: — Beccati questa e serbala a Pasqua. — Stavoper ribattere; ma mi balenò una speranza di rappresaglia, che mi fece tacere. La speranza non fu delusa, in fatti. Svoltato il tranvai sul corso Vittorio Emanuele, quando fummo vicini alla piazza, il grosso signore, preso da un impeto improvviso di collera, tese il pugno verso l'assito del monumento, e gridò: — E anche quest'auro! O quando sarà finita? E bisogna essere minchioni come siamo noi.... — e taccio il resto. Allora toccai col gomito il mio buon amico e gli dissi: — Questa mi farai il piacere di beccarla tu e di serbarla a Natale. — Scoppiando tutti e due in una risata, facemmo voltare l'oratore che, messo in sospetto, non disse più nulla. Ma non occorreva che dicesse altro. Per i nostri dieci centesimi, come osservò il Costa, ne avevamo avuto abbastanza. Regola generale: andare a piedi il giorno dopo che s'è pronunciato un discorso in pubblico.

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I discorsi che si sentono sui tranvai, che pascolo per la fantasia! Ne feci uno studio particolare in quei primi giorni di maggio e mi parve di raccoglier pagine e pezzetti di pagine di mille romanzi lacerati. Eppure in quella varietà infinita c'è anche una grande monotonia. Quei dialoghi a bassa voce fra ragazze del popolo, nei quali ogni venti parole, infallibilmente, come ilpaesenei discorsi elettorali, vien fuori la parolachiel— lui — l'eternochiel, il protagonista anonimo del racconto; quei ragionamenti politici,in cui potete esser certi sempre di sentir pronunciare come giudizio proprio il giudizio che avete letto la mattina sul giornale che il ragionatore tien nella mano; quei discorsi sulla pioggia, sul caldo, sul freddo e sul vento, fatti di parole che milioni di bocche ripetono da tutti i secoli ad ogni variazione del tempo come se fosse sempre una cosa nuova, strana, inaspettata! Una gran parte delle conversazioni degli uomini non sono che sbadigli dell'intelligenza sonnecchiante. Ma va a giorni. Trovo fra gli appunti d'una sola corsa la storia interminabile del cambiamento d'un'unghia del piede, raccontata da un operaio al cocchiere, mentre un medico, che gli stava accanto, spiegava a un terzo in che modo dovesse far aprir le mascelle al suo cane da caccia per cacciargli in gola ogni mattina una cucchiaiata di sale, che l'avrebbe guarito dal raffreddore; poi una frase colta a volo da due ufficiali che parlavan d'un duello: — Quando uno la dà, che gl'importa degli arresti! — e una esclamazione soffocata: — Io la strozzo con le mie mani — intesa da un Tizio che faceva uno sfogo confidenziale con un amico, nel tempo stesso che due signori, dall'aria di gente di teatro, maltrattavano il maestro Leoncavallo chiamando iPagliacci, con fine sarcasmo, iPagliericci, e un tale che mi stava di dietro, discorrendo con non so chi, spacciava intorno all'Argentina, dond'era ritornato da poco, le più grosse panzane del mondo: per esempio, che ci si pagava dieci lire per farsi fare la barba. Poi, in quello stesso giorno, stralci distorie di malattie, di danari prestati e non resi, di liti coi vicini di casa, d'avventure galanti, di gite ciclistiche, e vari di quei discorsi che per un tratto par che si riferiscano a un dato argomento, ma che da una parola si comprende che riguardan tutt'altro, un cosa mille miglia lontana, senza parerci men balordi per questo. E non è uno studio inutile, perchè ci s'impara fra l'altro a proceder cauti nel far la critica su dei frammenti. Ecco ad esempio un dialogo che intesi fra due ragazze nella mia ultima corsa sul tranvai di via Cernaia.

— Uno tra due.... è vergognoso.

— Ma che! Nessuno è lì a vedere.

— Ma ci vedono entrare insieme.

— Che importa? Chi sa quante fanno lo stesso. — Dopo una pausa: — È un gran piacere.

— Sì, ci si sente meglio, dopo.

— È già più d'un mese.... Ne ho proprio bisogno.

— Diamine, — dissi tra me, — ci vuol della faccia. E mi sarebbe rimasto di loro un concetto orribile se non le avessi viste, quando discesero, entrare nello stabilimento di bagni di corso San Martino.

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Maggio, bel maggio, maggio amor dei fiori

Maggio, bel maggio, maggio amor dei fiori

Maggio, bel maggio, maggio amor dei fiori

e dei legumi, è bello anche sui tranvai che, passando la mattina dei giorni di mercato per le piazze Emanuele Filiberto, Bodoni e Madama Cristina, si trasformano in piccoli orti, magazzinialimentari e dispense ambulanti, piene di colori e d'odori. Vi salgon su da ogni parte, caricandovi le loro derrate, fantesche, bottegaie, cuochi di alberghi, ordinanze d'ufficiali ammogliati, signore con gabbie d'uccelli e vasi di fiori fra le mani; ed è tale qualche volta l'ingombro degli involti e dei canestri cacciati sopra e sotto le panche e dei grossi cavoli posati sulle ginocchia e dei cardi enormi tenuti ritti come torce e dei polli ciondolanti dal pugno delle serve, che non vi si può più muovere un braccio o allungare una gamba senza urtare in qualche cosa di commestibile. Ah! com'è curioso il contrasto fra i cuochi di case signorili che mettono superbamente in mostra le code delle trote e dei fagiani, e i piccoli borghesi dei due sessi che vanno a comperare per necessità economica o per raffinatezza di buongustai, facendo un sacrifizio d'amor proprio, con la speranza di non esser visti dai conoscenti, e dissimulando con mille piccole arti la roba comprata! Ma la signorina bionda ha un bel pigliare degli atteggiamenti poetici o un'aria distratta per far credere di trovarsi là per puro caso: io vedo bene rosseggiare i ravanelli delatori sotto il coperchio mal chiuso del suo canestrino elegante. E il vecchio maggiore giubilato ha un bel tamburinare con le dita la sua borsa di cuoio da viaggiatore, con la quale vuol dare ad intendere d'esser venuto or ora dalla stazione di Lanzo: il cuoio rigonfio disegna bellamente la forma d'un mazzetto d'asparagi, sua desiderata primizia. E non serve chela vecchia contessa, rovinata nel recente disastro delle banche, cerchi di nascondere con l'ombrellino stinto il pacco che si preme con la mano destra sul petto: vedo per uno spiraglio della carta verdeggiare la cicoria, che un tempo ella non toccava mai che con la forchetta e che ora, arrivata a casa, tagliuzzerà con le proprie mani, da cui sono scomparsi gli anelli. Ah povera contessa, chiudi un po' quell'ombrellino, col quale ti pari, non dal disprezzo come credi, ma dal rispetto e dalla simpatia delle anime gentili.... E la giardiniera va, spandendo odori di rosmarino, di basilico, di fragole, di pesci, di caci, di cipolle, d'un po' di tutte le cose, destinate a mense splendide di milionari, a tavole rotonde di stranieri, a poveri deschi di studenti, d'impiegatucci, d'operai, di malati, a luoghi e a mangiatori tanto diversi, quanto sono i modi con cui furono guadagnati i soldi che le pagarono, dalla fatica della schiena all'imbroglio finanziario, dalla vendita della scienza al mercato dell'amore. Poi, ad uno ad uno, tutti i carichi son posti giù, e il tranvai, ripigliato l'aspetto solito, continua la sua corsa leggera e inodora, fin che ritornerà nello stesso punto, dove ripiglierà altri colori e odori e vanaglorie culinarie e pudori aristocratici e peccati di gola mascherati. Tranvai stimolanti, consigliabili, sul serio, a quei pochi malati di anoressia che possono ancor essere sotto il bel sole d'Italia.

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Maggio, bel maggio, maggio amor dei fiori...

Maggio, bel maggio, maggio amor dei fiori...

Maggio, bel maggio, maggio amor dei fiori...

Mostravano di sentirne l'influsso, e come! il bel capitano di fanteria e la supposta moglie dell'impiegato postale, che ritrovai una mattina di maggio in un carrozzone chiuso della linea Vinzaglio. Che il loro amore non fosse uscito ancora dalle rotaie dopo un mese e mezzo di corse? Possibile, non credibile. Comunque fosse, era evidente che si trovavano tutti e due in quel periodo critico, nel quale all'amore divampante cominciano a riuscire intollerabili la tirannia del calendario e dell'orario, la simulazione, la menzogna e tutte l'altre astuzie e cautele del tradimento; in quel periodo in cui la passione, accecata dalla propria fiamma e insuperbita della propria forza, illudendosi d'aver dei diritti, ha voglia di buttar via tutti i veli, di scuoter tutti i gioghi, di spezzar tutti i lacci, e d'attaccar battaglia aperta col mondo e con le sue leggi. Sul viso di lei non c'era più segno di timidezza; non si parlavano, ma si fissavano liberamente, e guardavano gli altri con gli occhi arditi, come dicendo: — Ah, non crediate che si voglia fingere! Quello che sospettate è la verità, e non la frodiamo, ma la portiamo in trionfo, e ve la gettiamo sul viso. — Benedetto amore, segno eterno d'“immensa invidia„! Avete notato che in chi n'è spettatore v'è quasi sempre un'espressione di gelosia velenosa? che il mondo, che quasi sempre gode a veder dueche s'odiano, par che si roda a veder due che s'amano? Fra i passeggieri che bersagliavano la coppia d'occhiate ostili c'era un signore serio e barbuto che, a giudicar dalla faccia, li avrebbe pugnalati. Non potea star fermo, si tormentava i baffi e soffiava; avrebbe voluto non guardarli e non ci riusciva; avreste detto che era lui il marito ingannato. Riconobbi in lui un erotico, ma d'un ordine particolare: il geloso di tutto il sesso femminile, quello a cui tutti gli amori sembrano un furto e un'offesa fatta a lui, e al quale par che ogni donna innamorata, vedendolo, si dovrebbe staccar dal suo amante, dicendogli: — Scusami tanto; mi sono innamorata di te perchè non conoscevo quel signore: ti pianto. — Come divampava quel carrozzone! Non pareva che lo tirassero i cavalli, ma che lo spingesse avanti la forza della passione, delle gelosie, dei cuori palpitanti e delle immaginazioni accese che portava dentro. C'erano due signorine col viso rosso, due vecchi che avevan tutta l'anima negli occhiali, un giovanetto che pareva magnetizzato; perfino il fattorino pigliava i soldi senz'esame per covar con gli occhi la bella coppia colpevole. Ed io pensavo con pietà a quel povero impiegato delle poste, che forse in quel momento diceva allo sportello, con voce placida: — Niente per lei! — Ah poveretto! E per lui c'era quel po' di roba.

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Maggio, bel maggio, maggio amor dei fiori...

Maggio, bel maggio, maggio amor dei fiori...

Maggio, bel maggio, maggio amor dei fiori...

Lo sentiva anche il mio buon veterano di via Garibaldi la sera che lo trovai, col suo cane inseparabile, sulla giardiniera della linea del Valentino, diretta verso Porta Palazzo: in piedi, trionfalmente. Era contento, si vedeva, di star bene, di respirar l'aria tepida, pregna del profumo dei fiori d'acacia: infatti, a ogni crocicchio, girava il capo con vivacità insolita, e guardava tutto, sorridendo alla gente, ai monumenti, alle case in costruzione, ai tranvai che passavano, alle strade lunghe e diritte, e alle Alpi lontane. Doveva esser per lui una di quelle buone giornate che i vecchi ricordano poi come squarci aperti nella loro vecchiaia, nei quali hanno rivisto da vicino e quasi risentito di sfuggita l'età migliore. E sorrideva anche al tranvai che lo portava, che era grazioso e allegro veramente: un giardinetto di cappellini Arton, Vittoria e Romeo, coronati di rose e di pizzi; una nidiata di bimbi bianchi, tutti in ammirazione della uniforme strana d'un ufficiale Bulgaro della Scuola di guerra; due belle ragazze del popolo, in capelli, d'un biondo abbagliante, e tre soldati del genio, un po' eccitati dal Barbéra, che facevan rider tutti con certi commenti comicissimi, accompagnati da risate infantili, sopra un desinare disgraziato che avevan fatto all'osteria. Attraversare la sua Torino in carrozza, per due soldi, con quella bella compagnia, con quel bel tempo,doveva essere per quel vecchio celibe uno dei godimenti più squisiti che gli restavano, qualche cosa come una brillante cavalcata in un passeggio pubblico per un signorino di diciott'anni; e non potè trattenersi dall'esprimermi la sua contentezza quando, nel passare per via Siccardi, lungo il giardino della Cittadella, ci venne in viso un'ondata di profumi dall'Esposizione dei fiori. Voltò verso di me la faccia piena di rughe sorridenti, ed esclamò: — Che bella serata! — Poi si rizzò un momento sul busto come per dire ai vicini, secondo il suo solito: — Son settantotto, sapete! — Poi m'espresse il suo desiderio di veder l'anno dopo l'“impianto„ dei tranvai elettrici e mi disse la sua ammirazione per i “progressi maravigliosi del giorno„ come un uomo che sentisse ancora in sè tanta vita da poterli godere per un pezzo; e s'interruppe per chiamare il suo Ciuchetto con una nota di voce insolitamente sonora, della quale si compiacque, come d'una prova di vigoria di petto. E s'interruppe da capo in via Garibaldi per fare una profonda scappellata, con una inclinazione reverente del capo. Era passata in carrozza la principessa Letizia. E capii che quell'incontro era per il suo cuore di buon vecchio piemontese monarchico il coronamento felice d'una giornata d'oro.

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Maggio, bel maggio: lo sentiva nelle vene anche il piccolo monello che mi fu affidato.... Una corsa calamitosa. Salii a Porta Palazzo sultranvai, ancor fermo, della linea di Borgo San Salvario. Ero solo. Una donna — una nonna, mi parve — mi mise accanto sulla panca un bel bimbo bruno di circa sett'anni, dicendomi: — Scusi tanto,monsù; lei va acapolinea?... E allora, vorrebbe esser tanto buono da tener d'occhio questo bambino, che deve discendere da una sua zia in via Berthollet, numero sedici? — E ringraziatomi, ripetè la raccomandazione al fattorino, che appena le badò. Il tranvai partì. Io feci una carezza al mio raccomandato, per rassicurarlo; ma riconobbi subito che non n'aveva bisogno, poichè nell'atto stesso mi levò di mano la canna, dandomi del tu, senza preamboli, e tirò a disfarmi il nodo della cravatta.

È varia e dilettevole quella linea, che dal corso Regina Margherita svolta in un tratto di strada ariosa e chiara, aperta da poco; poi rientra in Torino antica, fra il duomo austero e i palazzi foschi del Chiablese e del Seminario, dove irrompe un soffio di vita giovane dalla Via Quattro Marzo; e, proseguendo per la via rumorosa del Venti Settembre, passa per quella nuovissima di Pietro Micca, in mezzo a una allegrezza chiassosa di architetture ornate, a vecchi crocicchi in rovina, che non si riconoscon più, a fughe di colonne snelle, di cantonate fresche, di prospetti nuovi, davanti ai quali ripassan nella mente visioni confuse di città straniere e ricordi di case sparite e d'amici morti e immagini di finestre e di terrazzi noti, che pare si sian dissolti nell'aria! Bello si, ma un po'triste, perchè tutto questo non è stato fatto per voi, e si sente di più la vecchiaia che s'avanza vedendo la città che ringiovanisce. — Tutto questo è fatto per te e per gli altri monelli della tua generazione — pensavo, guardando il mio piccolo protetto sconosciuto....

Un vero serpente questo piccolo protetto, che non mi dava requie un momento. Si voleva rizzare in piedi sulla panca, si sporgeva fuori del tranvai, agitava la mia canna per aria, metteva i piedi nella schiena ai passeggeri seduti davanti, i quali si voltavano a guardar me, come per domandarmi se era quella e non altra l'educazione che avevo saputo dare al mio figliuolo. Ed io fremevo; ma potevo commetter la viltà di dire che non era mio? E non ero che al principio delle mie tribolazioni.

Lo scellerato, nell'ultimo tratto di via Venti Settembre, durante una breve fermata, si mise a compitare a voce alta l'annunzio delCacao Talmonedipinto sopra un altro tranvai pure fermo, insistendo con malizia perfida sulle due prime sillabe, tanto che m'attirò addosso dai vicini delle occhiate severe. — Vergogna —, gli dissi piano; ed egli mi rispose forte: — Vergogna a te — fraternamente. Poi, sul corso Vittorio Emanuele, essendo salito accanto a me un vecchio signore col gozzo, egli credette opportuno di darne la notizia al pubblico, dicendomi nell'orecchio, ma a voce spiegata: —A l'a 'l gavass!— Feroce mascalzone! Avevo il prurito alle mani; ma come si fa? dovevo frenarmi e inghiottire il disonore di padre putativo,contentandomi di fargli degli occhiacci, di cui si rideva: ero in sua balìa, e lo capiva. E me ne fece ancor una in via Nizza, dove, vedendo salire una donna incinta, esclamò con una intonazione prolungata di stupore: —O che pansa grossa!— E questa volta vidi correre per le panche un fremito d'indignazione contro di me, e la donna stessa disse: —Bela educassion!— guardandomi in faccia. Non ci reggevo più. Fu una vera liberazione quando potei gridaraltdavanti al numero sedici di via Berthollet e rimettere il marmocchio al fattorino, dicendogli in cuor mio: — Va, piccolo carnefice, e mi colga il malanno se accetterò ancora la tutela d'un malfattore par tuo neanche per un tragitto di trenta passi!

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Su quella stessa linea, correndola in direzione opposta, rividi due giorni dopo donna Chisciottina, col suo bimbo inseparabile. Me li trovai seduti davanti sulla giardiniera, e stando voltato un po' di fianco, con l'aria di leggere le insegne fuggenti delle botteghe, potei sentire gran parte d'un discorso accalorato ch'essa faceva a un'altra signora; la quale l'ascoltava sorridendo, più attratta dall'originalità, a quanto mi parve, che dal soggetto della sua eloquenza. Aveva i capelli un po' scomposti, come sempre, e macchiato d'inchiostro un dito della mano con cui gestiva, come una scolaretta arruffona; e diceva, diceva, con la sua calda voce di contralto,sgranando gli occhioni e enfiando il collo. — Disgrazie su disgrazie, vede. La figliuola, figliuola unica, ch'era già malaticcia, peggiorò, e dopo quel colpo non s'è più riavuta. Io le mandai il dottor Rizzetti. Si figuri che ogni notte sognava la disgrazia e si svegliava spaventata, gridando. E poi la paura che le mettessero il padre in prigione e che perdesse il posto; una tristezza da morire, s'immagini; una ragazza senza madre, poveretta, tutto il giorno in casa sola.... Io lo andai a raccomandare alla direzione; ma già non c'era pericolo perchè non ci aveva avuto colpa. Lui però non è più quello di prima. Da principio s'era dato a bere, per stordirsi, si capisce. S'è fatto torvo, un po' strambo, con certe idee fisse, e parla più poco. Fa compassione a sentirlo, creda, quando dice quel che prova a ripassar di là, che rivede tutto, tutto, e gli prende il convulso ogni volta che un bimbo attraversa la strada....

Ebbi un barlume, a quel punto, che il suo discorso si riferisse a una persona e a un fatto che m'eran noti. Le parole che aggiunse me n'accertarono.

— No, proprio, non c'ebbe colpa. Bisogna sentirlo ripetere dieci volte, col pianto nella gola: — Giuro per l'anima della mia povera madre che non l'ho visto passare! — Chi dice quello a quel modo dice la verità. Se vedesse quella povera casa! La ragazza a letto, in quello stato; lui seduto davanti a un pezzo di polenta che non può mandar giù; e sempre quel povero morticino in mezzo a loro due, tutto in sangue,e quel grido, quel grido che sentono sempre! Ma ora almeno ha smesso di bere, tante glie n'ho dette. Dicono: chi ha preso quel vizio, è inutile di ragionarlo. Ma è perchè non ne han voglia. Ma quando io gli dissi: — Vedete, se diventate un briacone, diranno che lo siete sempre stato, e che è per questo appunto, per vostra colpa, che la disgrazia è seguita — questa ragione gli fece senso. E poi gli dissi: — Non voglio! Capite? Ve lo proibisco in nome della vostra povera moglie morta, e della vostra figliuola malata, che m'ha posto affetto come a una mamma! — Pover uomo, si mise a piangere e mi baciò le mani. Ah, quel che può fare una donna, quando ha un'anima! Ma io non posso esser da per tutto e far tutto....

E mentre diceva questo con quella voce calda e violenta e con quel gesto vibrante che faceva sorridere la sua amica, s'indovinavano in lei dei tesori d'amore ardente, la forza contro il dolore, il coraggio contro la morte, un disprezzo profondo delle false convenienze sociali, una semplicità virginea dell'animo e un vigore di fibra virile, e sul suo piccolo viso bruno e irregolare appariva una bellezza fuggente, come a bagliori, ma d'una forza di seduzione indefinibile, altera a un tempo e dolcissima, cento volte più seducente che la bellezza composta d'un viso bello davvero.

— Ecco dov'è accaduta la disgrazia — disse, quando il tranvai, attraversata la via Santa Teresa, s'inoltrò nel nuovo tratto di via Venti Settembre, e, dette quelle parole, si strinse alpetto il suo bambino, coprendogli il capo con le mani, come per difenderlo da un pericolo. Si riscosse un momento dopo ed esclamò vivamente, toccando l'amica col gomito: — Eccolo là!

Ci veniva incontro un'altra giardiniera, sulla quale riconobbi al primo sguardo il cocchiere dai capelli grigi, che avevo visto passar fra le guardie in mezzo alla folla, la mattina della disgrazia. Egli passò col viso accigliato, con gli occhi fissi davanti a sè, senza veder la signora.

— Si volti indietro —, disse questa all'amica — e stia attenta. Vedrà che passando in quel punto si fa il segno della croce. Dice che se lo fa sempre dopo quel giorno.

Tutt'e due si voltarono, mi voltai anch'io, e benchè il tranvai fosse già distante un cinquanta passi, vidi benissimo l'atto del cocchiere, che si segnò.

— Ha veduto? — domandò la signora all'amica. — Ha veduto?

E disse queste parole con un tale accento che non mi maravigliai di vederla nello stesso tempo premersi un dito nel cavo dell'occhio come per arrestarvi una lacrima. E compresi: era una lacrima di contentezza: se quegli avesse continuato a bere, non avrebbe fatto quell'atto; non beveva dunque più; essa aveva vinto! — A me balenò un altro pensiero: — S'è forse segnato appunto perchè ha bevuto. — Ma subito mi rimproverai di quel pensiero. — Perchè non credere al bene? Credici, poichè anche il crederciè bene; credici tu pure. — E al vedere il bel sorriso, quasi di compiacenza materna, che brillava negli occhi umidi della signora, mi suonò in mente la dolce esclamazione del Fogazzaro: — Sì, è bella l'anima umana!

*

Il “bel maggio„ mi fece rivedere anche il mio giovane pittore, sull'ultimo tratto della linea di Borgo San Secondo, proprio nell'ora della mattina in cui quel tranvai porta una raccolta tutta sua propria di passeggieri: monache, medici, impiegati del Magistero dell'ordine Mauriziano, e parenti e amici di malati, diretti al grande Ospedale, con pacchi, involti di biancheria, frutti e libri fra le mani, alcuni col viso sereno, i più tristi, tutti pensierosi. Nel punto che il tranvai usciva dall'abitato in mezzo ai prati verdi, in faccia al Monviso quasi svanito nell'azzurro del cielo, salì il bel giovanotto, roseo e fresco, che pareva il mese di maggio in persona, e col piede ancora sul montatoio mi accennò allegramente che n'aveva una curiosa da raccontarmi. No, non della signora delle coincidenze, che era ancora un mistero per lui, benchè credesse d'aver trovato certe tracce...; un altra, un caso amenissimo, destinato alla rubrica dellagelosia coniugale in tranvai, visto da lui stesso. Si trattava d'una signora maturotta, la quale, salita sopra una giardiniera nel corso Cairoli, dalla parte di dietro, senz'esser vista dai passeggieri che stavan davanti, avevascoperto sulla prima panca la schiena di suo marito, seduto accanto a una loro giovane amica, e stretto con questa in una conversazione fitta e viva, accompagnata da quelle mosse del capo, da quegli atteggiamenti adoratorii, da quella continuità e intensità d'attenzione sorridente, che non lascian dubbi sulla natura della relazione fra un uomo e una donna. Per veder meglio il fatto suo, la signora s'era messa in piedi sulla piattaforma, e da quell'osservatorio era stata un pezzo a contemplare con gli occhi dardeggianti e col viso livido il profilo amoroso del suo coniuge, bevente le parole amate, anzi i due profili, che parevan di due colombi che si beccassero, non perdendo un lampo dei loro occhi, non un guizzo delle loro labbra; e il mio amico era rimasto in osservazione di tutti e tre, aspettando la scenetta che poi avvenne. Alla prima fermata del tranvai, vicino al ponte di ferro, la signora era discesa come una freccia dalla piattaforma di dietro e salita come uno spettro su quella davanti, proprio in faccia al marito e all'amica.... Ah quel marito! Che mutamento di frontespizio! Una vera trasformazione dei connotati, a vista, come suol dirsi, e l'amicaidem:due facce di defunti; e il colmo del comico era stato questo che, separandosi lui e lei per istinto come un corpo spaccato in due, la moglie s'era seduta d'un colpo in mezzo a loro, facendo una riverenza ad entrambi per salvare le apparenze, ma con due occhi che parevan due tizzoni d'inferno.... Ah no, il tranvainon era un nido d'amore da consigliarsi per i mariti infedeli.

Gli domandai, a quel proposito, a che punto fossero le sue ricerche matrimoniali sulla rete tranviaria. Con mio stupore, lo vidi arrossire un poco, e scrollare una spalla, come se gli avessi rammentato una sciocchezza di cui si vergognava, e che non avrei dovuto prender sul serio. Rimase pensieroso, però, qualche momento; e poi cambiò discorso ad un tratto, domandandomi: — Che cosa pensa lei delle studentesse?

Non capii la domanda. — Di quali? — domandai alla mia volta.

Ma mi accorsi subito che m'aveva fatto quella domanda non per sentire il mio parere, ma per dirmi il suo, e me lo disse con l'accento di chi desidera di non esser contraddetto, con un calore e un'abbondanza di parole insolita in lui. Mi disse che a lui quello che si diceva della sconvenienza di mandar le ragazze ai licei e alle Università pareva un pregiudizio ridicolo; che era stupido il parlar di pericoli e d'influssi immorali, poichè soltanto le civette nate li correvano e li subivano, e che anzi portavano esse appunto gli uni e le altre fra i maschi; che le ragazze veramente oneste e serie si facevano rispettare, non solo, ma esercitavano un influsso buono sui giovani, e che ne poteva citar degli esempi; che la virtù vera e solida non era quella che si fonda sull'ignoranza delle brutture umane, ma quella che vien dall'orrore che si risente conoscendole, e che in ogni caso il velo dell'ignoranzalo squarciavano alle ragazze le conversazioni che udivano ogni giorno e i romanzi e il teatro e i balli e i giornali, assai prima che arrivassero ai loro orecchi le volgarità dei condiscepoli volgari, e che in tutti i modi.... e che insomma.... e che quand'anche....

Ma vedendo che lo guardavo con maraviglia, arrossì da capo, e saltò in un altro discorso, domandandomi se avessi più visto laChisciottina.

Gli raccontai il fatto, ed egli me ne disse un altro, che aveva saputo da un amico un mese addietro. Un giorno, sul tranvai, avendo visto un ragazzino del popolo che meditava sul disegno pornografico d'una scatola di fiammiferi, la signora gli aveva comprato la scatola con quattro soldi e l'aveva buttata sulla strada; e alcuni passeggieri intorno essendosi messi a ridere come d'una stravaganza, lei, indignata, gli aveva rimbeccati con un epiteto, come dire? un epiteto non proprio da signora riguardosa, ma da donna sincera....

Nel dir questo, mentre il tranvai entrava nel viale di Stupinigi, rompendo in due una festosa brigata di signori e di signore in bicicletta, egli si dondolava sul montatoio, con un piede per aria, pronto a discendere, e mi sorrideva; ma c'era sotto quel sorriso, su quel bel viso roseo, come l'ombra d'un pensiero nascosto, d'un leggiero turbamento, non momentaneo, ma consueto; un'ombra leggerissima, la quale mi fece sospettare ch'egli avesse già incontrato sulla rete d'una delle due Società quello a cui voleva far credere di non aver più pensato.

*

E “maggio, bel maggio„ rideva pure ai miei due piccoli sposi di borgo San Donato, che un dopo pranzo di domenica, andando al Pallone, rividi sul tranvai pieno zeppo della barriera di Casale, seduti sulla prima panca; lei con un cappellino guernito di fiori rossi, che pareva nuovo fiammante, e un ombrellino lilla; lui con un cappello di paglia gialla, fasciato d'un nastro azzurro, che doveva esser fresco di bottega. Quello sfoggio straordinario mi fece pensare che fosse toccata loro una piccola fortuna, una eredità di qualche biglietto da cento, o una “gratificazione„ inaspettata al marito, più probabilmente, e che andassero a festeggiarla con un modesto desinare in qualche modesta trattoria fuor di porta. Che fossero in uno stato d'animo insolito lo dimostrava il fatto che lui, sempre così timido e riserbato, tenesse un braccio disteso sulla spalliera attorno alle spalle di sua moglie, la quale piegava un po' il capo dalla parte sua. E nel guardar quell'atto, ch'egli faceva, di stringersi al cuore e quasi di difendere quella sua povera sposa, che nessuno si sarebbe mai sognato d'insidiargli, quell'atto che pareva dire: — Vedete, questa poveretta che a nessuno piace e che nessuno guarda è il mio amore, il mio tesoro, la mia vita, — mi commosse questa idea: che a pigliarsi una libertà simile egli era stato forse incoraggiato dal pensiero umile e triste che una dimostrazioned'affetto fra due povere creature come loro non avrebbe attirato l'attenzione d'alcuno, non sarebbe forse nemmen parsa una dimostrazione d'amore. Ma da queste considerazioni mi stornò un accidente strano, che non avevo mai visto sul tranvai. Disputavano da un poco, a voce bassa, ma in tuono aspro, due coniugi sulla quarantina, vestiti con decenza, seduti sur una delle panche di mezzo. Tutt'a un tratto il marito mise un braccio dietro la spalliera e picchiò un pugno nella schiena di sua moglie, sonoro come un colpo di tamburo. Tutti si voltarono, si levò un mormorìo di sdegno; ma la moglie non rifiatando, lisciandosi la barba il marito, immobili e tranquilli tutt'e due come se nulla fosse stato, tacque il mormorìo, e allo sdegno succedette nei passeggieri una stupefazione comica di quel pugno improvviso e solitario, che aveva troncato così di netto il diverbio, con apparente consenso della picchiata, come un segnale che fosse stato convenuto fra la coppia per rimettersi d'accordo nei momenti critici. E non ci fu altro. A guardar quella scena s'eran voltati tutti fuor che i due sposi; i quali non si mossero dal loro atteggiamento fino all'arrivo alla barriera. Qui, prima che il tranvai si fermasse, la sposa s'alzò, e vedendola così ritta di fianco, riconobbi nella sua persona gracile quella curva leggiera che è il primo indizio visibile d'una nuova vita umana. Allora compresi; compresi il perchè dello sfoggio insolito e del desinare fuor di porta e del braccio appoggiato sulla spalliera in atto di protezioneamorosa! I fiori rossi, l'ombrellino lilla, la cappellina nuova e l'atto carezzevole erano perlui; perluiessi andavano a fare il rialto in campagna; perluierano il lusso e la festa. E se non me l'avesse detto la curva, me l'avrebbe fatto pensare l'atto di premura e di rispetto gentile con cui il giovane, disceso prima, tese le due mani per aiutar lei a discendere, come se già scendessero in due. Mi fermai a guardarli mentre s'allontanavano, stretti l'uno all'altro, nel polverìo dello stradone. Poveri e buoni figliuoli! Se avessi avuto la lanterna miracolosa di Aladino avrei trasformato la loro trattoria in un palazzo e fatto cadere sulla loro povera mensa una pioggia di fiori e di diamanti.

*

Ma il “bel maggio„ non rideva per la povera vecchietta di Pozzo di Strada. Mi bastò uno sguardo, la mattina che la vidi ritta in fondo al tranvai di via Garibaldi, con accanto il suo sacco solito e gli occhi fissi nel vuoto, per capire che non aveva ancora avuto notizie del suoGiacolin, ch'ella si torturava ancora il cervello e il cuore raffigurandoselo a volta a volta prigioniero, morto, mutilato, famelico, errante come una belva di tana in tana per la terra misteriosa, di cui non le era nota altra cosa fuor del nome maledetto. Erano i giorni che si faceva la questua a benefizio dei feriti e dei prigionieri d'Africa. Dei giovani signori, con una scritta sul cappello, salivano a raccoglier danaro suitranvai, porgendo un bossolo di latta. A metà di via Garibaldi salì sul nostro un giovanotto elegante, che pareva uno studente, e passò di panca in panca, lungo i due lati, tenendosi sul predellino. Giusto, ecco uno dei tanti vantaggi che offre la carrozza di tutti: chi osa rifiutare un soldo per beneficenza lì sotto gli occhi della gente? Pochi. Vidi però tra questi pochi dei signori. Seguitai con lo sguardo il raccoglitore fin che arrivò accanto a me sulla piattaforma. Quando egli mise il bossolo davanti alla vecchia, questa non capì, e lo guardò con quanta maraviglia poteva ancora manifestare il suo viso quasi pietrificato nell'espressione d'un pensiero unico. — Per i prigionieri e i feriti d'Africa! — disse il giovane in dialetto, spiccicando le sillabe. A quelle parole si fece sul viso di lei come un chiarore vago di crepuscolo, e i suoi occhi socchiusi s'apersero. Lessi in quello sguardo il suo pensiero: dar qualche cosa era come fare atto di fede nella sopravvivenza del suo figliuolo, era quasi un comprarsi un po' d'illusione ch'egli potesse ancora ricevere un benefizio. Frugò in una tasca del grembiule, tirò fuori un soldo, ma lo ripose: le pareva poco: cavò una moneta di nichel — il suo pane d'un giorno, forse, o il vino che la teneva ritta per due, — e con l'atto d'una divota che fa l'offerta al santo a cui chiede una grazia, guardando il giovinotto con un'espressione triste di simpatia e quasi di gratitudine, come se proprio lui avesse dovuto portare al suo figliuolo il suo obolo, mise la moneta nel bossolo, trattenendovi su un momentola mano corta e rugosa, che tremolava; poi rifece il viso di prima, immobile e chiuso, con lo sguardo fisso lontano sulla visione di sangue e d'orrore che da sei mesi la torturava. Un passeggiere accanto a lei rifiutò bruscamente l'oblazione, dicendo forte al raccoglitore: — No, perchè son certo che ai prigionieri non ci arriva neanche un soldo! — Ah, barbaro, se anche il sospetto orribile fosse stato verità! Ma per fortuna passava il tranvai in quel punto davanti alla chiesa di San Dalmazzo, e la povera vecchia, voltandosi per farsi il segno della croce, non sentì.

*

Ah, quante miserie, anche nel “bel maggio„ porta la carrozza di tutti! Non ne potevo immaginare una così triste come quella che scopersi la sera dopo in quel povero fattorino spersonito, che si chinò cortesemente a raccogliere lo scontrino cadutomi dì mano, sull'ultimo tranvai della linea di San Secondo, dove ero solo passeggiere. Nel ringraziarlo, lo guardai in viso, e vedendolo pallido, con un'aria spaurita, e parendomi che gli tremassero le mani, gli domandai se era malato. Rispose che non era; ma che era stato; e lì per lì non volle dir altro; ma pareva non aspettasse che una parola benevola, che gl'inspirasse fiducia, per dir di più, per dare all'animo uno sfogo di cui aveva bisogno. Gliela dissi: non ebbe effetto subito; insistetti, e allora parlò; parlò con una voce accoratae tremante, nella quale si sentiva una profonda sincerità. Mesi addietro, sopra un tranvai di quella stessa linea, tre sconosciuti presi dal vino, irritati d'una modesta osservazione fatta da lui per una quistione di scontrini, gli avevan menato al capo una bastonata terribile, che l'aveva mandato per un mese all'ospedale. Quei tre eran stati riconosciuti; la direzione della Società aveva mosso contro di loro una causa penale, chiedendo a vantaggio di lui un risarcimento di danni, e la causa era in corso; ma questo appunto lo angustiava. Egli avrebbe voluto che si desistesse dal procedimento perchè temeva una vendetta, e il suo timore, eccitato a poco a poco dal lavorìo continuo dell'immaginazione, era diventato un vero terrore. — Capirà — mi disse — noi siamo esposti giorno e notte. A fare un colpo.... è un momento. E se me lo fanno? E se mi rendono inabile al servizio? Io ho moglie e una bambina; una moglie così buona, una bambina che mi vuol già tanto bene....

La sua voce si strozzò; mi fece pietà; cercai di rassicurarlo. Ma fu inutile. Riconosceva giuste le mie ragioni, ma rispondeva: — Sono indebolito, non son più io; che cosa vuole? Ho paura. Di giorno, tanto va; ma quando vien sera, quando vedo accendere i lumi, mi comincia a pigliar l'affanno, a tremare il sangue addosso.... Che cosa serve? Non son più io, le dico, sono indebolito. Ho passato tante notti senza dormire, ho sofferto tanti dolori alla testa, che farneticavo per delle ore, e poi son stato unpezzo in convalescenza, a mezza paga, e quante sere sono andato a letto digiuno per lasciar da mangiare alla mia bambina! Eppure.... non li avevo mica offesi, una semplice osservazione.... Io son rispettoso con tutti.... Lei potrebbe vedere: tutti i passeggieri che mi conoscono mi salutano, mi vogliono bene.... Ma! Così son ridotto. — E ripeteva come un ritornello doloroso, che gli fosse confitto nel cervello: — Fin che è giorno, meno male; ma la sera, quando vedo accendere i lumi....

E ciò dicendo guardava qua e là, all'imboccatura delle strade buie, come per vedere se ci fosse gente appostata, e tornava a ripetere: — Sono indebolito.... Ho perso molto sangue....

E mi fece anche più pietà poco dopo, quando lo vidi chiedere i soldi ad alcuni passeggieri con una cortesia umile e quasi peritosa, come se in ogni persona egli vedesse un nemico che gli bisognasse ammansire, un difensore che gli convenisse d'assicurarsi. Povero ragazzo! E pensavo a chi sa quanti, per il ritardo d'un secondo a far fermare il tranvai o per una parola d'osservazione sopra un soldo sospetto, l'avrebbero quella sera stessa trattato d'infingardo o di villano e minacciato d'un ricorso alla direzione. Ah quante piccole inique crudeltà, quante piccole ingiustizie spietate si commettono continuamente, senza saperlo.

*

E quante ingiustizie anche di puro pensiero! Trovo notato agli ultimi di maggio:il briaco, e ricordo un quadro, da cui si potrebbe cavare una forte scena di commedia satirica: un carrozzone chiuso della linea dei Viali, nel quale, in mezzo a una corona di signori e di signore eleganti, siede, piegato in due come un sacco mal ripieno, un uomo sconciamente briaco, a cui cascano i capelli grigi sulla fronte nera di carbone e pende dalla bocca bavosa un mozzicone di pipa spenta che gli piove cenere sulla giacchetta unta e strappata. Egli guardava i vicini con un sorriso d'ebete, soffregandosi le ginocchia con le mani nere e dondolando il capo da una parte, come se meditasse parole di scherno che non poteva più dire, e negli occhi socchiusi che ora brillavano ora si spegnevano mostrava a vicenda la coscienza triste del suo abbrutimento e un senso di acre dispetto per il ribrezzo che s'accorgeva di destare. Ribrezzo, infatti, e nausea e sdegno esprimevano i visi dei passeggieri costretti a respirare il lezzo di quell'alito e di quei cenci obbrobriosi; e fra quei visi c'era quello d'un signore sconosciuto, che mi conosceva; il quale, fissando me dopo aver guardato quell'uomo, mi disse chiaramente con l'espressione del suo sorriso: — Son questi che lei vuole portar su?

— Ebbene, sì, — gli avrei voluto rispondere. — Sono questi; questi prima degli altri, certamente.Ah lei s'inganna se crede che l'abbrutimento di costui sia vergognoso per lui soltanto. O come accade che nessuno di noi non si mostra mai in quello stato se non perchè sulla china che vi conduce siamo arrestati da cento ritegni dell'intelligenza, della coscienza, dell'educazione, della compagnia, che non son merito nostro, ma che furono messi in noi, o fra i quali siam nati, e che quest'altra gente non trova intorno a sè nè in sè stessa? E che cosa facciamo noi per mettere in loro questi ritegni? E che mai di bello e di nobile e d'accessibile a tutti mettiamo noi fra loro e la taverna, che li attragga e li svii? E siamo ben sicuri di non dar loro che dei buoni esempi?

Il mio soliloquio fu interrotto a Porta Palazzo da una comitiva chiassosa di signori che salirono alla rinfusa sulle due piattaforme, e che, ripartito il tranvai, continuarono a chiacchierare e a ridere rumorosamente, apostrofandosi da una parte all'altra, per gli usci aperti, con appellativi comici e gesti burleschi. Venivano dalla stazione di Lanzo, erano andati a fare una ribotta in qualche paese vicino, alla quale alludevano, scherzando su certi piatti riusciti male; avevano il viso acceso, la voce piena e vibrante, la parola ardita e pronta di chi ha trincato del vino generoso; eran tutti a cavallo del confine che separa l'ebbrezza decente dall'ubbriacatura volgare, in quello stato in cui certi oscuramenti improvvisi dell'intelligenza e certi impedimenti istantanei dell'organo della parola si dissimulano ancora con felice accortezza;e da certi accenni che si ripetevano in mezzo a quel guazzabuglio di voci, si capiva che la giornata non era finita, ch'essi vedevano davanti a sè, all'orizzonte, un'altra serie di libazioni, ilquelque chose au de làconsigliato dal Brillat-Savarin per far più vivo il piacere dei banchetti. Ed eran così riboccanti di vita e di buon umore che i signori e le signore del tranvai li guardavano con manifesta simpatia e ridevano dei loro gesti e dei loro motti; alcuni dei quali, un po' liberi, provocavano delle smorfiette graziose di scandalo, ma accompagnate da un sorriso di benigna indulgenza.

— Eppure, — pensavo guardandoli, — hanno troppo bevuto anche questi, che avrebbero potuto ricrearsi in tanti altri modi più degni. Se non sono briachi affatto come l'altro non è perchè abbiano bevuto meno, ma perchè hanno bevuto meglio. Se son più puliti di lui, è perchè fanno un lavoro più pulito del suo. Se non cascan dal sonno come quello, è perchè hanno meno faticato ieri e dormito di più questa notte. In realtà, se si tien conto delle condizioni diverse, essi rappresentano un'intemperanza non meno volgare, forse più colpevole di quella del briaco, e certo d'esempio più pericoloso. E perchè dunque essi sono scusati e paiono amabili, e non ci son scuse per l'altro, e il ribrezzo che desta costui non è accompagnato almeno da un sentimento di commiserazione?

A un certo punto il briaco attirò l'attenzione d'uno della brigata, il quale lo accennò agli altri, e tutti si misero a guardarlo, che già dormiva,facendogli addosso un fuoco di fila di frizzi e di risate. Buon Dio! Erano delle bottiglie da due lire che beffeggiavano un litro da otto soldi.

E anche dentro al carrozzone tutti ridevano.

Non tutti. Una signorina bionda, giovanissima, seduta in un angolo, restava seria e guardava quell'ubbriaco con un'espressione di tristezza e di pietà, corrugando la fronte ad ogni scherzo degli spettatori come per una sensazione penosa. Quanto mi parve bella! Il Parini avrebbe rifatto per lei il suo famoso verso, le avrebbe detto: —Tu sei giusta ed umana!

*

Quel viso è notato con altri, fra i miei ricordi di maggio, nella colonna delle “simpatie di tranvai„ che in quel mese furono molte, forse per l'influsso della dolce stagione, che rischiara e addolcisce gli animi. Simpatie di tranvai! Forse che son di natura diversa dall'altre? No certo; ma da quelle che c'inspira la gente incontrata per via si distinguono in questo: che c'entrano più addentro e ci rimangon più a lungo perchè nella carrozza di tutti c'è maggior tempo a osservare i visi e s'aggiunge spesso all'effetto di questi quello del suono delle voci. Quanti ne ricordo, solo ch'io mi raccolga un poco: visi veduti in pieno, di profilo, a traverso ai vetri, accesi dai riflessi colorati dei fanaletti, incorniciati nel vano degli usci, appoggiati alle colonnine delle giardiniere, spiccanti sul verdedegli alberi, disegnati sulle acque lucenti del Po, osservati per pochi minuti e scomparsi forse per sempre; visi di ragazze, di operai, di signore, di giovanetti, di vecchi, di mamme, esprimenti una santa rassegnazione al dolore, anime benevole e serene, spiriti forti e generosi pronti a ogni sacrifizio pel bene altrui, cuori ardenti d'ambizioni nobili e di nobili speranze, vite oscuramente operose e benefiche; visi, di cui il primo effetto simpatico mi fu affermato e accresciuto da uno sguardo, da un sorriso, da una parola, da un'espressione fugace degli occhi. Come in una cascata di ghiaia grigia si vedono brillare dei punti luminosi come diamanti, così nella moltitudine indifferente che vi passa davanti in quelle scarrozzate quotidiane si vedono balenare a quando a quando, certi giorni più e certi giorni meno, di questi aspetti umani consolanti, a cui si ripensa con amore e che si rivedono con piacere, che non si conosceranno mai e si ricorderanno sempre; sembianze d'amici della fantasia, che noi salutiamo con un barlume di sorriso e che ci rendono il saluto con un bagliore dello sguardo, immagini senza nome, raggi d'anime passanti, argomenti personificati d'una dolce filosofia, che vi tengon vivi nel cuore la fede nel bene e l'amore per i propri simili. Quanti ne ricordo, in forma di medaglioni, di busti o di statue, secondo l'atteggiamento in cui mi s'offrirono, con lo scontrino fra le labbra, col portamonete fra le mani, col braccio teso verso il campanello, veduti una volta sola, riveduti centovolte, intravvisti nell'incontro di due carrozzoni, fuggenti su tutte le linee; ma tutti raggruppati in disparte nella mia memoria come un'umanità privilegiata, come una Torino ideale! E nei momenti di sconforto della vita e d'odio del mondo i cari fantasmi mi s'affollano intorno, dicendomi: — E noi? E noi, dunque? Perchè ci dimentichi? Tu sei ingiusto! — E grazie a loro mi riconcilio col prossimo, e anche nei giorni grigi e freddi dell'inverno risento l'alito della primavera, l'influsso del “bel maggio amor dei fiori„ che raddolcisce il sangue e rischiara l'anima.

*

E il “bel maggio„ si chiuse con un caso amenissimo, degno d'un sonetto del Belli. Immaginatevi una giardiniera domenicale, corrente alla luce del sole sul corso Regina Margherita, affollata di signori e di signore in ghingheri, fra cui luccicano cappelli cilindrici, fluiscono barbe gravi, nereggiano cappelli di preti e scintilla il chepì dorato d'un colonnello d'artiglieria: una carrozzata di borghesia silenziosa e seria, che par che vada a una cerimonia solenne, scortata da una guardia municipale in grande uniforme, ritta accanto al cocchiere. Un'altra giardiniera, sul binario accanto, le viene incontro di corsa, stipata essa pure di gente per bene, con la sua brava guardia impalata sulla piattaforma davanti, con sette schiere di facce dignitose di benestanti, di madri severe,di signorine composte. Ebbene, accadde questo. Nel momento che le due giardiniere passavano accanto l'una all'altra, un giovinotto, seduto sul davanti di quella dov'ero io, e una ragazza, seduta sul davanti dell'altra (due amanti, come poi si capì, che s'incontravano per caso, forse dopo una lunga separazione forzata) si riconobbero al primo sguardo, e scattando come due molle, con le braccia tese verso i cocchieri, lanciarono insieme due grida di gioia frenetica: — Alt! — Ferma! — I carrozzoni si fermarono alla distanza di dieci passi l'un dall'altro, i due giovani si precipitarono a terra, divorarono lo spazio frapposto e si abbracciarono furiosamente, scambiandosi quattro baci risonanti come colpi di carabina ad aria compressa. E dall'alto delle due giardiniere, lasciate ferme un momento dai due cocchieri stupefatti, come dall'alto di due tribune di spettacolo, borghesi gravi, mamme severe, signorine composte, e ministri della chiesa e ufficiali del regio esercito e rappresentanti armati del municipio.... stettero a vedere. Curiosa situazione! Appena i due tranvai ripartirono, un signore grasso e maestoso, ch'era vicino a me, espresse con parole risentite il pensiero comune, scrollando il capo dignitosamente: — Abbiamo fatto una bella figura! —

Eh sì, proprio, da cantori di maggio.


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