CAPITOLO TERZO.

CAPITOLO TERZO.

Marzo.

Per molta gente, che esce poco di casa e che per pigrizia o per età o per incomodi non si serve più delle gambe, il tranvai è diventato il solo mezzo di comunicazione col mondo, l'ultimo ponte mobile che li unisce ancora alla città in cui vivono solitari. Costoro fanno sul tranvai le loro passeggiate igieniche di “andata e ritorno„ o “il giro di circonvallazione„ come lo chiamano, per pigliare una boccata d'aria; sul tranvai cercano i piaceri della conversazione, fanno nuove conoscenze, raccolgono notizie, rivedono qualche volta gli amici, e quando rincasano, non parlano che della gente e dei piccoli casi veduti nelle loro corse, come se per essi non ci fosse più altra società fuori di quella che corre dalle sette e mezzo della mattina alle dieci della sera sulla gran rete di ferro della Società belga e della Società torinese. Posso dire d'aver fatto parte di questa famiglia pertutto il tempo che impiegai a mettere insieme il mio libro. Anche stando in casa, cercavo il più sovente col pensiero le persone che solevo trovare sui tranvai, a ogni passaggio di carrozzone sotto le mie finestre mi balzavano davanti le loro immagini, e ogni mia curiosità, quand'uscivo, si volgeva a chi avrei incontrato, a che sarebbe accaduto, a che avrei scoperto quel giorno nelle mie scarrozzate. Il tranvai era diventato per me quello che è per certi vecchi pensionati il caffè, dov'essi vanno a interrogare l'opinione pubblica intorno agli avvenimenti del giorno. E la mattina del due di marzo, riavutomi appena dallo sgomento delle prime notizie d'Abba Garima, corsi al mio caffè ambulante per osservarvi gli effetti dell'avvenimento terribile.

Capitai nel carrozzone di Carlin, sulla linea del Martinetto. C'eran seduti dentro sei o sette signori accigliati, tutti col giornale in mano, che non si guardavano, come se ciascuno avesse temuto di legger sul viso degli altri qualche notizia peggiore di quelle che aveva lette stampate; e mostravan tutti, oltre al dolore, un'amarezza sdegnosa, un'irritazione sorda, che mi pareva il rimorso e la vergogna della credulità stupida, degli entusiasmi bamboleschi con cui s'erano prestati per tanto tempo all'enorme inganno sanguinoso, dal quale uscivan bruscamente quella mattina, come da un sogno di briachi. Tutti tacevano: il carrozzone pareva un gabinetto di lettura d'ipocondriaci. Il solo Carlin era agitato. Quando venne da me sulla piattaforma, con la sua faccia zanardelliana piùsecca del solito, strappò lo scontrino dal libretto con un gesto nervoso, dicendo: — Inzipiensa! Inzipiensa! —; una parola imparata dai giornali, senza dubbio. — Cosa s'ha da dire d'unassortimentocompagno? — Finalmente appariva chiara, pur troppo, la bestialità commessa, di non aver preso il nemico tra due fuochi, quando s'era ancora in tempo! Ma cercava di consolarsi, affermando (di scienza propria, poichè notizie al proposito non n'erano ancora arrivate) che le nostre artiglierie avevano fatto una strage inaudita; e poi aveva gran fiducia nel maggior Prestinari, e aspettava miracoli dal Baldissera, che avrebbe “spazzato tutto„. Invitto Carlin! Tutta la sua lunga persona spolpata fremeva guerra e vendetta. Egli voleva mandar laggiù cento mila uomini, duecento mila, quattrocento mila, e fino all'ultimo cannone dei nostri arsenali, pur di aver con quella canaglia di negril'ultima parola. E dicendo questo continuava a staccar gli scontrini vigorosamente, come se ad ogni strappo avesse portato via un brandello della pelle del Negus.

Per alcuni giorni non ebbi altro oggetto d'osservazione che lui. Scopersi che non era soltanto un africanista ardente e un curioso della scienza; ma un osservatore dei suoi simili. Essendo in servizio da molti anni, conosceva su tutte le linee un gran numero di persone, di cui sapeva a che ora e dove salivano e a che punto scendevano, e sulla condizione e sugli affari loro, ignorando chi fossero, almanaccava con la fantasia, osservandoli con occhio scrutatore.E si capiva che quel continuo salire e scendere di gente conosciuta e sconosciuta e quei mille frammenti di discorsi che raccattava lungo il giorno lo divertivano. Un giorno me lo disse: — Se si guadagnasse un po' di più e si faticasse un po' meno, questaprofessionesarebbe di mio gusto. — Era uno di quegli uomini d'immaginazione viva e curiosa, pei quali lo spettacolo del mondo è un godimento. A ogni discorso che sentisse, su qualunque argomento, di persone che gli paressero colte, tendeva l'orecchio e l'arco dell'intelligenza; raccoglieva frasi, bocconi di notizie e mezze idee; le rimasticava in silenzio, e poi le smaltiva storpiate, impasticciate, trasformate nei modi più strani ai colleghi e ai passeggieri di condizione umile, mostrando di sapere assai più di quanto diceva, come un uomo che vivesse in una sfera intellettuale superiore al proprio stato. Sempre serio, con la fronte corrugata; soltanto quando entrava nel carrozzone qualche donna equivoca vistosamente elegante, socchiudeva un occhio e sporgeva le labbra in modo lepidissimo, dandosi l'aria d'un conoscitor fine e profondo del genere. Per attaccar discorso buttava là una parola, come un amo nell'acqua, non rivolgendosi direttamente ad alcuno, e se un passeggiere mordeva, egli scioglieva la lingua, se no, non aggiungeva altro, aspettando miglior occasione; oppure cercava un'entratura nominando a bassa voce le persone che salivano. — Quello lì è il segretario capo del municipio, quello che fa tutto: gran testa. — Quella è la signora Valdata, la primadonna del teatro piemontese, che sale ogni domenica a quest'ora, per andare alRossini, alla recita diurna. — Questo è il cavalier Benotti, veterano del quarantotto, che va al caffè Londra.... col cane.

Era questi uno dei frequentatori della linea; l'avevo visto salir molte volte al numero 43 dì via Garibaldi; portava sempre all'occhiello il nastrino della medaglia commemorativa. Aveva settant'otto anni, e coglieva tutte le occasioni per far sapere la sua età, di cui era altero. Quando saliva, si scusava della lentezza, dicendo: — A settantott'anni non si può esser lesti.... — Quando i vicini sorridevano dell'atto con cui afferrava a due mani la colonnina a un sobbalzo del carrozzone, sorrideva egli pure e diceva: — Eh, non si scherza mica; son settantotto suonati.... — Era un vecchietto pulito e cortese, al quale un principio di rimbambimento dava un aspetto di grande bontà; sorridente a tutti, in specie ai bambini, a cui carezzava la guancia con la punta d'un dito, quando si trovavano col viso davanti al suo, stando in braccio alla mamma; espansivo, bisognoso tanto di discorrere, che qualche volta parlava da sè, scotendo il capo in atto d'approvazione continua. Era curvo; ma si drizzava di tratto in tratto, come se gli scattasse dentro una molla, alzando la fronte e guardando fieramente davanti a sè, riscosso forse all'improvviso da qualche ricordo delle antiche battaglie; per pochi momenti, però; poi ricascava nell'atteggiamento solito, come se la molla si spezzasse, e rifaceva il viso ilare e ossequioso.Aveva un piccolo cane che chiamava Ciuchetto, un volpino giallognolo con la coda arricciata, il quale accompagnava continuamente il tranvai, trottando accanto alla piattaforma e alzando ogni momento il muso a guardarlo; ed egli guardava lui, per lunghi tratti, sorridendogli amorevolmente, e lo cercava con occhio inquieto, voltandosi a destra e a sinistra, ogni volta che il passaggio d'una carrozza o d'un carro glielo nascondeva. E si capiva che quel cane era per lui un amico, una consolazione della vita, la sola compagnia ch'egli avesse durante le lunghe giornate in cui il cattivo tempo o gl'incomodi dell'età lo tenevano rinchiuso in casa. Era anche un po' sordo il vecchietto; ma tanto più cortese per questo, che acconsentiva spesso col capo, sorridendo, a persone che non parlavano con lui, e prolungava l'atto approvatorio anche quando non parlavano più, con un'aria d'attenzione profonda. E fu appunto uno di questi casi, di cui altri risero, che mi fece scrivere il suo nome, per impulso di simpatia, nell'elenco dei miei personaggi....

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Il marzo, peraltro, non s'annunziava bene; pareva che il disastro d'Abba Garima avesse disperso tutti i miei conoscenti; passavano i giorni, e su nessuna delle tre linee ch'ero solito di percorrere, anche percorrendole in ore insolite, non m'imbattevo più in alcuno di loro, nè mi si offrivano altre persone o casi chemettesse conto di registrare. Ahimè, mancava la materia! E mi prese un dubbio triste: d'aver fondato il mio edifizio sopra un'illusione; che la realtà non bastasse a sorreggerlo; che senza lavorar di mio, ossia, senza fabbricarlo diversamente affatto da come l'avevo immaginato, non lo avrei potuto compiere; e di giorno in giorno volgendosi il dubbio in certezza, stavo per rinunciare un'altra volta, tristemente scoraggiato, al mio proposito....

Furono quei due benedetti amanti di borgo San Donato che mi fecero riprendere la penna. Li trovai una mattina alla prima corsa sul tranvai del Martinetto, salendo in piazza Statuto. Era la prima volta che vedevo la ragazza venir dal sobborgo con lui, solito di salire all'angolo di via Siccardi. Stavan seduti l'uno accanto all'altro, vicino all'uscio anteriore. Al primo sguardo vidi un mutamento in tutti e due; in lei più notevole. Aveva un cappellino nuovo, un vestito che non le avevo mai visto, e non so che di più sereno nel viso, di più dolce negli occhi, un atteggiamento come di dignità nuova, un'espressione vaga quasi di appagamento della coscienza. Tutt'e due parlavan più liberamente, si sorridevano più spesso, con un'aria di sicurezza, che per l'addietro non mostravano. Avrei dovuto capir subito; ma non capii che dopo qualche minuto d'osservazione. S'erano sposati. Non c'era dubbio. Guardai la mano destra di lei: ci vidi l'anello. Ebbene.... n'ebbi un vivo piacere. Poveri ragazzi! Eran dunque contenti. Chi sa con quante privazioni avevano raccolto a soldoa soldo quel po' di fondo per metter su il loro quartierino in via San Donato! Poichè era certo che stavano lì e che dovevano avere una sola camera, con una nicchia di cucina, se pur non serviva di cucina il caminetto. Guardandoli, vedevo quella camera al terzo piano, mobiliata appena dello stretto necessario, con un vaso di fiori alla finestra, con un piccolo lume a petrolio sopra un piccolo tavolo, dove essa cuciva la sera, e lui, forse, faceva qualche lavoro straordinario di copiatura, dopo aver cenato con un po' d'insalata; e immaginavo la loro vita, nella quale eran contati i minuti e i centesimi, dette ogni giorno, in quei dati momenti, quelle medesime parole, letto per dei mesi uno stesso libro, una pagina per volta, vagheggiata per due settimane una serata in seconda galleria al teatro Alfieri; e in quella vita povera e oscura indovinavo un pensiero comune, l'aspettazione d'un essere desiderato, allietata dalla speranza d'una grazia della natura, d'un essere diverso da loro, florido e bello, che avrebbe portato fra quelle quattro povere pareti luce, allegrezza, alterezza, coraggio. Sì, certo, quel tenue chiarore che traspariva dal viso di quella donnina di nulla, consapevole della propria bruttezza e rassegnata al posto umilissimo che le aveva dato il destino nel mondo, era quella speranza, l'intimo albore della maternità, già biancheggiante nell'anima, prima che l'astro esistesse; il piccolo essere, forse non ancora concepito che nel pensiero, era già amato e accarezzato; essa vedeva già la forma indefinita, qualche cosa di biancoe di roseo, movere per la piccola camera, agitarsi accanto a lei nel tranvai, drizzarsi sulle ginocchia del giovane che le sedeva di fronte. Come al solito, essa s'alzò per discendere in piazza Castello: continuava dunque a andare al lavoro. Povera donnina! Nell'alzarsi fece un atto insolitamente vivace, e quanta grazia si poteva mostrare in quel piccolo corpo così poco femmineo vi si mostrò in quell'atto, che era tutto per il suo sposo, si capiva. Quando fu a terra, aspettando che il tranvai passasse, gli fece un saluto con la mano, sorridendo. Era la prima volta che faceva così: un saluto di moglie a marito. Fu per me come un annunzio indiretto di matrimonio.

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E subito, il giorno dopo, come se con quei due mi si fosse aperto un buon periodo, scopersi un'altra coppia, della quale era destinato che mi dovessi occupare curiosamente per tutto il corso dell'anno. Erano le quattro dopo mezzogiorno, quando salì sul tranvai della linea Vinzaglio, in via Garibaldi, una signora sui trent'anni, bruna e bellina, vestita con garbo, un po' timida, con due occhi chiarissimi e un bocchino di bimba; la quale, appena seduta dentro, in un angolo, girò sui presenti uno sguardo rapido, con una leggera espressione d'inquietudine, che immediatamente disparve. Era una di quelle figure di cui si suol dire al primo vederle: — Ecco una donna onesta. — Aveva un cappellinonero guernito di mazzetti di viole, che tornavano mirabilmente al suo visetto bianco e modesto di fanciulla. Dopo quella prima occhiata non guardò più nessuno, e parve che si raccogliesse nell'osservazione delle scarpette d'un bambino che teneva sulle ginocchia una donna seduta dall'altra parte. Quando il tranvai arrivò allo sbocco di via Roma in piazza Castello, dove s'aggruppano i giovani eleganti per veder sfilare le passeggiatrici dei portici, salì senza far fermare un bel capitano di fanteria, alto e snello, con un berretto nuovo fiammante e i guanti bianchi freschissimi, entrò e sedette dì fronte a lei. Si guardarono di sfuggita, e poi voltarono tutt'e due il capo dalle parti opposte, l'uno verso il marciapiede di destra, l'altra verso quello di sinistra. Che imprudenza! Se si fossero salutati e messi a discorrere, non avrebbero forse destato alcun sospetto. Ma quello scambio d'occhiate indifferenti e quello sguardo rivolto intorno da tutti e due insieme come per assicurarsi che nessuno avesse notato il loro incontro, li tradirono. E li tradì anche più un rossore leggerissimo che salì alle guance di lei, nonostante lo sforzo ch'ella fece per rattenerlo, accusato dal movimento del suo petto. Il rossore svanì in un attimo; ma rimase visibile il suo turbamento, un non saper che fare dei propri occhi, la coscienza d'essere osservata dai passeggeri, e come un sospetto pauroso della strada, alla quale lanciava ogni tanto, con simulata distrazione, degli sguardi furtivi, che percorrevano un tratto dei marciapiedi. Quelconvegno sul tranvai doveva essere il primo, una concessione di compenso fatta da lei dopo aver rifiutato un convegno altrove. Fra quattro pareti, doveva aver detto, ma di legno e di cristallo, per ora. E chi sa per quante altre coppie il tranvai è un'anticamera! E chi sa perchè mi si piantò nel capo l'idea che quella signora fosse la moglie d'un impiegato delle Poste! Forse per una vaga rassomiglianza di visi, o per qualche ricordo nascosto nella mia mente. Il fatto è che il viso di suo marito mi si presentò inquadrato in uno sportello delle lettere raccomandate, e mi restò davanti in quella cornice così fermo e netto, come se ce l'avessi veduto davvero. E n'ebbi pietà al pensare che in quel momento, forse, a poca distanza di là, egli stava tastando con le dita una lettera, per assicurarsi che fossero saldi i suggelli. Ah, non c'è nulla di saldo a questo mondo, povero travet: tutto è fragile come la ceralacca e passeggiero come una lettera. Ma pensai a un punto che non sarebbe trascorso lungo tempo prima che la traditrice dello sportello fosse punita, perchè gli occhi scintillanti del capitano, mobilissimi e sorridenti come quelli d'un fanciullo, che si chinavano ogni momento sui galloni della manica o si fissavano sul vetro del finestrino in cui brillava il riflesso argenteo del berretto nuovo, non davano indizio d'una grande profondità di passione. E già incominciavano per lei i piccoli affanni dell'amor criminale. A ogni persona che saliva sulla piattaforma, il suo sguardo correva a cercar chi fosse; ad ogni passeggiere che entrava,il suo viso si rimbruniva, scemando in lei la speranza di rimaner sola un minuto con lui; e ogni volta che uno sguardo scrutatore la fissava, i suoi occhi eran costretti a rifugiarsi tra le scarpette del bimbo che le sedeva di faccia. Ah, signora: la camera di legno e di cristallo preserva la virtù dalla gran caduta, è vero; ma è pure una gran camera di tortura. Intanto, i loro sguardi s'incontravano di tratto in tratto, e dalla fiamma morente sotto le palpebre di lei, che si abbassavano subito, si capiva che il destino dell'uomo dello sportello era deciso. Ahimè, sì, la Società Belga avrebbe guadagnato ancora qualche soldo da tutti e due, e poi i suoi carrozzoni sarebbero riusciti insufficienti: si sa, per dieci centesimi non si può dar tutto. Quando discesi in piazza Carlo Felice non rimanevano più sul tranvai che cinque o sei persone. Mi parve che il capitano dicesse tra sè: — Un importuno di meno, — ed io gli risposi in cuor mio: — Due personaggi di più.

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A questo punto, poco mancò ch'io non mettessi da parte tutti i miei personaggi per dar corpo a una nuova idea che mi venne percorrendo per la prima volta tutta la linea da piazza Emanuele Filiberto al corso del Valentino: la descrizione di tante corse a traverso a Torino quante sono le linee di tranvai che l'abbracciano; unaGuida, sì, una modestissimaGuida,ma scritta con amor di figliuolo e di poeta, nella quale si succedessero di volo i quartieri, i monumenti, le memorie, le colline, le montagne, nella luce e nei colori diversi di ogni ora e di ogni stagione, come si succedono, fuggendo, allo sguardo di chi sta sul tranvai, portato via dai cavalli a trotto rapidissimo. Cedo l'idea a chi la vuole. Sarebbe stata la prima la linea del Valentino, la più serpeggiante e la più varia di tutte, che par stata tracciata, con diversità ed armonia d'intenti ad un tempo, da uno storico e da un artista. Si parte di mezzo ai banchi e alle baracche pittoresche del mercato di Porta Palazzo, e dopo un breve corso per quel grande viale Margherita, che dalla riva del Po par che giunga ai piedi delle Alpi, s'entra nella quiete ombrosa della via della Consolata, dove si succedono a breve distanza gli avanzi infossati delle mura romane, la statua aerea consacrata dal Consiglio civico del 1835 alla Vergine scongiuratrice del coléra, e l'obelisco mortuario del Foro ecclesiastico, sorgente in mezzo a quella malinconica piazza Savoia, che par che lo guardi in aria di pentimento e di rimprovero. Rotta l'onda rumorosa di via Garibaldi, si fiancheggia il vasto giardino della Cittadella, vedendo da lontano Angelo Brofferio che arringa le balie e i bambini ruzzanti in mezzo agli alberi e intorno alla fontana, si passa fra la statua del buon ministro Cassinis e la testa solitaria del giornalista Borella, ed ecco la bella via Cernaia, dove squillarono le trombe dei primi francesi nel '59 e la grande casermamerlata del Lamarmora, e il vecchio mastio coronato di guardiole, e il Micca di bronzo che brandisce la miccia, e di qua e di là portici e giardini e fughe d'ippocastani e colori ridenti di città giovanile. Svolta il carrozzone nell'ariosa e romita piazza Venezia, riesce per via Alfieri dietro al gran cavallo morente del duca di Genova in mezzo ai palazzi multicolori di piazza Solferino, passa accanto al Lafarina pensieroso, corre lungo l'Arsenale fumante e sonoro, e aperta la folla chiassosa delle scolaresche di via Oporto, e salutato in piazza San Quintino il vecchio Paleocapa sonnecchiante sulla sua poltrona di marmo, sbocca nell'allegra ampiezza di corso Vittorio Emanuele. Un po' più oltre, a sinistra, Massimo d'Azeglio disegna il suo bel capo d'artista sul gran pennacchio bianco della fontana, dietro al quale nereggia in lontananza il piccolo pennacchio nero di Emanuele Filiberto, e davanti, in fondo al corso, lontanissimo, biancheggia confusamente il monumento dei morti in Crimea sul fondo scuro delle colline di Val Salice. Si svolta ancora in via Nizza fra il moto affrettato di gente e di carri che rumoreggia intorno alla stazione di Porta Nuova, si svolta da capo nella piazza dovefu giuratanel '21la libertà d'Italia, e per il largo viale che va diritto al fiume si arriva finalmente dinanzi al superbo castello di Maria Cristina, donde gli occhi e lo spirito affaticati dalla visione di tante cose e dal passaggio di tante memorie, si riposano nella solitudine silenziosa del parco del Valentino e sulla grande linea dei colli ondeggiantedalla cima della Maddalena alla vetta di Superga con una grazia lenta e leggera che par che sorrida.

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Se per tornare a casa di là non avessi preso a caso la linea di Borgo Nuovo, forse oggi ancora non saprei nulla d'uno dei personaggi più originali e più simpatici della mia compagnia. Fu una buona ispirazione che mi fece salire sul tranvai che parte dall'Orto botanico. Ed è quella pure, sotto l'aspetto storico, una delle linee più belle. Usciti dal grande viale del parco e percorso un tratto del corso Cairoli fino a pochi passi dalla statua di Garibaldi, che, ritto sullo scoglio, par che fissi lo sguardo sulla fiumana delle sue camicie rosse irrompente verso di lui per la via dei Mille, si svolta in via Giuseppe Mazzini. Quante memorie, non istoriche, mi s'affollano alla mente passando davanti agli sbocchi di quelle vie laterali per cui si vedevano un giorno i famosigiardini dei ripari, dove tanti amori sospirarono e si preparò il fallimento di tanti esami! Certo, ingombravano bruttamente la città quegli alti terrapieni a zig zag che tagliavano le vie come bastioni di fortezza; ma avevo vent'anni. Ah! fortuna che il tranvai va di volo! Ecco la porta della tomba del caffè Perla, dove, giovinetto, andavo a sorbir timidamente un moka apocrifo per contemplare di sott'occhio gli emigrati illustri e i giornalisti celebri della capitale. Ecco laggiù in fondoil conte Cavour, ritto in mezzo a piazza Carlina come un lungo fantasma bianco che si levi al cielo da un catafalco. Ecco qua il Lamarmora a cavallo che minaccia con la sciabola in pugno i socialisti accorrenti per piazza Bodoni al Comizio del vicino teatro Nazionale, convertito da palestra delle Muse in tempio malfamato dell'utopia vermiglia. Si svolta di corsa in via Lagrange, si passa dinanzi alle case dove il Gioberti mise il primo vagito e il conte Cavour l'ultimo sospiro, si sbocca in piazza Carignano dove tremano ancora nell'aria, fra il palazzo del parlamento e il teatro, le grida amorose di Adelaide Ristori e le apostrofi tonanti d'Angelo Brofferio, e poco più in là si vede riflesso il tranvai nelle vetrate del vecchio Cambio, la trattoria elegante dei ministri e dei deputati della Mecca antica. Ah, come sono antico io pure! E per liberarmi da questo pensiero mi volto a destra; ma torno a voltarmi subito dalla parte di prima per non vedere la libreria dell'editore di Pietro Cossa, di quel benedetto Casanova eternamente biondo, che può esser là dietro ai vetri a mettermi invidia e dispetto con la sua gioventù invulnerabile....

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Fu, come dissi, una buona ispirazione la mia di pigliar quella linea perchè arrivai in tempo per l'appunto a salire in piazza Castello sul tranvai del Martinetto, nel quale, stando sulla piattaforma di dietro, vidi seduta in mezzo adaltre signore la mia brava incognita dai capelli arruffati, la sfidatrice del fumatore, col suo inseparabile bambino sulle ginocchia; e mi riuscì poco dopo, per caso, di sapere chi fosse. Mentre, come al solito, lavoravo d'immaginazione sull'essere suo, vidi alla cantonata di via XX Settembre, dopo più d'un mese che non lo vedevo, quel simpaticone di pittore, che stava osservando gli stivaletti d'una signora che passava; lo chiamai e gli feci un cenno premuroso perchè salisse. Conosceva mezza Torino, mi poteva forse levar la curiosità. Salì d'un salto. Gli accennai la signora.

— Come? — mi domandò. — Lei non conosce donna Chisciotta della Mancia?

Accortasi che parlavamo di lei, la signora ci fissò in faccia un momento i suoi grandi occhi oscuri e sporgenti; ma con espressione di assoluta indifferenza; si capiva che era abituata a “veder„ parlare di sè.

Tutta Torino la conosce, — riprese il giovane. E la nominò. Donna Chisciotta o Chisciottina era un soprannome. Suo marito era un ingegnere putativo, ricco proprietario di case, e lei era la sua disperazione. — Una mezza matta — disse — cioè.... un'esaltata, diremo. Non l'intese nominare quattro anni fa quando ci fu il processo dei due bottegai di Borgo Nuovo, marito e moglie, che fecero morire il loro bambino? È lei quella signora che un giorno l'andò a strappare dalle loro mani, graffiando gli occhi a tutti e due, come una tigre, e buscandosi un pugno che la mise a letto. Durante il dibattimento,se si ricorda, non si parlò che di lei e della sua “deposizione„ di fuoco. — E seguitò. Era un'anima vulcanica, una specie di Santa Francesca d'Assisi, che si sarebbe ridotta sulla paglia a furia di beneficenza, e perciò in lite perpetua con suo marito, che, a darle retta, avrebbe finito con ridurre in ospizi pubblici tutte le sue case. Era conosciuta da tutta la poveraglia di Torino, ficcata in tutti i Comitati di soccorso, protettrice di tutti i ragazzi tormentati, di tutti i cavalli frustati, di tutti i gatti malmenati; sempre in giro per le soffitte dove si lasciava ingannare anche dalle più sfrontate simulazioni di malattia e di miseria; capace, in un accesso di mattana, di levarsi il mantello di dosso in mezzo alla strada per gettarlo sulle spalle d'una vecchia cerinaia intirizzita o di portare in braccio a casa sua un ragazzetto smarrito, raccattato sul marciapiede. Dopo che aveva avuto quel maschietto s'era quetata un po'; ma era raro il giorno che non ne facesse una delle sue. Il primo dell'anno egli l'aveva vista in un carrozzone levar di mano al suo figliuolo una bellissima “pecorella„ per darla a un ragazzetto povero che ci lasciava gli occhi addosso, e discendere subito, col bambino strillante in braccio, per andarne a comprare un'altra. Suo marito tremava ogni volta che la vedeva uscir di casa; ma n'era innamorato perso. — Chisciottina la chiamano. E non sarebbe mica brutta se non avesse sempre quel viso di spiritata, e si pettinasse meglio. Un bel tipetto, non è vero, per lei che scrive sui tranvai? Mezza socialistae mezza santa; una socialistoide, come ora dicono. Se fosse mia moglie, le farei fare le docce.

Mentre io guardavo donna Chisciotta egli saltò a parlare dellasignora delle coincidenzeche aveva vista tre giorni prima, all'angolo di corso Oporto, saltar giù dal tranvai del Valentino facendo cenno di fermare al tranvai del Foro Boario. Ma di lei non gli era ancor riuscito di saper nulla, e d'altra parte non s'occupava più gran che di quelle cose. — Ora — disse — viaggio sui tranvai con un altro scopo.

Gli domandai quale. — Cerco moglie — rispose.

Credetti che celiasse; ma diceva sul serio. E continuò, in fatti, con la più grande serietà: — Mio padre vuole ch'io prenda moglie. Son tre mesi che due volte al giorno, a tavola, non fa che batter quel chiodo. Si capisce: è solo, son figliuol unico.... Del resto, c'inclino anch'io. Sono stufo di far questa vita imbecille.

Restava però a sapere perchè cercasse moglie nei carrozzoni della Belga e della Torinese. Glie lo domandai. — È una mia idea — rispose seriamente. — C'è stato un esempio in famiglia. — E mi raccontò che trent'anni avanti un suo zio, un po' stravagante, ma buon diavolo, e pien di quattrini, tormentato continuamente da sua madre perchè pigliasse moglie, un giorno, perduta la pazienza, le aveva risposto: — Ebbene, sì; ma io non son uomo da cercare; esco di casa e sposo la prima ragazza che trovo. — E detto fatto: aveva preso il cappello, era sceso in istrada eaveva seguitato la prima ragazza in cui s'era imbattuto. Era una maestrina d'asilo infantile, senza un soldo. L'aveva sposata ed era stato fortunatissimo: aveva trovato una moglie, una madre esemplare, che l'aveva fatto felice. — E poi — soggiunse — come fanno gli altri? Girano per i salotti, cercano nelle famiglie. Ebbene, e i tranvai sono salotti che corrono, e ci si trovano delle famiglie. Oh, son ben risoluto. Non so su che linea la troverò, se in un carrozzone chiuso o in una giardiniera.... ma questo non importa. Sono certo di trovarla sulla rete. Il mio destino dipenderà da uno scontrino di dieci centesimi, come da un biglietto di lotteria. Crede lei che sarò io il primo? Chi sa quanti matrimoni si son già decisi sul tranvai! — Qui troncò il discorso per dire: — Guardi quello là.... Quello è uno dei suoi erotici.

Era un bellimbusto già brizzolato e risecchito, un mezz'uomo tutto bazza, con due baffetti a punta di spilla e un fiore all'occhiello, che sedeva fra due giovani signore, quasi affogato in mezzo alle loro maniche enormi come fra due piumini da letto, e si raggomitolava per affogarvisi meglio, mostrando negli occhi socchiusi una dolce beatitudine. — Alle volte, sa, — continuò il pittore, osservandolo — quei sornioni lì, giocando con le mani, sotto la protezione dei grandi mantelli delle signore, fingono di sbagliar di ginocchio. Trovan qualche volta delle signore timide che, per non fare una scena, mostrano di non accorgersene; altre volte incappano male e ci fanno una figuraccia. È un giocod'azzardo. — E soggiunse che, anni addietro, per un certo tempo, s'era diffuso questo bel vezzo, come una specie di prurigine epidemica; della quale avevano arrestato il corso parecchi ceffoni memorabili, femminili e maschili, con successivo intervento di guardie civiche.

Mentre mi diceva questo, all'entrar del tranvai in piazza Statuto, una signorina, salita poc'anzi e rimasta in piedi, s'era appoggiata con una spalla allo spigolo dell'uscio davanti, col viso rivolto verso l'interno, dove noi c'eravamo seduti. Era vestita di nero, con due grandi penne nere di struzzo sul cappellino, e la sua persona elegante si disegnava per metà sulle rocce del monumento del Fréjus e la sua testa impennacchiata spiccava fortemente sulla bianchezza delle Alpi che chiudevano il vano superiore dell'uscio. Quella figura nera e snella incorniciata a quel modo e campeggiante in quel fondo luminoso era bellissima. — Oh che bel quadro! — esclamò il giovane, rapito.

— Badi, — gli dissi, accennandogli lo scontrino che teneva in mano; — potrebbe essere lo scontrino decisivo.

Egli scrollò il bel capo erculeo, e rispose con la sua serietà ingenua di grande fanciullo: — No; ho in mente che non debba esser questa la linea.

E quando discese mi fece ancora cenno di no, con un sorriso, buttando in aria lo scontrino.

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Fu in quel torno che ebbi turbati i miei lieti studi da una contrarietà, di breve durata, ma forte. Cominciava allora e s'andava estendendo rapidamente l'uso degli annunzi esteriori sui carrozzoni. Dentro, questi n'erano già invasi da un pezzo: iscrizioni e figure dipinte sui vetri, cartellini appesi, avvisi d'ogni forma e colore appiccicati al cielo e alle pareti, che vi facevan l'effetto d'un vocìo discordante d'importuni, i quali v'affollassero di offerte e d'inviti, volendo lì per lì, a ogni costo, calzarvi e vestirvi, insaponarvi e profumarvi, farvi cambiar di casa, pigliar l'abbonamento a un giornale e intraprendere una cura idroterapica. S'aggiungevano a questi, in quei giorni, gli annunzi delle lunghe assi piantate dalle due parti del tetto, tinte di tutti i colori più chiassosi, con iscrizioni bianche e nere in caratteri cubitali, vere insegne di alberghi e di magazzini, leggibili a cento passi lontano, moleste agli occhi come grida sgangherate agli orecchi, stonanti nel colorito generale della strada come stecche acute in un coro di voci sommesse. Curioso che si fosse discusso nel Consiglio comunale se questa offesa al buon gusto si dovesse permettere nei tranvai, dopo che s'era permessa, e ben più grave e barbarica, sui teloni dei teatri! Per alcuni giorni ne fui veramente furioso. A salire in un carrozzone mi pareva d'entrare in un bazar dove dovessi contrattare anche il biglietto,e da cui non potessi uscire che con una bracciata di pacchi. O povera poesia! Ammirare il profilo poetico d'una bella signora spiccante sopra un vetro che annuncia delle pillole rilassative, veder due giovani innamorati che prendono degli atteggiamenti idillici sotto l'insegna della razzia per i topi, fantasticare sopra una signorina gentile che volge gli occhi in alto come se fissasse una larva amorosa dell'immaginazione e accorgersi che legge l'annunzio ciondolante d'un nuovo concime misto! O villano furor bottegaio che sfrutta, invade, ricopre, traveste, bolla, mercanteggia ogni cosa! Quando vedremo gli annunzi delle acque minerali e dei liquori ricostituenti sulla fronte delle statue e sui drappi delle bandiere? Ma l'uomo civile è così duttile che finisce con piegarsi a tutto. L'insolenza crescente dello sconcio, come spesso accade, attenuò il senso sgradevole prodotto dalla sua prima apparizione discreta. Prima mi ci rassegnai; poi ci divenni indifferente; poi, a poco a poco, quasi mi rallegrarono tutte quelle insegne scarlatte, gialle, celesti, volanti da ogni parte come stendardi spiegati al vento; e mi piacquero quelle pareti mobili che ricordan le camere in cui i pazzi attaccano ai muri tutto quanto di colorito e di stampato casca loro nelle mani; e quei volanti gabbioni umani che di dentro e di fuori, con parole, con colori e con disegni, vi offrono da bere, da mangiare e da leggere, vi danno dei consigli igienici e v'invitano a consulti medici gratuiti, e vi chiamano alle corse, alle regate,alle gare ciclistiche, al gioco del pallone e all'Esposizione dei quadri, mi allettarono come una viva e strana immagine dello spirito leggiero e irrequieto d'una grande città della fine del secolo, oppressa di faccende, affollata di capricci, smaniosa di strepito, affamata di piaceri, tormentata d'impazienze, portata via dalla furia di divorare il tempo e di tracannare la vita.

*

Pneumatici Dunlop originali: ecco un annunzio che non dimenticherò più. Lo vedo ancora dipinto in caratteri bianchi su fondo rosso come lo vidi, pochi giorni dopo il mio incontro col pittore, sul primo carrozzone che passò la mattina per piazza Statuto; sul quale trovai il mio buon Giors, che tentava invano la solita arietta dellaCarmen, allegro come un uccello. E ci trovai pure, ritta dietro di lui, col suo sacco inseparabile, la povera vecchia di Pozzo di Strada, che non avevo più vista dall'ultimo giorno di carnevale, ancora più triste, ancora più chiusa in sè che quel giorno. Salì con me sulla piattaforma anteriore un giovane biondo che attaccò subito conversazione con un altro signore attempato, commentando l'ultimo assalto dato dai dervisci al monte Mocram. Mi ricordo sempre che c'eran dentro una vecchia signora, una guardia daziaria e due contadine. Era una bella mattinata limpida e fresca. L'aria viva agitava una ciocca di capelli grigi sulla fronte china della vecchia, che, secondo l'usato, guardava italloni del cocchiere con gli occhi socchiusi, tenendo un braccio sull'altro, stretti alla vita. Mi pareva ancora rimpicciolita dall'ultima volta, tanto da capir nella bara d'un fanciullo. Non doveva pesare molto più del suo sacco, certamente. E non dava quasi segno di vita quella mattina; respirava appena. E pensava, pensava. Ma che covava dunque dietro quella fronte dolorosa, che pareva portasse confitto nel mezzo un ferro invisibile? Qual'era mai il pensiero implacabile che teneva sempre curvato quel capo come la mano d'un aguzzino che lo premesse alla nuca?

Dall'assalto dei dervisci i due signori vennero a parlare del viaggio dei Sovrani di Germania sulle coste d'Italia, e il più attempato diceva che era “una buona cosa„ un'“attenzione„ che “rialzava il nostro prestigio„ dopo la battaglia d'Adua. L'altro prese a parlare allora della battaglia e cavò di tasca un foglio grande, che spiegò sotto gli occhi del suo vicino.

Era una fotografia colorata che rappresentava il campo di Abba-Garima: le montagne in fondo coronate di turbe abissine e di nuvoli di fumo, i cannoni fiammeggianti qua e là sulle alture minori, torrenti di armati precipitanti giù dalle rocce, e sul davanti una mischia feroce, un viluppo orribile di carri d'artiglieria, di cavalli, di feriti, di morti, di negri e d'italiani dalle facce stravolte, lottanti a corpo a corpo con le lance, le daghe e le rivoltelle, insanguinati e furiosi, io mezzo a pozze e a rigagnoli di sangue.

Sporgendo il viso verso il foglio vidi con maraviglia accanto al mio braccio il capo della vecchia che, uscendo dalla sua immobilità di statua, si faceva anch'essa innanzi per vedere. Il giovine signore, cortesemente, si scansò un poco da una parte e le mise il foglio aperto sotto gli occhi dicendole: — La battaglia d'Abba-Garima.

Essa osservò un momento con gli occhi dilatati; poi contrasse il viso in un modo strano, come se ridesse, richiudendo gli occhi e mostrando le gengive sdentate. Mentre domandavo a me stesso perchè quell'orrendo quadro la facesse ridere, essa si coperse il viso con le mani e diede in uno scoppio di pianto che mi fece fremere.

Tutti e tre ci voltammo verso di lei, uno pigliandola per un braccio, l'altro per la mano, domandandole che cos'avesse. Non potè rispondere subito. Poi disse fra due violenti singhiozzi: — Ci avevo un figliuolo.... — e appoggiato un braccio al parapetto della piattaforma, lasciò cascar sul braccio la testa, in atto disperato, singhiozzando più forte.

E fu inutile scoterla, cercar di confortarla; neppure il buon Giors riuscì con la sua mano vigorosa, sciolta dalle redini, a farle rialzare la fronte, che era come inchiodata al parapetto. I singhiozzi scotevano violentemente tutto il suo povero corpo incurvato, ed era un pianto infantile, lamentevole, che pareva non dovesse finir mai più; pareva che ella versasse tutte le lacrime rattenute da cinque mesi, che tuttala vita le dovesse fuggire dagli occhi; e ripeteva fra gemito e gemito una parola rotta, sommessa e dolce, con l'accento d'una madre che parla al bambino in culla, una parola che non comprendemmo se non dopo averla intesa molte volte: —Giacolin—; il nome del suo soldato.

Ah, povera madre! Colpiva lei pure l'accusa di viltà che qualche giornale lanciava in quei giorni contro le madri italiane!

Riuscì Giors finalmente a farle rialzare il capo e a ottener qualche risposta. Insomma, che fosse morto di certo non lo sapeva, nessuno glie l'aveva annunziato; ma il cuore le diceva che era morto, che non l'avrebbe rivisto mai più.

— Ma che cuore! — le disse Giors, commosso. — Oh benedette donne! Se non lo sapete di certo.... Sarà fra quelli che ritorneranno. Lo troverete fra i nomi stampati.

Ma no, il parroco le aveva letto il giornale, il suo nome non c'era....

— Ma che parroco! ma che giornale! Cosa volete, in quella confusione.... Chi sa quanti ne hanno scordati.... Vedrete fra qualche giorno.... Andiamo,mare, non bisogna disperarsi.... Sarà fra i prigionieri.

Ma la donna diede in un nuovo scoppio di pianto. Prigioniero per lei voleva dire affamato, torturato, sepolto vivo, peggio che morto.

—O benedtie foumne!— ripetè Giors. — Aspettate un poco.... Tutti i giorni ne tornano.... tornerà anche Giacolin.... Siete tutte compagne, voi altremare, quando vi mettete unchiodo nella testa. — Poi disse bruscamente: — Smettete di pianger così forte, giurabbaco, che mi spaventate le bestie!

Nessuno di noi osava più di parlare; il giovane aveva stracciato e buttato via il foglio; la vecchia continuava a piangere silenziosamente, col viso nelle mani; e pareva più disperato, faceva più compassione quel pianto in mezzo a quella via rumorosa, a tutta quella gente affaccendata che passava senza badarci. Alla cantonata di via Venti Settembre essa prese il sacco e discese. Giors sferzò i cavalli e tentò il motivo dellaCarmen; ma smise subito, e passandosi la punta del medio sull'occhio, esclamò con un sospiro: — Ah.... porca guerra!

*

Per vari giorni, in tutti i carrozzoni e su tutte le linee, io vidi l'immagine di quella povera vecchia curvata sul parapetto, col fazzoletto sciolto e i capelli grigi scomposti, scossa da capo a piedi dal singhiozzo violento della disperazione. E mi pareva più tragica l'immagine in quel gran risveglio amoroso della natura che si manifestava da ogni parte, nelle gemme degli alberi, nei bocciuoli dei fiori, nella chiarezza del cielo e negli occhi delle ragazze. Dalle piattaforme dei tranvai, andando per i sette bellissimi corsi alberati che fanno cintura al centro di Torino e per i grandi viali che corrono lungo il Po e lungo la Dora, si bevevano mille effluvi sottili, un misto di fragranze leggerissimed'erba fresca, di terra smossa, di campagna aperta, e si ricevevano nella fronte e nel collo carezze morbide dell'aria, quasi mossa da invisibili ventagli odorosi, soffi tepidi e puri, come aliti di bocche virginee, che facevan rifiorire nell'animo, per brevi momenti, speranze rosee, ricordi lieti dell'infanzia, simpatie spente, proponimenti giovanili di bontà, di lavoro, di vita avventurosa e memorie lontane di care feste campestri e di bei sogni sognati nei giorni più felici dell'età più bella. E si mostrava questo primo influsso della primavera nei cavalli più agili, nei cocchieri più allegri, nei fattorini più cortesi, nel modo di salire, di scendere e di salutar della gente più lesto e più amabile, e nella fioritura più rigogliosa e più vivace dei cappellini delle signore a cui l'aria corrente sulle giardiniere aperte agitava sul capo i nastri, gli steli e le penne, portando nel viso ai passeggieri ritti in fondo delle ondate di profumi confusi di cipria, di viole e dì giovinezza.

Avevano in quei giorni i tranvai una bellezza nuova: c'erano in quasi tutti, la mattina, delle ragazzine vestite di bianco, che occupavano in alcuni delle panche intere, spiccando fra l'altra gente come gigli e camelie nivee in mazzi di fiori e di foglie brune. Apparivano di sfuggita nelle giardiniere dei veli candidi scendenti sui vestiti e sui guanti bianchi, e a traverso i veli, sotto alle corone di rose e di margherite, occhi azzurri, bocchine purpuree, visetti d'una freschezza infantile, che facevano un contrasto graziosissimo con gli atteggiamenti raccoltie gravi delle piccole persone, ritte sul busto, con le mani intrecciate sulle ginocchia e le scarpette chiare congiunte. Da una parte all'altra delle piazze e dall'una all'altra strada si vedevano biancheggiare sui tranvai quelle farfalle gentili annunziatrici della Pasqua, e anche più della loro bianchezza risaltava l'idea, ch'esse esprimevano, dello sposalizio celeste e dello stato di grazia, in quelle carrozzate d'interessi mondani e di peccati mortali.

O carrozza di tutti, piccolo specchio del mondo, che raccogli e ravvicini gli estremi più lontani della società e della vita, qualche volta così gioconda e qualche volta così triste, dove si può veder mai, fuor che in te, quello che io vidi in quei giorni?

Due giornate di pioggia avevano fatto uscir da capo i carrozzoni chiusi; ma il cielo si rischiarava quando, verso l'undici della mattina dell'ultimo di marzo, salii sul tranvai della linea dei Viali, fermo nel corso Beccaria, sul punto di partire per Porta Palazzo. C'era seduta dentro una donna, sola, che è ancora viva adesso nella mia mente come se l'avessi avuta sempre davanti agli occhi durante un viaggio a traverso all'oceano. I suoi capelli radi, neri d'una tintura grossolana e mal diffusa, facevano parer più vecchio il viso giallo e rugoso, nel quale, sotto due archi nerissimi, dipinti da una mano frettolosa e malferma, sonnecchiavano due occhi glauchi e torbidi e rosseggiavano di belletto le guance flosce e una bocca amara e stanca, atteggiata come a un sorriso abituale, che apparivaforzato, e quasi morto, come quello d'una maschera, poichè la luce dello sguardo non l'accompagnava. Se quel viso non avesse abbastanza chiaramente parlato, avrebbero tolto ogni dubbio un garofano rosso ch'essa portava nella treccia e una lunga traccia di polvere di riso che da una guancia le scendeva giù fino al collo scarnito, cinto d'un nastrino azzurro; e quel fiore appunto e quel nastro accrescevano tristezza all'espressione di vecchiaia precoce dei suoi lineamenti risentiti e come tesi da un sentimento sordo di rancore che ella covasse contro ai fantasmi a cui sorrideva per consuetudine la sua bocca cascante. Era una di quelle figure miserande in cui, caduto il velo lucente della gioventù, appare con un'evidenza spaventevole l'abbiezione della vita, e dietro alle quali la fantasia vede stanze immonde di lupanari, covi fumosi di taverne e di bische e oscurità misteriose e sinistre dove giacciono corpi di briachi e di feriti e lampeggiano coltelli e occhi feroci di belve umane.

Partito appena il tranvai, il fattorino entrò a porgerle il biglietto. Essa tirò fuori con le mani un po' tremanti una borsetta di lana verde, e ne cavò due soldi, che quegli prese, fissandola, con un barlume di sorriso.

Arrivato in fondo al corso Principe Eugenio, il tranvai si fermò, e prima s'udì un mormorio di voci argentine, poi salirono con allegra furia da una parte e dall'altra molte ragazzine vestite di bianco, accompagnate da due che parevano maestre, e sì slanciarono dentro il carrozzone,agitando i veli trasparenti e le gonnelle candide, come uno sciame di colombe con l'ali aperte. Fu come un soffio di primavera, come la luce d'un'alba improvvisa che entrò con esse fra quelle quattro pareti, e un vago odor d'incenso, di soppressatura e di capigliature fresche, che parve portato da un'ondata d'aria. Erano forse le alunne d'un piccolo collegio che avevan fatto la comunione e andavano a far colazione in campagna. Le maestre restarono sulla piattaforma; le alunne occuparono in un momento tutti i posti, cinguettando e ridendo; la donna tinta restò in mezzo a loro.

E allora segui una scena indimenticabile. L'aspetto di quella donna colpì qualcuna delle più grandicelle, che smisero di parlare e la osservarono. Il loro silenzio fece tacere le altre, che, naturalmente, si voltarono da quella parte dove le prime guardavano, e fissarono anch'esse lo sguardo su quel garofano e su quel nastro, su quella vecchiezza imbellettata e infarinata, su quella rovina d'ogni cosa, resa più orribile da una maschera grottesca di gioventù; ed esse pure fecero silenzio. Sul viso delle più piccole apparve un'espressione di stupore, in alcune uno sforzo d'attenzione scrutatrice; alle più grandi si stese sulla fronte corrugata come un'ombra di sospetto e d'inquietudine, simile a quella che ci dà la vista d'un insetto strano e sconosciuto. Guardai la donna, sola in mezzo a tutto quel candore d'anime e di vesti, e vidi sul suo viso una leggiera e istantanea contrazione dei muscoli come in una persona sorpresain un nascondiglio. Lanciò un'occhiata rapidissima alle due maestre, a me, al fattorino; ma non guardò in faccia alle ragazze: guardò le loro mani, i libri da messa e le scarpette bianche con uno sguardo velato e fuggente; e dopo qualche momento, durando il silenzio e l'attenzione di cui si sentiva l'oggetto, piegò lentamente il capo all'indietro, appoggiò la nuca alla parete, e come presa tutt'a un tratto dal sonno chiuse gli occhi, e non gli aperse più.

Il fattorino, che la stava osservando con curiosità, comprese, e mi ammiccò sogghignando.

Ma io sentii una stretta di pietà che mi fece torcere lo sguardo da quella infelice come se l'avessi vista trapassata e confitta da un pugnale nella parete a cui s'appoggiava.

A Porta Palazzo essa si riscosse bruscamente e, senza guardar nessuno, discese; le ragazzine ricominciarono a discorrere e a ridere, e il tranvai riprese la sua corsa, allegro e sonoro come una gran gabbia d'uccelli.


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