LX.

LX.Nell'allontanarmi, domandai al dottore Filippa se in quel manicomio fosse qualche uomo di lettere; ed egli rispondendo affermativamente, mi condusse in una stanza, ove mi sentii stringere il cuore da grave angoscia.Colà, appoggiato ad un guanciale, vidi un professore pallido, e stravolto gli occhi. Egli è giovane, sposo e padre. Infelice! Ha perduto la mente! Egli mi conobbe e mi chiamò per nome.È il professore Bongiovanni di Possano, che insegnava lettere italiane nel Collegio militare di Asti.Era tranquillo il Bongiovanni, e mi disse che presto sarebbe uscito di colà per tornare all'insegnamento, non della letteratura italiana, ma della musica; ed entrò in certi discorsi intorno all'arte de' suoni, che accennavano a nobili studi turbati da infermità mentale.Lamentiamo il Bongiovanni e lamentiamo noi medesimi. Chi può dirsi del tutto sano di mente?«Ciascuno è matto nella sua maniera», lessi in tre luoghi a grandi caratteri sulle mura del Castello d'Alpignano.Sì: dal più al meno siamo assaliti da pazzie intermittenti noi tutti figli dell'uomo, che ci logoriamo il cervello e il cuore per ambizioni ed amori su questo atomo di polvere, che si chiama terra, in questo minuto secondo del tempo, che si chiama vita umana.«Ciascuno è matto nella sua maniera».E forse non lo sono io pure, che in riva alla Dora torno le due e le tre volte a visitare gli stessi luoghi, le chiese, i castelli, i conventi, per iscrivere qualche pagina e nulla più? Non è questa una nuova pazzia? A che servirà il continuo travaglio del mio pensiero?Qualche amico mi conforta dicendo: Servirà a dar una viva illustrazione di paesi che amate e che vi ricorderanno con affetto.Pazzia è l'illudersi in tale speranza!«Ciascuno è matto nella sua maniera».Ripeterò anch'io la terza volta col Castello d'Alpignano.La mia illustrazione non è Storia esatta del Piemonte, come un bel libro del Cibrario o del Ricotti; non è una descrizione particolareggiata e statistica de' luoghi, come ilDizionario degli Stati Sardidel Casalis, e nemmeno uno splendido complesso di letteratura e politica, comeI miei tempidel Brofferio. Il mioscritto è un lavoro capriccioso, non altro: e il secolo, annoiato de' capricci, vuole cose serie.Dunque io sono un matto. Mi si prepari una stanza nel Manicomio presso il prof. Bongiovanni, mentre io pazzamente pubblico un libro inutile. Nessuno ne farà ricerca; e i giornalisti cui lo manderò in dono perchè ne facciano cenno fra gli annunzi delle decozioni di salsapariglia e delle molte case disabitate da appigionare, se ne serviranno per accendere lo zigaro; o, a trarne miglior pro, come taluno già fece de' miei libri, lo venderanno per carta inutile.LXILasciamo le celie ora che ci traggono memorie severe alle foci della Dora. Voglio in pria far cenno dell'ultima volta che, da Susa per la strada ferrata tornando a Torino, m'incontrai col vecchio Giacomo, col bellicoso pastore di Bousson, che conoscemmo presso alle sorgenti del patrio fiumicello.Lo rividi una bella sera di maggio del 1858. Trovandoci nel medesimo vagone, il buon vecchio, richiesto, mi parlò della figliuola Lucia, divenuta madre d'una pargoletta, e del genero Maurizio fattosi soldato nell'esercito italiano; e passando di discorso in discorso, egli mi espresse la soddisfazione che provava nella tarda età, potendo agevolmente dai monti di Susa con frequenti e rapide gite tornare agli allegri piani di Torino.—Oh! mi diceva, se Vossignoria avesse conosciuto questi luoghi com'io li vidi fanciullo! Allora erano poche e recenti le strade carrozzabili. Ne' paesi alpestri si andava a stento per vie lunghe, tortuose, aspre e non sicure. Erano lente le comunicazioni, ed intricato il commercio. Quei telegrafi di legno, i cui pali salivano e scendevano nelle cime de' monti, che cosa erano mai, messi a riscontro coi fili elettrici, che attraversano valli, gioghi e mari, portando la parola colla rapidità del desiderio nelle più lontane regioni?Ma chi diede la scossa più vigorosa al mondo addormentato fra icastelli feudali? Fu un potente italiano, l'imperatore Napoleone I, a cui nelle famose battaglie consacrai volentieri la mia spada. Sì, ricordo con orgoglio di essere stato uno de' suoi soldati, ed ora vengo a Torino per avere anch'io la medaglia di S. Elena, che il degno nipote del grand'uomo decretò ai soldati dell'antico Impero.—Mi congratulai col buon Giacomo, che sarebbesi trovato insieme co' suoi commilitoni schierati alla presenza del Principe Napoleone, futuro sposo alla nostra augusta Principessa Clotilde, e con cordiali saluti ci separammo giunti alla stazione di Torino, prossima ai ruderi della smantellata cittadella.LXII.Pietro Micca e Pier Giannone.Indirizzandomi verso la via S. Teresa, mi piacque considerare che il vecchio pastore delle nostre Alpi confessava il progresso della civiltà.Ma come tanto potè progredire lo spirito umano in Italia?«Molto egli oprò col senno e colla mano».Questo verso mi suonò sul labbro, mentre fra le sorgenti tenebre della notte io passava sulle pietre della famosa cittadella distrutta in parte.Ricordai due celebrate vittime di quella fortezza, che rappresentano fra noi l'azione delle armi e del pensiero militante, il minatore Pietro Micca e lo storico Pietro Giannone.Micca nel campo del diritto per l'indipendenza della Patria, Giannone nell'ordine civile per l'emancipazione dello Stato dalla Chiesa, furono martiri nella cittadella torinese.Duole il ricordare che il valoroso re Carlo Emanuele III facesse prigioniero nella cittadella il Giannone; ma più rincrescerebbe s'egli avesse consegnato l'illustre prigioniero alla Corte di Roma,che faceva strette istanze per averlo, al che assentiva il ministro d'Ormea, sperando forse in quel viluppo politico guadagnare un cappello cardinalizio.I tempi progredirono ed assicurarono la libertà di coscienza, sì che se si vuole emancipare lo Stato dalla Chiesa, si vuole pure che la Chiesa sia libera nella sua azione, onde la formola:Libero Stato e libera Chiesa.Il rimpianto Lorenzo Valerio proponeva al Parlamento che nella cittadella si cercassero le spoglie del prigioniero Giannone per onorarle degnamente.Si adempia il nobile voto, mentre io mi accendo di sacro entusiasmo pensando che l'Angelo della morte, nel secolo XVIII, alle porte di Torino confondeva insieme le ceneri dei due Pietri, piemontese l'uno e napolitano l'altro, forse per annunziare che nel secoloxixl'Angelo della vita, ricco delle palme dei due martiri, nel luogo della loro morte, all'ombra del vessillo sabaudo avrebbe fraternamente congiunte le stirpi dell'Italia settentrionale e della meridionale!Le potenze celesti, più giuste delle umane, proteggano la terra ove si compiono tanti e sì generosi sacrificii, e dove si rinnova la civiltà della magnanima nostra nazione!

LX.Nell'allontanarmi, domandai al dottore Filippa se in quel manicomio fosse qualche uomo di lettere; ed egli rispondendo affermativamente, mi condusse in una stanza, ove mi sentii stringere il cuore da grave angoscia.Colà, appoggiato ad un guanciale, vidi un professore pallido, e stravolto gli occhi. Egli è giovane, sposo e padre. Infelice! Ha perduto la mente! Egli mi conobbe e mi chiamò per nome.È il professore Bongiovanni di Possano, che insegnava lettere italiane nel Collegio militare di Asti.Era tranquillo il Bongiovanni, e mi disse che presto sarebbe uscito di colà per tornare all'insegnamento, non della letteratura italiana, ma della musica; ed entrò in certi discorsi intorno all'arte de' suoni, che accennavano a nobili studi turbati da infermità mentale.Lamentiamo il Bongiovanni e lamentiamo noi medesimi. Chi può dirsi del tutto sano di mente?«Ciascuno è matto nella sua maniera», lessi in tre luoghi a grandi caratteri sulle mura del Castello d'Alpignano.Sì: dal più al meno siamo assaliti da pazzie intermittenti noi tutti figli dell'uomo, che ci logoriamo il cervello e il cuore per ambizioni ed amori su questo atomo di polvere, che si chiama terra, in questo minuto secondo del tempo, che si chiama vita umana.«Ciascuno è matto nella sua maniera».E forse non lo sono io pure, che in riva alla Dora torno le due e le tre volte a visitare gli stessi luoghi, le chiese, i castelli, i conventi, per iscrivere qualche pagina e nulla più? Non è questa una nuova pazzia? A che servirà il continuo travaglio del mio pensiero?Qualche amico mi conforta dicendo: Servirà a dar una viva illustrazione di paesi che amate e che vi ricorderanno con affetto.Pazzia è l'illudersi in tale speranza!«Ciascuno è matto nella sua maniera».Ripeterò anch'io la terza volta col Castello d'Alpignano.La mia illustrazione non è Storia esatta del Piemonte, come un bel libro del Cibrario o del Ricotti; non è una descrizione particolareggiata e statistica de' luoghi, come ilDizionario degli Stati Sardidel Casalis, e nemmeno uno splendido complesso di letteratura e politica, comeI miei tempidel Brofferio. Il mioscritto è un lavoro capriccioso, non altro: e il secolo, annoiato de' capricci, vuole cose serie.Dunque io sono un matto. Mi si prepari una stanza nel Manicomio presso il prof. Bongiovanni, mentre io pazzamente pubblico un libro inutile. Nessuno ne farà ricerca; e i giornalisti cui lo manderò in dono perchè ne facciano cenno fra gli annunzi delle decozioni di salsapariglia e delle molte case disabitate da appigionare, se ne serviranno per accendere lo zigaro; o, a trarne miglior pro, come taluno già fece de' miei libri, lo venderanno per carta inutile.LXILasciamo le celie ora che ci traggono memorie severe alle foci della Dora. Voglio in pria far cenno dell'ultima volta che, da Susa per la strada ferrata tornando a Torino, m'incontrai col vecchio Giacomo, col bellicoso pastore di Bousson, che conoscemmo presso alle sorgenti del patrio fiumicello.Lo rividi una bella sera di maggio del 1858. Trovandoci nel medesimo vagone, il buon vecchio, richiesto, mi parlò della figliuola Lucia, divenuta madre d'una pargoletta, e del genero Maurizio fattosi soldato nell'esercito italiano; e passando di discorso in discorso, egli mi espresse la soddisfazione che provava nella tarda età, potendo agevolmente dai monti di Susa con frequenti e rapide gite tornare agli allegri piani di Torino.—Oh! mi diceva, se Vossignoria avesse conosciuto questi luoghi com'io li vidi fanciullo! Allora erano poche e recenti le strade carrozzabili. Ne' paesi alpestri si andava a stento per vie lunghe, tortuose, aspre e non sicure. Erano lente le comunicazioni, ed intricato il commercio. Quei telegrafi di legno, i cui pali salivano e scendevano nelle cime de' monti, che cosa erano mai, messi a riscontro coi fili elettrici, che attraversano valli, gioghi e mari, portando la parola colla rapidità del desiderio nelle più lontane regioni?Ma chi diede la scossa più vigorosa al mondo addormentato fra icastelli feudali? Fu un potente italiano, l'imperatore Napoleone I, a cui nelle famose battaglie consacrai volentieri la mia spada. Sì, ricordo con orgoglio di essere stato uno de' suoi soldati, ed ora vengo a Torino per avere anch'io la medaglia di S. Elena, che il degno nipote del grand'uomo decretò ai soldati dell'antico Impero.—Mi congratulai col buon Giacomo, che sarebbesi trovato insieme co' suoi commilitoni schierati alla presenza del Principe Napoleone, futuro sposo alla nostra augusta Principessa Clotilde, e con cordiali saluti ci separammo giunti alla stazione di Torino, prossima ai ruderi della smantellata cittadella.LXII.Pietro Micca e Pier Giannone.Indirizzandomi verso la via S. Teresa, mi piacque considerare che il vecchio pastore delle nostre Alpi confessava il progresso della civiltà.Ma come tanto potè progredire lo spirito umano in Italia?«Molto egli oprò col senno e colla mano».Questo verso mi suonò sul labbro, mentre fra le sorgenti tenebre della notte io passava sulle pietre della famosa cittadella distrutta in parte.Ricordai due celebrate vittime di quella fortezza, che rappresentano fra noi l'azione delle armi e del pensiero militante, il minatore Pietro Micca e lo storico Pietro Giannone.Micca nel campo del diritto per l'indipendenza della Patria, Giannone nell'ordine civile per l'emancipazione dello Stato dalla Chiesa, furono martiri nella cittadella torinese.Duole il ricordare che il valoroso re Carlo Emanuele III facesse prigioniero nella cittadella il Giannone; ma più rincrescerebbe s'egli avesse consegnato l'illustre prigioniero alla Corte di Roma,che faceva strette istanze per averlo, al che assentiva il ministro d'Ormea, sperando forse in quel viluppo politico guadagnare un cappello cardinalizio.I tempi progredirono ed assicurarono la libertà di coscienza, sì che se si vuole emancipare lo Stato dalla Chiesa, si vuole pure che la Chiesa sia libera nella sua azione, onde la formola:Libero Stato e libera Chiesa.Il rimpianto Lorenzo Valerio proponeva al Parlamento che nella cittadella si cercassero le spoglie del prigioniero Giannone per onorarle degnamente.Si adempia il nobile voto, mentre io mi accendo di sacro entusiasmo pensando che l'Angelo della morte, nel secolo XVIII, alle porte di Torino confondeva insieme le ceneri dei due Pietri, piemontese l'uno e napolitano l'altro, forse per annunziare che nel secoloxixl'Angelo della vita, ricco delle palme dei due martiri, nel luogo della loro morte, all'ombra del vessillo sabaudo avrebbe fraternamente congiunte le stirpi dell'Italia settentrionale e della meridionale!Le potenze celesti, più giuste delle umane, proteggano la terra ove si compiono tanti e sì generosi sacrificii, e dove si rinnova la civiltà della magnanima nostra nazione!

Nell'allontanarmi, domandai al dottore Filippa se in quel manicomio fosse qualche uomo di lettere; ed egli rispondendo affermativamente, mi condusse in una stanza, ove mi sentii stringere il cuore da grave angoscia.

Colà, appoggiato ad un guanciale, vidi un professore pallido, e stravolto gli occhi. Egli è giovane, sposo e padre. Infelice! Ha perduto la mente! Egli mi conobbe e mi chiamò per nome.È il professore Bongiovanni di Possano, che insegnava lettere italiane nel Collegio militare di Asti.

Era tranquillo il Bongiovanni, e mi disse che presto sarebbe uscito di colà per tornare all'insegnamento, non della letteratura italiana, ma della musica; ed entrò in certi discorsi intorno all'arte de' suoni, che accennavano a nobili studi turbati da infermità mentale.

Lamentiamo il Bongiovanni e lamentiamo noi medesimi. Chi può dirsi del tutto sano di mente?

«Ciascuno è matto nella sua maniera», lessi in tre luoghi a grandi caratteri sulle mura del Castello d'Alpignano.

Sì: dal più al meno siamo assaliti da pazzie intermittenti noi tutti figli dell'uomo, che ci logoriamo il cervello e il cuore per ambizioni ed amori su questo atomo di polvere, che si chiama terra, in questo minuto secondo del tempo, che si chiama vita umana.

«Ciascuno è matto nella sua maniera».

E forse non lo sono io pure, che in riva alla Dora torno le due e le tre volte a visitare gli stessi luoghi, le chiese, i castelli, i conventi, per iscrivere qualche pagina e nulla più? Non è questa una nuova pazzia? A che servirà il continuo travaglio del mio pensiero?

Qualche amico mi conforta dicendo: Servirà a dar una viva illustrazione di paesi che amate e che vi ricorderanno con affetto.

Pazzia è l'illudersi in tale speranza!

«Ciascuno è matto nella sua maniera».

Ripeterò anch'io la terza volta col Castello d'Alpignano.

La mia illustrazione non è Storia esatta del Piemonte, come un bel libro del Cibrario o del Ricotti; non è una descrizione particolareggiata e statistica de' luoghi, come ilDizionario degli Stati Sardidel Casalis, e nemmeno uno splendido complesso di letteratura e politica, comeI miei tempidel Brofferio. Il mioscritto è un lavoro capriccioso, non altro: e il secolo, annoiato de' capricci, vuole cose serie.

Dunque io sono un matto. Mi si prepari una stanza nel Manicomio presso il prof. Bongiovanni, mentre io pazzamente pubblico un libro inutile. Nessuno ne farà ricerca; e i giornalisti cui lo manderò in dono perchè ne facciano cenno fra gli annunzi delle decozioni di salsapariglia e delle molte case disabitate da appigionare, se ne serviranno per accendere lo zigaro; o, a trarne miglior pro, come taluno già fece de' miei libri, lo venderanno per carta inutile.

Lasciamo le celie ora che ci traggono memorie severe alle foci della Dora. Voglio in pria far cenno dell'ultima volta che, da Susa per la strada ferrata tornando a Torino, m'incontrai col vecchio Giacomo, col bellicoso pastore di Bousson, che conoscemmo presso alle sorgenti del patrio fiumicello.

Lo rividi una bella sera di maggio del 1858. Trovandoci nel medesimo vagone, il buon vecchio, richiesto, mi parlò della figliuola Lucia, divenuta madre d'una pargoletta, e del genero Maurizio fattosi soldato nell'esercito italiano; e passando di discorso in discorso, egli mi espresse la soddisfazione che provava nella tarda età, potendo agevolmente dai monti di Susa con frequenti e rapide gite tornare agli allegri piani di Torino.

—Oh! mi diceva, se Vossignoria avesse conosciuto questi luoghi com'io li vidi fanciullo! Allora erano poche e recenti le strade carrozzabili. Ne' paesi alpestri si andava a stento per vie lunghe, tortuose, aspre e non sicure. Erano lente le comunicazioni, ed intricato il commercio. Quei telegrafi di legno, i cui pali salivano e scendevano nelle cime de' monti, che cosa erano mai, messi a riscontro coi fili elettrici, che attraversano valli, gioghi e mari, portando la parola colla rapidità del desiderio nelle più lontane regioni?

Ma chi diede la scossa più vigorosa al mondo addormentato fra icastelli feudali? Fu un potente italiano, l'imperatore Napoleone I, a cui nelle famose battaglie consacrai volentieri la mia spada. Sì, ricordo con orgoglio di essere stato uno de' suoi soldati, ed ora vengo a Torino per avere anch'io la medaglia di S. Elena, che il degno nipote del grand'uomo decretò ai soldati dell'antico Impero.—

Mi congratulai col buon Giacomo, che sarebbesi trovato insieme co' suoi commilitoni schierati alla presenza del Principe Napoleone, futuro sposo alla nostra augusta Principessa Clotilde, e con cordiali saluti ci separammo giunti alla stazione di Torino, prossima ai ruderi della smantellata cittadella.

Pietro Micca e Pier Giannone.

Indirizzandomi verso la via S. Teresa, mi piacque considerare che il vecchio pastore delle nostre Alpi confessava il progresso della civiltà.

Ma come tanto potè progredire lo spirito umano in Italia?

«Molto egli oprò col senno e colla mano».

Questo verso mi suonò sul labbro, mentre fra le sorgenti tenebre della notte io passava sulle pietre della famosa cittadella distrutta in parte.

Ricordai due celebrate vittime di quella fortezza, che rappresentano fra noi l'azione delle armi e del pensiero militante, il minatore Pietro Micca e lo storico Pietro Giannone.

Micca nel campo del diritto per l'indipendenza della Patria, Giannone nell'ordine civile per l'emancipazione dello Stato dalla Chiesa, furono martiri nella cittadella torinese.

Duole il ricordare che il valoroso re Carlo Emanuele III facesse prigioniero nella cittadella il Giannone; ma più rincrescerebbe s'egli avesse consegnato l'illustre prigioniero alla Corte di Roma,che faceva strette istanze per averlo, al che assentiva il ministro d'Ormea, sperando forse in quel viluppo politico guadagnare un cappello cardinalizio.

I tempi progredirono ed assicurarono la libertà di coscienza, sì che se si vuole emancipare lo Stato dalla Chiesa, si vuole pure che la Chiesa sia libera nella sua azione, onde la formola:Libero Stato e libera Chiesa.

Il rimpianto Lorenzo Valerio proponeva al Parlamento che nella cittadella si cercassero le spoglie del prigioniero Giannone per onorarle degnamente.

Si adempia il nobile voto, mentre io mi accendo di sacro entusiasmo pensando che l'Angelo della morte, nel secolo XVIII, alle porte di Torino confondeva insieme le ceneri dei due Pietri, piemontese l'uno e napolitano l'altro, forse per annunziare che nel secoloxixl'Angelo della vita, ricco delle palme dei due martiri, nel luogo della loro morte, all'ombra del vessillo sabaudo avrebbe fraternamente congiunte le stirpi dell'Italia settentrionale e della meridionale!

Le potenze celesti, più giuste delle umane, proteggano la terra ove si compiono tanti e sì generosi sacrificii, e dove si rinnova la civiltà della magnanima nostra nazione!


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