VI.

Il principe Luigi non ha menomamente disdegnato le male arti usate da tutti i pretendenti, e il rumore, che va connesso con quel mestiere; nulladimeno non si può affermare, che egli in sostanza abbia illuso il suo popolo con fragorose promesse. La costituzione che diede ai francesi il 14 gennaio 1852 è effettivamente un calco della costituzione consolare; nella prefazione, che vi è preposta, le tesi principali sostenute negli scritti del pretendente ritornano quasi a parola. Una siffatta coerenza è rara nella vita di uno statista duramente incalzato dalla spinta delle cose. Anche noi avversari dobbiamo stimare la sicurezza di coscienza, che mosse l'imperatore a ripubblicare inalterati i suoi scritti giovanili. S'intende, che qualche punto nero è tralasciato; per esempio, l'umile lettera a Luigi Filippo. Ma in complesso l'imperatore può vantarsi, che l'uomo mantiene ciò che il giovine promise. Il principe non dispensa mai, nemmeno negli articoli di gazzetta fatti per accarezzare il favore delle moltitudini, mai una parola di lode alle idee parlamentaristiche del suo tempo. Come lo zio lascia al mondo la scelta tra i cosacchi e la repubblica, così il nipote fra i governi di oggigiorno esalta, come coerenti e coscienti, solo la Russia e l'America del Nord. Egli vuole alla cima dello stato un capo personalmente responsabile, che diriga l'amministrazione per mezzo di tecnici, di specialisti, e non già di capiparte. Il parlamentarismo è deriso come il dominio dei retori; le sue lotte di partito sono altrettanto vuote di contenuto, quanto furono un tempo le dispute dommatiche del medioevo; e non porta la libertà, ma il governo di una oligarchia privilegiata, alla maniera inglese. Quest'abile argomentazione sofistica non poteva fallire il colpo sul lettore francese; e trovava un sostegno solido nelle condizioni del paese sotto il dominio della borghesia. Non meno recisamente il principe si volse, con odio napoleonico, contro le vedute aristocratiche del mondo feudale: ché, anzi, nella sua storia dell'artiglieria non si tiene dal flagellare l'antica nobiltà francese, che un tempo aveva messo in burla la nuova arma borghese e l'aveva buttata via dal campo.

Non rimane dubbio, dunque, che il suo scopo sia la monarchia rivoluzionaria, eletta dal popolo sovrano, sollecita della sorte degli umili, sempre pronta a gittare nella bilancia la spada di Brenno in ogni causa della civiltà. Quanto ai mezzi per stabilire cotesta corona democratica, egli si esprime con perspicua chiarezza: un colpo di stato come quello del 18 brumaio non può essere elevato a principio (ma chi mai in tutto il mondo aveva riguardato come principio le brutalità del brumaio?); ma in determinati casi può essere necessario. Quando il principe tratteggia all'occasione l'immagine seducente della libertà, noi siamo indotti a confessare francamente, che egli sospinge cotesto coronamento dell'edifizio a una lontananza indefinita e vaporosa. Nei suoi primi scritti già aveva detto: è dolce sognare un dominio della virtù; se il Reno fosse semplicemente un mare; e così via. E più tardi egli afferma, che la libertà allora sarebbe possibile, quando i partiti fossero finiti, consolidati l'ordine e l'eguaglianza, rieducato a nuovo lo spirito pubblico, rinvigorito il sentimento religioso e nati nuovi costumi!

E così anche questo cervello freddo cade nell'eterna velleità di tutti gli assolutisti, quasi che l'educazione alla libertà fosse possibile altrimenti che mercé la stessa libertà. Per contro, rispetto ai problemi dell'amministrazione mostra una rara imparzialità. Nello stesso modo come, giovane appena di venticinque anni, in un acuto saggio sulla Svizzera fece, contro il fanatismo allora in voga per la repubblica, l'ardita osservazione: «la repubblica non è un principio, è una forma di stato come le altre, e non offre per sé stessa nessuna garanzia per la libertà»; così pure sa apprezzare spassionatamente i vantaggi degli altri stati, quando non si movono in senso direttamente opposto al proprio sistema. Egli loda in Inghilterra la libertà personale, il movimento in nulla intralciato delle associazioni, la sicurezza della legge. Ammira in Prussia l'autonomia dei comuni, la schietta istruzione popolare e sopra tutto, esaltato a parole anche dallo zio, quel servizio militare obbligatorio e generale, che un giorno avrebbe scacciato via da dovunque nel mondo il commercio di schiavi bianchi chiamato cambio. Riprova la molteplice attività dello stato, come nella sua patria; è una stoltezza, che lo stato faccia ciò a cui può o deve attendere il privato. Arrivato al trono, il pretendente rimandò tutte queste riforme a miglior tempo, oppure le fece cadere dopo alcune prove di assaggio: e ciò che attraversò la via alle migliori intenzioni fu un po' il destino di tutti i dominii violenti, un po' la natura stessa dello stato francese. Solamente gl'irriflessivi e i leggieri accusano anche d'ipocrisia uno statista, che offre tanti lati deboli ai rimproveri giusti, sol perché non ha reso possibile l'impossibile. Nelle sue contraddizioni si tradisce l'incapacità intellettuale, non già il calcolo furbo. Acuto osservatore e non povero di buone idee, il principe si era inviluppato troppo a fondo nelle marce abitudini mentali del cospiratore, nelle sottilizzazioni premeditate, nel fucinare disegni. Egli non possedeva più la forza mentale di elaborare un'idea importante fino a cavarne le estreme conclusioni, e non si pose il quesito, come mai i vantaggi dello stato inglese e del prussiano potessero conciliarsi con la tirannide popolare.

Il pretendente esercita con piacere la comoda professione della critica politica alla monarchia di luglio, principalmente a riguardo della sua politica europea. Per lui nessuna esagerazione e nessun travisamento è troppo volgare al suo scopo; indaga anzi con ingegnosa malizia tutte le debolezze del sistema, e ci offre così un modello del genere, che oggigiorno è stato ricalcato, ma con meno talento, dal duca d'Aumale. Egli tratteggia vivacemente il modo come il governo butta nel fuoco la gloria e i tesori del paese per venderne le ceneri! Se quello richiama in auge i beniamini dell'imperatore, si adorna con le penne altrui; se decora il generale Dupont, che un tempo capitolò a Baylen, esso premia il tradimento; e così via. Cotesta polemica demagogica appare soprattutto odiosissima, quando vien meno al rispetto dovuto alla gravità della storia, come, per esempio, nel famoso parallelo «1688 e 1830». Il principe illustra eccellentemente la nullità di ogni dotta comparazione; ma quando vi scambia le carte, e v'istituisce il paragone tra il re borghese e Giacomo II, allora scoprite l'agitatore coscientemente menzognero.

Attraverso tutte queste deformazioni rimane però indiscutibile, che il critico affronta con una mentalità superiore gli uomini di stato della borghesia. In uno dei suoi più celebri aforismi domanda all'uomo politico di camminare a capo delle idee del suo tempo se non vuol rimanerne sommerso; ma a questo proposito è innegabile, che l'imperatore ha soddisfatto a cotesta esigenza solo per metà. Le forze dell'idealismo, che non mancano neppure alla nostra arida età, rimasero estranee ai napoleonidi: questo insegna oggi lo stato del secondo impero, in cui la senescenza già invade un corpo finora gagliardo. Ma è certo, del resto, che il pretendente ha apprezzato in modo incomparabilmente più giusto che non il re borghese alcuni sintomi nuovi e significantissimi nel presente moto degli spiriti. Principalmente la importanza del quarto stato e della questione sociale. Il principe se ne fa zelatore con la frase ampollosa: l'idea napoleonica penetra nei tuguri non già a portarvi la dichiarazione dei diritti dell'uomo, ma a calmare la fame e a sollevare i dolori. Cerca, mercé un lavoro intenso, di capire la vita economica. Nei suoi saggi, però, si riscontra ben poca scienza economica: egli è tuttora compreso delle idee protettrici dello zio. Esalta con parole quasi ditirambiche la barbabietola e non degna di un motto i sacrifici, che il perfezionamento tecnico dell'industria dello zucchero di barbabietola ha imposto ai consumatori. Anche il suo disegno di curare dall'alto, per mezzo di un'organizzazione di lavoro, la miseria popolare, e di elevare la società dei poveri alla più ricca associazione della Francia, attesta la sua scarsa esperienza. Ciò non ostante, era non poco notevole, che il pretendente prendesse parte così viva alle sofferenze delle popolazioni; e ciò tanto più in un tempo, in cui fra tutta l'alta nobiltà europea solamente il principe Oscar di Svezia e il principe Alberto d'Inghilterra intendevano la profonda gravità di siffatte questioni. L'amico del quarto stato poteva con pieno diritto gridare alla corona del re borghese: «Voi siete condannati alla sterilità, perché avete intelligenza, ma non avete cuore!».

Frattanto la leggenda napoleonica aveva raggiunto il fastigio. Gli stessi uomini dell'estrema sinistra deliravano per Napoleone, e Luigi Blanc esclamava: «l'imperatore sarebbe stato un semidio senza la sua famiglia!». Le donne irrequiete dei napoleonidi ordivano incessantemente nuove congiure: i principi di Canino, i discendenti ferocemente radicali di Luciano, entrarono nelle società segrete italiane. La legge di espulsione dei Bonaparte offrì all'opposizione alla camera gradita materia a pompose esercitazioni oratorie. Il repubblicano Cremieux comparve come patrono degli esiliati, e Victor Hugo vantò: «Io ho difeso la causa dell'esilio, la causa della gloria!». Thiers e gli altri orleanisti scontenti mantenevano con la maggior franchezza i loro rapporti in Italia coi Bonaparte. I quali rappresentavano infaticabilmente la vecchia parte, mandavano in una lettera d'effetto gli ordini e le disposizioni dell'imperatore per la tomba nella chiesa degl'Invalidi, alimentavano con piccoli doni il buon animo delle città devote della Corsica. Quando nel 1840 si minacciò la guerra, Gerolamo si offrì di snudare per la Francia la sua nota spada valorosa, con la gradita espettativa, che nessuno avrebbe messo alla prova il suo eroismo. Finalmente il re concesse al vecchio Gerolamo il permesso di un soggiorno passeggiero. Vennero col vecchio l'infaticabile agente Pietri e il giovine principe Napoleone, il quale dall'esercito wurtemberghese portò in patria un fiero odio radicale contro la Germania mezzo gotica e reazionaria. Gl'invalidi andarono in visibilio, e il vecchio generale Petit si disfece in lagrime un giorno che il giovine, il quale rassomigliava allo zio in modo sorprendente, s'inginocchiò a pregare presso il sarcofago di marmo scuro. Subito Persigny nel segreto del carcere si diede da fare, perché il giovine Las Casas come deputato facesse già qualche cosa in pubblico pel ristabilimento dell'impero. I maneggi segreti di Walewski e del signor di Morny passarono affatto inosservati. Questo fratellastro di Luigi Bonaparte era riguardato alla corte semplicemente come un fanatico allevatore di cavalli; col fatto teneva in mano tutte le fila della cospirazione. Tutto ciò importava poco. Ma un pretendente accorto, che fondava sull'incosciente forza di volontà di Morny, aspettava la propria ora e volgeva a un fine costante l'ambizione della casa. E quest'uomo conosceva la Francia, conosceva i sentimenti cattolici e l'attaccamento ai ricordi militari della popolazione delle campagne, ed era risoluto a conquistarsi l'ubbidienza tacita della borghesia, e a prendere la difesa delle moltitudini e legarle alla propria casa coi benefizi del lavoro.

Per intendere l'importanza di queste moltitudini e le loro ascendenti pretese, occorre gettare un'occhiata al movimento intellettuale del tempo. Laddove l'istruzione casalinga e il tremacuore poliziesco del buon tempo antico propendevano ad attribuire alla potenza rivoluzionaria dell'idea un'importanza maggiore della vera, oggigiorno l'indagine storica mondiale ha già da un pezzo compreso, che le grandi rivoluzioni sono di regola provocate dal conflitto degl'interessi sociali, e, lieta di tale scoperta, è molto incline a tenere in mediocre conto l'efficacia del pensiero politico. Solo che anche nella vita dei popoli il corpo e l'anima non sono separabili; e la connessione storica non ci si rivela, se non quando consideriamo l'opera delle idee nella sua azione di reciprocità con le istituzioni dello stato, con le condizioni della società. Proprio al tempo della monarchia di luglio l'efficacia immediatamente pratica delle idee si dimostra palmare. Le penose condizioni dei lavoratori non avrebbero potuto da sole condurre alla caduta del regime, se un'abbondante letteratura sempre più ribelle e febbrile non avesse abituato il popolo a queste due idee: che il godimento dei beni, che è il supremo bene, è destinato in misura illimitata a ogni mortale; e che lo stato è esso solo responsabile dei mali della società e esso solo ha il dovere di risanarli. L'una e l'altra idea, che fornivano indubitabilmente le forze animatrici agli scritti clamorosi del giorno, si spiegano a loro volta con le condizioni sociali e politiche. Per un popolo dominato da una plutocrazia senza cuore, il necessario concetto del mondo e della vita non può essere che il grossolano materialismo: il tipo ideale di uno stato onnipotente, governante per volere delle moltitudini e per le moltitudini, era il figlio ingrato ma legittimo della burocrazia napoleonica.

Poche parole basteranno. Anche noi, purtroppo, abbiamo una copia fedele, se pure sbiadita, di questo movimento francese nel nostro radicalismo degli ultimi trenta o quarant'anni; giacché mai prima di ora, nemmeno al tempo di Luigi XIV o della presa della Bastiglia, l'avviamento della civiltà francese aveva esercitato sulla nostra nazionalità un'influenza così profonda e così perniciosa. In seguito Napoleone III ha mandato capovolto il nostro entusiasmo per la Francia; tanto che ora corriamo, invece, il pericolo di spaccar sovente sentenze sulla lascivia dei costumi e degli scritti dei nostri vicini, e con un'albagia farisaica, che mal si addice alla modestia valorosa dei tedeschi. In verità, di quegli onesti giudizi dei critici ideali sui vizi reali della Francia odierna, giudizi che ogni tanto si pavoneggiano solennemente nelle appendici delle nostre gazzette, noi faremmo volentieri a meno, tanto più che cadrebbero sotto il dileggio e il riso universale, se nulla nulla gli anonimi redattori si decidessero a rivelare il proprio immacolato nome. Il salmo di condannazione della nuova Babilonia francese è intonato nel modo più fragoroso dai giornali di Vienna: proprio Vienna, che non si trova a un livello morale molto più alto di Parigi; perché, se sul Danubio si pecca meno, vi si lavora però di gran lunga anche meno che sulla Senna. Gli autori di siffatti quaresimali a buon mercato dimenticano fino a qual segno noi stessi, al tempo della giovine Germania, c'intrigammo a fondo nelle reti della sirena parigina. Dimenticano, che il giudizio sui più delicati problemi morali dev'essere e deve rimanere diverso secondo le varie nazionalità, non ostante il cristianesimo e il continuo e vivo scambio mondiale. Il sangue tumultuoso della nostra gioventù ama sedarsi tra i bicchieri e i duelli, l'ardore dei giovani francesi nelle avventure galanti; e alla domanda, quale di queste due debolezze nazionali riesca più rovinosa al temperamento e al carattere non ancora formati dei giovani, non si può a ogni caso rispondere in un modo unico, che valga egualmente per tutti gli uomini. Comunque, noi siamo in ogni senso un popolo più austero dei nostri vicini. Il carattere di Manon Lescaut, da quando il vecchio abate Prévost lo modellò con incantevole grazia, è rimasto l'immortale figura prediletta della poesia francese; e chi, non ostante qualsiasi avversione, può misconoscere l'amabilità trasportante, l'indistruttibile freschezza di cotesta donna? Parimente, la gioventù radicale della monarchia di luglio, che si è accesa la testa a idee cupide e il cuore a immagini lascive, mostra nulladimeno alcuni tratti di sacrificio magnanimo, di eroica bravura, che fanno più difficoltoso al moralista il suo malinconico mestiere. Ma anche il giudizio più benevolo, che attribuisce il giusto peso alla peculiarità del genio nazionale, è obbligato però a confessare, che la letteratura di quel tempo, sensuale, torbida, effeminata nella sua incontentabilità messacoquettementin mostra, offre uno spettacolo desolatamente scostante. Tanto ardore sensuale e nudità sfacciata, e così poca vera e forte passione! Tante minacce sanguinose, e pure tanto terrore nell'animo! Querimonie tanto rumorose contro ogni istituzione, e neppure un accenno di quella seria coscienza riformatrice, che può sostenere il mondo vacillante e raddirizzarlo a buon fine! Chi giudicasse la nazione da tali scritti, dovrebbe disperare di lei. Tuttavia, come nelle opere dei giovani tedeschi si specchiavano solo i sentimenti di una parte della nostra nazione, parimente gli scritti del radicalismo francese non ritraggono punto per intero la vita nazionale. E nemmeno la vita letteraria; giacché, allato agli strepitosi agitatori d'idee del momento, procedeva silenzioso e diligente, se pure meno importante che in Germania, lo schietto e solido lavoro scientifico.

Il carattere prosaico del nuovo regime addusse una depressione precipitosa della vita artistica. I saloni intellettuali del vecchio tempo chiusero le porte l'uno dietro l'altro; l'aria in cui respira lo spirito diventò sempre più rarefatta in quella società tiranneggiata dall'industria e dal commercio e dalle passioni della vita pubblica. Il mondo turbolento non lascia più spazio alcuno alla produzione schiettamente artistica; la tendenza, la lotta del giorno trascina fuori della via della pace tutti i poeti, anche l'unica tempra di gran poeta, che apparve in quei giorni: Giorgio Sand. Era passato il tempo, che Béranger dava la soia al Marquis de Carabas e cantava a scherno della nobiltà il ritornelloje suis vilain et très-vilain. Adesso la lotta della gioventù era volta contro le classi medie, e coscriveva i combattenti sia nei palazzi della parrocchia di Santa Clotilde, sia nei trivi del sobborgo Sant'Antonio. La recente amicizia tra Chateaubriand e Béranger fu a ragione presentata come il segno dei tempi mutati: i sognamenti radicali di Lamartine sono suscitati la più parte dalla ripugnanza del gentiluomo pei bottegai. Pareva come se nella società i più alti e i più bassi volessero ribellarsi di conserva; e perciò gl'irriflessivi ne cavarono la precipitosa conclusione, che la monarchia di luglio fosse davvero un regime del giusto mezzo. Cotesti elementi variamente misti dell'opposizione s'impadronirono prontamente dell'assoluto dominio della letteratura; e ogni legge repressiva dello stato rinvigorì la loro forza e la loro rabbia. La lotta contro le istituzioni divenne una moda;cela posait dans le monde.

Certo, soltanto l'antico regime sotto Luigi XVI ha durato assalti in così gran numero e trovato difensori così scarsi, come la monarchia di luglio; e l'opposizione, ora, si lanciava al sovvertimento dello stato con una consapevolezza impareggiabilmente più chiara che non ai tempi di Beaumarchais. Considera la ribellione come un sacro diritto; una rivoluzione della coscienza, del disprezzo seguirà le rivoluzioni della libertà e della gloria. Chi è in rapporto col governo, incorre nella taccia di corruzione; perfino Rossi, il patriota italiano, un martire della libertà, non fu risparmiato dall'ira delle gazzette né dalla grossolanità degli studenti, perché era stato chiamato alla cattedra da Guizot. Dilettanti e naturalisti dànno alla stampa l'intonazione: in questo stato la classe dirigente è solo la burocrazia. Chi ne è fuori e paga le imposte, non sa e non vuol sapere come appare il mondo visto dall'alto. L'opposizione non cercò mai di considerare le cose mettendosi dal posto del governo, e di ponderare le condizioni che rendono possibile l'azione del governare; e perciò le mancava il primo presupposto di ogni pubblicistica feconda. Non appena un liberale faceva da ministro le esperienze che solo da quel posto gli era dato raccogliere, e moderava in conseguenza le sue opinioni di partito, lì per lì veniva battezzato traditore. E nella storia degli stati monarchici è semplicemente senza esempio lo sterminio di vituperii, che fu rovesciato sulla persona del re. Quando il re con atto non da sovrano, e contro le antiche tradizioni legittime della corona, condusse le pratiche per apparire di aver donato i propri beni ai figli, ebbene, non fu meno ignobile il castigo che gliene diede Timone Cormenin coi suoi scritti velenosi e incendiari. Il monarca non deve mai badare ai suoi privati diritti: quando il re, per proteggere la moglie da qualche nuovo tentativo d'irruzione di plebe, fece fare la cancellata di fianco al giardino delle Tuileries, Béranger gli lanciò la canzone:

Pauvre ouvrier, on n'est plus sous l'empire, on n'entre pas dans le palais des rois.

Non è facile rifruscolare di sotto a un tal cumulo di negazione e di passione i principii positivi della democrazia moderata. Stando però all'azione della maggioranza dei seguaci del partito nazionale e della riforma, ci è dato stabilire, che essi erano animati nello stesso tempo da due ideali: che lo stato fosse mantenuto gagliardo da un accentramento potente il quale abbracciasse anche gl'interessi spirituali; che l'individuo godesse di una libertà illimitata, conducente in fine alla perfezione dello stato, all'anarchia. Le due teorie si escludono a vicenda. In ogni popolo costituito soltanto da impiegati e contribuenti, i partiti estremi oscillano necessariamente tra l'idea dell'individualismo e quella dell'onnipotenza statale. E forse che la costituzione del 1791 non aveva già fatto il memorabile esperimento di fondere in uno questo fuoco e quest'acqua? Le nature fantastiche come Lamartine vanno più lungi e chiedono, come prima condizione della democrazia, che tutti i poteri dello stato emanino dal suffragio popolare e siano conferiti solamente a tempo. Se non che, chi dalla stessa bocca sente dire, che l'accentramento dev'essere tanto più forte quanto maggiore la libertà, non può pensare senza un brivido a cotesta onnipotenza statale democratica. Tutte le frazioni della democrazia s'incontravano però nel desiderio del suffragio universale: ilsuffrage universelè la patente di nobiltà del popolo, e bisogna cercarla a ogni costo anche tra i rottami del trono.

Più di queste brame riusciva funesta allo stato la fantastica venerazione per lo spettro insanguinato della Rivoluzione, che dal campo democratico allungava la sua ombra sulla nazione. Conosciamo già il torbido fanatismo per la Rivoluzione e, insieme, pel suo domatore; solo che, laddove prima l'entusiasmo per la Rivoluzione si restringeva ai primi anni in cui essa principiò, adesso, invece, cominciò a sparire nella nuova generazione il profondo disgusto, che la rabbia sanguinaria dei devoti della ghigliottina aveva lasciato nell'animo dei testimoni oculari. L'opposizione diventava di giorno in giorno più esosa, e finì con l'inebbriarsi, prima ancora che la nuova rivoluzione principiasse, di quegli spettacoli atroci coi quali si era chiusa degenerando la prima rivoluzione. Il detto classico del tempo del terrore: «rovini pure il paese, i principii restano», rispondeva altrettanto a capello al sentimento della dottrina radicale ora in voga. L'immagine di Robespierre troneggiava in un'aureola sul frontespizio del calendario repubblicano, e cento scritti incendiari glorificavano la ghigliottina e celebravano il giorno in cui Filippo avrebbe lasciato il capo su questo altare della libertà.

Apparve in quel torno, e segnò un'êra nella storia dell'opinione pubblica, l'infelice libro che rese familiare il culto del terrore fra tutte le persone colte: laStoria dei Girondinidi Lamartine. «Commisera gli uomini, compiange le donne, deifica la filosofia e la libertà», così l'autore stesso descrive la propria sentimentale concezione storica. L'incontestabile verità, che in tali tempi di eccitazione convulsa nessun singolo cittadino si trova più al caso di portare la completa responsabilità dei propri misfatti, è esagerata a tal segno da una deplorabile felicità di tocco, che la voce della coscienza tace, e cade ogni accusa. I fanatici della Montagna, e singolarmente le mogli entusiaste dei giacobini, compaiono pomposamente drappeggiati nella toga della libertà: che è un vero incanto per la vanità nazionale. I lettori apprendono con piacevole stupore, che la terribile prosa di quelle ecatombi sia stata, in fondo, altamente romantica. Perfino quel duro lanzichenecco di Saint-Arnaud confessa nelle sue lettere di non aver saputo resistere al fascino di questo libro: le persone colte si abituarono a giocare a un gioco voluttuoso con lo spavento. Ma il poeta, che pel primo agitava il turibolo davanti a cotesti falsi idoli, era un democratico moderato; e perciò avrebbe dovuto opporsi con onorevole coraggio al primo tentativo di un ritorno del dominio del terrore. Tanto era cieca l'ingenuità di una generazione cresciuta nella pace, la quale aveva dimenticato fino a che punto è facile scatenare nell'uomo la belva; tanto insanabile era la confusione mentale di una democrazia, che riceveva tutti gl'impulsi soltanto dalla fantasia! Alcuni deliravano per la Convenzione, altri per l'America; mentre in effetto nessuno di loro voleva sul serio le condizioni e limitazioni della libertà americana. Per contro, altri, come occasionalmente Emilio Girardin, ponevano l'ideale della democrazia in un supremo magistrato responsabile, volontà popolare fatta carne. Tutte queste dottrine contraddittorie erano esposte con durezza e intolleranza giacobine. Quando un partito così confuso e inconsistente cercava tuttora l'alleanza coi comunisti, esso veniva a fare l'esperienza, che una lega col fanatismo si risolve in ogni tempo in una società leonina.

È un ricordo profondamente vergognoso, che i nostri possidenti non si siano indotti prima a riflettere seriamente sulla situazione delle classi lavoratrici trasformata dalla libera concorrenza, se non davanti allo strepito minaccioso dei comunisti, se non davanti allo spettro rosso. Quando Saint-Simon sferza il vile egoismo dei legisti, come chiama i liberali, e afferma che la loro divisa èôte-toi de là que je m'y mette; quando Rouher nella sua invettiva contro la monarchia di luglio dichiara che il popolo è stato scoperto la prima volta nel 1848; non si può negare che in siffatte esagerazioni si nasconda una grave verità. La dottrina economica ufficiale predicava beatamente il servizio di Mammona, sia pure senza la cinica franchezza, che in Inghilterra ha procacciato al dottor Ure una trista immortalità. Col fatto, la Francia ufficiale forniva qualche somiglianza con quella Roma di Polibio, dove nessuno dava, se non vi era obbligato; almeno per quanto è possibile paragonare genericamente un'età cristiana con la durezza di cuore dell'antichità. Dimenticate dalla borghesia, abituate alle forme burocratiche, senza nemmeno il diritto, come in Inghilterra, di far noti al parlamento i propri desiderii per mezzo di comizi e di petizioni popolari, le moltitudini caddero in preda alla loro disperazione e ai maneggi dei demagoghi. Ignare del soccorso della previdenza il quale si rinnova ogni giorno, sognavano un precipitoso sovvertimento dell'ordine sociale.

E il povero lavoratore abbandonato come mai avrebbe potuto ritrovarsi, tra quei fenomeni affatto strani e inauditi, che la nuova grande industria portava nella vita commerciale? Le energie del lavoro e del capitale, invano invocate dall'agricoltura, affluivano in massa alle fabbriche. Una divisione del lavoro accuratamente perfezionata permette agl'intraprenditori di guadagnare grandi somme con un tratto di penna, e tutta quanta la distribuzione dei beni si presenta al lavoratore ignaro come una frode o un gioco d'azzardo. Donde le crisi commerciali che, incomprensibili al lavoratore, scoppiano improvvise e portano via il guadagno a mille e mille; e, insieme, la mostruosa supremazia dei grandi capitalisti, che nel diritto positivo trovano le armi più che sufficienti per assoggettarsi gli operai. Sebbene l'aumento della media proprietà immobiliare, in quel tempo, fosse facile a dimostrarsi, e fosse evidentissimo quello della media proprietà mobile, pure nel seno della grande industria risultò innegabilmente acuta e amareggiante la sproporzione nella ripartizione dei profitti. E questa enorme trasmutazione gravava sopra un quarto stato, il cui orgoglioso amor proprio non aveva l'eguale nel mondo; perché non era possibile dimenticare, che un tempo i possidenti avevano tremato per cinque anni di seguito davanti agli uomini delle picche del quartiere operaio. Posto che lo stato, come suonano le teorie democratiche di moda, posa unicamente sull'arbitrio del singolo, anche la ripartizione dei beni non deve dunque rispondere ai bisogni del singolo? Se lo stato è onnipotente, come in fondo ammettevano tutti i partiti, non deve esso rimovere di un colpo lo sfruttamento del lavoro da parte del capitale? Dove ogni diritto politico è legato alla proprietà, una logica inesorabile guida l'opposizione alla lotta contro la proprietà stessa. Al tempo dei tumulti operai senza scopo determinato e della distruzione delle macchine, segue il tempo della lotta pei fondamenti della società. Il socialismo e il comunismo, notati appena sotto i Borboni, trovarono ora un'eco strepitosa nell'innominata miseria delle regioni manifatturiere, e si presentarono con l'audace pretesa di portare qualcosa di schiettamente nuovo, una dottrina non mai udita di salvazione degli oppressi; e per quanto comica dovesse comparire una pretensione siffatta in un paese che già un tempo aveva sanguinato sotto la dominazione del comunismo pratico, ciò non ostante la paura dei possidenti le prestò fede.

Non dimentichiamo, noi tedeschi, che in coteste lotte sociali la Francia ha combattuto e sofferto per l'Europa intera. Infatti, perché mai le dottrine del comunismo trovarono allora poca o nessuna rispondenza sul nostro suolo? Una ragione di tale fenomeno consiste senza dubbio nello spirito germanico d'indipendenza dei nostri operai, i quali si volgono più volonterosamente dei francesi ai sistemi di previdenza regolata. Un'altra ragione consiste nel carattere meno egoistico delle nostre classi medie. Il nome tedescoBürgerthumè un nome onorifico; talmente che quando il comunista da noi intende d'ingiuriare i borghesi, è costretto a pigliare in prestito dai francesi l'espressionebourgeoisie, che si confà alle condizioni nostre come il pugno nell'occhio. Se raffrontiamo il poeta prediletto della nostra borghesia moderna, Gustavo Freytag, con lo Scribe, fido cantore dellabourgeoisie, possiamo senza vanità ma francamente domandare, quale di queste due classi medie sia meglio dotata di forza, di chiarezza, di umanità. Tuttavia la recisa differenza era determinata dal fatto, che a quel tempo l'industria tedesca era meno sviluppata della francese. Solo alcune regioni industriali, specialmente sul basso Reno, conoscevano già la miseria delle turbe, che ricordava Lilla o Lione; e anche lì le teorie comunistiche trovarono la porta aperta. Quando poi negli ultimi cinquant'anni ebbero anche da noi incremento le industrie in grande stile, allora gli operai avevano già davanti agli occhi le dure esperienze raccolte nelle lotte sociali dei francesi.

Si deve alle dottrine sociali rivoluzionarie la gloria di avere spinto senza reticenze e in tutta la sua asprezza sotto gli occhi del mondo sonnecchiante la crudele parzialità del sistema della libera concorrenza: il nome stesso dell'opera di Proudhon «Contraddizioni economiche o Filosofia della miseria» era possibile soltanto in un tempo di gravi mali sociali. La domanda, a cui riescono tutti i comunisti: a che mi giova il diritto di acquistare beni, se non ne ho la potenza? una volta posta sul tappeto nella sua violenta banalità, non si poteva più levar via, doveva invece condurre necessariamente alle riforme sociali. Col fatto, in mezzo alle utopie, spuntava qualche singola idea di riforma possibile: la rivista operaial'Atelierpropugnava il suffragio universale, l'istruzione popolare effettiva e le libere associazioni dei lavoratori. Coteste idee, però, erano senza dubbio un granellino di verità in un mare di assurdità: una siffatta letteratura sociale apriva un'ampia lizza a tutte le riprovevoli inclinazioni del tempo. Il gusto dei paradossi piccanti elevò in fine a sistema il pervertimento di tutte le idee: la proprietà è un furto, la donna è il piacere, Dio è il peccato. Quando Fourier con profonda sensatezza designò il lavoro stesso come felicità, i suoi insensati pedissequi ne cavarono subito la conseguenza, che se vuole il lavoro essere grato e piacevole, deve fissare il salario secondo i bisogni del lavoratore. La nozione dell'immanenza di Dio, questo frutto prezioso della moderna speculazione filosofica, fu manomesso dalla più sfrontata sensualità per fondare il «ripristinamento della carne» e accordare a ogni ghiottone il diritto a un consumo illimitato.

La forma rozzissima delle teorie sociali riduceva al minimo il pericolo della loro durevolezza. Quando Barbès, Bernard e Blanqui dichiararono la guerra all'infame proprietà, a questa origine di tutti i mali, a questo ultimo rimasto dei privilegi, il delirio di cotesti così detti comunisti materialisti ricondusse di botto alla ragione la democrazia più moderata, e allo scioglimento dell'alleanza col comunismo. Ma agl'ingegni più fini, come Considérant e Cabet, riuscì presto di rinnovellare l'alleanza del radicalismo politico e del sociale, e lo stesso Lamartine aderendo esclamò: il partito sociale è un'idea! Luigi Blanc con un atteggiamento non troppo da statista domandava che lo stato, come quello che era l'industriale più grande di tutti, schiacciasse la prepotenza dei capitalisti; Pietro Leroux seppe con la sua mistica teosofia far breccia nel mondo della mezza cultura filosofica; e Lamennais edificava gli ascoltatori cattolici con una risacca di frasi cristiane, che giravano sempre intorno a una sola immagine: «il popolo grida: ho sete! I ricchi rispondono: bevi le tue lacrime!» I catechismi dellaÉcole sociétaireallagavano il paese, proponendosi un poco di minacciare, un poco di commovere; oggi di svegliare l'orgoglio nazionale con la descrizione del vetustosocialisme gaulois; domani di persuadere dolcemente i timidi, che si domandava un semplice esperimento in un solo comune, una semplice imposta ereditaria progressiva come un mezzo blando di transizione. Chi considera separatamente coteste improntitudini insensate, è quasi indotto a stupirsi, che il dispotismo in Francia non sia trionfato molto prima. Non era in siffatte dottrine un sol principio, che non combattesse la coscienza del valore personale, che è la pietra angolare di ogni libertà; non un sol principio, che non eccitasse la licenza delle folle e la comune paura dei possidenti. Proprio così: alcuni pensatori conseguenti tra i comunisti già professano la loro indifferenza verso qualsiasi forma di stato. Il motto delle più ardite associazioni segrete suona in generale: «eguaglianza, fraternità e industria»: la libertà è dimenticata. Arrivati a quel punto, il padrone non poteva mancare; perché nell'arte di promettere ai bramosi la cosa più grande, il dispotismo non è stato mai superato. Sebbene anche in queste dottrine sociali avesse la sua parte quell'idealismo traviato, che s'inserisce in ogni movimento sociale, pure il tono morale fondamentale della scuola si mantenne grossolanamente materialistico: l'immagine dellaedénisation du monde, della vita di ozio infingarda e sazia, mostrava dovunque il suo aspetto seducente di sotto alla maschera sentimentale. Perciò il comunismo trovò nel romanzo sociale la sua arma migliore.

Fu un avvenimento nella storia della cultura moderna, quando Emilio Girardin, fondando il magnifico giornaleLa Pressee perfezionando la pubblicità, assicurò alla stampa quotidiana una enorme diffusione, e col piccante romanzo di appendice seppe rispondere al gusto dei lettori di ogni specie. Un tempo profondamente infelice, nemico a Dio e a sé stesso, si esprime dalle opere della nuova poesia, che alla passione sostituisce sostanzialmente l'oscenità e l'atrocità. Dovunque, accanto a pretese e accuse smodate, si sente l'intima coscienza della propria aridità, del proprio epigonismo; accanto alle forme depravate di una sensualità odiosa, una nostalgia sconsolata, un desiderio non mai appagato. Alcune poesie di Alfredo De Musset ritraggono con toccante verità la desolata stanchezza di cotesti vecchi nati la vigilia, la disperazione di una gioventù che conosce soltanto lo spettro dell'amore e non ha mai conosciuto l'amore, che sente la benedizione della poesia come una maledizione, la forza della passione come una malattia. Sentimenti terribili, schiettamente moderni, che ogni giovine d'ingegno nelle ore cattive ha una volta assaporati, per imparare da uomo a superarli. In fondo, anche nelle opere migliori della poesia del dolore universale si trova molto sentimento affettato, inconsistente; perché i giovani delloSturm und Drangnon lottavano contro una tirannide morale insopportabile, ma contro una società la quale, indiscutibilmente malata di gravi menzogne convenzionali, malsicura del proprio giudizio morale, è presa di tanto in tanto da accessi di suscettibilità ipocrita, sebbene di regola conceda un'indulgenza molto longanime al sangue ardente della gioventù. Tutta quanta la cultura del tempo si convelle nelle esagerazioni. Chi vuole scrivere efficacemente, cade nell'iperbole: quando Lamartine nella sua Marsigliese della Pace predica aglichauvinistesla moderazione, trasmoda egli stesso oltre ogni misura, e afferma, che soltanto l'odio e l'egoismo hanno una patria.

Se non che, non sono cotesti pochi, che determinano il sentimento del tempo: non la poesia del dolore universale; non Giorgio Sand, che sa con potenza creatrice trasfigurare lo stesso socialismo e presentarlo come la lotta del genio contro la grettezza bottegaia; non Balzac, che per la finezza della sua analisi psicologica ci fa con infinito godimento quasi dimenticare il suo banale evangelo dei diritti dell'uomo. Il dominio sulla fantasia delle moltitudini toccò piuttosto alla comune mediocrità di quei cavalieri d'industria della letteratura, i quali, come Eugenio Sue, sanno esasperare l'invidia e la cupidigia con descrizioni a colori taglienti, non illuminate mai dal raggio di un'idea. Chi leggendo qualcuno di questi romanzi sociali, ha conosciuto da vicino le figure tipiche dell'onesto scannatore, del crudo strozzino e della beltà da bordello angelicamente pura, conosce anche l'intero andazzo, ed è al caso di misurare quale tremenda efficacia pervertitrice abbia dovuto avere una siffatta letteratura, gittata a piene mani in mezzo al popolo mormoratore. E tanto più irresistibilmente si diffuse, in quanto era necessariamente scoppiata fuori dalle idee morali fondamentali dell'intera società. Giacché, quale era il tipo ideale dei ceti più alti? Il conte di Montecristo, il beniamino della musa dell'innocentefanfaronAlessandro Dumas: l'uomo perfetto, che per spiccioli porta sempre un milione nel taschino del panciotto!

Tutti gli organi del radicalismo gareggiavano nel vizio dell'adulazione al popolo. Uno dei principii della società dei diritti dell'uomo dice: ogni legge deve partire dalla premessa, che il popolo è buono e il governo è esposto alla tentazione! Se viene repressa una sedizione operaia, i fogli radicali arrischiano solo di rado e timidamente una parola di riprensione all'imprudenza commessa, ma non rifinano più di lodare l'eroismo delle mani callose e delle braccia nerborute. Il popolo vero e proprio è il quarto stato,peuple-roi, peuple tout-puissant, peuple-idée: stando a Victor Hugo, il monello di Parigi con l'aria della città universale respira l'innocenza; la vera aristocrazia sono gli operai. Qualunque scandalo del bel mondo, l'assassinio della duchessa di Praslin, la grande truffa della Compagnia delle Ferrovie del Nord, viene destramente adoperato a istituire il confronto tra l'innocenza dei bistrattati iloti e la scelleratezza dei sibariti crapulanti. Sovente anche la classe media intimidita non osa più difendere a viso aperto l'ordine dello stato contro l'innocente popolo. Generalmente l'ingiustizia dei giurati è elevata a regola in tutti i processi politici. Ad onta della paura per la borsa, la sazietà splenica dei ricchi saluta ogni attentato e ogni sommossa popolare come un felice diversivo alla monotonia del godimento. Dopo l'attentato di Fieschi, che tra i saggi del genere riportò senza dubbio il vanto della brutalità suprema, Nina Lassave si espose a un tanto l'entrata, e il gran mondo le sfilò a schiere davanti, accorso a vedere da vicino la fantesca butterata del bandito Fieschi! Qual meraviglia, se i demagoghi stimavano molto bassa, troppo bassa la forza di resistenza di cotesta societàblasée, barcollante tra un'eccitazione nervosa e l'altra?

* * * * *

Ma conoscevano poi davvero il «popolo» che divinizzavano? Una gran parte degli operai delle città era a ogni modo sdrucciolata nel comunismo: la gioventù in camiciotto sognava le barricate e nelle sue canzoni da trivio vezzeggiava la ghigliottina con teneri appellativi. Sorti i capi che avessero saputo indirizzare il punto d'onore gagliardo e personale di queste classi, ci sarebbe stato da aspettarsi qualcosa di grande dalle valorose e audaci falangi. Ma il contrasto, mutuato alla vita della città, dipopolo grassoepopolo minutonon soddisfa più davanti alla società multiforme di una nazione moderna. I demagoghi del giorno, come già un tempo Marat ed Hébert, non avevano alcuna comprensione della grande metà del quarto stato. Il loropeupleviveva unicamente in città. Per contro, i contadini guardavano l'ingordigia del fisco con non minore odio degli operai, e, comunque, cercavano di disturbare con rude resistenza il censimento, perché ne temevano un inasprimento delle imposte: per loro, però, la proprietà era sacra, e ancora più sacra la Chiesa. Sarebbe venuto il tempo, che ai demagoghi stupefatti i contadini avrebbero dimostrata di formare essi la maggioranza della nazione.

Rappresentandoci di nuovo nella mente la tregenda di coteste forze rivoluzionarie, ci rammentiamo del giudizio pronunziato da Napoleone sulleNozze di Figaro: c'est la révolution déjà en action!I seguaci dell'ordine costituito apparivano sempre più scoraggiati: la più parte dei realisti accettavano la permanenza del trono puramente come un male necessario, e solo pochi giornali, antesignano fra tutti per coraggio e disinteresse ilJournal des débats, sostenevano ancora apertamente il monarchismo positivo. Una siffatta prudenza appariva poco incoraggiante appetto alla baldanza di ora in ora crescente dei radicali. Nel mondo che invecchia noi soli siamo giovani! sonava il loro grido di battaglia. «Anche Cristo», dichiarava Luigi Blanc, «fu urlato pazzo come noi comunisti». Proudhon profetava il giorno, che gl'improduttivi avrebbero implorato grazia ai piedi dei produttivi. Lamartine designava pubblicamente Marras come il Camillo Desmoulins della futura repubblica, e poco prima di febbraio Béranger cantava con compassione:

On bat monnaie avec l'or des couronnes, ces pauvres rois, ils seront tous noyés!

Per giunta, il partito della sovversione era organizzato e ben addestrato alla lotta per le vie, e ognuno sentiva che il possesso delle Tuileries avrebbe deciso del presente regime. Né mancarono le voci ammonitrici. Sul principio di febbraio Montalembert dichiarò con piena rispondenza: Ninive fu distrutta in quattro giorni! Anche il bizzarro marchese di Boissy previde li catastrofe, e il signor di Morny intercede insistentemente presso il ministro per qualche condiscendenza, avanti che il movimento trovasse presa in quel mondo in fermentazione, come i chiacchieroni qualificavano il popolo. Fin dall'autunno del 1847 Tocqueville coi suoi amici aveva presentato un programma per salvare la monarchia: allargamento del suffragio, complesse concessioni al movimento sociale: da ora in poi il fine principale del governo doveva essere il miglioramento economico e morale delle classi umili. Il 27 gennaio pronunziò alla camera le parole profetiche: «Non vedete dunque, che le passioni politiche sono diventate sociali? Noi dormiamo su un vulcano!» Ma Guizot non una sola volta degnò di attenzione gli avvertimenti di Tocqueville; espresse freddamente l'avviso, che la credenza nella rivalità del terzo e quarto stato aveva sconcertato molte teste. Che questo contrasto di classi esistesse, che fosse una terribile realtà, ebbene, al ministro della borghesia non lo aveva insegnato nemmeno la storica battaglia di giugno: perfino nei suoi ultimi scritti egli si aspetta ancora la salute della Francia dalla riconciliazione del la borghesia con la nobiltà! Un regime straniato a tal segno dai tempi, doveva cadere.

Su questo suolo il sistema parlamentare evidentemente era ormai consunto. La giovine generazione pensava troppo di sua testa per tollerare l'ordine antico, troppo confusamente per erigere un nuovo edifizio saldo. Le cose erano mature per una rivoluzione senza meta determinata, vale a dire pel dispotismo.

Parte I. Il Primo Impero.

I. La vittoria dell'Unità e dell'Eguaglianza p. 3

II. La Politica europea » 42

III. Il carattere di Napoleone » 66

IV. Gli effetti duraturi della sua opera » 74

V. Napoleone e Cesare » 79

Parte II. Le vecchie e nuove Classi abbienti.

I. La Restaurazione fu una dominazione straniera » 101

II. I contrasti sociali » 118

III. Persistenza dell'Amministrazione napoleonica » 126

IV. La Leggenda napoleonica » 140

V. I Napoleonidi » 158

Parte III. L'età dell'oro della Borghesia.

I. Dominio della Borghesia » 169

II. Sterilità e decadenza del Sistema parlamentare » 184

III. La Politica estera » 201

IV. Consacrazione ufficiale del Culto napoleonico » 225

V. Luigi Bonaparte » 232

VI. Radicalismo e Comunismo » 251

Sono stati corretti i seguenti refusi:

ancora nella distruzione di quanto aveva allora allora[ripetuto]e i whigs[wighs] profittarono degli orrori di Sant'Elenacorona funebre al côrso[córso], e vi aggiunse l'idolatria peioriginale dell'incompletezza e della falsità[falsita], che simanifestavafu trascinati lontano dallafatalité gouvernementale[gouvernamentale], e siscambio traversò il canale; sorse ilJournal des économistes[economistes],commérage[commèrage] politique_ dei due vecchi. Il re assicurava


Back to IndexNext