Chapter 6

È un merito incontestabile dell'imperatore l'essersi ben di rado lasciato traviare nella freddezza del proprio giudizio da propositi frivoli di tal natura, e l'avere respinto continuamente l'odio e la vendetta come «sentimenti che non si confanno più al nostro tempo». Si rifece all'antica politica nazionale della grande età borbonica. Volle risollevare la Francia a potenza direttiva della terraferma, e puntellare coi popoli latini tale preponderanza. Ma bisognava raggiungere il vecchio fine con mezzi moderni. Come Persigny e Cavour, Napoleone III ravvisò la garanzia della civiltà europea nella salda unione delle due potenze occidentali. In verità, questa antica idea di Palmerston, che offendeva anche l'orgoglio tedesco, scapitava ogni giorno un poco della sua plausibilità, sebbene non fosse ancora interamente infondata in quegli anni, in cui l'influenza della Russia pesava tuttora sulla nostra patria. Una volta che il nipote credeva o dava a credere di credere, che il conquistatore del mondo aveva sparso da per tutto «i semi di nuove nazionalità», tant'è, egli stesso sanciva l'importanza, dominante pel nostro secolo, delle idee nazionali. Egli previde, che i trattati di Vienna avrebbero trovato il nemico più formidabile nel sentimento nazionale, quando si fosse ridesto, dei popoli arbitrariamente divisi, e volle promuovere quanto fosse necessario allo scopo. Apprezzò l'influenza dell'opinione pubblica, riconobbe che oggi è determinata dal liberalismo, la celebrò sovente come la sesta grande potenza che sola oggigiorno consenta successi durevoli, e decise di non por mano a nessuna grande impresa senza l'assistenza delle idee liberali. Queste vedute sapienti e moderne erano il fondamento della politica estera nei primi anni dell'impero. Il merito di cotesta politica è tanto più altamente stimabile, in quanto si contrapponeva ad antiche tradizioni e pregiudizi dello stato e del popolo francese. L'opinione media dei francesi era racchiusa nell'aforismo di Thiers:rien n'est plus déplorable que les nationalités; che in tedesco vuoi dire: solamente la Francia ha il diritto di formare un forte stato nazionale.

Senza dubbio, anche nella politica europea di Napoleone apparve lo sconciamento di questo cervello, che in tanti anni di esistenza profuga, in eterni almanaccamenti e sognamenti, aveva affatto disimparato di stare al sodo, e di mantenere immutato un disegno con profonda serietà volitiva. In un'ora di sdegno, dopo la pace di Villafranca, Cavour opinò, che Napoleone portasse nella mente molte idee politiche, ma nessuna matura e pronta, e che per questo era corrivo a lasciare in asso l'opera sul bel principio. Nei giorni tranquilli il grande italiano ha espresso un giudizio più mite; ma noi che oggi abbracciamo con lo sguardo tutta la politica del bonapartismo fino al suo suicidio, possiamo tener buona la parola irata di Cavour. Il napoleonide sedeva sulla carta d'Europa ruminando, limandosi continuamente il cervello se gli convenisse spostare una frontiera al settentrione oppure al mezzogiorno: una fucina di disegni senza mai posa: e con tutto ciò era ben altro che una natura elastica, ma un flemmatico lento, che più cambiava posizione e meno si trovava a posto. E finiva sempre col soggiacere all'intima falsità del dispotismo democratico. Le idee nazionali del secolo dovevano effettuarsi, ma solo con un sistema ingegnoso di alleanze, solo con l'aiuto della Francia, e la nazione felicitatrice di popoli, la nazione dirigente doveva esserne ripagata in terre e genti. Ilrévendiquer, il ridomandare l'antico territorio napoleonico parve altrettanto irremissibile a tale politica, come la costituzione degli stati nazionali: solo che l'una idea escludeva l'altra.

Il favore della fortuna iniziava l'imperatore in una êra rigogliosa, in cui le condizioni dell'Europa erano mature alle grandi risoluzioni: ed egli, da cervello sistematico qual era, si dava ad approfondire con accorgimento la «questione» emergente, ed era ben in diritto di dire:étudier une question n'est pas la créer. Per molto tempo aveva trattato di politica come giornalista; sovrano, conservò l'antica abitudine. Non un solo atto della politica neonapoleonica fu posto in iscena senza programmi solenni, senza il buscherio delle frasi patetiche. Verrebbe il tempo, che un uomo ben più grande avrebbe svelato, a confusione e scorno, la meschinità di mezzi siffatti. Il conte Bismarck ha dimostrato al mondo, che una vera politica moderna raggiunge magnifici successi solo con l'opera di popoli emancipati, fidanti esclusivamente in sé stessi; e dimostrò, inoltre, che la politica più geniale e inventiva si svolge continuamente nelle forme più semplici degli affari. Il restare a mezzo, il mancato successo di molte intraprese dell'imperatore si spiega meramente con la situazione contraddittoria di un uomo, che era nello stesso tempo un despota e un erede della Rivoluzione, nello stesso tempo uno statista di idee europee e il dominatore della nazione più vanagloriosa.

Il nuovo sovrano non potè resistere a prima giunta alla debolezza delparvenu: cercò di entrare nella sfera di parentado delle corti legittime. Come l'aspirazione gli fu respinta, conchiuse alla lesta un matrimonio impari, e dichiarò pateticamente: «io porto con orgoglio il glorioso titolo di risalito». Gli si sarebbe presto offerta l'opportunità di rendere la pariglia alla più burbanzosa delle dinastie legittime. Noi oggigiorno dobbiamo tenere come indubbio, che lo czar Nicola non intendeva disporre del dominio turco da conquistatore, ma aspirava al protettorato sulla intera Chiesa ortodossa o, con l'espressione caratteristica del suo gabinetto, sul culto greco-russo. Il che voleva dire fondare la sovranità della Russia sui rajahs, decidere la questione orientale a favore della Russia. Anche chi non s'inchina alle idee di Davide Urquhart, deve però oggigiorno gratamente riconoscere con quale acume e sicurezza Napoleone III seppe penetrare, prima dell'Inghilterra, la versuzia dei disegni russi. La corte di Parigi in principio era ben lontana da un tracotante vezzo di guerra; e durante la lotta l'imperatore serbò una misura, che costrinse al riconoscimento perfino un Guizot. Nella contesa pei Luoghi Santi, egli prima, per lusingare gli ultramontani, si fece innanzi in modo abbastanza provocante, poi d'un tratto svoltò, subodorando, che lo stato turco infermo avrebbe potuto a stento tollerare ancora un'altra scossa guerresca. E quando lo czar, con l'abituale alterigia verso l'opinione pubblica, smascherò senza ritegno le mire della sua ambizione, allora finalmente si capì alle Tuileries, che era venuto il tempo non solo di tenere in piedi la Turchia, ma di fiaccare la prepotenza della Russia. I documenti pubblicati dal gabinetto di Parigi diedero per la prima volta al mondo la coscienza della gravità della situazione. Poi, nel corso della guerra, nella mente dell'avventuriero affaccendato sorsero idee lungiopranti di ogni specie. Al generale piemontese Partonneaux confessò: «la Polonia ripristinata, la Finlandia alla Svezia, la Crimea alla Turchia, e poi una rivoluzione in Italia; ecco la soluzione più felice!». Ma imparò a sobbarcarsi, quando il volo vittorioso delle sue aquile andò molto a rilento.

Il momento della decisione parve molto felicemente scelto per la Russia. Lo czar per lo spazio di una generazione aveva portato con successo la maschera del grand'uomo, e di contro alle malferme corti occidentali si ergeva imponente, con quella irremovibile sicurezza che in un Gustavo Adolfo o in un Federico è un privilegio del genio, e in lui era nulla più che un segno di terra terra di pensiero, e di limitatezza. Non vi era principe in Europa, che non gli si fosse umiliato. Le corti tedesche e italiane adulavano il nemico della Rivoluzione, l'Austria gli pareva per sempre obbligata per l'assoggettamento dell'Ungheria. Le due potenze occidentali si erano alienate per via dei discorsi senza freno deglichauvinistese della contesa pei profughi. Nel parlamento inglese risonò così alta e minacciosa la parola dell'odio alla Francia, che nel marzo del 1853 millecinquecento londinesi stimarono necessario firmare una protesta di devozione all'imperatore. La gara commerciale e industriale in Occidente teneva siffattamente gli spiriti, che a stento pareva ancora possibile una guerra popolare. La nazione francese andò alla guerra in Oriente con la stessa malavoglia che un tempo gl'inglesi nelle lotte napoleoniche: solo durante i fatti d'arme l'ambizione militare riprese il sopravvento sull'amor di pace di un'età industriale. In conclusione, lo czar poté sperare di ottenere nella pace il dominio sui cristiani di Oriente. Napoleone III fu il primo a intravvedere la debolezza della potenza russa e la nullaggine della grandezza personale dello czar. E conchiuse l'alleanza vantaggiosa con l'Inghilterra. Feste di fratellanza e visite a corte sigillarono il nuovo sincero accordo, e per la prima volta nella storia la flotta inglese accolse a bordo soldati francesi.

Le due potenze occidentali si celebrarono reciprocamente con fracassosa millantatura come le custodi della civiltà. L'imperatore ebbe a rilevare, che erano «anche più forti per le idee che rappresentavano, che per la potenza dei loro vascelli e dei loro battaglioni». Drouyn de Lhuys e Moustier col tono arrogante da maestri di scuola verso la Germania provocarono un fiero rimbecco dal signor di Bismarck. Lo stesso Napoleone III nel discorso del trono del 1854 si era concesso l'impudente osservazione: «La Germania, che forse ha dato troppe prove di sottomessa compiacenza (déférence) alla Russia, riacquista l'indipendenza della sua condotta». Oggi nessun tedesco può ripensare senza vergogna alla pacatezza con cui la stampa della Germania esacerbata contro la Russia sopportò una tale iattanza dell'Occidente. Anche i rimproveri astiosi, che il mondo liberale mosse allora alla politica di neutralità della Prussia, hanno da un pezzo ceduto a un giudizio più posato. Non conveniva alla Prussia rendere alle potenze occidentali servigi, che in conclusione avrebbero potuto profittare esclusivamente all'Austria; ed è a lamentare solamente il fatto, che a Berlino non si ebbe animo destro a cavar partito dal garbuglio orientale per la liberazione dello Schleswig-Holstein. Eppure la partigianeria passionata del mondo liberale per le potenze occidentali veniva da un istinto sano. Era il tempo che il partito reazionario in Prussia magnificava il bianco czar come il secondo padre del nostro stato. Questa autorità sovrana dell'impero semi-asiatico gravava così oppressiva sulla vita tedesca, contraddiceva siffattamente all'essenza della civiltà nostra, che qualunque cambiamento di rapporti tra le potenze europee doveva sembrare un progresso.

L'imperatore ravvisò nell'antico dominio del Ponto il solo punto vulnerabile dell'impero russo, giacché un'irruzione in Bessarabia non era possibile senza l'aiuto dell'Austria; ma già da ora, nei giorni di maggior potenza, mostrò, come poi sovente in appresso, una tentennonaggine di esito imprevedibile tra le vedute proprie e le suggestioni altrui. In principio egli voleva tagliare ogni comunicazione tra la Crimea e la terraferma; poi ristette, e permise lo straordinario assedio di una fortezza, che si riforniva continuamente di nuove forze dal territorio alle spalle. Il despota ebbe la soddisfazione, che il suo esercito desse eccellente prova, mentre nell'armata inglese si manifestavano tutti gl'inconvenienti dell'amministrazione militare parlamentare. Quando le truppe vittoriose rimpatriarono, egli poté bene lodarle di avere riconquistato al proprio paese il debito posto in Europa; e Troplong gridò giubilando, che l'Europa riconosceva novellamente il nome della grande nazione. La Francia apparve in pace come in guerra la potenza dirigente dell'Europa. L'imperatore, alla maniera del primo console, trasse subito alla grande alleanza gli stati intermedi del Mezzogiorno e del Settentrione, calcò a bella posta sul carattere liberale della sua politica estera, e ancora nel novembre 1855 esortò l'opinione pubblica a far pressione sui gabinetti.

Certo, la soluzione della questione di Oriente annunziata dalle penne del bonapartismo fu tutt'altro che raggiunta con la pace di Parigi. Cacciata dalle foci del Danubio, la Russia frattanto compì l'assoggettamento del Caucaso e l'abbracciata del Mar Nero: enormi conquiste nell'Asia interna prepararono nuove catastrofi al Bosforo, e appena quindici anni dopo la pace di Parigi la Russia si dichiarò formalmente sciolta dal patto innaturale, che aveva convenuto la neutralità delle acque del Ponto. Le stesse potenze occidentali doverono confessare, che la pace era solamente un armistizio; e anche dopo la pace garantirono per mezzo di un trattato con l'Austria l'indipendenza della Turchia. Ma di garanzie, la Turchia con la guerra di Crimea ne acquistò soltanto una: un rinsaldamento di fiducia nel suo valoroso esercito. La riforma dello stato, che esordì sotto la protezione della Francia, è andata in fumo. Solo i ragazzi possono ammirare l'editto di tolleranza turco, lo Hat-Humayun, splendido cimelio della civiltà napoleonico-ottomana. Un impero orientale non può guarire in virtù dei concetti giuridici occidentali. Secondo il diritto pubblico dell'Islam, il credente può bene concedere tolleranza, ma non mai l'infedele esigere tolleranza. Se in effetto un ringiovanimento dello stato è tuttora possibile, avverrà solamente nel caso che ogni nazione e ogni Chiesa della penisola balcanica sia organizzata in corpo autonomo con amministrazione propria; ma dell'intelligenza di coteste idee di Leopoldo von Ranke e di Lamarche la nuova Turchia napoleonica è priva affatto. Comunque, era già un fatto notevole, che fosse rotto alla fine l'affatturamento d'indolenza, che aveva paralizzato per tanto tempo le potenze occidentali. La Turchia fu accolta nella società degli stati europei, la Russia ebbe ad apprendere che il continente non tollererebbe una soluzione unilaterale della questione orientale. Frattanto furono ripresi in senso umano i disegni egiziani dello zio, e fu condotta a termine la grandiosa opera del canale di Suez.

Le conseguenze della guerra di Crimea furono risentite dall'Europa in modo di gran lunga più profondo, che non dall'Oriente. Napoleone III si valse della potenza recentemente acquistata per effettuare un'idea preferita del suo antenato. Anche egli si sentiva protettore della libertà del mare e delle marine minori; e si adoperò a che il Congresso di Parigi enunciasse i principii di un diritto marittimo più umano: umane teorie giuridiche, che certamente il bonapartismo si sarebbe col plauso della nazione cacciate sotto i piedi, non appena avessero attraversato l'interesse della Francia. La potenza della Francia si levò gagliarda davanti all'astro dell'Inghilterra che impallidiva. Il napoleonide riuscì ad estirpare interamente l'odio mortale alla perfida Albione, che per quarant'anni aveva dominato l'anima dei francesi. Ora si guardava al Canale con amicizia di buoni vicini, perché non si aveva nulla più da invidiare all'Inghilterra. Lo stato isolano sonnecchiava a tutt'agio sui guanciali della dottrina di Manchester, e se talvolta sobbalzava spasmodicamente per rafforzare la squadra di corazzate o per aumentare il numero dei suoi disutili reggimenti di volontari, allora il mondo sentiva quanto fosse avvizzito l'orgoglio dell'Inghilterra. Siccome all'alleanza con questo stato non era più da dare troppo peso, Napoleone si volse ad avviare la buona intesa con la Russia. Al Congresso di Parigi trattò con riguardo l'ambasciatore dello czar, favorì le mire russe nelle provincie danubiane, porse aiuto alla fondazione della grande Rumania, e mandò perfino una flotta a incrociare nell'Adriatico per soccorrere, all'occorrenza, i montenegrini. La Francia era di nuovo in grado, per la prima volta dal tempo del Congresso di Vienna, di procedere a disegni positivi nella formazione della novella Europa, e la guerra d'Italia comprovò, che una volontà prudente guidava il potentissimo stato.

A chi si volta a guardarli, i grandi rivolgimenti compiuti appaiono semplici e spiegabilissimi, e futili rispetto alle speranze del domani i loro risultati duraturi. La gente ingiusta, che oggi rivà al potente anno 1859 con le idee del 1871, non vuole ponderare sul serio con quanta gratitudine i più saggi e competenti patrioti d'Italia, i Cavour e i D'Azeglio, apprezzarono le benemerenze di Napoleone III verso la loro patria. L'imperatore si vantava: «se vi sono uomini che non intendono i propri tempi, io non appartengo a costoro»; ed ebbe il raro coraggio di por mano a disegni europei, che la più parte dei suoi contemporanei e quasi tutti i gabinetti tenevano per utopistici. All'opinione pubblica la saldezza incrollabile del regime della sciabola austriaco pareva tanto indubitata, quanto la incapacità politica degl'italiani. La grande maggioranza della nazione, che amava chiamarsila nation initiatrice, era abbarbicata alle antiche idee dell'invidia politica. Non erano i soli ultramontani quelli che temevano il risorgimento dell'Italia come un pericolo pel papato, e che vedevano con soddisfazione, che il partito reazionario nella Penisola, dopo la conquista di Roma, riguardava la Francia come un saldo sostegno. Anche i rossi radicali credevano tuttora fermamente all'antichissimo principio fondamentale della politica italiana dei francesi: nella Penisola non è ammissibile nessuna potenza indipendente, né straniera, né italiana. Solo di malavoglia gli alti ceti si confecero all'idea, che la Francia sguainasse la spada pel re delle marmotte. Perfino tra i sommi consiglieri dell'imperatore si annoveravano molti proseliti del partito delle dame spagnuole: al tempo del Congresso di Parigi l'ambasciatore napoletano Carini qualificò il conte Walewski come il migliore «tra la canaglia che circonda l'imperatore». Ma nello scambio d'idee con Cavour, Napoleone III venne alla decisione di riprendere e sostenere con spirito energico il principio del non intervento, che tra le deboli mani di Luigi Filippo si era volto in una frottola: come aveva tentato di distruggere la supremazia russa in Oriente, così ora intendeva di spezzare la dominazione dell'Austria nel Mezzogiorno, e accordare mano libera agl'italiani nella determinazione del proprio destino; ben inteso, sotto la guida della Francia e dietro ampia indennizzazione.

Indaghino pure i furbi, se il carbonaro non fosse legato a un grave giuramento; le idee direttive della politica napoleonica bisogna spiegarle con motivi più semplici. Il condottiero di bande della Romagna aveva affinati, non già dimenticati, gl'ideali della sua giovinezza: lo dimostrò la sua lettera a Edgardo Ney. Gli antichi legami della sua dinastia coi patrioti italiani erano continuati: i Pepoli erano imparentati coi Murat, il conte Arese era stretto in amicizia col monarca piemontese, come col francese. Il fanatico del papato liberale, il padre Ventura, viveva alle Tuileries come confessore, Farini durante l'esilio aveva frequentato la casa di Gerolamo. Anche più efficace riuscì la segreta attività del triumviro romano esiliato Livio Mariani, il quale per anni e anni non ristette mai dal ricordare all'imperatore i sogni di gioventù. Il nipote, condotto sempre a rifarsi alle idee dello zio, vedeva nel Piemonte l'erede naturale del napoleonico Regno d'Italia; in questo stato doveva aver centro il riordinamento della Penisola e anche l'influenza della Francia. A più riprese il despota si permise d'immischiarsi con pedagogheria nella situazione interna del piccolo ma libero stato, e per un pezzo appoggiò perfino i clericali torinesi contro il gabinetto liberale; pure, egli non rinunziò mai a sperare un'alleanza gallo-sarda, vagheggiata fin da dopo la battaglia di Novara. «Sono nubi passeggere», disse confortante all'italiano Collegno poco dopo la fondazione del trono imperiale; «verrà il giorno che i nostri eserciti lotteranno insieme per la nobile causa dell'Italia». Conosceva l'Italia: l'acuta osservazione e la notizia sicura delle cose lo condussero all'opinione, che nel proclama di guerra compendiò nelle parole: «le cose sono state spinte dall'Austria a tal segno, che o l'Austria deve dominare fino alle Alpi Marittime, o l'Italia esser libera fino all'Adria». Conosceva la stretta affinità dei due popoli, sapeva che gli uomini di stato del Piemonte erano affatto imbevuti di cultura francese, e che perfino Cesare Balbo, il patriota idealista, soleva affermare: «io sono prima italiano e dopo francese». E previde che le popolazioni di Francia, sempre sensibili ai moti magnanimi, avrebbero accolto con gioia la guerra di liberazione del paese consanguineo.

Già prima del Congresso di Parigi era andato a lui Cavour, che era il patrocinatore del suo popolo oppresso e, insieme, era l'ideale dello «spirito positivo», compenetrato di quel sicuro istinto del possibile, che il pretendente aveva di continuo esaltato come il più alto dono dell'uomo di stato. Davanti all'Europa riunita l'italiano doveva esprimere sotto il consenso tacito dell'imperatore i lamenti d'Italia: l'Austria, abbandonata da tutte le potenze, mieteva ora i frutti della sua superbia e di quella politica delle cose a metà, che offendeva a morte la Russia senza appagare le potenze occidentali. Cavour tornò in patria con la ferma fiducia, che l'imperatore voleva la guerra; e da allora si comportò con una arditezza provocante, che spaventò gli stessi diplomatici dell'imperatore, che non erano addentro. Mentre negli anni seguenti le potenze occidentali guarivano delle ferite riportate nella guerra di Crimea, le sommosse e le cospirazioni a Genova e a Livorno, a Napoli e in Sicilia dimostravano con quanta giustezza Cavour avesse descritto le condizioni precarie della patria; e sopravvenne l'attentato di Orsini come un formidabile richiamo al debito insoddisfatto.

L'imperatore si teneva sempre al suo cauto metodo delle due porte aperte. Si abboccò con lo czar a Stoccarda e, nello stesso tempo, diede affidamenti tranquillanti alla corte di Vienna. Mentre a Plombières stringeva la grande congiura con Cavour, i suoi giornali di corte parlavano con freddezza glaciale delle speranze d'Italia. Napoleone III fu sorpreso egli stesso dell'effetto del suo amaro saluto di Capodanno all'ambasciatore austriaco. Alcune settimane dopo fu conchiuso il matrimonio del principe Napoleone: la sollecitudine dinastica del risalito non si smentì neppure in quei giorni pieni di fecondi disegni. Nel febbraio il discorso del trono annunziò «che l'interesse della Francia si trova dovunque occorra porgere la mano a una causa di giustizia e di civiltà». Allora stesso uscì l'opuscolo di Laguerronière che dichiarava: «governare vuoi dire prevedere»: anche sul trono il sistematico curava tuttora di presentare all'opinione pubblica le tesi della lotta politica. Seguì il gioco magistrale della diplomazia gallo-sarda, per via del quale l'avversario fu posto dalla parte del torto e l'aggredito dipinto come aggressore. Accecata dalla superbia, l'Austria andava barcolloni alla guerra, e i più pazzi sogni della politica della Restaurazione ripullulavano alla corte di Vienna, quando Napoleone III, salutato per la seconda volta dal plauso dei liberali di occidente, intraprese la lotta e gittò sulla causa italiana la posta della durata della sua dinastia. Questa campagna, che presentò non più che una magnifica manovra ben riuscita, cioè la contromarcia nascosta dell'armata francese in Lomellina, non è certo comparabile con la gloria delle giornate di Lodi e di Arcole. Napoleone non dettò punto al nemico la legge della guerra; ché, anzi, si appiccarono due grandi battaglie contro l'aspettativa dell'una e dell'altra parte. A Magenta decise la risoluta energia di Mac-Mahon, a Solferino l'inettitudine del Comando austriaco. Ma tanto più alta fu l'importanza politica della lotta. Furono davvero giorni gloriosi, quelli in cui Napoleone gridò agli italiani: «siate oggi soldati, se volete essere domani cittadini liberi e indipendenti!» e quando nell'ingresso a Milano liberata il popolo ebbro di entusiasmo premeva sulla criniera del cavallo imperiale. L'impresa d'Italia aprì una novella età: l'imperatore pose inconsapevolmente la prima pietra dell'unità d'Italia e della Germania.

La pace di Villafranca dissipò l'ebbrezza della gratitudine, l'immagine di Orsini coprì l'immagine di Napoleone. «Con la prosecuzione della guerra io avrei osato ciò che un principe deve osare solamente per l'indipendenza del proprio paese!»; in questo modo l'imperatore giustificò davanti al senato francese la conclusione della pace, e il giudizio della posterità non saprà un giorno aggiungere nulla a questa parola recisa. La decisione della pace non mosse dall'orribile vista del campo di battaglia di Solferino, né dal timore della malaria della «terra ferma», né dalle pressioni del circolo imperiale pel ritorno, ma dal contegno minaccioso della Prussia, la quale, trasportata dal cieco furor di guerra della Germania meridionale e fatta inquieta dalla crescente potenza della Francia, era proprio sul punto di incorrere in un enorme errore politico. In un rapido dialogo l'imperatore con la forza della sua superiorità personale seppe tirare a una pace precipitosa l'avversario sconcertato. Ma quando il convegno di Villafranca levò in alto nel mondo diplomatico la riputazione di Napoleone III e corroborò la fama della sua scaltrezza impenetrabile, quel giorno fu finita per la Francia la parte di condottiera.

Erano scatenate le naturali potenze della passione nazionale, diaboliche potenze, superiori a ogni arte diplomatica. L'imperatore intendeva di strappare l'Italia alla dominazione dell'Austria, non di fondare lo stato unitario: al principio della guerra nemmeno la grande mente di Cavour vedeva davanti a sé l'unità statale come un fine fisso, indefettibile. Napoleone desiderava un saldo stato intermedio in Toscana, da far contrappeso al Piemonte; e, ad onta delle denegazioni sia degl'italiani che dei francesi, oggi è fuori di dubbio, che in segreto meditava su una corona reale di Etruria pel principe rosso. Appoggiò alquanto più apertamente le mene dei Murat a Napoli; ché da schietto Bonaparte credeva all'incurabile miseria del sangue borbonico. Perciò a Plombières si era accennato appena alla sfuggita alla Toscana e a Napoli: Cavour penetrava l'occulto intendimento dell'alleato e sperava di attraversarlo. L'imperatore era fermo nell'idea, già espressa chiaramente nell'opuscolo di Laguerronière, di una confederazione italiana, che fosse diretta, sotto la tutela della Francia, da un forte regno subalpino. Ogni volta che il lupo austriaco fosse lanciato sull'ovile italiano, il Piemonte si vedrebbe alla mercé della grazia della Francia. Il disegno era fino, non effettuabile. Chi aveva sfrenato le passioni nazionali, non poteva comprendere la semplice verità, che soltanto la piena indipendenza dell'intera Penisola avrebbe avuto virtù di appagare il sentimento del popolo. Con tutta la sua conoscenza dell'Italia, il despota non aveva alcun sentore della forza dell'orgoglio italiano, dell'implacabilità dell'odio alle antiche dinastie; cresciuto tra le grette tradizioni della sua corona, il dominatore della Francia non poteva elevarsi all'idea, che era per sorgere sul Mediterraneo uno stato nazionale del tutto indipendente. E gli parve serio, nell'ottobre, esortare Vittorio Emmanuele a smettere le illusioni e a riconoscere la confederazione italiana, per la quale la Francia si era impegnata.

Cavour non ha forse compiuto mai nulla di così importante, come in quel mese autunnale in cui movendo la mano dalla sua tranquilla Leri stornò i disegni federalisti della diplomazia imperiale. Ma anche Napoleone III riprese subito il senso netto dell'uomo di stato; e comprese, che nessuna potenza al mondo era in grado di contenere il movimento unitario nell'Italia centrale, tanto meno egli stesso, che aveva testé sguainato la spada pel principio del non intervento. La piega decisiva corse in senso affatto contrario al punto di partenza del 1859. Thouvenel, l'amico magnanimo dell'Italia, assunse il ministero degli esteri, e il trattato di commercio con l'Inghilterra corroborò alla corte delle Tuileries la vittoria delle idee liberali. Il 31 dicembre 1859 l'imperatore scrisse al papa la famosa lettera: «i fatti hanno una logica inesorabile»; la rinunzia alle Legazioni fu tenuta una necessità, e, contemporaneamente, apparve l'opuscoloil Papa e il Congresso. Era questo il secondo grande servigio che Napoleone rendeva agli italiani, e, conforme al giudizio di Cavour, altrettanto importante quanto la battaglia di Solferino.

La lettera toccava il problema più grave della questione italiana, il punto in cui si concatenavano insieme la politica interna e la politica estera dell'impero. Tre anni avanti Pio IX avea tenuto a battesimo il figlio della Francia, e il primogenito della Chiesa non aveva affatto intenzione di guastare il buon accordo col papa. Tutte le lettere e i proclami dell'imperatore annunziavano il proposito di conciliare la libertà con la religione, di liberare dall'oppressione straniera il Santo Padre, di non sacrificare né gl'italiani al papa né il papa agl'italiani. I fatti insegnavano quanto volentieri il Vaticano soffriva quell'oppressione straniera. La Curia riprovò la pace di Villafranca, vantaggiosa per lei, con tutto il rodimento del fanatismo pontificio. Il vincitore di Solferino fu accolto in patria da una tempesta d'indignazione ultramontana, tanto che si vide costretto a dichiarare conciliativamente al clero di Bordeaux: «verrà il tempo che tutto il mondo parteciperà alla mia persuasione, che il potere temporale del papa non è incompatibile con la libertà e l'indipendenza d'Italia». Onde si accinse in un opuscolo «a studiare da sincero cattolico la questione romana». Si può debitamente motteggiare sull'immagine idillica, che l'imperialepamphlétaireabbozza dello Stato della Chiesa dell'avvenire; su cotesto popolo sotto un pio Padre, paziente popolo che vivrà unicamente alle parrocchie e alle loro grandi memorie, alla contemplazione e alle arti, al culto e alla preghiera. Quell'opuscolo, in verità, non era un monumento d'ipocrisia, come lo qualificò il papa adirato: indubitabilmente annunziava l'idea direttiva della recentissima politica imperiale, l'intendimento, cioè, di mantenere in un dominio ristretto il potere temporale. Napoleone non poteva desiderare l'annientamento dello Stato pontificio, se non voleva accendere in Francia un pericoloso movimento ultramontano, né, insieme, rinunziare all'idea dell'egemonia sui popoli latini. Giacché la Spagna, il Messico, l'America del Sud parteggiavano unanimi pel papa re. Il consiglio dato al papa di rinunziare alle Legazioni, era il massimo che l'imperatore evidentemente potesse fare per l'Italia. Quello scritto rinfocolò il movimento italiano in ristagno, compì l'unità dell'Italia centrale.

Le conseguenze dell'azione dell'uomo di stato furono bilanciate da uno sgarrone massiccio: l'imperatore domandò la Savoia, stata già stabilita a Plombières in corrispettivo della libertà dell'Adria, come compenso alle annessioni dell'Italia centrale, e, inoltre, anche Nizza. A ogni modo, tutto questo non era un furto arbitrario di territori. La potenza del partito ultramontano infrancesato del tutto in Savoia, come pure il rapido progresso della lingua e dei costumi francesi nel nizzardo già italiano a metà, dimostravano che in quelle regioni non veniva ad essere sostanzialmente offeso il principio della nazionalità. Pareva quasi irrecusabile per un Bonaparte l'occasione di riprendere per lo meno le frontiere del 1814. La nazione, che dal generoso entusiasmo dell'estate del 1859 era da un pezzo ricaduta nel vecchio egoismo, pretendeva la ricompensa dei sacrifizi della guerra. Ma in questa circostanza l'imperatore doveva sperimentare egli stesso la verità della parola da lui espressa un tempo a Milano quando vi apparve da trionfatore: «oggigiorno si è più forti con l'influenza morale che con le conquiste sterili». I suoi rapporti coi patrioti d'Italia furono irremediabilmente spacciati da questa politica ignobile, come Cavour col suo sguardo limpido aveva previsto da un pezzo; e nello stesso tempo Napoleone, come Cavour aveva parimente presentito, apparve agli occhi delle grandi potenze come il complice di tutti i futuri avanzamenti della rivoluzione italiana. Il plebiscito nelle nuove provincie diede al mondo ancora un'altra prova dell'orribile depravazione morale dell'impero. La goffa falsità dell'asserzione, che la Francia abbisognasse del versante delle Alpi per la difesa dei suoi confini, l'oltracotanza soperchiatrice, che si palesò con l'incorporazione anche delle parti neutrali della Savoia, il bugiardo tiro alla Confederazione elvetica, che di botto fu perfidamente defraudata di Chablais e di Faucigny dianzi promessele formalmente; tutti cotesti tratti dell'antica politica napoleonica di sopraffazione misero in moto il mondo diplomatico. Il tentativo della Prussia di formare una coalizione contro la Francia andò a vuoto propriamente per la debolezza dell'Inghilterra, ma sulla corte imperiale pesò di nuovo la diffidenza di tutto il mondo. Non era dunque inconfutabile la savia osservazione fatta nell'ira da Peel e da Roebuck: «se oggi la Francia esige Nizza per ragioni geografiche, domani per le stesse ragioni può pretendere il Reno»?

L'onda della rivoluzione italiana aveva buttato in disparte l'imperatore, che le aveva disserrato le chiuse; ed egli cadde affatto nell'ombra, quando Garibaldi pigliò l'ardimentosa impresa nel Mezzogiorno. Dai rapporti di ambasciata del napoletano De Martino noi ora sappiamo con quanta pena e ripugnanza l'imperatore seguisse i progressi dell'unità d'Italia. Come mai avrebbe egli potuto comprendere un Garibaldi? il despota comprendere il condottiero delle libere falangi, l'imperatore dei francesi il patriota di Nizza? L'inimicizia e l'affinità del destino dei due uomini vanno tra i fenomeni più meravigliosi di questa età opulenta di grandezze. L'uno e l'altro avevano cominciato nello stesso tempo la loro carriera con un puerile tentativo di sollevazione, l'uno e l'altro avevano trovato asilo di là dall'Oceano, l'uno e l'altro toccarono quasi la stessa ora la dittatura framezzo al turbine della rivoluzione. Ed ora per la quinta volta si scontravano in una lotta irreconciliabile la sublime anima di fanciullo del demagogo e la fredda mente calcolatrice del politico pratico. L'imperatore bramava di salvare le Marche alla Santa Sede, ma l'accecamento della Curia respinse la sua mano. Accorrere in aiuto dei Borboni era impossibile: Napoleone III non aveva le mani legate solamente per via dei suoi affari e delle ansie per i capitali francesi, che egli stesso aveva attirato in Italia; sapeva, per giunta, che gl'italiani lo stimavano legato:et voilà ma faiblesse!Donde il riguardo all'Inghilterra, che Cavour aveva cattivata interamente all'unità italiana. Temporeggiando, tra nuovi indugi e vecchie ricadute, lasciò finalmente che l'ineluttabile corresse per la sua china. Fintanto che visse Cavour, Napoleone non riuscì mai ad alienarsi completamente dalla causa italiana. Il potente intelletto sapeva sempre rabbonire il despota; e nella primavera del 1861 si era già in procinto d'intendersi pacificamente sull'avvenire di Roma. Proprio allora il grande statista morì; e subito il dispetto compresso di Napoleone si manifestò bruscamente. Il regno d'Italia fu riconosciuto dalla Francia non prima del gennaio 1862. Non prima della lettera del 20 maggio 1862 l'imperatore principiò a riavvicinarsi alla nuova potenza: espresse la fiducia, che il papa avrebbe accordato ai suoi sudditi le libertà municipali, e che l'Italia avrebbe riconosciuto i confini dello Stato della Chiesa. L'infame sottomissione del gabinetto italiano e la catastrofe di Aspromonte condussero in fine all'accordo.

Chi teneva dietro alla stampa liberale del tempo, dalJournal des débatsalSiècle, poteva facilmente incorrere nell'illusione, che la nazione bramasse l'annientamento dello Stato della Chiesa. L'imperatore era interprete migliore dell'animo del suo popolo. Laddove l'unità d'Italia incontrava ora caldi partigiani presso le nazioni dianzi ostili, per contro nella Francia alleata le sorgevano giorno per giorno nuovi avversari: la maggioranza dei francesi chiedeva la continuazione del potere temporale del papa, alcuni per gelosia verso l'Italia, altri pei loro sentimenti clericali. Frattanto anche in Italia si principiò a ricredersi delle esaltazioni speranzose e a comprendere l'immensa arduità della questione romana. Una lettera di Massimo d'Azeglio sottopose all'imperatore l'idea di sistemare in Italia la situazione per mezzo di un trattato, secondo che già aveva tentato Cavour. I negoziati con Menabrea a Vichy conclusero alla Convenzione di settembre, la quale impegnava all'evacuazione di Roma e affidava agl'italiani la protezione dello Stato pontificio. Questo accomodamento consentiva agl'italiani per lo meno un termine, per menare a compimento nel nuovo stato l'unità della legislazione e dell'amministrazione. Davanti a un problema storico mondiale il sovrano di Francia non poteva apertamente star soddisfatto né dell'asserzione dei politicastri sbrodoloni nazionalisti, che il papato sopravvivesse a sé stesso, né del rintronante pitaffio del rosso principe Napoleone, che l'ultima fortezza del medio evo doveva cadere. Gli toccava di usare riguardo all'opinione del suo popolo e al sentimento della cristianità cattolica, la quale era tuttora ben poco preparata all'abolizione del potere temporale del papa. Tale era anche l'opinione dei più grandi italiani. Lo stesso Cavour aveva trattato con le Tuileries in questo senso. Certo, anche qui saltava fuori un'altra volta e sempre più l'incurabile contraddizione intima della politica napoleonica. Era palmare, che una nazione risorta testé a nuova vita non poteva rinunziare per sempre alla più gloriosa delle sue città, al focolare sacro della sua gloria antichissima. Un vero grande statista, che comprendesse la potenza della passione nazionale, e, insieme, volesse far ragione ai sentimenti del mondo cattolico, doveva movere dalla persuasione, che in un prossimo avvenire il potere temporale del papa sarebbe tramontato e Roma sarebbe toccata agl'italiani; e doveva solamente cercare d'impedire, che Roma divenisse la capitale d'Italia. Questo infelice disegno fantastico, che non poteva far di meglio che danneggiare il giovine stato, fu allora combattuto vivamente da d'Azeglio e altri leali patrioti, e forse lo avrebbe mandato a vuoto anche una politica francese saggia e generosa. Ma Napoleone, incapace d'intendere interamente le forze spirituali di questa rivoluzione, sperava sul serio, che il movimento unitario si sarebbe fermo e raccolto in venerazione davanti al potere temporale del papa. E costrinse quindi il governo di Vittorio Emmanuele a trasferire la capitale a Firenze, abbassandone in questo modo l'autorità agli occhi degli italiani, laddove solamente un governo forte avrebbe potuto osservare la Convenzione di settembre.

Il trattato era un puro espediente, giacché i due contraenti si riserbarono la mano libera pel caso di una insurrezione dei romani; contava però sul fatto, che durasse e che fosse rispettato. Perciò fu accolto con collera e indignazione in alta Italia; ché questa parte politicamente la più esperta degl'italiani sentì, che col trasferimento della capitale lo stato rinunziava per sempre o per lungo tempo a Roma. Solo la fantasia, poco abituata alla chiarezza, del Mezzogiorno menò gran giubilo: immaginò, che il trattato non fosse pensato seriamente. Quando poi il radicalismo imprese contro Roma un'immatura spedizione di conquista e il gabinetto di Firenze venne meno al dovere del patto, allora alla corte delle Tuileries il partito spagnuolo rialzò il capo, e il sommo sacerdote della religione dell'amore fece fucilare in massa la sua greggia dagli chassepots. A un tale spettacolo ribollì fieramente ogni cuore protestante e di nuovo si persuase dell'indicibile viltà di ogni teocrazia. Ma la colpa di quella atrocità non toccava solamente all'imperatore. Se pel vincitore di Solferino era funesto combattere gl'italiani, pure era impossibile all'imperatore dei francesi tollerare in silenzio l'infrazione aperta di un trattato conchiuso con la Francia. La ragione estrema di questa posizione insostenibile era riposta nelle condizioni interne dell'impero: nella lega con gli ultramontani, che una volta annodata non si poteva più sciogliere, e, altrettanto più, nell'invidioso puntiglio di predominio del popolo francese. I francesi salutarono la giornata di Mentana con una gioia schernitrice, che torna a loro ignominia. L'infame giubilo:les chassepots ont fait merveille, ripercoteva del resto sui tedeschi anche più che sugl'italiani. Giacché l'odio alla Germania attutiva ormai ogni altro sentimento: la Francia gongolava che la sua nuova arme fatata superasse il fucile ad ago dei tedeschi.

Così la politica italiana del bonapartismo, splendidamente incominciata, periva miserabilmente. Il liberatore della Lombardia era riguardato come il nemico mortale degl'italiani, e questa volta ben a ragione; perché la sua guarnigione a Roma era il cuneo di ferro che spaccava in due il giovine regno. Napoleone desiderava sempre la liberazione di Venezia; ma solamente l'imbastardita consorteria successa a Cavour gli prestava l'antico ossequio. In Italia saliva in considerazione il partito di azione, che un tempo la mano sovrana di Cavour teneva a segno; e predicava, che la questione romana non era più a risolvere coi mezzi morali, ma con la guerra alla Francia. I tentativi d'ingerenza di Napoleone durante la guerra boema incontrarono un freddo rifiuto presso la maggior parte degl'italiani: l'Italia non dalla sua mano voleva ricevere il Quadrilatero. La Santa Sede fu da allora il suo solo alleato; e gli rimase unicamente l'enimmatica speranza, che fosse forse per riuscire nell'incerto futuro un papa Bonaparte, che riconciliasse la Curia col suo tempo e col suo popolo. Il vincitore di Solferino era adesso il protettore del papa: l'imperatore cadde, e trascinò seco il papa re.

Nelle complicazioni d'Italia e d'Oriente Napoleone III aveva apportate alcune idee notevoli; e così pure le imprese oltremarine di quel tempo s'ispirano evidentemente a un pensiero serio. Non movevano puramente dal proposito di procurare all'esercito trionfi comodi e a buon mercato, di mostrare ancora una volta al mondo i britanni come i caudatari della Francia, di consentire all'impero di elevare a sé stesso il panegirico che le sue armate avevano vinto in quattro parti del mondo: ma anche di aprire nuovi sbocchi al commercio. I porti della China si schiudevano ai vascelli dei barbari dai capelli rossi, gli ambasciatori del Siam e del Giappone giravano per le corti di Occidente. Davanti a tali benefici l'Europa indulgente dimenticava volentieri, che i saccheggiatori unnici del gran tempio dei cinesi avevano aggiunto una nuova fronda a quella corona d'alloro, le cui foglie portavano scritti i nomi di Speyer, di Friburgo, di Worms e diHeidelberga deleta. L'imperatore, a quanto pare, era convertito all'opinione di Persigny: «la parte guerriera della Francia in Europa è terminata»: sperava di assicurare l'avvenire della sua Casa mercé i benefizi della pacifica espansione dei commerci.

Ma la potente età lanciò nuovi movimenti, che non ubbidivano alla direzione del bonapartismo. Prima di tutto l'insurrezione della Polonia. L'insinuazione saccente, se il dittatore Langievicz non stesse forse al servizio di Napoleone III, già da un pezzo oggi è soggiaciuta al riso meritato. «Dovrei», disse l'imperatore stesso, «riguardare la causa della Polonia come assai popolare in Francia, se arrischiassi per sua ragione la buona intesa con la Russia». Col fatto, questa amicizia con l'impero degli czar, rafforzata al Congresso di Parigi, garantiva allo stato napoleonico l'unico e solo appoggio straniero. Nondimeno, una volta posta la questione, e ridesto il fantastico entusiasmo della nazione per gli antichi alleati di Bonaparte, il napoleonide non poteva esimersi da una fastidiosa ingerenza. Così gli toccò di provare una insolente ripulsa e di assistere all'annientamento della Polonia. Cercò di medicare lo smacco invitando il 4 novembre 1863 i principi di Europa a congresso sulla Senna. «Due vie», esclamò, «stanno aperte: l'una con la riconciliazione e la pace mena al progresso, l'altra mena inevitabilmente alla guerra per la caparbietà di mantenere in vita un passato sommerso». Noi non crediamo che il cervello di un uomo di stato potesse sperare seriamente di levar di mezzo con una riunione diplomatica le formidabili questioni insolute della politica europea. Uno spettacolone, splendido riscontro al Congresso di Vienna, avrebbe dovuto rinsaldare novellamente la riputazione scossa dell'impero, ecco tutto. Ma solo una valutazione smodata della potenza della Francia poteva spingere Napoleone all'illusione, che i grandi potentati avrebbero preso parte ubbidiente alla gherminella. La ricusa dell'invito fu un'altra diffalta del bonapartismo.

Mentre l'imperatore lanciava in tal modo superbiose parole nel vuoto, aveva già posto mano all'impresa inesplicabile della sua vita, la spedizione del Messico. Uno scritto dilettantesco del pretendente già aveva trattato del grande avvenire dell'America centrale; e adesso l'indole appiccaticcia dell'uomo si lasciò ricondurre ai sogni della giovinezza dalle bugie dei profughi messicani e dalle suggestioni del partito spagnuolo alla corte. Non si sarebbe potuto dimostrare in modo più tagliente, che la Francia imperiale era uno stato incostituzionale. Laddove in quasi tutte le sue imprese guerresche l'imperatore si era prima assicurato l'appoggio del liberalismo, questa volta invece l'intrapresa scaturiva dalla volontà personale del despota. La nazione in principio tenne un contegno freddo, poi espresse unanimemente la sua riprovazione. La stessa armata non voleva saperne di trionfi nel paese della febbre; si è preteso perfino di aver sentito di tanto in tanto il grido di «viva la repubblica!» tra le truppe imbarcate pel Messico.

Al dispotismo, più agevolmente che al parlamento, era dato riconoscere ed emendare l'errore intrapreso; ma in questo mal tratto l'autocrata mostrò un incapamento incorreggibile. Anche dopo che l'onore delle armi francesi nel maggio del 1863 era stato ristabilito, la disperata faccenda fu trascinata per altri sei anni fino alla rotta completa. In Germania l'opinione pubblica, che spesso a quel tempo s'ingannava tondo sulle faccende estere, si era collocata dal principio in faccia alla guerra americana col giudizio manifesto: «il nostro idealismo non crederà mai alla vitalità degli stati schiavi inciviliti». Andava altrimenti in Francia e in Inghilterra: lì si ricordavano ancora delle tirate della stampa inglese contro «il tiranno sanguinario Lincoln, che non è stato mai ungentleman», e del grido di angoscia innalzato dal corpo legislativo dell'impero per la caduta di Richmond. Era destino dell'imperatore, cotesto, di partecipare questa volta all'opinione corrente, egli proprio che tanto spesso si era elevato sul suo popolo con la sua più libera concezione della grande politica. Il despota non poteva apprezzare di nuovo le forze morali nell'enorme campo di lotta. Credeva allo sfacelo dell'Unione, offendeva l'antico alleato della Francia senza sostenere efficacemente l'avversario. Lo zio un tempo aveva conchiuso con Monroe il trattato sulla Luigiana: alla corte del nipote l'orgogliosa dottrina «l'America agli americani» era tenuta una frase. Il predominio sulle nazioni latine, già mezzo giocato nelle lotte italiane, bisognava riconquistarlo nel nuovo Mondo. Ma l'Unione anche durante la guerra sosteneva con braccio gagliardo la dottrina di Monroe. Si sarebbe dovuto fondare un impero ereditario con la ben nota gerarchia dei consiglieri di stato, prefetti e sottoprefetti proprio in mezzo a quella vita di economia peonica del tropico, per cui l'unica forma possibile di stato è una gioconda alternazione di anarchia e di dittatura. Sciocchezze politiche inconcepibili, e rincarate, per giunta, dalla fondamentale immoralità dell'impresa. La tragedia raccapricciante, principiata tra i cedri del parco imperiale di Chatapultepec e terminata nei bastioni di Queretaro, rammemora quei giorni di Baiona, in cui lo zio svelò la nequizia diabolica della sua perfida natura.

Così, pel ruzzo di un despota, colarono le forze preziose dell'esercito e delle finanze. Principiò allora l'elevazione della Germania, e colpì al cuore le idee predilette dei francesi. Il regno borbonico aveva fondato il suo predominio esclusivamente sui frantumi della potenza tedesca, e la preponderanza innaturale della periferia poteva continuare esclusivamente finché durasse lo squarcio al centro del continente. Perciò tutti i partiti, compresi Persigny e gl'intimi dell'imperatore, erano concordi nell'avviso, che il nostro genio fosse nemico dell'unità e che il frastagliamento,la belle variété, della federazione degli stati tedeschi fosse la garanzia della pace del mondo. Il giudizio universale seguito sulla Germania si era formato nell'ultimo trentennio e fermato così: la Prussia rappresenta lo stato militare dispotico, gli stati della Confederazione del Reno rappresentano la patria della libertà tedesca. Lo sviluppo delle lotte di partito dei tempi successivi poteva appena intenderlo lo straniero, e meno di tutti il liberale francese; giacché questo si proponeva di limitare la eccessiva potenza del governo, noi, al contrario, guarire la debolezza della nostra vita pubblica per mezzo di un forte potere centrale. Di qua come di là, sopravviveva in talune particolari nature ghiribizzose l'umore acre dei vecchi tempi; e come a noi tedeschi toccò di udire dalla bocca di un esteta pieno d'ingegno l'affermazione, che la Francia non possiede una vera e propria lingua, e altre somiglianti assurdità di gusto teutonico vetusto, così anche la Francia vantava i suoi mangialemanni, cioè i Desbarolles e compagni. Ma tra i francesi colti continuava a predominare un'amicizia indulgente verso la Germania; né alcuno profondeva più elogi agrodolci alla nostra impenetrabile astuzia e alla recentemente scopertaprévoyance usuelle de l'Allemagne. Nel magnifico quadro del Congresso di Parigi di Dubufe i signori von Manteuffel e von Hatzfeldt sono meritamente meschini e cacciati nello sfondo. Era quello il posto che, secondo l'opinione dei francesi, competeva ai tedeschi nella grande politica europea.

La condotta di Napoleone fin dal principio del suo dominio corrispose a siffatte predisposizioni della nazione. Il nipote si era preparato alla politica sia italiana che tedesca con alcune idee dello zio. Arrotondare la Prussia tra il Settentrione e l'Oriente, non consentire a nessuno dei due maggiori stati della Confederazione una posizione dominante, assoggettare gli staterelli all'influenza della Francia, ridomandare quanto più era possibile della Germania occidentale per l'impero napoleonide: a cotesto, press'a poco, erano dirette le segrete speranze del nipote di Napoleone. Perciò, fin da presidente, si era affannato con vigile zelo a sventare lo sperato reame di settanta milioni di uomini del principe di Schwarzenberg; solerzia, la quale per l'appunto dimostrava quanto poco pizzicasse di cose tedesche: e perciò i suoi ambasciatori in tutte le piccole corti tedesche dovevano stimolare incessantemente la gelosia contro le due potenze direttrici della Confederazione. La storia delle segrete relazioni tra la Prussia e la Francia è tuttora al buio; ma dalle schiaccianti rivelazioni fatte al mondo dalla Prussia nel luglio del 1870 è lecito ravvisare con sicurezza, che la condotta di Napoleone verso di noi fu di gran lunga più sleale, di gran lunga più indegna di quanto tutti non credessero al tempo della guerra dello Schleswig-Holstein. Come lo zio, il nipote cercò prematuramente d'intendersi con la Prussia. Non più che un'occhiata alla carta germanica insegna, che la distribuzione territoriale del Congresso di Vienna non poteva durare, e che infallibilmente sarebbe stato tentato ancora una volta il fridericianocorriger la figure de la Prusse; e la Francia, quindi, avrebbe forse tratto vantaggio per sé dall'ambizione, alla quale per la sua situazione stessa lo stato prussiano era sforzato ad uniformarsi. Ma a tali disegni non diedero appicco la lealtà di Federico Guglielmo IV e l'indolenza del ministero Manteuffel.

Se ci è lecito prestar fede al carteggio di quel Tommaso Duncombe, che era sempre ai lati dell'imperatore, Napoleone già fin dal tempo delle complicazioni del Neuenburg si destreggiò per caso mai gli venisse fatto di ottenere di favore dai desiderii del re una striscia di territorio renano. La Prussia resistè alla tentazione, e l'imperatore decise la faccenda in nostro pregiudizio. Né la situazione, quando apparve a Parigi il nuovo ambasciatore von Bismarck, divenne più amichevole. La franchezza ardita e acutamente calcolata della grande Prussia era ritenuta dalla sempre strascicata e succhiellata politica napoleonica come una sventatezza studentesca; e alle Tuileries, dove non si aveva il minimo sentore della potenza sonnecchiante della Prussia, sorridevano dell'inflessibile orgoglio nazionale tedesco come di un vuoto sbraciamento. Cotesto vilipendio della Prussia era partecipato anche dagl'ingegni notabili della nazione. Io mi ricordo ancora volentieri delle conversazioni di quegli anni con un francese di elevata mente. Egli conosceva e amava la Germania, e c'intendevamo facilmente su tutte le questioni della vita intellettuale tedesca; ma come il discorso cadeva sopra «un certo grande stato dal quale voi,mon ami, vi aspettate tanto», allora ilfrançais né malinsaltava fuori di botto in cattive spiritosità.

Quale indignazione, dunque, quando principiò un'altra volta il movimento dello Schleswig-Holstein! Il sentimento di pietà nutrito da quindici anni pel vecchio alleato di Napoleone,le pauvre petit roi de Danemarc, risorse a nuovo: parve una scelleraggine inaudita che la Germania non volesse tollerare oltre la dileggiante arroganza di un nemico imbelle. I vecchi partiti incorreggibili non seppero spiegarsi altrimenti la riserva dell'imperatore se non con la torpidità della vecchiaia placida o con la bizza vendicativa contro quell'Inghilterra, che aveva rifiutato negli affari polacchi ogni seria cooperazione al napoleonide, e adesso, con un brutale urlo di guerra, dava fondo alla sua riputazione politica. L'andamento intricato della lotta, l'insania dell'odio alla Prussia nello stesso campo liberale tedesco era tutt'altro che appropriata a dar lume ai vicini prevenuti. Il ministro prussiano, di cui l'imperatore aveva visto malvolentieri l'assunzione al ministero degli esteri, confermò immantinente la sua maestria diplomatica nella situazione forse la più ardua che gli fosse stata creata. Egli si piantò saldamente sul terreno dei trattati europei, e così costrinse l'Austria a seguirlo e le altre potenze a restarsene inoperose, laddove, in realtà, l'intera Europa era concorde contro la Prussia. Ma Napoleone aspettò la sua ora: previde, che i vincitori verrebbero presto alle brusche sul prezzo della vittoria, e sperava allora di ottenere senza gravi sacrifizi l'agognata rivendicazione. Arrivò l'ora e si adempì la sua speranza. Scoppiò in Germania la lotta pel dominio.

Napoleone non era esente di cordiale predilezione pel paese della sua fanciullezza,ma bonne vieille Allemagne; pregiava la bravura e la lealtà tedesca e stimava imparzialmente la nostra scienza più che la francese. Ma del nostro talento politico opinava assai meschinamente. Vedeva quanto fosse poca e poco efficace la passione popolare che si nascondeva dietro le rumorose risoluzioni e dichiarazioni di nullità e annullazioni delle nostre assemblee. Né conosceva abbastanza la Germania, per presentire ciò che allora perfino da noi appena pochissimi avvertivano: che, cioè, il nostro sminuzzolamento di staterelli marcito fino alle midolle delle ossa sarebbe andato in rovina al primo urto anche senza una vampata di passioni popolari. Il nemico del parlamentarismo non ha, certamente, professato mai l'opinione liberale, che per la sua contesa lotta costituzionale la Prussia fosse incurabilmente malata. Ma un'idea chiara della reale potenza della Prussia egli non la possedeva. La Landwehr, celebrata così sovente da lui stesso, ora, dopo le descrizioni fattene dai suoi strateghi di corte, gli pareva un ammasso di cattive milizie, e affatto indubitabile la superiorità dell'Austria. Con quanto ossequio l'ambasciatore della superba Hofburg civettava dintorno al favore della Francia! con quanta confidenza il principe di Metternich parlava della vittoria dell'Austria! Napoleone fantasticava, che davanti a una lotta così impari la Prussia sarebbe stata disposta a pagare qualunque prezzo pel soccorso della Francia. E più volte offrì a Berlino un patto di alleanza: coi 300.000 uomini, che allora teneva a stento sotto le bandiere, si sarebbe avventato sull'Austria, contro, però, un forte compenso nel Belgio e nei paesi renani. Quando poi tutti cotesti immondi tastamenti s'infransero contro il senso regale del sovrano di Prussia, allora soltanto le Tuileries cangiarono. D'allora in poi contarono sulla disfatta della Prussia.

Napoleone desiderava, agognava lo scoppio della guerra. Se voleva serbare Roma al papa, era costretto a procurare almeno Venezia all'Italia. Perciò spingeva il temporeggiante Lamarmora a conchiudere l'alleanza guerresca con la Prussia. Ma la lega italo-prussiana doveva servire solamente come una leva per rovesciare nella guerra la corte prussiana, considerata sempre a Torino e a Parigi come una traccheggiante tuttora irresoluta. Raggiunto lo scopo, la Prussia non avrebbe più potuto tirarsi indietro, e allora l'Italia avrebbe dovuto ritrarsi immantinente dall'alleanza. Napoleone fu a parte del segreto quando l'Austria, poco prima che la guerra rompesse, cercò di spezzare la lega degli avversari con l'offerta della cessione di Venezia. Solo che egli voleva differire l'effettuazione di questo disegno a dopo l'inizio della guerra. Perciò la corte di Torino fin da principio scese in campo senza seria convinzione; giacché, quali si fossero gli eventi, si era sicuri di tenere il premio della vittoria. Dopo le prime avvisaglie in Italia, calcolava Napoleone, l'Austria avrebbe ceduto Venezia, e così avrebbe disimpegnata la sua armata meridionale pel conflitto con la Prussia. Rimasta la Prussia a terra, allora si sarebbe fatta avanti la Francia, sia come salvatrice, sia per aggiustarle il colpo di grazia, in qualunque caso con l'aspettativa di un bottino lauto e facile. Tali erano in sostanza le speranze di Napoleone. E ciò che stupisce di un tal disegno non è la perfidia, è la pietosa imbecillità. Il despota era invecchiato, viziato dalla fortuna, viziato dalla sommissione dell'Inghilterra e dell'Italia. Si pensava di padroneggiare in lungo e in largo la rozza Prussia. Non sospettava nemmeno, che i premi splendidi, quali egli sognava, li raggiunge solamente l'energia alacre, la fusione di tutte quante le forze dello stato. Pensava di mietere comodamente dove non aveva seminato.

Napoleone principiò col dare al proprio paese desideroso di pace una prova della sua mansuetudine: convocò a Parigi una conferenza: al cui successo era impossibile che credesse. Il giorno 11 di giugno, a guerra già decisa, una lettera al ministro degli esteri annunzio le speranze dell'imperatore nell'avvenire della Germania. Diceva di desiderare un ampliamento di territorio solamente nel caso che la carta di Europa si fosse alterata a esclusivo vantaggio di una potenza. Il napoleonide proclamava e affermava il diritto della Francia di esaminare i disegni della riforma federale tedesca: diritto, che il principe di Metternich aveva accordato allo straniero per l'appunto in quei trattati di Vienna tanto esecrati da tutti i Bonaparte e discendenti! Ma egli lascia stare in pace il diritto, e si contenta di desiderare, per gli stati centrali, una federazione più stretta, un'organizzazione più salda e una parte più importante; per la Prussia, una maggiore omogeneità e potenza nel Settentrione; per l'Austria, la conservazione della sua posizione cospicua in Germania.

Questa lettera era una traforeria? La troppo ammaliziata e furba sgarbatezza di annusare la bugia dietro ogni parola dei potenti, e per l'appunto poi rispetto al terzo Napoleone, sovente è andata a vuoto. Falsità senza scopo, facili ed usuali all'essenza diabolica dello zio, non s'incontrano nella vita del nipote. E quale escogitabile scopo poteva indurlo a dare pubblicità a opinioni che non nutriva, e proprio in un momento, in cui ogni giorno che veniva rischiava di scoprirne la futilità? L'intento di calmare il corpo legislativo sarebbe stato manifestamente agevole raggiungerlo con espedienti meno pericolosi. No: la lettera dell'11 giugno diceva la verità. L'autore esprimeva seccamente di essere nemico della Prussia. Desiderava, insomma, la triade, vale a dire la Confederazione renana in forma più moderna e la Prussia risospinta verso Oriente. Né voleva rotta la colleganza dell'Austria con la Germania, ma, ciò non ostante, non permesso all'impero danubiano il dominio sugli stati centrali. Come mai il francese non subodorava proprio nulla dell'enorme significato di una tale contesa, che poteva aver fine solamente, o con la ributtata dell'Austria, o con l'assoggettamento della nazione tedesca ai croati e ai gesuiti! La Prussia poteva ampliare il suo territorio al settentrione e all'oriente e guadagnare in «omogeneità»: notoriamente, in Francia, la terra renana non è considerata come un elemento «omogeneo» del nostro stato. Non era fattibile, dunque, palesare in un modo più ingenuo, che il sovrano di Francia, il quale nella questione italiana aveva date tante prove di pensare indipendente, nella politica tedesca, poi, non si elevava sulle miserabili ombrosità dell'invidia orleanista e sui pregiudizi tracotanti della media dei francesi. Quale prospetto! la Germania castrata al Reno, gli stati centrali dominati dalla Francia e, per soprammercato, rimbastiti in una federazione di lustra con la Prussia e l'Austria! Come dovevano sentirsi sicuri alle Tuileries, quando erano cordialmente affidati da orecchio a orecchio tutti cotesti segreti del cuore! Frattanto il segreto frugacchiare e ribruscolare della diplomazia francese, e l'ombrosa furbizia delle Tuileries avevano incontrato la maestra nell'energia della Prussia. Il conte Bismarck aveva saputo con le sue impareggiabili «trattative dilatorie», traccheggiare la corte napoleonica fino all'inizio della guerra. Il nostro stato maggiore era a giorno delle conseguenze dell'impresa messicana: a Berlino era noto il trasandamento dei magazzini militari francesi. Si sapeva, che la Francia non era punto al caso, come domandava lo squarciavento Girardin, di pronunziare davanti alla guerra unil faut en finir, e che in ogni modo non poteva scendere in campo prima di varie settimane di armamenti. Ciò bastava, giacché il gabinetto prussiano contava su un successo rapido, travolgente; senza pensiero sulla sicurezza del territorio renano, sarebbe intrapresa la marcia ardita su Vienna.

Subito dopo la battaglia di Königgrätz la Francia si fece avanti con un tentativo di mediazione a cui, di botto, in modo abbastanza sconveniente, fu data pubblicità. Parigi andò in gongolo, quando la casa disperata di Lorena cedé a Napoleone III i suoi dominii italiani: il popolo francese ritornava a rappresentare la sua parte dipacificateur naturel de l'Europe. Frattanto la Prussia spingeva innanzi la vittoria. Il 13 luglio, quando la capitale nemica si presentava già come sicura preda al nostro esercito, la Francia consegnò le sue proposte pei preliminari della pace: l'Austria si staccava dalla Confederazione, Venezia era abbandonata agl'italiani, la Prussia otteneva il supremo comando militare in una federazione germanica settentrionale e il risarcimento di una parte delle spese di guerra, oltre poi lo Schleswig-Holstein senza i distretti nordici. Tale sarebbe stato il premio di una fulgida vittoria, tale la retribuzione sopra quei nemici implacabili, che meditavano di annientare «l'improvvisazione» di Federico il Grande! Nel frattempo la Francia incitava incessantemente alla lotta gli stati meridionali; perfino nel momento che il signor von Varnbüler era in procinto di partire per Nikolsburg, poté comunicare alla camera del suo paese un dispaccio aizzante della Francia. Dopo la spedizione di Mainfeld tutte le corti meridionali, eccetto quella del Baden, implorarono l'aiuto dell'imperatore; e questo s'interpose calorosamente per le nazioni della Confederazione del Reno, e due volte per la Baviera.

Alle proposte del 13 luglio la Prussia non aveva opposto un rifiuto, ma preteso, che la pace fosse trattata esclusivamente tra le parti belligeranti. Il 16 luglio Benedetti annunziò dal quartier generale, che la Prussia desiderava dall'Austria l'assicurazione di «alcuni» acquisti territoriali nel Settentrione indispensabili al complemento del suo dominio. Dagli avvenimenti successivi è agevole arguire, che o lo stesso inviato o certamente la corte delle Tuileries erano all'oscuro sulla dimensione di questo ampliamento territoriale. Vedevano, comunque, salva la Sassonia, antica federata del Reno; avevano accordato abbastanza alla predilezione nazionale per la povera piccola Danimarca; notoriamente speravano, che la Prussia si sarebbe contentata di una striscia di terreno tra le sue frontiere sassoni e le westfalesi. Quando in luogo di tali congetture seguì l'incorporazione degli stati centrali nordici, Drouin de Lhuys spedì a Berlino un disegno di convenzione, che stipulava la cessione di Magonza. Il prezzo della complicità, che la Prussia non aveva voluto pagare alla Francia offerentesi di darle mano, avevano ora la faccia di pretenderlo dal superbo vincitore, il quale doveva il trionfo unicamente a sé stesso! La risposta fu semplicissima: l'invio immediato dell'artiglieria pesante sul Reno. Ora finalmente Napoleone comprese quali enormi errori aveva commessi. Era perduto, se gli eserciti prussiani si precipitavano sul paese disarmato. Drouin de Lhuys fu dimesso. Il 12 agosto Napoleone scrisse a Lavalette di lamentare che quel disegno non fosse rimasto segreto, che si fossero sparse in piazza voci esagerate di compensi «ai quali noi potremmo aver diritto»; di essere stato informato da Benedetti del rifiuto di ogni cessione da parte della Germania, e di volere da ora in poi aiutare con disinteresse il riordinamento del nostro stato.

Dopo un breve indugio la logica dei fatti esercitò anche questa volta la sua malia sul freddo senso dell'uomo di stato. Egli vide il nuovo stato tedesco aggrandirsi orgoglioso e sicuro, e il 16 settembre fece pubblicare la famosa circolare di Lavalette. Era ivi aperto un quadro grandioso dell'avvenire, benefico pel mondo, se fosse durato: la Francia riconosceva la necessità di potenti stati nazionali, che un giorno dovrebbero far fronte ai corpi giganti della Russia e dell'Unione. Solo che la nazione aveva sentito l'innalzamento della Germania come uno schiaffo in piena faccia. Né si era rassicurata, quando la Lorena aveva durante la guerra celebrato il suo giubileo, e patetici discorsi ufficiali avevano raffrontato la felicità della redenta provincia francese con le intricate condizioni della Germania. D'altronde anche molte sdrucite ragioni di tranquillamento del memorabile scritto rimasero senza effetto. Nessuno credeva, che l'antica Confederazione germanica coi suoi pretesi 80 milioni di tedeschi era stata più potente della novella Germania; nessuno, che proprio adesso la coalizione delle potenze nordiche fosse andata all'aria. Era più plausibile il cenno consolante alle nuove potenze marittime di secondo ordine sorte in Germania e in Italia; e un grave ammaestramento alla iattanza nazionale era riserbato nelle parole: «l'imperatore non crede che la grandezza di un popolo dipenda dalla debolezza dei suoi vicini; il vero equilibrio europeo egli lo vede solo nell'appagamento dei desiderii dei popoli».

Luigi Napoleone dové sentire abbastanza amaramente gli affronti fattigli in pieno viso dalla Prussia; eppure è affatto fuor di dubbio, che dopo la pace di Praga pensò sul serio talvolta a lasciar tranquillo lo stato tedesco. Aveva sperato di vincere in facili cimenti un nemico mezzo trituzzato; ed ora gli stava a fronte la nuova Germania, rigida in catafratta. Ora una guerra contro la Prussia era una lotta per l'essere o il non essere; e l'uomo ormai attempato non si sentiva più la forza a un tale sbaraglio. Né erano i suoi amici quelli che più sonoramente alzavano il grido di guerra. Sui piani di Lombardia aveva compreso, che gli erano negate le doti del condottiero; e d'altra parte le stesse forze fisiche difficilmente gli sarebbero bastate a un'altra campagna. E un maresciallo francese che dal Reno fosse ritornato in patria col lauro della vittoria, sarebbe stato per la Casa Bonaparte appena meno pericoloso di un generale tedesco, che per la terza volta fosse entrato a Parigi.

Se non che, si era frattanto venuta a formare nel popolo francese una generale disposizione di animo, profonda, piena di conseguenze, che noi tedeschi non consideravamo abbastanza nella sua schiettezza. Quella medesima venefica passione dell'invidia, che noi così spesso abbiamo rilevata nell'odio di classe della più antica storia francese e nel fanatismo di eguaglianza della nuova, esercitava anche adesso e sempre la sua azione nella politica estera dei francesi. Questo popolo aveva sempre il bisogno di odiare comunque un altro popolo dal profondo del cuore; e, se vogliamo prestar fede agli storici francesi, una nazione che si consacra a cotesta passione soave, è torturata perennemente dal rovello di un'ambizione sterminata. L'odio antico contro l'Inghilterra, che il secondo impero aveva smorzato, si rovesciò ora con selvaggia impetuosità celtica contro la nostra patria. Cadde come una folgore sul mondo parigino la nuova terribile: la più fulgida vittoria del secolo non era stata riportata dai francesi! Quella stessa Austria, che noi con fatica e con stento appena vincemmo, ora è soggiaciuta, fiaccata al capo dalla Prussia, in una guerra di cinque giorni! Era un tegolo sulla testa dei parigini. Si misero allora a ricordarsi, che la Prussia era stata la più colpevole tra i vincitori del primo Napoleone: non appena le trombe della fanteria di Bülow squillarono dietro le siepi di Planchenois, la giornata della Belle-Alliance fu decisa. L'antico motto «vendichiamo Waterloo!» cedé al nuovo grido di battaglia «vendichiamo Sadowa!». Ogni vergogna, ogni senso del diritto andò sommerso nella vertigine universale. Un uomo rispettabile come Prévost-Paradol scrisse sul tema «Fummo noi battuti a Sadowa?», e non notò quale ironia fosse già nel titolo stesso del suo lavoro. Chi ha viaggiato in Francia i primi mesi del 1867, sa con quanta veemenza si oltraggiava in ogni vettura, in ogni caffèl'insolence prussienne, e che in ogni fiera si dava spettacolo per pochi soldi delfusil à aiguille en action. Solamente i prodigi del fucile ad ago potevano spiegare il prodigio della vittoria prussiana. E come era grossolana e, insieme, puerile la gioia dei francesi, quando l'arme prussiana appariva superata dallo chassepot!

Accanto a un tale risveglio di tutte le cattive passioni si rivelarono vuote parole le verità pacifiche della nuova scienza storico-politica: l'influenza del lavoro intellettuale tedesco incagliò quasi di botto. Chi avrebbe potuto biasimare troppo rigidamente il corruccio e la vergogna dell'orgogliosa nazione, nel vedersi oscurare dalla vittoria dei suoi nemici antichi la sua propria gloria guerresca? Ma chi poteva scusare per questo l'urlo senza esempio impudente e incosciente, che tutti i partiti levavano contro la Germania e contro l'imperatore?La France de nouveau bismarquée!strillavano e querelavano, ogni volta che la federazione nordica tedesca faceva un passo avanti. Toccava a Napoleone sentire dai suoi intimi amici e parenti il ruvido raffaccio di aver annichililo ilpréstigedella Francia: la lettera della regina di Olanda rinvenuta alle Tuileries non lascia certamente null'altro a desiderare in chiarezza di linguaggio. L'opposizione colpì con zelo la favorevole opportunità di manifestare le sue patriottiche ambasce. Il vecchio Thiers era inconsolabile della giornata di Königgrätz; Giulio Favre si sciolse in lacrime di commozione pel re dei guelfi; Prévost-Paradol dichiarò che, se l'unità germanica si effettuava, una sola via rimaneva aperta alla Francia: perire nella lotta contro cotesta unità! E tutti questi reazionari, che combattevano le giovani forze del secolo con le idee chiuse di una politica di gabinetto decrepita, tronfiavano col minaccioso frasario di libertà corrente nel paese. Non cade dubbio, che anche nei suoi ultimi anni, e i più malfermi, Napoleone III era sempre più saggio, più moderato dell'enorme maggioranza dei suoi compatrioti: il suo ministro Rouher in mezzo ai retori belligeri del corpo legislativo parve sovente il solo uomo pensante in un branco di forsennati.

L'imperatore sentiva già vacillarsi il terreno sotto i piedi; gli toccava di appagare comunque la gelosia irritata della nazione. Prese opportunità dagl'imbarazzi finanziari della corte olandese per vedere di conquistare alla Francia il Lussemburgo. La scelta non era infelice, perché la guarnigione prussiana in cima al vecchio dirupo non poteva più appellarsi a un titolo indubbio di diritto. Se i francesi, con l'acquiescenza del re granduca, vi si fossero inerpicati all'improvviso, non sarebbe stato poi facile alla Prussia oppugnare il fatto compiuto. Ma la crescente ritrosia di azione dell'imperatore lo ritenne, lo attenne a intavolare quelle negoziazioni diplomatiche, che poi gli giocarono il disegno. E con quale cinismo l'affare fu trattato! Che cosa è più stupefacente, il lordo negozio con la degenerata casa bancaria degli stessi Orange, oppure il perfido dispaccio francese del 28 febbraio 1867, il quale innocentemente opinava, che certamente la Prussia avrebbe trasferito più volentieri alla Francia la fortezza di Lussemburgo, anziché all'Olanda? Non ostante la partigianeria dimostrata dalle grandi potenze all'albagia francese, i maneggi terminarono con un altro smacco dell'imperatore, che nemmeno questa volta si trovò l'animo bastante alla riscossa. La Prussia rinunziò, è vero, al suo diritto di presidio del Lussemburgo, ma Napoleone vi rimise insieme la sperata rappresaglia di Königgrätz e la sua riputazione di uomo di stato.

Dopo sedici anni di lavoro enorme egli era approdato a questo, che, tanto di qua, quanto di là dalle frontiere, il suo regime incontrava un'altra volta la stessa diffidenza universale, come nei primi tempi susseguenti al 2 dicembre. La morbosità dello stato francese aveva procurato all'intero continente il malessere di una tensione angosciosa, che non era degna del nostro secolo altamente incivilito. Napoleone, come del resto il noto scritto del marchese di Gricourt riconosce apertamente, era in sommo grado sorpreso e conturbato dalla opposizione della Prussia. Si era lusingato di conservare, con una conquista la più possibilmente modesta, la pace tra i due popoli vicini; e adesso anche questo proposito andava a monte per l'orgoglio della Prussia! Anche i francesi più miti e assennati parteciparono a cotesto avviso; come apprendiamo dalla lettera di Renan a Davide Strauss. In senato Persigny domandò con espressioni di somma ira, se il Lussemburgo non appartenesse per avventura al re di Prussia. «Questo evento», conchiuse, «solleva il velo di un futuro, dal quale non ci è lecito oltre distogliere i nostri sguardi!».

Per conseguenza, nei circoli militari francesi la guerra fu tenuta inevitabile. Il colonnello Stoffel compendiava la gravità della situazione nella proposizione seguente: la Prussia vuole estendere il suo dominio sulla Germania meridionale; la forma è indifferente; la Francia vuole impedirlo; dunque bisogna venire alla guerra. In effetto, la Prussia non aveva accolto subito gli stati meridionali nella federazione nordica, per non privarli del respiro necessario al raccoglimento e alla preparazione. All'opposto, i francesi stimavano la linea del Meno come un confine inviolabile; lanation wurtembergeoisee gli altri rampolli del ghiribizzo del primo Napoleone dovevano serbarsi alla loro libertà. Per loro, la nazione germanica era tuttora una chimera di tattamellanti professori, un'artificiosa trovata della cupidigia territoriale prussiana. Al napoleonide, dopo quanto era accaduto, erano ancora aperte due vie per appagare l'ambizione del suo popolo. O sobillare la Prussia ad avanzare prematuramente verso il Mezzogiorno; giacché, dato l'umore titubante e di tanto in tanto affatto abbindolato del popolo meridionale, dato il sentimento non patriottico delle corti di Stuttgart e di Darmstadt, non pareva affatto inconcepibile, che la Francia, alleata con la Germania meridionale, distruggesse la federazione nordica. Oppure Napoleone doveva ammettere, che non era più possibile contrastare l'unificazione di tutta quanta la Germania, e rifare il proprio stato incorporandosi il Belgio. Su cotesto acquisto i suoi cupidi sogni avevano almanaccato indefatigabilmente. Agli occhi di ogni francese il Belgio era nient'altro che una provincia naturale della Francia, e la vivacità dei valloni e l'indolenza dei fiamminghi non facevano di meglio che preparare a fondo il terreno della conquista. Solo che il disegno sarebbe potuto riuscire di sorpresa, con la più energica risolutezza. Se Napoleone avesse inondato il Belgio coi suoi eserciti, e poi dichiarato: noi ci poniamo sul terreno del diritto di nazionalità; vi riconosciamo l'unità della Germania e domandiamo per noi questa terra francese; allora la Prussia si sarebbe trovata in una posizione difficile, tanto più che forse non vi era da aspettarsi alcuna opposizione da parte della pacifica Inghilterra. Se non che, una volta manifestato precedentemente, il disegno era già bello e rotto. Come mai si poteva sperare di conseguire il consenso della Prussia? Che cosa la Francia aveva da offrire alla Prussia? Nient'altro che l'assentimento all'impero germanico, che, presto o tardi, era destinato a risorgere, e che si sarebbe potuto impedire soltanto nel caso, che la Prussia in ignobili negoziazioni con la Francia avesse demeritato la fiducia del popolo tedesco.


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