SCENA TERZA.

Gioconda Dianti, sconvolta da quell'inatteso impeto che la respinge, divenendo più acre, esaltando il suo orgoglio, assumendo un'aria di sfida.

Io sono viva e sono presente; ed egli ha trovato in me più d'un aspetto, e mi inebriano ancora le parole ch'egli diceva per significare la sua visione diversa ogni mattina quando gli riapparivo. Fino a ieri, certo, egli ha ignorata la mia attesa; e la sua inconsapevolezza vi ha illusa. Ma oggi egli sa. Comprendete? Egli sa che io sono qui, che io l'attendo. Stamani una lettera glie lo ha rivelato, una lettera che è giunta nelle sue mani, ch'egli ha letta. E io sono sicura, comprendete?, sono sicura ch'egli verrà. Forse è in cammino, forse è presso la porta. Volete che lo attendiamo?

Una straordinaria mutazione altera il volto diSilvia Settala.Sembra che qualche cosa di insolito e di orribile accada entro di lei. Ella è come chi a un tratto si senta afferrare da una spira e si torca nel ribrezzo e nel fascino serpentino, perdutamente. La fatalità antica della menzogna assale d'improvviso l'anima della donna pura, la vince e la contamina. Alle ultime parole della nemica ella rompe in un riso inaspettato, amaro, atroce, provocatore, che la rende irriconoscibile.Gioconda Diantine rimane sopraffatta.

Silvia Settala.

Basta, basta. Troppe parole. Il gioco è durato già troppo. Ah la vostra sicurezza, il vostro orgoglio! Ma come avete potuto credere ch'io sia venuta qui per contrastarvi la porta, per vietarvi il passo, per mettermi di fronte alla vostra audacia, senza che una sicurezza ben più salda della vostra mi affidi? La conosco la vostra lettera di stamani, mi fu mostrata, non so se con più stupore o con più disgusto.

Gioconda Dianti,sopraffatta.

No, non è possibile!

Silvia Settala.

Sì, così è. La risposta, io ve la porto. Lucio Settala ha perduta la memoria di quel che fu e chiede d'essere lasciato in pace. Egli spera che il vostro orgoglio v'impedirà di divenire importuna.

Gioconda Dianti,fuori di sè.

Egli vi manda? egli stesso? È la sua risposta? la sua?

Silvia Settala.

La sua, la sua. Io vi avrei risparmiata questa durezza, se non m'aveste costretta. Vogliate ora uscire.

Gioconda Dianti,con la voce rauca di collera e di onta.

Sono scacciata?

Il furore la soffoca e le dà un fremito gagliardo. Sembra che si svegli in lei la fiera vendicativa e devastatrice. Pel suo corpo pieghevole e possente passa quella forza medesima che contrae le musculature micidiali dei felini in agguato. Il velo, ch'ella ha sempre tenuto sul volto come una maschera fosca, rende più formidabile l'attitudine della persona pronta a nuocere in qualunque modo e con qualunque arma.

Scacciata?

Silvia Settalasta convulsa e livida dinanzi alla donna furibonda; e non lo spettacolo di quel furore la sbigottisce, ma qualche cosa ch'ella guarda dentro di sè, qualche cosa di orribile e d'irreparabile: la sua menzogna.

Ah, a questo voi l'avete condotto! In che modo? in che modo? Fasciandogli di cotone l'anima come la ferita? medicandogliela con le vostre mani molli? Egli è disfatto, è finito, è un cencio inutile. Comprendo; ora comprendo. Povero lui! Povero lui! Ah, perché non è morto, piuttosto che sopravvivere all'anima sua? Egli è finito dunque; è un povero mentecatto che voi condurrete per mano nelle strade solitarie. Tutto è distrutto, tutto è perduto. La sua fronte non si solleva più, il suo occhio è spento....

Silvia Settala,interrompendola.

Tacete! Tacete! Egli è vivente e forte, e non ebbe mai in sè tanta luce. Dio sia lodato!

Gioconda Dianti,frenetica.

Non è vero. Io, io ero la sua forza, la sua giovinezza, la sua luce. Diteglielo! Diteglielo! Egli è divenuto vecchio; da oggi è vecchio e fiacco e senz'anima. Io porto via con me, diteglielo!, tutto quel che era in lui di più libero, di più ardente e di più fiero. Il sangue che versò là, sotto la mia statua, fu l'ultimo sangue della sua giovinezza. Quello che voi gli avete rinfuso nel cuore è senza fiamma, è debole, è vile. Diteglielo! Io porto via con me, oggi, quel che fu la sua potenza e il suo orgoglio e la sua gioia e tutto. Egli è finito. Diteglielo!

Il furore l'acceca e la soffoca. Sembra ch'ella sia invasa da una torbida volontà distruttiva, come da un dèmone. Tutto il suo essere si contrae nel bisogno di compiere un atto immediato di distruzione. Un pensiero subitaneo precipita quell'istinto verso una mira.

E quella statua che è mia, che m'appartiene, ch'egli ha fatta con la vita che ha spremuta da me a stilla a stilla, quella statua che è mia....

Ella si slancia con un balzo di fiera verso la cortina chiusa, la solleva, passa oltre.

....ebbene, io la spezzerò, l'abbatterò!

Silvia Settalagitta un grido accorrendo per impedire il delitto. Entrambe scompaiono dietro la cortina. S'ode l'anelito d'una breve lotta.

Silvia Settala,gridando.

No, no, non è vero, non è vero! Ho mentito.

Copre le disperate parole lo strepito d'una massa che s'inclina e cade, lo schianto della statua abbattuta; a cui segue un nuovo grido lacerante diSilviache lo spasimo le trae dalle viscere profonde.

Francesca Doniappare, folle di terrore, correndo verso quel grido ch'ella riconosce; mentreGioconda Diantisi mostra fra le pieghe della cortina, ancora velata, con l'attitudine di chi abbia ucciso e cerchi lo scampo.

Francesca Doni.

Assassina! Assassina!

Ella si piega a soccorrere la sorella, mentre l'altra fugge.

Silvia, Silvia, sorella mia, sorella mia! Che t'ha fatto? che t'ha fatto? Ah! le mani, le mani....

La sua voce esprime l'orrore di chi vede una cosa raccapricciante.

Silvia Settala.

Portami via! Portami via!

Francesca Doni.

Mio Dio! Mio Dio! Ti son rimaste sotto? Mio Dio! Ti si sono schiacciate.... L'acqua! L'acqua! Non c'è nulla qui.... Aspetta!

Silvia Settala.

Ah che spasimo! Non reggo; muoio. Portami via!

Ella appare, uscendo di tra le pieghe rosse, col viso indicibilmente convulso dallo spasimo; mentre la sorella curva le sostiene le due mani avvolte in un pezzo di tela umida—tolta di su la creta—che s'insanguina.

Che spasimo! Non reggo più.

Ella sta per venir meno; quand'ecco si precipita nella stanzaLucio Settalacome un forsennato. Ella trasale, fissando su di lui i suoi gran di occhi lacrimanti ove l'anima disperata muore.

Tu, tu, tu!

Francesca Doni,sostenendo sempre le due povere mani schiacciate che inzuppano di sangue la tela in cui è nascosto lo sfacelo immedicabile.

Reggetela! Reggetela! Ora cade...

Lucio Settalaregge tra le sua braccia la dolce creatura sanguinosa, che sta per perdere la conoscenza. Ma, prima di mancare, ella volge lo sguardo semispento verso la cortina come per accennare alla statua.

Silvia Settala,con la voce morente.

È.... salva.

Una stanza terrena, tutta bianca, semplice, con due pareti—che fanno angolo—quasi interamente aperte alla luce per un ordine di vetrate, al modo di un tepidario. Le stoie sono alzate: a traverso i cristalli si vedono gli oleandri, le tamerici, i giunchi, i pini, le arene d'oro sparse d'alghe morte, il mare in calma sparso di vele latine, la foce pacifica dell'Arno, di là dal fiume le macchie selvagge del Gombo, le Cascine di San Rossore, le lontane montagne di Carrara marmifera.

Una porta, che conduce all'interno, è nella terza parete. Da un lato della porta, su una mensola, è la Donna dal mazzolino—la nota figura di Andrea del Verrocchio—ospite nuova, venuta dall'altra casa come una compagna fedele, le cui belle mani sono pur sempre intatte, atteggiate di grazia verso il cuore. Dall'altro lato è una vecchia spinetta—del tempo di Elisa Baciocchi duchessa di Lucca—con la cassa di legno scuro intarsiata di legno chiaro, sorretta da piccole cariatidi dorate nello stile dell'Impero, con i suoi quattro pedali riuniti in forma di una cetra.

È un pomeriggio di settembre. Il sorriso dell'Estate sparente sembra incantare tutte le cose. Nella stanza solitaria è sensibile la presenza dell'anima musicale che dorme in fondo allo strumento abbandonato, come se anch'esse le corde rinchiuse fossero tocche dal ritmo che misura la calma del mare vicino.

Silvia Settalaappare su la soglia, venendo dall'interno; si sofferma; fa qualche passo verso le vetrate; guarda la lontananza, guarda intorno a sè, con occhi infinitamente tristi. V'è nella sua movenza qualche cosa di manchevole, che suscita un'imagine vaga d'ali tarpate, che dà il sentimento vago d'una forza umiliata e tronca, d'una nobiltà avvilita, d'un'armonia rotta. Ella porta una veste cinerizia alla cui estremità corre un piccolo orlo nero, come un filo di lutto. Le maniche lunghe nascondono i moncherini, ch'ella tiene distesi giù pe' fianchi e talvolta serrati contro, un po' in dietro, come per nasconderli nelle pieghe, con un moto doloroso di pudore.

Di fuori, tra gli oleandri folti, appare una figura feminina—La Sirenetta—che ha la sembianza di una fata e di una mendicante, in atto di chi spia. Ella s'insinua verso le vetrate con un passo furtivo, reggendo in una mano il lembo del grembiule ripieno di alghe, di nicchi e di stelle marine.

Silvia Settala,scorgendola e andandole in contro con un sorriso spontaneo impreveduto.

Oh, la Sirenetta! Vieni, vieni.

La Sirenetta,avanzandosi fino ai cristalli.

Mi riconosci?

Rimane di fuori, in modo che la sua figura appare tra il luccichio dei cristalli, i quali sembrano continuare intorno a lei il tremito raggiante e incessante delle grandi acque. È giovine, sottile, pieghevole; ha i capelli fulvi e scarmigliati, il volto d'un color d'oro olivigno, i denti candidi come l'osso della seppia, gli occhi umidi e glauchi, il collo esile e lungo, ornato d'una collana di conchiglie, in tutta la persona qualcosa d'indicibilmente fresco e guizzante che fa pensare a una creatura impregnata di salsedine, emersa dalla mobilità dei flutti, proveniente dai nascondigli d'una scogliera. La sua gonna di bordato bianco e turchino, lacera e scolorita, scende poco più giù dei ginocchi, lasciando scoperte le gambe ignude; il suo grembiule azzurrognolo stilla e odora di salmastro come una nassa; i suoi piedi scalzi, a contrasto dal color bruno che le ha dato il sole, sono singolarmente pallidi come le radici delle piante acquatiche. E la sua voce è limpida e puerile; e taluna delle parole ch'ella proferisce sembra rischiarare d'una misteriosa felicità il suo volto ingenuo.

Mi riconosci, signora bella?

Silvia Settala.

Ti riconosco, ti riconosco.

La Sirenetta.

Mi riconosci? Chi sono io?

Silvia Settala.

Non sei la Sirenetta?

La Sirenetta.

Sì, tu m'hai riconosciuta. Quant'è che sei rivenuta?

Silvia Settala.

È poco.

La Sirenetta.

Tu rimani?

Silvia Settala.

Per molto tempo ancora.

La Sirenetta.

Sino all'inverno, forse.

Silvia Settala.

Forse.

La Sirenetta.

E la tua figliuola?

Silvia Settala.

Oggi l'aspetto. Verrà.

La Sirenetta.

Beata! Non si chiama Beata?

Silvia Settala.

Sì, Beata.

La Sirenetta.

Tu le hai messo quel nome? Beata, non Beatrice. Quand'era qui, voleva da me ogni giorno le stelle: le stelle di mare. Te l'ha detto? Voleva sentirmi cantare. Te l'ha detto?

Silvia Settala.

Sì, me l'ha detto. Si ricorda di te. Ti vuol bene.

La Sirenetta.

Mi vuol bene? Lo so. Mi dava ogni giorno il suo pane.

Silvia Settala.

Tu l'avrai ogni giorno, se vuoi. Pane e companatico, Sirenetta, mattina e sera, quando ti piace. Ricordati.

La Sirenetta.

Mattina e sera ti porterò una stella. Ne vuoi una? una bella? più grande di una mano?

Silvia Settala, turbata, con un moto istintivo trae in dietro le braccia.

Silvia Settala.

No, no! Serbala a Beata.

La Sirenetta.,attonita.

Non la vuoi?

Silvia Settala.

Dimmi piuttosto quel che fai della tua vita; dimmi la tua giornata. È vero che tu parli con le sirene del mare? Dimmi, racconta, Sirenetta.

La Sirenetta.

Ella ride d'un breve riso nitido che sembra tintinnire su i suoi denti splendenti.

Ti piace questa storia?

Silvia Settala,presa dalla grazia di quella semplice.

È già finita? Perchè non seguiti?

La Sirenetta.

Se tu ti siedi qui, io t'addormento come addormentavo la tua figliuola su l'arena. Non hai sonno a quest'ora? È buono il sonno, di settembre.

Silvia Settala.

No. Seguita la tua storia, Sirenetta

La Sirenetta.

Silvia Settala.

Seguita la tua storia, Sirenetta.

La Sirenetta.

Dove siamo rimaste?

Silvia Settala.

"E non voleva niente!"Una pausa.

La Sirenetta.

Ah, ecco:

Una pausa.

Silvia Settala.

Dunque è vero che tu parli con le sirene?

La Sirenetta,ponendosi l'indice su la bocca.

Non dimandare!

Silvia Settala.

È vero che nessuno sa dove tu dorma la notte?

La Sirenetta,col medesimo gesto.

Non dimandare.

Silvia Settala.

Vuoi tu che io ti dia ricetto, qui nella casa?

La Sirenetta,fissandola in viso, come se non avesse udita la domanda.

Tu hai gli occhi afflitti. Non sapevo che fosse la mia pena, quando mi guardavi. Ora vedo: hai negli occhi un gran dolore. Qualcuno t'è morto.

Silvia Settala.

Tu sola mi consolerai!

La Sirenetta.

Chi t'è morto?

Silvia Settala.

Non dimandare!

La Sirenetta.

Ora ti vedo: tu non sei più quella. Ho pensato a una rondine dell'altro settembre, che non aveva più le sue penne maestre e stava per annegarsi nel mare. Che t'hanno fatto? Qualche cosa di male t'è stato fatto.

Silvia Settala.

Non dimandare!

Istintivamente ella nasconde nelle pieghe della veste i suoi moncherini, con un moto doloroso che non sfugge all'indagine della creatura incantevole. La quale, d'improvviso, come per un accorgimento, lascia il lembo del grembiule in modo che il suo piccolo tesoro marino cade e si sparge sul terreno.

La Sirenetta,inclinandosi e scegliendo.

Vuoi una stella? una bella? più grande di una mano? Guarda!

Ella mostra alla mutilata una grande asteria a cinque raggi.

Prendila! Te la dono.

La mutilata scuote il capo in segno di diniego, serrando le labbra come per ricacciare in giù il nodo che le chiude la gola.

Non puoi? Hai le mani malate? fasciate?

La mutilata accenna di sì col capo. Le parole dell'altra si fanno tremule di pietà.

Sei caduta nel fuoco? te le sei bruciate? Ti dolgono ancora? o stanno per guarire?

Silvia Settala,con una voce appena udibile.

Non le ho più.

La Sirenetta,sollevandosi sbigottita.

Non le hai più! Te le hanno tagliate? Sei monca?

La mutilata accenna di sì col capo, spaventevolmente pallida. L'altra rabbrividisce d'orrore.

No, no, no! Non è vero.

Ella tiene gli occhi fissi alle pieghe della veste ove la mutilata nasconde i suoi moncherini.

Dimmi che non è vero.

Silvia Settala.

Non le ho più.

La Sirenetta.

Perchè? perchè?

Silvia Settala.

Non dimandare!

La Sirenetta.

Ah, che cosa crudele!

Silvia Settala.

Le ho donate.

La Sirenetta.

Le hai donate? A chi?

Silvia Settala.

Al mio amore.

La Sirenetta.

Ah, che crudele amore! Com'erano belle, com'erano belle! Credi tu che io non me ne ricordi? Te le ho baciate; tante tante volte te le ho baciate con questa bocca. Mi davano il pane, una melagrana, una tazza di latte.... Erano belle come se te le avesse fatte l'Alba con un fiato, bianche come il fiore della maretta, più fini di quei ricami che fa il vento nell'arena; si movevano come il sole nell'acqua, favellavano meglio della lingua e delle pupille, quello che dicevano era come una parola benigna, quello che prendevano per donare doventava tutt'oro. Me ne ricordo: le vedo, le vedo. Un giorno giocavano con l'arena tiepida: l'arena passava tra le dita come in un vaglietto e si piacevano nel gioco; e la Beata le guardava e rideva; e io, che le guardavo, avevo il medesimo piacere. Un giorno sbucciavano un'arancia: e ne fecero tanti spicchi, e a me ne toccò uno ed era dolce come un fiale. Un giorno mettevano una fasciolina intorno a un piede della piccola, che piangeva perchè l'aveva pinzata un gamberello; e il dolore súbito cessò, e la piccola si mise a correre per la riva. Un giorno giocavano con que' bei riccioli, e d'ogni ricciolo si facevano un anello per ogni dito, e poi ricominciavano, e poi ricominciavano ancora; e la Beata si addormentò con la rugiada in bocca....

Silvia Settala,soffocatamente.

Non dir più! Non dir più!

La Sirenetta.

Ah, che crudele amore!

Una pausa. Ella resta pensosa.

E dove saranno? Lontane da te, sole, nella terra, in fondo.... Le hanno seppellite? Dove? In un bel giardino?

Una pausa. La mutilata tiene le palpebre chiuse e appoggia il capo al cristallo ove si riflette il tremolio del mare.

Le hai vedute portar via? Com'erano bianche! Le hanno intrise in un balsamo forte. E gli anelli? Con tutti gli anelli? Ne avevi uno con una pietra verde, e uno con tre perle, e uno intrecciato d'oro e di ferro, e uno liscio, un cerchietto lucente, e quello solo era all'anulare.

Una pausa. Un'espressione indefinibile appare sul volto della mutilata, mentre ella abbandona le braccia lungo i fianchi allentando la contrattura.

Ci pensi? Le sogni? Se ti rifiorissero calde....

La mutilata apre gli occhi e sobbalza, come chi si sveglia all'improvviso. Le sue braccia sussultano.

Che hai?

Silvia Settala.

È strano: veramente qualche volta mi par di riaverle, mi par di sentire il sangue scendere alla punta delle dita. Quando tu parlavi, le avevo.... erano più belle, Sirenetta.

La Sirenetta.

Più belle?

Silvia Settala.

Tu mi consolerai, Sirenetta. Io non posso prendere la tua stella, ma posso guardare i tuoi occhi e udire la tua voce. Stammi vicina, ora che t'ho ritrovata. Anch'io ti vorrei per sorella.

La Sirenetta.

Vorrei darti le mie mani, se non fossero tanto ruvide e scure.

Silvia Settala.

Sono felici le tue mani: toccano le foglie, i fiori, l'arena, l'acqua, le pietre, i fanciulli, gli animali, tutte le cose innocenti. Tu sei felice, Sirenetta: la tua anima nasce ogni mattina; ora è piccola come una perla e ora è grande come il mare. Tu non hai nulla e hai tutto; non sai nulla e sai tutto....

La Sirenetta,volgendosi a un tratto e interrompendola.

Hai sentito la folata? Guarda, guarda quante rondini sul mare! Sono più di mille: una nuvola viva. Guarda come brillano! Ora partono, vanno a un gran viaggio, in una terra distante; l'ombra cammina su l'acqua con loro; qualche piuma cade; si farà sera; incontreranno le barche in alto mare; vedranno i fuochi, udranno i canti dei marinai; i marinai le guarderanno passare; passeranno rasente alle vele; qualcuna urterà, cadrà sul ponte stanca. Una sera, una nuvola di rondini stanche s'abbatterà su una barca come un passo di storni su le paretelle e tutta la ricoprirà. I marinai non le toccheranno. Non si moveranno, per non spaventarle; non parleranno, per lasciarle dormire. E, come ce ne sarà anche sul ceppo dell'àncora e su la barra del timone, per quella notte la barca andrà alla ventura sotto la luna. Ma all'alba.... Ah! Chi ti chiama?

Interrompe il sogno, udendo una voce estranea tra gli oleandri; fa l'atto di fuggire.

Addio, addio.

Silvia Settala,ansiosamente.

È mia sorella. Non fuggire, non te n'andare, Sirenetta! Rimani qui d'intorno. Viene Beata.

La Sirenetta.

Addio, addio. Tornerò.

Fugge verso il mare, si dilegua nell'azzurro e nel sole.

Appare tra gli oleandriFrancesca Doniseguita daLorenzo Gaddiil vecchio.

Francesca Doni.

Vedi chi ti conduco?

Silvia Settala,ansiosamente.

E Beata? E Beata?

Francesca Doni.

Verrà fra poco. L'ho lasciata con Faustina. Son venuta innanzi perchè non t'arrivasse all'improvviso....

Silvia Settala.

Caro maestro, come vi sono grata!

Il vecchio fa l'atto istintivo di tendere le mani verso di lei. Ella s'inchina leggermente e gli offre la fronte, ch'egli sfiora con le labbra.

Lorenzo Gaddi,dissimulando la sua commozione.

Come sono felice io di rivedervi, cara Silvia, e di rivedervi già sollevata e sana! Il mare vi giova. Il mare è pur sempre il gran consolatore. Laggiù, al Forte dei Marmi, si pensava molto a voi.

Silvia Settala.

Non è tanto lontano di qui il Forte dei Marmi.

Lorenzo Gaddi,indicando i lidi remoti.

È laggiù, sotto Serravezza, di qua da Massa.

Guardano per le vetrate la lontananza.

Francesca Doni.

Come si vedono bene oggi le montagne di Carrara! Si possono contare le punte a una a una. Non mi ricordo una giornata più limpida di questa. Chi era con te, Silvia? La Sirenetta? M'è parso di vederla fuggire verso il mare. E poi, ecco la sua traccia: alghe, nicchi, stelle marine.

Ella indica il tesoro puerile sparso a terra.

Silvia Settala.

Sì, era qui con me, dianzi.

Lorenzo Gaddi.

Chi è la Sirenetta?

Francesca Doni.

Una piccola pazza errante.

Silvia Settala.

Una veggente, che ha il dono del canto; una creatura di sogno e di verità, che sembra uno spirito del mare. La conoscerete e l'amerete con me. Conoscendola, udendola parlare, si comprendono molte cose profonde. Certo, vi parrà perfetta: ella dà sempre e non chiede mai.

Lorenzo Gaddi.

Vi somiglia in questo.

Silvia Settala.

Ahimè, no. Avrei voluto e dovuto somigliarle in questo; ma la luce mi venne meno e cedetti all'inganno della vita. Quale accecamento! Tanto chiesi che, per ottenere, mi ridussi perfino a mentire: io! Ne esco mutilata, stroncata, per ammenda della menzogna. Avevo tese le mani troppo violentemente verso un bene che m'era vietato dal destino. Non mi lagno, non gemo. Poichè bisogna vivere, vivrò. Forse un giorno la mia anima sarà pacificata. Sentivo nascere in me questa speranza, ascoltando la voce di quella creatura semplice e candida che può insegnare le cose eterne. M'ha detto che mi porterà una stella ogni mattina.

Ella tenta di sorridere. La sorella è rimasta presso le vetrate e sembra intenta a guardare le montagne lontane; ma l'ombra della tristezza occupa il suo viso mite.

Guardate là, maestro, la Donna dal mazzolino. È venuta meco. Ora, se la guardo, ha qualche cosa di funebre per me: tuttavia non ho saputo distaccarmene. Vi ricordate, maestro, di quel giorno d'aprile? e della testa inghirlandata?

Lorenzo Gaddi.

Mi ricordo, mi ricordo....

Silvia Settala.

La vita nuova!

Lorenzo Gaddi.

In ogni cosa era un augurio.

Silvia Settala.

Quando vedo passare i cammelli carichi di fascine, là, oltr'Arno, nelle macchie del Gombo, ripenso all'arrivo di Cosimo Dalbo, all'allegrezza di quella sera, allo scarabeo che io misi in mezzo a un fascio di rose colte da Beata....

Si volge verso la sorella.

Oh, Francesca, io parlo e il cuore intanto mi fa così male che non resisto più. Dov'è Beata?

Francesca Doni,stretta dalla pena.

Vuoi dunque vederla ora? Sei forte?

Silvia Settala.

Sì, sì, sono forte, sono pronta. L'indugio è peggiore.

Francesca Doni.

Allora vado, e te la conduco.

Silvia Settala,non riuscendo a contenere l'ansietà.

Aspetta un minuto. Non rimanete con noi qui, stasera, maestro? Sarei contenta.

Lorenzo Gaddi.

Ebbene, sì, rimango.

Silvia Settala.

Possiamo ospitarvi. Faccio preparare la vostra stanza. Aspetta, Francesca, un minuto.

Ella è convulsa, non potendo più dominare la sua ambascia. Va verso la porta con l'atto di chi corra a nascondere un pianto che sia per irrompere.

Francesca Doni.

Vuoi ch'io venga, Silvia?

Silvia Settala,con la voce soffocata.

No, no.

Scompare.

Francesca Doni.

Ah, che maledizione, che maledizione! La vedete? Finchè era nel suo letto, sotto le sue coperte, fasciata, esangue, tutto l'orrore della cosa non appariva. Ma ora che è in piedi, ora che si muove, cammina, rivede le persone amiche, ritrova le abitudini d'un tempo, si dispone ai gesti che le erano famigliari.... Pensate!

Lorenzo Gaddi.

Sì, è una sorte troppo atroce. Mi ricordo ancora di quel che diceste tanto teneramente, guardandola, in quel giorno d'aprile. "Sembra che abbia le ali!" La bellezza e la leggerezza delle sue mani le davano quell'aspetto di creatura alata. V'era in lei una specie di fremito incessante. Ora sembra che si trascini....

Francesca Doni.

Ed è stato un sacrifizio inutile come gli altri, non è valso a nulla, non ha mutato nulla: ecco l'atrocità della sorte. Se Lucio le fosse rimasto, credo ch'ella sarebbe contenta di avergli potuto dare quest'ultima prova, d'avergli potuto fare anche il sacrifizio delle sue mani vive. Ma ella conosce ormai tutta la verità, nella sua crudezza.... Ah che infamia! Avreste mai potuto credere che Lucio fosse capace di tanto? Dite.

Lorenzo Gaddi.

Anch'egli ha il suo fato, e gli obbedisce. Come non fu padrone della sua morte, così non è padrone della sua vita. Lo vidi ieri. M'aveva scritto al Forte dei Marmi per pregarmi di salire alle Cave e di spedirgli un masso. Lo vidi ieri, nel suo studio. Il suo viso è così scarno che sembra debba divorarglielo il fuoco degli occhi. Quando parla, si eccita stranamente. Ne rimasi turbato. Lavora, lavora, lavora, con una terribile furia: forse cerca di sottrarsi a un pensiero che lo rode.

Francesca Doni.

La statua è ancora là?

Lorenzo Gaddi.

È ancora là, senza braccia. L'ha lasciata così: non ha voluto restaurarla. Così, sul piedestallo, sembra veramente un marmo antico, disseppellito in una delle Cicladi. Ha qualche cosa di sacro e di tragico, dopo la divina immolazione.

Francesca Doni,a bassa voce.

E quella donna, la Gioconda, era là?

Lorenzo Gaddi.

Era là, silenziosa. Quando uno la guarda, e pensa ch'ella è causa di tanto male, veramente non può imprecare contro di lei nel suo cuore;—no, non può, quando uno la guarda.... Io non ho mai veduto in carne mortale un così grande mistero.

Una pausa. Il vecchio e la mite sorella rimangono in pensiero, per qualche attimo, chinato il capo.

Francesca Doni, sospirando per l'angoscia che l'opprime.

Mio Dio, mio Dio! E intanto ora dovrò condurre Beata alla madre, e si rivedranno, dopo tanto; e la piccola capirà la verità, saprà la cosa orrenda.... Come nascondere, a lei che si ricorda di tutte le carezze e ne è folle! L'avete veduta, l'avete udita, dianzi....

Silvia Settalariappare su la soglia. I suoi occhi sono arsi e tutta la sua persona è contratta da uno sforzo spasimoso.

Silvia Settala.

Eccomi, Francesca; sono pronta. La stanza è già preparata, maestro, se volete salire.

Lorenzo Gaddi,andando verso di lei con la voce tremante di commozione.

Coraggio! È l'ultima prova.

Esce per la porta. La mutilata si avanza verso la sorella, anelante.

Silvia Settala.

Ora va, va! Conducila. Aspetto qui.

La sorella le cinge con le braccia il collo e la bacia, in silenzio. Poi esce dalla parte del mare, si allontana rapidamente tra gli oleandri.

Silvia Settala,anelante, guarda per mezzo ai rami che il sole obliquo accende. È l'ora estatica. Il giorno è più limpido che i cristalli della stanza bianca; il mare è soave come il fiore del lino, immobile così che le lunghe imagini delle vele rispecchiate sembrano toccarne il fondo; il fiume sembra generare quel gran riposo, versandovi l'onda perenne della sua pace; i boschi salubri, tutti penetrati di fluido oro, si alleggeriscono meravigliosamente, quasi che perdano le radici per nuotare nella delizia del loro aroma; le Alpi marmifere in lontananza segnano nel cielo una linea di bellezza, in cui si rivela il sogno che sorge dal loro chiuso popolo di statue addormentate.

Riappare in quel silenzioLa Sirenettae s'ode la sua voce pura.

La Sirenetta.

Sei sola?

Silvia Settala,affannata.

Sì, attendo.

La Sirenetta,accostandosi.

Hai pianto?

Silvia Settala.

Sì, un poco.

La Sirenetta,con infinita pietà.

Sembra che tu abbia pianto un anno. Hai gli occhi bruciati. Troppo ti duole il cuore.

Silvia Settala.

Taci. Non posso premermi il cuore.

Ella si stringe contro il tronco dell'oleandro più vicino, convulsa, non potendo più sostenere lo spasimo dell'attesa.

Ora viene, ora viene.

Ella si distacca dal tronco e rientra nella stanza, come presa dal terrore, con l'atto di chi cerchi un rifugio.

La voce di Beata,tra gli oleandri.

Mamma! Mamma!

La madre sussulta, si volge, spaventosamente pallida.

Mamma!

La figlia si slancia verso la madre con un grido di gioia, tutt'accesa in viso, calda, con i capelli scomposti, ansante come dopo una lunga corsa, portando un fascio confuso di fiori. Com'ella si slancia, il fascio cade. La mutilata si china verso le piccole braccia che le avvinghiano il collo; offre la faccia morente ai furiosi baci.

Silvia Settala.

Beata! Beata!

Beata,ansante.

Ah, quanto ho corso, quanto ho corso! Sono fuggita, sola. Ho corso, ho corso.... Non volevano lasciarmi venire. Ah, ma io sono fuggita, col mio fascio di fiori.

Copre di nuovi baci il volto materno.

Silvia Settala.

Sei tutta molle di sudore, sei tutta calda, bruci.... Mio Dio!

Nell'impeto della tenerezza, ella sta per fare il gesto istintivo di asciugarla; ma si trattiene, nasconde nelle pieghe della veste i suoi moncherini; e un brivido di orrore, visibile, le traversa la persona.

Beata.

Perchè non mi prendi? Perchè non mi stringi? Prendimi! Prendimi, mamma!

Ella si solleva su la punta dei piedi, per essere rapita dall'abbraccio materno. La madre indietreggia, perdutamente.

Silvia Settala.

Beata!

Beata,incalzandola.

Non vuoi? Non vuoi?

Silvia Settala.

Beata!

Ella tenta di esprimere il sorriso delle sue labbra smorte che torce l'indicibile dolore.

Beata.

Tu giochi? Che nascondi? Oh, dammi, dammi quello che nascondi!

Silvia Settala.

Beata! Beata!

Beata.

Io t'ho portati i fiori, tanti fiori. Vedi? Vedi?

Nel volgersi per raccogliere il fascio caduto, ella scorge la sua amica selvaggia; la riconosce.

Oh, la Sirenetta! Sei là?

La Sirenettaè là, davanti ai cristalli, diritta in piedi, muta testimone, con gli occhi fissi alla madre dolorosa. Come il soffio iterato del vento passa tra le frondi d'un arbusto e le fa tremolare, così il dolore della madre sembra investire e penetrare quell'esile corpo a cui il sole obliquo cinge le sue bande d'oro.

Vedi quanti? Tutti per te!

La piccola raccoglie il suo fascio.

Tieni!

Si slancia ancora verso la madre, che indietreggia.

Silvia Settala.

Beata! Beata!

Beata,attonita.

Non li vuoi? Prendi! Tieni!

Silvia Settala.

Beata!

Ella cade in ginocchio, vinta dal dolore, abbattuta come da un colpo più forte, cade in ginocchio dinanzi alla figlia sbigottita; e un fiotto di pianto, che sgorga dagli occhi come il sangue da una ferita, le inonda la faccia.Beata.

Piangi? Piangi?

Sbigottita ella si getta contro il seno della madre, con tutti i suoi fiori.La Sirenetta, caduta anch'ella in ginocchio, prona, tocca con la fronte e con le palme distese la terra.

ΤΕΛΟΣ

Οὑ νἑμεσις...

"Ed Elena, prestamente avvoltasi di veli bianchi, uscì dalla stanza nuziale piangendo; e lei seguivano due donne: Etre figlia di Pitteo e Climene dagli occhi bovini. Ed ecco, giunsero alle Porte Scee. Priamo, Pantoo, Timete, Lampo, Clitio, Icetaone alunno di Ares, e Ucalegonte e Antenore fior di saggezza entrambi, sedevano, vegliardi venerandi, sopra le Porte Scee. E la vecchiaia li teneva lontani dalla guerra; ma erano eglino agoreti eccellenti, simili alle cicale che nei boschi appese a un albero versano la lor voce melodiosa. Tali erano i principi dei Troiani, seduti in cima della torre. E, come videro Elena che saliva verso di loro, dissero gli uni agli altri sommessamente queste parole alate:—Certo,è giustoche i Troiani e gli Achei da' bei schinieri patiscano tanti mali e da sì gran tempo, a cagione di una tal donna; perocchè ella somigli in sua bellezza alle iddie immortali."

Iliade:raps. III.


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